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mercoledì 9 febbraio 2022

Denunce e processi a tre streghe garfagnine. Erano gli anni della caccia alle streghe

Anno di Grazia 1424:"In quell'anno frate Bernardino(di Siena ch'era
un buon frate) fece ardere tavolieri, canti, brevi, sorti, capelli  che fucavano le donne, et fu fatto un talamo di legname in Campituoglio, et tutte queste cose ce foro appiccate, et fu a 21 iunio. Et dopo fu arsa Finicella strega, a 8 del ditto mese di iulio, perchè essa diabolicamente occise de molte criature et affattucchiava di molte persone
" . Erano gli anni tremendi della caccia alle streghe e in questo stralcio di cronaca, l'umanista Stefano Infessura ci racconta dell'importante ruolo che ebbe a Roma Frà Bernardino da Siena nell'accusare le donne che si occupavano di magia. Egli, nelle sue prediche le additava all'opinione pubblica, accendendo nei suoi ascoltatori lo sdegno e la mistica esaltazione contro queste "nemiche", non mancò di sguinzagliare le forze dell'ordine sulle loro tracce, ritenendole responsabili dei cattivi raccolti, di menomazioni o morti di neonati e di drammi individuali o collettivi. Come narra il suddetto resoconto dopo 15 giorni di estenuanti prediche alla popolazione, il frate arrivò perfino a bruciare in Campidoglio gli emblemi del lusso
e della stregoneria, ordinando ai fedeli di recarsi a baciare una sua tavoletta con l'incisione dell'ideogramma di Cristo: IHS, che era, secondo lui, l'unico vero antidoto contro le pratiche magiche. Infiammato ed eccitato da queste sue parole il popolo cercò e trovò la sua vittima sacrificale e a farne le spese fu una povera ragazza di nome Finicella, finita sotto processo come strega e data al rogo come tale, in quello che un cronista del tempo definì "un autentico spettacolo". Dopo qualche tempo da questi abominevoli fattacci, Frà Bernardino da Siena, arrivò nella nostra valle dando un'ennesimo impulso alla terrificante caccia alle streghe. In effetti la Garfagnana non avrebbe avuto bisogno dell'intervento di San Bernardino (la chiesa lo farà santo otto anni dopo la sua morte...) dato che il Tribunale Inquisitore di competenza sarà uno dei più attivi e solerti di tutta Italia. La Santa Inquisizione di Modena aveva giurisdizione su tutta la Garfagnana e il suo archivio, insieme a quello di Venezia, Siena e Napoli conserva ancora la documentazione più cospicua che testimonia di fatto la grande attività di questo tribunale durante quell'ignobile periodo, difatti nel complesso del
Convento di San Domenico sono conservati ancora oggi i fascicoli processuali di oltre seimila inquisiti in un arco di tempo che va dal 1329 al 1785. In questo importante archivio sono costuditi alcuni casi che riguardano povere donne garfagnine, accusate delle più fantasmagoriche nefandezze e per capire ancor meglio, semmai ce ne fosse bisogno, a quale livello giungeva l'ignoranza umana, ecco al mio lettore tre casi di denunce contro quelle che erano considerate delle vere e proprie streghe. Ma prima di narrarvi i tre casi mi è doverosa una premessa, necessaria per far comprendere dove nascevano simili accuse, capire a chi erano rivolte e come si svolgeva un processo per chi praticava stregoneria. Innanzitutto cominciamo con il dire che molte delle donne incolpate erano guaritrici che avevano la capacità di curare le malattie con l‘utilizzo medicinale di erbe e piante. Maldicenze e gelosie andavano a colpire quelle che erano donne sole, vedove, forestiere e che godevano di una certa libertà personale o che avevamo un particolare successo con gli uomini. Infatti, le donne nel medioevo erano considerate degli esseri caratterizzati da una innata debolezza, e per questo dovevano essere soggette al controllo di un uomo, difatti dovevano essere “proprietà“ ora del padre, ora del marito. Una donna sola, non protetta, poteva essere molto più facilmente attaccata. Per questo poi, in modo farneticante venivano accusate di tenere patti segreti con il diavolo e di riuscire, grazie ai loro poteri a piegare a loro vantaggio le forze della natura e la salute delle persone. Il processo a loro carico assumerà poi i contorni della farsa. Tale simil-processo 
si divideva in diverse fasi: la denuncia, l’inchiesta e il processo vero e proprio. La denuncia poteva avvenire sia da parte di un accusatore che aveva delle prove, sia da parte di un accusatore senza prove ma che godeva di buona reputazione. Dopo aver ricevuto le accuse il giudice avviava il processo e davanti a un notaio si faceva dire dall’accusatore se le accuse presentate erano per esperienza diretta o per sentito dire. Tra i testimoni si accettavano anche nemici
