mercoledì 13 novembre 2019

Sulle orme di Pietro da Talada, un pittore del quattrocento in Garfagnana

Adesso l'Appennino ne segna il confine geografico fra le provincie
Il trittico di Borsigliana
di Lucca e quella di Reggio Emilia, fra la Garfagnana e la Valle del Secchia e il passo di Pradarena è il suo punto di passaggio, ma al tempo di Pietro da Talada questi territori erano un tutt'uno sotto il dominio estense, ma già nel 1145 queste terre erano legate sotto la famiglia Dalli, potente famiglia feudataria che dalla Garfagnana andò in terra reggiana ottenendo in feudo, Piolo, Busana e proprio Talada, terra natia di Pietro. Ma chi è Pietro da Talada? La domanda che pongo per molti 
fra storici e esperti d'arte può essere irriverente, ma per altri ancora questo nome può essere sconosciuto, nonostante che dal mio punto di vista sia il più grande pittore che abbia mai praticato nella nostra valle, lasciando in Garfagnana opere di inestimabile bellezza e valore. Negli ultimi anni grazie a Dio c'è stata una forte riscoperta di questo artista, alcuni libri come quello dell'amica Normanna Albertini (n.d.r:Pietro da Talada- un pittore del quattrocento in Garfagnana) lo hanno riportato agli onori che gli spettano, ma il suo oblio vero e proprio cessa nel 1963 quando Giuseppe Ardinghi (pittore lucchese)dimostra che è lui
l'autore del trittico che ancora oggi si può visitare nella chiesa di Santa Maria di Borsigliana (Piazza al Serchio), opera attribuita fino a quel tempo a Gentile da Fabriano. A fugare ogni dubbio è il ritrovamento di un inventario, dove viene recuperata la precisa descrizione della Madonna del bambino di Rocca Soraggio e per la prima volta compare il suo nome : "Hoc opus f...fieri Joannes Celasbarius de Soragio (n.d.r: committente)1463. Et pictus fuit
Il basamento con la firma dell'artista
(foto tratta dal sito news-art.it)
Petrus de Talata" .
Di qui comincia la storia di Pietro da Talada meglio conosciuto come il Maestro di Borsigliana.

Siamo in quegli anni che il ducato di Ferrara è retto da Ercole I
(1471-1505), il duca ne ha perse molte di guerre, ma nonostante tutto la sua fama di mecenate rimane intatta. Già con il duca Niccolò III d'Este la corte estense è fra le più raffinate in Europa, poeti e scrittori di fama si esibiscono nelle reggie del ducato e questo naturalmente non si ripercuote nella sola Ferrara ma anche in tutto il resto del regno, di questo rinascimento artistico ne risentirà anche lo stesso Pietro, pronto a divulgare la sua arte in quell'angolo di reame sperduto che si chiama Garfagnana. Borsigliana, Corfino, Camporgiano, Soraggio, Capraia, qui, in questi luoghi la sua arte trova compimento, in quella civiltà contadina tutta stretta intorno alla propria chiesa, pronta a sacrificare qualche denaro per abbellire questi luoghi di culto. Del Maestro di Borsigliana si sa poco e niente, della sua vita si sa solo il luogo di nascita, quella Talada anch'essa sperduta nell'Appennino reggiano e se si vuole molto simile a quella Garfagnana dove lui operò: terre agresti, fatte da gente semplice dove lo scorrere delle ore è scandito con i tempi
Talada (Reggio Emilia)
della natura. Del resto della sua esistenza rimangono alcuni misteri a cui purtroppo non daremo mai risposta; infatti molti storici dell'arte si domandano com'è stato possibile che un pittore dalle così umili origini abbia creato opere di cotanta bellezza e perfezione, probabilmente era andato a bottega. Non si poteva prescindere da questa regola, non esisteva un artista autodidatta o che potesse lavorare in solitaria. La bottega era il luogo dove si apprendeva e dove il maestro insegnava il mestiere, si, il mestiere, in quel tempo la parola artista era una parola vaga, un pittore come Pietro da Talada era considerato un mestierante, un artigiano, alla stregua di un falegname o di un orafo, insomma qui si imparava il lavoro manuale e i primi lavori erano quelli di addottrinarsi a tritare e ridurre in polvere i colori, cuocere le colle, triturare i gessi; il passo successivo
La bottega di un'artista
dell'allievo sarebbe stato quello di copiare le opere del maestro e accompagnarlo nei luoghi di esecuzione, pensiamo poi che un apprendistato del genere non si svolgeva in poche settimane, ma bensì in anni, poteva durare da tre a sei anni e spesso il giovanotto pagava per lavorare a bottega. Tutto però era organizzato in maniera perfetta e gerarchica: il maestro, gli assistenti e gli apprendisti e siccome in questo campo si maneggiavano i colori, i pittori erano iscritti alla solita arte dei medici e degli speziali. 

