mercoledì 14 aprile 2021

Il diavolo e la Garfagnana... Storie fra leggende e presunte verità...

In Garfagnana e in Toscana in genere ci sono molte località che
portano il nome del diavolo o perlomeno ne richiamano la sua presenza: il Ponte del Diavolo, il Canale dell'Inferno, il Sasso del Diavolo e così via... Tutte
 località e luoghi legati ai racconti popolari, alle leggende e alle storie fantastiche. Parrebbe, infatti, che il diavolo conosca bene la nostra terra e i suoi abitanti. A quanto si dice, sembrerebbe che da queste parti il diavolo ha ricevuto sempre delle sonore fregature e questo avvalora la tesi che dice: "un garfagnino ne sa una più del diavolo". Infatti, si ritiene che quando il satanasso debba passare dalla Garfagnana, preferisce attraversarla a grandi balzi. Ma la paura del diavolo nasce da molto più lontano e si concretizzò maggiormente intorno all'anno mille, quando fra gli uomini si diffuse la paura che la fine del mondo fosse prossima. Questo terrore nacque dall'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse di Giovanni che chiaramente profetizzava : "E vidi un angelo che scendeva dal cielo
con in mano la chiave dell'Abisso e una grande catena. 
Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni; 
lo gettò nell'Abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni, dopo i quali deve essere lasciato libero per un po' di tempo". Così la fobia si insinuò nei cuori della gente che cercava ogni segno premonitore dell'imminente fine, perciò si scrutava il cielo, si osservavano gli eventi naturali e il passaggio di una cometa, si cercavano avvisi catastrofici anche in un'eclissi, nella moria di bestiame, in una siccità prolungata o in un inverno troppo rigido, tutte queste sventure sembravano le conferme del pauroso evento e nonostante che la fede cristiana nei secoli passati avesse spazzato via ogni dio pagano, la mentalità collettiva continuava ad essere dominata dalla superstizione con la differenza che gli dei malvagi furono sostituiti dagli emissari dell'anticristo: i diavoli. Probabilmente è da questo momento che il malvagio entra a far parte dei nostri racconti e delle nostre leggende e la sua presenza in queste storie è li inserita per incarnare un vizio, un peccato o una colpa grave e proprio per questo che a tali leggende si attribuiva anche un forte valore educativo, nonchè inibitorio su cui la Chiesa faceva particolarmente leva, quindi chi commetteva un peccato particolarmente grave, chi bestemmiava, chi abusava d'alcol, chi non andava a messa, per lui si sarebbero aperte le porte
dell'inferno. D'altronde l'intento di queste particolari leggende era sempre il solito, punire un comportamento scorretto per la morale del tempo. A conferma di questo, capitava anche che alcuni episodi incredibili assumessero i contorni della verità assoluta, è il caso di una vicenda  accaduta nel 1612 e riportata di Sigismondo Bertacchi nel suo libro "Descrizione Istorica della Provincia della Garfagnana": "Dell'anno 1612, essendo una donna chiamata Caterina Mazzoni da Dalli, d'età d'anni 40 in circa, maritata in Antonio di Bernardino da Orzaglia, dal quale aveva avuto quattro figliuoli, e tal donna era poco osservante de SS. Precetti di Dio. Ella aveva il peccato della bestemmia e quello di non santificare le feste commandate, e per ordinario usare fare le sue bugate (n.d.r: il bucato) ne' giorni festive, et in essi andarle a lavare alla fonte. Avvenne che fattane una in giorno di Domenica, et andatala a lavare, secondo il suo uso, condusse seco alla fontana un paro de vacche, acciò esse mangiassero, mentre essa lavasse la bugata, e mentre ciò faceva, venne una folgore, overo saetta dal cielo, et ammazzò lei, senza che li vedesse nella sua vita male alcuno, e la spogliò nuda, come se fosse allora escita dal ventre della madre; e quella stessa saetta ammazzò anche
una delle vacche. Il marito con il Clero andornò a condurre la donna alla sepoltura, il che fatto, condussero anche la vacca nella Terra. Qui ora nasce la maraviglia. La vacca fu scorticata et aperto il suo ventre vi trovorno tutti i panni della donna, senza aver patito lesione alcuna"
 . Storie legate a personaggi realmente esistiti non finiscono con i fatti riguardanti questa povera donna, ma coinvolgono anche persone garfagnine di alto lignaggio che a quanto pare a suo tempo fecero un patto con il diavolo in persona. Vi vado allora a narrare l'inquietante caso che riguarda il capitano Pietro Cilla, nato a Giuncugnano nel 1776, laureatosi in medicina. Il Cilla aveva ricoperto nella sua vita incarichi importanti sia in ambito militare che amministrativo, infatti durante il periodo napoleonico era diventato comandante generale della gendarmeria e in seguito fu nominato a Castelnuovo "Incaricato per l'economato dei beni nazionali del Dipartimento del Panaro". Proprio grazie a quest'ultima mansione già nei primi anni del 1800 riuscì ad accumulare un ingente patrimonio che si andava a sommare con quello che già possedeva, ma non solo, tale ricchezza aumentò quando assunse su di sè per mezzo dello Stato tutti i beni ecclesiastici, un fatto che naturalmente sia per il popolo che per i religiosi fu poco apprezzato. Fattostà che al momento della morte del Cilla nacque uno spaventoso racconto. Infatti le cronache del tempo riferiscono che il corpo del capitano fosse misteriosamente sparito dalla bara. Ad insospettire i presenti fu l'eccessivo peso della bara stessa che una volta riaperta avrebbe rivelato la presenza di alcune pietre e alcuni pezzi di legno. Il cadavere, a quanto pare, così come la gente del posto diceva, era stato trafugato dal demonio in persona con il quale il Cilla, in vita, aveva stretto un patto per far
accrescere le sue ricchezze in cambio del suo corpo e della sua anima. Rimane il fatto che voci sullo stretto rapporto fra il capitano e il demonio già circolavano da molto tempo quando era ancora in vita, difatti si raccontava di diaboliche feste organizzate nella villa del Cilla stesso, non mancava nemmeno chi lo accusava di rapire bambini e di evocare entità maligne. Ma come già scritto in precedenza in Garfagnana il maligno più che un diavolo era considerato... "un povero diavolo" . Cominciamo con il dire che nel folklore garfagnino il diavolo risulta nettamente in subordine al Buffardello e agli Streghi e che dire poi di quelle solenni fregature che si è preso nella nostra valle? Tanto per riportare il primo esempio va ricordato proprio il fatto che ha dato il nome al ponte più famoso della Valle del Serchio: il Ponte del Diavolo. 
La storia narra che la costruzione del ponte fosse stata commissionata ad un capomastro che era molto preoccupato per i tempi di consegna. L’opera era difficile da realizzare, e l’imminente scadenza lo fece cadere in disperazione, tanto che​​ il diavolo si manifestò proponendo di aiutare il capomastro: avrebbe completato il ponte lui stesso, in cambio dell’anima del primo essere vivente che lo avrebbe attraversato. Stretto il patto, in una notte il ponte fu eretto, ma il muratore si sentì talmente in colpa da correre a confessarsi da un prete che gli suggerì una strategia per rimediare alla sua debolezza: far attraversare per prima una bestia (una versione della leggenda
parla di un maiale, l’altra di un cane). 
Il giorno dell’inaugurazione il capomastro segui il consiglio del prete, e bloccata la folla che entusiasta voleva attraversare il ponte, fece per primo passare un maiale (o un cane). In questo modo il diavolo, sentendosi sbeffeggiato dall’arguzia del capomastro decise di gettarsi nelle acque del fiume Serchio scomparendo per sempre. Per rimanere attinenti a questo
 non ci si può nemmeno dimenticare di quella storia che per protagonisti ha Satana, San Pellegrino e il Monte Forato. San Pellegrino dopo un lungo girovagare, proprio in quelle montagne dove adesso è il paese omonimo, aveva finalmente trovato il luogo dove pregare e fare penitenza. Il diavolo cercava spesso di farlo cadere in tentazione ma il sant’uomo era di animo puro, così il diavolo pensò bene di andare di persona a sistemarlo. Quando arrivò, San Pellegrino stava pregando così intensamente che il diavolo non ebbe pazienza e così gli rifilò un bel ceffone. “Finalmente, ora  la smetterai di pregare!”, disse tra sé il diavolo, ma ecco che San Pellegrino si rialzò e a sua volta gli tirò un bello schiaffo! Il diavolo, preso alla sprovvista e soprattutto colpito da un ceffone davvero potente,
fu addirittura sbalzato in aria, attraversò tutta la valle ed infine si schiantò sulla montagna, passando dall’altra parte e lasciando un grandissimo foro che creò quello che oggi è conosciuto come Monte Forato. Insomma, le storie riguardanti diavoli e demoni in Garfagnana e nella Valle del Serchio pullulano e da questa consuetudine non sono esenti nemmeno le Alpi Apuane e tanto per citare alcuni episodi posso raccontarne un paio davvero singolari. Si narra di un sentiero dimenticato fra le selve in quella che un tempo era una via di comunicazione importante fra Garfagnana e Versilia, ebbene, si dice che di li anche le bestie si rifiutavano di passare, poichè tra quelle pietre si trova la cosiddetta "culata del diavolo". A quanto pare su quel terreno si trova nitida l'impronta di un culo, con accanto tre fori che dovrebbero corrispondere al forcone di cui il diavolo è in possesso. Proprio in quel punto di passaggio il demone cercava anime da fare sue, ma un bel giorno fra le rocce gli sembrò di scorgere la Madonna, tanta fu la sua paura e il suo timore che scappò a gambe levate ed inciampò fra quei sassi, lasciando l'impronta del sedere e del forcone che teneva in mano. Particolare è anche la vicenda che ha portato in dote il nome a quello che oggi è una delle vie che portano alla Pania della Croce: il Canale dell'Inferno. Era da tempo che il diavolo stava arroccato sul Pizzo delle Saette, da quel punto infatti poteva vedere bene tutte le anime che arrivavano sulla vetta della
Il canale dell'inferno
 Pania. La sua presenza era celata da un grande mantello nero che gli serviva per sorvolare da una parte all'altra le cime delle Apuane. Un mattina un prete portò una sua processione sulla cima della Pania, da li poteva impartire la benedizione su tutte le cime vicine. Il maligno non la prese bene, anzi si arrabbiò tantissimo, tant'è che gettò il suo mantello che andò a cadere proprio ai piedi della Pania della Croce, creando di fatto un solco dove nessuna erba e nessuna pianta ancora vi cresce, questo aspetto portò quel luogo a somigliare ad una sentiero che portava agli inferi. In conclusione, bando ad ogni folklore e a qualsiasi credenza, non rimane che ricordare una sacrosanta e veritiera citazione di William Shakespeare, dove nella sua opera teatrale "La Tempesta" rammentava: "L'inferno è vuoto...tutto i diavoli sono qui in Terra".


