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giovedì 14 aprile 2022

"Giusti fra le Nazioni". La storia di Giuseppe Mansueto Rossi e di sua moglie Maria da San Pellegrino

Calcolare il numero esatto di persone che morirono a causa delle politiche naziste è un'impresa difficile. Non esiste alcuna documentazione tenuta da funzionari nazisti che contenga il numero dei morti causati dall'olocausto. Per stimare con maggior precisione le perdite umane, i ricercatori insieme a organizzazioni ebraiche e agenzie governative hanno usato, fin dal 1940, fonti diverse quali censimenti, archivi o indagini condotte dopo la fine della guerra. Man mano che venivano trovati nuovi documenti i dati venivano perciò aggiornati. Fattostà che senza l'intervento di persone di buon cuore il numero degli ebrei sterminati sarebbe stato di gran lunga maggiore. Fu proprio per questo motivo che nel 1953 venne fondato con un atto del Parlamento israeliano lo Yad Vashem, l'Ente nazionale per la memoria della Shoa con sede a Gerusalemme. Questo ente ha infatti lo scopo (fra gli altri) di nominare, ricordare e celebrare i "Giusti fra le Nazioni". La definizione "Giusto fra le Nazioni" va fatta risalire al "Talmud", testo fondamentale per la religione ebraica e Yad Vashem ha ripreso questo termine per rendere omaggio e commemorare coloro

che rischiarono la vita per salvare gli ebrei negli anni delle persecuzione nazifasciste. "Chi salva una vita, salva il mondo intero", così si legge nel Talmud. Nel memoriale di Gerusalemme è stato a loro dedicato un grande giardino, per ogni giusto veniva piantato un albero e ai piedi di questi alberi ogni visitatore lasciava un sasso. I sassi sono il simbolo del perpetuo ricordo, mentre l'albero è simbolo della vita che continua e che è  continuata grazie a questi  "Giusti fra le Nazioni". Fra quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra memoria non possiamo dimenticare Oskar Schindler, forse il più famoso, ma ci anche sono molti italiani (circa 700) come Gino Bartali, Giorgio Perlasca, Carlo Angela (padre del giornalista Piero)e Monsignor Angelo Riotta. Ma esistono anche personaggi meno illustri, e che hanno contributo in ugual maniera a salvare vite umane e che purtroppo non hanno mai avuto la ribalta della cronaca. Ebbene fra questi "Giusti fra le nazioni" abbiamo anche due garfagnini e queste che vado a trarre integralmente dal data base dello Yad Vashem sono le vicende che portarono Giuseppe Mansueto Rossi e sua moglie Maria di San Pellegrino in Alpe a fregiarsi di questa alta onorificenza. Nell’agosto del 1943 assieme alla madre Felicina Barocas, incinta della seconda figlia, Franca Sraffa si recò a Farnocchia di Stazzema, una località della montagna tra i boschi non lontana da Pietrasanta, dove i nonni Federigo Abramo Ventura e Ersilia Barocas possedevano un negozio di stoffe, in Via
San Pellegrino in Alpe
 Mazzini. E lavorava anche il padre, Aldo. Quella a Farnocchia doveva essere solo una breve vacanza consigliata dal medico a Felicina in vista delle sue condizioni di gravidanza e della calura estiva. Poi però con la caduta del regime fascista, e il precipitare degli eventi bellici, furono costrette a restarvi, dal momento che la situazione si era fatta particolarmente difficile in quanto la famiglia era ebrea sia dalla parte di Aldo Sraffa, che dalla parte di Felicina. Erano infatti comparse scritte antiebraiche in prossimità del negozio a Pietrasanta, e fu così che a Farnocchia arrivò anche Aldo. La famiglia Sraffa abitava in paese in una casa in piazza del Carmine, e fu a Farnocchia che il 18 ottobre 1943 nacque la piccola Donatella-Miriam. Purtroppo, l’ostetrica del paese, Siria Catelani, era di ideologia fascista, e dopo il parto si recò al comando tedesco per denunciare la presenza in paese di una famiglia ebrea.
Don Innocenzo Lazzeri
In questa condizione di grave pericolo, gli Sraffa furono accolti per alcuni giorni dal parroco di Farnocchia, don Innocenzo Lazzeri, che li nascose nella locale canonica. La stessa ostetrica tuttavia informò i nazifascisti del rifugio, e così una pattuglia arrivò a perquisire la canonica. In quel momento, l’intera famiglia Sraffa riuscì a nascondersi in un antro defilato della canonica, con Donatella-Miriam attaccata al seno materno in pieno allattamento, e l’alto rischio che se avesse smesso avrebbe potuto mettersi a piangere, permettendo così ai nazifascisti di trovarli. Dopo la perquisizione, gli Sraffa e don Innocenzo capirono che la canonica non era il posto più sicuro per loro, e così l’8 dicembre del 1943 si ritirarono a Greppolungo, un piccolo borgo del Comune di Camaiore, a circa 5 km di distanza da Farnocchia. Dopo un mese di permanenza su quelle montagne, nel corso del quale gli Sraffa cambiarono spesso luogo di residenza per evitare di essere scoperti, il dottor Mario Lucchesi, figlio del primario dell’ospedale di Pietrasanta, organizzò il loro trasferimento al Tendaio, località di montagna presso San Pellegrino in Alpe, nel comune di Castiglione di Garfagnana. Il trasferimento vide Aldo e famiglia scendere a Camaiore, ad attenderli trovarono Mario Lucchesi che con la sua auto li condusse a casa sua a Castiglione, dove trascorsero la notte e poterono rifocillarsi. La mattina seguente, all’alba alcuni membri della famiglia Rossi del Tendaio, tra cui Giuseppe Mansueto, venne a prelevare gli Sraffa per
Giuseppe Mansueto Rossi
 portarli presso la loro abitazione, a circa 15 chilometri da Castiglione. Al Tendaio, Aldo, Felicina, Franca e la piccola Donatella Miriam vennero accolti con grande generosità dalla famiglia Rossi, Giuseppe Mansueto, la moglie Maria, il figlio Franco e la sorella di Maria, Rosina. Gli Sraffa vennero raggiunti anche dagli zii Augusto Ventura e Giuseppina Trevi, e tutti rimasero dai Rossi per circa un anno e mezzo, fino al giugno del 1945, ovvero la fine della guerra, organizzando ogni notte dei turni di veglia per controllare l’eventuale arrivo di truppe nazifasciste. Allora, don Innocenzo Lazzeri aveva già trovato la morte, il 12 agosto 1944, trucidato dalle SS nel tristemente noto eccidio di Sant’Anna di Stazzema. 
L’8 dicembre 2015, Yad Vashem ha riconosciuto don Innocenzo Lazzeri, Mario Lucchesi, Giuseppe Mansueto Rossi e Maria Rossi come Giusti tra le Nazioni. Per far capire ancor meglio al caro lettore l'importanza e il significato di questo riconoscimento è giusto ricordare cosa poteva capitare a chi dava aiuto agli ebrei. Tali normative variavano secondo il Paese in cui veniva commesso il fatto. Innanzitutto le pene venivano date senza bisogno d'alcun processo e si andava dalla deportazione verso i famigerati lager, al carcere o alla fucilazione, le autorità naziste consigliavano però l'esecuzione di questi collaboratori sul posto. E' doveroso anche sfatare il mito di "italiani brava gente", non fummo tutti dei "Giuseppe Mansueto Rossi", ci furono molti "Siria Catelani", ossia dei delatori. Infatti, per quanto efficienti, i 
Maria Rossi
comandi della polizia tedesca avevano troppo poco personale e furono quindi costretti ad appoggiarsi ai funzionari della R.S.I.
Ma non fu soltanto la politica ufficiale della Repubblica a essere di aiuto. Anche la collaborazione spontanea di migliaia di «italiani comuni», di normali cittadini, fu fondamentale per l’arresto di migliaia di ebrei. I poliziotti tedeschi sfruttarono ampiamente i collaboratori italiani: spie, delatori, infiltrati, che agivano nei modi più diversi. Questo lavoro veniva pagato piuttosto bene, dato che su ogni ebreo, in media, veniva messa una taglia di 5.000 lire dell’epoca. Comunque sia come cita il Talmud: "Basta che esista un solo giusto perchè il mondo meriti di essere stato creato".


