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mercoledì 11 ottobre 2023

Il casello ferroviario del Salice: cronaca di un ultimo viaggio...

Le cronache di questo ultimo triste viaggio hanno una data e un'ora
ben precise. Erano le 14:30 del 7 aprile 1908. Fu proprio in quel nefasto giorno che Giovanni Pascoli fu operato da quel funesto male che aveva allo stomaco. Proprio in quell'anno comparvero per la prima volta i segni della malattia da lui definita "solito incomodo" e che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. Il tutto lo si apprende dalle agende annuali saltuariamente scritte dal poeta, ma è dalla penna della sorella Mariù che il quadro dei fatti si rende nitido, il racconto è come un album di fotografie che permette di capire in pieno la relazione affettiva della sorella verso il fratello, in una girondola di emozioni fatta di turbamenti, preoccupazioni e speranze. Infatti è proprio nelle lettere che Mariù scriveva alla cara domestica Attilia Caproni (figlia del celebre Zi Meo)che tutto compare chiaro ed ineluttabile: "
Carissima Attilia, non so se glielo abbia detto il suo cuore. Ieri 7 aprile alle ore 14 e mezza, Giovannino è stato operato di quel disturbo che le accennai, e che vide anche il dottor Caproni. Era cosa più grave di quello che non si credeva. L’operazione è stata dolorosissima tanto da far uscire dalla bocca di Giovannino qualche alto gemito disperato. Io non le so dire di me. Ero in un’altra stanza con Gulì e nel sentire la voce di dolorosa di Giovannino ero diventata come una furia. Gulì abbaiava disperatamente. Che brutto e triste momento! Non me lo posso levare dalla mente! Hanno preso parte all’operazione tre bravissimi dottori. Ed ora, or l’uno or l’altro se lo curano con un amore indicibile". Era dunque era il 7 aprile 1908 alle 14:30 quando fu operato a Bologna dal professor Bartolo Nigrisoli e  la malattia si mostrò più grave del previsto. Fra questi "bravissimi dottori"
menzionati da Mariù c'erano il fior fiore dei medici italiani, il suddetto professor Bartolo Nigrisoli, un luminare nel campo della chirurgia, amico del Pascoli conosciuto ai tempi dell'Università di Bologna, il professor Severino Bianchini, romagnolo, anch'esso amico fin dalla giovinezza e direttore dell'ospedale di Lucca, importante fu anche l'apporto dato da Antonio Ceci, professore alla cattedra di chirurgia dell'Università di Pisa, fondamentali furono anche le cure del suo medico Alfredo Caproni. Nonostante l'operazione e gli esimi dottori, le cose purtroppo non migliorarono, turbe digestive su base epatica insorsero nuovamente dal 1910 e proprio il dottor Bianchini sottolineava  questo peggioramento: "
Da qualche mese era cominciato un vago malessere, accompagnato a stanchezza, svogliatezza di cibo, senso di inquietudine generale, lento decadere di forze, dimagrimento". Insomma, fra alti e bassi il tempo trascorreva e il male cui affliggeva il Pascoli non presentava più alcun dubbio: neoplasma maligno allo stomaco con metastasi al fegato che già presentava evidenti segni di cirrosi. Questo lo avevano capito bene il buon dottor Caproni e il già menzionato professor Bianchini che nascosero l'evidente gravità a Mariù e allo stesso Giovanni. A peggiorare la situazione ci si mise anche l'ineffabile destino che a volte, anzi direi spesso, si diverte a tracciare strani disegni. Difatti il fedele cagnolino Gulì stava per spegnersi. Era il gennaio 1912 e nel frattempo si stava anche preparando il trasferimento di Giovanni Pascoli a Bologna, in questo modo sarebbe stato agevolmente e maggiormente curato, ma i due fratelli Mariù e Giovanni non ne volevano di sapere di lasciare il povero Gulì morente e si decise così di rinviare qualsiasi viaggio. Tanto è vero che anche il povero cane sembrava avesse avuto il presentimento della
Gulì
malattia che aveva colpito il suo padrone, rimaneva il fatto che anche per lui, come per il suo amato Giovanni erano riservate cure amorevoli. Purtroppo però arrivarono anche i suoi ultimi giorni. Oramai respirava affannosamente, rifiutava ogni cibo, le forze cominciarono a calare di giorno in giorno, quando il 21 gennaio 1912 alle ore 21:45 Gulì morì. Ora, a questo punto, si doveva pensare solo ed esclusivamente alla compromessa salute del poeta. Arrivarono così anche i primi del febbraio 1912 e il Caproni scrisse al professor Bianchini: "
In pochissimo tempo era decaduto. Nel silenzio dei fenomeni si era ordita la malattia insidiosa che, sorta nello stomaco, andava diffondendosi al fegato … Una visita brevissima bastò a rendermi conto della situazione tragica …". La notizia e la preoccupazione ben presto si diffuse in tutto il Regno d'Italia, a Castelvecchio giunse una comunicazione a Mariù di Gabriele D'annunzio: "Leggo stamane cose che mi rendono inquieto. Prego telegrafarmi assicurandomi. Dica a Giovanni che gli sono vicino. Lo abbracci per me". Perfino la Regina Madre Margherita di Savoia s'interessò alla sua salute. Ormai, davanti all'evidenza dei
fatti non rimaneva che organizzare quell'ultimo viaggio tante volte rinviato. Saranno così gli amici più cari a chiedere alle più alte cariche dello Stato un treno speciale che raggiungesse la Valle del Serchio per portare a Bologna il povero malato. Fu il senatore ed ex ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava ad interessarsi personalmente delle cose. Ad ogni modo bisognava ancora decidere la stazione ferroviaria in cui far fermare il treno speciale. La linea ferroviaria Lucca- Aulla era stata inaugurata l'anno precedente, le stazioni erano nuovissime e il comune di Barga, dove Giovanni Pascoli era residente, nella nuova tratta ne aveva ben quattro
la nuova stazione di Castelvecchio
(Castelvecchio, Barga- Gallicano, Fornaci di Barga e Ponte all'Ania), nonostante ciò fu scelto come luogo di fermata un umile casello ferroviario. Per i pochi che non sanno cosa sia un casello è necessario evidenziare che questa struttura non è altro che una casa cantoniera ferroviaria, al cui interno abita e lavora un casellante adibito alla manutenzione e al controllo di quel tratto di linea. Comunque sia fu appunto scelto "il casello del Salice", così chiamato perchè nelle sue vicinanze albergava questa maestosa pianta. La casupola si trovava in località Piezza, nel comune di Gallicano a qualche centinaio di metri da quel "Ritrovo del Platano", l'amata osteria in cui il poeta passava parte delle sue giornate. Questa ambigua decisione rimase però a molti assai strana... Perchè non aver scelto una comoda stazione che poteva essere raggiunta facilmente?
Il casello del Salice oggi
 Alcuni misero in evidenza il fatto che  questa scelta fatta servì per evitare un grande assembramento di folla che avrebbe potuto stancare ed emozionare troppo l'ammalato. Altri ancora portarono avanti motivazioni di risentimento politico da ricercare nelle elezioni parziali per il consiglio comunale di Barga del 1905: "... la stima e quasi la gratitudine dei barghigiani per il Pascoli non diminuiscono: ne sono la prova le elezioni parziali per il consiglio comunale di Barga Il poeta è messo in testa alla lista unica dei tre candidati concordati tra "la crema" e "il popolo" e proposti nella seconda metà di giugno; nel luglio compare nei giornali di Barga la sua accettazione, ripromettendosi egli giovane all'istruzione scolastica del Comune; e il 3 settembre votano 432 barghigiani su 1005, il poeta ottiene ben 428 voti... Ma, nuovo motivo di doloroso dispetto, il giorno dopo viene annullata l'elezione, perchè il Pascoli era, come si diceva, "forestiero", cioè non iscritto nelle liste del Comune. "Ci rimasi male", e ci fu chi, nei giornali locali volle sentirci "una rappresaglia" della massoneria, sia per il suo orientamento nazionalista, sia per il recente discorso su la Messa d'oro. Ma egli non fece che lievi proteste...". In sostanza il Pascoli risultava ineleggibile nonostante la cittadinanza onoraria di Barga e rimase in silenzio fino al giorno dopo le elezioni amministrative del 1907, quando rinunciò proprio a quella cittadinanza onoraria avuta nel 1897. Era il 30 luglio 1907 e il poeta scriveva questa dura lettera al Sindaco barghigiano: "Due anni sono, quasi tutti i voti, quest'anno nessuno ... E perciò sebbene creda di non meritare questo spregio e quindi non me ne curi, non si turbi la S.V Ill.ma se anche per mia parte respingo e rinunzio quella cittadinanza d'onore...; gli elettori hanno tacitamente ma chiaramente detto che nessun onore Barga riceve da me e che nessun onore merito da lei. Sia. Resto contribuente".  Per quattro anni, in una sorta di (auto) esilio, non entrò più nella cittadina. Vi tornerà nel 1911 per fare un vero e proprio comizio in occasione dell'annullamento delle elezioni provinciali a Barga e Coreglia. In sostanza si può dire che qualcuno vide la decisione della partenza dal casello del Salice come un'idea di non dare lustro ed onore di quell'ultimo viaggio (che oramai anche lui sapeva di fare) a quel comune che lo aveva politicamente respinto. Ad ogni modo arrivò anche il fatidico giorno: "
E’ definitivamente stabilito che il treno speciale a disposizione dell’Illustre Professore giungerà domani alle ore 11,52
e ne ripartirà per Lucca alle 11,57, dove giungerà alle ore 13 precise. Facciamo i voti migliori, perche’ le speranze nostre e di tutto il Paese, di una rapida guarigione siano esauditi”
. Il telegramma arrivò il 16 febbraio del 1912 ad Alfredo Caselli, un caro amico del professore, a mandarlo fu un funzionario
 delle Regie Ferrovie. Gli abitanti di Piezza e del Ponte di Campia si misero subito a lavoro per rendere all'amico Giovanni la strada per il casello praticabile e comoda, difatti nel corso di quella notte fu colmato un ripido dislivello proprio per consentire il passaggio del poeta. Il giorno della partenza e di quell'ultimo viaggio arrivò, in quel 17 febbraio 1912. Il paziente lasciò in tutta fretta la Garfagnana, la Valle del Serchio e la sua amata Castelvecchio: "Poi salì sul treno con Maria e i due medici appena dentro nel saloncino per malati ebbe un lampo quasi gioioso, di quella sua gioia che sembrava infantile nel vedere quella vettura quasi camera da letto. A Lucca salì a salutare e a portare i soliti piccoli doni il Caselli; il viaggio fu compiuto senza disagio; verso le 18 si arrivò a Bologna (erano alla stazione alcune delle autorità bolognesi, lo Zanichelli, studenti) e poi la casa in via dell’Osservanza”. Il poeta morì a 57 anni, poco dopo, il 6 aprile del 1912. Ad onorare l’ultimo viaggio del poeta la
gente di Gallicano ci pensò subito. E infatti nel settembre del 1912 un comitato pubblico depose una lapide in Piezza, ad opera dello scultore lucchese Francesco Petroni che nelle parole di Italo Pierotti così dice: “Qui Giovanni Pascoli, il 17 febbraio del 1912, giorno tristissimo per se e per la patria,  piangendo dette l’ultimo lampo dei suoi occhi, 
l'ultimo sogno del suo cuore alla valle dei buoni e degli umili, che dopo averla amata, immortalò. Il popolo di Gallicano”. 


