mercoledì 27 maggio 2020

Quando la storia la scrivono i vincitori... Quello che narrarono gli storici (romani) sui Liguri Apuani...

La frase "la storia la scrivono i vincitori" in effetti insinua un grosso dubbio sui libri di storia... lascia intendere che tutto quello(o in parte)di quello che è scritto su questi testi non sia del tutto vero... e allora mi domando io... ma quanto sappiamo in verità del nostro passato? Difficile da dire, specialmente quando ci si riferisce ad epoche molte lontane. Se ci pensiamo bene è perfino difficile capire la verità di quello che succede quotidianamente e a volte non si conoscono nemmeno le verità in ambito di storia familiare, quindi è veramente complicato comprendere quando un fatto storico è stato volontariamente distorto. Pensare di coloro che secoli o millenni fa avevano l'onere di scrivere resoconti di storia come di casti e puri tramandatori di eventi oggettivi è come credere oggi che tutti i giornalisti raccontino i fatti in maniera imparziale o senza un credo politico alle spalle. In questi ultimi decenni però, gli
storici stanno cercando di fare un grosso recupero di verità su determinati fatti, avvenuti in epoche lontane. Ad esempio mi viene in mente Nerone, l'imperatore romano sempre descritto come un pazzo incendiario a quanto pare era molto amato dai sudditi ed esistono prove che non fu lui ad incendiare la "città eterna"... Ma allora, in conclusione, se la storia la scrivono i vincitori, quante altre volte c'è stata tramandata in modo falsato? Probabilmente non lo sapremo mai. Figuriamoci poi se in un contesto simile fosse esistito un popolo che non sapeva nè leggere, nè scrivere e che quindi non poteva dire "la sua" ai posteri... Eppure un popolo così esisteva veramente... erano i nostri antichi antenati, erano i Liguri Apuani. Non sapremo mai nè dai loro scritti, nè dai loro disegni le loro vicende e le loro sorti. Gli Apuani di se stessi non scrissero mai niente, semplicemente perchè non sapevano scrivere, le loro notizie ci sono state tramandate dal suo più acerrimo nemico... i Romani...
Di loro nell'antichità hanno scritto storici, geografi e poeti di tutto rispetto e rinomata valenza, ma però in termini diversi; i primi a scrivere degli Apuani e dei Liguri in genere furono i greci già VII e VI secolo a.C, il loro giudizio su questo fiero popolo era indifferente e quindi (forse) il più fedele alla realtà. Poi
cominciarono proprio i romani a menzionare i Liguri Apuani nei loro scritti e qui l'apprezzamento sicuramente era meno lusinghiero. D'altronde la lunga e sanguinosa guerra fra questi popoli avrebbe lasciato il segno anche nelle future memorie, facendo nascere opinioni non obiettive e serene, come normalmente è la storia scritta dai vincitori. Gli avvenimenti narrati dai romani ci raccontano che questi uomini erano ribelli, trogloditi, bestie selvagge e crudeli e che non vollero mai piegarsi alla potenza di Roma e allora sta a noi tradurre queste parole: la loro malvagità probabilmente era dovuta ad uno spirito indomito e la loro ribellione la si può leggere in un desiderio di libertà. Altre descrizioni invece ci tramandano un quadro piuttosto fedele sul loro aspetto e sul loro stile di vita. Il greco Diodoro Siculo (90 a.C-27 a.C) nel suo libro "La Biblioteca Storica" così ce li descrive: "tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, nervosi... Costoro abitano una terra sassosa e del tutto sterile e trascorrono un'esistenza faticosa ed infelice per gli sforzi e le
vessazioni sostenuti nel lavoro. E dal momento che la terra è coperta di alberi, alcuni di costoro per l'intera giornata, abbattono gli alberi, forniti di scuri affilati e pesanti, altri, avendo avuto l'incarico di lavorare la terra, non fanno altro che estrarre pietre... A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo, si mantengono nel corpo forti e vigorosi. In queste fatiche hanno le donne come aiuto, abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili sono forti e muscolosi nei corpi... Trascorrono la notte nei campi, raramente in qualche semplice podere o capanna, più spesso in cavità della roccia o in caverne naturali... Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve... essi sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle condizioni della vita non scevre di pericolo". Il generale romano Porcio Catone (234 a.C- 149 a.C) invece ci narra della loro incompetenza e li definisce ignoranti e bugiardi ("inliterati mendasque"), parlandoci ancora di un popolo che ha perso la memoria delle proprie origini e della propria identità. Dall'altra parte lo storico greco Erodoto (484 a.C- 430 a.C) ci racconta dettagliatamente dove abitavano:"La parte convessa delle Alpi-che sono montagne molte alte e formano una
curva- è rivolta verso le pianure dei Celti di cui si è detto e verso il monte Cemmeno; la parte concava verso la Liguria e l'Italia. Molti popoli occupano questi monti, tutti Celtici tranne i Liguri; questi sono di stirpe diversa, ma simili per stile di vita; occupano la parte delle Alpi che si congiunge agli Appennini ed abitano anche una parte degli Appennini". Rimane il fatto che fra tutte queste parole quello che non lascia dubbio sono gli apprezzamenti non proprio benevoli della buona società romana del tempo nei confronti dei nostri lontani antenati...:"adsuetumque malo ligurem", così li definisce il sommo poeta Virgilio (70 a.C-19
Virgilio
a.C) nelle sue "Georgiche", ossia: "il Ligure avvezzo alla perfidia", non da meno il letterato Marco Terenzio Varrone (116 a.C-27 a.C): "Ligures Montane piratae, qui alpium asperrima colunt", "I Liguri sono predoni dei monti, che abitano i luoghi più inaccessibili delle Alpi", non la "tocca piano" nemmeno il famoso oratore Cicerone (106 a.C-43 a.C) definendoli rozzi ed incolti ("intonsi ed inculti"). Tito Livio (59 a.C- 17 d.C) invece merita una menzione a parte, lui è lo storico per eccellenza dei
Tito Livio
Liguri Apuani, è lui che racconta (anche) nella sua magna opera "Ab Urbe condita" (n.d.r:ben 142 libri che vanno dalla fondazione di Roma alla morte di Druso, figliastro di Augusto nel 9 a.C)
 le abitudini e le guerre contro Roma e a proposito di guerre ecco quello che riferì: "…entrambi i consoli conducevano una campagna nel territorio dei Liguri: un nemico che sembrava fatto apposta per tenere i Romani allenati alla disciplina militare durante gli intervalli tra i grandi conflitti perché non esisteva altra zona di operazioni in grado di stimolare maggiormente lo spirito combattivo dei soldati(…)nel territorio dei Liguri non mancava nulla di quello che serviva a tenere alta la tensione tra i soldati: territori montuosi e difficili; strade strette, anguste,
ostili per i possibili agguati; un nemico agile, svelto, pronto agli attacchi inattesi, che non consentiva quiete e tranquillità da nessuna parte e in nessun momento; l’obbligo di andare ad attaccare fortini ben difesi tra fatiche e rischi; un territorio povero di risorse che costringeva i soldati a una vita misera visto che si offriva scarsa possibilità di preda(…)e con i Liguri non mancavano mai né occasioni né motivi per combattere perché a causa della povertà dei loro territori compivano incursioni nelle campagne vicine e i combattimenti non arrivavano mai ad essere decisivi"... Ecco a voi, il più classico esempio tratto della celeberrima serie "la storia la fanno i vincitori". Per Tito Livio questi rudi uomini delle montagne erano avversari di poco conto, buoni per un semplice allenamento con i quali i romani stessi si tenevano in esercizio in vista dei grandi conflitti. Ma la storia dirà che il popolo apuano fu uno degli scogli più duri da superare per Roma, lo stesso Tito Livio si lasciò andare anche a parole sincere, tralasciando qualunque faziosità: "et Ligures durum in armi genus" ("popolo forte, tenace nell'uso delle armi")e rimase famosa nella storia la sua frase che racconta di quando gli Apuani sconfissero e misero in fuga i romani nella celeberrima battaglia del "Saltus Marcius": "Si stancarono prima gli Apuani di inseguire che i romani di fuggire".