Bibliografia 

  • "Gli Streghi, le streghe" di Oscar Guidi, Pacini Fazzi editore, anno 1990
  • "Usanze, credenze, feste, riti e folclore in Garfagnana" di Lorenza Rossi, edito Banca dell'Identità e della Memoria, anno 2004
  • "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi, edito da "Le Lettere", anno 2013

mercoledì 7 aprile 2021

La storica e sciagurata epopea delle strade "garfagnine" (che tutt'oggi continua...)

"La Garfagnana è assolutamente isolata, si trova a sei ore da Lucca,
senza ferrovia, senza tramvia, senza strade comunali. Essendo senza mezzi di comunicazione e non avendo sbocchi artificiali, è povera. La legna dei suoi boschi di castagni e di faggi rimane in gran parte invenduta o è venduta a prezzo vile per l'enorme costo del trasporto
". Queste furono le parole scritte dal sottoprefetto di Castelnuovo in una relazione inviata allo Stato centrale. Era il 1894 e ancora oggi il problema viario affligge in maniera seria la nostra valle e se dopo tantissimi anni questo è ancora uno dei maggiori crucci la dice davvero lunga su quello che è accaduto (o meglio non è accaduto) in un secolo e oltre di tempo. Guardiamo allora di entrare dentro il problema e di capirne l'evoluzione attraverso un illuminante percorso storico.  Partiamo allora nel descrivere la situazione generale delle nostre strade subito dopo la seconda guerra mondiale e già al tempo possiamo vedere che esisteva un'unica strada agevole che collegava la valle con Lucca. Per diversi anni non esisterà una strada per la Versilia e verso Massa; l'Appennino sarà valicabile solo dal Passo
delle Radici; per la Lunigiana esisterà sino alla fine degli anni '50 la sola strada per il Passo dei Carpinelli. La situazione delle strade interne se si vuole era di gran lunga peggiore. Per molti anni a seguire dopo la fine del conflitto diversi capoluoghi di comune erano ancora raggiungibili attraverso mulattiere che d'inverno potevano anche essere impercorribili e le strade asfaltate erano un lontano miraggio. Tanto per fare qualche esempio pratico nel 1956 a Cogna (Piazza al Serchio) gli ammalati o i feriti venivano trasportati a valle legati su una vecchia scala a pioli e tutto quello che occorreva per il trasporto di cose e persone veniva caricato a dorso di mulo. Per avere una sistemazione dignitosa di tutte queste strade e stradine si dovrà aspettare gli anni sessanta del 1900, quando con una disposizione amministrativa molte strade passarono sotto il controllo della provincia. Lo stato di queste strade prima di questi lavori ci diceva che su 170 km di strade interne solo 55 erano asfaltate, per di più la larghezza di queste vie era completamente insufficiente, occorreva poi modificare le
pendenze, rettificare le curve, tutto per una spesa complessiva di due miliardi e mezzo di lire. Ma la storia delle nostre strade parte da molto più lontano ed è simbolicamente rappresentata da un cippo stradale che pochi conoscono e che è situato a Lucca e da tutti è conosciuto come "l'indicatore del Giannotti". Da questo indicatore stradale parte "il chilometro zero" delle strade della Garfagnana (e non solo)e fu realizzato nella seconda metà del 1800. La costruzione (fatta in pietra serena) pare un obelisco, è alto quasi cinque metri ed ha la parte inferiore a base triangolare che si sviluppa verso l'alto in forma conica, sulla sua sommità sono poste delle piastre marmoree che indicano la direzione di vari luoghi e proprio sul lato destro è indicata "la Via per Bagni di Lucca e Castelnuovo". Questi segnali stradali dovevano essere d'aiuto per tutti quei viandanti, vetturini e barrocciai che si
dovevano indirizzare verso l'impervia Garfagnana. In verità il vero intento di questi imponenti segnalatori era un altro e infatti rappresentavano una sorta di monumento autocelebrativo dei Granduchi di Toscana per il fatto di essere riusciti a dare alla Toscana intera un nuovo assetto stradale. Per la Valle del Serchio e la Garfagnana fu invece il punto iniziale di un nuova direttrice viaria, che nel 1928 prese il nome di via del Brennero, una strada statale (SS 12 dell'Abetone)nata per collegare Pisa con il confine austriaco. Nella seconda metà dell'ottocento nacque però come collegamento veloce ai primi insediamenti industriali della piana lucchese che sorsero al Piaggione e a Ponte a Moriano. Questa strada, una volta presa la
direzione del Passo dell'Abetone continuava in quella che era la strada Nazionale n° 39 (oggi SRT 445), la dicitura nazionale era attribuita a tutte quelle vie che valicavano l'Appennino, tanto è vero che una volta attraversati i paesi
 di Calavorno, Ghivizzano, Piano di Coreglia, Ponte all'Ania, Fornaci, Mologno, Ponte di Campia, Castelnuovo, Camporgiano e Piazza al Serchio la strada oltrepassava l'Appennino e continuava verso Mantova in quella che al tempo era conosciuta come la "Livorno- Mantova". Non furono però solo i granduchi di Toscana a dare sbocchi esterni alla Garfagnana, prima di loro ci pensarono gli "illuminati" regnanti di Lucca nella persona di Maria Luisa Borbone che una volta insediatasi sul trono lucchese volle cancellare ogni traccia di Elisa Bonaparte, dando vita così ad un illuminato governo, promuovendo cultura, scienze e soprattutto lavori pubblici. La duchessa Maria Luisa si compiaceva di prendere parte personalmente alla vita del governo e si era tutta infervorita proprio sulle questioni che riguardavano i lavori pubblici e così con un decreto del 25 dicembre 1819 volle dare il via a tutta una serie di lavori istituendo "Il commissariato delle acque e delle strade". Furono reclutati tutti i migliori ingegneri, ognuno con un suo determinato compito e fra questi ingegneri c'era anche il celeberrimo Lorenzo Nottolini.
la Via Lodovica
Bolognana
Purtroppo pochi anni dopo la duchessa morì (1824) e salì al trono suo figlio Carlo Ludovico di Borbone che in qualche maniera prosegui sul solco tracciato dalla madre, continuando in tutta una serie di lavori già intrapresi da tempo. Proseguirono così anche quei lavori per quel tratto di strada che doveva collegare Diecimo e Valdottavo con Ponte a Moriano, mantenendosi sulla sponda destra del Serchio. Stava per nascere quella che anche oggi si chiama "Strada Lodovica", battezzata così in onore del regnante che intraprese la sua realizzazione: Carlo Lodovico. I lavori si prolungarono negli anni fra mille difficoltà, il tratto Bolognana Gallicano fu particolarmente arduo proprio nel punto in cui le pendici del monte Gragno cadono a picco sul letto del fiume Serchio ed inoltre a dare un ulteriore freno ai lavori fu una situazione politica paradossale. Il buon duca, difatti, era fin troppo prodigo e dalle mani bucate, tant'è che riuscì nella mirabolante impresa di far fallire lo Stato, consegnandolo così nelle mani dei (suddetti) granduchi di Toscana che su questo progetto vollero metter freno. E se per avere una ferrovia in Garfagnana ci volle più di un secolo, neanche per la realizzazione delle strade si scherzò poi tanto... Portiamo ad esempio la strada di Pradarena che avrebbe collegato la Garfagnana (Sillano) con l'Emilia (Reggio). Verso la fine del 1947 si parlava di questa strada come la
"nuova Abetone", su questa strada doveva nascere un polo turistico invernale di straordinaria bellezza e che avrebbe fatto diventare questa  un'arteria "di straordinaria utilità economica per le regioni Toscana ed Emilia". Come se non bastasse c'è chi vedeva in questa strada un valido mezzo per portare i turisti emiliani in Versilia... Ebbene di questa strada (il cui progetto iniziale risaliva al 1881), nel 1948 furono costruiti la bellezza di 450 metri. Solo nel 1952 ripresero i lavori e nel 1955 l'allora ministro Romita visitava i cantieri di lavoro. Non da meno la strada d'Arni, anche questo progetto era del 1881, in più alla via di Praderena questa strada aveva il supporto di una legge che la dichiarò "obbligatoria". Era talmente obbligatoria che nel 1914 si dovette riapprovare la sua costruzione e fra il 1915 e il 1917 fu compiuto il primo tratto Castelnuovo- Ponte di Rontano. Fattostà che
Strada d'Arni 
in costruzione
 per tutta una serie di eventi politico-burocratici i lavori si fermarono e ripresero nel 1936, per poi venire nuovamente sospesi con l'inizio della seconda guerra mondiale e ripresi ancora nei primi anni '50. Di questi fatti, se può essere consolante, è che almeno queste strade furono costruite nonostante i tempi biblici di esecuzione. Ci furono anche quelle vie che furono progettate e che (per fortuna) mai videro la luce, come il traforo del Monte Corchia che avrebbe portato "vantaggi ingentissimi", poichè si credeva che dalle solite province emiliane sarebbero venuti frotte di turisti. Che dire poi della Gallicano- Mare? 
Si trattava di un progetto elaborato come tesi di laurea dal giovane ingegner gallicanese Livio Alessandro Poli. La strada doveva partire da Gallicano, arrivare a Fornovolasco, di li inerpicarsi fino al valico di Petrosciana per poi scendere verso il mare e raggiungere Lido 
di Camaiore. Il progetto fu approvato, gli eventi del secondo conflitto bellico mandarono tutto nel dimenticatoio, per sempre. Da non scordare nemmeno la "Forte dei Marmi -Modena", progetto realizzato dall'ingegner Gianni, tale intenzione prevedeva che dall'Aurelia, all'altezza di Querceta, la nuova strada si distaccasse verso le Apuane tramite due gallerie, sotto il Monte Costalunga ed il Monte Forato, per raggiungere Gallicano, da Gallicano poi il tracciato per Fosciandora e il Sillico avrebbe attraversato
Quello che doveva essere 
la Gallicano-Mare
 l'Appennino con una galleria lunga sette chilometri e mezzo, andando poi a congiungersi con la Via Emilia all'altezza di Rubiera. Esisteva poi una "Livorno-Modena",  per non parlare di una ipotetica strada del marmo: "il traforo di Piastra Marina", un tunnel fra il Pisanino e il Monte Cavallo. Insomma, per continuare a scrivere la storia delle nostre strade non basterebbe un solo libro, anzi  a dirla tutta sarebbe più adatto scrivere un romanzo a puntate, di cui però non si vede ancora la parola fine...