Fonti e bibliografia
  • "Lungo la vita di Giovanni Pascoli" Maria Pascoli, Arnoldo Mondadori editore, 1961, memorie curate ed integrate da Augusto Vicinelli
  • "Giovanni Pascoli Tutto il racconto di una vita tormentata di un grande poeta" di Gian Luigi Ruggio, Simonelli editore, anno 1998
  • "Il cipresso e la vite" di Lorenzo Viani, Vallecchi editore 1943
  • "Giovanni Pascoli il nostro poeta. Intervista a Umberto Sereni" Barganews archives https://www.barganews.com/2012/08/20/giovanni-pascoli-il-nostro-poeta-intervista-a-umberto-sereni/
  • "Poesia di Luigi Sorrentino- il primo blog della Rai dedicato alla poesia"- Pascoli l'ultimo viaggio del poeta- pubblicato 17 febbraio 2012
  • "Giovanni Pascoli e la malattia. Tra biografia e scienza medica" della Professoressa Patrizia Fughelli Dipartimento Scienze mediche e chirurgiche Università di Bologna (https://centri.unibo.it/centro-camporesi/it/dna-di-nulla-accademia/patrizia-fughelli-giovanni-pascoli-malattia-biografia-scienza-medica-1#:~:text=La%20malattia%20fu%20da%20lui,ma%20che%20tutto%20andr%C3%A0%20bene.)

giovedì 20 agosto 2020

Dalla poesia alla realtà. Ecco chi era il piccolo Valentino "pascoliano"

Li abbiamo sempre letti, li abbiamo scrutati, ascoltati,spesso ci siamo immedesimati nelle loro gesta, nelle loro emozioni e sensazioni