dell’imputato e nell’interrogatorio venivano fatte molte domande sulla vita privata dell’accusato. Si procedeva poi con l’inchiesta che era la prima fase per giudicare una persona. L’inquisitore, giunto nel luogo in cui sospettava abitasse la strega si presentava al vescovo locale. A questo punto il tribunale pubblicava due editti: l’editto di Grazia, con cui si concedeva la grazia a chi si fosse spontaneamente denunciata all’inquisitore entro un determinato lasso di tempo, e l’editto di Fede, con cui si obbligava chiunque fosse stato a conoscenza dell’esistenza di una strega a denunciarla all’inquisitore. Dopo l’inchiesta l’imputata veniva arrestata, la presunta colpevole poi non poteva sapere né per cosa fosse stata accusata né chi fossero i testimoni fino al giorno processo. Per ottenere delle confessioni certe, e così poi sottoporle al processo, si usavano spesso le celeberrime torture. Le torture più comuni erano la corda, la ruota, la frusta e la lapidazione. Alcune streghe resistevano alle torture e venivano rilasciate, altre non ce la facevano e confessavano anche reati non commessi, per evitare di soffrire. Dopo la tortura e la
confessione, si decideva come la strega doveva essere uccisa in base al fatto compiuto; venivano condannate per stregoneria, eresia, omicidio, avvelenamento o satanismo. Le modalità di esecuzione erano diverse: il rogo, l’impiccagione e lo schiacciamento da pietre. Detto questo non rimane che portare alla vostra conoscenza i tre assurdi casi di denuncia fatti a tre donne garfagnine in anni diversi, a testimonianza del delirio collettivo di quel nefasto periodo. Il primo caso riguarda un fatto accaduto nell'anno 1540. La circostanza è al quanto singolare e forse secondo da quale punto di vista viene interpretato l'avvenimento forse non lo è affatto... Difatti un contadino di Sillicagnana si accorse che la moglie di notte usciva da casa mentre lui dormiva... Sospettando strani sotterfugi, rivelò al padre
inquisitore che la moglie prima di uscire di casa si denudava completamente e si cospargeva il corpo con un misterioso unguento che aveva il potere di trasformarla in un asino appena varcata la soglia di casa. - Ebbi a comprendere tutto allora !!!- enfatizzava il marito- avevo a che fare con una strega, il demonio mi era entrato in casa!-. Raccontò poi, che come prova madre della possessione, una sera mentre l'asino (la moglie) usciva l'afferrò per la coda e lo condusse nei suoi campi caricandogli sulla soma quintali di letame che erano destinati a concimare le coltivazioni. Ebbene, al mattino quando l'asino tornò ad assumere le sembianze della donna, così raccontò l'uomo, la poveretta aveva tutte le ossa indolenzite e il marito certificò il fatto che dopo questo accadimento la sposa non abbandonò più il letto. Che dire, molto probabilmente la moglie di notte usciva sicuramente, ma per andare nel letto di qualcun altro... Il marito a dir poco geloso volle vendicarsi della signora denunciandola al Sant'Uffizio. Il secondo caso accadde a Vergemoli anni dopo e si racconta di questa donna che solitamente invitava altre donne a filare in casa sua. Fin qui tutto normale fino al giorno in cui una di queste filatrici si presentò al prete del paese e gli raccontò di un giorno in cui nevicava tantissimo e che tutte le donne erano a filare tranquillamente a casa dell'Anna (la presunta strega). Ad un certo punto, così continuò il racconto: -ella si alzò e indossò uno scialle unto, bisunto e consunto e uscì fuori-. Quando
rientrò aveva con sè un cestino di fichi che offrì alle ospiti:-Questi frutti non potevano che essere frutti del diavolo, facendomi il "nomine patri" (n.d.r: il nome del padre) tutti li fichi si trasformarono in legno arso-. Quelli erano tempi in cui la miseria abbondava, talmente era tanta che si poteva tagliare con il coltello e colui o colei che magari aveva qualcosina di più, suscitava la gelosia di un paese intero. L'ultimo fatto accadde a Vagli nell'anno 1607 e la denuncia alle autorità fu di un contadino di nome "Minico" (n.d.r: Domenico), che nelle sue mucche vedeva un costante deperimento. Questi poveri animali si lamentavano e dimagrivano a vista d'occhio: - E' opre del maligno!- affermava il villico:- e io so anco chi per sua mano fu- Per scoprire da chi era era stato perpetrato il maleficio, "l'astuto" bifolco, a suo dire mise a bollire in una pentole dei ciuffi di peli della coda della mucca. A mezzanotte una donna venne a bussare alla porta del Minico pregandolo di togliere la pentola dal fuoco per le opprimenti vampate di calore che aveva... I resoconti del tempo ci dicono che nessuna di queste tre donne fu data alle fiamme come strega. Rimase per tutte le indiziate la presunzione di colpevolezza e nel dubbio che avessero avuto in qualche modo legami con il
demonio, il Sant'Uffizio decideva per delle pene corporali. La gogna era la punizione prevista. Nella piazza principale dinanzi al duomo di Modena, nel giorno della Santa Messa le misere donne erano messe alla pubblica vergogna del popolo: offese, talvolta prese a schiaffi, a sputi o bruciate con tizzoni ardenti. Dopodichè potevano fare ritorno a casa... a piedi.