Bibliografia

  • La foto di copertina è tratta dall'archivio Fioravanti ed è stata scattata al Casone di Profecchia nei primi anni del 1900 
  • " La Terra Promessa. La Garfagnana nella seconda metà del XX secolo" di Oscar Guidi, edito Unione dei Comuni della Garfagnana, anno 2017
  • "Il Sogno realizzato" di Umberto Sereni, Banca dell'identità e della memoria, anno 2011
  • "Da Lucca a Barga. Storia di viabilità" di Pietro Moscardini da "Il Giornale di Barga", febbraio 2016  

mercoledì 24 marzo 2021

Quando in Toscana il Capodanno era il 25 marzo. Storia di "stili", riforme e di...tanta confusione

Proprio adesso, 24 marzo, mentre stai leggendo quest'articolo se tu avessi vissuto nella Toscana di 270 (e oltre) anni fa ti staresti preparando(covid permettendo) per i bagordi del veglione di fine anno... Se invece vivevi in Garfagnana (fino al 1582) e cioè sotto il Ducato di Modena, il veglione di fine anno lo avresti festeggiato la vigilia di Natale: il 24 dicembre. Naturalmente ai quei tempi non esistevano i festeggiamenti come noi oggi le intendiamo e di veglioni neanche a parlarne, però quello che è vero che l'Italia fino a non molto tempo fa era un'inestricabile guazzabuglio per quanto riguardava il modo di iniziare l'anno. Praticamente si viveva in un capodanno continuo, bastava viaggiare da uno staterello all'altro. Difatti esistevano svariati modi per calcolare l'anno e i più consueti contemplavano due cosiddetti stili legati strettamente alla sfera religiosa. Lo stile dell'Incarnazione e lo stile della Natività, tanto per complicare ancor di più le cose succedeva anche che nel medesimo stile potevano convivere delle varianti significative, c'era ad esempio lo stile Pisano che seguiva lo stile dell'Incarnazione, anticipando però di un anno lo stile Fiorentino,anch'esso basato sull'Incarnazione (quindi un anno datato Anno Dominice Incarnationis MCXXVII, die Kalendarum octubris redatto a Pisa andrebbe datato 1126 ottobre 1°, a Firenze