Bibliografia

  • Data Base online Yad Vashem
  • "Chi salva una vita. In memoria dei giusti toscani" di Alfredo de Girolamo. Regione Toscana 
Fotografie

  • Le fotografie di Giuseppe Mansueto Rossi e di Maria Rossi sono tratte dal libro "Dalla Versilia alla Garfagnana Storia di ebrei e di Giusti" di Marco Piccolino

venerdì 25 marzo 2022

Storie di guerra. I devastanti bombardamenti aerei in Garfagnana

Castelnuovo G.NA bombardata
Guernica per chi non la conosce è oggi una cittadina spagnola di
appena quindicimila abitanti. Nonostante sia così piccola ha da sempre avuto un ruolo centrale nell'identità dei paesi baschi, la regione nel nord della Spagna che da secoli rivendica una maggiore autonomia dal governo centrale. La sua fama però raggiuse l'apice il 26 aprile 1937, quando nel pomeriggio di quel giorno 
venne colpita da uno dei bombardamenti più conosciuti e rappresentativi del novecento. Il contesto era quello della guerra civile spagnola, cominciata meno di un anno prima tra i nazionalisti del generale Francisco Franco e i repubblicani guidati dal Fronte Popolar. A compiere il bombardamento furono 24 aerei militari, in buona parte della Luftwaffe, l’aviazione tedesca, e tre dell’esercito italiano: sia Adolf Hitler che Benito Mussolini, infatti, erano alleati delle forze nazionaliste. Questo bombardamento criminale, che cambiò per sempre il modo di fare la guerra, causò una strage di civili inermi. Un reportage del giornalista inglese del "Times", Georghe Stear, dette visibilità internazionale al fatto, attirando così le condanne della politica e della società
Guernica bombardata 
civile occidentale, diventando di fatto il simbolo delle stragi di civili. Quel "nuovo" sistema di fare guerra, bombardando dal cielo, a quel tempo
(ma anche oggi) fu visto  come un evento sommario, le bombe colpivano senza distinzioni civili e militari, senza nessuna regola umana e guerresca che dettasse legge. Un'analisi perfetta a riguardo la fece lo storico inglese Paul Preston: "A Guernica è stata effettuata la prima prova di una chiara strategia: rompere i vecchi limiti morali e le regole della cavalleria del 19° secolo e promuovere la guerra totale, senza regole, che stermina le vite non solo dei militari che prendono le armi ma anche dei familiari che sono rimasti a casa”. La fama di Guernica e di questo infame modo di guerra fu poi amplificata da uno dei più grandi pittori contemporanei: Pablo Picasso, che era già un pittore famosissimo e che nel maggio del 1937, pochi giorni dopo il bombardamento, cominciò a dipingere un’enorme tela, lunga quasi otto metri e alta tre e mezzo. Il governo repubblicano spagnolo gli aveva commissionato un’opera da esporre nel padiglione della Spagna all’esposizione internazionale di Parigi, e lui aveva avuto 
Guernica di Picasso
l’ispirazione dopo il bombardamento. Il quadro, che si intitola "
Guernica", fu apprezzatissimo per la sua capacità di rappresentare il caos e il terrore del bombardamento, ed è diventato probabilmente la più famosa opera d’arte di sempre sulla guerra. Sette anni dopo dai fatti di Guernica, 
in piena seconda guerra mondiale, anche la Garfagnana fu colpita dalla stessa sorte: da una serie impressionante di bombardamenti. La strategia americana in questo caso era molto chiara, bombardare vie di comunicazione ed infrastrutture strategiche e militari e dovunque si credesse, da fonti di intelligence, si potesse nascondere il nemico, in tutto questo però a farne le spese furono soprattutto i civili. La situazione si fece poi ancora più drammatica quando  qui si attestò il fronte della guerra. Gli attacchi aerei in Garfagnana
cominciarono il 18 maggio del 1944, era il Giorno dell'Ascensione. Le prime vittime da bombardamento ci furono invece il 29 giugno per San Pietro e Paolo, l'abitato di Piazza al Serchio fu preso di mira, morirono così le prime 14 persone di una lunga serie. Di fronte a queste significative date il piano americano si manifestava in tutta la sua nefandezza. In quei giorni specifici, in quei luoghi non c'era nessun obiettivo militare perseguibile, erano "solamente" due giorni di festa che a quel tempo venivano celebrati non solo nel calendario liturgico, ma anche in quello civile. La gente era a casa, in famiglia a godersi un giorno di meritato riposo. Quale miglior momento, secondo le cervellotiche strategie militari alleate, ci poteva essere per fiaccare il morale della popolazione se non essere bombardati in un giorno di festa? E difatti così fu... Qualche giorno dopo, il due luglio, cominciarono i primi bombardamenti a tappetto, anche qui era un giorno di festa: domenica. Gli obiettivi stavolta oltre che ad essere palesemente civili, colpirono anche quelli strategici: il bersaglio era la stazione ferroviaria di Castelnuovo Garfagnana. Prima di arrivare a Castelnuovo lo stormo di 12 aerei americani Douglas A-20 Havoc passò prima sopra Gallicano e per la prima volta 
Douglas A-20 Havoc
