mercoledì 15 gennaio 2020

Le tracce dell' Antica Roma in Garfagnana: nei nomi dei paesi, nell'urbanistica e nelle strade

"Non fuit in solo Roma peracta die", ovvero, "Roma non fu costruita in un giorno", così dicevano gli antichi romani e niente di questo è più vero. Questa non solo è una frase fatta ed intesa in senso ideale: diffusione dei loro usi, costumi, religione, ma è una frase che trova il suo pieno significato nel senso letterale della parola. Immaginiamoci di essere nel 117 d.C, il momento di massima espansione dell'impero di Roma, la sua superficie ricopriva quasi sei milioni di Km2, quante strade saranno state fatte per raggiungere ogni suo angolo? Quante città saranno state fondate o riedificate? Da qualche ipotetico calcolo si dice che "solamente" di strade consolari lastricate e in terra battuta siano state realizzate in un numero difficilmente calcolabile, ma pari però ad una lunghezza complessiva di duecentocinquantamila chilometri circa. Per quanto riguarda la fondazione di colonie, castra o qualsivoglia centro abitato, in effetti anche qui non si ha un'idea precisa, tante sono le
Impero Romano
formazioni nei secoli di queste future e nuove città. Quello che si sa di sicuro è che buona parte dei paesi conosciuti in Garfagnana è di origine romana; in ognuno di essi c'è il marchio di Roma, nel loro nome e nella struttura urbanistica e stradale del paese stesso. Ma prima di addentrarci nell'argomento facciamo un salto indietro di oltre duemila anni e vediamo come arrivarono i romani nelle terre perdute di Garfagnana. Erano gli anni della dura lotta contro gli Apuani, coloro che in origine abitavano le nostre montagne, questi rudi uomini erano di ostacolo alla potente Roma, che mirava  ad un'ennesimo sbocco sulla Pianura Padana e a una possibile via alternativa per raggiungere la Gallia. Finalmente (per i romani), dopo caparbie lotte (durate anni e anni), ebbe su di loro la meglio, sconfiggendoli una volta per tutte. In concomitanza con la loro sconfitta venne fondata la colonia di "Luk", (oggi Lucca), il nome era (ed è) di origine celto-ligure e
Lucca romana
significherebbe "luogo paludoso",eravamo nel 180 a.C e questa nuova colonia era di fondamentale importanza dal momento che controllava lo sbocco della Valle dell'Auser (Auser: nome antico del fiume Serchio). Di notevole importanza, tre anni dopo (177 a.C) fu la fondazione di una nuova colonia, la colonia di "Luna" (o meglio di Luni), la città, nata alle foci del fiume Magra, fu un porto fluviale e marittimo di notevole importanza, la sua posizione era strategica da un punto di vista commerciale, da li venivano imbarcati verso Roma i blocchi di marmo delle Apuane che abbelliranno la potente Roma...e in mezzo a queste due colonie c'era una valle che doveva fare da collegamento, una valle espropriata con il sangue nemico che doveva essere
Il porto di Luni
completamente colonizzata: questa valle era la Garfagnana. Il primo passo da fare era di adoperarsi per una vera e propria urbanizzazione, la Garfagnana era una terra a dir poco selvaggia, impervia e difficilmente raggiungibile, ci sarebbe stato da rimboccarsi le maniche e così fu. Per le opere infrastrutturali i romani presero spunto dal modello greco, ma con una sostanziale differenza:
"Mentre i Greci consideravano di aver raggiunto la perfezione con la fondazione di città, preoccupandosi della loro bellezza, della sicurezza, dei porti e delle risorse naturali del paese, i Romani pensarono soprattutto a quello che i Greci avevano trascurato: fare le strade per raggiungere queste città", più chiaro di così Strabone (storico e geografo greco del 60 a.C)non poteva essere. Infatti il console romano Claudio Marcello, nel 183 a.C curò la realizzazione della prima strada (consolare) che avrebbe attraversato la Garfagnana: la Via Clodia, che prendeva proprio il
la via Clodia
nome dal suo ispiratore; la strada partiva da Lucca e toccava Sesto di Moriano, Valdottavo e Diecimo, località che prenderanno il nome dalle pietre miliari li poste per segnalare la loro distanza da Lucca (sextum, octavum, decimun lapidem), risaliva poi la Valle del Serchio, passava per tutta la Garfagnana fino a Piazza al Serchio, da dove proseguiva verso nord e verso Luni (l'altra colonia), valicando il Passo di Tea. Un altra mossa fondamentale e vitale sarebbe stato quello di abitarle queste zone... La Garfagnana fino a quel tempo era una zona quasi inesplorata, gli inverni erano duri e rigidissimi, insomma era un luogo veramente inospitale. Che fare allora? La prima cosa fatta fu quella di insediare dei presidi militari, dei "castra"(o castrum). Questi castra, proprio come nel caso garfagnino, venivano edificati in luoghi di frontiera e costruiti (come ancora oggi appare) su sommità, posizione ideale per fronteggiare eventuali attacchi nemici. Non immaginiamoci però questi accampamenti in stile "Asterix", per meglio capirsi questi insediamenti non si basavano su tende come alloggi, ma avevano edifici veri e propri, poichè questi siti erano luoghi stanziali, dove le truppe vivevano, difesi da
Castra romano
solide mura, a conferma di questo, nella maggioranza dei casi in Garfagnana si svilupparono sopratutto dei "castra" cosiddetti "stativa", cioè accampamenti stabili, fatti per essere sempre abitati, tant'è, che li i legionari portavano le loro famiglie e gli ufficiali avevano delle case di tutto rispetto. Nella maggior parte dei casi queste abitazioni erano fatte in legno, che con il tempo si evolveranno in costruzioni in muratura e ancora con i lustri, i decenni e i secoli cresceranno e si articoleranno nei paesi che oggi conosciamo. Non solo, lo sviluppo di questi posti fu incentivato anche da Roma, qualunque cittadino romano che avesse avuto intenzione di abitare o colonizzare queste impenetrabili terre avrebbe avuto vantaggi fiscali importanti, nonchè la distribuzione gratuita delle terre, ecco che grazie anche a ciò, intorno a questi castra si sviluppò anche un certo commercio e la creazione di strade
la costruzione delle strade
secondarie, quelle che collegavano il castra al bosco (per il rifornimento di legna) o quelle che univano al villaggio più vicino, per agevolare scambi o piccoli commerci. Ma perchè per la Garfagnana si parla di "castra" e non di colonia come per Lucca e Luni? Va fatto un sostanziale distinguo, la colonia non era affatto un presidio militare, ma bensi per colonia si designava quel luogo dove veniva insediato un gruppo di cittadini romani, che li stabilivano un centro autonomo ma con vincoli di stretta alleanza con Roma. Rimane il fatto, che oggi nelle viuzze interne dei nostri paesi si possono ancora vedere gli assetti viari dell'antica Roma, spesso non ci facciamo caso, ma buona parte delle stradine interne dei centri storici garfagnini (di fondazione romana) formano un reticolato di cammini che si intrecciano fra loro, attraversati da un cosiddetto "Cardo Massimo" (la strada principale che attraversava l'accampamento romano da nord a sud) e da un decumano maggiore (la strada principale che tagliava il luogo da est a ovest), ad esempio, questo si può notare benissimo a Gallicano, il cardo massimo attraversa tutto il centro storico per via Bertini, mentre il decumano maggiore è quello che oggi unisce est -ovest via San
esempio di castra romano
Fabiano, via San Sebastiano e via Castello. Questo schema urbanistico, 
tipico degli accampamenti romani, creava di fatto un quadrilatero e nell'intersecarsi delle due strade principali si trovava il Foro, il luogo centrale della vita sociale, dove sorgevano gli edifici pubblici e dove si sviluppava il mercato. Ci sono paesi garfagnini però, che sono più "romani" che altri, perchè hanno l'impronta della "Città Eterna" anche nel nome. Alcuni addirittura prendono la denominazione da esimi consoli e generali. E' il caso di Sillano, che trae le sue origini fra storia e leggenda. A quanto pare nell'anno 102 a.C, il generale romano Lucio Cornelio Silla, proprio dove ora sorge il paese, fece costruire alcune capanne dai suoi soldati, una grossa
Lucio Cornelio Silla
nevicata infatti aveva bloccato per giorni la sua guarnigione sulla strada che conduceva in Gallia, mentre stava andando in soccorso alle truppe comandate dal cognato Gaio Mario. Una volta terminato il maltempo, le capanne vennero abbandonate e abitate da pastori e boscaioli locali. Vanta origini di un certo lignaggio anche Minucciano, nella figura del console Quinto Minucio Termo, dove qui fondò un castra, posto a difesa del confine, contro eventuali invasioni barbariche. Ben più modesta, in fatto solamente di scala gerarchica, la genesi di Gallicano, il nome prenderebbe origine da Cornelius Gallicanus valoroso legionario, al quale questa terra fu donata da Roma come ricompensa per le sue imprese, il suo nome compare addirittura nella "Tabula alimentare Traianea", un'iscrizione in bronzo dove si fa riferimento a dei prestiti fatti ai nuovi proprietari terrieri. Un colono di umili origini doveva essere anche tal "Fuscianus", che ebbe i suoi possedimenti in quel di Fosciandora, come anche a poca distanza, a Ceserana, ebbe le sue terre un certo "Caeserius", per non parlare di "Cassio" che ebbe buon occhio quando prese possesso delle terre di Cascio. Questi sono alcuni esempi, per rimarcare, se ce ne fosse
Gallicano
bisogno, l'impronta che lasciò Roma. Perchè la grandezza di Roma, fu il risultato non solo della potenza militare, ma sopratutto ebbe la grossa abilità di tenere insieme ed integrare le varie parti di un impero velocemente conquistato. Il suo dominio politico fu il più capace (fra quelli dell'antichità)a suscitare consensi e gettare radici, lasciando segni nel paesaggio, nella lingua, nella cultura e nel diritto delle nazioni. 




