mercoledì 24 febbraio 2021

I rifugi di montagna delle Apuane. La loro storia...

Già di per se la parola rifugio contiene una miriade di significati, anche la sua stessa etimologia ci dà il pieno significato del
vocabolo stesso. Questo sostantivo, infatti, trae origine dal vocabolo latino "refugium", cioè rifuggire, nel senso di cercare aiuto. Anche gli stessi sinonimi chiariscono inequivocabilmente il concetto della parola: difesa, protezione, ricovero, asilo, nascondiglio, riparo. Insomma, in tutti questi termini si racchiude l'essenza di quello che rappresenta un vero e proprio rifugio di montagna. Nelle nostre Apuane ne troviamo diversi di questi rifugi che nel corso degli anni hanno dato riparo e conforto a tutti gli amanti della montagna. Pensiamo a cosa sarebbe la montagna senza questi ricoveri, la montagna è un luogo meraviglioso quanto difficile da affrontare, sia d'inverno che d'estate e quella costruzione nel bel mezzo del monte è lì per dare assistenza, cibo e un letto a chiunque voglia o a chi ne abbia bisogno. Ecco allora che questo articolo nasce per rendere omaggio a questi luoghi e a quelle persone che li prestano o hanno prestato servizio, un omaggio di poca cosa, me ne rendo conto, però raccontare la storia dei rifugi apuani è un atto di onore a tutte quelle persone che li vi hanno duramente lavorato. Prima però di andare nel particolare mi pare fondamentale chiarire la genesi di tutti quei rifugi di montagna sparsi in Italia. L'origine del rifugio di  montagna va fatta risalire al 1785 con la Capanna Vincent, costruita sul versante meridionale del Monte Rosa,
Capanna Vincent
usata come punto d'appoggio per lo sfruttamento delle vicine miniere d'oro, infatti il rifugio montano come noi oggi lo concepiamo era ancora cosa ben lontana dai pensieri della gente. La maggior parte dei rifugi presenti sul nostro territorio sono nati a cavallo fra il 1800 e il 1900, costruiti non per dare ricovero agli appassionati della montagna, ma bensì per molti altri motivi. Dapprima sorsero come avamposti commerciali sia legali che illegali (contrabbando), poi in periodo di guerre sorsero per venire usati come presidi militari. Fino a quel periodo non vi era difatti nessun interesse alpinistico per costruire eventuali ripari, coloro che frequentavano la montagna erano pastori, cacciatori ed agricoltori che si arrangiavano in qualche modo, creando rifugi di fortuna. Nel corso del XIX secolo però la situazione cambiò, la montagna non era vista come qualcosa di pauroso ed inaffrontabile, ma come un nuovo mondo da scoprire e con cui misurarsi. Ecco allora sorgere i rifugi come noi oggi li intendiamo. Con gli anni questi ricoveri hanno raggiunto un numero enorme, oggi quelli gestiti dal Club Alpino Italiano sono quasi 750, infatti ne esistono una variegata gamma, si va dal rifugio che ha una determinata categoria (categoria data in base alla raggiungibilità), fino ad arrivare al cosiddetto bivacco. Di questi bivacchi ne esistono anche sulle Apuane, e se da una parte abbiamo un rifugio che offre del cibo e un letto sotto la conduzione di un gestore, dall'altra abbiamo un bivacco che non è altro che una struttura molto semplice, incustodita, ad uso degli alpinisti per riparo e semplice pernottamento. A proposito di bivacco... Fu nel lontano 1902 che la sezione ligure del C.A.I costruì l'attuale Bivacco Aronte, lì, ai
bivacco Aronte
 piedi del monte Cavallo sorse il primo rifugio apuano. Fu inaugurato il 18 maggio di quell'anno e gli fu dato il nome del più potente indovino della Roma antica. Aronte fu un personaggio realmente esistito, era nato a Luni (La Spezia) e viveva in ascesi nella grotta dei Fantascritti. A Roma era considerato colui che:
"qui sapientem genuit testimonium centuriae et constituens ad historiam uniuscuiusque hominis" ovvero "un uomo saggio che testimoniava nei secoli il nascere e tramontare di ogni vicenda umana", ma lui, nonostante fosse ricoperto di tutti gli onori volle ritornare sulle sue Alpi Apuane e lasciare la gloria agli altri. Oggi il bivacco è in uso alla sezione C.A.I di Massa ed è quello che è situato più in alto di tutti(1643 m). Il 24 agosto 1924 invece, fu l'anno che vide la luce il Rifugio la Pania (così inizialmente chiamato). La neonata sezione C.A.I di Lucca (1923)con molti sacrifici economici volle dare un vero e proprio riparo a tutti coloro che avevano intenzione di affrontare le irte pareti della Pania della Croce, della Pania Secca e del Pizzo delle Saette. Di lì a pochi anni il rifugio cambiò nome e divenne Rifugio Rossi alla Pania. Enrico Rossi era un giovane
rifugio Rossi inaugurazione
 alpinista morto in un tragico incidente stradale. La Val Serenaia invece è quella valle posta sotto l'ombra del Pisanino e in quel luogo esiste la più alta concentrazione di rifugi garfagnini, ce ne sono ben tre e un bivacco. La storia di questi ripari è tutta legata alla vita dei cavatori di marmo. Quello situato nella parte più alta della valle è il Rifugio Orto di Donna, posto a 1496 metri d'altezza, proprio sotto il Passo delle Pecore. Inaugurato il 29 giugno del 2005 fu ristrutturato su quello che era l'edificio di Cava 27, una costruzione era dedicata al servizio delle cave li vicine. L'opera fu realizzata dal Comune di Minucciano e dal Parco Apuane con i finanziamenti dell'Unione Europea. Storia più antica è quella del Rifugio Donegani. La struttura fu costruita nel 1960 dalla società Montecatini, nata come mensa per i cavatori, con il tempo la sua 
vecchia foto
rifugio Ronegani