Valentino
e non mancava nemmeno l'occasione di immaginarceli fisicamente: il loro viso, il corpo, gli occhi, tante volte siamo arrivati perfino ad innamorarcene. Sono loro, sono i personaggi letterari. Quei personaggi che fanno parte del mondo dei romanzi, delle poesie o anche di semplici racconti. Gli scrittori e i poeti li hanno plasmati secondo la loro fantasia e creatività, magari creandogli ad hoc tratti somatici inconfondibili e caratteristiche caratteriali particolari. Tante volte però questa fantasia intrinseca dello scrittore ha lasciato spazio alla realtà, o perlomeno la realtà stessa è stata fonte d'ispirazione. Ecco allora che il personaggio di Alice... quella del Paese delle Meraviglie per capirsi, esisteva veramente e aveva un nome ed un cognome, nella realtà si chiamava Alice Liddel, era una bambina di sette anni e viveva ad Oxford vicino Londra, l'unica licenza che si prese Lewis 
Alice Liddel...
la vera Alice
Carrol fu quella di trasformare Alice in una dolce bambina bionda, in verità era castana. Che dire sennò di Sir Arthur Conan Doyle? Il suo Sherlock Holmes fu ispirato da un certo Joseph Bell. Bell era un professore in medicina, Doyle rimase notevolmente impressionato dalle sue capacità deduttive ed investigative, infatti il professore era collaboratore con la polizia come medico forense. Lo stesso Zorro, (che non è un'invenzione cinematografica ma bensì letteraria) è un personaggio realmente esistito. Johnston Mc Culley prese spunto da Joaquin Murrieta, noto come il Robin Hood di Eldorado, salito alle cronache del tempo (1919) come un bandito in cerca di vendetta, dopo che moglie e fratello furono uccisi per la falsa accusa di aver rubato un mulo. Diverso è il discorso se si parla di poesia, il poeta prende spunto per i suoi personaggi quasi sempre da soggetti realmente vissuti e quasi mai trasfigurati nella(sua) fantasia, poichè queste persone sono per loro fonte di tutta una serie di sentimenti ed emozioni, che sono il motore trainante della poesia stessa. Nonostante che tali persone siano realmente vissute la nostra fantasia non ci ha impedito di immaginare il viso di una qualsivoglia musa ispiratrice, e allora, quante volte abbiamo pensato a come poteva essere il volto e il corpo di Silvia di leopardiana memoria?
"Slvia rimenbri ancor quel tempo della tua vita mortale quanta beltà splendea..." , chissà come sarà stata cotanta bellezza... Anche il sommo Dante ha reso per sempre immortale nel nostro immaginario una gentil donzella con un semplice verso: "Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand'ella altrui saluta...". Lei era Beatrice.
Nemmeno nella nostra valle ci siamo fatti mancare dei personaggi del genere. Il personaggio in questione è talmente noto che ormai è quasi centoventi anni che stimola la fantasia e l'immaginazione (e lo studio...) di generazioni e generazioni di scolari italiani. Al solo inizio di quella poesia, l'idea va al viso di quel bambino: "Oh
Valentino vestito di nuovo, come le brocche del biancospino..
.". Quante volte questo componimento sarà rimbalzato nelle nostre teste e quanto volte ci saremo detti... Ma Valentino chi era???... Valentino, tanto per cominciare era il vezzeggiativo del suo vero nome. Il nome Valente su un bimbetto così gracilino ed umile sarebbe stato di troppo peso. Valentino viveva a Castelvecchio con la sua famiglia, composta dal papà Giovanni detto "il Mère", la mamma Chiara e quattro fratelli: il Tonino, la Carolina, l'Amabile e l'Augusto. Valentino era il più piccolo. La famiglia Arrighi, questo era il cognome di Valentino, viveva una dura vita, era difficile tirar su cinque figli per quei genitori, ma il lavoro di mezzadro del Mère nella residenza dei Cardosi- Carrara sul
La famiglia Arrighi
nel cerchietto
rosso Valentino
colle di Caprona permetteva quanto sarebbe bastato per sfamare tutti i componenti della famiglia... ma niente di più però ! Oramai erano anche diversi anni che la famiglia Arrighi lavorava duramente la terra dei Cardosi- Carrara, gli accordi erano chiari, ogni raccolto veniva diviso equamente, con libertà di vendita dei prodotti della terra da parte del Mère, tutto sancito alla vecchia maniera, con una stretta di mano. Il 1895 portò però a Valentino e a tutta la sua famiglia una novità inattesa:-
 “Ho deciso di vendere tutto, Mére: campi e casa. C’è il professor Pascoli che sarebbe disposto a comperare. Tu, intanto, se ha bisogno di qualcosa, dagliela pure: latte, formaggio, uova. Dopo, semmai, ci rifaremo. Hai inteso?”. Così sentenziò il Carrara... Così la proprietà andrà in affitto al professore fino al 1902. Nel 1902 con i soldi ricavati dalla vendita di alcune medaglie d'oro vinte nei concorsi letterari il Pascoli acquistò la casa, portandosi dietro, così come si raccomandò l'ormai vecchio proprietario, i vecchi contadini: "considerati a Castelvecchio gente alla buona, onesta e senza chiacchiere". Da allora Valentino e la sua famiglia diventeranno parte integrante della vita del Pascoli. Il bambinetto, come tutti i suoi coetanei dell'epoca, viveva una vita grama, semplice ma felice, i suoi compiti erano quelli di aiutare il padre in quello che poteva. Ma fu nell'approssimarsi di una Pasqua che il poeta notò quel bimbetto scorrazzare per i suoi campi, il suo osservare dalla finestra dello studio ispirò i versi che renderanno immortale Valentino nella storia della letteratura italiana. Il Gian Mirola (noto giornalista garfagnino) "fotografò" con la sua fenomenale penna quei giorni.
Un giorno, dunque, il Mére disse alla moglie: “Oh Chiara, non ti sembra che quel moccioso abbia bisogno di essere rivestito?” “Eh, lo so anch’io, purtroppo!” rispose, un po’ seccata la buona donna. “Qualcosa gli ci vuole, ma…” e continuò a rimestare nel paiolo la
Valentino e
la mamma Chiara Mazzarri
semola da dare alla Bianchina.
“Ma qualcosa gli ci vuole!…” ripeté il Mére tentennando il capo. Ma, lì per lì, non seppe neppure lui come risolverla. Palanche non ne aveva e bisogni in casa ce n’erano tanti da cavare gli occhi. “Intanto- continuò la Chiara- non abbiamo una palanca per far cantare un cieco. Fra un mese e mezzo è Pasqua. Ed io come glieli compro una giacchetta ed un paietto di calzoni al Valentino?”. Poi ci ripensò meglio; si sa, il bisogno spinge. Ed ecco che una bella mattina, quando il Mére era già nei campi a legar viti, la Chiara spazientita spacca il salvadanaio, conta gli spiccioli, si aggiusta alla vita il pannello delle feste e, via, se ne va a Barga, dal Carrara che gestiva un negozio di pannine.“Sor padrone, ho bisogno di qualcosa”. “Sono contento di servirvi, Chiara. Di che cosa avete bisogno?” “Due cencetti per Pasqua. Da spendere poco, vè! Che le palanche, da casa nostra, se ne son ite!” “Ma non vi preoccupate, scegliete pure!”. La Chiara scelse e pagò fino all’ultimo centesimo. Poi andò dalla Filomena, che cuciva per  donne e anche per ragazzi. “Zitta, non lo dire, veh! E’ una sorpresa” e tirò fuori la stoffa acquistata dal Carrara. “Vorrei che tu ci facessi un vestitino al mio Valentino. Due zoccoletti, prima di Pasqua, glieli comprerò. Ho due galline: se non mi coveranno tanto presto…” (Voleva dire: se faranno delle uova, le venderò, ci comprerò gli zoccoli). Invece tutti sappiamo come andò a finire. Le galline chiocciarono e la Chiara non potè più vendere un uovo. Valentino ebbe così il vestito ma non le scarpe...

Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello

Venne il giorno di Pasqua. Sole meraviglioso, voli, trilli di rondini. Valentino uscì di casa, scese le scale, arrivò sulla piazzetta un po’ impacciato nei movimenti a causa del vestito nuovo.

“Oh, Valentino, vestito di nuovo!” si udì esclamare.

Si arrestò di colpo. Voltò gli occhi a destra, a sinistra, in alto.Guardò verso la casa del professore: il poeta affacciato alla finestra sorrideva. Il ragazzo abbassò il capo, diventò rosso rosso. Poi, via, di corsa a rifugiarsi in casa. Il Pascoli invece, rimase a lungo a guardare dalla finestra, muto. Lungo i borri dell’Orso, trale siepi dei biancospini fioriti penduli sull’acqua trasparente, le allodole, le cince, i pettirossi cinguettavano lieti alla primavera. Proprio come il bimbo del Mére e della Chiara, proprio come

Valentino: lui pure saltava, correva, ignaro se al mondo potesse esistere una felicità più grande della sua... anche senza gli zoccoletti. Così nacque una delle poesie più delicate del Pascoli. Tutti questi personaggi, la vita campestre e questa degna miseria non furono solamente trascritte su carta, lo stesso poeta imprigionò la memoria sulla sua nuova macchina fotografica Kodak. La macchina fu un regalo dei fratelli Orvieto per ringraziarlo della sua collaborazione a "Il Marzocco". Il Pascoli rimase talmente affascinato dal suo nuovo marchingegno che iniziò a battere le campagne di Castelvecchio fotografando a destra e a manca, fra questi scatti non mancarono la Chiara e... Valentino vestito di nuovo.Purtroppo finì anche il tempo delle belle poesie e delle stupende 