venne colpito anche questo paese, seminando inevitabilmente morte e distruzione. Nel successivo passaggio sul capoluogo garfagnino i bombardamenti causarono un vero e proprio inferno. Alle ore 11 e 15 del medesimo mattino vennero sganciate 41 bombe da 500 libbre, alcuni minuti dopo altre 91 da 260 libbre. Fra le vittime anche tre bambini. Le persone da quel giorno capirono che sarebbero stati mesi duri e senza tregua. Infatti nei mesi successivi i bombardamenti si intensificarono, i paesi più colpiti furono quelli nel fondovalle, ma anche Camporgiano, dove aveva sede il comando della Divisione Monterosa non fu risparmiato, così come non fu risparmiato l'annesso ospedale militare e quello civile di Castelnuovo, che fu provvisoriamente trasferito nella frazione di Antisciana. Anche altri paesi come Minucciano non furono graziati e 
nei giorni successivi al Natale 1944 una serie di bombardamenti aerei investì i centri abitati del Comune di San Romano. Le uniche frazioni che non vennero colpite furono Orzaglia e Sillicagnana. Si ipotizza che vennero risparmiate per i campanili a cupola delle rispettive chiese, punti di riferimento per l’aviazione alleata. La Villetta rappresentò invece uno dei bersagli principali dell’offensiva militare. Il paese infatti era una delle sedi scelte come base operativa dall’esercito nazista e  questa presenza di truppe tedesche e italiane attirava le squadriglie degli aeroplani
Gallicano bombardata
americani. Nel corso dei bombardamenti di quel maledetto dicembre 1944 e del  successivo febbraio 1945 morirono ben quattro civili. Era sempre in quel lontano dicembre quando un ufficiale italiano raccontò nei suoi diari l'atrocità di uno di questi bombardamenti: " 
Giorno 30 dicembre 1944.
Prosegue ininterrottamente l'offensiva aerea. Gli americani vogliono far pagare a caro prezzo il successo dell'operazione Wintergewitter. 
I cacciabombardieri spezzonano e mitragliano la zona dove sono alloggiate le salmerie della linea pezzi della nostra batteria. Terminata l'incursione ricevo telefonicamente notizia dal sergente Rabitti loro comandante, che non vi sono state perdite. Felice scendo di corsa le scale per recarmi al piano terra e comunicare agli uomini la buona notizia, ma alla porta d'ingresso della costruzione incontro una giovane donna con un bambino in braccio. La mano destra della donna che sorregge la testa del piccolo è sanguinante e il bambino ha la testa sfracellata. La ragazza tutta coperta di sangue è venuta da chi sa dove per cercare soccorso. E' in stato di shock. Questa improvvisa, inaspettata visione mi fa passare in un istante da uno stato di contentezza ad uno stato di sconvolgente costernazione; ho un capogiro, devo appoggiarmi alla costruzione per non cadere per terra, non riesco a guardare" Il piccolo bambino di cui si parla non era un maschietto, ma bensì una dolce femminuccia, era appunto Ada Cassettari figlia di Carlo e di Regoli Silvia, la giovane madre che
Contraeree tedesche
 la teneva in braccio. Ada aveva appena due anni e morì in località Tineggiori (nel comune di Fosciandora) il 30 dicembre '44 dopo un violento bombardamento aereo. Una scheggia attraversò il braccio della mamma che la sosteneva, conficcandosi nella testolina della povera piccola. 
L'assiduità di questi attacchi aerei e il pericolo incombente di perdere la vita  cominciava farsi sentire, la gente abbandonava i paesi e si rifugiava  nei posti più impensati: nelle condotte idroelettriche, nelle gallerie dei treni e naturalmente nei boschi e nelle selve circostanti. D'altronde gli aerei alleati erano gli assoluti padroni del cielo garfagnino, le forze dell'Asse a quel punto del conflitto non avevano forze aeree da impiegare nella valle, la sola forza di contrasto era affidata da batterie contraeree posizionate a Piazza al Serchio, a Pieve Fosciana e in altri luoghi della valle. Queste contraeree però, potevano fare ben poco contro la potenza soverchiante dei Thunderbolt americani e questo fu da subito ben chiaro. A farne le spese maggiori di fronte a questa inaudita potenza fu Castelnuovo e il suo circondario, si calcola che tra il luglio 1944 e l'aprile dell'anno successivo nel capoluogo garfagnino ci furono più di 70 incursioni aeree, la più drammatica di queste incursioni ci fu appena a due mesi dalla fine della guerra. Il 13 febbraio '45 accadde il bombardamento più drammatico, quello che lascerà il bilancio più pesante in tutta la lucchesia. I cacciabombardieri cercando forse di colpire una postazione di artiglieria tedesca non lontana dal centro della cittadina, colpirono invece un improvvisato rifugio antiaereo in località Novicchia: morirono trenta persone. Ovviamente come succede in tutti i
Castelnuovo
bombardamenti della storia non rimane che sottolineare una cosa. Anche in questo caso gli obiettivi militari centrati da queste bombe che provenivano dal cielo furono esigui, a pagare il prezzo maggiore furono civili inermi. Per rendere chiaro a tutti i miei lettori questo concetto basta elencare solo i dati di quel tempo di Castelnuovo Garfagnana: si calcolò che ci fu un 80% di danni ai fabbricati e alle case, quattromila sinistrati, 862 persone da assistere, di cui 288 di età inferiore ai 15 anni...