Bibliografia

  • Archivio di Stato di Modena
  • https://www.asmo.beniculturali.it/home

giovedì 22 luglio 2021

Un'antica e vera storia garfagnina: inquisizione, tesori, maghi e... un maledetto capitano

Chi da bambino non ha mai sognato di trovare un tesoro nascosto,
sepolto magari da qualche pirata o da un avventuriero di passaggio? Fantasie degne dei romanzi di Emilio Salgari o delle imprese del Corsaro Nero. Storie che hanno rappresentato per tutte le generazioni di ragazzi e ragazzetti un'irresistibile attrazione. Che dire poi di quell'avvincente mappa del tesoro? Simboli e parole indecifrabili che ancor di più stimolavano la creatività. Ma quelle che potevano sembrare le fantasie di bambini dotati di fervida immaginazione, per qualcun altro la cosa si poteva presentare ben più seria, tanto da scomodare forze occulte e misteriose. Questo accadeva veramente nella Garfagnana del XVII secolo, quando un personaggio d'alto lignaggio, per ritrovare il tesoro nascosto del padre affidò le ricerche a maghi e fattucchieri vari... Ma ben presto l'inesorabile scure della Santa Inquisizione di Modena non tardò ad abbattersi sui loschi protagonisti di questa fantasmagorica ed incredibile vicenda. Ma prima di addentrarsi nei fatti è giusto fare un doveroso preambolo, per far capire meglio al caro lettore gli avvenimenti di quel lontano 1668. Bisogna infatti fare un salto indietro nel tempo di qualche decennio dai suddetti misfatti e andare a quel 1586 quando Papa Sisto V emanò la bolla "Coeli et Terrae". Con questa bolla il Santo Padre operò una vera e propria rivoluzione
Papa Sisto V
sociale, non bastava più dare la caccia alla streghe. Nonostante il moltiplicarsi dei roghi in tutta Europa la guerra alla blasfemia si affinò, allargando la cerchia degli eretici agli astrologi, ai superstiziosi e ai trasgressori del riposo festivo, ma non solo a loro, con tale lettera papale si cercò soprattutto di colpire, e anche in maniera piuttosto energica, la magia rinascimentale, ossia la cosiddetta "magia dotta", fino a quel momento se si vuole tollerata. Ma cos'era questa "magia dotta"? A praticare la magia dotta(che a differenza di quella popolare di competenza femminile, era una specializzazione prettamente maschile) erano gli stessi prelati, i medici, gli avvocati e tutta la classe delle professioni in genere, che facevano uso di libri di formule magiche come "La Spada di Mos"(per la cura delle malattie), e "La Chiave di Salomone" (per trovare tesori nascosti). Spesso questi tomi circolavano nei paesi e nelle città in maniera clandestina, addirittura talvolta questi libri venivano trascritti a mano e ciò era dovuto soprattutto non tanto alla difficoltà di ottenere copie edite, ma bensì quello che spaventava di più era la paura di incorrere nell'accusa di possesso di materiale proibito. Rimaneva il fatto che per ottenere l'efficacia delle formule inserite nei libri bisognava che queste stesse pagine fossero riprodotte usando penne e carte consacrate dal mago di turno. Insomma per farla breve tale magia era usata principalmente per trovar tesori, pertanto se le classiche streghe si affidavano ad una tradizione orale, i sapienti vantavano un metodo "scientifico" e usavano nei loro riti tutte le
Chiave di Salomone
 risorse di loro conoscenza (alchimia, chimica e così via...). Quello che è sicuro che talvolta la bramosia di ricchezza e di prosperità di questi individui era ben superiore a qualsiasi altra paura, vorrei infatti rammentare a quei pochi che non se lo ricorderanno che le carceri di Regina Coeli in confronto a quelli dell'Inquisizione del XVII secolo erano un hotel a cinque stelle, perciò una volta scoperti  dovevano subire la condanna alla scomunica, sottoporsi "alle pene salutari" che consistevano a un lungo periodo di pane e acqua, alla quotidiana recita del rosario per mesi o anni (secondo la colpa commessa) e alla preghiera quotidiana (per cinque volte) del Padre Nostro davanti a un'immagine sacra, nonchè alla prigione e alla letali torture. Tutto perchè il potere di questi dotti maghi derivava esclusivamente dal demonio in persona. A tal proposito le vicende garfagnine del lontano 1668 che andremo a raccontare ricalcano perfettamente quanto finora è stato scritto. Questi singolari avvenimenti nostrani tornarono alla ribalta e all'interesse di tutti nel 2012, quando il professor Manuele Bellonzi pubblicò il suo bel libro "Il Castellano delle Verrucole". Dall'Archivio di Stato di Modena l'esimio studioso portò alla luce le carte processuali del Santo Uffizio di Modena che parlavano di un certo Francesco Accorsini di Puglianella, capitano militare e comandante dell'inespugnabile Fortezza delle Verrucole accusato di "superstizione qualificata",
Fortezza delle Verrucole
atta a trovare con l'aiuto dello spiritismo quelle monete d'oro a suo tempo nascoste dal defunto Ser Marco, padre del presunto colpevole. Del protagonista della nostra storia sappiamo ben poco, sappiamo che nacque in quel di Puglianella (Camporgiano), nel massiccio palazzo di famiglia (detto il castello), nel 1646 e che sposò Donna Chiara Micotti, facente parte anch'ella di una delle famiglie di notabili di Camporgiano. Gli Accorsini appartenevano a un antica progenie garfagnina, probabilmente originaria di San Donnino (Piazza al Serchio), di essa forse il più noto esponente fu tale Bartolomeo, primario medico a Ravenna agli inizi del 1600 e personaggio fortemente stimato dal Vallisneri. Da parte sua Francesco si dedicò fin da giovane alla carriera militare nell'esercito estense, ottenendo prima i gradi di tenente e successivamente quelli di capitano, questa nomina lo portò ad assumere il comando della Fortezza delle Verrucole (San Romano)e poi, a fine carriera, quella di Mont'Alfonso (Castelnuovo). Aveva ventidue anni il capitano Accorsini nei giorni in cui accadde il misfatto, fu Don Andrea Baldi a fare luce su strani accadimenti che coinvolgevano, a quanto pare, in un rituale magico perfino un bambino di 11-12 anni circa. Il parroco seppur in attesa di esercitare la funzione di delegato dell'inquisizione si dimostrò da subito particolarmente
Puglianella foto Amalaspezia.eu
attento a raccogliere testimonianze su quanto di strano succedeva in paese. Il tutto era infatti legato ad un altro processo svoltosi a Castelnuovo e poi concluso con un nulla di fatto. Fra gli imputati di questo processo c'erano personaggi di ogni risma... tale Conte Federico di Villanova, parigino, domiciliato a Lupinaia (Fosciandora), don Sebastiano Satti, Cristofano Danzi maestro di scuola a Pieve Fosciana, il caporal Giovanni e suo fratello Domenico Sabatini di Chiozza, servitori del (presunto) nobile parigino. Il Villanova infatti possedeva un libro manoscritto dal quale era sicuro di poter trarre istruzione per ritrovar tesori, il libro era intitolato "Cornelio Agrippa con aggiunta di secreti di Pietro Abano". Il creduto tesoro si immaginava fosse nella canonica del paese di Roccalberti, per cui il 18 aprile 1668, qui si ritrovarono i sopra menzionati, dopo che, per giorni si era proceduto ad un'opera di purificazione che lo stesso conte fece su di sè:"Prima si cominciò ad osservare per nove giorni continui la castità, poscia dentro nove giorni mi confessai e comunicai due volte, e fra tanto in questi nove giorni digiunai tre giorni continui in pane e vino, cibandomi solamente una volta il giorno". In quel giorno il rito continuò ponendo sotto la tovaglia dell'altare la spada rituale ed il pentacolo sul quale vi erano scritti e riportati simboli magici riconducibili al sigillo di Salomone. Il rettore Satti non partecipò al rito, il parroco lasciò la chiesa in mano agli altri figuri e dopo aver fornito a loro il sacro abbigliamento sacerdotale se ne andò a