Bibliografia

  • Imperium Romanun. La civiltà Romana.
  • Storia universale. Strabone

giovedì 9 gennaio 2020

Rocca La Meja: la più grande tragedia (voluta) di militari garfagnini in tempo di pace

Rocca La Meja... Per molti garfagnini questo luogo non dirà niente
, molti, forse, non sapranno neanche dove si trova, ma qui, in questi posti c'è un pezzo di Garfagnana. Rocca La Meja è una montagna delle Alpi Cozie, ben più alta delle nostre Apuane, dai suoi 2831 metri si ha una vista magnifica sulla Val Maira e su Canosio, un comune piemontese di appena ottanta anime che si trova in provincia di Cuneo. A poco più di trenta chilometri però c'è un altro "paesotto": Dronero. Ecco, questa località per le orecchie garfagnine può già suonare più familiare. E' infatti dal 1906 che Dronero si lega a filo con la storia della nostra valle e con gli alpini di casa nostra. Proprio da quell'anno li, furono arruolati nel battaglione omonimo la stragrande maggioranza dei garfagnini, sia in tempo di pace, sia nelle due guerre mondiali. Il ricordo di questi garfagnini, molti di loro usciti di casa la prima volta, rimase impresso anche nella
Dronero,caserma alpini Beltricco
memoria dei piemontesi locali che così ne narravano: "
Quei conforti (i gelati acquistati dagli alpini in libera uscita per Dronero), erano possibili per chi disponeva di qualche lira e, i piemontesi, salvo poche eccezioni qualche liretta l'avevano tutti, ma, i toscanini (n.d.r: un soprannome dato che aveva origine in due parole:toscani e garfagnini), in fatto di finanze se la passavano peggio di noi, ed era notorio che alcuni di loro passarono i 18 mesi di naia senza mai ricevere soldi da qualunque parte fosse.
La loro disponibilità di denaro veniva dalla "decade" (50 centesimi ogni 10 giorni, pagati dall'ufficio contabilità della compagnia). Di conseguenza, per chi non disponeva di quattrini voleva dire tribolare a digiuno dal rancio della sera fino al rancio del giorno dopo alle 11.30.Cari toscani, contadini, montanari della Garfagnana
Rocca La Meja oggi
o cavatori di marmo delle Apuane, io li stimavo. 
Arrivavano al Battaglione Dronero in maggioranza magri, denutriti, ma ben decisi a non essere da meno dei montanari delle Alpi. Molto frugali, sobri, non disdegnavano la "sbobba" che passava il convento e, seduti addossati ai muri del cortile se il tempo era bello, come del resto si faceva un po' tutti, tenendo la gavetta in mezzo alle ginocchia, mangiavano con appetito tutto; che fossero i "tubi" (i maccheroni), il lesso di vacca vecchia o il pastone di riso stracotto e fagioli semi crudi del rancio serale. Quando ce n'era in abbondanza non se la lasciavano scappare, mangiandola poi, la sera tardi, seduti sulla branda prima dell'appello o del silenzio. 
Mangiando tutto da non schifilitosi, quei bravi ragazzi si irrobustivano e, in fatto di resistenza alle fatiche e ai disagi della vita militare, non avevano nulla da invidiare ai valligiani piemontesi".
Per far capire bene la presenza della gente della valle, emblematico
Compagnia del battaglione Dronero
fine anni 30
è anche il ricordo di Luigi Grilli di Pieve Fosciana che appena arrivato alla caserma "Aldo Beltricco" di Dronero trovò di sentinella il suo amico Tommaso Tagliasacchi, in men che non si dica fu una rimpatriata di persone e conoscenti tutti garfagnini, molti di loro però non tornarono più a casa, nel 1942, il viaggio nelle steppe russe, durante la seconda guerra mondiale fu senza ritorno. Ma questa è un'altra storia. Ma anche la storia che sto per raccontarvi fu altrettanto drammatica e dolorosa, una storia che merita di essere ricordata perchè fu 
la più grande tragedia di militari garfagnini in tempo di pace. 
Il ricordo di quella sciagura lo lascio però alla penna di un testimone diretto, lo scrittore Pietro Ponzio, classe 1905.Correva l'anno 1937, era il 1° febbraio, e in quel maledetto anno, sul Rocca La Meja, si compì (volutamente) una strage di alpini.
"Dopo tre giorni, durante i quali aveva nevicato fitto fitto,
Caserma della Gardetta 1922
finalmente una sera ad occidente le nubi si ruppero, appena in tempo per lasciar vedere mezzo disco di sole che stava tramontando dietro il monte Cassìn:-Segno di bel tempo per il giorno che arriverà- pensarono gli abitanti del Préit. 
Infatti il giorno seguente i mattinieri, con gradita sorpresa, constatarono una limpidezza di cielo da rallegrare il cuore, ma quasi contemporaneamente e con minor piacere sentirono frullare "l'aire marìn", una brezza sciroccale e ciò voleva dire, dopo così imponente nevicata, pericolo immediato e sicuro di valanghe.
Ore 8 di quella mattina: dalla mulattiera, che dal fondovalle immette nella piazzetta dinnanzi alla chiesa, sbuca una colonna di soldati. Sono gli alpini della 18a compagnia del battaglione
Esercitazioni invernali in
Valle Maira fine anni 30
Dronero. Carichi come muli di pesanti zaini, fucili, racchette e ansanti, via via che giungono, si radunano e fanno alt per un momento di sosta. Un borioso capitano, pur con evidente riluttanza, si degna tuttavia di rivolgere la parola a un gruppetto di gente del posto, che stava osservando i soldati, per avere qualche informazione sull'itinerario in direzione della Gardéto. Gli interpellati, grandemente stupiti che quell'ufficiale voglia mettere i suoi soldati in così grave pericolo di essere travolti da qualche valanga, cercano di dissuaderlo, pregandolo di desistere, ché voler marciare verso Gardéto con una nevicata simile ed il vento di scirocco equivale ad un suicidio.Un tenente, che senza parlare aveva seguito il dialogo, si avvicina e dice al suo superiore:-Capitano, se questa gente ch'è del posto ed ha certamente esperienza, avesse