Del resto, Giambattista Vico(filosofo del XVII secolo) ci insegna che la storia è fatta di corsi e di ricorsi. A conferma di ciò è evidente quello che capitò a Rutilio Namaziano (poeta e politico
romano)nel 410 d.C, quando era di ritorno a Roma, dopo che nella Gallia Narbonese (territorio romano) aveva assistito alla sconfitta dell'esercito romano da parte dei rivoltosi Goti. Il suo ritorno fu un mesto e malinconico rientro che fece imparare a lui e a Roma una grande lezione, tant'è che nel suo componimento "De reditu suo" ebbe a dire: "Quos timuit superat, quos superavit amat", ovvero: "Vincere chi si è temuto e amare chi si è vinto"...

mercoledì 20 maggio 2020

Viaggio fra antichi e curiosi oggetti garfagnini del tempo che fu...

La soffitta di una casa, specialmente se è una vecchia dimora, è un
luogo eterno, fatato e incantato, dove straordinariamente i ricordi continuano a vivere sotto forma di carabattole e cianfrusaglie varie di cui non ti vuoi liberare, anche se effettivamente hanno perso qualsiasi utilità. Dall'altra parte però questi oggetti con il tempo che passa hanno aumentato notevolmente il loro valore sentimentale e mille sfumature della propria identità sonnecchiano ancora in silenzio in quella soffitta. Quelle cose sono diventate dei tesori e solamente a vederli suscitano ossequio e riverenza, eppure sono lì, inanimate da tempo immemore, finchè, un giorno, un componente della famiglia decide di andare a fare ordine o a recuperare qualcosa...
Ecco che allora tornano fuori oggetti curiosi, quegli oggetti buffi, strani che si usavano prima dell'ultima guerra e forse chissà, sicuramente anche prima. Eppure, erano tutte cose indispensabili per la quotidianità garfagnina di molto tempo fa. 
Fra quel "ciarpame" che le persone hanno conservato con maggior cura ci sono in buona parte oggetti che riguardano la camera da letto. La vita nei campi era dura d'altronde e un buon riposo per il garfagnino diventava indispensabile. Al mattino bisognava essere più che mai riposati per affrontare una faticosa giornata di lavoro, quindi esisteva una massima attenzione a questo confort. Avete allora mai sentito parlare della "monaca"?... Cavolo! Che ci faceva una monaca in camera? Questa di cui parliamo però è un altro tipo di monaca. 
C'era poco da fare, gli inverni garfagnini erano duri, freddi e
"La monaca" e lo scaldino
piovosi e non esistevano termosifoni, ne tantomeno termoventilatori, ne men che mai sofisticati condizionatori ad inverter o diavolerie simili. Nella maggior parte delle nostre case c'era al massimo una stufa a legno solitamente posizionata in cucina, e nelle altre stanze... gelo assoluto! Ragion per cui i nostri nonni dopo aver cenato prendevano il loro "scaldaletto" e lo ponevano fra materasso e lenzuola; poi riempivano un contenitore
(lo scaldino) di brace levata dal camino, et voilà, il loro riscaldamento "centralizzato" era bell'e pronto. La cosiddetta monaca era appunto una struttura leggera, costituita da due semi archi fatti con fasce di legno di castagno con un gancio posto alla sommità, al quale si appendeva il cosiddetto "scaldino". Naturalmente questo "coso" era messo in modo che le lenzuola non bruciassero e veniva posizionato un'oretta prima di coricarsi: la cenere e le braci asciugavano e toglievano l'umidità, riscaldando tutto il letto in maniera uniforme. A quanto pare il curioso nome deriva dal fatto che la sua forma ricordava le grandi sottane delle suore. 
Sempre a proposito di camera da letto conoscete quello che in dialetto garfagnino e detto "il cantero"? In italiano è il pitale o per meglio capirsi il vaso da notte, strumento indispensabile dei
"Il cantero"
nostri nonni per non dover uscire fuori nell'orto nel freddo della notte, per espletare gli urgenti bisogni. Ricordiamo infatti che il vaso da notte era un oggetto di tutto rispetto, c'erano per tutti i gusti e per tutte le tasche. Alcuni venivano venduti in un set coordinato, comprensivo di brocca e bacinella. Di solito quello usato nelle case garfagnine era di semplice fattura, realizzato in terracotta porcellanata, decorato con una semplice righina azzurra o addirittura colorato completamente di bianco, altri però erano un inno all'eleganza e alla raffinatezza, decorati con ghirlande, fiori, o sennò con disegni propri del decò italiano, ma quelli erano per altre tasche. In Garfagnana "il cantero" aveva pochi fronzoli... Già, la parola cantero, purchè dialettale ha una nobile origine
"La colonnetta"
latina: "cantharus", ossia, recipiente, vaso. Per riporre il vaso da notte esisteva anche un mobiletto, oggi ricercatissimo dagli antiquari: "la colonnetta". Questo arredo era l'antesignano del comodino, ed era un armadietto stretto e lungo (simile ad una piccola colonna)dotato di uno sportello, dove dietro veniva riposto
o per meglio dire nascosto il pitale. Il mobile nella sua parte superiore era dotato anche di un cassetto e il suo ripiano era solitamente fatto di marmo. Fattostà che al mattino, con calma, il vaso da notte veniva svuotato, lavato e lì nuovamente nascosto. Sopra questo simil comodino, vicino al letto, veniva messa una piccola acquasantiera ad uso domestico, in modo che al mattino e alla sera i fedeli potessero segnarsi e recitare le preghiere. L'acqua per questi oggetti veniva prelevata dalle acquasantiere delle chiese e quest'usanza, benchè ai più ignota è antichissima e infatti risale a più di cinquecento anni fa, quando l'acqua benedetta veniva attinta dalle chiese e portata nelle
Acquasantiera
da camera
proprie case per proteggerle dalle forze del male. Di questi oggetti ne furono costruiti di ogni genere e foggia, dai più semplici, come erano quelli usati nelle case dei garfagnini, a quelli più decorati, con putti angioletti e santi vari.