originale destinazione perse d'importanza e fu così che l'ingegner Guido Donegani la trasformò in rifugio di montagna, lasciando la gestione al C.A.I di Lucca. Guido Donegani fu difatti amministratore delegato e poi presidente della Montecatini, nonchè senatore del Regno d'Italia, ma soprattutto fu un grande appassionato di montagna. Nel fondo della valle troviamo invece il Rifugio che prende nome dalla valle che lo ospita: il rifugio Val Serenaia. Questo costruzione è privata ed era la vecchia casa dei guardiani delle cave, fu ristrutturata nei primi anni duemila. Sempre nel comune di Minucciano c'è anche il bivacco K2. Il bivacco sorge sulle pendici del Monte Contrario a 1500 metri di quota, costruito nel 1968
bivacco k2
 dall'associazione di promozione sociale "K2 club" per iniziativa del suo presidente Vico Perutelli, appassionato frequentatore e valente fotografo delle Alpi Apuane. Nel 1988 l'associazione donò la struttura al C.A.I di Carrara in occasione dei cento anni della sua fondazione, alla ricorrenza partecipò Ubaldo Rey uno degli alpinisti della spedizione che nel 1954 conquistò il K2, ed in onore del quale fu intitolato il bivacco. Altra storia quella del rifugio Del Freo-Pietrapana di Mosceta. Le sue vicende risalgono al 1937 quando il presidente del C.A.I di Viareggio di quel tempo iniziò a pensare alla costruzione di un rifugio nella bella Foce di Mosceta, ai piedi della
rifugio Del Feo
Pania. Il progetto prese forma alcuni anni dopo. Era il 1948 quando il nuovo presidente Giuseppe del Freo pensò alla realizzazione di "un rifugio alberghetto per farne una stazione climatica invernale con tanto di campetto di sci per principianti" . Il costo di tale impresa fu di 975.000 lire. I lavori cominciarono nel 1949 e il 1950 fu l'anno dell'inaugurazione. L'edificio comprende una cucina, un dormitorio per gli uomini e uno per le donne. Come abbiamo letto questi rifugi non avrebbero avuto vita se oltre alla buona volontà di realizzazione qualcuno non avesse lavorato concretamente. A dimostrazione di ciò è la storia del rifugio Nello Conti. I lavori della sua costruzione cominciarono nel 1987 in una unione di forze fra i soci del C.A.I di Massa e gli abitanti dei paesi vicini:
rifugio Conti
Resceto, Forno, Casette. Il punto in cui costruirlo fu trovato sopra le mura di vecchie case di pastori che li, in località Campaniletti (lungo la via Vandelli, ai piedi della Tambura) portavano i loro greggi al pascolo. La fatica degli uomini e delle donne nella realizzazione del rifugio non fu poca cosa, i materiali venivano trasportati dal paese di Resceto passando per le vecchie strade dei cavatori che usavano come vie di lizza per avvicinarsi alle cave. Comunque sia i lavori durarono cinque anni e nel 1992 il rifugio fu inaugurato e dedicato alla guida alpina di Resceto Nello Conti. Altra storia quella del rifugio Forte dei Marmi, forse le sue vicende sono le più singolari fin qui raccontate, dato che la sua
rifugio Forte dei Marmi
nascita fu legata alla vendita di un libro. Questa pubblicazione 
s'intitolava: "Le Apuane da Forte dei Marmi", fu data alle stampe proprio per il 25° anniversario della fondazione del C.A.I di Forte dei Marmi. Il libro ebbe un notevole successo di pubblico e di critica, tant'è che fu premiato dal Ministero del Turismo. Il ricavato fu notevole e fu deciso quindi di devolverlo per la costruzione di un rifugio sulle Apuane versiliesi. Si decise così, nel lontano 1963, di comprare casa Gherardi, una casa situata proprio sotto il Monte Procinto in località Alpe della Grotta. Nel 1966 alla presenza di settecento appassionati fu inaugurata. Oltre a questo, altri due sono i rifugi dedicati a città: il rifugio Carrara, aperto al pubblico nel 1959 e il rifugio Citta di Massa situato in posizione bellissima fra le Apuane e il mare. Le vicende del prossimo rifugio di cui andrò a narrarvi possiamo dire senza ombra di dubbio che hanno fatto storia. Si, perchè il Ristoro Alto Matanna è presumibilmente il primo rifugio (vero e proprio) inaugurato sulle Alpi Apuane. Era nei 
ristoro Alto Matanna
prati di Pian D'Orsina che in quella fredda domenica di quel 10 gennaio 1894 si organizzò una festicciola per dar principio alla nuova attività di Alemanno Barsi, che già possedeva e gestiva l'albergo alpino del Matanna alle ferriere di Palagnana. Ma non solo, l'intraprendenza del Barsi nel 1910 lo portò, proprio in quel luogo, alla realizzazione della famosa e sfortunata funicolare aerostatica  e in più fu sempre nel ristoro Alto Matanna che il 27 maggio 1923 fu fondata la sezione del C.A.I di Lucca. Sempre nel comune di Stazzema c'è anche il rifugio Adelmo Puliti (1013m) da quella posizione si domina il paese di Arni. Nel
rifugio Puliti
 1965, anno della sua inaugurazione, si decise di intitolarlo all'ingegner Puliti, primo presidente e socio fondatore del C.A.I di Pietrasanta, che attualmente lo gestisce. Sempre nel comune di Stazzema, in località Puntato, c'è anche il rifugio La Quiete e proprio sotto la "bimba del Procinto" abbiamo la Baita degli Scoiattoli da cui si gode una meravigliosa vista. Infine, per chiudere in bellezza questo viaggio fra i rifugi apuani, dobbiamo aggiungere che esistono anche due benemerite associazioni che sono proprietarie di due rifugi. La prima associazione in questione è il "Gruppo Amici della Montagna di Camaiore" proprietaria della Baita Barsi che è il punto di partenza alle escursioni per le cime meridionali delle Apuane come il Piglione e il Prana. L'altra associazione è "Associazione Campallorzo" che gestisce Baita Verde che si trova ai piedi del Prana a 920 metri