Bibliografia
  • "I bombardamenti su Castelnuovo" Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea. Provincia di Lucca
  • "L'incubo dei bombardamenti aerei" di Marioo Pellegrineschi https://digilander.libero.it/mariopellegrinetti/aereicaduti.htm#
  • Comune di San Romano Garfagnana "26 dicembre 1944. Il Bombardamento di Villetta"
  • Le foto riguardanti Castelnuovo mi sono state inviate gentilmente da Nicola Simonetti
  • La foto riguardante Gallicano è stata tratta dal libro fotografico "Gallicano in Garfagnana" di Daniele Saisi  

mercoledì 7 luglio 2021

A volte ritornano... Storie di bande e briganti. Garfagnana 1946...

Corsi e ricorsi... Da ogni epoca oscura si passa ad una eroica e
luminosa, governata dalla ragione, alla quale purtroppo seguirà una nuova decadenza e una successiva rinascita, in un ciclo eterno di caduta e ripartenza. Così succede, è una regola a cui il mondo ci ha ormai abituati e nemmeno la nostra Garfagnana è sfuggita a questa norma. Infatti dalle nostre parti esisteva un'epoca, ormai da tutti conosciuta e studiata, in cui nella valle regnava incontrastato il brigantaggio. Era quel preciso periodo storico in cui a Firenze stava per nascere quel movimento culturale e sociale che si proponeva la rinascita della grandezza del mondo classico: il Rinascimento, e mentre a Firenze cominciavano a circolare personaggi come Leonardo Da Vinci, Niccolò Machiavelli e Michelangelo, in Garfagnana vigeva ancora la legge in cui lo schioppo soverchiava qualsiasi altro pensiero e questo ben lo sapevano il Moro del Sillico, Pierino Magnano e Filippo Pacchione: briganti di prim'ordine. Da quel momento in poi però di briganti e bande di delinquenti in Garfagnana non se ne senti più parlare per cinque
secoli, fino al momento in cui, nell'imminente fine e nell'immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale questo fenomeno tornò prepotentemente a galla. Naturalmente il contesto storico e sociale, le motivazioni e la durata dei misfatti fu ben diversa e va contestualizzata e collocata nel tempo dove successero tali accadimenti. Rimane comunque il fatto che morte, ruberie e angherie varie tornarono di gran moda nella valle. Giaime Pintor (giornalista e scrittore) di quel nefasto periodo (fra il 1944 e il 1946) ebbe a dire: "Dappertutto la guerra ha diffuso una facile crudeltà, una crudeltà inconsapevole e piatta che è la peggiore linfa dell'uomo. L'orribile senso del gratuito, dell'omicidio non necessario. Tolti i ritegni diviene consuetudine uccidere e punire è diventato un esercizio". Sì, perchè questa nuova ondata di violenza non fu un fenomeno tipicamente garfagnino, ma la geografia italiana degli
omicidi mutò radicalmente a partire dal 1943. L’aumento del tasso di criminalità crebbe in tutta la penisola, ma in modo particolare nelle regioni centrosettentrionali. Esso raggiunse il valore più alto nel 1944 in Toscana, seguita dal Piemonte e dall’Emilia-Romagna. 
Ma anche fra queste stesse regioni vi furono significative differenze. La Toscana fra tutte ebbe un ruolo di preminenza, il tasso di omicidio, crebbe straordinariamente nel 1944, mantenendosi su alti livelli anche negli anni successivi. Quello che difatti rimane curioso e a dir poco interessante è l'analisi particolare di questi fatti e se andiamo a vedere gli anni precedenti a questi delitti (1939-1945) vediamo che in Italia ci fu un notevole calo di tutti gli atti delinquenziali, perfino le contravvenzioni subirono un forte calo. La forte caduta delle contravvenzioni fu riconducibile a due fattori, assai diversi fra loro, ma entrambi inerenti allo stato di guerra. In primo luogo, alla riduzione del traffico stradale, in secondo luogo, alla diminuzione dell’efficienza delle forze dell’ordine, impegnate in altri urgenti problemi. Il calo dei furti, delle rapine e degli omicidi poteva essere spiegato nel fatto che il conflitto bellico, allontanò dalle case e dalle strade un gran numero di giovani maschi, ovvero proprio gli appartenenti a