pescare e poi si rifugiò nella casa del nostro capitano Francesco Accorsini. Fattostà che tutto il complesso cerimoniale non riuscì: "a tutti gli scongiuri fatti non avevamo visto che un ragnio (n.d.r: ragno)entrare in una apertura e il tutto si è risoluto in riso" . Detto fatto, finita tale messinscena tutta la schiera di loschi figuri si trasferì per la notte a casa dell'Accorsini per mettersi al suo servizio in quanto lo sapevano interessato a ritrovare il tesoro nascosto dal padre. A quanto pare il capitano non era nuovo a un simile tentativo di ricerca, circa un mese prima dei fatti vi fu in casa del militare una seduta spiritica fatta da fattucchiere locali, da testimonianze processuali si parlava di certe zingare, ritenute streghe, che in quella casa avrebbero fatto delle magie. Ma un altro teste parlò di fatti ben più gravi, nel tentato ritrovamento del tesoro di Ser Marco era stato coinvolto un innocente bimbetto del posto. Il fanciulletto (di nome Antonio) era stato chiamato dal capitano stesso mentre era a scuola. In tali accadimenti, è giusto dire, non fu coinvolto però il bizzarro Conte Villanova, poichè l'Accorsini non ebbe pazienza di aspettarlo e perciò furono convocati per il rituale il caporale Giovannini da Granaiola e Giuseppe Niccolai d'Anchiano "che sapevano fare l'alchimia" e ahimè, l'inconsapevole bambino. Il piccolo Antonio era infatti indispensabile al mago per la riuscita della magia, serviva proprio un "putto vergine" necessario per invocare gli spiriti. Interrogato poi dal tribunale del Sant'Uffizio il bambino rivelò il perchè ad un
Tribunale del Santo Uffizio
 primo interrogatorio non osò proferire parola: "Quello homini lucchesi che erano il caporale Giovannini da Granaiola e quel altro suo compagno mi dissero che non dicessi niente perchè mi haverebbero dato. Io non volsi dire cosa alcuna perchè havevo paura". Per il resto, sempre dalle parole del giovinetto continua l'incredibile storia dove si raccontò che il mago di turno fu il Giuseppe Niccolai, fu costui che in un rito propiziatorio costituito in una mistura di "raschiatura di capelli" e  d'olio d'oliva 
unse la mano destra del piccolo: "...mi disse poi alcune parole nel una e nel altra orecchia che io non intesi e poi me mise una candela di ferro (???) accesa fra le dita, mi disse che guardassi nella palma della mano e li dicesse cosa vedessi". Il povero piccolo Antonio venne così catapultato suo malgrado in un'esperienza sconvolgente dovuta all'ingenuità dell'età e alla giustificata impressionabilità del momento, tuttavia agli atti rimase il racconto di ciò che vide:"...io li dissi che vedevo deli homini me venevano nella mano... il detto giovine lucchese (n.d.r: il Niccolai)mi disse che domandassi ad uno di quelli se era ancor venuto sua Maestà". Sempre su richiesta del ragazzetto venne detto agli uomini li presenti nella visione di portare al sovrano (individuato come capo)  "la sedia e la corona reale e da mettere sotto i piedi una Bibia Sacra". Il racconto continuò dopo che il cosiddetto "sovrano" giurò di dire la verità in merito a quello che gli avrebbe chiesto "il putto": "...mi faccia vedere qui in questa mano quella stanza dove sono i denari nascosti e io vidi nella mia mano una camera con dentro due letti e io dissi: vostra Maestà facci venire fuori quei denari e vidi dui che lavoravano con un palo in mano...io dissi a quelli che lavoravano di fare presto, vi comando in virtù della mia verginità e del Nostro Creatore e che fate presto a metter fuori i denari e così vidi nella mano che votarono quel lavezzo e chi vi erano delli denari gialli e bianchi e poi comandai che ritornassero i denari e il
lavezzo dove erano prima"
. Il Capitano Accorsini a quel punto ordinò al bambino di ritornare a casa e di ripresentarsi la mattina dopo al palazzo. Il giorno seguente il rito continuò nella camera dei due letti: "quando quelli homini che erano nella mia mano lavoravano per tirar fuori il lavezzo come avevano fatto il giorno avanti, il caporale Giovannini andava toccando la muraglia con uno stiletto, mi disse che li sapessi dire il luogo dove lavoravano e quando il caporale con il detto stiletto fu arrivato al luogo con la mia mano dissi che lavoravano ivi et allora si fermarono et io andai a fare li fatti miei". Ecco,  è allora che a questo punto della storia un altro personaggio entrò a far parte di essa, era tal Lorenzo Angeli maniscalco di Sillano, che trovandosi anch'esso nella casa dell'Accorsini ed avendo sentito voci che raccontavano di un tesoro nascosto volle farsi raccontare direttamente come erano andate le cose e così narrò:"rompirono la muraglia dove haveva detto quella voce in luogo dove già altre volte vi era stato un finestrino e che nel aprir questo e veder la tavoletta che vi era per tener saldo detto finestrino il capitano stete alegro persuandosi d'haver ritrovato i denari, ma che in fatto non ritrovarono cosa alcuna e che il diavolo era bugiardo". Il capitano Francesco Accorsini oramai inchiodato alle sue responsabilità a sua difesa presentò la sua giovane età (22 anni), il fatto di essere
incensurato e una sorta di "fede-certificato", ossia un documento di cristianità conclamata, rilasciata da un penitenziere (n.d.r: sacerdote presente nelle cattedrali nominato direttamente dal vescovo) di Reggio Emilia, per di più si tentò la richiesta di grazia. Niente di tutto questo servì per evitare il severo carcere dell'Inquisizione che lo condannerà a più di un anno di reclusione, un fatto questo che segnerà il militare garfagnino per tutta la vita. Infatti negli anni a seguire le sue vicende non saranno ricordate per le sue imprese militari, ma bensì per le sue imprese criminali. Una volta subita la giustizia secolare del Santo Uffizio, dei suoi crimini si occupò la giustizia ordinaria modenese. Erano trascorsi ormai venti anni dai suddetti fatti e il capitano la sua vita l'aveva continuata fra sotterfugi e angherie varie, nel tempo furono molte le colpe di cui fu  imputato: concubinaggio ("Il Castellano Accorsini non abita mai con la moglie e vive in continuo concubinato con una vedova detta Maria nipote del sergente da Verrucole, dalla quale ha figliuoli,"), ma non solo questo, il suo comportamento era alla pari di quello di un padre- padrone del luogo. Non mancò infatti di far malmenare preti, militari e persone normali, ordinare delitti (non compiuti), intrallazzare in loschi affari realizzando di fatto alleanze sia familiari, oltre che politiche, civili e religiose, cercando in questo modo di speculare sui conti pubblici, si arrivò perfino a dire che la sua "patente" di castellano fosse stata negoziata, falsificando gli atti anagrafici dichiarandosi così cittadino di Reggio Emilia, insomma come si testimoniò nei processi a suo carico: "egli perseguita tutti quelli che non obbediscono ai suoi capricci". Francesco Accorsini finirà così ancora una volta imprigionato nelle carceri di Modena, era il 1688. Per il resto sappiamo che la sua ultima lettera scritta risale al 1691 e che da li a poco morì. Con ogni probabilità per lui si
aprirono le porte di quell'inferno, dove sicuramente avrebbe trovato il suo amico più fidato: il diavolo...