Due fratellini di Valentino

fotografie e i fatti (purtroppo) presero la direzione verso i più biechi sentimenti umani. Le vicende che seguiranno, segneranno in modo indelebile la vita di Valentino. "Ora quella gente, prima amica e servizievole nella previsione di un licenziamento con conseguente sfratto, si era messa a far tutti i dispetti e tutte le minacce". I rapporti fra la famiglia di Valentino e Giovanni Pascoli con il tempo si erano deteriorati, una serie di incomprensioni avevano  portato a paventare il licenziamento del Mère, non solo, tutto ciò avrebbe causato anche la cacciata dalla "chiusa", infatti Valentino e la sua famiglia abitavano all'interno della villa stessa del poeta. Lo strappo definitivo ad ogni buon rapporto lo dette comunque l'episodio di una bicicletta danneggiata. Difatti le cronache raccontano che il Pascoli ricevette in casa l'amico Alfredo Caselli e come si conviene alla buone maniere del tempo era buon uso offrire sigari durante una piacevole conversazione fra amici, ma i sigari in casa erano terminati... Fattostà che il poeta mandò di corsa il Tonino (fratello di Valentino) a comprare i sigari all'osteria in Campia: -Prendi la mia bicicletta nuova Tonino, non perdere tempo. Vai!- esclamò il poeta. Giunto ad una curva il malcapitato Tonino per evitare un ostacolo cadde rovinosamente a terra, il bimbetto "si sgusciò" le ginocchia e la bicicletta si rovinò su un pedale. Questo bastò al Pascoli per alimentare ancor di più i suoi sospetti su eventuali dispetti ed angherie da parte famiglia Arrighi. Per placare ogni irriguardoso sospetto non fu nemmeno sufficiente che la Chiara si offrisse di riparare a sue spese la bicicletta, il Pascoli rifiutò. Insomma, con la rottura della bicicletta, avvenne la definitiva rottura del rapporto con il Mère. Arrivò così il 1903 e la famiglia di Valentino fu sfrattata in maniera irremovibile. Naturalmente gli strali di questa vicenda non terminarono con il licenziamento, il Pascoli lamentava ancora parole grosse nei confronti del Mère, d'altronde aveva dovuto sborsargli una bella sommetta per "liquidarlo" (si parla di 240 e più lire), in più le frecciatine del poeta continuarono, definendo la famiglia  Arrighi, la famiglia "Chiari", riferendosi appunto a colei che tirava le fila della gestione familiare. La questione, come è logico che fosse stato in un piccolo paese, si ripercosse anche sui paesani, che senza se e senza ma parteggiavano per il contadino. A riguardo il Pascoli ricordava così (in una lettera al Caselli) il momento della partenza dal Colle di Caprona del Mère: "Oggi una grand
Momenti di vita contadina
 a Castelvecchio

e dimostrazione con bandiere e evviva altissime è passata sotto le mie finestre accompagnando il Mère. È una dimostrazione contro di me. Sento le grida feroci che accompagnano il ladro, il birbante tagliatore d’alberi e di viti, il mascalzone, che da più di un anno avvelena l’esistenza del poeta di Castelvecchio"
. Immaginiamoci noi, in tutta questa diatriba, cosa avrà pensato Valentino? Prima musa ispiratrice ed adesso figlio dell'acerrimo nemico del poeta stesso. Purtroppo come capita in questi casi (ed in altri ancora) i bambini sono testimoni passivi delle "opere" degli adulti, dovendo poi subire inermi e senza colpa le conseguenze di ciò. Così infatti capitò a Valentino. Il Mère, ormai anziano, difficilmente avrebbe trovato un nuovo lavoro come mezzadro e così fu. La miseria quindi divenne ancora più miseria e la disperazione ancor di più disperazione. La Chiara (anche lei anziana) e i figli dovettero rimboccarsi ancor di più le maniche quando poi nel 1907 Giovanni Arrighi alias Mère morì... La situazione quindi si complicò terribilmente, le prospettive di
Valentino Arrighi a 19 anni

lavoro e sviluppo nella valle per dei ragazzi come Valentino erano pari a zero, e per lui questa non era vita. N
on rimaneva allora che un'unica soluzione, emigrare, andar in cerca di fortuna per "le lontane Meriche", destino comune a migliaia di garfagnini in quel tempo. Valentino partì e si stabilì a Cincinnati (Ohio), a quanto pare divenne un fine decoratore, non diventò però nè un magnate influente e nemmanco un ricco signore. Con il sacrificio e il duro lavoro si creò però una posizione dignitosa, quanto bastava perchè in casa sua un paio di scarpe non mancassero mai...


Bibliografia

  • "Pascoli e i Mere" BARGANEWS .com 22 febbraio 2012
  • "Lungo la vita di Giovanni Pascoli" memorie curate ed integrate da Augusto Vicinelli di Maria Pascoli , edizioni Mondadori 1961
  • Le foto riguardanti Valentino e la sua famiglia sono tratte dall'archivio Pascoli http://www.pascoli.archivi.beniculturali.it/index.php?id=106

mercoledì 9 ottobre 2019

Il delitto Pascoli: intrighi, poesia e il "nido" di Castelvecchio

Da uno schizzo di Giovanni Pascoli
"La cavalla storna"
"...Tu non sai, poverina; altri non osa. 
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come...
...Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome...Sonò alto un nitrito"
Questi sono gli ultimi versi di una delle poesie più belle e famose della storia della letteratura italiana, questi sono i versi de "La cavalla storna". Giovanni Pascoli scrisse questa lirica nel 1903 in riferimento all'assassinio del padre Ruggero avvenuto il 10 agosto 1867, fu ucciso sul suo carro, sulla strada di ritorno verso casa, quando Giovanni aveva appena dodici anni. Le parole di questo componimento sono piene di angoscia e di strazio. La madre del poeta si rivolge alla cavallina che trainava il calesse quasi fosse un essere umano, cercando di scoprire nei suoi occhi chi avesse ucciso il marito, lo spaventato animale infatti è l'unico testimone dell'assassinio di Ruggero e le parole della madre alla cavalla vengono fuori in un crescendo di tensione emotiva. La rivelazione
"Mia madre alzò nel silenzio un
dito/disse un nome,
sonò alto un nitrito"
finale è scioccante, l'animale al nome presunto dell'assassino pronunciato dalla donna emette un nitrito agghiacciante...

I fatti si svolsero lontani dalla Valle del Serchio, eravamo in terra di Romagna e più precisamente sulla via Emilia, nel tragitto che va da Cesena a San Mauro. Eppure questo tragico evento con ogni probabilità fu quello che spinse il poeta nella nostra valle, alla ricerca di un nuovo e ritrovato nido familiare, che lo porterà proprio a Castelvecchio, tra i nostri monti, lontano da amari ricordi e dai probabili sicari del papà e dove potè mimetizzarsi con la sua amata natura in un luogo tranquillo dove ricostruire con la sorella Mariù e il fido cane Gulì un mondo sgretolato dal traumatico assassinio del padre. 
Lasciare per sempre la propria casa e la propria terra per chiunque sarebbe difficile e fu così sicuramente anche per il Pascoli. La motivazione come avete letto fu forte e sofferta, per quello che il tempo considerò uno dei misteri d'Italia, dal momento che il movente e le responsabilità dell' omicidio ancora oggi non sono del tutto chiari.
Per comprendere meglio l'arcano guardiamo prima chi era Ruggero
Ruggero Pascoli
Pascoli, quello che a oggi è considerato il padre più famoso della letteratura italiana. Ruggero nacque nel 1815 e nel 1855 divenne amministratore del latifondo dei Torlonia, l'uomo era impegnato politicamente, negli anni giovanili la passione politica lo portò a far parte della Repubblica Romana, tanto da diventare Capitano della Guardia Civica nel comune di San Mauro, il fallimento di questa esperienza fece calare su di se alcuni anni di oblio, per poi farlo ricomparire sempre nell'amministrazione comunale di San Mauro, prima come sindaco, poi assessore e poi come consigliere, tutto questo dal 1859 al 1867, anno della sua morte. Nella veste di amministratore delle proprietà dei Principi Torlonia, lo zelo, lo scrupolo e l'onesta contraddistinguevano il suo lavoro. 