quel gruppo che più frequentemente commetteva tali reati. Dall'altro lato lo straordinario aumento della frequenza di molti reati nel secondo dopoguerra fu provocato da numerosi fattori: da quello economico, innanzitutto, perché in misura maggiore o minore, in tutti i Paesi europei questo periodo fu caratterizzato dall’aumento della disoccupazione e dell’inflazione (il costo della vita in Italia fra il 1938 e il 1945 salì di 23 volte !!!), dalla riduzione dei beni disponibili e dal peggioramento del livello di vita. Ma vi furono anche altri fattori che spinsero verso questa direzione: la presenza di larghi strati della popolazione che, a causa del conflitto, erano ormai assuefatti all’uso delle armi, nonchè al disorientamento di numerosi ex militari che faticavano a trovare un posto adeguato all’interno della società dopo aver vissuto la drammaticità della guerra. Infatti molti dei primi banditi erano state personalità che avevano partecipato a diverse operazioni belliche, c'è da aggiungere poi che in tutta questa situazione rimanevano un gran numero di armi disponibili
lasciate dagli eserciti in ritirata, che chiunque poteva procurarsi. Figurarsi allora in Garfagnana dove il fronte si attestò fra opposti eserciti per dei lunghi mesi. Difatti anche qui vigeva un clima d'insicurezza totale. Svariate bande di delinquenti si formarono fra queste impervie strade, tali bande si macchiarono anche di reati gravissimi. A Ponteccio (Sillano- Giuncugnano) un commerciante di Villa Minozzo (Reggio Emilia) fu prima derubato di 7.000 mila lire e poi ucciso da un uomo di Sillano. Una banda armata composta da tre uomini invece aveva presidio sul Passo delle Radici, questi manigoldi erano specializzati nel derubare i camionisti. Fra le più grosse bande c'era quella che aveva sede nella zona di Fornaci di Barga e operava in tutta la Valle del Serchio, composta da gente senza scrupoli che non esitava a risolvere le situazioni con frequenti scontri a fuoco con i Carabinieri, il suo arsenale era composto da armi residuate dalle guerra: pistole, mitra, bombe a mano, rimase alla storia lo scontro avuto con le forze dell'ordine nel mezzo del paese di Fornaci. Sempre a Fornaci furono arrestati due uomini sospettati di essere nientemeno affiliati alla banda di Salvatore
Salvatore Giuliano
Giuliano, il re di Montelepre. Insomma in quegli anni in Garfagnana c'era la base per associazioni a delinquere di vario genere che addirittura operavano su un vasto raggio territoriale, d'altronde la valle da secoli e secoli si prestava a nascondigli introvabili, le vaste selve e gli impervi boschi da sempre avevano offerto riparo a delinquenti di ogni risma a partire dai tempi del Moro per arrivare poi ad eminenti personaggi di spicco degli anni di piombo. Ad esempio a sottolineare la gamma e la varietà di malavita che in Garfagnana era presente in quel periodo fu il fatto del 1947 dove al Sillico (Pieve Fosciana) fu sgominato un traffico regionale illecito di medicinali che provenivano dal deposito americano di Tombolo (Livorno), a capo della banda c'erano un tedesco disertore e una donna del posto. In definitiva, queste erano bande  pericolosissime e armate fino ai denti, pronte a tutto e senza scrupoli che vigliaccamente cavalcavano il momento di sbandamento sociale che si era creato dopo la fine della guerra. Comunque sia niente a confronto di una banda della lucchesia che ben presto salirà alla ribalta della cronache nazionali come una delle associazioni a delinquere più spietate di tutto il panorama italiano. Svariate definizioni furono attribuite a questa banda, per molti fu la "la banda del camioncino rosso" per altri "la banda  dell'autostrada", ma per tutti sarà riconosciuta con il nome del suo capo "la banda Fabbri". Le sue attività criminose durarono per pochi mesi, dall'ottobre 1945, alle primavera successiva, in questo poco lasso di tempo uccisero cinque persone e rapinarono di tutto, dai soldi alle cose più impensabili. Il giorno in cui ci fu il processo il giudice per leggere i reati commessi si protrasse per oltre 25 minuti... La banda operava su tutto il territorio provinciale e oltre, aveva una delle sue basi operative nelle trincee e nelle grotte della Linea Gotica scavate dai tedeschi a Borgo Mozzano. I rapinatori agivano sia sulle strade che nelle abitazioni (come 
Gallerie Linea Gotica
Borgo a Mozzano
avvenne a Minucciano), la banda era composta da elementi che provenivano da tutta la regione e anche dalla Valle del Serchio. Il suo capo si chiamava 