Bibliografia

  • "Il Castellano delle Verrucole. Storie e misteri della Garfagnana del seicento" di Manuele Bellonzi, edito Garfagnana editrice, anno 2013

mercoledì 16 novembre 2016

La "Santa"inquisizione in Garfagnana e il singolare caso del suo governatore Fulvio Testi

Ha fatto più morti la Santa Inquisizione spagnola (che di santo aveva poco)che un intero anno di guerra in Siria. I numeri parlano chiaro, da uno studio di inizio 1800 di don Juan Antonio Llorente (che conosceva bene gli archivi del Santo Uffizio per avervi ricoperto cariche di responsabilità) nella sua "Historia critica de la inquisicion en Espana" parla di ben 340.592 vittime dalle origini (1480) al 1815, così tristemente ripartite: 31.913 individui arsi vivi, 17.659 sempre arsi, ma come si suol dire in "effige" (n.d.r: antica pratica giudiziaria consistente nel distruggere il ritratto di un reo che non si poteva catturare o giustiziare), 291.021 "riconciliati" alla fede cattolica o condannati a pene minori. Quattro secoli dopo è stato chiesto un tardivo perdono da Papa Giovanni Paolo II, era il dodici marzo del 2000 e di fronte al mondo e alla storia pronunciò parole dure come la pietra: - Per la parte che ciascuno di noi, con i suoi comportamenti che ha avuto in questi mali, contribuendo a deturpare il volto della Chiesa, chiediamo umilmente perdono per gli errori commessi nel servizio della verità attraverso il ricorso a metodi non evangelici-. Da questo perdono papale non si sottrae nemmeno la Garfagnana, anche la nostra terra cadde sotto l'inesorabile scure del Sant'Uffizio. L'inquisizione romana(o Sant'Uffizio), nacque 64 anni dopo la famosissima inquisizione spagnola, era il 1542 e Papa Paolo II con la bolla "Licet ab initio" dette il via ad una persecuzione senza pari in tutta la penisola italica, solo la Repubblica di Lucca si oppose sempre alla sua penetrazione sul suo territorio, ma questo non impedì la persecuzione di streghe e di eretici, portata avanti dai magistrati statali. Anche il ducato di Modena di cui faceva parte la maggioranza dei comuni garfagnini aveva avuto i suoi problemi nei confronti della nuova riforma, anche da queste parti non erano visti di buon occhio questi cambiamenti e anche qui un gruppo di dissidenti delle classi sociali più ricche e alcuni altolocati religiosi fece sentire la sua voce senza esito,
il simbolo dell'inquisizione
davanti ad una bolla pontificia c'era poco da fare, molti di questi dissidenti si rifugiarono per paura di essere perseguitati a sua volta nella (anche allora) neutrale Svizzera. Fu così, che volenti o nolenti nei primi anni del 1600 la complessa macchina dell'inquisizione cominciò a funzionare a pieni regime, specialmente (nello specifico) quando fu completato il trasferimento della capitale ducale da Ferrara (donata alla Santa Sede) a Modena. L'ufficio inquisitorio di Modena (così come gli altri) aveva il compito di salvaguardare l'integrità della fede e aveva una duplice funzionalità, dividendosi praticamente in due rami distinti, da una parte svolgeva attività giudiziaria come un vero e proprio tribunale, dall'altra faceva attività censoria, relativa al controllo della stampa, in particolare dei libri, i due ordini si fondevano quando venivano violate le leggi in materia e nella ricerca del colpevole, a capo di tutto questo apparato c'era l'inquisitore generale, che una volta insediato nella nuova capitale estense cominciò a fare un po' d'ordine e in una nota in calce del 1600 nell'"Inventario delle robbe del Sant'Ufficio dell'inquisizione di Modona" prende ufficialmente giurisdizione sui territori della Garfagnana: "Con occasione della felice memoria di Clemente VIII, furono presi il possesso della città di Ferrara e fatte tre inquisizioni: quella di Ferrara, quella di Reggio e quella di Modana. A Modana furono sottoposte l'insigne Abbazia di Nonantola, la città di Carpi e quella parte di Garfagnana che in temporale è soggetta alli signori duchi di Modana et in spirituale parte al Vescovato di Lucha et parte a quello di Sarzana". Si, perchè ad onor del vero era nato qui un vero e proprio guazzabuglio. La nuova sistemazione di questi territori non si concretizzò tanto facilmente, molti furono i ritardi. Cesare d'Este duca di Modena aveva in quel tempo conti aperti con i lucchesi che sfoceranno in due guerre, per di più nel territorio già esistevano alcune comunità che erano sotto Lucca(Castiglione, Gallicano Minucciano), ma non solo, il dilemma più grosso rimaneva nel fatto che l'autorità civile aveva sede a Modena, mentre religiosamente parlando la valle faceva capo a Lucca e a Sarzana e in una lettera del 29 settembre 1601 l'inquisitore generale di Modena scriveva alla sacra Congregazione di Roma dicendo che nonostante l'avvenuta ripartizione, la provincia della Garfagnana "non fu consegnata ne a questa ne a quella inquisizione, per il che al presente non riconosce inquisizione alcuna", fu risolto tutto in men che non si dica, tutti i territori ad ovest dell'Appennino erano sotto l'inquisizione modenese. Per un po' di tempo la Garfagnana godè nell'essere in questo limbo
La sede della Santa Inquisizione a Modena
oggi sede di un istituto d'arte