Quel fatidico 10 agosto 1867 Ruggero si recò sul suo calesse alla

stazione di Cesena, da Roma sarebbe dovuto arrivare l'ingegner Petri, uomo dei Torlonia che avrebbe dovuto rendere ufficiale la sua nomina di amministratore. Il Petri non arrivò mai... tornando a casa senza l'uomo, sul tragitto di ritorno fu ucciso da una sola schioppettata sparata da dietro una siepe, lungo la via Emilia a circa due chilometri da casa. Alcuni abitanti del paese intercettarono la corsa della cavalla storna ormai senza guida con sopra il corpo senza vita di Ruggero. Probabilmente il suo corpo era ancora caldo quando a San Mauro cominciarono a girare le prime voci sul movente e i colpevoli dell'omicidio, anche gli stessi familiari si erano fatti un'idea: "il perchè del delitto stava nella bramosia di succedergli e di diventar ricco, dove a Ruggero Pascoli bastava restar galantuomo", queste sono le parole del Pascoli in una lettera del 1912. La morte del capofamiglia portò con sè la rovina economica di
Ruggero e tre figli.
Giacomo,Luigi
e Giovanni
tutto il nucleo familiare, la mamma Caterina e i suoi figli furono cacciati senza una lira dalle proprietà Torlonia. Da quel momento fu un susseguirsi di disgrazie e morti, negli anni immediatamente successivi si spensero, prima la sorella Margherita, la madre e altri due fratelli, Luigi e Giacomo. Nella testa di Giovanni la morte del padre fu la causa della morte degli altri fratelli: -tutta la famiglia fu spezzata, mia madre morì un anno e poco più dopo, tre fratelli più grandi di me morirono a non molta distanza-.

Nonostante le mille traversie affrontate l'obiettivo era dunque fare chiarezza su quello che secondo Giovanni avrebbe principiato tutte queste infelicità. Stando alla vox populi il mandante dell'assassinio era Pietro Cacciaguerra, un ricco possidente di un paese vicino: Savignano. La sua mira era quella di succedere nella gestione del latifondo Torlonia, posto che poteva garantirgli lauti guadagni se non fosse stato svolto in maniera limpida. I poliziotti fecero indagini superficiali e perdipiù fatte male, quasi non si volesse far luce sull'assassinio,
San Mauro Pascoli
per le autorità il delitto era ascrivibile a uno dei tanti fatti di sangue che travagliavano la Romagna post-unitaria, legato alle speculazioni del grano da parte dei proprietari terrieri. Fra le altre ipotesi fu fatta anche quella collegata al contrabbando di sale, forse era stato ucciso da qualche contrabbandiere, perchè impediva a loro di attraversare la tenuta. La più interessante fra tutte queste ipotesi rimane il movente politico (che la famiglia sempre scartò)che voleva punire un uomo che nel passato era un fervente e acceso repubblicano, ma che non esitò a passare nelle fila del neonato governo monarchico. Un traditore insomma...e in Romagna non c'era accusa più infamante che essere un traditore. A quanto pare questa accusa si lega a filo doppio con il Cacciaguerra, che usò come pretesto per alimentare una campagna diffamatoria, basando l'omicidio su moventi ideali e politici. Spieghiamoci meglio; il presunto mandante era pure lui un convinto repubblicano e come lui
La tenuta Torlonia
da questo partito venivano i due (presunti) killer: Luigi Paglierano (colui che sparò)e Michele della Rocca. Non fu quindi difficile aizzare gli animi dei compaesani contro colui (Ruggero) che in qualità di amministratore di un grande latifondo svolgeva incarichi a dir poco impopolari: l'escomio (n.d.r.: disdetta di affitto notificata ad un colono o a un mezzadro) o denunciare giovani alle autorità in età di leva, per questo motivo questa specie di "affamatore" doveva essere punito. Quello che non sfuggì a nessuno è che poco tempo dopo il crimine il Cacciaguerra prese posto come nuovo amministratore dei Torlonia, la cosa lasciò sbigottiti un po' tutti...ma in fondo questa sbigottimento era solo di facciata... Lo stesso Pascoli alcuni anni dopo in una pesantissima lettera ad un amico fece un quadro completo di quello che era il clima di quegli anni in Romagna: "La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non
Oggi nel Luogo esatto
dell'assassinio di Ruggero Pascoli
volle approfondire. In Romagna c'era allora uno spirito di setta, dall'apparenza politica e dalla sostanza delinquente, volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l'orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto. Quando giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le tracce disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione io"
.

Come detto le indagini furono condotte male e quel poco fatto si andò ad infrangere con la bocca chiusa dei sanmauresi. Nel corso
La bozza originale
de "La cavalla storna"
 a Castelvecchio
degli anni furono fatti tre processi farsa che naturalmente portarono al proscioglimento degli imputati. Il presunto mandante in questi tre processi non fu mai chiamato alla sbarra, nemmeno come testimone. Nel 1916 per decreto luogotenianzale gli incartamenti dei processi e delle indagini furono mandati al macero...

Oramai la famiglia Pascoli era isolata da tutto il resto della comunità, il silenzio omertoso dei sanmauresi dell'epoca era doloroso e frustrante. Per quello che rimaneva della vasta famiglia di Giovanni la paura la faceva da padrona, il timore di ritorsioni era tangibile, per il Pascoli fu chiaro che era arrivato il momento di cambiar aria. Il caso fece il resto. Giovanni era alla ricerca di una casa, un buen ritiro lontano da tristi ricordi e il caso di cui sopra detto ci mise lo zampino. Tutto nacque nel periodo in cui il poeta era insegnante a Livorno, due amici,  Giulio Giuliani di Filecchio (insegnante ad un liceo di Pisa) e Carlo Conti (amministratore di un collegio di Livorno) gli consigliarono di dare un'occhiata ad una casa che era proprio dalle loro parti e che forse avrebbe fatto il suo caso. Si recò così per la prima volta a Castelvecchio nel mese di
Castelvecchio. Casa Pascoli
settembre del 1895 a visitare una villa settecentesca di proprietà della famiglia Cardosi-Carrara. Al tempo non era facile raggiungere la nostra valle, la ferrovia si fermava a Lucca e il Pascoli si fece ben cinque ore di carrozza, ma ciò non importava, anzi era proprio quello che cercava. Ad ottobre del medesimo anno Giovanni con la sorella Mariù si trasferì a Castelvecchio, non scelse un giorno a caso, scelse il 15 di ottobre, il giorno della nascita di Virgilio, suo modello di poeta. Pascoli scelse quel giorno come sua seconda nascita, un nuovo inizio.