Esercitazioni invernali anni 30
ragione?-.Ma il capitano, infastidito, tronca la parola al tenente, dicendogli:-Lasci perdere, tenente, che vuole che sappiano costoro! Sono solo dei "rozzi" montanari-.
E la compagnia, dopo breve sosta, si rimette in marcia. Un andare massacrante! Gli uomini del plotone sciatori, pur faticando molto anch'essi, si tengono relativamente a galla, ma quelli del grosso della compagnia, anche con le racchette ai piedi, affondano in quello spesso manto nevoso di due e più metri di altezza, col risultato che la marcia si svolge talmente lenta, da impiegare più di un'ora e mezzo per coprire i circa due chilometri e mezzo che separano Preit dalla borgata Corte. 
Qui la compagnia fa di nuovo alt, ed alle reiterate e pressanti esortazioni che la gente del posto fa di nuovo a quel capitano, perché non prosegua la marcia, tanto è immediato ed
Canosio oggi
evidente il pericolo, costui, senza tenerne conto, ancora una volta offende con volgari apprezzamenti. 
Dopo breve tragitto la compagnia giunge a Grangéto, al bivio da cui si dipartono due direttrici verso la "counco de Pianés": a sinistra per Grànjos Quialaussà e la Méyo e a destra – la più breve – direttamente verso la Gardéto. Là il capitano si trova nell'incertezza: a destra i ripidi costoni di monte Pralounc gli danno da pensare; di fronte, a distanza, gli ancor più ripidi costoni sotto le Tres Poùnchos par che gli dicano: vieni, la morte ti aspetta! Nel rugginoso testone di quell'uomo impastato di sufficienza, pare che cominci a concretarsi qualche briciola di ragionamento; si consulta con il suo tenente e opta per la direttrice Quialaussà-La Meyo. Da quella parte, anche se minore, il pericolo esiste pur sempre e, malgrado certi schianti di assestamento, che potrebbero anche dare inizio a rovinose valanghe e che fanno raggelare il sangue nelle vene a quei malcapitati ed estenuati ragazzi, la marcia continua, miracolosamente senza danni, fin dopo Grànjos Quialaussà, ma, qui giunti, sentono in alto, alla loro sinistra, il pauroso boato d'una valanga, che si è staccata dal
Rocca La Meja innevata
monte Bergia e precipita veloce nella loro direzione.

Affondati come sono nella neve e impacciati dalle racchette, ogni tentativo di sottrarsi all'investimento con la fuga appare impossibile. Ma là si verifica il miracolo! Fu davvero un miracolo che quella montagna di neve precipitante si arresti quasi a contatto con la colonna degli alpini, sfiorandola per lungo, con una inspiegabile deviazione dalla direttrice di caduta. Quel pauroso avvertimento dovrebbe far capire al capitano che è giunto, anche se in extremis, il momento di adottare ogni possibile accorgimento, per garantire il minimo di incolumità ai suoi uomini per il resto della marcia. Ma non è così. Dopo ancora un altro chilometro di cammino faticoso, giunti oramai alla base dei vasti e ripidi costoni sotto i contrafforti ovest di Rocca La Meja, là dove parte un crinale modestamente elevato, facilmente transitabile, che si allunga fin verso lou Jas de Marguerino, il capitano lo infila con il plotone degli sciatori, diretto a quella località, ed ordina al tenente di salire con la compagnia fino a metà costone, di transitarlo poi in trasversale verso sud e di riunirsi agli sciatori alle Granjos-de-la-Marguérino. Nessun "rozzo" montanaro, per cafone che fosse, e nessun ufficiale di truppe alpine degno di quella qualifica avrebbe, senza inderogabile necessità, mandato degli uomini a transitare quel costone in condizioni di così palese pericolo, ma avrebbe fruito del crinale fuori pericolo, dove, appunto, furono fatti passare gli sciatori. E perché quell'incosciente capitano non lo fece?
Sta di fatto che, appena la colonna inizia la traversata, una
valanga si stacca e investe il plotone di testa, trascinando in basso gli uomini e seppellendoli in un avvallamento. Nella grande disgrazia, fu fortuna che l'attraversamento era appena iniziato: poiché, se la neve fosse rovinata quando tutta la compagnia era inoltrata, essa al completo sarebbe stata travolta.
Altra circostanza inspiegabile per chi conosce la vita alpina e le rigorose norme preposte a garanzia della sicurezza degli uomini durante le marce militari in montagna, perché queste avvengano almeno con il minor danno possibile, è che in condizioni così pericolose il responsabile della compagnia non abbia fatto svolgere le funicelle da valanga. Dimenticanza? Indifferenza per l'incolumità dei suoi alpini, forse considerati non figli di mamma, ma solamente oggetti? Ore 17, già quasi il crepuscolo. Una pattuglietta di sciatori, sfiniti ed angosciati, arriva al Préit, di ritorno dalla marcia. Ai primi incontrati hanno appena il fiato di mormorare:-Sotto Rocca la Meya quasi tutto il plotone è rimasto sepolto da una valanga! La compagnia è di ritorno, molto staccata da noi-.
La notizia si sparge e in un baleno tutta la popolazione è radunata