1127 ottobre 1
°). Troppo complicato??? Niente paura! Adesso vi spiegherò chiaramente tutti i fatti. Le antiche (anzi antichissime) comunità contadine di una volta propendevano di far iniziare l'anno con il principio dell'annata agricola e cioè quando iniziavano i lavori nei campi, difatti il calendario romano di Romolo faceva iniziare l'anno a marzo. Con l'avvento del cristianesimo la musica cambiò e bando a qualsiasi scelta che ognuno facesse sul quando e come cominciare l'anno, si decise che a segnare le svolte del tempo dovevano essere le feste religiose. Così fu, che l'inizio dell'anno da luogo in luogo fu stabilito prevalentemente in due date: l'Annunciazione, ossia il 25 marzo, quando si ricorda l'annuncio dell'Arcangelo Gabriele alla Madonna della nascita verginale di Gesù e il 25 dicembre, il Santo Natale. Le considerazioni dell'epoca dicevano che il ciclo annuale doveva cominciare con il primo atto della Salvezza: con l'Incarnazione di Cristo, il momento in cui "Verbum caro factum est". Dall'altra parte il Natale (che difatti cade esattamente nove mesi dopo l'Annunciazione) legava l'inizio
dell'anno all'apparizione di Gesù, del Verbo in mezzo agli uomini, opzione poi che prevalse nella maggioranza dei casi. A fronte di tutto questo in Italia cominciò il bailamme di date sul giorno in cui far principiare l'anno e così ogni Stato adottò il sistema a loro più congeniale in un intricarsi convulso di giorni che vedevano oltre allo stile dell'Incarnazione e allo stile della Natività, anche (come abbiamo già letto) lo stile Pisano che seguiva lo stile dell'Incarnazione che rispetto allo stile fiorentino (anche questo basato sull'Incarnazione) lo anticipava di un anno. Lo stesso stile Pisano (oltre che a Pisa) era seguito da Piombino, a Roma alcuni Papi lo adottavano altri no, a San Miniato, a Bergamo, a Lucca(in parte), a Lodi (fino al XV secolo) e a Tarquinia. Il cosiddetto stile fiorentino era seguito ovviamente a Firenze, a Ravenna, Novara e Cremona (fino al XVI secolo), nella nostra Toscana trovò consenso a Siena, Pontremoli, Colle Val d'Elsa, Prato e a Lucca (fino al XII secolo). Lo stile della Natività prendeva invece una bella fetta di nord Italia ed era usato a Pavia, Brescia, Alessandria, Crema, Ferrara, Modena(e così anche in Garfagnana), Como (fino al XV secolo), Rimini e Orvieto. In Toscana era applicato alle città di
Pistoia, Massa, Arezzo e Cortona. Ad aumentare tutto questo grande disordine c'erano anche città come Milano, Bologna e Roma, dove questi diversi sistemi convivevano o si succedevano. Ma attenzione, la sarabanda di date non finiva qui, esisteva anche uno stile bizantino che faceva iniziare l'anno il 1° settembre ed era seguito in Calabria, ad Amalfi e a Bari... Ditemi voi come un povero sventurato del tempo poteva capirci qualcosa e anche oggi in tal senso per gli storici e gli studiosi la cosa non è semplice, poichè quando si analizzano documenti antichi si deve tener conto di questa accozzaglia di sistemi. Più previdenti furono gli antichi e saggi romani, anche loro facevano iniziare l'anno a marzo ma perlomeno nel loro vastissimo impero uniformarono per tutti i popoli sottomessi un'unica e sola data: il 15 marzo (successivamente il 1°), il che spiega a noi moderni perchè il nome dei mesi (che al tempo erano dieci) rimandi ancora per etimologia a un loro conteggio a partire da quello che per noi sarebbe il terzo mese (per i romani il primo): settembre il settimo mese, ottobre ottavo mese, novembre il nono, dicembre il decimo. Questo era il calendario romano o anche detto di Romolo o che dir si voglia calendario pre- giuliano. Pre- giuliano perchè un bel giorno dell'anno 46 a.C il buon Giulio Cesare decise la riforma del suddetto calendario, cosicchè, secondo calcoli
astronomici decise di iniziare l'anno non più a marzo, ma con grande spirito di lungimiranza il 1° gennaio (ops... dimenticavo, gli anni naturalmente si contavano non dalla nascita di Cristo, che ancora doveva nascere, ma bensì dalla data della fondazione di Roma), ma non solo, dal momento che c'era volle dedicarsi anche un mese, il mese quintile (cioè il quinto) divenne Julios ossia l'odierno luglio. Fattostà che questa riforma (a cui furono aggiunti gli odierni due mesi mancanti) che prese il nome di calendario Giuliano piacque molto e con alcune variazioni perdurò in tutta Europa per circa 1600 anni, fino al giorno in cui Papa Gregorio XIII stanco di tutto questo gran casino di date sparse per tutta Europa fece proprio come Giulio Cesare più di mille anni prima... Il 24 febbraio 1582 con la bolla "Inter gravissimas" riformò definitivamente il calendario, fissando una volta per tutte (e per tutti !!!) il primo gennaio come suo inizio. Proprio per tutti però no... Questa intimazione non valse per la Toscana e il suo Granducato che con grande caparbietà e tenacia non volle in nessuna maniera aderire a quel calendario gregoriano che adesso era applicato in tutta Europa. Tale e tanta fu la perseveranza del cattolicissimo Granducato e dei suoi possedimenti(vedi anche Barga)che nemmeno il fiorentino Giovanni de' Medici quando giunse al soglio di Pietro (1605) con il nome di Papa Leone X convinse il granduca Ferdinando I ad attenersi al nuovo calendario, nemmanco le giustissime motivazioni del Santo Padre persuasero il regnante
toscano: adottare questo calendario avrebbe significato minori confusioni politiche e uno snellimento dei commerci. Non ci fu niente da fare, per la Toscana l'anno sarebbe continuato ad iniziare il 25 marzo. Le tradizioni, la cultura e le usanze valevano più di qualsiasi altra cosa e allora come non poteva "Fiorenza", la città dei fiori, porre l'inizio dell'anno con l'avvento della primavera e soprattutto, Firenze era la città devota alla Madonna, a lei furono intitolati i templi maggiori, dalla SS Annunziata (dove il capodanno era celebrato con grandi feste al cospetto dell'affresco miracoloso della Madonna stessa), ma anche la stessa cattedrale di Santa Maria del Fiore alludeva (ed allude) alla rinascita della natura e al tempo stesso alla "rinascita" dell'umanità nel giorno dell'Incarnazione. Insomma, da quel momento per tutta la Toscana granducale la disobbedienza papale perdurò ancora per 167 anni, quando un bel dì il granduca Francesco III di Lorena stufo di tutta questa manfrina abolì gli antichi usi e impose anche per la Toscana che l'anno dovesse cominciare il 1° gennaio. Era il 20 novembre 1749, con il 1° gennaio 1750 iniziò per tutto il Granducato (c
ome era già in uso da molto tempo in molti
altri stati italiani e stranieri)
 la nuova conta degli anni. Le motivazioni che portarono l'illuminato granduca a questa sofferta decisione furono assolutamente tutte giustificate e al passo con i tempi, innanzitutto volle dare un uguale modalità di inizio anno in tutti i suoi possedimenti e più che altro in un Europa percorsa e unita da flussi e traffici di persone, merci e capitali non aveva più alcun senso mantenere un sistema di conta degli anni insolito e desueto, per cui:"...allo scopo di evitare ogni confusione e difficoltà nel discernere il tempo ha comandato, con la legge del 20 novembre 1749, che l'epoca e gli anni della salvezza dell'uomo, che solevano essere conteggiati dalle popolazioni toscane a partire da diversi giorni, vengano da tutti fatti iniziare in un unico ed identico modo, così che non venga più osservato il precedente
costume, contrario a quello dell'Impero Romano, ma che a partire dal prossimo anno 1750 e in perpetuo, il 1 gennaio che segna l'inizio del nuovo anno presso gli altri popoli, venga celebrato ed usato nel conteggio del tempo anche con il consenso del popolo toscano"
. Firmato: Cesare Francesco Pio, Fortunato, Augusto, Duca di Lorena e Bar e Granduca di Toscana, nato per il benessere della collettività, amplificatore della Pace, difensore della concordia e Salvatore del mondo... 

mercoledì 17 marzo 2021

Quando l'emigrante garfagnino cadeva nella trappola del "padrone system"...