Bibliografia

  • "La cavalla storna" Giovanni Pascoli (Canti di Castelvecchio) Zanichelli 1907
  • "Il delitto Pascoli, fra storia e poesia" di Alice Cencetti . Aprile 1912

mercoledì 22 maggio 2019

Prima di Greta Thunberg... Giovanni Pascoli, ambientalista "Ante litteram"

Prima di Greta Thunberg, Al Gore, Chico Mendes e Erin Brockovich
c'era lui, Giovanni Pascoli... Tutti questi, qui sopra citati sono persone che hanno dato tanto per l'ambiente e sopratutto hanno dato il buon esempio, dimostrando che, il nostro pianeta lo dobbiamo proteggere sempre, e che i risultati prima o poi arrivano. Prima di tutti l'aveva capito Giovanni Pascoli, il primo ambientalista "ante litteram", da molti definito "il poeta contadino", amante della natura che nei suoi versi aveva uno spirito ecologista al di sopra di tutti. I riferimenti ideali nella testa del poeta erano Virgilio ed Orazio, veri poeti contadini che vivevano del loro lavoro, d'altronde la scelta di vivere in piena campagna a Castelvecchio rientrava proprio in questa ottica, si evidenziava ancor di più il rifiuto della città, vista come il male in persona, ad esempio nella poesia "L'Ora di Barga" si parla del ragno, del grano, del vento, tutti elementi naturali che aveva davanti e che una caotica città non poteva mai manifestare come in ambienti simili a quello della Valle del Serchio. I suoi migliori amici erano i contadini del luogo e quando qualche emigrante rientrava dalle Americhe per ricomprarsi la
terra da coltivare, da lui era visto come un nuovo eroe, colui che dava nuova vita e che invertiva il processo dell'abbandono delle campagne. Pochi infatti vedono il Pascoli da questo punto di vita, nessuno pensa a lui come un naturalista, ma come abbiamo visto la sua vita e la sua poesia non lasciano spazio a dubbi. Un contatto stretto con la natura lo possiamo trovare in moltissime sue poesie, dove le sue parole erano sempre ispirate da un volo di un passero, un cipresso, dal verso di un uccello notturno, da un lampo improvviso ed è proprio da questi versi che si possono trarre grandi insegnamenti, ed ecco allora che nel 1906 venne pubblicato "Odi e Inni" e nella poesia "Il Serchio", a margine di questa il poeta scrisse una nota davvero degna di essere letta, che ci ricorda due cose importanti, di quanto la
La poesia originale "Il Serchio"
natura si dia aiuto reciproco (al contrario dell'uomo) e di quanto siano importanti gli alberi, si perchè anche un secolo fa uno dei problemi era il selvaggio disboscamento e il Pascoli questo scrisse: "Gli alberi e le acque si amano e si aiutano con fraterna vicenda: gli alberi proteggono le acque, le acque alimentano gli alberi... L'Italia deve rivestire i suoi monti già spogliati dalla spensierata ingordigia dei possessori, se vuol da per tutto ciò che, per provvidenza, per disinteresse, per virtù dei maggiori, è qui in Val di Serchio". 

La tomba di Merlino
un merlo dall'ala rotta
Non da meno fu il suo rapporto con gli animali, in loro trovava un amore disinteressato, di chi non vuole niente in cambio ed è anche per questo che possiamo considerare Giovanni Pascoli un antesignano animalista, non solo quindi un naturalista nel senso stretto del termine, ma un naturalista a tutto tondo, pronto ad amare e rispettare tutto quello che Madre Natura ha creato. Essere animalisti a quel tempo era ancora più difficile e se si vuole anche bizzarro, l'animale era considerato agli inizi del secolo scorso poco o niente, aveva un ruolo marginale nei sentimenti delle persone, l'animale "vero" era quello da lavoro e quello che si poteva mangiare, non così per il Pascoli, in lui trovavano amore e protezione e se invece Darwin in essi trovava l'espressione di sentimenti simili a quelli dell'uomo, il Pascoli ne coglieva una chiave poetica. Allora ecco che in casa Pascoli fu un susseguirsi di uccellini, tortone, merli, caprette, cani, alcuni di questi riposano nella loro piccola tomba nel giardino della casa del poeta a Castelvecchio; e sempre a proposito di animali e dell'intimo rapporto fra uomo e bestia rimarrà nella memoria di tutti la cavalla storna che trainava il calesse fino a casa, con sopra suo padre Ruggero assassinato. Nessuno vorrà dire chi è stato l'omicida, ma quando la madre del poeta ne fa il nome alla cavalla, lei emette un nitrito, un nitrito da brivido e di dolore disperato:
In piedi il padre di Giovanni,
 Ruggero Pascoli con la famiglia

"Chi fu? Chi è? 
Ti voglio dire un nome
E tu fa un cenno Dio t'insegni come...
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... sonò alto un nitrito".

Illuminante e d'ispirazione a questo articolo fu una pubblicazione di Matteo Cavezzali di qualche tempo fa su "Il Fatto Quotidiano", è sottolineato bene il fatto dell'importanza delle parole, di quanto le parole, specialmente quando si parla di natura debbano essere precise, perchè la natura non si inventa, la natura è natura perchè è così come è, e Giovanni allora rimprovera i colleghi poeti di averla maltrattata e trascurata, come può essere che nella poesia "San Martino" di Carducci la nebbia sia agli irti colli? La nebbia quando pioviggina non sale, ma scende! E il mare urla e biancheggia con il libeccio, non con il maestrale. Anche Giacomo Leopardi è caduto nella trappola, ne "Il sabato del Villaggio" si parla di rose e viole, ma le rose e le viole sbocciano in diversi periodi dell'anno, non si possono trovare rose e viole insieme. Con questo il Pascoli ci faceva capire che la natura non ha bisogno di essere forzata per rientrare in un ideale poetico, anzi questo la

rende goffa e irreale... Basta guardare e descrivere le cose come sono, perchè sono molto più affascinanti di come possiamo immaginarle noi, che in confronto alla Natura, siamo solo piccoli uomini...



Bibliografia

  • "Greta Thunberg, prima di lei era Giovanni Pascoli a lottare per l'ambiente" di Matteo Cavezzali "Il Fatto Quotidiano" 21 aprile 2019