nella piazzetta. L'ansia è grande, anche alcuni alpini del posto sono in quella compagnia, ma, fortunatamente, più tardi risulteranno tra gli scampati.
Passa un certo tempo e a monte sbuca una compagnia. Gli alpini procedono a testa bassa, sfiniti, con il morale a terra. Il capitano è disgustosamente impassibile, sul suo viso non si notano tracce di emozione, né di dolore, né rimorso. Lascia i suoi alpini sulla piazza fermi e disorientati e si dirige verso l'unica piccola locanda del posto, per ristorarsi. Un giovane sottotenente (il tenente era rimasto sotto la valanga) raduna i suoi soldati e li conduce ad una grande stalla disabitata, priva di porte e di finestre, dove avrebbero dovuto pernottare, senza disporre nemmeno di un giaciglio di paglia asciutta per stendervi le ossa indolenzite. Ma la grande umanità ed il buon cuore dei "rozzi" montanari del Préit in breve tempo si portò via gli alpini, a gruppetti, disponendoli al caldo un po' dappertutto: nelle stalle, se erano sane e asciutte, oppure nelle cucine, al caldo delle stufe.
Vengono subito ristorati con grandi tazzoni di caffè o latte
I primi soccorsi
bollente, poi fatti cenare con un po' tutto quel che la gente aveva a disposizione in fatto di vivande. Nelle stalle dormiranno su asciutti giacigli di paglia e nelle cucine su delle coperte stese sul pavimento, attorno alle stufe. Quella gente aiutò gli alpini come fossero figli suoi".

Una disgrazia che poteva essere evitata e tutto questo tormento per cosa? Per una semplice esercitazione militare. Nessuna urgenza, nessuna impellenza di una qualsivoglia azione di guerra o di soccorso, solo l'arroganza, la superbia e la presunzione umana vinsero sul rispetto della vita. I soccorsi comunque sia partirono immediatamente. La 19a compagnia alpini Dronero, mettendo a repentaglio la loro vita, partì alla ricerca di eventuali sopravvissuti. La valanga che colpì quei poveri alpini era enorme: 500 metri di lunghezza, tanto era grande la slavina che non lasciava individuare punti precisi per la ricerca dei corpi e più passavano le ore e più diminuiva la speranza di trovare qualche superstite. Con il tempo che passava e l'estenuante lavoro degli alpini cominciarono ad essere ritrovate le prime vittime: corpi inermi
i soccorsi sul Rocca La Meja
sotto dieci metri di neve, corpi sfigurati a causa del pietrame che la valanga aveva trascinato con se, altri poveri ragazzi nell'attesa della morte furono trovati abbracciati. Enorme fu però la gioia quando fu ritrovato vivo il caporale Busca...quel giorno evitò la morte, un'appuntamento rimandato solo di qualche anno, quando partì per le desolate steppe russe. Alla fine della storia i morti furono 23 (alcuni recuperati mesi e mesi dopo, con lo scioglimento delle nevi), cinque furono quelli
  salvati e come sempre le medaglie al valore, le corone di fiori e i funerali solenni misero la parola conclusione ad un dramma voluto dalla scelleratezza umana.
Di quei giovani garfagnini non ci rimane altro che il loro nome degno del nostro ricordo:   
Caporale Mario Piacentini, 21 anni di Gallicano 
Oggi nel ricordo
di quegli alpini
Caporale Aldo Pieroni, 21 anni di Castiglione Garfagnana
Alpino Santino Grassi, 22 anni di San Romano
Alpino Pietro Ottolini, 22 anni di Albiano
Alpino Emilio Ferrarini, 21 anni di Piazza al Serchio
Alpino Matteo Guazzelli, 21 anni di Piazza al Serchio
Alpino Antonio Linari, 21 anni di Castelnuovo Garfagnana
;corpo recuperato il 14 maggio.
Alpino Francesco Pioli, 21 anni di Castelnuovo Garfagnana
;corpo recuperato il 26 maggio.



Biblliografia:

  • "Val Mairo la nosto" Pietro Ponzo,editrice Brossura 
  • Articolo tratto da "Il Maira" gennaio 1998 a cura di Fabrizio Devalle e Mario Berardo
  • Stralcio di articolo di Pietro Ponzo del 2 agosto 1989 tratto da "Gent da ma valado- una voce dalla valle". Scritti per il "Drago" 1973-1992 edizioni il Drago e Comboscuro 

giovedì 2 gennaio 2020

Ricette antiche e origini di dolci garfagnini persi nel tempo...

Spesso sono bistratti, accusati di essere i maggiori colpevoli del
nostro colesterolo e messi al bando da qualsiasi dietista... In effetti parlare o scrivere di dolci per le feste natalizie è come fare un abuso su stessi, oramai siamo rimpinzati da ogni sorta di dolciume che ce lo sogniamo anche la notte... Ma nonostante tutto però, un dolce è qualcosa di più che un semplice "atto di golosità", il dolce è quella pietanza che per antonomasia sa d'infanzia, di ricordi e che possiede quel che di nostalgico. La classica torta ad esempio rappresenta un frammento di vita, mentre una qualsiasi altra pietanza come un qualsivoglia primo o un qualunque altro secondo ci lascia (sentimentalmente) indifferenti. Una torta invece no; una torta è sempre legata ad una storia, a un avvenimento importante o a  una ricorrenza speciale, ma non solo, il cosiddetto dessert può essere il simbolo di un "rito" domestico, di una tradizione familiare e popolare che si lega a filo
doppio con la storia di un territorio. La loro storia parte da molto lontano e nel Medioevo i luoghi per eccellenza per la produzione di dolci erano i monasteri. Verso la fine del XIV secolo e per tutto il XVI° ci fu un evoluzione importante in tal senso, il dolce venne sdoganato al di fuori dei monasteri e cominciò ad essere una portata di uso (per lo più) comune, ma naturalmente anche qui e in questo campo le classi sociali faranno la loro differenza. Da un lato l'aristocrazia dava sfoggio dell'arte pasticcera nell'uso di materie prime particolari e rare, che non si legavano affatto con la stagionalità, ne tanto meno con il luogo d'appartenenza. Le preparazioni dei dolci per l'elite del tempo avevano assunto una connotazione internazionale, un dolce era un trofeo da mostrare alle corti più rinomate di mezza Europa, ed ecco allora che nacque una nuova
Banchetti rinascimentali
figura: il pasticcere, la sua arte, era un'arte sopraffina che con il tempo trovò la sua massima espressione con la venuta nel vecchio continente di un nuovo alimento: "il sale dolce",
 più noto a tutti semplicemente come zucchero. Fino a quel tempo per dolcificare si usava il miele, ma la comparsa dello zucchero fu una svolta epocale, era raro e costosissimo, perchè ricavato dalla canna da zucchero, tipica dei paesi tropicali. Per il "sale dolce" si esigevano perfino dei pedaggi carissimi per permettere il suo transito nei vari paesi, tant'è che un panetto di zucchero poteva valere quanto un pane d'argento dello stesso peso. E il cosiddetto popolino? E nella stessa Garfagnana i dolci si mangiavano? Certo che si mangiavano e ce lo tramandano antiche ricette di vere e proprie leccornie, molte di queste andate dimenticate o in disuso. Quello che è certo che le preparazioni dolciarie della gente comune erano ben diverse da quelle della nobiltà, e in particolar modo per i garfagnini la realizzazione delle loro ghiottonerie era legata ai prodotti del territorio e dalla loro stagionalità e... alle limitate
dolci "poveri"
disponibilità economiche, quindi pochi ingredienti e dolci poco elaborati. In questi casi "la parola d'ordine" era recuperare gli avanzi di altri piatti(ad esempio focacce o polente), ma nonostante ciò la riuscita sarebbe stata sicuramente di una bontà unica. Questo è innegabile, dato che venivano fatti con il cuore e con passione, dal momento che venivano mangiati raramente perchè fatti per festività religiose importanti e per eventi particolari. Figuriamoci, talmente preziose erano queste ricette che venivano tramandate da generazione in generazione come un vero e proprio rituale. 