La cucina invece, era la stanza della casa per per eccellenza, dove di solito si svolgeva buona parte della vita domestica e per questo ancora oggi molti dei suoi oggetti sono sopravvissuti all'oblio dei tempi. La madia ad esempio è uno di questi. L'etimologia del suo nome già racconta il suo antico uso: dal latino "magida" che significa impastare, lavorare la farina. Questo mobile era presente in tutte le cucine garfagnine, sia in quelle più lussuose che in quelle più povere, ed era composto da una parte superiore che veniva usata da spianatoia per impastare il pane, questa parte veniva poi alzata a mo' di coperchio e li, al suo interno venivano conservate le farine e riposta la pasta a lievitare. Di solito era realizzata con legno di castagno o di noce e la sua fattura lasciava intravedere il ceto sociale della famiglia a cui apparteneva. Le linee semplici e pulite riconducevano a modeste famiglie contadine, mentre una madia decorata, intarsiata e impreziosita da accessori vari era facilmente attribuibile a famiglie benestanti. Un'altro oggetto di queste
La madia
vecchie cucine che ha destato sempre curiosità più che per la forma che per l'uso è la zangola. Del resto non era facile ricavare il burro dal latte, o perlomeno se non era facile c'era una "macchina" che semplificava molto questo compito, ma ciò richiedeva tempo e fatica e questo recipiente di forma cilindrica dotato di stantuffo faceva al caso suo. Comunque sia l'operazione richiedeva una certa manualità, innanzitutto bisognava dividere la panna dal latte appena munto (cosa che avveniva lasciando riposare quest'ultimo), nel frattempo la zangola veniva scaldata con acqua calda 
(specialmente in inverno), una volta tolta quest'acqua, al suo interno si versava la panna che veniva filtrata con una tela grezza, si metteva poi il coperchio e con il movimento su e giù del pistone si sbatteva la panna fino a che non si consolidava (proprio da questo movimento nasceva l'origine del suo nome, difatti la
Contadino con la zangola
"bizangola" negli antichi dialetti del nord est era l'altalena e il suo movimento ricordava proprio il su e giù del pistone). Una volta che il tutto si era completamente solidificato si passava a dare le forme desiderate nei vari stampi a disposizione.

Certo ora in cucina è tutto più facile, non c'è niente di più comodo che comprare la pasta già fatta, il burro bello è che pronto e il caffè già tostato e macinato. No! una volta queste operazioni, anche per il caffè bisognava farle "a mano". Il caffè veniva comprato in chicchi e poi ci pensava il tostacaffè a fare la torrefazione di questa corroborante vivanda. Originale anche la forma di quest'utensile, si trattava infatti di un ferro sagomato alla cui estremità era posto un contenitore cilindrico
Il tostacaffè
, dotato di una piccola porticina dove veniva inserito il caffè da tostare, inoltre c'era una specie di manico che veniva appeso ad un gancio posto sul fuoco del camino e con tanta pazienza si faceva girare, come un girarrosto, in modo che il caffè venisse tostato alla perfezione. A quel tempo anche i garfagnini erano diventati degli ottimi specialisti in materia e sapevano come ottenere un ottimo caffè tostato, osservando il colore ed il profumo dei chicchi. A completare l'opera ci pensava l'oggetto antico che forse è il più presente e il più recuperato (insieme alla vecchia macchina da cucire SINGER)in tutte le nostre case: il macinino da caffè. Sarà il suo aspetto simpatico e tondeggiante, eppure ci sono veramente poche case in Garfagnana dove per soprammobile non ci sia questo attrezzo. Checchè se ne pensi questo "trabicoletto" ha una storia di tutto riguardo che nasce proprio da quando in Europa fu importato il caffè. Dapprima si penso di macinarlo con lo stesso utensile con cui si macinavano l'esotiche spezie... il risultato fu pessimo. Questi macinini di spezie facevano del caffe una polvere
Il macinino
sottilissima da non garantire una bevanda dal sapore impeccabile. Ci pensarono allora i turchi nel XVI secolo a farci pervenire i macinini che i nostri nonni hanno conosciuto. I macinini, quelli più semplici, erano realizzati in legno, e al loro interno esisteva  un meccanismo di frantumazione con macine. Girando sull'apposita "manovellina"  si mettevano in azione queste piccole macine  che consentivano di triturare al meglio i chicchi del caffè. La polvere che ne usciva veniva raccolta da un apposito cassettino. 

Direi che può bastare così... anche perchè mi assale un desolato pensiero e la mia riflessione va al fatto di come queste cose invecchiano in maniera veloce, rapida e fin troppo svelta. Parlare e scrivere di questi oggetti è come scrivere (per assurdo) di una colonna dorica o di tempio romano, invece sono cose che ci sono vicinissime nel tempo e che l'avvento del consumismo degli anni 50' e 60' del secolo passato ha spazzato via dalle nostre case e dalla nostra memoria... Per questo vi consiglio, ogni tanto, di fare un bel giro in soffitta.