amministrativo, nessuno infatti in quel periodo fu indagato, incarcerato o condannato, ma i tempi stavano per cambiare. Una volta definite tutte le questioni, l'inquisizione stabilì in loco tre congregazioni locali, ognuna a capo aveva un vicario, una si stabilì a Castelnuovo Garfagnana, una al Sillico e un'altra alle Verrucole presso l'inespugnabile fortezza omonima. Grazie a questi sedi distaccate l'inquisitore si poteva mantenere in costante consultazione con il territorio, dove così poteva avere occhi e orecchie dappertutto e in realtà bastava veramente poco per accusare una persona. Le denunce potevano essere fatte tranquillamente, bastava "ho sentito dire che..." ed era fatta, non mancavano inoltre casi di procedimenti per auto denuncia, avete capito bene, ci sono frequenti casi in cui il "colpevole" dietro sollecitazione del prete confessore si presentava spontaneamente davanti all'inquisitore, naturalmente era possibile procedere anche per ufficio senza denuncia alcuna e una volta constatata la denuncia e indagato il presunto colpevole si svolgeva il processo che si faceva sempre nella sede centrale di Modena, davanti all'inquisitore generale. Il processo avveniva in una o più sedute, in varie fasi, ciascuna delle quali eventualmente conclusiva, con l'interrogatorio dei testi e dell'imputato, in buona parte dei casi per i fatti più gravi come l'accusa di stregoneria si arrivava quasi sempre alla confessione del reo, estorta con la tortura, che (fatto curioso) doveva essere fatta sotto parere medico, l'imputato doveva essere in buona salute per affrontare tale supplizio...e che supplizio!!! I metodi di tortura erano fra i più svariati e fantasiosi. Fra i più diffusi c'era il cosiddetto "tratto di corda" che consisteva nel legare con una lunga corda i polsi del malcapitato dietro la schiena 
e poi nell'issare il corpo per mezzo
il famoso "tratto di corda"
di una carrucola, per aggravare gli effetti la corda veniva ripetutamente allentata di colpo e poi bloccata, ciò provocava lo strappo di muscoli e la rottura delle ossa delle braccia. Altra tortura molto presente nei documenti era la
"pulizia dell'anima", questa più che una tortura era proprio un atto dovuto, se mi posso permettere il termine, dal momento che l'anima di una strega o di un eretico si credeva corrotta e sporca, andava allora pulita, prima del giudizio le vittime venivano forzate a ingerire acqua calda, carbone e sapone, la famosa frase "sciacquare la bocca con il sapone" risale proprio a questa tortura, non di meno si può dimenticare "l'annodamento", tortura specifica per donne, si attorcigliavano i capelli a un bastone dopodichè robusti uomini ruotavano l'attrezzo in modo veloce, provocando enormi dolori, in alcuni casi si arrivava a togliere lo scalpo. Risparmio al sensibile lettore di continuare in questo macabro elenco, ma assicuro che la lista sarebbe ancora lunghissima. Rimane il fatto che per terminare questa immane sofferenza l'imputato confessava ed era sicuramente meglio morire che continuare a patire in questo modo. La verbalizzazione di confessione portava quasi sempre il segno di croce come vera e propria firma, visto che era quasi sempre il popolo che cadeva sotto la ferocia dell'inquisizione. La sentenza di condanna o di assoluzione veniva emessa dall'inquisitore generale e dal vescovo competente, anche se l'ultima parola spettava sempre alla Congregazione Romana. Le pene non si concludevano sempre con la condanna a morte, a chi andava bene "pagava" spiritualmente con l'obbligo di partecipare a messe varie e rosari, ad altri toccava di pagare moneta suonante, tale pena toccava spesso agli ebrei che sapendoli ricchi e benestanti venivano dissanguati dei loro averi, non si disdegnava come pena nemmeno l'esilio perpetuo o temporaneo, la pubblica fustigazione, la condanna ai remi per alcuni anni sulle navi pontificie e il carcere secolare. La Garfagnana però può ritenersi fortunata. Nei primissimi anni del 1600 conosciamo solo cinque procedimenti e solo due contemplavano l'accusa di stregoneria, il più famoso rimane quello riferito alle streghe di Soraggio(per leggere la storia clicca qui http://paolomarzi.blogspot.itle-streghe-di-soraggio-un-processo-di.html) . Per il resto, in tutto il restante secolo sono circa trecento i processi svolti a carico dei garfagnini. Le accuse variavano, dalle bestemmie, al possesso e lettura di libri proibiti, all'inosservanza dei precetti della Chiesa, bigamia, sollecitazione erotica. Per
La lista dei libri proibiti
dal Sant'Uffizio
quanto riguarda i possedimenti lucchesi, i procedimenti sono solamente quattro, tre dei quali colpiscono Minucciano e uno, una garfagnina abitante a Lucca, anche in questi processi la stregoneria era estranea. Ma fra tutti questi poveri diavoli ci fu un personaggio particolare ad essere accusato di preposizione ereticale, lui era Fulvio Testi (n.d.r: a cui è intitolata la via principale del centro storico di Castelnuovo), pochi forse conoscono questo personaggio che fu Governatore di Garfagnana dal 1640 al 1642, anch'egli poeta, proprio come il suo più illustre predecessore Ludovico Ariosto. Infatti fu lui a prendere il suo posto nella rocca castelnuovese. Fulvio Testi fu un personaggio scomodo, molto vicino più ai Savoia che ai suoi "padroni" gli Estensi, in aggiunta era pure di idee anti spagnole (nazione cattolicissima...)e forse proprio per questi motivi rimase nelle maglie del Sant'Uffizio quando era reggente di Garfagnana. Correva il mese di marzo, anno di grazia 1641, quando venne inviata dal Vicario Sanzio Corsi una lettera all'inquisitore modenese Padre Giacomo Tinti da Lodi, questa missiva riportava le confidenze del capitano di Camporgiano, dove secondo lui, il governatore Testi avrebbe affermato: -
che sia lecito a un principe o altro signore far ammazzare chierici (n.d.r: uomini di chiesa)di qualsivoglia sorte senza peccato per buon governo, e che così gli aveva detto un teologo-. Nonostante tutto questa vicenda non finì in un processo, sappiamo bene come vanno le cose e oggi come ieri il peso politico conta e contava sempre...La suddetta lettera parti senza dubbio verso Modena e verso il padre inquisitore, ma insieme a quella furono mandati in dono a quanto pare "un quartuccio di
Fulvio Testi
ritratto di Francesco del Cairo
cappari minuti"
, l'inquisitore fu "preso per la gola" e la severità con cui di solito operava fu calmata con l'ingordigia e la...ragion di stato. Al povero Fulvio Testi comunque le cose non andarono bene negli anni che seguirono. Le sue simpatie filo francesi verso la casa savoiarda furono scoperte nel 1646 dal duca di Modena e per questo imprigionato nella fortezza cittadina con l'accusa di alto tradimento, li troverà la morte sette mesi più tardi. Ma questa è un'altra storia, rimane il fatto di una verità assoluta, quando si dice che la più grande arma di distruzione di massa è l'ignoranza...