Scendendo nello specifico, oggi però non voglio scrivere dei canonici dolci garfagnini che tutti conosciamo, oggi voglio raccontarvi di ricette dimenticate o di cui poco si conosce. Si, perchè riportare in vita certe ricette è come riportare in vita un pezzo di storia del nostro tempo, una trasmissione di memoria che va tramandata anche questa come un qualsiasi altro fatto storico. Un esempio lampante!? "Il Giulebbe di Ciliegie"! Ebbene si, è un dolce tipico garfagnino. Illustri e nobili sono i natali di questa prelibatezza, questo era il dessert preferito da Ludovico Ariosto, governatore estense in terre di Garfagnana, che allietava i suoi
il giulebbe di ciliegie
malumori garfagnini con questo squisito dolce. A quanto pare l'ispirazione per questa ricetta l'ebbe osservando dei pastori della valle che per merenda cuocevano dentro ad una "pentolaccia" delle ciliegie marasche, mescolate con latte, miele e burro, una volta che questo composto era ben rappreso lo spalmavano sul pane per un sostanzioso e corroborante spuntino. Orbene, una volta fatto rientro alla Rocca diede mandato ai suoi cuochi di preparare una cosa simile, naturalmente furono aggiunti ingredienti per così dire nobili, come dei biscotti simili ai savoiardi e alcune spezie esotiche come la cannella. Da quel giorno la preparazione del dolce fu esportata in tutto il ducato e denominata "la zuppa dell'Ariosto", un connubio di prodotti nostrali con il tocco in più che poteva dare solo l'aristocrazia. Un'altra squisitezza conosciuta (adesso non più) come tipicamente garfagnina è un dolce di cui non si è mai sentito parlare... Sfido chiunque...Chi conosce "il Benzone garfagnino"? Anche questa, ad onor del vero è una ricetta importata in Garfagnana dagli Estensi. In tempi antichi, in quel di Modena,era un dolce tipico e l'impasto per questa semplice golosità era composto da
il Benzone
farina, uova, burro, latte e miele, insomma una volta infornata veniva fuori una sorta di focaccia casalinga, da inzuppare nel latte o nel vino. Questa modesta ricetta fu talmente apprezzata anche in Garfagnana che ben presto la facemmo propria e addirittura a differenza della preparazione originale fu arricchita con frutti di stagione (fichi, mele, noci). Quello che rimane originale però è il nome, tipicamente modenese, che si rifà alla parola "belson" e più specificatamente alla tradizione di regalare questa specie di focaccia ai ragazzi cresimati, era il cosiddetto "pain de bendson", "il pane di benedizione". 

Queste due leccornie, come abbiamo letto, subiscono molto "influenze" modenesi", "la Mandolata di Santa Lucia" invece è un dolce tipico non di uno specifico paese garfagnino, ma bensì di
La Mandolata
un rione di Castelnuovo, il rione Santa Lucia. Infatti era (ed è) proprio in onore della Santa, che da il nome a questo quartiere che il 13 dicembre di ogni anno veniva preparato questo dolce dai suoi abitanti, una ricetta che gelosamente si tramandava da padre in figlio (ancora oggi), e che vedeva in loro la saggia mescolanza di ingredienti rappresentativi: il miele di castagno, noci, zucchero e un filo d'olio d'oliva, insieme formavano un prelibato simil- croccante. Una ricetta bellissima anche da osservare, poichè
 era stupefacente ammirare l'abilità nel "mandare le mani"(da qui il nome mandolata) di coloro che la stavano cucinando, difatti il miele cotto preventivamente formava una lunga treccia che veniva manipolata da mani esperte e sapienti. Non poteva poi mancare un dolce legato strettamente al castagno. "La Pattona di Trassilico", questa era la classica "merendina" per i trassilichini che andavan
la Pattona
o a lavorare nel bosco. La sua preparazione vedeva un'impasto di farina di castagne, mele a pezzetti, noci, nocciole e fichi secchi sminuzzati. Del tutto si facevano delle palline che venivano poste dentro delle formine e infornate. Il giorno dopo sarebbero state pronte per la veloce merenda del taglialegna. Si dice poi che del maiale non si butta via niente, verissimo, e questa golosità
 è uno dei classici esempi di "ricette da recupero" e infatti quando nel mese di dicembre si ammazzava il maiale e avanzava un po' del grasso si faceva "la torta di sciungia", una
Foto e realizzazione di
Francesca Bertoli
torta dolce fatta proprio con il grasso dell'animale, ingentilita da uova, farina e scorza grattugiata di limone, la risultanza era quella di un biscotto friabile molto saporito.

Sapori, usanze e ricette perse nel tempo, in quel tempo in cui è tutto più facile: in un supermercato puoi trovare tutto e in casa fra mille macchine, preparare un dolce accettabile è un inezia... Una volta no, una volta non c'era il tempo che scorreva e che fuggiva, una volta anche ogni dolce aveva la sua storia... 