d'altezza. In conclusione di questo articolo mi ritornano alla mente le parole di un vecchio delle nostre montagne che parlando proprio di questi rifugi così disse:" Posti semplici i nostri rifugi, niente a che vedere con lussuosi chalet o sontuose baite, si, perchè se in questi posti cerchi le stelle di un hotel sei nel luogo sbagliato, le uniche stelle che offrono le Apuane sono quelle del cielo".


Sitografia

  • https://www.rifugioortodidonna.it/
  • https://galateaversilia.wordpress.com/
  • http://www.rifugiodonegani.it/a-proposito-del-rifugio/
  • http://paolomarzi.blogspot.com/2014/09/novantanni-fa-nasceva-il-rifugio-rossi.html
  • https://caifortedeimarmi.it/Il-Rifugio/Presentazione
  • http://www.caicarrara.it/sentieri/rifugi/bivacco-k2.html
  • http://www.comune.minucciano.lu.it/rifugi/
  • https://rifugionelloconti.wordpress.com/
  • http://paolomarzi.blogspot.com/2014/11/la-leggenda-di-aronte-il-gigante-che.html
  • https://www.danielesaisi.com/2019/02/il-primo-rifugio-sulle-alpi-apuane.html

mercoledì 17 febbraio 2021

Prima del "paese sommerso". La "vera" storia di Fabbriche di Careggine

Oramai la sua storia la conosciamo tutti e per tutti non intendo solo noi garfagnini, la storia del paese sommerso di Fabbriche di Careggine è conosciuta in tutto il mondo. I periodici, i quotidiani e i giornali d'Italia e d'Europa nel corso degli anni hanno scritto fiumi d'inchiostro su questa meraviglia. I titoli più singolari svariavano. E se "Il Corriere della Sera" nel 1994 lo definiva "il paese che appare e scompare", la rivista del Touring Club "Qui Touring" lo qualificò come "la Pompei del '900", addirittura il quotidiano newyorkese "Herald Tribune" così scrisse: "a tuscan atlantis resurfaces as tourist mecca", ossia, "un'atlantide toscana riemerge come una mecca turistica". Ma dietro a questi eclatanti titoli a quattro colonne esiste tutta un'altra secolare storia, fatta da uomini, da donne, da una comunità costruita su gente che lavorava. Si, perchè la storia di Fabbriche di Careggine non cominciò in quel 1947 quando il paese venne sommerso dalle acque della diga di Vagli, quell'anno coincise solamente con l'inizio della sua notorietà,
casomai quella data va ricordata come la sua fine. La sua storia infatti principiò  molti secoli prima, una storia che pochi sanno o che molti hanno trascurato per dar risalto alle sue più note vicende,  ma che vale la pena di non dimenticare, per il rispetto di tutte quelle persone che per circa sette secoli li hanno abitato. Tutto 
infatti ebbe inizio in una parte d'Italia molto lontana dalla nostra amata Garfagnana. Eravamo nel 1225 quando Ezzelino III diventò signore, podestà e capitano del popolo di Verona. Ezzelino era un condottiero di parte ghibellina, fedelissimo dell'imperatore Federico II di Svevia che lo nominò addirittura vicario imperiale di Lombardia. Questa sua nomina fu l'inizio della fine della libertà dei comuni del nord Italia. Saccheggi, omicidi,
Ezzelino III
arresti, sotto la sua spada intere città furono rase al suolo. Nemmeno la scomunica di Papa Alessandro IV mise un freno all'efferatezza del despota, tant'è, che le cronache dell'epoca lo definirono nientemeno che "colui che è temuto più del diavolo". Per sfuggire a tanta crudeltà una parte della popolazione delle odierne province di Brescia, Verona e Treviso decise di cambiare aria e di trasferirsi in luoghi più sicuri e a loro più consoni. Fu così che alcuni fabbri ferrai di Brescia fuggirono dalla loro terra natia e una parte di loro trovò asilo in Garfagnana. Quella terra era perfetta per la loro attività, c'erano rigogliosi boschi per alimentare i forni per fondere il ferro, non mancava nemmeno acqua limpida e pulita per far girare le ruote dei mulini e soprattutto li, in quelle montagne esistevano vene di ferro pronte per essere estratte. Si resero conto presto che tutta la zona era ricca di questi elementi, non c'era bisogno di concentrarsi solo in un posto, così, fu presa la pacifica decisione di dividersi in due gruppi. Un gruppo capeggiato 
da un certo conte Volaschio da Brescia raggiunse i piedi della Pania, in quella località  ebbe origine una fiorente attività di escavazione e lavorazione del ferro. Per fondere il metallo sorsero anche una serie di forni fusori(da qui la nascita del paese di Fornovolasco). L'altra fazione, nel 1270 si stabilì più a nord, in quel luogo esisteva un altro monte ricco di
Monte Tambura
ferro: la Tambura. Il sito minerario risultava ricco e da sfruttare, rimaneva il problema dove costruire le officine per lavorazione di questo metallo. Il luogo adatto fu individuato in un tratto pianeggiante di quella vallata, per di più quel posto sarebbe stato perfetto, era attraversato da un fiume: l'Edron. Così in quel fondovalle nacquero dei piccoli opifici, attorno ai quali sorsero le prime case e i primi edifici, quel nuovo insediamento abitativo prese il nome di Fabbriche di Careggine (nome che trovò origine dagli opifici del ferro li presenti e dal comune che li aveva potestà). I secoli passavano e gli abitanti del nuovo paese si erano ormai dimenticati delle angherie di Ezzelino, la gente lavorava tranquilla e in pace e nel frattempo il paesello cresceva sempre di più. Nel 1590 era stata infatti costruita una chiesa che fu dedicata a San Teodoro, ma non solo, si svilupparono anche le piccole attività di
L'interno della
chiesa di San Teodoro
artigiani del ferro, anche grazie ai molti contadini della zona che venivano proprio a Fabbriche per farsi costruire gli strumenti per il proprio lavoro nei campi. Insomma tutto si svolgeva nel modo più sereno, fino al giorno in cui capitò l'anno per "il grande salto". Si prospettava difatti una grande possibilità di ricchezza e sviluppo per tutto il paese. Correva l'anno 1751 e finalmente i lavori della Via Vandelli terminarono, l'importante asse viario che collegava la Pianura Padana con il mar Tirreno passava proprio da Fabbriche di Careggine, per l'occasione venne perfino costruito un ponte (prima di legno e poi in muratura)che attraversava l'Edron, una moltitudine di persone sarebbe quindi passata proprio da lì. Quale miglior occasione allora di incrementare il commercio? Fiducioso in questo il Duca di Modena Francesco III concesse a chiunque ne facesse richiesta permessi per metter su delle attività. Nel 1755 tale Giuseppe Trivelli da Reggio Emilia fu il primo a beneficiare di questa concessione, ed in men che non si dica nacque uno stabilimento per la lavorazione del ferro. Nel 1758 si continuò
Il paese prima di essere sommerso
con la costruzione di un'ennesima ferriera. Insomma nei progetti del duca questo piccolo paesello doveva diventare uno dei maggiori fornitori di ferro dello Stato. Tale era la sua convinzione che alle maestranze addette alle ferriere furono concessi privilegi mai visti prima: esenzioni fiscali, esonero dal servizio militare e agevolazioni sul trasporto del materiale. Questa convinzione ducale, purtroppo, nel giro di qualche anno si trasformò in delusione. Le attività andarono avanti egregiamente fino alla fine del 1700 e poi destino volle che le miniere di ferro entrarono in crisi e allo stesso tempo la famigerata Via Vandelli perse importanza e ben presto cadde in rovina. Come
Il paese prima
di essere sommerso
caddero in rovina tutte quelle attività legate al ferro. Così fu che i "fabbrichini" (così si chiamavano gli abitanti di Fabbriche) si dedicarono alle antiche occupazioni agricole e alla pastorizia, ma la sfiducia era tanta, alcuni abitanti provarono a cercare fortuna altrove e nel 1833 si contavano solamente 66 abitanti. Ma non tutto sembrava perduto, agli inizi del 1900 sembrò che per Fabbriche si aprissero nuove speranze e il paese in effetti si risollevò. Il tempo del ferro era finito, era cominciata l'era del marmo. Cave di marmo furono aperte a Vagli e a Gorfigliano e tra il 1906 e il 1907 nei pressi del paesello venne costruita una piccola centrale idroelettrica che sarebbe servita a questi bacini marmiferi. Questa piccola centrale però non era altro che il preludio a quello che sarebbe successo qualche decina di anni dopo. Nel 1941 nel segno delle grandi opere fasciste la società idroelettrica Selt Valdarno cominciò la costruzione della poderosa diga di Vagli, alta ben 92 metri, destinata a contenere fino a
trentasei milioni di metri cubi di acqua, il piccolo paese di Fabbriche di Careggine perciò doveva essere sommerso. Nel 1947 tutto fu compiuto e il paese fu ricoperto dalle acque del nascente lago artificiale. I fabbrichini furono così costretti ad abbandonare il loro paese per altri paesi della Garfagnana. In alcuni casi ci volle perfino l'intervento della forza pubblica per far desistere dall'abbandonare la propria casa gli ultimi ostinati abitanti del villaggio. 
Per la piccola borgata quell'anno, fu l'anno della fine, che corrispose però con l'inizio della sua leggenda. Al momento della sommersione il
foto tratta da
"Daniele Saisi Blog"
 paese contava 32 case, una chiesa, un cimitero e 146 abitanti. Di questi 146 abitanti, la maggior parte di loro portava un cognome legato alle loro lontane origini: Bresciani. Questo a significare quello che fu il loro stretto attaccamento alla loro discendenza e al loro paese. Un attaccamento, così come dice una leggenda che non è ancora finito, si narra che nei periodi in cui lago viene svuotato e il paese riemerge, gli antichi abitanti facciano ritorno alle proprie dimore... 