mercoledì 12 dicembre 2018

Quando non c'era internet. La storia della Garfagnana sui quotidiani del tempo

Una volta non c'era internet che ci informa su tutto e tutti, adesso appena succede un qualsivoglia evento lo sappiamo in tempo reale, qualsiasi cosa succeda, anche dall'altro capo del mondo: attentati terroristici, rivoluzioni, catastrofi naturali... Una volta per "sapere" bisognava uscire di casa, levarsi le pantofole, mettersi le scarpe, andare in edicola e comprare un quotidiano. Ecco, a quel punto li ci si poteva informare su quello che accadeva nel nostro pianeta, anzi talvolta le notizie che giungevano oltre oceano venivano pubblicate qualche giorno dopo...non c'erano gli smartphone. C'è poco da fare però, il mondo cambia e...forse tra non molto (e con mio grande rammarico) assisteremo ad un "de profundis" epocale...addio carta stampata, addio giornale, compagno di tante ore liete, eravamo io, te e il mio caffè...I dati d'altronde parlano chiaro, la diffusione dei giornali cartacei è scesa al minimo storico, dal 2014 sono state chiuse venti testate giornalistiche e pensare che il secolo scorso (XX secolo)c'aveva lasciato in eredità qualcosa come 14 milioni di lettori di giornali, mentre lo scorso anno eravamo scesi a tre milioni... A dire il vero non è la prima volta che succede una cosa del genere, era già successo in prossimità di altre invenzioni di comunicazione: prima il telegrafo, poi la radio ed infine la televisione, ma stavolta la musica è cambiata, internet e gli
smartphone hanno cambiato e stanno cambiando la quotidianità delle persone, rivelandosi più minacciosi di qualsiasi altra invenzione precedente. La gente va sempre più di fretta, non ha tempo di leggere, le notizie devono arrivare sotto forma di tweet, di post, figuriamoci se qualcuno ha voglia di approfondire una notizia o di leggere un articolo intero, eppure una volta un articolo ben fatto era un efficace strumento di divulgazione, di crescita, infatti se tanto mi da tanto la stampa (storicamente parlando) ha fatto si che la popolazione incominciasse a leggere, ha favorito lo sviluppo dell'illuminismo, nonchè (e sopratutto) il diffondersi dell'opinione pubblica. Insomma, capiamoci bene, internet ben venga, non si può negare che sia una grandissima scoperta, voi infatti mi state leggendo attraverso questa invenzione e sono anch'io un suo accanito fruitore, però leggere un libro o un giornale, quella rimane un'altra cosa.Del resto la storia del giornalismo in Italia parte da lontanissimo; "La Gazzetta di Mantova" ha l'invidiabile primato
Il 1° numero de "La Nazione"
di essere il quotidiano più antico d'Italia, le sue pubblicazioni risalgono al 1664, ma dobbiamo dire che il vero e proprio boom del giornalismo fu a metà del 1800. "La Gazzetta del Popolo" di Torino fu tra i primissimi quotidiani di quel periodo, correva il 16 giugno 1848 quando uscì il suo primo numero, nel 1859 usciva "La Nazione" di Firenze fondata da Bettino Ricasoli (presidente del consiglio dopo Cavour), a ruota ecco nascere "Il Giornale di Sicilia" (1860)e "L'Osservatore Romano" (1861). "Il Corriere della Sera" (il quotidiano più venduto oggi in Italia) uscì "solamente" nel 1876 e sempre per rimanere nell'ambito toscano il quotidiano livornese "Il Telegrafo" vide luce nel 1887, prenderà poi nel 1977 il nome de "Il Tirreno".
Come detto fra i maggiori pregi che ebbe la diffusione del giornalismo ci fu anche quella di divulgare  e di portare alla ribalta nazionale zone d'Italia che fino allora erano sconosciute. La Garfagnana era fra queste, lontana se si vuole dai grandi avvenimenti del Paese talvolta faceva capolino fra i più celeberrimi quotidiani nazionali, alcune volte con notizie belle, spesso brutte e tragiche e alcune altre curiose e di attualità. Ecco allora il frutto di questa mia meticolosa ricerca,dove sono riuscito come meglio ho potuto a raccogliere le vecchie e principali notizie dei giornali a tiratura nazionale (o perlomeno regionale)dove si parla di Garfagnana, ne esce un quadro di fatti alle volte conosciuti e altre volte di notizie che ce n'eravamo dimenticati o che forse non conoscevamo.
Guardiamo quindi, quello che si sapeva in Italia della Garfagnana, quando internet non c'era...
Ultima cosa, le notizie sono divise per temi e non in ordine cronologico
  • La prima (presunta) volta che un quotidiano nazionale parla di Garfagnana 
A proposito di diffusione e conoscenza. Era il 27 agosto 1884 e  "Il Corriere della Sera" parlava di questa regione semi sconosciuta: "...del resto, è ancora poco conosciuta, giacchè abbiamo veduto qualche giornale metterla in Toscana e qualche altro crederla una borgata...".
Poco meno di un mese dopo sempre "Il Corriere della Sera" ne parlerà in tutt'altri termini. Mercoledì 18 settembre 1884, il pezzo s'intitola "Le miserie della Garfagnana". La valle è stata colpita da un'epidemia di colera. Da notare la "velocità" delle informazioni: l'articolo è del 15 settembre fu pubblicato tre giorni dopo



  • Le visite importanti...
Guardiamo un po', allora, da quello che mi risulta (almeno dai
giornali) la nostra terra è stata visitata da una regina (per due volte), da un principe ereditario, da due presidenti del consiglio e da un Presidente della Repubblica. In ordine cronologico i primi a fare visita furono il principe ereditario Umberto (futuro re per un mese) con l'augusta madre la regina Elena. Eravamo in piena I guerra mondiale e non poteva mancare la visita "alle fabbriche di munizioni" (ovverosia la S.m.i di Fornaci di Barga). Ecco allora che il 26 settembre 1918 sulle pagine de "L'Arrengo-giornale della Toscana" campeggia una bella foto gli operai della metallurgica con le loro maestà
Due anni dopo la regina Elena tornerà a far visita alla Garfagnana ma per ben altri motivi. Giungerà un'altra volta tra noi per portar conforto e...cinquantamila lire del re ai terremotati. Erano i tristi giorni del settembre 1920. Nel maggio 1930 toccherà a Benito Mussolini visitare la S.m.i e dare omaggio alla tomba del Pascoli, come evidenzia "Il Corriere della Sera". La più alta carica dello stato il toscano Giovanni Gronchi il 21 marzo 1959 inaugura l'ultimo tratto ferroviario della Lucca-Aulla.
Il Presidente della Repubblica come riporta "La Nazione" si fermerà a Minucciano, Piazza al Serchio e Castelnuovo. Ecco poi che il 17 giugno 1967 Aldo Moro, al tempo presidente del consiglio giunge a Castelnuovo Garfagnana. "Il Corriere della Sera" evidenzia l'avvenimento con un articoletto
di poche righe e riporta le parole di Moro dalla rocca ariostesca: " Vogliamo lavorare nella pace. Pace nel nostro paese, innanzitutto pace
politica..." proprio quella a cui non lo faranno mai arrivare...















  • Il terremoto del 7 settembre 1920

Dopo la guerra questo è  l'avvenimento più tragico che ha colpito la Garfagnana. Ancora oggi viviamo con la paura sulle spalle di quella catastrofe. Ore 7:56 un sisma del IX-X° della scala Mercalli colpisce la valle. I dati ufficiali parlano di 171 morti e 650 feriti. Ecco i giornali del
tempo. In uno di questi la Garfagnana viene menzionata come..."alta regione della Grafagnana", direi che non eravamo tanto conosciuti al tempo...


  • Le emergenze terremoto 
In Garfagnana abbiamo vissuto anche di emergenze e sfollamenti in previsioni di terremoti catastrofici, grazie a Dio mai avvenuti. La prima risale al 23 gennaio 1985, l'allora ministro della Protezione Civile Zamberletti mobilita le prefetture, protezione civile ed esercito. Dai dati del terremoto avvenuto il giorno prima e da uno studio degli esperti sui terremoti in zona successi negli ultimi mille anni (così riporta "Il Tirreno") nelle prossime 48 ore è previsto un terremoto di forte intensità. I telegiornali e i giornali (bellissima la foto in prima pagina de "Il Tirreno) danno l'annuncio...vi potete immaginare e tanti come me si ricorderanno pure...panico totale e fuggi,fuggi generale. Era la
prima volta che in Italia si provava a fare una previsione su un terremoto e lo subirono sulle spalle i garfagnini. La cosa si ripete poi non molti anni fa (internet c'era già), infatti la notizia arrivò con un tweet dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: "Il Dipartimento nazionale di Protezione Civile ha comunicato che nelle prossime ore potrebbero verificarsi altre scosse di terremoto con epicentro in prossimità di
Castelnuovo Garfagnana...", si ripeterono così le solite scene di quasi trent'anni prima.  In barba a Twitter e a tutti i social "Il Tirreno" il giorno dopo riportò la notizia quando l'allarme era già terminato.