Bibliografia

  • "Antiche ricette medievali" Autori Vari, 1906 editore Bemporad
  • "La Cucina Gallicanese in oltre trenta ricette" Paolo Marzi Serena Da Prato, 2019 Garfagnana editrice
  • Documentazione Privata datata 1817 del dott. Ascanio Particelli

giovedì 26 dicembre 2019

Alle origini del campanilismo in Garfagnana

foto di Daniele Saisi
Scrive Goethe nel suo celebre viaggio in Italia:-Qui sono tutti in urto, l'uno contro l'altro. Animati da un singolare spirito di campanile, non possono soffrirsi a vicenda-. La questione si fa "seria" quando si trattano certi argomenti. Il campanilismo è uno di questi e noi toscani lo viviamo come il pane quotidiano e nello specifico anche la Garfagnana lo sente come una cosa viscerale. Nonostante però che la Toscana sia la patria delle cosiddette "guerre di campanile", il termine "campanilismo" deriva da un aneddoto avvenuto a centinaia di chilometri di distanza. Siamo a Palma Campania nel 1841 e finalmente per i palmesi viene il tanto sospirato giorno della separazione dal comune di San Gennaro Vesuviano, un decreto del sovrano del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, sancisce che Palma Campania può istituire un proprio comune autonomo. Nel contempo, dall'altra parte, a San Gennaro Vesuviano viene eretto il tanto desiderato campanile,
San Gennaro Vesuviano
il campanile senza l'orologio
orgoglio di tutta la comunità, su ogni facciata viene posto l'orologio civico, tranne che su una, quella posta ad oriente, quella verso Palma Campania... Questo è quello che dice la tradizione, ma solo la definizione del vocabolario rende bene l'idea: "Attaccamento esagerato e gretto alla propria città o al proprio paese". Checché se ne dica, questo fenomeno in Italia è molto sentito e importante, simboleggia un senso di identità e di appartenenza al luogo di nascita. Un sentimento talmente forte che travalica la stessa identità nazionale. Tutto ciò non nasce a caso ma ha profonde ragioni storiche. L'Italia è una nazione molto giovane, la sua completa unificazione nazionale termina 
alla fine della I guerra mondiale nel 1918, e fino ai tempi risorgimentali siamo una moltitudine di stati separati, che spesso combattono fra di loro, ognuno con la propria lingua e le proprie tradizioni. Questa è la falsariga del perchè anche in Garfagnana il campanilismo è così sentito, non facendo riferimento solamente a quello classico fra garfagnini e barghigiani, ma ciò accade fra comune e comune, ma non solo, anche fra quei paesi che fanno parte del solito comune e che distano poche centinaia di metri uno dall'altro. D'altra parte la Garfagnana fin
Gli stati italiani
prima dell'unificazione
dal medioevo ce la possiamo immaginare come un grosso ring, dove ognuno combatte contro l'altro e dove i governanti 
della nostra valle, con furbizia, fin da quei tempi hanno fatto leva sul carattere dei garfagnini e in genere sul sentimento umano: invidia, gelosia, opportunismo, emozioni ideali per fomentare zizzania e contrasti.A quel tempo il nostro attaccamento alla terra, nel senso proprio della parola, è invece dovuto al semplice bisogno di mettere il pane sotto i denti, dal momento che per struttura morfologica la Garfagnana è difficilmente coltivabile, per questo che un solo metro di terra in meno significa meno raccolto e di conseguenza minor cibarie, quindi la filosofia del "questo è tuo" e "questo è mio", è chiara fin dai primordi, poi a soffiare sui fuochi delle discordie territoriali hanno cominciato i primi "nobiluomini" e sul motto "divide et impera" faranno le loro fortune. Gherardinghi, Rolandinghi, Suffredinghi, siamo agli inizi dell'anno mille e il territorio comincia ad essere diviso fra potenti famiglie feudali, ognuna di esse cerca di portare nella testa dei propri sudditi l'ideologia a cui la stessa potente famiglia è assoggettata: quando l'imperatore e quando il Papa. I secoli passano e la divisione è sempre più presente e più netta nelle nostre terre. La Garfagnana è divenuta terra di conquista per altre città, che sono a sua volta in lotta fra loro: Firenze, Pisa e Lucca. Nel XV 
Guerre medievali
secolo di tutta risposta i garfagnini si scocciano di questo tira e molla e mettono in ballo un'ennesima città e un nuovo signore. Così facendo nel 1429 con un atto di dedizione, si passa sotto gli Estensi di Ferrara. Al marchese d'Este Niccolò III sono assegnate le vicarie di Castelnuovo, di Camporgiano e di Gallicano, mentre al marchese Borso d'Este (nel 1451)viene affidata la giurisdizione per le cosiddette vicarie denominate "Terre Nuove". Insomma, le divisioni aumentano, addirittura sotto la medesima casa regnante! 

Perciò, capirete voi, come si faceva a non diventare campanilisti in Garfagnana, in tutto questo bailamme? Inoltre, per rendere la situazione ancor più ingarbugliata è d'uopo notare che già nel 1500 siamo il crocevia di tre stati: Lucca, Firenze e Ferrara(poi Modena). Di campanilismo ne sa già qualcosa l'Ariosto se nella IV satira così dice riferendosi alla Garfagnana:
"Ogni terra in se stessa alza le corna,
che sono ottantatre, tutte partite
da la sedizion che ci soggiorna."
Si avete capito bene, 83 comuni, divisi in quattro vicarie, e ogni
Le Satire
L.Ariosto
comune vuole dire la sua... Povero Ariosto !!! Che deve poi combattere pure l'ostilità dei garfagnini verso Firenze. Diciamoci la verità, gli Estensi ne farebbero volentieri a meno delle terre garfagnine, ma il garfagnino invece non vuole far parte di Firenze. Si vede che l'esperienza non è stata buona, quando Papa Leone X (acerrimo nemico degli Estensi) consiglia ai fiorentini di conquistare la vallata. I fiorentini accettano il consiglio e nel 1521 ne prendono possesso, ma alla morte del Papa, alla fine del solito anno, i notabili di Castelnuovo scacciano il commissario pontificio, richiedendo nuovamente la protezione di Modena. Non pensiamo che questo breve periodo di dominio gigliato non ha lasciato il segno per l'argomento che stiamo trattando, tutt'altro, da ciò nascono due fazioni con forti spinte autonomistiche, che si muovono e si regolano in direzioni opposte. I notabili garfagnini si dividono quindi in due "partiti": uno detto "all'italiana", filo ecclesiastica e "filo fiorentino" e l'altro definito "alla francese" e vicino al duca d'Este, alleato dei francesi. Barga invece accoglie a braccia aperte Firenze, anche lei tirata da una parte all'altra dai lucchesi e dai pisani, nel 1341 decide di sottomettersi a Firenze. E' la sua fortuna, i Medici hanno  grande interesse per Barga e del suo circondario, da cui traggono importanti materie prime, concedendo poi ai loro cittadini privilegi ed esenzioni fiscali che consentono lo sviluppo di fiorenti attività e commerci. Barga
Il Marzocco a Barga
simbolo fiorentino
del potere popolare
difatti rimane fiorentina fino al 1859. Questa antica ricchezza barghigiana probabilmente è la genesi del tanto "odio" garfagnino. Forse il sentimento dell'invidia, giocò molto su questo fatto, il garfagnino fu generalmente un contadino povero, questa povertà lo portò ad essere scaltro e furbo, mentre il barghigiano già all'epoca vantava un paese ricco di palazzi signorili e di uno stile di vita completamente diverso. Rimane il fatto che il culmine di questo campanilismo fra garfagnini e barghigiani è stato toccato nel lontano 1666, per la precisione sono i gallicanesi i protagonisti del fattaccio. Il fiume Serchio a quel tempo è una risorsa importantissima, sia per la pesca, sia per la creazione delle cosiddette "vasche da macero": grossi pozzi d'acqua dove viene messa a marcire la canapa, risorsa significante per l'epoca. Queste pozze sono fonte di interminabili diatribe e a complicare la situazione ci si mettono problemi di confine, dal momento che anche lo stesso fiume è diviso in tre stati (quelli sopra citati), tutti cercano di "disordinare" le acque a proprio piacimento. Per secoli è il lavoro delle Cancellerie a dirimere pacificamente le spinose questioni e nonostante la buona volontà si arriva anche al misfatto. Un "bel" giorno i gallicanesi si appostano quatti quatti dietro a dei massi e allo scorgere dei barghigiani, intenti a deviare le acque del
Vasche di macero per la canapa nei fiumi
fiume aprono il fuoco, c'è un vero e proprio scontro ad archibugiate, sedato in qualche maniera dalle forze dell'ordine.