Lo stile pittorico in cui si specializzò Pietro, era fuori dal tempo, era quel tardo gotico lontano dalla realtà sociale dell'epoca. Eravamo in epoca rinascimentale, le pitture cercavano la corposità degli oggetti, la prospettiva, la proporzione e l'attenzione ai paesaggi naturali, mentre il tardo gotico si caratterizzava per una direzionalità verticale, con figure allungate e diafane e con ricchezza di decorazioni e ornamenti, spesso i temi trattati da questo stile erano prevalentemente religiosi e le più volte il supporto preferito su cui dipingere erano le tavole. Anche il maestro di Borsigliana  preferiva dipingere su tavola. Le tavole migliori per dipingere erano di pioppo, di tiglio o di cipresso, assolutamente non il castagno, albero di cui era ricca la Garfagnana, poichè il tannino contenuto avrebbe alterato sicuramente i colori. Da queste tavole ecco nascere l'opera per eccellenza di Pietro da Talada: "il trittico di Borsigliana", un'opera magnifica,
Particolare del trittico
di Borsigliana
unica, al 
centro protagonista principale è la Madonna che mostra un fiore e il Bambino Gesù con una tunica verde (a quanto pare in origine la tunica era rossa) in piedi sulle ginocchia della madre, ai lati San Prospero (patrono di Reggio Emilia)in abiti sfarzosi e San Nicola. In alto sono raffigurati l'arcangelo Gabriele, Dio Padre in mezzo agli angeli e Maria Annunziata seduta su una costruzione, in basso i dodici apostoli sono ben evidenti. Questo splendore è l'unica delle opere di Pietro che nel corso dei secoli è giunta intatta fino ad oggi. Eppure anche lei aveva rischiato una brutta fine, eccome... Alla fine del 1800 il capolavoro fu venduto illegalmente da un antiquario romano, fortunatamente fu poi recuperato alla frontiera svizzera e riportato a Roma, da li cominciò un peregrinare infinito di oltre trent'anni tra Firenze e Roma, nel 1921 però ritornò finalmente alla sua parrocchia di origine, ma le sue tribolazioni non finirono, dal momento che alla fine degli anni trenta del '900 il trittico fu
La chiesa di Santa Maria Assunta
dove si trova il
 trittico di Borsigliana
ritirato dalla sovraintendenza delle Belle Arti di Firenze per un restauro, il tempo che scorreva e i successivi eventi bellici lo fecero definitivamente tornare a casa nel 1947. Se si vuole stessa fortunata sorte non toccò a quello che in origine era un altro trittico e che oggi è conosciuto come la Madonna con bambino 
(sul quale, come abbiamo letto, si trovò la firma di Pietro). Al tempo si trovava nella chiesa di Rocca Soraggio, quando dei delinquenti incalliti la rubarono e ne fecero scempio: dapprima i due "laterali" che rappresentavano San Pietro e San Giovanni Battista furono sezionati dalla stessa tavola centrale, successivamente lo smembramento continuò, furono ulteriormente tagliati altri trenta centimetri, eliminando così la famosa firma e la data di creazione, oggi la tavola si trova al
La Madonna con bambino
di Rocca Soraggio
oggi a Lucca
museo nazionale di Villa Guinigi a Lucca. Una curiosità invece spicca in un'altra opera di Pietro da Talada, qui basta andare all'eremo di Capraia (Pieve Fosciana) e guardare il dipinto, si può vedere Maria che insegna a leggere al piccolo Gesù; la Vergine tiene in mano un libro, aperto sulla pagina del Magnificat, mentre il Bambinello unisce vocali e consonanti su una tavola di legno. Le curiosità su questo artista non finiscono però qui, questa è venuta fuori grazie ad una nuova tecnica ultramoderna: l'imaging multispettrale, che non è altro che una radiografia ad intensità luminosa. Ebbene, dopo un indagine approfondita su una tavola raffigurante San Giovanni Battista (conservata alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca), ecco scorgere un "pentimento" di Pietro, che cambiò idea sulla posizione in cui disegnare la piegatura della veste del santo. Fra l'altro, curiosità nella curiosità, questo San Giovanni Battista non sarebbe altro che un "pezzo" rubato della Madonna di Rocca Soraggio, ricomparso miracolosamente anni dopo sul mercato dell'antiquariato internazionale e acquistato regolarmente dalla Fondazione stessa.
San Giovanni e
il pentimento
della veste

Una storia misteriosa quella di Pietro da Talada, una storia che si perde nei meandri del tempo e che diventa quasi leggenda, un pittore  dalla spirito quasi francescano che dipinge fra i poveri e per i poveri, non nelle grandi città rinascimentali, non fra le grandi signorie del tempo, ma fra la gente umile, abituata alla fatica e che realizza questa opere in chiese solitarie e sperdute. Capolavori per un popolo di boscaioli e pastori, un pugno di opere che ci fanno capire la levatura di un pittore prodigioso che qualcuno ha definito uno dei più grandi artisti del nostro tempo. 


Bibliografia:
"Pietro da Talada- un pittore del quattrocento in Garfagnana" di Normanna Albertini. Garfagnana editrice 2011