  • La guerra
La Garfagnana è molto menzionata sui giornali nazionali in fatto di guerra. La Linea Gotica attraversa le montagne della valle e molti episodi della II guerra mondiale troveranno spazio sui quotidiani. Naturalmente era quasi impossibile dettagliare tutti i giornali che in questo periodo parlano di guerra riferendosi alla Garfagnana, comunque ci sono delle uscite degne di nota come le prime pagine illustrate della celeberrima "Domenica del Corriere" disegnate magnificamente da Walter Molino. Questo giornale era un supplemento settimanale de "Il Corriere della Sera" ed era fra i più apprezzati e letti a livello nazionale. Finire in una copertina illustrata del periodico voleva dire
visibilità assoluta, infatti il giornale arriverà ad una tiratura di un milione e trecentomila copie  Capiterà due volte di finire sulla prima pagina de "La Domenica del Corriere", una il 7 gennaio 1945 riferendosi della guerra nell'Italia centrale nel settore di Gallicano, dove truppe italiane e tedesche sfondano le linee nemiche ricacciandole indietro di parecchi chilometri. La seconda è dell'8 aprile 1945, mancano ormai pochi giorni
alla fine della guerra, qui si parla di un audace colpo di mano dei bersaglieri della divisione "Italia" sempre nella zona di Gallicano. Altri quotidiani come "Il Resto del Carlino" di Bologna o "Il Corriere della Sera" non fanno mai mancare gli aggiornamenti sugli scontri in Garfagnana



  • La prima volta del treno in Garfagnana
Evento storico e epocale fu l'arrivo del treno in Garfagnana, 25 luglio 1911. Al tempo il treno arrivava fino alla stazione di Fornoli e curiosamente per l'avvenimento due giornali locali si uniscono in una sola testata: "La Garfagnana" e "Il Serchio". Altra curiosità i giornali nazionali parlano delle nuove stazioni illustrandone la loro bellezza ma fanno un po' di confusione con i paesi della valle, mescolando i nomi delle
varie localita: la stazione di Barga- Gallicano diventerà Borgo- Gallicano e Fornaci di Barga, Fornaci di Bagni... 



  • Tragedia: lo scoppio della polveriera di Gallicano
E' stata sicuramente la tragedia lavorativa più grave che abbia mai colpita la Valle del Serchio. Il 27 febbraio 1953, dieci persone perirono in quella che "La Nazione" chiama a giusto modo una "terrificante sciagura": l'esplosione della polveriera di Gallicano


  • Garfagnana milionaria
Quando la Garfagnana fu baciata dalla
dea bendata era il 28 ottobre 1964. Il primo premio della lotteria di Merano, 150 milioni di lire, fu vinto da un abitante di Sassi. Così riporta "L'Unità": "il biglietto vincitore del primo premio del Gran Premio di Merano potrebbe appartenere ad uno dei cento abitanti dl Sassi, frazione di Nolazzana (n.d.r: Molazzana), nell'alta Garfagnana, in tale località, infatti, è stato venduto il tagliando vincente. Non è stato ancora possibile, tuttavia, aver'una conferma: Sassi non ha telefono e non è collegata da alcuna strada carrozzabile"


  • Attualità e curiosità
La Garfagnana è piena di tradizioni come ben sappiamo e nel lontano 22 giugno 1902 "La Domenica del Corriere" con un bellissimo articolo porta alla ribalta nazionale "il giro del diavolo" che si svolge a San Pellegrino: " ...Lo spettacolo di uomini e donne in età avanzata con sul capo rudi macigni è veramente penoso. La grossezza delle pietre è un titolo d'onore perché rende maggiore la penitenza, si che nel mucchio si scorgono pietre tanto grosse da sembrar strano che qualcuno abbia potuto trasportarle sin lassù. E basterebbe tanto poco a persuadere i pellegrini che la chiesa al santo è ormai costrutta… dal medio evo!! Ma c'è di mezzo la forza della tradizione!"
A proposito di devozione ecco il 21 dicembre 1947 un'altra storia sempre dalle pagine de "La
Domenica del Corriere" che titola "La miracolata della Garfagnana".
Lei è Anna Morelli di Gramolazzo e a quanto pare sembra che veda la Madonna. Le apparizioni chiamano in Garfagnana cronisti da tutte le parti d'Italia, ma l'articolo più bello rimane proprio questo del garfagnino Gian Mirola: "La folla si inginocchia, piange sommessamente. Anna, la "miracolata" con lo sguardo fisso in avanti, sorride e mormora parole incomprensibili. E' in estati. Riesco a percepire alcuni monosillabi privi di senso:- Si...No...-. Per accertarmi del suo stato di sensibilità la pungo per due volte inaspettatamente, con uno spillo. Due goccioline di sangue, la ragazza non sente e non fa un movimento. Gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto vedono...Sviene". Sempre le pagine de "La Domenica del Corriere" nel 1914 non si dimenticano
neanche delle infrastrutture garfagnine ed ecco che nelle sue pagine si parla di questa avveniristica diga: la diga di Villa Collemandina. Dalla foto dell'articolo un po' meno avveniristica mi sembra la sicurezza sul cantiere di lavoro (niente da stupirsi, una volta era così...)
Inconsueto per quel tempo, ma sulle pagine de "La Domenica del Corriere" il 3 novembre 1946 si comincia a parlare di Garfagnana da un punto di vista turistico. il titolo è emblematico: "Garfagnana terra sconosciuta". Il pezzo così comincia:"La Garfagnana non è una delle misteriose provincie dell'Asia, né uno sperduto villaggio della Patagonia. Se qualcuno,
leggendo il titolo di questo articolo, lo avesse immaginato, si ricreda.E' invece un pittoresco lembo di terra toscana, incuneato fra gli Appennini e le Apuane, dove termina il regno dell'ulivo ed incomincia quello del castagno".
Il più singolare rimane però l'articolo de "Il Tirreno", datato 16 gennaio 1988, qui si parla di un gruppo di abitanti di Bolognana che una volta partiti per un escursione sul Monte Palodina si dice che abbiano
incontrato gli gnomi, esseri non più alti di 50-60 centimetri, che una volta volta visti gli umani pare si siano rotolati lungo un pendio per poi scomparire. Da segnalare anche, che nella stessa zona tempo prima era apparso un mega lucertolone verde che aveva messo in fuga un cacciatore...
  • La morte di Giovanni Pascoli 
Il Pascoli non morì a Castelvecchio, partì dal paese il 17 febbraio 1912 per curarsi a Bologna. In Valle del Serchio non vi fece più ritorno se non da morto. Muore il 6 aprile 1912 nella sua casa bolognese in via dell'Osservanza n°4. "Il Corriere della Sera" il 7 aprile annuncia in prima pagina e a pieno titolo il decesso del poeta
  • Il rapimento di Elena Luisi
Fu un'avvenimento che toccò il cuore di tutta la valle e di tutta la nazione. Tutti i giornali dettero grande risalto alla vicenda. Nella notte tra domenica 16 e lunedi 17 ottobre 1983, durante un temporale, dopo avere scardinato la porta, un gruppo di malviventi entra a casa Luisi a Lugliano (Bagni di Lucca). I malviventi dopo avere malmenato i nonni e la mamma Luisa portano via la piccola
Elena di diciassette mesi che indossa un pigiamino azzurro e piange disperatamente. Viene richiesto un riscatto di 5 miliardi da pagare entro 5 giorni. Scattano le ricerche e le indagini da parte degli inquirenti e vengono anche coinvolti i servizi segreti. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini rivolge un appello ai rapitori e lo stesso fa anche il Papa Giovanni Paolo II. Nella notte tra il 25 ed il 26 novembre, dopo 42 giorni la liberazione: i banditi sentendosi accerchiati abbandonano la bambina, coperta solo da un cartone sul ciglio di una strada a 50 km da Messina.

Così con un pizzico di nostalgia questo è quello che era prima del web. La carta stampata oggi appare più che mai un’isola sperduta, frequentata solo da quella ristretta diaspora generazionale che ancora non si è arresa del tutto al dominio della rete. La domanda, o meglio, la curiosità è allora sapere... per quanto tempo ancora i giornali sapranno resistere all’ondata digitale?