Sarebbe però errato pensare che "il campanile" divideva (e divide) solamente Barga dal resto della valle, no, anche la stessa Garfagnana ha vissuto campanilismi estremi come quello del 1921 e dalle pagine de "Il Camporgiano" così si leggeva: "...gagliarda e generosa alziamo in alto, su,su, più in alto dell'altezza dei nostri monti, alziamo la nostra bandiera, la bandiera fiammeggiante dell'indipendenza civile, della libertà, del progresso, della nostra emancipazione. Noi vogliamo risvegliare tutte le nostre latenti energie e dirigerle senza distinzione di partito e di casta verso la lotta unica, per un nostro avvenire migliore, verso la lotta per tutelare gli interessi dell'Alta Garfagnana che nulla hanno in comune con quelli della Bassa". La questione tirata in ballo dal giornale ha origini anche economiche. Il giornalista vede una parte bassa della valle come più moderna e al passo con i tempi, da poco infatti ha aperto la
La S.M.I di Fornaci, foto d'epoca
S.M.I di Fornaci di Barga, molti dei nuovi operai cominciano ad abbandonare le colture per lavorare in fabbrica. La parte nord
(sempre secondo il periodico), invece ha esigenze diverse, legata com'è ancora alle attività rurali, per questo che l'Alta Garfagnana preferisce rimanere sotto la provincia di Massa, mentre la Garfagnana Bassa è per l'annessione alla provincia di Lucca.
Riassumendo il tutto possiamo dire che sono tre le cause che c'hanno portato al nostro campanilismo (talvolta) estremo. La prima ha una ragione storica: la Garfagnana nei secoli, rispetto a molte altre zone d'Italia prima dell'unificazione è una terra frazionata e divisa in maniera esasperata: vicarie, comuni, circondari, ognuno di essi in buona parte autonomo, essere poi terra di confine di tre stati, ha acuito ancor di più il termine più caro alla parola "campanilismo": divisione. Il secondo motivo lo possiamo ricercare in una spiegazione economica, volta allo sfruttamento
Castelnuovo,vecchia cartolina
della terra e delle acque, la povertà infatti aumentò il senso della proprietà: meno terra hai a disposizione per coltivare, meno si mangia. Il terzo motivo è puramente di carattere umano e accomuna tutti i campanilismi del mondo... d'altronde l'invidia è una "brutta bestia", Wilhelm Busch dice a proposito :-il guadagno altrui viene quasi sempre recepito come una perdita propria".

I tempi però non sono cambiati, sono passati secoli e secoli e nel 2020 ancora ognuno sta a ragionare per il proprio orticello, non abbiamo ancora capito che un popolo unito, una collettività unità è un ostacolo a chi vuole comandarla per i propri fini. Quello che invece può fare la differenza davvero, è imparare a connetterci fra
di noi, ciascuno individuando  e valorizzando le proprie caratteristiche. Per il resto ben venga la divisione del "campanile", quel sano campanilismo, dove ci sta pure lo sfottò e la presa in giro. Ma per favore, non cadiamo nuovamente nella trappola del vecchio motto: "divide et impera". La storia insegna.

mercoledì 18 dicembre 2019

Le leggende di Natale della Garfagnana

Non voglio essere irriverente, ne tanto blasfemo, ma l'elettrizzante
magia che coinvolge buona parte degli aspetti del Natale è legata al mito, alla tradizione e in molti, moltissimi casi alla leggenda. Già la stessa data in cui si festeggia la venuta al mondo del Salvatore, rientra proprio in quest'ottica; la Bibbia non dice nulla di specifico circa il mese o il giorno in cui nacque Gesù. Nella scelta del 25 dicembre come giorno di Natale, influi il calendario civile romano, che alla fine del III° secolo celebrava in quel giorno il solstizio invernale, il cosiddetto "sole invitto". Da quella data, le giornate si facevano più lunghe e metaforicamente parlando, in questo contesto, alla nascita del Cristo gli venne attribuito medesimo significato, il significato della Luce che nasce per sconfiggere le tenebre, un nuovo sole di giustizia e verità. 
Questo è l'esempio più alto, più significativo, ma ne possiamo
Babbo Natale e San Nicola
citare altri, meno sintomatici, ma utili per capire il concetto. E se, come nella circostanza della nascita di Gesù, il paganesimo si è fatto cristianesimo, nel caso di Babbo Natale è il fatto contrario, è il cristianesimo che si è trasformato in paganesimo. Si, perchè Babbo Natale vide origine in San Nicola, santo vissuto nel IV secolo e festeggiato il 6 dicembre. Secondo la tradizione, San Nicola regalò una dote a tre fanciulle povere, perchè potessero andare in sposa, invece di darsi alla prostituzione, in un'altra occasione salvò tre bambini. Fu così, che nel Medioevo prese usanza, nel giorno in cui si festeggia il santo di commemorare tutti questi episodi, facendo piccoli regali ai bimbi. Con il passare dei secoli, in special modo nel Nord Europa, si appropriarono di questo commemorazione, trasformando San Nicola in Samiklaus, Sinterclaus o nel nome a noi più conosciuto di Santa Claus. Di li, il passo fu breve, i festeggiamenti si spostarono alla festa più vicina e più importante: il Natale. Si potrebbe continuare ancora e osservare che anche l'albero di Natale nasce dalle credenze popolari nordiche, così come le palline con cui viene decorato videro la loro genesi nella leggenda. Insomma, tutto quello che è legato al Natale è ammantato di leggenda, favola e allegoria e a tutto questo non si poteva sottrarre la Garfagnana, una delle culle di questi tradizionali racconti e allora seguitemi faremo un viaggio in alcune delle leggende di Natale della Garfagnana.