mercoledì 13 maggio 2020

1973: i giorni de'"L'Austerity". Ecco quello che successe in Garfagnana

Correva il lontano 6 ottobre 1973 quando la guerra dello Yom Kippur
ebbe inizio. Di tutte queste guerre arabo israeliane ad onor del vero oramai abbiamo perso memoria, ma questa però ce la dovremmo ricordare perchè lasciò un segno indelebile anche in Garfagnana, una terra lontana ben quattromila chilometri di distanza da quei bellici eventi.
Lo Yom Kippur, è il giorno più sacro nel calendario ebraico, un giorno di espiazione, durante il quale gli ebrei adulti sono tenuti a digiunare, con lo scopo di meditare e di avvicinarsi a Dio. In quel momento religioso-meditativo, dal quale deriva una generale rilassatezza, il governo israeliano, con il primo ministro Golda Meir, considerava quasi improbabile un attacco diretto sul proprio territorio, poichè le rispettive festività religiose proibivano la guerra. Diversamente il presidente egiziano Sadat, forte dell'appoggio del mondo arabo ed in collaborazione con Al Assad presidente della Siria, decise di avvantaggiarsi, sfruttando quel prezioso momento per attaccare e riconquistare i territori persi
La signora Golda Meir
 primo ministro
israeliano
durante le precedenti guerre arabo israeliane. L'attacco incrociato degli egiziani e dei siriani ebbe inizialmente successo, d'altronde gli aiuti economici e militari di Libia, Marocco, Giordania, Libano, Iraq, Palestina erano di manforte, tuttavia il successo delle forze arabe non continuò oltre l'11 ottobre, quando le truppe israeliane, una volta che si erano riprese dall'attacco a sorpresa, riuscirono a riprendere il controllo della situazione, prima respingendo i siriani e poi contrattaccando gli egiziani che subirono un rovescio clamoroso: gli israeliani li respinsero oltre il Canale di Suez, arrivando perfino a minacciare la capitale del Cairo. Praticamente appena dopo una settimana di conflitto, la
Immagine della guerra
dello Yom Kippur
guerra stava volgendo già al termine... con l'aiuto fondamentale di parte americana a favore degli israeliani stessi... A chiudere militarmente, e sottolineo militarmente, ogni questione ci pensò l'ONU che con la risoluzione 338 imponeva il cessate il fuoco. Ma il bello però doveva ancora venire. Dove gli arabi non erano riusciti a ferire con fucili e carri armati, decisero di provarci con la più potente arma a loro disposizione: il petrolio. Il 16 ottobre i paesi arabi associati all'OPEC aumentarono il prezzo del greggio da tre a cinque dollari per barile, arrivando nel tempo perfino a stabilire il prezzo fino ad undici dollari, inoltre le

stesse nazioni arabe adottarono altre due clamorose linee d'azione per tutti quei paesi che avevano favorito gli israeliani. Agli americani, portoghesi ed olandesi gli fu imposto il totale embargo petrolifero, mentre al resto dei paesi europei, fra i quali l'Italia, il petrolio fu venduto al di sotto del loro fabbisogno reale e ad un prezzo più elevato al periodo precedente della guerra dello Yom Kippur.
L'Italia da questo semi-embargo, come buona parte dei paesi europei,
fu messa in ginocchio. Il nostro governo fin da subito fu costretto a varare misure d'emergenza mai adottate prima. Il 22 novembre 1973 il presidente del consiglio Mariano Rumor annunciò l'entrata in vigore del decreto detto dell'"Austerity". Già a quel tempo c'eravamo fatti prendere la mano dai vocaboli anglofoni, ma comunque era chiaro per tutti che forti politiche di austerità si sarebbero abbattute sulla nostra nazione. Vennero infatti introdotte limitazioni ai consumi d'elettricità: bandite cosicchè le insegne luminose di grandi dimensioni, nonchè vigeva l'obbligo di ridurre la pubblica illuminazione del 40% e consigliato (dal momento che eravamo in prossimità delle festività)di fare parsimonia di luci natalizie. Ma non solo, l'orario dei negozi fu ridotto, la chiusura di cinema, bar e ristoranti fu anticipata. La chiusura dei programmi RAI fu determinata alle ore 23, con l'anticipo dell'inizio del
telegiornale di RAI 1 alle ore 20 anzichè alle 20:30 (n.d.r: orario che si è mantenuto fino ai giorni nostri). Fu inoltre abbassato il limite di velocità per le auto in autostrada e il riscaldamento nelle case non doveva superare tassativamente i 18°, salvo non si facesse uso di camino a legna. Ma la norma che rimase più impressa nelle italiche memorie fu un'altra ed effettivamente lasciò un segno tangibile nelle consolidate abitudini dei nostri padri. Difatti dal 2 dicembre di quel bizzarro 1973 venne imposto il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi privati, si pensava con questo stop di risparmiare ben 50 milioni di litri di petrolio per ogni giorno di festa che le auto sarebbero rimaste ferme. Da questo fermo obbligato rimasero esenti i mezzi di trasporto pubblico, le ambulanze, mezzi di soccorso e di pubblica sicurezza, le auto dei medici, veterinari, dei servizi postali e... dei sacerdoti. La pena per i trasgressori non era nè una carezza nè tantomeno un rimbrotto paterno, la multa andava dalle centomila lire , fino ad arrivare a un milione, oltre all'immediato sequestro del veicolo. Insomma, per far capire bene la gravità del
Paolo VI in carrozza
momento anche il Presidente della Repubblica Giovanni Leone la mattina si recava a messa a piedi con tutta la famiglia e Papa Paolo VI nel giorno dell'Immacolata Concezione, quando si recò a rendere omaggio all'immagine della Madonna in Piazza di Spagna, si fece trasportare da una carrozza tirata da uno scalpitante cavallo. 

E in Garfagnana, questo periodo di "Austerity" come fu preso? Quali furono le reazioni? Le cronache del tempo parlavano ad un ritorno al passato neanche poi tanto lontano. Da poco era finito il boom economico, quel miracolo italiano che portò ad una crescita economica e tecnologica esponenziale che in Garfagnana aveva avuto però i suoi effetti più dilati nel tempo. Eravamo ancora piuttosto legati alle nostre agresti abitudini, ancora in molti paesi della montagna si viveva come prima della
Domeniche di austerity
sul ponte di Gallicano
guerra. Per l'appunto per gli anziani non cambiò niente, loro erano abituati a quel modo di vivere, ai loro tempi non c'era la luce nelle case, nemmanco la televisione, frigoriferi o lavatrici e delle auto nemmeno l'ombra, poi al ristorante o al cinema chi andava mai? Solo nei paesi del fondovalle, Castelnuovo compresa, il consumismo e l'industria aveva cominciato a marciare a pieno ritmo. I grandi sociologi del tempo parlavano di una non troppo remota possibilità di esaurimento delle fonte energetiche, al punto da paventare un ritorno alla civiltà preindustriale... ma come abbiamo letto, in Garfagnana buona parte della sua popolazione ancora era a quel punto. Comunque sia anche per buona parte dei garfagnini fu un ritorno ai tempi andati. Fu difatti riassaporata la vecchia dimensione di vita da poco dimenticata: le biciclette ripresero a circolare come una volta, dalle loro stalle uscirono nuovamente "i miccetti" e i cavalli e qualcuno rispolverò, con