mercoledì 6 novembre 2019

Famiglie, guerre e alleanze... l'epico medioevo in Garfagnana

Sarò subito chiaro fin dall'inizio con il mio caro lettore,
Sullo sfondo la fortezza delle Verrucole
(foto tratta da cantiereestense.it)
l'argomento che affronteremo riguarda la Garfagnana medievale, e la storia medievale come ben si sa, in barba agli insigni storici pluri laureati, e di una noia terribile, sopratutto se spiegata così: "Rispetto al passato, ora si fa un uso più consapevole di termini quali “feudalesimo”, “signoria” e “territorialità” per illuminare l’enorme complessità dei veri rapporti di potere. La questione dell’incastellamento rientra perfettamente nella dinamica discussa. Il risultato è un quadro interpretativo estremamente efficace come modello globale, sebbene di per sé sia ormai troppo complesso per tenerlo a mente nella sua interezza per più di pochi minuti" Cosa, che, come ??? Per l'amor di Dio, tanto di cappello all'illustre professore che avrà affrontato così il tema della Garfagnana medievale a un folto pubblico di altrettanti illustri professori; ma la storia, se si vuole che la gente "comune" si appassioni anche al proprio passato va esposta in maniera totalmente diversa, specialmente su argomenti che hanno una maggior difficoltà di comprensione. Si, perchè il medioevo era un
Fortezza delle Verrucole
(foto di Lisa Mazzei)
intersecarsi di famiglie, discendenze, guerre, alleanze in cui uno difficilmente riesce a raccapezzarsi. Basta guardare la Garfagnana...Gherardinghi, Suffredinghi, Rolandinghi... no, non è uno scioglilingua, erano le potenti famiglie medievali che avevano in mano tutta la valle. Insomma, capirete voi... comunque niente spavento, proverò a raccontarla io, alla mia maniera, un po' di storia medievale garfagnina... con una raccomandazione però, non fate leggere questo articolo a qualche storico che "qui novit omnia" (ovverosia: che tutto sa), toglierebbe l'amicizia a voi e a me taccerebbe di superficialità e faciloneria (però alla fine qualcosina avrete capito)... Comunque sia; siamo in quei tempi che il valore della persona si misurava con la forza, la Garfagnana medievale era la mecca ideale per ogni avventuriero, d'altra parte i Longobardi erano caduti e la definitiva vittoria dei Franchi, nuovi regnati d'Italia, aprì nuovi scenari in tutta la Valle del Serchio (e in Italia in genere), ecco che allora per la prima volta la Garfagnana venne divisa in svariati territori con al comando potenti famiglie feudali comandate da personaggi come Gherardo di Gottifredo, dal quale derivano appunti i Gherardinghi, signori di Verrucole; Vinildo di Froalmo signore di Careggine; Ugolinello capostipite dei nobili di San Michele; tal Donnuccio dei Porcaresi signore di Trassilico e un non meglio identificato Cellabarotti
La rocca di Trassilico
(foto di Daniele Saisi)
signorotto con possedimenti in Castelnuovo, questi (insieme ad altri) faranno il bello e cattivo tempo in Garfagnana. "I lor" signori arrivarono un po' tutti alla spicciolata fra il settecento e l'anno mille, videro che qui c'era "buono" e dissero -C'è mio !!!- , spesso non dissero nemmeno niente e in maniera spiccia istituirono posti di blocco, pretesero obbedienza e imposero pedaggi, gabelle e contributi e... il garfagnino? Il garfagnino provò ad alzare la cresta... e il risultato? Nessuno, prevaleva la legge del più forte, pagare e silenzio, così il solco fra la misera gente e il potente di turno diventava sempre più profondo: il signorotto chiuso nel suo castello  e "il povero Cristo" a patire la fame. Dal castello allo stemma il passo fu breve e quindi ogni
Castiglione Garfagnana
stemma un castello e una storia diversa, anche se in linea di massima l'aspirazione di ogni feudatario locale era quella di non avere contatti con il prossimo, se non unicamente in funzione di difesa; difatti in mancanza di guerra le occupazioni maggiori di queste famiglie erano sostanzialmente tre: la caccia (lo svago preferito), la "pappatoria" e...la riscossione dei tributi. A rompere le uova nel paniere ai signorotti ci pensò Federico Barbarossa: il feudalesimo quello piccolo e spiccio era in crisi, l'imperatore aveva spazzato via tutti i potenti di Toscana, era il tempo delle riforme, il Papa rivendicava le sue terre e lui aspirava a un impero universale conteso proprio al papato stesso ...Insomma era venuto il tempo di affilare le armi, non per la caccia stavolta, ora bisognava affilarle per le guerre. D'altronde la Garfagnana era un boccone
Fortezza di Mont'Alfonso
Castelnuovo Garfagnana
(tratta da serchioindiretta.it)
ghiotto, stretta fra due catene di montagne era, ed è un orto chiuso e stuzzicava desideri di conquista, ed ecco allora che dalle montagne circostanti come lupi famelici si affacciarono i modenesi, i lucchesi  e perfino da Pisa e da Firenze si scomodarono, non sembravano però venuti in vacanza, infatti il problema è che tutti questi erano armati fino ai denti, dapprima però un po' tutti fecero gli gnorri e poi con la solita scusa vecchia di milioni di anni: "siamo venuti per proteggere... (o sennò salvare, o al limite vendicare...)", giù botte da orbi, se poi durante la guerra capitava qualcosa da mettere "al sicuro" che male c'era, un souvenir non si rifiutava mai, uno rubava e l'altro parava il sacco. E chi la faceva la guerra per difendere il proprio castello? Direte voi
il castello di Gallicano

l'esercito con a capo il signorotto locale...giusto per metà...bisognava infatti vedere l'esercito da chi era composto. L'esercito era fatto dalla gente comune che abitava all'interno del feudo, d'altra parte se i signori del luogo permettevano ai cittadini di abitare dentro le mura del proprio castello per proteggersi, dall'altra gli stessi cittadini dovevano ricambiare con un servizio di leva obbligatorio, che in barba al servizio militare odierno poteva arrivare anche con l'obbligo di guerreggiare fino al settantesimo anno d'età. In caso di guerra bella tosta allora ci si rivolgeva ai mercenari, ma quelli costavano e il popolo la guerra la faceva gratis. Sicuramente i Gherardinghi (signori di San Romano, Naggio, Vibbiana, Pontecosi, Sillico e chi più ne ha ne metta...)  non ne fecero uso intorno al 1170, quando tali signorotti si scocciarono dei lucchesi e preferirono ad essi i pisani; la pronta minaccia dei lucchesi di demolire castelli e casati ribelli fece ben
La rocca di Camporgiano
(foto tratta da amalaspezia.eu)
presto ritornare sui suoi passi la nobile famiglia che in men che non si dica giurò stabile fedeltà alla città delle mura ottenendone così anche il perdono. Se magari si fosse speso qualche soldino il destino (forse) sarebbe stato diverso. I mercenari , o meglio i soldati di ventura di scrupoli ne avevano pochi e combattevano esclusivamente per il bottino conquistato e per soldi, il tutto era regolamentato da cotanto contratto, dove si stabiliva i termini d'ingaggio: il numero dei soldati da assumere e anche la durata dell'impegno. Per capirsi bene oramai la guerra in Garfagnana era diventata un occupazione alla stregua del come andar per funghi e le nobili casate garfagnine secondo le convenienze sia alleavano a destra o a manca come se niente fosse, fulgido esempio i Suffredinghi, loro possedevano un vasto territorio che comprendeva la Cune, Chifenti, Borgo a Mozzano, Fornoli, Corsagna e arrivava ad
San Michele
(foto di Davide Papalini)
avere possedimenti fino a Gorfigliano e Careggine e giustappunto per continuare a mantenere la loro egemonia su tali terre dovevano appoggiarsi a dei potentati ben più forti che loro stessi e allora ci si "imbarcava" in guerre sanguinarie come quella fra Lucca e Pisa, una guerra che protrasse per tutto il XII secolo e che nel 1149 li vide protagonisti insieme ai lucchesi all'assedio del castello di Vorno presieduto dai pisani, dopo otto mesi d'assedio finalmente la tanto sospirata vittoria che portò a radere al suolo il castello... Nel 1170, gli equilibri erano cambiati e come banderuole al vento ecco che i Suffredinghi si alleano con Pisa nella difesa del castello di Castiglione posseduto a sua volta dai Gherardinghi suddetti, in
Isola Santa villaggio
medievale
sostanza sfido chiunque a capirci qualcosa, quello che però è evidente (e che ha poco bisogno di comprensione) è il capire che queste guerre erano veramente cruente, violente e spietate, basta vedere le armi con cui venivano combattute. L'arma più importante era la spada, compagna fedele più che di una moglie, tant'è che veniva tramandata da generazione in generazione ed era sostanzialmente lo strumento che ti poteva salvare la vita, subì importanti modifiche con il correre degli anni e se prima era larga e a doppio taglio, nel tempo e con il diffondersi di armature più spesse divennero lunghe sottili in modo che potessero penetrare nelle fenditure delle armature stesse. In questi ci si poteva
Richiamo alla difesa
del castello
difendere con lo scudo, che oltre a parare i colpi era un segno distintivo, dal momento che sopra vi erano disegnati i simboli del casato o il simbolo del cavaliere. Micidiale era la balestra, precisa, potente, usata sopratutto all'interno dei castelli, anche l'arco era una terribile arma, la sua freccia poteva essere scagliata fino a trecento metri di distanza e perforare tranquillamente una corazza di maglia, gli arcieri erano dei veri e propri atleti, scoccare una freccia richiedeva forza e l'allenamento doveva essere costante, l'arciere poi era tenuto in grande considerazione poichè non potendo portare lo scudo era il bersaglio preferito degli avversari. Diciamo che queste elencate erano armi professionali, ma come abbiamo letto spesso (e non
Tipico assedio a un
castello medievale
volentieri)combatteva anche la gente comune che abitava all'interno del castello e allora il garfagnin-soldato si armava con quello che trovano per casa e la scure (o il pennato) che normalmente era adibita al taglio della legna per il fuoco di casa si trasformava in arma micidiale, così come la mazza che aveva la potenza di sfondare armature e sopratutto di aprire teste come noci di cocco.