Lando Fabbri, fiorentino di Santo Spirito. Classe 1912, prima della guerra aveva lavorato come fattorino presso una ditta farmaceutica, impiego ottenuto tramite la federazione fascista, grazie ai meriti acquisiti con la sua partecipazione alla campagna d’Etiopia. “Lo dovemmo assumere per forza – avrebbe dichiarato al processo il suo ex principale – e non lo potevamo licenziare, benché fosse violento e prepotente. Una volta inseguì un altro dipendente sparando in aria con la rivoltella che portava sempre con sé”. A seguito di una condanna a 30 anni di reclusione comminatagli nel ‘38 dal tribunale di Genova per tentato omicidio a scopo di rapina, Fabbri fu rinchiuso nel carcere di Parma, per essere poi trasferito in quello di Apuania; dal quale riuscì tuttavia a fuggire nel luglio del ‘44, sfruttando un bombardamento aereo alleato che aveva sventrato il penitenziario. Unitosi assieme ad altri evasi a una formazione partigiana, al termine della guerra egli si stabilì a Pisa, sotto falsa identità trovò lavoro alle Poste. Nella medesima città conobbe, nell’ottobre ‘45, i fratelli Attilio e Nilo Moni, con i quali formò un sodalizio criminale che, allargatosi rapidamente (la banda era composta da 22 persone), avrebbe causato, in pochi mesi di attività la morte di cinque persone, tutte uccise a sangue freddo. Come quella volta ad Anchiano (Borgo a Mozzano)quando ammazzarono come cani tre persone per rubare quattro gomme. Difatti si racconta che una parte della famigerata banda era a prendere un caffè a Lucca, quando tornando verso Viareggio scorsero un autocarro Mercedes targato Udine, carico di carrozzine per bambini. Il camioncino rosso dei malviventi si mise di traverso in mezzo alla strada e l’altro dovette fermarsi; a bordo c’erano due commercianti, i fratelli Secondo e Quinto Di Pauli e il loro amico Giorgio Pacile, provenienti da Udine e diretti a Roma. Una volta scesi, i tre si trovarono di fronte quattro rivoltelle e uno Sten; spinti al margine della strada, furono legati e imbavagliati. Gli ostaggi furono poi caricati sul camioncino rosso e il mezzo si avviò per la statale dell’Abetone avendo già in mente la destinazione: Anchiano, dove nell’ambito delle fortificazioni della Linea Gotica i tedeschi avevano approntato una caverna artificiale utilizzata come deposito munizioni. Ecco comunque la cronaca del processo e del fattaccio in questione riportata dalle pagine de "Il Tirreno" il 10 aprile 1946. Testimonianza dell'imputato Fabbri:" Erano diversi giorni che il Lippetti ci aveva pregato di aiutarlo a trovare delle gomme, perchè quelle del camioncino erano fuori uso. Così si decise di andare sull'autostrada ed avevamo aspettato due tre ore per trovare quello che andasse bene. E' arrivato il camion abbiamo guardato le gomme e così si decise di fermarlo... Ad Anchiano ci fermammo ed io andai a vedere la grotta ove avevamo stabilito di lasciarli e di andare in un altro posto per levare e gomme. Con degli stracci imbevuti di nafta esplorai la grotta e li portammo là... Essi si raccomandarono di non fargli nulla di male, ed infatti noi li rassicurammo. Il Lippetti però cominciò a dire che il suo camioncino rosso, che era ormai preso d'occhio poteva essere riconosciuto e che quindi bisognava ucciderli... Fra tutti decidemmo di ucciderli. Il Lippetti disse che se non li avessimo uccisi noi, li avrebbe uccisi lui. Allora io rientrai nella grotta e sparai!". A giudicarli per direttissima fu il Tribunale militare straordinario, istituito il 10 maggio‘45 conformemente alla legge speciale per la repressione delle 
Un momento del processo
rapine e che prevedeva anche la fucilazione. Il processo ebbe inizio a Lucca il 10 aprile ‘46 e fu peraltro l’ultimo tenuto da tale organismo giudiziario. La sentenza giunse già il 13 aprile (per leggerla ci vollero più di venti minuti), infliggendo, come il giornale riporta “le condanne più dure del dopoguerra toscano”: pena capitale per Fabbri e per il suo luogotenente Baccetti, ergastolo a Lippetti e ai fratelli Moni, 30 anni a Brega, Angelini e Fanelli, 15 anni a Baldacci, proprietario del mitra in dotazione alla banda; oltre a una serie di condanne minori. Un'ultima affascinante descrizione della miseria umana degli imputati la diede sempre "Il Tirreno" dell'epoca: 
"
Senza folla intorno, senza giudici e l’apparato del processo, nell’intervallo, seduti, stanchi e depressi, hanno gettato la maschera e abbandonato il loro aspetto tracotante, che amano ostentare davanti al pubblico. Eccoli qui senza infingimenti, miseri uomini vinti dalle loro folli passioni, più bestie che uomini, paurosi al pensiero della sorte che gli attende, e pensare che uccidevano le loro vittime come se si fosse trattato di mosche. Dal dire al fare. Oggi no, oggi ci stanno attaccati alla vita, alla propria".