grande curiosità dei bimbetti che mai le avevano viste circolare, le carrozze usate un tempo per il trasporto delle persone. Anche i vecchi giocattoli dismessi ebbero un nuovo momento di gloria: tricicli, monopattini e calessi a pedali ripresero a scarrozzare per le vie dei paesi garfagnini. Quelle domeniche e quelle feste furono presi da tutti i garfagnini con molta responsabilità e senso civico, a quanto pare nella valle non fu elevata nessuna sanzione e nel resto del Paese le multe furono solamente 1317. D'altronde lo spirito d'adattamento del garfagnino è sempre stata una delle sue prerogative principali. Ben presto in quei giorni gli uomini e le donne tornarono ad impossessarsi della strade e delle vie, le signore cominciarono nuovamente a sedersi in gruppo fuori casa a fare la maglia, a giocare a tombola e a spettegolare com'era usanza un tempo. I signori invece riportarono fuori dai loro laboratori i vecchi mestieri: il ciabattino, il cestaio, l'arrotino, tutti nella via senza la noia di doversi spostare ogni cinque minuti per far
passare un auto. Anche i ragazzetti provarono l'ebbrezza di giocare, saltare e divertirsi senza le consuete raccomandazione della mamma: -Mi raccomando quando attraversi la strada prima guarda sinistra e poi a destra...- o sennò-Quando giochi a pallone, vai attenzione alle auto, perchè se ne ammacchi una ti do due sberle !!!-. Significativa è la testimonianza dell'Alfredo di Gallicano che aveva la sua fidanzata a Barga. La domenica difatti era il giorno dedicato all'incontro fra fidanzati, tutta la settimana del resto si lavorava o si studiava e le circostanze per incontrarsi non erano molte come oggi e la domenica, appunto era il giorno dedicato esclusivamente alla fidanzata:"Era il gennaio del 1974, aveva nevicato e quella domenica diventò inutile prendere anche la bicicletta. Allora m'incamminai a piedi, ero tutto imbacuccato da capo a piedi, era un freddo che si moriva, perdipiù quando parti di casa cominciò nuovamente a nevicare e a tirare vento, nonostante ciò non tornai
indietro. Quei sei chilometri che mi distanziavano da Barga e dalla mia fidanzata furono tutti "dedicati" agli arabi e agli americani: gli inviai una sequela d'accidenti impressionanti che se avessero fatto effetto sarebbero state più letali che di qualsiasi altro missile israeliano. Comunque sia arrivato a Barga, trovai la mia fidanzata preoccupata, sapeva che ero partito ma non sapeva che fine avessi fatto (all'epoca i telefonini non c'erano) Rimane il fatto che quel giorno mi abbracciò come se fossi un eroe". Sempre a proposito di fidanzati, si racconta che molti matrimoni "garfagnini", nella primavera del 1974 furono celebrati portando la sposa in carrozza, anzichè con le fiammanti auto. 
Ad ogni modo, molti di quei giovanotti di allora, come Alfredo, provarono (in parte) sulla propria pelle il medesimo stile di vita che avevano avuto i loro padri, ma ormai quel modo di vivere era morto e sepolto e a parte tutte queste singolarità, già questi ragazzi erano diventati, loro malgrado, figli di un tempo che non era più il loro. Questi ragazzi, nonostante il divertimento iniziale non vedevano l'ora che la cosiddetta "austerity" avesse fine. I
cinema con De Niro e Pacino, la discomusic di Donna Summer, la musica pop degli Abba, la voglia di vacanze al mare e le lotte operaie di quegli anni avevano proiettato questi "nuovi giovani" nel nuovo mondo che anche in Garfagnana stava per avere inizio, soppiantando definitivamente un vecchio mondo antico. Per loro questa austerità era un noioso paletto, bisognava ripartire... e così fu. Dall'aprile 1974 si allentarono le misure sul traffico privato, potendo così far  circolare le auto a targhe alterne. Si arrivò poi anche al fatidico giugno dello stesso anno, dove tutte le misure di austerità furono abolite (n.d.r: com'è usanza nelle "buone" abitudini italiane, tali misure sono state formalmente e "tempestivamente" abrogate dal
Codice della strada del 1992). L'Italia non si sarebbe più fermata... fino al marzo 2020, quando un'epidemia colpì il nostro Paese e tutto il resto del mondo...

mercoledì 6 maggio 2020

Il prete che portò la patata in Garfagnana... Storia di guerre, carestie e superstizione

In origine era "potati", poi "papa", "batatas", dopodichè la sua
Re Federico il Grande controlla la
coltivazione della patata
dipinto di Robert Muller
diffusione portò l'avvicendarsi di altri nomi ancora. In Italia all'inizio fu chiamata "tartifola", vista la somiglianza che aveva con il tartufo, per lo stesso motivo in Germania la denominarono "kartoffel" e in Francia, culla della sua divulgazione in tutto il Vecchio Continente, in principio fu elegantemente chiamata "pomme de terre", ossia mela di terra. Oggi è conosciuta semplicemente con l'appellativo di patata ed è il quarto alimento più consumato al mondo. Checchè se ne pensi non fu il solito Cristoforo Colombo ad esportare il tubero in Europa, ma bensì i suoi accoliti spagnoli una cinquantina di anni dopo la scoperta dell'America. I conquistadores si accorsero della presenza della patata nelle loro scorribande sulla cordigliera andina: Perù, Cile, Bolivia, nonchè  Messico e Colombia. Fu proprio nella lontana Colombia che si ebbero le prime testimonianze scritte

della sua presenza, quando nel 1536 gli uomini di Gonzalo Jimenez de Quesada aprirono un varco nella foresta della Valle Magdalena ed irruppero nell'attuale villaggio di Sorocotà; gli indigeni, poveri sventurati, scapparono a gambe levate mentre i conquistadores saccheggiavano le loro capanne. In una di queste capanne trovarono del cibo: fagioli, mais e una sorta di "tartufo". Nel suo resoconto Juan de Castellanos lo descrisse dettagliatamente: "piante con scarsi fiori viola opaco e radici farinose di sapore gradevole...". Fattostà, che nel tardo cinquecento lo strano tubero fece il suo ingresso in Europa. Il suo arrivo non fu accolto con manifestazioni di giubilo e tripudio, anzi, il suo esordio nelle tavole della gente non fu del tutto facile, tant'è che questo alimento non fu preso come fonte di nutrimento umano e fu relegato a cibo per animali da fattoria. La povera patata con il tempo fu quindi accusata di ogni nefandezza inimmaginabile, si arrivò a dire che era una delle cause della diffusione della lebbra, d'altronde che alimento può essere quello che il suo frutto nasce sotto terra? Addirittura nell'Enciclopedye del 1765 si asserisce che si tratta di "cibo flatulento"... A decretare il suo quasi "de profundis" ci furono poi dei casi d'intossicazione, infatti qualche scellerato mangiava non il prelibato tubero, ma bensì le foglie e i suoi frutti velenosi. La decisione dei governanti di costringere a mangiare tale
Van Gogh "I mangiatori di patate"