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare e le vicende del medioevo garfagnino naturalmente non si limitano a queste "due righe", il discorso è molto più ampio e (se ben illustrato) affascinante,  ma l'aver dato le luci della ribalta a questo periodo storico poco amato e complesso farà
sicuramente si, che qualche lettore si appassioni a queste periodo storico poco conosciuto e questo per me  sarà come aver vinto la più grossa battaglia che qualsiasi altro cavaliere in arme possa aver vinto nel lontano medioevo.

Bibliografia

  • "Castelli, rocche e fortezze narrano la storia della Garfagnana" Gian Mirola
  • Savigni, Raffaele (2010) L'incastellamento in Garfagnana nel Medioevo: castelli signorili, villaggi fortificati e fortezze. In: Architettura militare e governo in Garfagnana. Atti del Convegno tenuto a Castelnuovo di Garfagnana, Rocca ariostesca, 13 e 14 settembre 2009. Biblioteca / Deputazione di storia patria per le antiche provincie modenesi. Nuova serie (187). Aedes Muratoriana, Modena, pp. 7-51.

mercoledì 30 ottobre 2019

La paura fa novanta...Credenze e tradizioni sulla morte in Garfagnana

Mosè ci racconta che era proprio nel "diciassettesimo giorno del
secondo mese", quello in cui Noè costruì l'arca in attesa del Grande Diluvio. Tale data farebbe riferimento proprio al mese di novembre, mese in cui oggi si commemorano i defunti e fu proprio in onore di quei defunti che Dio stesso aveva annientato, con il fine di esorcizzare la paura di nuovi eventi simili. Da qui in poi, la storia, che è ovviamente sospesa fra religione e leggenda diventa un po' più chiara e ci narra che questo rito nasce dall'abate benedettino Sant'Odilone di Cluny (Francia) che nel 998 fece risuonare le campane a morto dopo le preghiere del tramonto del 1° novembre, offrendo l'ecauristica "pro requie omnium defunctorum", ovverosia "per le anime di tutti i defunti". Un centinaio di
Sant'Odilone da Cluny
monasteri dipendenti da quello di Cluny contribuirono al diffondersi di questa nuova usanza che in breve tempo fu adottata in tutta l'Europa del nord e nel 1311 divenne ufficiale per tutta la chiesa cattolica. Da quel giorno, il due novembre riempiamo i cimiteri di ogni dove, si arriva fino a quelli più sperduti dell'alta montagna garfagnina e proprio quei cimiteri che per il resto dell'anno vengono visitati da qualche vecchietta devota, quel giorno diventano luoghi di aggregazione talvolta becera e maleducata. Ma d'altronde siamo terra di tradizioni e le tradizioni vanno rispettate... Il culto dei morti d'altra parte è dentro la natura umana e i garfagnini questo culto l'avevano ben radicato dentro di sè, come tutte le culture contadine
Gallicano inizi
secolo scorso
dei tempi che furono. Purtroppo negli anni andati le cause di morte in Garfagnana erano tantissime, le condizioni di vita delle fasce più basse erano miserevoli: la fame e condizioni igieniche scarse portavano a percentuali di morte altissime, per non parlare poi della forte mortalità infantile e sopratutto femminile: il parto era una delle maggiori cause e in pratica per tutto l'ottocento la