Bibliografia

  • "Il banditismo in Italia nel dopoguerra" di Umberto Giovine, Bompiani 1974
  • "Crimini toscani del secondo dopoguerra raccontati da Umberto Giovine" di Giuseppe Alessandri (https://giuseppealessandri.myblog.it/2019/08/28/crimini-toscani-del-secondo-dopoguerra-raccontati-da-umberto-giovine/)
  • "La Voce di Lucca" , "Banda Fabbri il processo in 15 puntate" di "Oracolo di Delphi" (http://www.lavocedilucca.it/post.asp?id=6483)
  • "Il Tirreno" 10 aprile 1946 di Dino Grilli
  • "La Terra Promessa. La Garfagnana nella seconda metà del XX secolo" di Oscar Guidi, edito Unione dei Comuni della Garfagnana
Fotografie
  • Le fotografie riguardanti il tribunale sono tratte dalla pagina facebook "Studio legale Paolini Tommasi Piana"

mercoledì 28 ottobre 2020

Quello che fu il "vero" coprifuoco: Garfagnana 1943

Maledetta pandemia!!! Oltre al fatto principale di aver prodotto

oltre un milione di morti ed aver fatto ammalare una cospicua fetta della popolazione mondiale, hai infettato, oltre che noi poveri mortali, anche la nostra bella lingua: l'italiano. Hai introdotto nelle nostre bocche delle strane parole anglofone che fino a pochi mesi fa non ne conoscevamo l'esistenza e ne tanto meno il significato. Al posto della parola "chiusura" c'hai imposto quella strana parola: "lockdown". Il lavoro da casa si è invece trasformato in "smart working", le goccioline di saliva si sono trasfigurate nella parola "droplet" e qualcuno, non contento dello scempio linguistico in atto ha voluto deformare anche il "nobil parlare", trasformando la parola latina "virus" in un terrifico anglicismo che nel parlato comune l'ha portata a mutarsi nel termine "vairus"... Tale deturpamento lessicale non finisce però qui. Infatti come spesso accade (anche e soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria) usiamo determinate parole (stavolta italianissime) dandogli un significato non proprio consono al reale
contenuto della parola stessa. Il riferimento non è puramente casuale ed è attinente al termine più in voga in questa stagione autunno-inverno 2020, il vocabolo in questione è..:"coprifuoco". A certe parole, oltre che dargli il giusto significato, bisogna portargli il giusto rispetto, e noi, in Garfagnana, sappiamo bene cosa voleva dire "coprifuoco". Se si vuole capisco pure i signori politici, che questa parola incute paura e sgomento e lo sgomento di conseguenza porta al rispetto delle regole, però il riguardo a chi il vero coprifuoco l'ha patito sulla propria pelle direi che è a dir poco doveroso. La seconda guerra mondiale nella valle ha lasciato segni indelebili e seppur nel rispetto dell'attuale pericolo che stiamo correndo non è paragonabile a quello che per lunghi cinque anni accadde ai nostri nonni. Rimanere adesso chiusi in casa è un gioco da ragazzi: televisione, play station, termosifoni "a palla"... ma un coprifuoco in Garfagnana nel 1943 non era questo... Adesso vi spiego quello che succedeva...poi ditemi voi se è la solita cosa...