"schifezza" ai soldati e ai galeotti portò poi la sua "fama" ai minimi storici. Fu proprio grazie però ad uno di questi soldati che la patata ebbe la sua riscossa. Il francese Antoine Augustine Parmentier, durante la guerra dei "Sette Anni" fu fatto prigioniero e nella sua cella fu cibato proprio a patate, l'uomo ne apprezzò il sapore e perdipiù constatò anche la sua facilità di crescita in terreni poveri. D'altra parte Parmentier parlava con cognizione di causa, visto che il suo lavoro non era fare il soldato, ma bensì l'agronomo, difatti ritornato in patria propose "la pomme de terre" allo studio dei più facoltosi personaggi di Francia, presentando il tubero come "pane già fatto che non richiedeva nè mugnaio, nè forno". L'alimento suscitò il
Parmentier
con il fiore di patata in mano
grande interesse di tutti, tanto è vero che il re Luigi XVI, dopo la grande carestia del 1785, impartì l'ordine ai nobili di obbligare i propri contadini a coltivare la patata. Fu proprio a causa della carestia, della miseria e della povertà che qualcuno decise di introdurre la coltivazione della patata anche in Garfagnana. Esiste infatti un nome ed un cognome di colui che portò "il pomo di terra" all'attenzione dei contadini garfagnini, così come esiste anche una data. Lui era un prete, si chiamava Don Pietro Salatti, parroco di Metello (oggi comune di Sillano Giuncugnano), nonchè cappellano militare alle dipendenze di Napoleone Bonaparte. Fu appunto in una di quelle faraoniche campagne militari che il parroco conobbe la patata, era difatti la protagonista principale del rancio dei militari. Vide poi che era un alimento sostanzioso,
Metello
abbondante, facile da coltivare e di poco costo, insomma, il 
nutrimento ideale per la sua gente di Garfagnana, sarebbe stato una valida alternativa alla castagna, un cibo perfetto in tempi di magri raccolti, per giunta sui monti garfagnini poteva crescere in prosperità. Fu allora, in quel lontano 1815, quando il prete tornò nella sua amata Metello che la storia della patata ebbe il suo inizio nella nostra valle. I sogni di gloria napoleonici erano terminati e Don Pietro portò all'attenzione di tutti i suoi compaesani questo frutto della terra, lo portò a loro come un dono di Dio, una vivanda in più da mettere sulle già povere tavole garfagnine... Ma l'ignoranza come si sa non conosce limiti e anche in Garfagnana si riaffermarono fantasie e credulonerie che si credevano ormai sopite: -... è il frutto del diavolo !!!-, qualcuno ebbe a dire, o sennò qualche altro benpensante affermò: -Questo frutto non è nemmeno citato nella
Fiori e foglie velenose della patata
Bibbia...-
. Si disse perfino che era il cibo prediletto degli streghi, infatti come era già successo in Europa, qualcuno pensò bene di mangiarsi pure le foglie della pianta della patata, foglie che contengono solanina e scopolamina, due alcaloidi che possono provocare effetti allucinogeni e che secondo credenza popolare poteva permettere il cosiddetto "volo stregonico". Non solo questo però, il Pievano di Gallicano così scriveva: "Gran parte dei contadini della montagna, sono intimamente persuasi che l'irregolarità delle stagioni sia effetto della coltivazione delle patate"...  

Ma il tempo come si sa è galantuomo e finalmente anche in Garfagnana ci si rese conto della bontà del prodotto. Oggi la patata è uno dei nostri prodotti d'eccellenza, la patata rossa di Sulcina è di una
Il pane di patate della Garfagnana
prelibatezza unica, che dire poi del nostro pane di patate (per saperne di più clicca 
http://paolomarzi.blogspot.com/2017/08/una-storia-antica-il-pane-di-patate.html) e le squisite torte sono impareggiabili. 
In definitiva, come abbiamo letto, mai nessun alimento al mondo come la patata ha dovuto penare così strenuamente per affermarsi sulle nostre tavole. La sua definitiva consacrazione gli fu data perciò dal premio Nobel per la letteratura Knut Hamsun quando nel suo libro "I frutti della Terra" così la descrisse: "La patata è un vegetale senza paragoni, che resiste alla siccità come all'umidità e cresce ugualmente; che sfida le intemperie e ripaga al decuplo le poche cure che l'uomo le concede. La patata non ha il sangue dell'uva, ma possiede la carne della castagna; si può cuocere
sotto la cenere, o nell'acqua bollente, o friggerla. Chi ha la patata può fare a meno del pane. Non occorre aggiungervi molto, ed ecco preparato un pasto; la si mangia con una tazza di latte, con un'aringa: è sufficiente. Il ricco la mangia con il burro; il povero si accontenta di condirla con un pizzico di sale".



Bibliografia:

  • "Italiani mangiapatate. Fortuna e sfortuna della patata nel Belpaese" di Davide Gentilcore . Il Mulino 2013
  • Studi interdisciplinari su varietà di patate di Stefano Martino e Arturo Alvino , maggio 2010, Lulu edizioni

mercoledì 29 aprile 2020

La vecchia vita di paese di una volta... personaggi, fatti e vecchie abitudini

Quando nascevi in un paese della Garfagnana possedevi già la prima
certezza della tua vita, non avevi ancora emesso il primo vagito e tutti sapevano che eri al mondo. La vita nei nostri paesi è sempre stata così, volenti o nolenti, appena muovevi un passo tutti ne erano a conoscenza prima che tu lo facessi. Questa d'altronde è vita vera è la quintessenza della storia, non della storia che si legge sui libri di scuola, quella no, ma è storia di tutti i giorni, quella più intima e personale perchè, come diceva Leopold Von Ranke (storico tedesco) "le epoche felici dell'umanità sono le pagine vuote della storia" e la vita di paese faceva parte di queste pagine vuote...
I giorni nei paesi garfagnini si susseguivano seguendo il ritmo delle stagioni, ovvero l'estate si rimaneva fuori sfruttando l'ultimo raggio di sole, e d'inverno già alle dieci di sera non si vedeva più un'anima in giro e non perchè la gente aveva paura di uscire come nelle città, ma perchè la vita del contadino cominciava quando il sole ancora dormiva. Il tempo d'altra parte in questi luoghi sembrava fermarsi...  Lavatoi con mamme che lavavano ridendo e scherzando, bambini che giocavano per le vie, le persone s'incontravano e si salutavano caldamente, erano posti dove ci si
conosceva tutti e dove ci s'informava del perchè la Maria stamani non era uscita a comprare il pane. Erano giornate lunghe, intense, faticose ma ricche di parole, di ascolto e di condivisione e volti estranei non esistevano. 
La maggior parte della vita del paese si svolgeva in strada, in essa s'incontravano persone, si svolgevano tutti gli avvenimenti che caratterizzavano la vita di una piccola comunità nella quale tutti si conoscevano e dove le gioie e i dolori diventavano emozioni comuni e coinvolgenti. Le strade erano il primo ritrovo delle donne, che, con la secchia, andavano all'acqua schivando qua e là i ragazzetti che si divertivano e che giocavano ai quattro cantoni, alle corse, a nascondino o a mondo. Non c'erano macchine, nè sfreccianti centauri a seminare sgomento, la vita trascorreva tranquilla. Per la strada era tutto un andirivieni,
passavano donne ed uomini più o meno frettolosi e si formavano più che altro gruppetti di perdigiorno che osservavano curiosamente chi entrava e usciva dalle case: quando il medico, quando la levatrice, o quando, chissà perchè, la guardia comunale... Insomma "si leggeva" nelle famiglie come in un libro aperto. 
Che stupore,che meraviglia e che interesse quando la carrozza dalla stazione portava dei forestieri, allora ecco che si formavano subito ennesimi gruppetti di persone a domandarsi chi fosse codesto forestiero, da li nascevano così mille supposizioni dalle probabili a quelle più fantasiose e bizzarre, ecco allora che improvvisamente la serrata discussione veniva interrotta da quelle due o tre auto private che strombazzando e alzando un tremendo polverone si facevano largo fra i curiosi. Eh si, le auto erano una rarità assoluta, la maggior parte delle persone andava a piedi, o meglio le donne andavano a piedi e gli uomini in bicicletta, salire in sella ad una bici per molte donne era considerato scandaloso... chissà cosa avrebbero pensato le più anziane del paese...
Poi esistevano paesi e paesi, c'era il paese più piccolo e poi c'era "il paesotto", fornito di negozi, di un mercato settimanale e di qualche altra comodità in più, li giungevano gli abitanti dei paeselli limitrofi, che arrivavano seguendo i tracciati di
Aggiungi didascalia
millenarie mulattiere. Le donne che giungevano a farvi le spese oltre ai fagotti necessari, ne avevano sempre uno supplementare con dentro gli zoccoli buoni e poco prima di arrivare nella piazza principale sostituivano gli "scappini" (una sorta di scarpa rustica fatta in casa), che venivano nascosti in una siepe, li pronti per essere presi e calzati al ritorno. Nel "paesotto" si comprava tutto ciò che era necessario alla sopravvivenza delle piccole comunità: generi alimentari, attrezzi e utensili vari e pure cianfrusaglie per le vezzose del paese. I mulattieri, altri tipici personaggi di un tempo, erano invece i postini, i raccoglitori e i divulgatori di notizie dei paeselli, a volte all'interno di queste piccole comunità erano anche gli unici che sapevano leggere e scrivevano ai parenti lontani per tutto il paese... se il prete non c'era. 