familiarità con la morte andava a  braccetto con la vita che proseguiva, si moriva difatti più spesso nelle case che negli ospedali. Ed era per questo motivo che anche in Garfagnana si svilupparono credenze legate al triste evento. Esistevano quindi una serie rituali che si protraevano per giorni, mesi e anni a partire dall'usanza "di portare il lutto". Il lutto si distingueva in due categorie: il lutto stretto e il mezzo lutto. Tutto aveva delle regole precise e imprescindibili; il lutto stretto durava sei mesi, più altri tre di mezzo lutto in caso di perdita del coniuge, dei genitori, dei suoceri e dei figli, il periodo si riduceva "solamente" a tre mesi (di lutto stretto) per fratelli, nonni, cognati, generi e nuore. Tale uso comportava gli abiti neri per le signore, ma non solo: questi abiti dovevano essere chiusi, accollati e severi, non si
lutto stretto
potevano portare ornamenti vari e addirittura nei casi più estremi non si poteva nemmeno mostrare il volto che doveva essere coperto da una velina; gli uomini in effetti avevano meno problemi: bastava un nastro nero intorno al cappello, una fascia al braccio ed eventualmente portare una striscia nera sul bavero della giacca. Con il mezzo lutto finalmente si ricominciava a respirare dopo mesi di lacrime e solitudine, l'abbigliamento si modificava e le signore si potevano vestire con colori sobri: grigio, viola e bianco, si potevano rimettere anelli ed eventuali collane, ma sarebbe stato ancora disdicevole partecipare alla feste di paese (questo per entrambi i sessi). Sussistevano altre consuetudini che oggi ci possono sembrare curiose e strambe ma che fino all'inizio del secolo passato erano considerate una prassi, come quella che narra che per ben nove giorni nella casa dello scomparso si ricevevano visite di parenti e amici più e più volte, figuriamoci lo strazio per i "dolenti", che per lo stesso periodo non dovevano nemmeno cucinare, ma siccome dovevano pur campare ci pensavano i congiunti a portare cibi già pronti, una manifestazione d'affetto chiamata "consolazione". Quella che noi oggi considereremmo un'altra stranezza era quella 
di mettere una
Un vecchio funerale
moneta in tasca al povero defunto, infatti oltre al classico rosario o alla medaglietta di un santo usava mettere anche un soldo che sarebbe servito al morto stesso per pagare il traghetto del fiume Giordano, questo secondo tradizione cristiana, nel rituale pagano il soldo serviva a Caronte per attraversare il fiume acheronteo che divideva il mondo dei vivi da quello dei morti, ma per mollare la povera anima a Caronte o ancor più giustamente a Dio esisteva un'altra usanza tipicamente casalinga che consisteva nel lasciare per tre giorni aperte le finestre o almeno una finestra di casa, perchè si diceva che nei tre giorni successivi alla dipartita del caro estinto la sua anima sarebbe rimasta ancora in casa, in questo modo avrebbe avuto così la possibilità di uscire e di salire in cielo. Sarebbe rimasta ancora in casa, per poi farvi ritorno proprio nella ricorrenza del 2 novembre, secondo quella  tradizione che era chiamata
"Ben dì morti", si diceva che proprio
ogni ricorrenza dei defunti dal cimitero i morti tornavano nelle loro case uscendo dal cimitero in una lugubre fila, vestiti di cappa e cappuccio. Per accogliere le anime dei cari estinti nella case si accendevano i lumi e la mattina si abbandonavano di buon ora i letti per lasciare il posto alle loro anime stanche dopo il lungo viaggio dall'aldilà, proprio per questo motivo si lasciavano anche le finestre aperte per favorire le visite e si tirava la casa a lucido per fare bella figura, era abitudine lasciare delle mondine sul tavolo da cucina in modo che le buon anime si potessero anche sfamare e guai se per quei giorni si chiudevano a chiave cassapanche, armadi o cassetti, il morto in questo modo avrebbe avuto la possibilità di portare con sè qualcosa che si era dimenticato in vita. Anche i bambini venivano coinvolti a pieno titolo in questa ricorrenza e in una sorta di Halloween nostrano andavano di casa in casa a chiedere generi alimentari di ogni tipo
: arance, noci, castagne, in cambio avrebbero pregato per i morti di quella casa. Passato il 2 novembre rimanevano gli altri giorni dell'anno e in questo caso Sant'Agostino spiegava che bisognava continuare a pregare per i morti anche al di fuori dei rispettivi anniversari e così i familiari continuavano le visite al camposanto portando fiori e i cosiddetti "lumini" votivi. Quei fiori hanno una tradizione antichissima che parte da rituali funebri lontanissimi, i fiori sono connessi alla sfera del sacro in virtù del legame arcaico con gli dei, gli dei infatti si potevano placare
offrendo cibo e fiori, il significato cristiano naturalmente si discosta da credenze pagane e ci dice appunto che questo gesto ha un significato di tendere una mano a chi non c'è più: dire "ti penso", "ti voglio bene". C
osì poi come il lumino, anch'esso ha origini a dir poco remote, già gli etruschi e poi i romani accendevano candele sulle tombe e la loro luce era legata alla vittoria del bene contro il male, al trionfo
della vita sulla la morte.

Del resto in qualsiasi modo la pensiamo la morte fa paura, a volte è vissuta come una liberazione, al tempo stesso anche queste tradizioni erano legate dal sentimento principale della vita: l'amore, l'amore perpetuo per un distacco irreversibile dalla persona cara. Usi e costumi che non erano altro che un perpetuarsi della memoria, perchè anche chi muore se continua a vivere nella propria testa non muore mai. 