  • La foto di copertina è di Getty Images

mercoledì 10 febbraio 2021

Storie e leggende di briganti garfagnini

Dalla gente comune erano considerati tutt'altro che dei manigoldi o dei furfanti, erano reputate persone di tutto rispetto, coloro che lottavano contro il potere, contro i ricchi, insomma, gente povera come loro stessi che però era riuscita ad alzare la testa dalla miseria che ammantava tutta la Garfagnana. Questi novelli Robin Hoood erano i briganti garfagnini. In questo mondo così variegato e complesso, che comprendeva anche questi presunti "Robin Hood", esistevano anche banditi comuni che non avevano alcuna ispirazione "filantropica" e che non erano altro che l'espressione di una società in cui la violenza era largamente praticata da tutte le classi sociali. Comunque sia, la vena benefattrice di questi briganti nostrali aveva il suo scopo principale nell'ingraziarsi il misero popolino, infatti dopo aver perpetrato il violento agguato all'opulento signorotto di turno e diviso fra la banda i proventi della rapina, era consuetudine che una parte di questo maltolto fosse
destinata all'acquisto di cibarie da distribuire alla povera gente, facendo così si sarebbero comprati la loro protezione e la loro benevolenza, in questo modo sapevano che mai e poi mai il tapino li avrebbe traditi alle pubbliche autorità, anzi li
 avrebbero difesi a spada tratta contro tutto e tutti, era più facile che uno stesso membro della banda tradisse un suo compagno. Fu proprio per questo motivo che nel periodo d'oro del brigantaggio garfagnino questi malfattori divennero delle vere e proprie icone, fu questa supposta umanità che fece nascere leggende e racconti su questi briganti, in questo modo la narrazione storica delle loro imprese si confuse con la leggenda e poco importava sapere se quel singolo episodio fosse realmente accaduto oppure no. Il brigante in fondo era anche questo: mito, leggenda, quel pizzico di sogno di rivalsa che in taluni casi non guastava affatto. Ecco allora nascere l'epopea  sui briganti garfagnini. Fra i più rinomati manigoldi c'erano quelli che agivano sulla Via Vandelli(n.d.r: la strada che avevano fatto costruire gli Estensi per collegare la Garfagnana con il mare), questi malviventi erano solito appostarsi dietro i faggi che
La Via Vandelli
costeggiavano la strada e in men che non si dica erano pronti ad assalire i malcapitati commercianti che si recavano a Massa. Tutto queste angherie verso questi commercianti mettevano però in seria difficoltà lo sviluppo economico della valle, per cui il duca per arginare l'illegalità ordinò che qualsiasi atto di brigantaggio nella suddetta strada fosse pagato da quei briganti con il taglio della testa. Non fu una vana minaccia... ancora oggi scendendo verso Resceto si può notare sul bordo della strada dei fori nella roccia, ebbene quei fori servivano a sorreggere il palo a cui venivano legate le teste dei briganti giustiziati, ciò doveva essere di monito a tutti quelli che avevano intenzione di continuare con queste ruberie. In effetti i furti sulla Vandelli diminuirono, ma continuavano imperterriti nelle osterie di questo percorso, dove i clienti e gli avventori non solo venivano derubati ma sparivano misteriosamente. Si narrava infatti che passando di notte dal passo della Tambura fosse possibile incontrare il brigante colpevole di tutte misteriose sparizioni, ad onor del vero non era proprio un brigante in carne e ossa, ma era il fantasma di uno di quei briganti decapitati dal duca. Lo si poteva incontrare avvolto in un pesante tabarro di colore scuro, con un cappello a tese ampie e con in mano una lanterna. Chi lo incontrava
veniva spinto irrimediabilmente giù dagli irti pendii della Tambura e non aveva alcuna possibilità di salvarsi. Il duca pensò bene di combattere questo fantasma allestendo un punto base per tutti quei mercanti che volevano fare il passo della Tambura, fece così in modo che a Vagli questi poveri mercanti facessero sosta per la notte, in questo modo avrebbero affrontato di giorno il viaggio senza alcun pericolo di incappare nel fantasma-brigante. Gli abitanti di Vagli furono ben contenti di questa iniziativa ducale, il commercio dentro il paese ebbe un notevole sviluppo e fu così che i fedeli sudditi del sovrano illuminato per ringraziarlo dell'opportunità data gli regalarono due posante fatte con l'argento estratto nella miniere che si trovava poco sopra l'eremo di San Viano. 
Come ho già potuto raccontare qualche riga sopra, era più facile che un'appartenente a una banda di briganti tradire un proprio compagno che una stessa persona del popolo e così fu in quel lontanissimo 1541, quando le cronache ricordavano di un certo brigante di nome Cesare e di quando insieme alla sua banda si rifugiò nella casa del prete di Vergemoli e qui vi rimase per alcuni giorni. Fino a che una notte non sentì bussare alla porta, erano le guardie del Granduca venute appositamente da Barga per arrestare quei farabutti per gli atti criminosi commessi in terra barghigiana. Le guardie erano pronte a tutto, perfino a dare fuoco alla casa, i briganti non si fecero spaventare da queste minacce e cominciarono uno scontro a fuoco furioso che non portò al cedimento di nessuna delle due parti. Dall'altra parte nemmeno le guardie non demorsero e misero in men che non si dica sotto assedio per ore e ore la casa del prete, i banditi erano però sfiniti e per uscire dall'impasse il capo delle guardie propose alla banda dei briganti di consegnarli il loro capo: il bandito Cesare, in cambio avrebbero avuto salva la vita e perdipiù sarebbero stati lasciati liberi di andare dove gli pare.
Cesare fu così tradito dai suoi compagni, ma anche i suoi compagni furono traditi dalle guardie stesse che le legarono come dei salami e li condussero nelle prigioni barghigiane. Ma la storia non finì qui, a quanto pare ancora oggi nelle sere invernali a Vergemoli, quando il vento soffia da nord e i camini del paese fumano, qualcuno sente ancora distintamente le urla e le imprecazioni di quei disperati mentre vengono portati via dalle guardie. C'è addirittura chi giura di sentir bussare alle porte delle case, proprio in quelle case che sono vicine alla casa del parroco, è una mano invisibile che bussa è l'anima di quei briganti che cerca rifugio in quelle dimore per sfuggire alla cattura. Ma non importava scomodare i barghigiani, talvolta messer Ariosto, governatore di Garfagnana, non vedeva di buon occhio queste incursioni d'oltreconfine, la legge nei territori estensi doveva esser fatta rispettare da lui medesimo, perciò niente intromissioni esterne. Fu proprio per questo motivo che in una delle sue poche uscite dalla rocca castelnuovese dovette recarsi nei territori delle Apuane settentrionali per vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie la gente che si lamentava di una banda di giovani briganti che non aveva rispetto per niente e per nessuno. Mentre stava percorrendo questa strada ebbe l'occasione di conoscerli personalmente, difatti fu da loro  
sfortunatamente catturato. Una volta immobilizzato lo legarono bene bene e lo fecero incamminare verso una grotta, fatto sedere sopra un sasso i briganti cominciarono a svuotare le bisacce della sua sella per cercare soldi e roba da rubare, mentre uno dei banditi rovistava serenamente in una delle bisacce recitò alcuni versi di un poema
dello stesso Ariosto, storpiandoli però in maniera veramente indecente. Il poeta nel sentire tale obbrobrio intervenne prontamente, recitandoli con grande ardore e sentimento dimostrando di essere così il poeta che li aveva composti. Con stupore ed ammirazione i briganti liberarono l'Ariosto e lo invitarono a declamare "L'Orlando Furioso". I malviventi sbalorditi da cotanti versi promisero che mai più lo avrebbero toccato, colui che compone tanta bellezza non poteva essere nè derubato, nè ucciso. Il poeta tornò così a Castelnuovo. Come si può leggere, l'affezione popolare verso questi briganti non li descriveva come dei guitti ignoranti, ma anche come persone che sapevano apprezzare un po' del sapere umano e se da una parte gli veniva riconosciuto questo merito dall'altra gli veniva accreditato  il grande pregio per eccellenza: l'arguzia, la furbizia e la scaltrezza. Di tutte queste doti il brigante che ne faceva più tesoro era il brigante Barbanera, uno dei criminali più famosi di tutto l'Appennino tosco emiliano. Il suo quartier generale era sui monti sopra Bagni di Lucca e lì nelle spelonche di quelle montagne viveva costantemente ricercato dalle guardie come il nemico pubblico numero uno. La sua astuzia gli aveva però sempre evitato la cattura, tanto per rendere chiara la sua furbizia i resoconti dell'epoca narrano che quando c'era la neve e le guardie seguivano le sue orme fin dentro la grotta dove abitava, egli metteva le scarpe alla rovescia, cosicchè quando rientrava nella grotta stessa sembrava che ne fosse appena uscito, facendo così credere alle guardie di essere arrivati troppo tardi. Una volta arrivò la notizia che Barbanera era stato avvistato a Montefegatesi, i gendarmi di corsa si recarono sulla strada
principale e su tutti i sentieri limitrofi per fermare ogni tipo sospetto. Giunti in località Sant'Anna i gendarmi incontrarono un montanaro dalla folta barba e una volta fermato gli domandarono:- Da dove venite voi?- il barbuto uomo tranquillamente rispose: -Da Montefegatesi- e le guardie ancora:- Vi risulta che lassù vi sia stato o ci sia ancora il brigante Barbanera?- e lo sconosciuto che in realtà era il bandito stesso rispose:- Quando io c'ero, c'era...- E i gendarmi senza capire la risposta corsero immediatamente in paese. Del resto tutte questi racconti di briganti nostrali viaggiano su quella sottile linea fra il fatto storico e la leggenda, anche se, la più calzante differenza fra storia e leggenda la sottolineò un famoso poeta francese che così ebbe a dire: "
Cos'è la storia dopotutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono per diventare storia".