Il Castle Garden di New York, l'Hotel degli Immigrati di Buenos
Aires e l'Hospedaria di San Paolo non li troveremo su Trip Advisor fra i miglior hotel del continente americano. Direi proprio di no. In verità queste strutture erano più vicine ad un lager che ad un albergo a quattro stelle e anche i nostri emigrati garfagnini lo sapevano bene. Castle Garden, ossia "il Giardino del Castello" era tutt'altro che un giardino, in realtà nella sua origine era un forte militare meglio conosciuto come Fort Clinton. Nel 1847 questo edificio divenne il centro di smistamento della prima grande ondata immigratoria negli Stati Uniti d'America. Una pubblicità ingannevole diffusa anche in Italia descriveva questo posto decantandone le sue  virtù. Già il suo
Castle Garden
leggiadro nome "Il giardino del castello" faceva apparire questo luogo come un posto sereno e confortevole, dove al suo interno esistevano persone cordiali, pronte a ricevere l'immigrato con tutte le gentilezze possibili, anche le stesse pratiche burocratiche venivano presentate come semplice formalità, ma la realtà era ben diversa: "era sommerso da un flusso enorme di esseri umani confusi, spaventati, carichi di fagotti, accalcati gli uni contro gli altri, in preda al panico, mentre venivano intruppati come animali in file che molto lentamente passavano davanti a funzionari indifferenti". Le stesse autorità nei loro giudizi su questo luogo e sulla gente che vi era internata non andavano tanto per il sottile, il 6 novembre 1879 il New York Times pubblicò in un articolo una dichiarazione del Sovraintendente del Castle Garden:" Tra i
Castle Garden oggi
passeggeri di terza classe c'erano 200 italiani, la parte più lurida e miserabile di esseri umani mai sbarcata". Questo centro rimase in funzione fino al 1890, quando l'amministrazione federale decise di aprire una stazione più funzionale: Ellis Island, l'isola delle lacrime... Molti garfagnini giunsero anche in Argentina e sicuramente passarono dall'Hotel degli Immigranti di Buenos Aires. Questo "hotel" era un enorme edificio di quattro piani, capace di ospitare fino a tremila persone, fu costruito fra 1906 e il 1911 con lo scopo di ricevere e dare assistenza a tutti gli immigranti che raggiungevano la capitale argentina. Al pianterreno c'era la cucina e la sala da pranzo, ai piani superiori c'erano le camerate, quattro per piano, tali camerate potevano contenere fino a 250 persone che dormivano tutte in delle  cuccette prive di
L'Hotel degli immigrati
 di Buenos Aires
materassi, questi erano rimpiazzati da stuoie di cuoio per evitare infezioni o malattie. Nell'albergo i nostri immigrati potevano sostare gratuitamente per cinque giorni, durante quei giorni l'immigrato doveva trovare lavoro, in caso contrario molte persone erano costrette a vivere li per settimane e settimane fino a che, qualche parente o conoscente (che già viveva a Buenos Aires) non andava a cercarli. Un'altra delle mete migratorie predilette dei garfagnini era il Brasile, non si direbbe ma fra il 1875 e il 1914 circa ottantamila toscani partirono per quella lontana terra. I flussi maggiori di questi immigrati toscani provenivano infatti dai territori della Lunigiana e Garfagnana. Per capire bene quale fu la proporzione di questo fenomeno "brasilero" è necessario sottolineare i dati ufficiali del 1910 che evidenziarono la netta predominanza delle due aree geografiche che rappresentavano da sole il cuore dei movimenti migratori regionali, superiori a quelli di ogni altra provincia del Regno. Rimane il fatto che le destinazioni conclusive di quel lungo viaggio erano due "Hospedaria": quella di Rio di Janeiro e di San Paolo. Quella di San Paolo fu il traguardo di molti
Hospedaria di San Paolo
garfagnini. Questa enorme costruzione era sita sul terreno nel bairro del Bras, era progettata per ospitare tremila persone, arrivò comunque a stiparne fino ad  ottomila. La struttura offriva tre pasti principali, assistenza medica e dentistica. Tutti dormivano in ampie camerate in attesa di un lavoro che molto probabilmente sarebbe arrivato dalle piantagioni di caffè. Era proprio per questo motivo che quel centro d'accoglienza era l'unico che non era all'interno di un porto, gli immigrati venivano caricati sui treni merci che collegavano San Paolo, una volta arrivati nella grande città brasiliana venivano fatti scendere, e in una scena che ricorderà negli anni che verranno altri tragici momenti, venivano selezionati e smistati per la manodopera necessaria per il faticoso lavoro nelle fazendas, le grandi aziende agricole dedite alla coltivazione del caffè. Insomma, quello che rimane chiaro è che questi luoghi, erano luoghi di speranza e di attesa, ma soprattutto erano luoghi di sofferenza. Ad alimentare questa sofferenza talvolta erano gli stessi emigrati italiani verso i loro stessi connazionali, in quello che è conosciuto come il fenomeno del "padrone system". Tanto era umiliante e degradante questa pratica che non troveremo
testimonianze dirette di chi fu colpito da questa brutta esperienza. La vergogna e l'imbarazzo dell'emigrante era superiore a qualsiasi voglia di rivalsa o di denuncia, quello che è chiaro che anche molti garfagnini caddero nella trappola tesa dai loro stessi compatrioti arrivati prima di loro. Tutto accadeva ai tempi della "grande emigrazione"(dal 1861, agli anni '20 del 1900) a New York nel già citato centro d'accoglienza di Castle Garden che nelle intenzioni doveva essere un centro a cui tutte le imprese e le persone che avessero avuto bisogno di assumere lavoratori dovevano far capo. In pratica la cosa fu ben diversa, gli immigrati venivano trattati e contrattati come alle fiere del bestiame che si facevano a quei tempi in Garfagnana, in una sorta di mercato degli schiavi. Fu in questo clima che nacque il "padrone
system". Già lo stesso nome la dice lunga su questa abbietta pratica. Di solito anche gli stessi immigrati italiani (un po' come succede adesso) tendevano ad "americanizzare" ogni parola, questa volta furono gli stessi statunitensi a lasciare per integro quel termine italiano "padrone" per distinguere bene l'origine di questa nefandezza. In pratica tutto ruotava intorno ad un boss (un padrone) che in cambio di una tangente procurava ai nuovi emigrati una pronta occupazione. Il padrone rimediava anche un alloggio in una lurida pensione a cifre esorbitanti, ed inoltre offriva lavori di durata settimanale per riscuotere in questo modo più frequentemente la tangente sull'ingaggio. In breve, quando si cadeva nelle mani di questa brutta persona, era certo che il suo compito era quello di spremere lo sventurato, il più possibile e il più a lungo possibile. Fu un'antica prassi consolidata questa, purtroppo oggi in Italia esiste ancora e porta il nome di "caporalato". Una pratica attuata sui quei migranti stranieri che sbarcano nel nostro Paese. Qui il giro d'affari non è quello di oltre un secolo in America, le cifre sono maggiori e a dir poco esorbitanti. Tale fenomeno oggi è un businnes da 4,8 miliardi di euro (dati 2019) che colpisce i lavoratori extracomunitari del settore agricolo nel sud Italia, mentre al nord è coinvolto il settore edile e anche al tempo, come oggi, il "padrone system" continuava per il
povero emigrato fuori dall'orario lavorativo, nella vita di tutti i giorni. Il boss difatti dava in affitto baracche simili a case che dai datori di lavoro otteneva gratuitamente e che affittava al malcapitato di turno a suon di dollari che gli venivano trattenuti dalla busta paga. Ma non solo, anche i piccoli negozietti, gli spacci di merci ed alimentari dove andavano a comprare i nuovi immigrati erano gestiti dallo stesso boss, naturalmente i prezzi in queste botteghe erano altissimi, talvolta la mercanzia costava il cinquanta per cento di più dei prezzi correnti. Quello che posso dire al mio caro lettore è che sarebbe ingiusto accusare l'emigrante garfagnino d'ingenuità, faciloneria e di creduloneria, bisogna calarsi nella mentalità garfagnina di 110 anni fa, i nostri avi erano nati in una terra semplice, questi atti erano inimmaginabili nella testa del garfagnino di quel tempo, i nostri paesi erano comunità dove ognuno si aiutava reciprocamente nelle faccende domestiche e di vita sociale. Loro malgrado furono catapultati in una realtà totalmente diversa e nel vero senso della parola in un nuovo mondo dove non conoscevano la lingua, gli usi
locali e non avevano relazioni sociali, perciò affidarsi a una persona (per di più della solita nazionalità) che  prometteva di aiutarti era quasi la normalità. Quello che mancava era infatti un'istituzione che vigilasse su questi biechi andamenti e se non ci pensò il governo americano ci pensò Santa Romana Chiesa con la 
St. Raphael’s Italian Benevolent Society. Questa organizzazione cattolica fu la principale istituzione cattolica che operò fra il 1891 e il 1923 per l'assistenza agli immigrati italiani negli Stati Uniti. L'idea di una organizzazione di assistenza agli emigranti italiani che nella seconda metà dell'ottocento si recavano ormai numerosissimi in America fu promossa da Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, il quale a partire dal 1876 scrisse numerosi articoli sulla stampa cattolica richiamando l'attenzione sulle difficili condizioni materiali e spirituali degli immigranti in mancanza di un sostegno più attivo da parte della Chiesa cattolica. Il 25 novembre 1887 con la lettera apostolica Libenter Agnovimus egli ricevette l'approvazione pontificia da Papa Leone XIII alla costituzione di una congregazione missionaria, che formasse dei religiosi specificamente specializzati in questa missione. Intanto nel 1890 padre Pietro
Bandini (gesuita missionario) 
fu incaricato di costituire l'organizzazione a New York, punto di arrivo delle navi degli emigranti. Giunto a New York il 29 marzo 1891, Bandini si mise subito al lavoro, assistendo già nel primo anno oltre 20.000 persone, aiutandole nelle pratiche di immigrazione e fornendo anche alloggio temporaneo a chi ne avesse bisogno nella sede della Society. Molti garfagnini furono così sottratti dalle grinfie dei padroni. Negli anni a venire nacquero altre associazioni simili che  forzarono la mano al governo americano perchè varasse una legge a tutela degli immigrati. Il caso NON volle che questa legge prese il nome di "Padrone Act". Fu così che nel 1930 il "padrone system" era praticamente estinto. Della serie "volere è potere"...

Bibliografia

  • "Storie di ieri e di oggi, di donne e di uomini. I migranti" Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell'Emigrazione Italian

  • Gianpaolo Zeni, En Merica! L'emigrazione della gente di Magasa e Valvestino in America, Cooperativa Il Chiese, Storo 2005