Bibliografia:

  • "Historia critica de la inquisicion de Espana" 1817, Juan Antonio Llorente
  • Archivio Statale di Modena
  • "L'inquisizione in alcuni territori estensi in particolare riferimento alla Garfagnana" di Elena Pierotti
  • "Ursolina la Rossa e altre storie" Oscar Guidi

mercoledì 11 maggio 2016

Le streghe di Soraggio. Un processo di stregoneria (dai clamorosi risvolti) del 1607

Il cinema (quello fatto bene) offre molti spunti per interessarsi e
La Santa Inquisizione interroga
una "strega"

approfondire i più svariati argomenti e l'altra sera come consuetudine mi sono comodamente seduto in poltrona dopo una lauta cena con la più ferma della intenzioni di vedermi un bel film e saltando da un canale all'altro il mio telecomando si è fermato(a mio avviso) in una bellissima pellicola dal titolo "La seduzione del male", un film del 1996 con un'ottima Winona Rider nel ruolo di Abigal Williams che interpreta una presunta e malefica strega. I fatti si svolgono nel 1692 nella cittadina americana di Salem(Massachussets), dove alcune giovani donne vengono accusate di stregoneria, strappate alle famiglie e processate. Alla fine del film queste vicende mi sapevano di storie già viste o perlomeno lette va a sapere dove e mentre ormai ero nel mio letto con un occhio ormai chiuso e l'altro aperto, la mia mente continuava a pensare...ecco l'illuminazione! Mi alzo repentinamente, vado a consultare la mia libreria ed eccolo lì.Eccolo li quel libro del professor Oscar Guidi che racconta proprio di un processo di stregoneria avvenuto in Garfagnana nel XVII secolo che ricalca verosimilmente proprio la trama di quel bel film e nonostante la tarda ora comincio a leggerlo...Quello che adesso andrò a raccontare non è frutto di fantasia ma è pura realtà e questi accadimenti rimarranno registrati dal Sant'Uffizio con l'intestazione de "Le streghe di Soraggio".
La chiesa di San Martino di Soraggio
La storia ha inizio nell'estate del 1607 quando il rettore della chiesa di San Martino di Soraggio (nel comune di Sillano) Joannes Paninius si reca in tutta fretta e alquanto allarmato dal vicario del Sant'Uffizio per la provincia della Garfagnana, tale padre Lorenzo Lunardi che risiede nel convento di San Francesco situato tra Pieve Fosciana e Castelnuovo. Il presbitero Joanness è agitato, quasi sconvolto e come un fiume in piena si sfoga e dice al padre inquisitore che nella sua parrocchia esistono almeno sessanta casi di persone "maleficate" e spiritate e senza esitare fa i nomi di quattro persone da lui individuate come streghe che sarebbero la causa di tutto questo. Si tratterebbe di Lucrezia moglie di Biagio dalla Villa di Soraggio, Jacopino di Luca da Brica, Maria di GiovAntonio frate da Brica e Maria già moglie di Francesco Cappa anche questa di Brica. Padre Lunardi è perplesso e dice al prete quali siano gli indizi a carico di questi individui per essere accusati del gravissimo reato di stregoneria, senza esitare il rettore di Soraggio risponde e ritiene che i nominati siano parenti o quantomeno discendenti di persone che sono in grado di compiere malefici e a confermare ciò ci sarebbe anche un cospicuo numero di testimoni, poi aggiunge che questi quattro miserabili quando incontrano un religioso per strada abbassano impunemente gli occhi per non incrociare il pio sguardo dei preti,ribadendo che più chiaro segno di colpevolezza di questo non ce n'è. Insomma secondo il prete è l'ora di far cessare queste stregonerie, sopratutto per salvaguardare le devote donne del paese costrette a subire esorcismi in continuazione, le quali in questi casi emettono grandi urla durante le preghiere.
L'emblema della Santa
Inquisizione 1571
Padre Lunardi è ormai convinto e il 3 luglio è nella canonica di Soraggio per ascoltare i testimoni su queste demoniache presenze. Comincia con Anastasia di Francesco di Villa Soraggio vicina di casa di Lucrezia presunta strega. La notte infatti i suoi figli la chiamano in continuazione ma lei non risponde, così ritiene che sia via con le streghe - imaginandomi che all'hora sia in stregaria- e alla sua domanda dove avrebbe passato la notte ella risponde vagamente di stare fuori a vegliare
Tocca poi a Lucia moglie di Francesco anche lei di Villa Soraggio che sempre a proposito di Lucrezia dice di averla incontrata una volta in località Canale e toccandogli la gamba così le disse - Oh la bella gamba che tu hai-, quasi immediatamente sulla gamba si formò un grosso livido, da quel momento si è sempre sentita la vita tutta travagliata, aggiunge inoltre di essere stata posseduta dal demonio per otto lunghi mesi, prima di essere stata risanata per grazia di Dio durante le quarantore della passata Quaresima, proprio nel momento della guarigione viene avvicinata dall'altra imputata Maria di GiovAntonio che così gli aveva detto - Figliuola no' aver più paura per l'avenire perchè se dirai la matina di bon hora 4 Pater Noster e altre tante Ave Maria no sarai più maleficata-
I testimoni continuano, una certa Antonia, moglie di Andrea Giovanni di Metello dice che una volta ha sentito Jacopino di ritorno alla messa pronunciare queste parole:-L'anima mia è spedita- e sempre su Jacopino vengono riferite altre accuse, infatti nel gelso che è vicino alla casa di Francesca di Francesco Ramella di Brica, l'imputato avrebbe piantato un chiodo nella radice facendo quindi un rito di fattura alla figlia di Francesca, la conferma di questo sta nel fatto che quando finalmente tolsero il chiodo dalla radice la povera piccola: -...faceva grandissimi strepiti ed urli bestiali, e poi era guarita. Lo Jacopino avrebbe minacciato di una malia Lucia figlia di Marco di Brica, ma sopratutto avrebbe insistentemente invitato Angiola figlia di Bartolomeo di Villa Soraggio ad andare con lui in stregaria promettendole gusti e piaceri, come di soni, canti, balli, cibi delicati e coito a gusto mio...-
Giuliano di Giovanni, un falegname di Metello invece è certo di avere la moglie "affatturata" poichè quando la sua consorte incrocia Maria di GiovAntonio comincia a sentire forti dolori e spavento.
Anche Battista Panini ha la sua da dire, infatti anche la figlioletta di due anni è maleficata e grande fu lo spavento quando
Torquemada, uno degli
inquisitori
più famosi al mondo
aprendo la porta di casa poco prima dell'alba si trovò dinanzi una moltitudine di animali, secondo lui però non erano dei veri e propri animali:-...ma malefichi streghi che volessero venire a far morire quella mia figliuola- di questo ne era sicura perchè alcune donne impossessate avevano detto che quella stessa notte sarebbero venute a casa sua per terminare il maleficio iniziato sulla sua bimba e gli dissero che tale maleficio era stato iniziato dai quattro imputati.