Bibliografia
  • " Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi edizione "Le lettere" anno 2013

mercoledì 3 febbraio 2021

Quando in Garfagnana era un problema anche vestirsi. Quello che indossare lo decideva lo Stato...

Tempi facili adesso per Prada, Armani e Dolce e Gabbana. Siamo nell'era della moda imperante. Vestiti di ogni foggia, colore e forma sono presenti in ogni dove e più strambi e bizzarri sono e più fanno tendenza e glamour, anzi, ancora meglio (riferito in particolar modo alle femminucce) se questi abiti potessero lasciare intravedere qualcosina... Ecco allora il trionfo di seni prosperosi strizzati in indumenti attillatissimi, di gambe al vento e tacchi vertiginosi. Anche i maschietti un tempo scevri da ogni tendenza modaiola sono caduti nel trappolone dell'outfit più selvaggio: jeans strappati, giacche strettissime, pantalone corto alla caviglia stile “acqua in casa”. Così è, d'altronde i numeri parlano chiaro dal momento che la moda italiana e il tanto (giustamente) glorificato Made in Italy sono secondi al mondo per produzione. Ma a Gallicano in particolare e in tutte i paesi della Garfagnana sotto il dominio della Repubblica di
Gallicano
Particolare di una mappa del 1613
Lucca così non sarebbe stato nel lontano 1614, come vestire infatti, lo decideva lo Stato. Se oggi fosse ancora così, addio agli stilisti stravaganti, addio alle sinuose forme e soprattutto addio ai fatturati di questa grande industria. 
I tempi passano (grazie a Dio) e finalmente ognuno è libero di esprimere la propria personalità e il proprio gusto anche nel vestirsi, ma una volta no. In un tempo lontano esistevano regole ferree su quello che una persona doveva indossare e pene severissime se ciò non fosse stato rispettato. Questo articolo all'apparenza frivolo e leggero, invece è un articolo che deve far riflettere sulla condizione sociale che oggi abbiamo, sulla nostra autonomia nel decidere e nell'autodeterminarsi, cosa che un tempo era molto limitata. Facciamo allora questo viaggio a ritroso nel tempo di quattro secoli, nei meandri della moda seicentesca e alla scoperta di una delibera scovata nell'archivio storico di Gallicano, così intitolata “Decreti del Consiglio di Lucca sopra gli abiti e i loro ornamenti (anno 1614)”. Prima di addentrarsi in singolar decreto e per rendere più chiaro il contesto di questa originale ordinanza è
d'uopo al mio caro lettore inquadrare bene il periodo storico in questione. Siamo nel XVII secolo e precisamente nel 1640, Agostino Lampugnani (religioso milanese) così dice:
“Che monta tanto fantisticare intorno al vestire della moda se non se ne fa il cimento della sperienza”. Per la prima volta viene usata la parola “moda”, in questo suo libro (“Della carrozza da nolo, overo del vestire e usanze”) l'abate critica aspramente tutti quelli che “eccedono nel seguire la moda” e si mostra contrario non solo alle abitudini delle signorine, ma anche a quelle dell'uomo, che già al tempo è attratto dalle nuove inclinazioni. La Guerra dei Trent'anni d'altro canto ha lasciato il segno, la Francia vede il suo potere crescere esponenzialmente, le sue influenze anche nel campo della moda dilagano in quasi tutta Europa a discapito della cattolicissima e bigotta Spagna, la cui ascendenza sulla moda ha imposto un carattere di rigore e moderazione. Intanto a Roma ad inizio secolo (sempre il XVII) nasce un nuovo movimento culturale, esaltazione del potere creativo ed estroso, che viene applicato in tutti i campi del sapere e dell'arte, dall'architettura, alla musica, ad arrivare perfino alla filosofia e anche nella moda...Siamo nell'epoca del Barocco. La vita dei ricchi di quel tempo è caratterizzata da un'estrema sfarzosità, da un ritorno al lusso e alla sensualità, è il secolo della consapevolezza, in cui uomini e donne iniziano a esprimersi anche attraverso i vestiti che indossano. Ma così non deve essere e così non è per la Repubblica di Lucca, in barba a qualsiasi francese o a qualsivoglia tendenza. Chiesa e Stato sono ancora forti 
Repubblica di Lucca anno 1673
e dettano ancora il modus vivendi di qualsiasi cittadino, in Garfagnana la Francia e la moda sono lontani anni luce, ormai è da tempo immemore che per la Repubblica di Lucca vige la legge
“sugli ornamenti”. Già nel 1308 queste regole sono introdotte per mettere un freno “nell'immoderatezza del vestire” e per limitare le spese superflue dei cittadini. Quindi da una parte vediamo la Chiesa che impone morigeratezza e dall'altra lo Stato che dice che è bene che il cittadino non spenda soldi in cose “inutili”, è più giusto risparmiare per poi pagare le tasse... questo è il patetico “leitmotiv” che per secoli vedrà il perpetuarsi di questa legge . A vigilare sul rispetto di queste regole sono dei semplici giudici, con il tempo di ciò si occuperanno delle commissioni apposite, fino ad arrivare al Decreto in questione che è addirittura opera di una speciale commissione: “L'Offizio sugli Ornamenti”. E' il 22 luglio 1614, anno di Grazia e il Decreto viene approvato dal Consiglio degli Anziani del Comune di Gallicano: “Che da qui in avanti s'intenda proibito agli uomini e donne di qualsiasi voglia, grado, e condizione, finiti che avessero i dieci anni di portare le infrascritte cose..”, inizia così una sequela lunga ben sei pagine di proibizioni e divieti di ogni qualità, tipo e
genere: 
“perle di ogni sorta vere o false, gioie di ogni sorta vere o false (eccetto in anella), oro o argento vero o falso, di qualsivoglia abito, comprendente ancora, cinti di calze, ciarpe, berrette, cappelli, parasoli, guanti e cintole da spada...". Non si creda, come pare, da una sommaria lettura che la legge sia fatta per colpire le signore, anche i signori hanno il suo bel da fare nel districarsi fra regole e regolette: “Inoltre agli uomini s'intende proibito di portare cappe, cappotti e ferraioli (n.d.r: mantello) di seta, foderati di altro drappo che di semplice taffetà (n.d.r: tessuto pregiato), o ermellino”. La legge è anche ben articolata e non si limita a fare un semplice distinguo fra uomini e donne, ma fra donne e donne, particolare attenzione viene data a quelle maritate e alle cosiddette fanciulle, che si devono sobbarcare oltre alle proibizioni precedenti un ulteriore surplus e quindi... “s'intenda proibito di portare i cristalli intagliati, i profumi in filze, collane e cintole, tutti i pendenti all'orecchio eccetto che un semplice anelletto d'oro puro. I grembiali che siano partiti (n.d.r: senza) trine, rete o qualsivoglia sorta di lavori” -inoltre, bene si legga, è proibito- “...portare casacche di velluto se non di
colore nero -
e poi continua – non si possa portare da loro alcuna veste o casacca di seta d'altro colore che nero...” . Insomma, niente fronzoli ed orpelli vari, né per gentil donzella, né per messere, perciò niente collane, anelli, orecchini, tutto (o quasi) negato, per giunta gli abiti devono essere confezionati non con stoffe ricercate e perdipiù niente colori, è l'apoteosi del nero, del grigio, dell'argento, al limite si può indossare un color “leonato” (così specifica letteralmente il decreto), una sorta di marrone chiaro. Naturalmente esistono anche le eccezioni (quando si dice che la legge NON è uguale per tutti) e ci sono persone che da tutta questa “tiritera” si possono esentare. Per questo eccezion viene fatta: “Dichiarando che delle suddette proibizioni in tutti i casi suddetti, eccetto però il capo dei presenti (n.d.r: il capo del Consiglio degli Anziani), s'intende eccetuati gli eccellentissimi signori del tempo, che saranno in magistrato, gli ufficiali forestieri e stipendiari, forestieri del Magnifico Comune e ciascuno forestiero e sua famiglia per un anno dopo di che saranno venuti ad abitare nella città...”. Tanto per chiarire e rendere inequivocabile l'idea, questa non è una “leggetta” fatta tanto per fare, è una legge che si porta dietro pene
severissime. I trasgressori se colti in fallo la prima volta vengono sanzionati con 25 scudi d'oro in contanti, la seconda con 50 e la terza volta (udite udite) con 50 scudi d'oro e un anno al bando o un mese di prigione e attenzione anche all'eventuale responsabilità indiretta dei congiunti nei reati: 
“il padre è tenuto per i figlioli e le figliole, non maritate, il marito per la moglie, il fratello per la sorella, seco abitante”...( ma...sull'uomo chi vigila !).Per fortuna fra le tanti leggi terrene ne esistono altrettante ideologiche, che talvolta rendono giustizia a quelle inique e insensate che l'uomo impone e difatti, come ben si sa, il tempo è galantuomo e spesso rende onore a chi prima gli è stato tolto. Anticamente infatti si è sempre pensato che la moda fosse inutile, superficiale ed effimera, un  qualcosa di tanto veloce quanto leggero. La verità è, che è davvero così, la moda presenta tutte queste caratteristiche, ma allo stesso tempo mentre i secoli scorrevano tutto ciò si è rivelato quel fenomeno che ha rappresentato al meglio la società, il vestito così diventava il simbolo di una divisione delle classi sociali trasformandosi di fatto in uno strumento fedele che ha permesso di ripercorrere il tracciato della storia, del costume e dell'economia, come un perfetto marchingegno antropologico.