LO ZINEBRO
In Garfagnana c'è l'usanza di fare l'albero di Natale con il
Ginepro
Ginepro, mai con l'abate, nemmeno con il pino, solamente con lo zinepro (come si dice in dialetto). E sapete il perche? Perchè quando San Giuseppe e la Madonna scapparono per andare in Egitto e il perfido Erode dava la caccia a tutti i bambini, fu proprio lo zinepro che salvò Gesù, comportandosi meglio delle altre piante. Era una notte buia e tempestosa, pioveva a più non posso, e dopo la pioggia anche la neve. Il povero San Giuseppe non sapeva come fare a riparare dal maltempo se stesso e Maria, non c'era l'ombra di una capanna, nemmanco di un metato, di fronte a se aveva solamente selve. Videro allora una ginestra e gli chiesero riparo, la ginestra stizzita le mandò via. Gambe in spalla allora, finchè non videro una bella scopa 
(n.d.r: un'erica), alta e frondosa, all'ennesima pietosa richiesta di riparo la scopa ebbe a dire:- Surtitimi di torno, io nun ne vo' sapè di voialtri. E poi se per disgrazia passa Erode e vi trova qui sotto mi brugia anco me. Surtitimi di torno v'ho ditto!- Intanto continuava a nevicare copiosamente e ai due poveri sposi non rimaneva altro che cercare un albero benevolo. La stanchezza però oramai le stava vincendo, fino a che non scorsero uno zinepro, anche a lui chiesero riparo:- Vinite, vinite pure- gli rispose e per ripararli meglio e perchè Erode non li trovasse protese i suoi aghi in avanti - Cusì se viene Erode si punge tutto-. Il malvagio tiranno passò, ma non le trovò. Il mattino dopo aveva smesso di nevicare e finalmente San Giuseppe e la Madonna ripresero la strada per l'Egitto. Da quel giorno per i garfagnini lo zinepro diventò il loro albero di Natale.


I RE MAGI SULLA PANIA
Credeteci pure, c'è una notte, fra Natale e la Befana che i Re Magi
L'impronta dei cammelli sulla Pania
passano sopra la Pania, sui loro cammelli alati. Veleggiando sui nostri monti si dirigono verso Betlemme, guidati da una stella maestra. Quello che è certo che la strada è lunga da fare, il percorso è improbo e le Apuane sono uno scoglio duro da superare. Quello è proprio il periodo del maltempo, pioggia e bufere di neve sono all'ordine del giorno e i venti che spirano dal mare creano un muro di nebbia invalicabile, infatti quando i tre Re passano proprio sulla vetta della Pania della Croce i cammelli repentinamente si abbassano dirigendosi verso il monte, prendendo da li lo slancio verso il mare. Nel punto esatto dove gli zoccoli dei quadrupedi toccano la cima, lasciano l'impronta dei loro zoccoli e nel cielo uno sfavillio di scintille, che vengono giù come luccicanti stelle cadenti.


SAN PELLEGRINO E BERTONE: IL MUGNAIO CHE NON VOLEVA FESTEGGIARE IL NATALE 
C'è una località vicino a Castiglione che è detta "Il Mulinaccio",
questo dispregiativo ha un perchè. All'epoca, in questa località sorgeva un mulino che prendeva le acque dal vicino torrente chiamato "Butrion". Il padrone era il mugnaio Bertone, uomo infido,  antipatico e pure cattivo, dal momento che ad ogni piè sospinto bestemmiava Nostro Signore. Dal cielo l'arcangelo Gabriele chiedeva vendetta, ma il Signore visto l'intercedere di San Pellegrino chiudeva sempre un occhio, chiedendo però in cambio un'opera buona del mugnaio irrispettoso. L'occasione di redenzione l'ebbe la notte di Natale. Tutti i paesani si stavano preparando per andare alla messa, le campane stavano suonando, ma Bertone non ne voleva sapere di andare a messa e per dispetto e per avidità dette il via alle rumorose macine del mulino e cominciò a lavorare. All'improvviso un sinistro rumore echeggiò da sopra il suo mulino, dalla montagna si staccò un grosso masso, che sollecitato dalle ali dell'arcangelo precipitò sulla costruzione, schiacciando Bertone. Si racconta che da quei tempi, proprio la notte di Natale chi passa da quelle parti, sente ancora strani rumori, come lo strepitio di catene e il girar di macine.

IL CEPPO DI NATALE
In Garfagnana dove il retaggio contadino è ancora sentito, le tradizioni natalizie vengono tenute vive affinchè non venga
dimenticato l'insegnamento degli avi. Questo è il caso del "ceppo di Natale", che di leggenda non ha niente, ma rientra nelle nostre care, vecchie e dimenticate tradizioni. Il ceppo, non è altro che un grosso ciocco di legno messo ad ardere nei camini alla vigilia di Natale. Il grosso pezzo di legno, alcuni mesi prima veniva già adocchiato dal contadino, una volta scelto accuratamente era messo ad asciugare, pronto per quella sera ad essere arso davanti alla famiglia riunita. La particolarità era che questo grosso ciocco (talvolta talmente grande da essere trasportato da due persone), doveva ardere fino alla sera di Santo Stefano, in alcune famiglie addirittura fino alla sera del capodanno. Per durare così a lungo venivano usati alcuni stratagemmi, come ungerlo con il grasso di maiale o coprirlo di cenere perchè la brace non lo bruciasse completamente. Di solito veniva chiamato pure il prete a benedire il ceppo, dato che il suo significato rientrava nella sfera religiosa,
dal momento che il suo calore doveva servire per accogliere e riscaldare la venuta di Gesù Bambino nella casa. Ma quest'usanza vide la sua origine in tempi lontanissimi e si rifaceva probabilmente al significato puramente pagano che si dava al solstizio d'inverno: un fuoco sacro, in collegamento diretto con il sole. Tant'è che proprio San Bernardino da Siena deplorava questa tradizione. Siamo a Firenze nel 1424 e queste furono le sue parole: "Per la natività di nostro Signore Gesù Cristo in molti luoghi si fa tanto onore al ceppo. Dalli ben bere! Dalli mangiare! El maggiore della casa il pone suso e falli dare denari e frasche. Perché è così in Natale rinnegata la fede e perché so’ convertite le feste di Dio in quelle del diavolo? Si vuole mettere el ceppo nel fuoco et che sia l’uomo della casa quello che vel mette, coloro i quali pongono il ceppo al fuoco la vigilia di Natale, conservano poi del carbone alcuni contro il
San Bernardino, il predicatore
cattivo tempo pongono fuori della propria casa l’avanzo del ceppo bruciato a Natale".
Si, perchè esiste ancora l'usanza di conservare le sue ceneri, a quanto pare hanno proprietà magiche e di buon augurio: possono essere sparse nei campi per avere un buon raccolto, favoriscono la fertilità degli animali e proteggono dai fulmini.


Leggende e usanze queste, che fanno parte di un bagaglio culturale antico, che si intreccia in un singolare mix di sacro e profano, ricordandoci che non è importante cosa trovi sotto l'albero di Natale, ma chi trovi intorno. Buon Natale a tutti !!!


Bibliografia:

  • "La Pania" dicembre 1990 "Il zinebro" professor Gastone Venturelli
  • "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" Paolo Fantozzi. Edizioni le lettere
  • "Predica XXIV" San Bernardino da Siena