Quei negozi di alimentari però erano una gioia per gli occhi, buona parte della merce era esposta fuori dalla porta: granate, baccalà, verdure di stagione e dentro i sacchi di riso e delle minestre e poi i barattoli di latta dei biscotti, marmellate, salsicce appese,
lardo e strutto... 
Ma ecco che arrivava anche il momento del silenzio, intorno le botteghe chiudevano le porte, le serrande venivano abbassate, i ragazzi smettevano di gridare e correre... passava un funerale. Avanti al mesto corteo si trovava una lunga fila di uomini con cappa e cappuccio nero, erano i confratelli della Misericordia che nascondevano il volto per dimostrare che la carità e la pietà sono anonime. Dietro il prete c'era il carro funebre trainato dai cavalli, ma questo carro non era per tutti uguale. Di solito quello che si vedeva passare era il carro di terza classe, semplice con il cavallo coperto con una striscia nera ricamata e disegni oro e argento, ma se il morto era un poco più "importante", il carro era di seconda, più adorno di fregi ed il cavallo più vestito. Il massimo dell'onore era riservato al funerale di prima classe, il prete era avvolto nel mantello nero e argento, il carro issava quattro pennacchi e il cavallo era parato in pompa magna e il cocchiere poi... era vestito come per le grandi
occasioni. Ai funerali poi partecipava tutto il paese...in fondo in Garfagnana siamo quasi tutti parenti. 
Una volta passata la triste processione la vita come per magia riprendeva e a proposito di vita il vero centro nevralgico del paese per la vita sociale era il bar. Il bar in Garfagnana non era un luogo, ma uno stile di vita: si capiva dal bar che uno frequentava la propria estrazione sociale, c'era il bar per il signorotto e il bar per il povero diavolo, ma qualsiasi fosse questo bar all'interno si facevano le solite cose: si beveva(e tanto...), si giocava a carte e si parlava di tutto e di più. Del resto erano bar "tosti", veri, autentici, bar che non esistono più, quelli con il giornale spiegazzato e le carte da briscola unte e logore e fra il fumo di quelle stanze c'erano capannelli di pensionati, lavoratori e nullafacenti e fra tutti questi esistevano personaggi memorabili: c'era il "briachella" di turno e poi c'era lui: "quello che tutto sa", lui sapeva tutto, dalla politica, al
calcio, a come far ripartire l'economia, a trovare funghi, a fare l'orto, sapeva pure guarirti da tutti i malanni...
Erano storie di una volta, di ricordi di un tempo passato, storie e modi vivere dei nostri nonni, che si potevano e si possono riflettere su un qualunque  paese garfagnino, non occorre menzionarne uno specifico, ogni paese della valle viveva in questa maniera. Storie di vita più tranquilla, più vivibile, di un mondo dove riuscivi a sentirti meno "numero" e più persona. Un mondo dove potevi uscire per andare a prendere un caffè al bar, sapendo che sicuramente avresti trovato qualcuno con cui scambiare due chiacchiere... 
   


Bibliografia:
  • "Stasera venite a vejo Terè" . Gruppo vegliatori di Gallicano. Banca dell'identità e della memoria. "La strada" testimonianza di Maria Valentini

mercoledì 22 aprile 2020

Garfagnini ad Ellis Island: l'isola delle lacrime...