Bibliografia

  • "Decreti del Consiglio della Repubblica di Lucca sopra gli abiti e loro ornamenti" anno 1614 

mercoledì 27 gennaio 2021

Quando i cavatori garfagnini salvarono dalla distruzione lo splendore di Abu Simbel

L'Egitto, nella fantasia di ogni bambino rappresenta nell'immaginario
infantile la figura dell'esploratore e difficilmente possiamo dire il contrario visto che proprio quella terra è stata fonte di migliaia e migliaia di ritrovamenti e di scoperte archeologiche. Eppure, trovarsi di fronte al ritrovamento del tempio di Abu Simbel deve essere stata un'emozione unica, senza pari, superiore a qualsiasi sogno fanciullesco. Quel tempio fu eretto dodici secoli prima della venuta di Cristo sulla Terra e il faraone Ramses lo fece costruire per intimidire i nemici e per celebrare la sua vittoria nella battaglia di Qadesh. In effetti ancora oggi, vista la grandiosità e la magnificenza dell'opera, un po' di soggezione la mette ancora. Sulla facciata alta 33 metri e larga 38 spiccano le quattro statue di Ramses II, ognuna della quali è alta 20 metri e in ognuna il faraone indossa le corone dell'Alto e
Tempio di Nefertari
del Basso Egitto. Ai lati delle statue colossali ve ne sono altre più piccole, che rappresentano la madre Tula e la moglie Nefertari, mentre tra le gambe delle statue ce ne sono altre di alcuni dei suoi figli. Sopra le statue, proprio sul frontone del tempio ci sono altre 14 statue di babbuini che guardano verso est aspettando la nascita del sole per adorarlo, in origine  queste erano 22, quante erano le province dell'Alto Egitto. Insomma, possiamo dire senza ombra di dubbio che il complesso archeologico egiziano di Abu Simbel è uno dei più famosi e conosciuti al mondo, secondo solamente alle piramidi di Giza. Tuttavia quel 22 marzo 1813 quando l'esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt 
scoprì queste meraviglie, di quelle enormi statue spuntavano 
dalla terra solo le spalle: "Per un caso
Burckardt
fortunato mi allontanai di qualche passo verso sud e i miei occhi incontrarono la parte ancora visibile di quattro immense statue colossali, tagliate nella roccia alla distanza di circa duecento iarde dal tempio. Queste statue si trovano in un profondo avvallamento scavato nella collina
". Così lo studioso annotava ancora nel suo taccuino: "
Una delle statue ha ancora tutta la testa e una parte del petto e delle braccia fuori dalla sabbia. Di quella contigua non si vede quasi nulla, poiché il capo è rotto e il corpo è coperto di sabbia fin sopra le spalle. Delle altre due emergono solo le acconciature". Immaginatevi allora  l'entusiasmo per la scoperta. L'allegria e la gioia dell'esploratore svizzero era incontenibile, infatti furono informati i giornali di tutto il mondo e la fama di Burckhardt andò così alla stelle. Purtroppo questo entusiasmo durò poco e qualche mese dopo da quel mirabolante giorno tutto cadde un po' nel dimenticatoio. Fino al giorno in cui, alcuni anni dopo la scoperta, comparve sulla scena l'esploratore padovano Giovanni Belzoni, che rimase nella leggenda per aver riportato alla luce tutto il complesso di Abu Simbel. Le vicende ci narrano che Belzoni conobbe Burckhardt proprio in Egitto. Lo svizzero e l'italiano divennero amici e un bel giorno lo svizzero rivelò all'italiano di essersi imbattuto,
Giovanni Belzoni
risalendo il Nilo ai confini con la Nubia, nelle rovine di un tempio rupestre fronteggiato da quattro statue colossali e semisommerso dalla sabbia. Quei racconti stimolarono la curiosità di Belzoni e in seguito lo spinsero ad inoltrarsi nelle profondità nel paese, la sua intenzione era infatti quella di liberare il tempio di Ramses dalle migliaia di metri cubi di sabbia che lo circondavano. "Andammo al tempio di buon’ora, animati dall’idea di entrare finalmente nel sotterraneo che avevamo scoperto", scriverà Giovanni Battista Belzoni nel diario di viaggio
Dopo ventidue giorni di scavi, l'esploratore padovano sentiva che l’impresa era fatta e il mistero di Abu Simbel stava per essere svelato. Avevano spostato dieci metri di sabbia, lavorando col termometro che sfiorava i 50 gradi. La liberazione del tempio dalla sabbia avvenne il 1 agosto del 1817, fu un'impresa sensazionale. Difatti quella maledetta sabbia non bastava toglierla che quella ritornava. Belzoni aggirò l'ostacolo e con un colpo di genio gli venne l'idea di bagnare l'arenaria, innalzando al contempo palizzate di sostegno: "Togliere la sabbia ai lati perché potesse essere rimossa quella del centro". Fu così che quel giorno
Abu Simbel 1930
violarono il tempio maggiore, consegnando al mondo una vera e propria meraviglia. Trascorsero qualcosa come 142 anni da quel giorno e anche la Garfagnana entrò con Belzoni a far parte della storia del faraone Ramses e di Abu Simbel. Tutto cominciò nel 1959, quando il presidente egiziano Nasser diede il via alla costruzione della grande diga di Assuan, opera indispensabile per la modernizzazione del Paese. La costruzione della diga avrebbe comportato la creazione di un immenso lago a valle della diga (l'attuale lago Nasser), nel bel mezzo della regione storica della Nubia. Tale regione era disseminata di straordinari complessi faraonici di inestimabile valore storico e culturale, destinati però ad essere sommersi dalle acque del grande lago artificiale. Tra questi c'era anche l'immenso tempio di Abu Simbel. Cosa fare allora? Quale soluzione? L'otto marzo 1960 l'UNESCO per bocca del suo direttore generale Vittorino Veronese rivolse un appello a tutti i paesi del mondo perchè partecipassero a un'operazione d'emergenza: il salvataggio del patrimonio archeologico dell'Egitto che stava per essere sommerso dalla diga di Assuan. Una
La diga di Assuan
gara di solidarietà a cui il nostro governo (insieme a molti altri) aderì con estrema convinzione e generosità. Comunque sia rimaneva in molti la convinzione dell'impossibilità del salvataggio del ciclopico sito, era un'impresa quasi impossibile, considerando proprio le dimensioni e l'urgenza dell'operazione (l'inondazione era prevista per il 1966) e in più i dubbi degli ingegneri su quale procedimento eseguire per la salvezza di Abu Simbel erano molti. Nel 1963 si decise per la soluzione più improbabile e la più spettacolare, si decise 
che i templi sarebbero stati tagliati in più di mille blocchi, per essere trasferiti su un altopiano 65 metri più in alto e rimontati esattamente nella posizione originale. Nella pratica ciò significava rimuovere tonnellate di terra e trasportare centinaia di blocchi di pietra.
Lavori ad Abu Simbel
foto di Werner Emse
Era un’impresa senza precedenti e ancor oggi rappresenta 
una pietra miliare ineguagliabile nella storia dell’archeologia. Ecco allora entrare in scena la Garfagnana e la sua gente. Il governo italiano affidò gli stupefacenti lavori all'impresa lombarda "Impregilo", che si mise così a cercare manodopera in tutta Italia per il taglio dei blocchi di pietra. Fu così che gli ingegneri della ditta milanese si recarono anche in Garfagnana. A Gorfigliano esisteva il fior fiore degli intagliatori di marmo, furono reclutati così il meglio della specializzazione marmifera locale: Tonino Marchi e il figlio Carlo, Leandro Casotti, Ivano Paladini e Michele Ferri, tutti giovani ragazzi che avevano cominciato a lavorare il marmo fin da
ragazzetti, il Pisanino e la Tambura furono per loro una vera e propria palestra  d'esperienza, quell'esperienza che dovevano trasferire per salvare una delle più importanti opere dell'archeologia mondiale. Il loro compito sarebbe stato quello di tagliare, smontare, trasferire e riassemblare 1003 blocchi di pietra. Insieme a loro una poderosa squadra di altri cavatori di marmo, un nucleo decisivo di duemila persone fra tecnici e operai che dovevano riposizionare perfettamente il tempio, portandolo sessanta metri più in alto in perfetto allineamento solare, così com'era nella vecchia collocazione quando una lama di luce  all'alba di ogni 22 ottobre e 22 febbraio penetra nella profondità del tempio illuminando le statue divine. Al loro arrivo in Egitto gli operai garfagnini trovarono sul luogo di lavoro una vera e propria città abitata da tremila persone, costruita proprio per questa impresa, non mancava niente, negozi, bar, alloggi, mense e perfino una centrale elettrica. Il lavoro si doveva svolgere in quattro fasi e la prima di questi
foto di Georg Gerster 
 fasi era quella che impegnava gli operai di Gorfigliano. Gli uomini 
si dedicarono a rimuovere tonnellate di roccia attorno ai templi. Precedentemente era stata collocata al loro interno un’armatura d’acciaio per evitare frane, mentre le facciate furono ricoperte di sabbia per prevenire danni alle sculture. Quindi l’operazione più delicata: il taglio in blocchi degli ipogei. Si effettuarono delle sezioni di tre metri di altezza fino a cinque di lunghezza, con un peso di 20 tonnellate per pareti e soffitti e di 30 per la facciata. Il contratto stabiliva che i tagli dovessero essere di un 
foto di Georg Gerster
massimo di 6 millimetri, ma i marmisti si fecero un punto di orgoglio nel farli ancora più sottili, soprattutto negli elementi decorativi. Una volta tagliati, i blocchi venivano etichettati con un codice che ne indicava la posizione, venivano introdotti in contenitori di cemento rinforzato e trasferiti in un sito di deposito. I lavori durarono otto anni, dal 1960 fino a quel 22 settembre 1968, quando con una grande cerimonia si annunciò al mondo la rinascita dei magnifici complessi monumentali di Ramses II e di sua moglie Nefertari. L'Egitto nel ringraziare le ventidue nazioni che aderirono all'impresa decise che questi partecipanti avrebbero potuto conservare una parte dei pezzi rinvenuti negli scavi. Quattro Paesi ricevettero in omaggio perfino un tempio completo che fu inviato e smontato e poi ricostruito nel luogo di adozione, per questo che oggi a Torino troviamo il 
tempio di Ellesija, a New York quello di Dendur, a Leida quello di Tafa e a Madrid quello di Debod. Infine il governo egiziano dalla pagine de "Il Corriere della Sera" scrisse parole di ringraziamento
foto di John Keshishi
agli italiani, ricordando che: "
Era stato salvato il gioiello dei tesori della Nubia, il monumento più grandioso mai scolpito nella roccia, esaudendo in questo modo il sogno del faraone Ramses di rendere il suo tempio immortale", anche grazie, aggiungo io, agli operai garfagnini.