Da Modena richiedono ancora ulteriori e nuove testimonianza e a queste accuse se ne aggiungeranno ancora molte altre. Altri incontri poi avvengono fra la metà di agosto e quella di settembre, sempre nell'anno di Grazia 1607 e questa volta riguardano le discendenze di alcuni di loro, in particolare  la mamma di Jacopino,la Filippa e di Maria GiovAntonio,la Catalina.
Il 6 luglio il solerte Padre Lunardi, raccolte le testimonianze trasmette il fascicolo a Modena all'inquisitore generale Padre Serafino Borra di Brescia e per timore di fughe da immediato ordine di cattura per i quattro accusati. I quattro vengono così arrestati e condotti a Modena via Castelnuovo e Frassinoro dove vengono messi a disposizione della Santa Inquisizione. Nel tragitto verso Modena un soldato avrebbe perfino raccolto anche alcune confidenze compromettenti di Maria di Francesco Cappa che avrebbe stramaledetto la coimputata Maria di GiovAntonio perchè era stata accusata per causa sua:- la quale invece era davvero strega perchè sa bene conciari et guariri dilli amalati et li oppongono che va via a cavallo sopra un caprone in un luogo chiamato Pradaria (n.d.r:Pradarena?)- .
Una volta giunti a Modena i quattro disgraziati vengono rinchiusi nelle prigioni ducali, gli interrogatori cominceranno il 23 luglio, ma un particolare interessante e fondamentale è da riferire e avviene il 21 agosto a Brica, quando l'inquisitore generale Padre Serafino giunge in Garfagnana nei luoghi dei presunti misfatti per verificare personalmente il caso e gli viene consegnata una lettera da un certo Giovanni. La lettera ha un notevole interesse e farà finalmente luce su tutta la vicenda:

"Molto reverendo Padre Inquisitore

Faccio sapere a Vostra Signoria che quelli poveretti da Soraggio sono stati messi al Sant'Offizio per malignità del prete del detto loco di Soraggio. La causa è che i detti che sono impregioni da Vostra Signoria havevano ditto et parlato d'alcune donne che facevano le spiritate et andavano e vanno di continuo a darsi piacere co detto prete alla sua canonica et per haver scoperto questo, detti poveretti sono stati tribolati come Vostra Signoria sa, et questo lo significo a V.S perchè so che il Sant'Offizio nopersegue alcuno per vendetta, suplicando V.S a liberare detti carcerati sapendo io che loro so' boni christiani"

Non è dato sapere quanto peso ebbe questa lettera per il Padre
La tortura della corda
Generale, fattostà che la lettera fu comunque acquisita negli atti del processo e dei dubbi cominciarono a farsi largo.Ma prima di tutto questo gli interrogatori erano già cominciati, ed erano

veramente duri e si svolgeranno nei mesi che vanno da luglio fino alla fine di ottobre. Tutti gli imputati negano anche quando vengono sottoposti alla tortura della corda che consiste nel sollevare il malcapitato da terra, egli ha le braccia legate dietro la schiena, il carnefice darà dei forti strattoni alla corda stessa che causerà tremende distorsioni e dolorose fratture alle articolazioni. Una delle povere donne (la più anziana) Maria di Francesco Cappa perderà la vita in carcere, il duro regime della prigione e le torture furono determinanti per la sua morte che fu registrata il 18 settembre. Gli altri non mollano e non confessano nessun reato, vengono però condannati a penitenze varie, la più grave colpì Jacopino che fu esiliato da Soraggio per due anni mentre le due donne per un solo anno. 
Non c'è che dire, senza quella lettera i quattro sarebbero stati dati alla fiamme, il rogo sarebbe stato la loro pena capitale. Le reazioni in paese dopo i fattacci furono veementi, i parenti e la gente del luogo reagiranno in malo modo, il rettore Joannes Paninius verrà minacciato più volte di morte.Gli atti di questo processo sono ancora oggi conservati presso l'Archivio di Stato di Modena.


Una parte dei numeri della
caccia alle streghe in Europa
Una storia dei secoli bui questa, dove imperava ignoranza e credulità. In quel tempo risulta assai chiaro in quale clima sociale nascevano denunce che potevano portare alla morte di persone innocenti, come in questo caso che un religioso probabilmente per coprire uno scandalo che lo vedeva coinvolto non esitò con la collaborazione di alcuni abitanti del luogo  a fare incarcerare, torturare e condannare anime affidate alla sua cura. Ricordiamo che la "caccia alle streghe" durò per ben cinquecento anni, erano campagne ben organizzate finanziate ed eseguite dalla Chiesa e dallo Stato, fu un vero e proprio eccidio che portò alla morte nove milioni di persone innocenti(l'80% di questi erano donne e bambine).