giovedì 24 ottobre 2019

"La scienza dei poveri". L'uso degli "erbi" nella medicina popolare garfagnina

"Il Signore ha creato i medicamenti dalla terra, l'uomo saggio non
li disprezza". La Bibbia parla chiaro, anche dai frutti della terra si possono trovare rimedi efficaci per la salute del nostro corpo. I vecchi garfagnini questo lo sapevano bene. La terra di Garfagnana è immersa nella natura e la natura stessa oltre agli "erbi boni" da mettere in tavola ne forniva altrettanti per la cura del corpo. Il tempo e la scienza moderna classificò queste pratiche con il nome di "medicina popolare", alcuni detrattori invece non esitarono a chiamarla "la scienza dei poveri". Ma fu proprio questa scienza povera a dare sollievo a dolori e ai malesseri fisici dei garfagnini, infatti, in tal senso la nostra terra era considerata una delle culle della medicina popolare. D'altronde esistevamo le
due caratteristiche principali per sviluppare questa attività: una moltitudine di erbe adatte e... la povertà. I medici erano una rarità e molti dei medicinali basici non erano ancora stati brevettati e quelli che esistevano costavano cari e allora la gente cercava di districarsi come meglio poteva nel complicato mondo medico, curando piccole e grandi malattie con rimedi rudimentali. I migliori "medici" erano gli anziani della casa (o del vicinato), gli eccellenti rimedi e le terapie più efficaci facevano parte del loro bagaglio culturale, erano usanze che si tramandavano da generazione in generazione e l'esperienza e l'osservazione della natura aveva fatto il resto. In effetti questi medicamenti vedono la sua origine dalla notte dei tempi. Il primo requisito che influì su queste usanze fu l'istinto dell'uomo stesso, che individuò e separò le specie delle erbe velenose da quelle mangerecce, in secondo luogo osservando gli animali riuscì a capire ancor di più quali fossero le erbe curative. Purtroppo con il passar dei secoli anche in questo campo, com'è brutta consuetudine (anche ai giorni nostri) ci si rivolse ai maghi "capaci di allontanare tutti i malanni della
terra", spesso con risultati drammatici, a riprova che pure la cosiddetta medicina popolare doveva essere praticata con sapienza. A discapito di questi maghi e fattucchiere ci pensò però Santa Romana Chiesa e se fino a quel momento (anche se con i pericoli che abbiamo letto) la medicina con gli "erbi" era prodigata e praticata, nel XVI secolo subì una brusca frenata: decotti, tisane, tinture ed unguenti vari furono messi al bando, secondo l'inquisizione certe medicine andavano a braccetto con la magia; il Concilio di Trento rubricò tutte le pratiche sanitarie e le cure popolari sotto la voce
l'inquisizione
"Superstitiones", per cui l'arte medica era vietata ai prelati, agli ebrei e alle donne, anche se a onor del vero la stessa Chiesa non disdegnava l'uso delle erbe per preparare potenti sedativi nei processi di stregoneria: la Belladonna e il Giusquiamo agivano sul sistema nervoso e costringevano le imputate a confessare ciò che si sarebbe voluto. Per grazia di Dio i tempi passarono e come sempre dopo la notte torna sempre il giorno e l'uso degli "erbi" per scopo terapeutico riprese auge, proprio grazie a quella Chiesa che prima l'aveva osteggiato. Sono i monaci che con una sorta di ufficializzazione impartirono il sapere delle erbe curative, vennero trascritti in dei Codici di rara bellezza e vennero realizzati giardini di erbe medicinali di tutto rispetto. Fu proprio in quel periodo che in Garfagnana, anche grazie alla sapienza di
questi frati si sviluppò pienamente l'uso delle erbe come rimedio per i malanni. Gli antichi rimedi della medicina popolare fatta con
le erbe e le piante erano tantissimi, alcuni efficaci, altri effettivamente inutili e alcuni se non trattati con dovizia risultavano anche dannosi alla salute, non era nemmeno casuale la raccolta di queste erbe che secondo tradizione garfagnina non potevano essere raccolte in tutti i periodi dell'anno; una buona parte di esse doveva essere selezionata nelle notti di luna piena o in ricorrenze di santi o festività religiose: ad esempio l'alloro doveva essere colto il primo venerdì di marzo, la camomilla il 17 maggio per San Pasquale, mentre una buona parte di esse doveva essere selezionata  tra il 21 e il 24 giugno, non era una scelta casuale o legata alla benevolenza dei santi, il raccolto degli erbi aveva infatti  un fondamento scientifico, dal momento che la maggior parte di queste aveva la sua massima concentrazione dei suoi principi attivi proprio in quel determinato periodo dell'anno. Le loro preparazioni erano molteplici, si passava da un semplice impacco, ai decotti, infusioni, sciroppi, tinture e oli vari. Impossibile quindi elencare la montagna di erbe mediche che abbiamo nella valle, proviamo però a fare un piccolissimo viaggio fra queste. 

Abbiamo parlato qualche riga sopra dell'alloro, ecco l'alloro è un
alloro
vero toccasana, le sue foglie sono ricche di principi attivi dalle proprietà antisettiche, antiossidanti e digestive, ma guardiamo nello specifico e vediamo che una volta le sue foglie venivano essiccate e sminuzzate e se si avevano disturbi digestivi importanti che creavano anche forti mal di testa, bastava versare un cucchiaino di queste foglie d'alloro in una tazza d'acqua, lasciarle riposare qualche minuto, filtrare il tutto e bere, il suo potere anti fermentativo avrebbe liberato sicuramente lo stomaco. La borraggine era invece l'aspirina del tempo che fu, infatti era ed è una pianticella che contiene una buona quantità di vitamina, in particolare vitamina C e sali minerali (sopratutto potassio), buon rimedio quindi per la tosse, inoltre ha proprietà antipiretiche e
la borraggine
sudorifiche, l'antica ricetta diceva che si doveva preparare un vino depurativo, mettendo in infusione le sue cime fiorite in mezzo litro di vino, si filtrava e se ne bevevano tre-quattro bicchierini al giorno, addolciti con un po' di zucchero (se c'era). Una pianta adatta un po' a tutti i mali era il ginepro, questo infatti è un arbusto dalle incredibili virtù. La corteccia di questa pianta veniva bruciata e con la sua cenere mescolata all'acqua si otteneva una sostanza che dava beneficio alla lebbra e alla rogna. In Garfagnana venne usato particolarmente nel XVII
il ginepro
secolo, quando la peste fece una vera e propria ecatombe. Finite queste pestilenze il suo uso fu per malattie ben più leggere e le sue bacche davano sollievo alle bronchite, la loro azione dilata i bronchi favorendo di fatto la respirazione; il loro uso era  poi particolarmente caro alle donne, si dice che regolarizzasse il ciclo mestruale e ne attenuava i fastidi, l'infuso di ginepro era ideale anche per le artriti e i dolori muscolari. Che dire poi dell'Erba di San Giovanni? Tradizionalmente quest'"erbo" veniva utilizzato in olio per trattare ferite e
l'erba di San Giovanni
ustioni, grazie al suo potere antinfiammatorio, cicatrizzante e rigenerativo della pelle, ma non solo, veniva utilizzato anche come disinfettante, a quanto pare aveva anche un'azione antidepressiva. Invece il nome di questa pianticella è tutto un programma; lo conosciamo tutti come "Piscialetto", in realtà si chiama Tarassaco, questa pianta stimola la diuresi e svolge un'ottima azione drenante, utile per le lievi infezioni delle vie urinarie. Ebbene si, non è scherzo ma il
il piscialetto
pungitopo può curare anche l'emorroidi, non certo con le bacche, ne tantomeno con le sue foglie appuntite, ma bensì con il rizoma (n.d.r: modificazione del fusto della pianta): si dice che alleviasse il prurito. Come se non bastasse il pungitopo (oltre che usarlo come ornamento natalizio), la medicina popolare garfagnina lo consigliava anche sotto forma di decotto (amarissimo a quanto si dice) come
il pungitopo
antiinfiammatorio o come rimedio per le gambe gonfie. Chiudiamo con il cosiddetto "cavolo di San Viano" (cavolo montano), erba tipica della zona di Vagli, il suo nome lo prende proprio da questo santo eremita, che abitava nelle aspre montagne sopra il paese, questa pianticella gli fu mandata in dono dal Signore per sfamarlo; il
il cavolo di San Viano
vegetale però non dava sollievo solo alla fame ma aveva un'altra curiosa particolarità, nei tempi lontani le sue foglie erano considerate come un vero e proprio cerotto naturale, infatti se leggermente pestate erano un ottimo cicatrizzante per le piccole ferite, era un toccasana anche per le punture d'insetti.