Bibliografia

  • "Il trasferimento del Tempio di Abu Simbel" di Ester Pons Mellado, "Storica- National Geographic", settembre 2020
  • "Cinque operai da Gorfigliano in Egitto per salvare i tesori della Valle dei Re", "La Nazione- Lucca" di Amilcare Paladini. Anno 1960

mercoledì 20 gennaio 2021

C'era una volta un ragazzo lucchese: la vita di Romina Cecconi

Questa che vado a raccontarvi non è una bella storia, è una storia
fatta di soprusi, persecuzioni, sofferenze e violenze. Quello però che rende speciale questa vicenda è la voglia di emancipazione e di rivalsa sociale da parte della protagonista nell'Italia bigotta e puritana del dopoguerra. Non parleremo allora, come è mia abitudine, di belle tradizioni garfagnine o
 di guerre fra estensi e lucchesi, parleremo però di una lotta, la lotta per la propria libertà. Questa, infatti è la storia di Romano Cecconi, diventato Romina. Romano era nata nel momento sbagliato (in piena guerra mondiale) e nel corpo sbagliato. Si, avete capito bene, nel corpo sbagliato, perchè lei si sentiva donna a tutti gli effetti, tant'è che dopo una lunga battaglia legale fu la seconda persona in Italia che ottenne sui documenti d'identità il riconoscimento del suo nuovo genere dopo l'operazione del cambiamento di sesso, contribuendo così ad aprire la strada alle legge 164, che permette tutt'oggi l'adeguamento del nome sui documenti. Nacque così a Lucca, era il 4 luglio del 1941. Schiaffi, litigi, umiliazioni, per tutti era la "donnicciola", questa era la sua vita in una provincia lucchese diversa da quella attuale, legata a tradizioni antiche dove il "pater familias" era a capo di tutto il parentado, dove la società era ben distinta in uomini e donne, gli uomini lavoravano  e le donne accudivano ai figli, vie alternative non esistevano e quando esistevano si tenevano ben nascoste, erano considerate uno scherzo della natura o peggio ancora un abominio di Dio, una punizione divina. Ma a quei tempi Romano non ce la faceva a nascondere quella che era la sua vera e propria essenza e quella madre (n.d.r: nativa di Bagni di Lucca) un po' manesca non ce la faceva a frenare gli istinti di quel ragazzetto:- Tante sculacciate gli davo da bambino. Visto come fanno le bambine, si girano, si atteggiano e si pavoneggiano e così faceva anche lui e io ero turbata, sicuramente non mi faceva piacere e io lo picchiavo e lui le pigliava, stava zitto e ricominciava nuovamente a fare in quel modo...-. La svolta della sua vita ci fu qualche anno dopo quando la mamma per fuggire dalla miseria più nera che attanagliava la valle nel dopoguerra decise di trasferirsi a Firenze e andare a lavorare in una trattoria. D'altronde uscire dalla
Firenze anni 60
provincia per Romina era come uscire da un incubo:- Non ho mai conosciuto il mio vero padre, quello che ci adottò era un brav'uomo, ma spesso si ubriacava e diventava violento. Dopo la sua morte siamo arrivate in una città che non conoscevamo, ma che ci sembrava bellissima-. A quindici anni Romina trovò il suo primo lavoro in San Frediano (n.d.r: un quartiere di Firenze), imparò a fare la doratura delle cornici, ma il mestiere durò ben poco, le distrazioni e al tempo stesso le opportunità che dava la città alle sue ambizioni andavano sfruttate... L'ambizione difatti era il palcoscenico, ma come ebbe a dire Romina: "Cosa resta per chi nasce in un corpo sbagliato? Solo due scelte: il palcoscenico o il marciapiede. Provai con il primo ma finì sul secondo..." Il suo esordio nel mondo dello spettacolo infatti fu al "Circo Gratta" e come un fenomeno da baraccone sulla locandina era presentata come "L'uomo-donna", li si esibiva ballando il Bolero, si travestiva da Brigitte Bardot e da Milva, ma il suo numero venne cancellato, turbava i giovani... Tentò la fortuna poi nella lontana Parigi nel famoso locale "Chez Madame Arthur", non raggiuse mai il successo, ma imparò ad assumere ormoni per ingrossare il seno. Tornò allora a Firenze e divenne con il tempo un personaggio conosciuto, le sue passeggiate notturne vestita vistosamente da donna in abiti
La Romanina
coloratissimi, lo sculettare in jeans strettissimi fecero nascere il mito de "la Romanina". Cominciarono così i problemi seri... Lei e la sua amica Silvia incominciarono a frequentare il Parco della Cascine, ogni giorno la Buoncostume faceva retate, passava più il suo tempo in Questura che sul marciapiede e le multe a suo carico per oltraggio al pubblico pudore fioccavano e cominciavano veramente a farsi tante. Quei soldi fatti con il mestiere più antico del mondo servivano per la tanto sospirata operazione per cambiare sesso, non certo per pagare multe. Ma nonostante tutto il mito della Romanina continuava imperterrito nel suo successo nella Firenze degli sessanta:-
 Ero diventata una star, tanto che quando iniziai a fare la vita su e giù per via Tornabuoni (n.d.r: una delle vie del lusso di Firenze), la mia clientela era fatta di medici, avvocati, architetti. Io e la Silvia entrammo nel bel mondo di Firenze dalla porta principale. I ricchi ci invitavano nei loro attici con vista. Una volta mi ricordo che in una cantina vicino Santo Spirito, una taverna frequentata dalle grandi famiglie della città dove si facevano gli spogliarelli, ci fu una retata della