giovedì 11 marzo 2021

I Liguri Apuani: non solo rudi guerrieri, ma anche abili commercianti

Ce li hanno raccontati sempre come uomini rudi, violenti, sanguinari
e predatori, ma loro non furono solo questo. I Liguri Apuani, gli antichi abitanti delle terre garfagnine (e non solo), erano anche altro, infatti nessuno lo direbbe ma furono anche degli abili commercianti. Allora voi mi direte che cosa vuoi che commerciasse un popolo che faceva dell'aggressività la sua forza? E poi, cosa avevano da dare abitando una terra ricoperta da alberi, rocce e animali selvatici? Bhe, l'abilità del bravo commerciante stava proprio lì, adattarsi all'ambiente in cui viveva e perciò offrire "al cliente" di turno quello che la natura donava a loro. Naturalmente tutto si basava sul baratto: "io ti do, tu mi dai" e questa forma di commercio esisteva già nella preistoria, addirittura anche altre civiltà più evolute come gli egizi attuavano questa "forma commerciale", ma fra tutti i veri commercianti della storia furono i Fenici, come loro nessuno mai. Il loro fu un commercio marittimo, veleggiavano con le loro navi in tutto il Mediterraneo vendendo prodotti a dir poco
pregiati: porpora, oro, argento, rame. Consideravano il commercio la loro attività più importante fino al punto che oltre a possedere una fornita flotta commerciale possedevano anche una potente flotta militare che serviva soprattutto a proteggere quelle rotte commerciali fenice dai predoni e dai pirati. Insomma, per farla breve in quanto a questo i Liguri Apuani non avevano niente a che vedere con i Fenici, gli stessi Apuani non  consideravano il commercio un'attività preminente, però in qualche maniera anche loro riuscirono a tessere una rete commerciale di tutto rispetto. Già a partire dall'età del ferro (500 a.C -332 a.C) quando i mercanti stranieri passavano per le nostre terre scambiavano con loro i propri prodotti che Madre Natura metteva a disposizione. In questo caso facendo un azzardato parallelismo possiamo dire che i prodotti erano i soliti  che i nostri nonni e bisnonni commerciavano nei mercati garfagnini di una volta: formaggi, lana, pelli, cera d'api e miele, ma non solo, probabilmente vendevano legname, carbone e le loro personali
creazioni: vasellame e ornamenti. In cambio cosa avrebbero ricevuto? Tutti quei prodotti che (anche) nella Garfagnana odierna non sono di eccelsa qualità: vino e olio, oltre a ceramiche di provenienza etrusco-italica e soprattutto... armi. Con quelle armi avrebbero poi sviluppato il commercio a loro più redditizio, il loro principale "prodotto", quello che sapevano fare meglio: i mercenari. All'occorrenza sapevano vendere se stessi "nell'arte" a loro più congeniale: il combattimento. Capitava sovente che quando qualche popolazione italica nelle proprie guerre aveva bisogno di "manodopera" si rivolgesse proprio agli Apuani che in cambio della loro "opera" ricevevano stoffe, ceramiche e quant'altro. Il loro commercio non si fermava solo qui e come se fossero stati degli affermati imprenditori del XXI secolo a quanto pare concedevano agli stessi etruschi "permessi" per l'escavazione di marmo nei propri territori. Insomma i nostri Liguri Apuani conoscevano la propria terra a menadito, questa conoscenza la riversavano al personale tornaconto proprio come quando da guide ante litteram aspettavano negli sbocchi delle valli i mercanti stranieri che dovevano oltrepassare i passi appenninici o eventualmente andare verso il mare per imbarcare i loro prodotti. In conclusione a tutto
non rimane che dire che per conoscere qualcuno o qualcosa non bisogna fermarsi solo alle apparenze o a quanto leggiamo: bisogna approfondire... Apuani docet...

Bibliografia

  • "Ligures Apuani" di Michele Armanini, ed Libreria Universitaria anno 2015
  • "L'insediamento etrusco nella Valle del Serchio" G. Ciampoltrini 1998
  • Aggiunta all'articolo:
  • Il disegno di copertina non rappresenta nei particolari l'articolo in questione, ed è puramente rappresentativa

mercoledì 3 marzo 2021

"La Garfagnana storica"... ecco i suoi discussi confini...

Addentrarsi nell'argomento che affronterò nelle prossime righe è come fare un percorso ad occhi bendati su un campo minato, forse sarebbe meno insidioso passeggiare in una gabbia di leoni. E in effetti quando si parla d'identità, di confini e di appartenenze si rischia sovente di cadere nella trappola dei campanilismi più reconditi della persona e la conseguenza di ciò porterebbe alla faziosità più estrema dell'indole umana. Lungi da me questa intenzione, per l'amor di Dio, ma è bene chiarire una volta per tutte quali erano i confini storici della Garfagnana... Barga era dentro o era fuori? La Garfagnana terminava a Minucciano? Ed è vero che Gallicano è stato sempre il confine meridionale della regione?. Introduciamoci allora in quella che era la cosiddetta "Garfagnana Storica". Per fare questo non rimane che "armarci" di documenti, di fornire fonti e testi e di conseguenza far parlare questi, in modo da togliere ogni dubbio al mio caro lettore che quanto scriverò è tutto provato nei documenti d'archivio. Cominciamo con lo stabilire i confini attuali della Garfagnana. I comuni situati più a nord sono Minucciano e Sillano- Giuncugnano che rispettivamente
Sillano
 fanno da delimitazione fra la Lunigiana e la provincia di Reggio Emilia. A sud, Gallicano e Fabbriche di Vergemoli sono il limite meridionale, tale confine prosegue su tutta la riva destra del fiume Serchio fino al Ponte di Campia, lasciando sulla sponda opposta Barga e Coreglia come comuni confinanti. In breve possiamo considerare Garfagnana i comuni di: Camporgiano, Careggine, Castelnuovo, Castiglione, Fabbriche di Vergemoli, Fosciandora, Gallicano, Minucciano, Molazzana, Piazza al Serchio, Pieve Fosciana, San Romano, Sillano-Giuncugnano, Vagli, Villa Collemandina. Questa disposizione amministrativa se si vuole è recentissima, perchè questi attuali
Gallicano
pertinenze sono da attribuirsi al periodo napoleonico(salvo che i recenti accorpamenti dei comuni degli ultimi anni). Un decreto di Napoleone del 21 febbraio 1804 stabiliva che una parte della valle doveva essere annessa ai territori del Dipartimento del Panaro, che a sua volta veniva suddiviso in otto distretti, uno dei quali era Castelnuovo Garfagnana che sotto la sua giurisdizione aveva 21 comuni (fra i quali anche Soraggio, Sillicano, Sassi e altri ancora). La successiva modifica del 1806 portò oltre che un nuovo Stato d'appartenenza (il Principato di Lucca e Piombino) ad uno snellimento "burocratico" che arrivò a identificare la Garfagnana in 17 comuni (più o meno quelli odierni). Ma non sempre fu così... La parola, o meglio, la regione Garfagnana aveva prima di quella data tutt'altri confini e non a caso, come spesso si sente dire, si parla frequentemente e con opinioni diverse di "Garfagnana Storica". Ebbene il discorso è complesso o perlomeno non tanto difficile da comprendere, ma al quanto tortuoso e contorto. Cominciamo con il dire che l'uomo antico e saggio per suddividere zone e regioni partiva da un presupposto principale: la cosiddetta omogeneità culturale, soprattutto in fatto di tradizioni e vita sociale. Proprio per questo vediamo che nel 1300 c'era ancora una 
De Montibus
parte di studiosi e letterati che poneva(giustamente come direbbe uno studioso di etnografia) una buona parte di Garfagnana sotto l'influenza ligure, vista la discendenza che aveva la valle con la remota popolazione dei Liguri-Apuani. A conferma di questo il Boccaccio nel 1360 nella sua opera geografica il "De Montibus" parlando di confini garfagnini diceva che "il monte Pietra Apuana è proteso dall’inizio dell’Appennino dei già Liguri Friniati verso la pianura lucchese e da qua verso il mare Ligure e Tirreno e la vecchia città di Luni, quindi guarda verso la piana pistoiese e quella fiorentina e si avanza verso i gioghi dell’Appennino sud-orientale". Comunque sia, alcune carte del VIII secolo identificano "Carfaniana" i territori delle Pievi di Offiano (nei pressi dell'attuale Casola Lunigiana), Castello e Vinacciara (Alta Valle Aulella), nella diocesi di Luni. Non è escluso che tale nome comprendesse tutto il resto della zona, visto che le fortificazioni di Piazza al Serchio, Castelnuovo e Coreglia già in epoca bizantina potrebbero essere state le sedi "del distretto limitaneo carfaniense" (ossia dei presidi militari di frontiera). Quello che è sicuro che di li a qualche tempo dopo dei documenti ecclesiastici lucchesi chiamano Garfagnana i territori a nord di Molazzana (IX secolo)e che da documenti posteriori al 1000-1100 sono pressochè concordi nel porre il confine meridionale della Garfagnana sui fiumi Pedogna (attuale comune di Pescaglia) e Fegana (Bagni di Lucca). In pratica intorno all'anno mille possiamo considerare Garfagnana i territori a nord di Piazza al Serchio, e tutti gli altri territori che scendono a valle fino ad arrivare al torrente Pedogna. Perciò una zona ben circoscritta, ben definita anche da un punto di vista culturale e linguistico e come tale, a quel tempo era così avvertita. Naturalmente per gestire cotanto territorio non bastarono solo le affinità culturali, ma come in tutte le cose ci volle metter bocca la politica e sempre in epoca longobarda-bizantina (e forse già in quella romana) la Valle del Serchio fu divisa in due grandi
distretti: il "fines Carfanienses"(territori di Piazza e Careggine)e il "fines Castrinovi"(suddivisi nelle Pievi di Gallicano, Pieve Fosciana e Loppia). Esisteva anche un terzo distretto, il "fines Contronenses" (pievi d Controne-Monti di Villa e Crasciana). Quello che emerge chiaramente da questa suddivisione è che questo terzo distretto non era da considerare nei territori garfagnini, la Val di Lima e le stesse Pizzorne erano(secondo le valutazioni bizantine) nettamente separate, mentre a buon titolo erano considerati nei confini garfagnini la Pieve di Loppia (quindi gli attuali comuni di Barga e Coreglia) e la Pieve di Gallicano e i suoi territori annessi che comprendevano parte dei paesi del comune di Borgo a Mozzano (Gioviano, Motrone e San Romano). In epoca medioevale (basso medioevo) la situazione differisce un po' e da numerosi atti privati e pubblici in cui viene ribadito che Barga e Coreglia fanno parte della Provincia della Garfagnana, vengono compresi in questa provincia anche Borgo a Mozzano, Diecimo, Pescaglia, Gello e Convalle. Infatti per gli stessi lucchesi, fino al XV secolo era compresa nella Garfagnana tutta la Vicaria di Coreglia e di conseguenza anche Pescaglia e Borgo a Mozzano a nord della 
Coreglis
Pedogna
, ad avvalorare ciò c'è la conferma che il Pescaglino aveva come unità di misura quella garfagnina e non quella lucchese. Rimane il fatto che anche da questi documenti si può continuare ad affermare che sia la Val di Lima che le Pizzorne e i territori a sud della Fegana anche in quel periodo storico non erano affatto garfagnini, ma bensì erano già parte del lucchese. Questo stato di cose perdurò almeno fino al 1700-1800, quando sulle mappe si può vedere la Garfagnana divisa in tre distinte zone: la Garfagnana estense (Fabbriche di Valico e da Fosciandora in poi verso nord), Garfagnana lucchese (Borgo a Mozzano, Coreglia, Pescaglia, Gallicano, Castiglione e Minucciano) e Garfagnana Toscana (Barga). Una delle ultime delucidazioni di quelli che furono gli "storici" confini garfagnini prima dell'avvento di Napoleone e quindi della sua nuova (e quasi definitiva) disposizione amministrativa, la dà Pellegrino Paolucci nella sua opera datata 1720 "La Garfagnana Illustrata": "La Garfagnana a levante e a settentrione, tirando a ponente confina colla Lombardia(n.d.r: considerata Lombardia i territori al di là dell'Appenino)sulle cime de monti San Pellegrino, Corfino, Soraggio, Sillano, Dalli ed altri villaggi. A mezzo dì confina con lo Stato di Lucca, per mezzo del ponte di Calavorno, Fegana ed altri luoghi, e confinerebbe da quella parte con Barga; anche se quel Contado si comprende sotto il nome di Garfagnana (n.d.r: nel 1720 Barga,
nonostante la sua "fiorentinità" era considerata ancora facente parte del territorio garfagnino). Passo a ponente dove confina con la Lunigiana soggetta al Granduca di Toscana e alla Vicaria di Minucciano de' Signori Lucchesi. Dalla parte australe delle Panie per mezzo dei Monti Sagatonici confina con lo Stato di Massa ; verso il Forno Volastro (n.d.r: Fornovolasco)confina con Seravezza. Da Vagli passa a mezzo dì nelle giurisdizioni di Pietra Santa e di Montignoso e di altri luoghi. La sua lunghezza discende di venticinque miglia incominciando da Pratoreno (n.d.r: Pradarena), monte distante cinque miglia da Sillano, fino al fiume Fegana, che sotto Vitiana sbocca nel Serchio". D'altra parte, come possiamo vedere rimane e rimarrà tutta una questione di confine. Faccende tutte legate alla volontà dell'uomo che da sempre attraverso quella linea immaginaria ha stabilito che qui c'è mio e là c'è tuo. Un confine presume diversità, un confine talvolta racchiude attriti e incomprensioni e allora sempre a proposito di confini Gianni Rodari nella sua emblematica poesia "Il cielo è di tutti" volle far capire ad ognuno degli "amanti" dei campanilismi che... "
Spiegatemi voi dunque, in prosa o in versetti, perché il cielo è uno solo e la Terra è tutta a pezzetti".