Insomma, potrei riempire pagine e pagine sui benefici degli erbi garfagnini, d'altra parte la saggezza dei nostri vecchi era infinita come questo sapere antico che si può riassumere tutto in un semplice detto: "l'acqua di monte e l'erbe di campo da tutti i mali ci danno scampo"... 

giovedì 17 ottobre 2019

Il cammino della storia: sentieri di guerra garfagnini, oggi sentieri di pace

La seconda guerra mondiale le oltraggiò, le sfregiò e ne deturpò la
Panchina Monte Rovaio
(Daniele Saisi Foto)
sua candida bellezza. Le Alpi Apuane fino a quel momento erano un oasi di pura natura incontaminata, una concordia di elementi: i suoi boschi, le sue aguzze vette e la sua umile gente, quei contadini e quei pastori garfagnini che su queste montagne trovavano il sostentamento per vivere. Da molti era definito l'Eden in terra. Di queste montagne se ne accorse la poesia per bocca di poeti come D'Annunzio: "...ecco s'indora d'una soavità che il cor dilania. Mai fosti bella ahime, come in quest'ora ultima, o Pania" e prima ancora Ludovico Ariosto che affermava: " La nuda Pania tra l'Aurora e il Noto, da l'altre parti il giogo mi circonda che fa d'un pellegrin la gloria noto" . Ma finì anche il tempo della poesia, del bello, del buono, ma finì sopratutto il tempo della pace. Le acque dei torrenti apuani si cominciarono a tingere di rosso sangue in quel fine estate 1944, il rumore pacifico delle foglie scricchiolanti sotto i piedi fu sostituito dal crepitio dei mitra MP 40 tedeschi, il soave vento fu rimpiazzato dai roboanti Thunderbolt americani, vere e proprie fortezze volanti. Il fronte si attestò proprio li, sulle Alpi Apuane per ben nove mesi, in quel tratto di terra che diventerà conosciuta a tutti come Linea Gotica (per saperne di più leggi: http://paolomarzi.blogspot.com/conosciamo-lalinea-gotica.html). Un fronte di guerra che toccava la sponda di due mari, il Mar Tirreno e il Mar Adriatico. Teatro di guerra, di battaglie
foto Associazione Culturale
 Italia Storica
cruente e di morte, questo era diventata la nostra terra.

Ma nonostante tutto, qualcuno in quei terribili mesi seppe guardare oltre; era l'inverno del 1945 e un corrispondente di guerra americano scrisse così: - Sono nel posto più bello del mondo-; i suoi connazionali avevano fallito da poco un incursione per sfondare la linea, eppure malgrado il tentativo fallito, la sconfitta, la sofferenza per le vite perdute, la penna sensibile di quel giornalista trovò una consolazione che solo la bellezza di un paesaggio come le Alpi Apuane poteva restituire davanti a -quell'arco di stupende montagne-. Fu per questo tragico evento che per la prima volta in assoluto le Panie si mostrarono al mondo intero. Fu un crogiuolo di persone di ogni razza e nazione a presentarsi di fronte all'imponenza delle nostre montagne: i brasiliani della F.E.B, gli afro-americani della 92a Divisione Buffalo, i Gurka nepalesi dell'8a divisione britannica e alle truppe di montagna tedesche della 148a. Questo primo incontro fu l'occasione per questi soldati di
92a Divisione Buffalo
svelare questi monti alla conoscenza dell'intero pianeta e sebbene la morte, il dolore e la sofferenza regnasse, rese comunque consapevoli tutti del valore estetico delle Alpi Apuane, non importava da che parte si fosse, non importava essere nazisti o americani, la bellezza in questo caso rimaneva un valore universale.