Buoncostume e finimmo tutti sulla rivista 
Specchio. Fu la mia prima copertina. Non c’era festa, night club o appuntamento mondano in cui io e la Silvia non fossimo le star. Ogni volta che succedeva qualcosa il giorno dopo mi ritrovavo sulle pagine de "La Nazione"
, con titoloni che gridavano allo scandalo. Lo facevano per vendere più copie, naturalmente- Insomma Romina era diventata una vera e propria icona, di sè, se ne accorse anche il jet set internazionale che la voleva nei suoi salotti, era amica delle figlie di Chaplin e il suo flirt con Vittorio Emanuele di Savoia fece scandalo. La misura però era colma, pressioni politiche sulla questura di Firenze da parte della Democrazia Cristiana dicevano di chiudere questo scandaloso capitolo. La palla fu presa al balzo e in violazione dell'articolo 85 del codice Rocco alla Romanina gli fu imposto il coprifuoco, divieto di uscire di casa nelle ore serali e notturne e l'obbligo di vestirsi da uomo. Ovviamente Romina non avrebbe mai rispettato tali restrizioni e così le condanne aumentavano, 
per ben quattro volte le porte del carcere sia maschile che femminile si aprirono per lei e come se non bastasse subì perfino l'umiliazione delle visite psichiatriche. Arrivò così anche il 1968 e se quell'anno per l'Italia fu il momento della grande contestazione per Romina il suo '68 si tradusse nel suo anno peggiore che coincise con la sua totale repressione. "Persona socialmente pericolosa" così recitava la motivazione per cui Romina venne spedita al confino, al soggiorno obbligato nel sud più profondo, a Volturino un paesino
Volturino (Foggia)
montano di duemila anime in provincia di Foggia, tanti "riguardi" non venivano prestati nemmeno ad un pericoloso mafioso. 
A dispetto dei giudici, per Romina quello fu il giorno della liberazione, non della repressione:-Quando scattò il confino, che ormai andavo per i trenta, mi dissi: ora o mai più. Casablanca era lontana, ma Losanna no. Prosciugai il conto in banca e scappai. Costava 700 mila lire quell'operazione. I soldi non bastarono. Scrissi a mamma: dimentica tutto, aiutami. Due giorni dopo eccola lì di persona, il mio cuor di mamma, con 500 mila lire in una busta, i risparmi di una vita. Sapeva di avermi ridato la vita per una seconda volta. Ci siamo guardate e abbiamo iniziato a piangere, come due grulle. Non avevo paura più di nulla, né del confino, né del ritorno alla solita vita. Che soddisfazione, due anni dopo, sventolare sotto il naso di un agente i documenti con scritto "sesso: effe"-. Nonostante questo al suo rientro in Italia la Patria non si dimenticò di lei, anzi fu lei che una volta rientrata dalla Svizzera si autodenunciò per scontare il famoso confino, e fu mandata inesorabilmente a scontare la sua pena a Volturino. Passati  tre anni nel paesino foggiano la sua fama si diffuse ancor di più. Romina aveva vinto, il suo stato di donna gli era stato
Romina Cecconi a Firenze
legalmente riconosciuto, aveva dovuto citare in tribunale perfino l'anagrafe, i tempi delle umiliazioni, delle violenze, dei processi e del carcere erano finiti, era arrivato il momento di aiutare le altre perchè non subissero la sua stessa sorte, 
ma non c'erano ancora leggi al riguardo, ma grazie a lei ce la fecero molte altre e lei le ha aiutò organizzando scioperi, cortei, andando in televisione e scrivendo un libro. Fu il 1976 e in tutte le librerie uscì "Io la Romanina: perchè sono diventato donna". Il libro ebbe un successo clamoroso, la Firenze dei salotti buoni cominciò a tremare per gli eventuali nomi che li potevano comparire (n.d.r: i nomi non c'erano ma si potevano intuire). Fu poi invitata anche nelle trasmissioni da Enzo Tortora per parlare della sua storia e il famoso regista Mauro Bolognini nel 1978 girò su di lei un reportage dal titolo: "C'era una volta un ragazzo: la vita di Romina Cecconi". Sulle sue vicende fu fatto perfino uno spettacolo teatrale con l'attrice Anna Meacci che ancora oggi viene rappresentato: "La Romanina-La vera storia del primo uomo in Italia diventato donna". Ma oggi "la Romanina" che fine ha fatto?
Romina è ancora in gran forma, quest'anno compirà ottant'anni e adesso vive a Bologna. Gli anni sono trascorsi e passate le luci della ribalta la sua vita si è svolta regolarmente, un marito, un divorzio, un fidanzato che la convinse a lasciare la strada e a comprarsi un edicola, proprio in quella Bologna in cui adesso vive. 
Per tutto il mondo l.g.b.t è ancora un mito per il resto è tutto un lontanissimo ricordo.


Bibliografia

  • "Ero Romano, diventai Romina e l'Italia mi mandò al confino" di Michele Smargiassi, "La Repubblica" 1 dicembre 2002
  • "Le mie notti da Romanina" di Marco Luceri, "Corriere Fiorentino",11 novembre 2015
  • "Romanina, la donna pipistrello", "orlandomagazine.it" di Salvatore (Paolo) Pazzi, 13 aprile 2019 
  • "C'era una volta un ragazzo: la vita di Romina Cecconi" documentario RAI di Mauro Bolognini anno 1978
Il titolo dell'articolo in questione è ispirato dal documentario RAI di Mauro Bolognini "C'era una volta un ragazzo: la vita di Romina Cecconi"