Bibliografia

  • "De Montibus" Giovanni Boccaccio , edizione originale 1371 (rieditato)
  • "Ligures Apuani" di Michele Armanini editore Libreria Universitaria
  • "La giudicatura di pace di Castelnuovo Garfagnana in età napoleonica". Tesi di laurea in storia contemporanea di Dennis Favali anno 2015 2016
  • "Terre di confine" AA.VV Archivio di Stato Lucca
  • Luigi Angelini" Panoramica della storia ecclesiastica in Garfagnana" Atti del convegno Modena 2008 pag 129-172
  • G. Santini "Unità e pluralità distrettuale nella stoia millenaria della Garfagnana" in "La Garfagnana storia cultura arte" Atti del Convegno Castelnuovo Garfagnana, settembre 1992
  • "Luni nell'alto medioevo" P.M Conti, Padova 1967
  • "Inventari di terre coloni e rendite"  AA.VV  Roma 1979
  • "I bagni di Corsena e la Val di Lima lucchese dalle origini al XVI" Giambastiani Lucca 1996
  • "La Garfagnana dai Carolingi ai Canossa. Distretti pubblici e amministrazione del potere" in "La Garfagnana dai Longobardi alla fine della Marca Canossana" Atti del Convegno Modena 1996, pag 147-195
  • "Garfagnana medievale appunti storici" Guidugli 1982

mercoledì 24 febbraio 2021

I rifugi di montagna delle Apuane. La loro storia...