Ed era proprio su questi fitti sentieri di queste montagne, nati per collegare i paesi, i casolari e di li ancora ad altri tratturi, ad altre mulattiere che portavano nei boschi e nei luoghi di pascolo, che questi percorsi divennero improvvisamente la via privilegiata per attacchi, ripiegamenti, divennero luoghi di difesa in un connubio di morte e di vita. Oggi questi sentieri esistono ancora e fanno parte della nostra memoria storica: viottoli, stradine, trincee e bunker sono ancora visibili sulle cime delle Apuane che si aprono a panorami mozzafiato, ma non occorre nemmeno arrampicarsi tanto per sublimarsi davanti a tanta bellezza. Ecco allora che questo articolo vuol far conoscere questi sentieri che sono tornati ad essere percorsi di pace, vuole portare il lettore a fare una passeggiata nella memoria. 
Oggi questi percorsi sono chiamati "Sentieri di Pace", una bella pubblicazione del Parco regionale delle Apuane ne identifica ben sette in tutto il comprensorio apuano, io mi occuperò in questo articolo di farvene conoscere due, e cioè di quelli che ho conoscenza personale e quelli che sono legati maggiormente al territorio della Valle del Serchio.
Qui siamo sui passi del Gruppo Valanga, la famosa formazione
Sentiero della Libertà
partigiana garfagnina, e già il nome di questo percorso ad anello ci spiega di cosa stiamo parlando:"il sentiero della libertà". Questi luoghi furono testimoni dello scontro impari fra partigiani e truppe da montagna tedesche superiori in numero ed armi. Il punto di partenza di questa passeggiata è il Piglionico(raggiungibile da Molazzana), appena si arriva a ricordare gli eventi c'è una cappellina dedicata al comandante del Valanga Leandro Puccetti, caduto insieme ad altri partigiani nella famosa battaglia del Monte Rovaio: era il 29 agosto 1944 la formazione partigiana difendeva e presidiava la zona delle Panie, strategicamente importante per i lanci di armi e viveri da parte degli alleati. Per percorrere i sentieri e visitare i luoghi della battaglia bisogna imboccare il sentiero C.A.I n 138 e di li salire fino Colle Panestra (qui siamo 998 metri S.L.M), lo storico villaggio al tempo rappresentava l'insediamento più popolato intorno al Monte Rovaio, le case che ci sono ancora oggi sono tipiche degli
Colle Panestra
(Daniele Saisi Foto)
alpeggi e usate saltuariamente dai proprietari, lo spigolo roccioso dov'è situata la località è chiamato Nome del Gesù. Di qui il percorso esce dalla sentieristica del C.A.I, bisogna quindi proseguire verso sinistra e fiancheggiare la sponda occidentale del monte. Il percorso è agevole fino ad arrivare a Trescola, luogo dove abitava "Mamma Viola", la donna accolse e accudì i ragazzi del Gruppo Valanga mettendo a disposizione casa, stalla e i viveri, consapevole del pericolo che stava passando nel caso in cui fosse stata scoperta dalle forze germaniche. Oggi una lapide sulla parete della casa ricorda le
Lapide sulla casa di Mamma Viola
(foto Quelli che...la montagna)
vicende drammatiche di quel tempo. Da qui il percorso si fa un po' più arduo e in alcuni tratti franoso, occhi aperti quindi. Riprendiamo dunque il cammino seguendo la propria destra cominciando così a risalire il  monte Rovaio, intraprendiamo l'ultimo tratto che terminerà poi sulla panoramica cima del monte (1060 m), qui si apre un panorama strabiliante sul gruppo delle Panie e sul profilo dell'Omo Morto. La bellezza del posto,facendo un po' di attenzione, ci riporta alla cruda realtà della guerra che fu: le postazioni delle mitragliatrici ne sono testimonianza tangibile, ecco allora che sulla cresta sommitale c'è una delle quattro postazioni di difesa dei partigiani, una al centro e le restanti agli estremi nord-ovest e sud -est, un altro avamposto di
Sommità del Rovaio
Daniele Saisi Foto
mitragliatrice si trova anche poco sotto la prima, sul fianco della montagna. Di qui si torna indietro per un breve tratto per il sentiero già percorso,  si devia poi verso sinistra in direzione Casa Bovaio, arrivati qui sembra di fare un salto indietro nel tempo, una capanna con il tetto di paglia è silenziosa testimone del tempo che passa. Siamo adesso nel versante orientale del monte, dove i partigiani tentarono la ritirata verso l'Alpe di Sant'Antonio con gravi perdite, di qui si prosegue verso Pasquigliora, di li non resta che risalire fino a Colle Panestra prendendo il sentiero C.A.I 133 e completare così l'anello. Ritornando poi in auto a Molazzana consiglio di fermarsi in paese, visitate "Il museo della II guerra mondiale".

Arriviamo poi a Borgo a Mozzano, qui a differenza del "Sentiero
Bunker Borgo a Mozzano
Paolo Marzi foto
della libertà" la natura lascia spazio all'ingegneria e all'immane lavoro degli operai della TODT. Ci troviamo davanti a delle vere e proprie opere fortificate conservate perfettamente: bunker, piazzole, camminamenti sono ancora attestazione concreta della guerra. L'itinerario consigliabile consente prima la visita al museo della memoria e di conseguenza alle fortificazioni di Borgo a Mozzano e Anchiano. Infatti dopo aver visitato il museo, 
discendendo la strada Lodovica in direzione Lucca , si possono osservare alcuni siti del fondovalle. Lato strada sono visibili muri anticarro alti due metri e mezzo e a chiudere la valle c'erano e ci sono ancora due casematte sulla sponda destra e 
Postazioni mitragliatrice
Marzi Paolo foto
sinistra del Serchio. Con un accompagnatore del museo si possono visitare i bunker proprio della località Madonna di Mao e Pozzori. Di li in auto, ci si può dirigere verso Anchiano, dall'altra parte del fiume per percorrere le altre postazioni.

Ancora oggi forse non ci rendiamo conto di quello che successe nella nostra valle; la frenesia dei tempi moderni spesso ci offusca la mente su quello che è il nostro passato, ma basta fare una passeggiata attraverso verso questi percorsi per pensare che se oggi siamo quello che siamo lo dobbiamo in buona parte agli eventi che accaddero proprio su questi cammini.



Bibliografia:

  • "Linea gotica e sentieri di Pace nelle Api Apuane" brochure Parco delle Apuane, Apuan Alps Global Geopark e UNESCO. DICEMBRE 2018