"Eravamo una tra le tante famiglie sgomente che ogni nave in arrivo
a New York scaricava in un luogo tetro, chiuso da sbarre di ferro... Ellis Island era una bolgia spaventosa di uomini, donne, bambini che si agitavano come un gregge senza pastore. Mi sentii gelare il cuore. Quella scena creò in me un senso di paura e d'angoscia che doveva perseguitarmi per molto tempo. Fummo trattenuti li dentro per tre eterne giornate". Questa era la bolgia degli sgomenti di Ellis Island nel 1907, vista dagli occhi di un bambino di 11 anni. Erano gli occhi di Edoardo Corsi, emigrato dal lontano Abruzzo con tutta la famiglia. Ventiquattro anni dopo questo sbarco, destino volle che il presidente degli Stati Uniti d'America Herbert Clark Hoover, nominasse quell'uomo Commissario dell'emigrazione di Ellis Island. Durante il tempo in cui diresse il centro logistico dell'emigrazione, Corsi annotò un vasto campionario di casi umani: famiglie divise da un'assurdo ingranaggio legislativo, schiere di immigrati rispediti come vuoti a perdere nel loro paese d'origine per un difetto fisico o una malattia. Alla fine della sua carriera trascrisse in un
libro(All'ombra della libertà), la disperazione di quanti venivano truffati, derubati e maltrattati e fra questi disperati narra di alcuni garfagnini. D'altronde lui queste persone di montagna le conosceva bene, suo padre, Filippo Corsi, era stato eletto deputato nel collegio di Massa Carrara (provincia di cui al tempo faceva parte la Garfagnana), perdipiù questa gente era simile a quella del suo luogo d'origine: Capestrano, un borgo di poche anime in provincia de L'Aquila, abitato da gente umile e dedito alla pastorizia, proprio com'era la nostra valle agli inizi del secolo scorso.
Prima però di leggere quello che subirono i garfagnini su quest'isola è bene capire cos'era questo triste luogo situato al largo della baia di New York. E' stimato che da li, quasi la metà degli americani può rintracciare nella propria storia familiare almeno una persona passata per Ellis Island. Prima che Samuel Ellis, intorno al 1770 diventasse proprietario di quest'isolotto, il sito era un'avamposto militare per difendere la città dagli attacchi dei pirati. Fort Gibson, così si chiamava il forte che presidiava l'isola, aveva un porto fortificato pieno di munizioni e depositi d'armi. Con il tempo i pirati cessarono di essere una minaccia per New York e l'isola così passò di mano in mano cambiando più volte proprietario e nome (Kioshk, Oyster, Dyre, Anderson's Island), tutto ciò fino al 1892 quando l'isola si trasformò in una stazione d'ispezione per l'immigrazione per milioni di migranti che venivano negli Stati
L'arrivo ad Ellis Island
Uniti. D
el resto di li transitarono 22 milioni di persone che attraverso le loro testimonianze fecero ben presto diffondere la fama dell'isola in tutto il mondo, facendo diventare questo luogo una vera icona dell'immigrazione. L'arrivo degli emigrati italiani non era facile, dopo la lunga fatica del viaggio altre difficoltà incombevano: l'ammissione negli Stati Uniti. I passeggeri di prima e seconda classe venivano esaminati dai funzionari direttamente sulla nave, erano infatti considerati abbastanza ricchi per non essere di peso allo Stato, quelli di terza invece venivano condotti proprio ad Ellis Island dove ricevevano la visita medica, chi fra questi doveva subire ulteriori accertamenti veniva marchiato con un segno sulla schiena fatto con il gesso: PG per le donne incinta, K per l'ernia,  X per problemi mentali e così via, la legge americana a riguardo purtroppo parlava chiaro:"...i vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose,
aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano", per loro il reimbarco sarebbe stato immediato.  Quelli che invece superavano il controllo accedevano alla sala registrazione per espletare la parte burocratica: nome, luogo di nascita, stato civile, destinazione, disponibilità di denaro ed eventuali carichi penali. I malati venivano messi in quarantena nell'ospedale locale in attesa di ricevere il nulla osta per entrare in America. L'accesso non era poi consentito alle donne e ai minorenni soli: le prime dovevano sposarsi ad Ellis Island, mentre i secondi, dovevano trovare un garante o essere adottati se orfani. Dopodichè, dopo aver affrontato per giorni interi la dura legge di Ellis Island, i fortunati ricevevano il permesso per sbarcare e venivano accompagnati al traghetto per Manhattan, per vivere il loro American Dream.
Ma per molti il sogno americano non sarebbe mai cominciato e fra questi alcuni garfagnini: "...le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane, particolarmente quando si
Il salone principale di
Ellis Island
riferiscono a uomini e donne dal comportamento onesto il cui unico crimine consiste nel fatto che hanno osato entrare nella Terra Promessa senza conformarsi alla legge. Ho visto centinaia di persone del genere costrette a ritornare nel paese di provenienza, senza soldi e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate che non si erano mai riunite, madri separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo"
. Sono sempre le parole di Edoardo Corsi che ricorda anche di certi accadimenti riferiti ai "toscani della Garfagnana" . Un caso emblematico fa riferimento ad una donna garfagnina che anni dopo gli rilasciò la sua impressione  per la stesura del suo libro: "Grazie a Dio eravamo di nuovo liberi e lontani dall'inferno di Ellis Island. La notte mi svegliavo sempre dalla paura. Questo trauma rimarrà in me tutta la vita. I miei figli che erano con me soffrivano, come soffrivano gli altri bambini. Non
New York da Ellis island
c'erano bagni, ne aria fresca e per i piccoli nemmeno un posto dove dormire se non fra le mie braccia. Il fetore e il caldo erano insopportabili e ogni giorno che passava le forze mi venivano meno, se fossimo rimasti un giorno di più non so cosa sarebbe successo. Quando  dopo alcuni giorni ci dissero che non potevamo sbarcare fu un sollievo, non m'importava più niente, volevo tornare sulle mie montagne, non m'interessava se avessi dovuto cominciare nuovamente a tribolare, meglio tribolare che rimanere ad Ellis Island fra orrori e crudeltà"
A qualcuno andò peggio, la disperazione, lo sconforto e la delusione presero una piega tragica per "un massese della montagna apuana" (n.d.r: la persona potrebbe essere massese o anche garfagnino, 
la Garfagnana  era in provincia di Massa): "il pover'uomo ricevette l'ordine di rimpatrio. Le guardie di Ellis Island lo condussero sul transatlantico francese "Lorraine" la notte del 7 luglio. La mattina dell'otto luglio, alcuni attimi prima che il vascello salpasse,
Ellis Island dall'alto
disse ai compagni che avrebbe voluto morire piuttosto che ritornare in Italia dopo le promesse che avrebbe avuto successo in America. Dopo aver detto così premette il grilletto e pose fine alla sua vita".

Un'altra testimonianza la riportò Monsignor Scalabrini. A pochi giorni dal suo arrivo a New York, dove era stato accolto calorosamente da italiani ed americani, si era recato al porto di Ellis Island per assistere allo sbarco 650 boscaioli italiani provenienti dalla Garfagnana, dalla montagna pistoiese e dalla Maremma, lì presenziò ad un fatto a dir poco spiacevole. Racconta infatti di una guardia
Ellis Island oggi
  che aveva invitato uno di questi emigranti ad uscire in fretta dallo stabile. L'italiano impossibilitato a correre dalla folla presente e dalle due valigie che portava aveva ricevuto una tremenda bastonata nelle gambe, il boscaiolo prontamente reagì dando due schiaffi al bastonatore...

Comunque sia andata per oltre sessant'anni questo anonimo isolotto fu la porta d'accesso al "nuovo mondo" e riflettendoci bene oggi è quasi impossibile non volgere un pensiero ai nostri avi che intrapresero questo viaggio
della speranza. Per chi vuole trovare tracce di questi avi garfagnini(e non) emigrati nelle "lontane americhe", esiste un modo."The statue of liberty foundation", da libero accesso al proprio archivio per cercare coloro che passarono da "l'isola delle lacrime"... (per la ricerca clicca https://www.libertyellisfoundation.org/passenger)


Bibliografia:

  • In the Shadow Liberty, 1935 Edoardo Corsi (ed. it. All'Ombra della libertà – Ed Il Grappolo, Mercato San Severino, 2004)