Già di per se la parola rifugio contiene una miriade di significati, anche la sua stessa etimologia ci dà il pieno significato del
vocabolo stesso. Questo sostantivo, infatti, trae origine dal vocabolo latino "refugium", cioè rifuggire, nel senso di cercare aiuto. Anche gli stessi sinonimi chiariscono inequivocabilmente il concetto della parola: difesa, protezione, ricovero, asilo, nascondiglio, riparo. Insomma, in tutti questi termini si racchiude l'essenza di quello che rappresenta un vero e proprio rifugio di montagna. Nelle nostre Apuane ne troviamo diversi di questi rifugi che nel corso degli anni hanno dato riparo e conforto a tutti gli amanti della montagna. Pensiamo a cosa sarebbe la montagna senza questi ricoveri, la montagna è un luogo meraviglioso quanto difficile da affrontare, sia d'inverno che d'estate e quella costruzione nel bel mezzo del monte è lì per dare assistenza, cibo e un letto a chiunque voglia o a chi ne abbia bisogno. Ecco allora che questo articolo nasce per rendere omaggio a questi luoghi e a quelle persone che li prestano o hanno prestato servizio, un omaggio di poca cosa, me ne rendo conto, però raccontare la storia dei rifugi apuani è un atto di onore a tutte quelle persone che li vi hanno duramente lavorato. Prima però di andare nel particolare mi pare fondamentale chiarire la genesi di tutti quei rifugi di montagna sparsi in Italia. L'origine del rifugio di  montagna va fatta risalire al 1785 con la Capanna Vincent, costruita sul versante meridionale del Monte Rosa,
Capanna Vincent
usata come punto d'appoggio per lo sfruttamento delle vicine miniere d'oro, infatti il rifugio montano come noi oggi lo concepiamo era ancora cosa ben lontana dai pensieri della gente. La maggior parte dei rifugi presenti sul nostro territorio sono nati a cavallo fra il 1800 e il 1900, costruiti non per dare ricovero agli appassionati della montagna, ma bensì per molti altri motivi. Dapprima sorsero come avamposti commerciali sia legali che illegali (contrabbando), poi in periodo di guerre sorsero per venire usati come presidi militari. Fino a quel periodo non vi era difatti nessun interesse alpinistico per costruire eventuali ripari, coloro che frequentavano la montagna erano pastori, cacciatori ed agricoltori che si arrangiavano in qualche modo, creando rifugi di fortuna. Nel corso del XIX secolo però la situazione cambiò, la montagna non era vista come qualcosa di pauroso ed inaffrontabile, ma come un nuovo mondo da scoprire e con cui misurarsi. Ecco allora sorgere i rifugi come noi oggi li intendiamo. Con gli anni questi ricoveri hanno raggiunto un numero enorme, oggi quelli gestiti dal Club Alpino Italiano sono quasi 750, infatti ne esistono una variegata gamma, si va dal rifugio che ha una determinata categoria (categoria data in base alla raggiungibilità), fino ad arrivare al cosiddetto bivacco. Di questi bivacchi ne esistono anche sulle Apuane, e se da una parte abbiamo un rifugio che offre del cibo e un letto sotto la conduzione di un gestore, dall'altra abbiamo un bivacco che non è altro che una struttura molto semplice, incustodita, ad uso degli alpinisti per riparo e semplice pernottamento. A proposito di bivacco... Fu nel lontano 1902 che la sezione ligure del C.A.I costruì l'attuale Bivacco Aronte, lì, ai
bivacco Aronte
 piedi del monte Cavallo sorse il primo rifugio apuano. Fu inaugurato il 18 maggio di quell'anno e gli fu dato il nome del più potente indovino della Roma antica. Aronte fu un personaggio realmente esistito, era nato a Luni (La Spezia) e viveva in ascesi nella grotta dei Fantascritti. A Roma era considerato colui che:
"qui sapientem genuit testimonium centuriae et constituens ad historiam uniuscuiusque hominis" ovvero "un uomo saggio che testimoniava nei secoli il nascere e tramontare di ogni vicenda umana", ma lui, nonostante fosse ricoperto di tutti gli onori volle ritornare sulle sue Alpi Apuane e lasciare la gloria agli altri. Oggi il bivacco è in uso alla sezione C.A.I di Massa ed è quello che è situato più in alto di tutti(1643 m). Il 24 agosto 1924 invece, fu l'anno che vide la luce il Rifugio la Pania (così inizialmente chiamato). La neonata sezione C.A.I di Lucca (1923)con molti sacrifici economici volle dare un vero e proprio riparo a tutti coloro che avevano intenzione di affrontare le irte pareti della Pania della Croce, della Pania Secca e del Pizzo delle Saette. Di lì a pochi anni il rifugio cambiò nome e divenne Rifugio Rossi alla Pania. Enrico Rossi era un giovane
rifugio Rossi inaugurazione
 alpinista morto in un tragico incidente stradale. La Val Serenaia invece è quella valle posta sotto l'ombra del Pisanino e in quel luogo esiste la più alta concentrazione di rifugi garfagnini, ce ne sono ben tre e un bivacco. La storia di questi ripari è tutta legata alla vita dei cavatori di marmo. Quello situato nella parte più alta della valle è il Rifugio Orto di Donna, posto a 1496 metri d'altezza, proprio sotto il Passo delle Pecore. Inaugurato il 29 giugno del 2005 fu ristrutturato su quello che era l'edificio di Cava 27, una costruzione era dedicata al servizio delle cave li vicine. L'opera fu realizzata dal Comune di Minucciano e dal Parco Apuane con i finanziamenti dell'Unione Europea. Storia più antica è quella del Rifugio Donegani. La struttura fu costruita nel 1960 dalla società Montecatini, nata come mensa per i cavatori, con il tempo la sua 
vecchia foto
rifugio Ronegani
originale destinazione perse d'importanza e fu così che l'ingegner Guido Donegani la trasformò in rifugio di montagna, lasciando la gestione al C.A.I di Lucca. Guido Donegani fu difatti amministratore delegato e poi presidente della Montecatini, nonchè senatore del Regno d'Italia, ma soprattutto fu un grande appassionato di montagna. Nel fondo della valle troviamo invece il Rifugio che prende nome dalla valle che lo ospita: il rifugio Val Serenaia. Questo costruzione è privata ed era la vecchia casa dei guardiani delle cave, fu ristrutturata nei primi anni duemila. Sempre nel comune di Minucciano c'è anche il bivacco K2. Il bivacco sorge sulle pendici del Monte Contrario a 1500 metri di quota, costruito nel 1968
bivacco k2
 dall'associazione di promozione sociale "K2 club" per iniziativa del suo presidente Vico Perutelli, appassionato frequentatore e valente fotografo delle Alpi Apuane. Nel 1988 l'associazione donò la struttura al C.A.I di Carrara in occasione dei cento anni della sua fondazione, alla ricorrenza partecipò Ubaldo Rey uno degli alpinisti della spedizione che nel 1954 conquistò il K2, ed in onore del quale fu intitolato il bivacco. Altra storia quella del rifugio Del Freo-Pietrapana di Mosceta. Le sue vicende risalgono al 1937 quando il presidente del C.A.I di Viareggio di quel tempo iniziò a pensare alla costruzione di un rifugio nella bella Foce di Mosceta, ai piedi della
rifugio Del Feo
Pania. Il progetto prese forma alcuni anni dopo. Era il 1948 quando il nuovo presidente Giuseppe del Freo pensò alla realizzazione di "un rifugio alberghetto per farne una stazione climatica invernale con tanto di campetto di sci per principianti" . Il costo di tale impresa fu di 975.000 lire. I lavori cominciarono nel 1949 e il 1950 fu l'anno dell'inaugurazione. L'edificio comprende una cucina, un dormitorio per gli uomini e uno per le donne. Come abbiamo letto questi rifugi non avrebbero avuto vita se oltre alla buona volontà di realizzazione qualcuno non avesse lavorato concretamente. A dimostrazione di ciò è la storia del rifugio Nello Conti. I lavori della sua costruzione cominciarono nel 1987 in una unione di forze fra i soci del C.A.I di Massa e gli abitanti dei paesi vicini:
rifugio Conti
Resceto, Forno, Casette. Il punto in cui costruirlo fu trovato sopra le mura di vecchie case di pastori che li, in località Campaniletti (lungo la via Vandelli, ai piedi della Tambura) portavano i loro greggi al pascolo. La fatica degli uomini e delle donne nella realizzazione del rifugio non fu poca cosa, i materiali venivano trasportati dal paese di Resceto passando per le vecchie strade dei cavatori che usavano come vie di lizza per avvicinarsi alle cave. Comunque sia i lavori durarono cinque anni e nel 1992 il rifugio fu inaugurato e dedicato alla guida alpina di Resceto Nello Conti. Altra storia quella del rifugio Forte dei Marmi, forse le sue vicende sono le più singolari fin qui raccontate, dato che la sua
rifugio Forte dei Marmi
nascita fu legata alla vendita di un libro. Questa pubblicazione 
s'intitolava: "Le Apuane da Forte dei Marmi", fu data alle stampe proprio per il 25° anniversario della fondazione del C.A.I di Forte dei Marmi. Il libro ebbe un notevole successo di pubblico e di critica, tant'è che fu premiato dal Ministero del Turismo. Il ricavato fu notevole e fu deciso quindi di devolverlo per la costruzione di un rifugio sulle Apuane versiliesi. Si decise così, nel lontano 1963, di comprare casa Gherardi, una casa situata proprio sotto il Monte Procinto in località Alpe della Grotta. Nel 1966 alla presenza di settecento appassionati fu inaugurata. Oltre a questo, altri due sono i rifugi dedicati a città: il rifugio Carrara, aperto al pubblico nel 1959 e il rifugio Citta di Massa situato in posizione bellissima fra le Apuane e il mare. Le vicende del prossimo rifugio di cui andrò a narrarvi possiamo dire senza ombra di dubbio che hanno fatto storia. Si, perchè il Ristoro Alto Matanna è presumibilmente il primo rifugio (vero e proprio) inaugurato sulle Alpi Apuane. Era nei 
ristoro Alto Matanna
prati di Pian D'Orsina che in quella fredda domenica di quel 10 gennaio 1894 si organizzò una festicciola per dar principio alla nuova attività di Alemanno Barsi, che già possedeva e gestiva l'albergo alpino del Matanna alle ferriere di Palagnana. Ma non solo, l'intraprendenza del Barsi nel 1910 lo portò, proprio in quel luogo, alla realizzazione della famosa e sfortunata funicolare aerostatica  e in più fu sempre nel ristoro Alto Matanna che il 27 maggio 1923 fu fondata la sezione del C.A.I di Lucca. Sempre nel comune di Stazzema c'è anche il rifugio Adelmo Puliti (1013m) da quella posizione si domina il paese di Arni. Nel
rifugio Puliti
 1965, anno della sua inaugurazione, si decise di intitolarlo all'ingegner Puliti, primo presidente e socio fondatore del C.A.I di Pietrasanta, che attualmente lo gestisce. Sempre nel comune di Stazzema, in località Puntato, c'è anche il rifugio La Quiete e proprio sotto la "bimba del Procinto" abbiamo la Baita degli Scoiattoli da cui si gode una meravigliosa vista. Infine, per chiudere in bellezza questo viaggio fra i rifugi apuani, dobbiamo aggiungere che esistono anche due benemerite associazioni che sono proprietarie di due rifugi. La prima associazione in questione è il "Gruppo Amici della Montagna di Camaiore" proprietaria della Baita Barsi che è il punto di partenza alle escursioni per le cime meridionali delle Apuane come il Piglione e il Prana. L'altra associazione è "Associazione Campallorzo" che gestisce Baita Verde che si trova ai piedi del Prana a 920 metri












d'altezza. In conclusione di questo articolo mi ritornano alla mente le parole di un vecchio delle nostre montagne che parlando proprio di questi rifugi così disse:" Posti semplici i nostri rifugi, niente a che vedere con lussuosi chalet o sontuose baite, si, perchè se in questi posti cerchi le stelle di un hotel sei nel luogo sbagliato, le uniche stelle che offrono le Apuane sono quelle del cielo".


Sitografia

  • https://www.rifugioortodidonna.it/
  • https://galateaversilia.wordpress.com/
  • http://www.rifugiodonegani.it/a-proposito-del-rifugio/
  • http://paolomarzi.blogspot.com/2014/09/novantanni-fa-nasceva-il-rifugio-rossi.html
  • https://caifortedeimarmi.it/Il-Rifugio/Presentazione
  • http://www.caicarrara.it/sentieri/rifugi/bivacco-k2.html
  • http://www.comune.minucciano.lu.it/rifugi/
  • https://rifugionelloconti.wordpress.com/
  • http://paolomarzi.blogspot.com/2014/11/la-leggenda-di-aronte-il-gigante-che.html
  • https://www.danielesaisi.com/2019/02/il-primo-rifugio-sulle-alpi-apuane.html