Prima di andare al nocciolo della questione è giusto però chiarire la genesi di questo termine, che non è figlia di quel tremendo periodico bellico, ma la sua nascita avvenne molto, ma molto tempo prima. Fu Guglielmo il Conquistatore, il primo re inglese che nel 1068 impose  lo spegnimento di tutti i fuochi del regno dopo il rintocco delle campane delle otto di sera. La maniera più usuale di smorzare queste fiamme era quella di "coprire il fuoco" con della cenere e il motivo ufficiale di ciò fu quello di prevenire ogni tipo d'incendio causale. Al tempo stesso però, non essendoci più luce nelle strade, costrinse i cittadini a rimanere chiusi in casa, vista la palese difficoltà che poteva esserci a camminare nel buio. Il termine fu "riesumato" e poi riutilizzato nuovamente (e stavolta con cognizione di causa) anche nella seconda guerra mondiale.

Era la mattina del 26 luglio 1943, il risveglio per gli italiani fu brusco e confuso. Il giorno prima era caduto il fascismo, lo stesso Mussolini era stato arrestato. La confusione e il subbuglio regnava in tutto il Paese. A riportare l'ordine, lo stesso giorno, fu un brevissimo comunicato stampa di sole due righe: "Il ministro Badoglio, succeduto a Mussolini ha indetto per l'Italia lo stato d'assedio con la legge del coprifuoco. In tutte le città viene creato il Commissariato Militare". Pertanto dalle otto di sera alle sei del mattino, tutti dovevano rimanere in casa e come se non bastasse, così come sottolineava il comunicato del Maresciallo Badoglio, vigeva anche lo stato d'assedio. Per quelli che non sapevano cosa fosse o come comportarsi dissipò ogni dubbio la circolare Roatta (Capo di Stato Maggiore): "Muovendo contro gruppi d'individui che perturbino ordine et non si attengono a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato dai reparti in posizione contro gruppi di individui avanzati. Non è ammesso tiro nell'aria, si tira sempre a colpire come in combattimento. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione. I caporioni e gli istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se colti sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario"... Alla faccia di qualsiasi d.p.c.m !!! Per farla breve i militari avevano l'ordine di sparare a chiunque fosse sorpreso nell'atto di violare il coprifuoco. Contestualmente furono vietati gli assembramenti di varia natura, inclusi gli spettacoli teatrali. Tutte queste prudenze e precauzioni erano messe in atto allo scopo di fronteggiare una temuta sollevazione dei fascisti. Ma in Garfagnana delle sollevazioni e degli spettacoli teatrali in tutta sincerità non importava un baffo, quello che ai

garfagnini importava era il lavoro nei campi, quel lavoro che poi avrebbe portato il pane in tavola, per cui quello che non tornava ai nostri nonni di questo coprifuoco era l'orario. Si, perchè cominciare a lavorare alle sei del mattino per buona parte dei contadini voleva dire ritardare su tutte quelle mansioni quotidiane che servivano al buon andamento dell'attività. Ad esempio gli animali si dovevano accudire ben prima delle sei del mattino, bisognava poi pulire la stalla, preparare il fieno, dargli da mangiare, mungerli e preparare gli attrezzi per affrontare il duro lavoro nei campi che cominciava proprio quando iniziava a fare giorno, per di più eravamo anche in estate e ogni ora di luce in più  era preziosissima. Fortuna volle che buona parte di discrezionalità sugli orari il governo centrale la affidò ai prefetti, era chiaro che le esigenze della popolazione variavano in base al luogo in cui si abitava, in città si poteva anche rispettare l'orario imposto dal governo, ma in Garfagnana sicuramente no. Perciò il commissario prefettizio di Lucca


Martinelli, decise (in maniera anche piuttosto tardiva)di accogliere le rimostranze dei sindaci garfagnini, portando l'orario di fine coprifuoco alle 4 del mattino, nell'ordinanza veniva comunque ribadita una norma fondamentale e a dir poco basilare...: "Sarà 
fucilato senza preavviso chiunque si trovi a transitare durante le predette ore". Ma questa non era l'unica paura per i garfagnini. Come ben si sa nella nostra bella valle proprio in quel periodo si attestò per lunghissimi mesi il fronte (Linea Gotica), gli alleati da una parte e i tedeschi dall'altra, eravamo quindi in piena zona di guerra e i bombardamenti se non erano all'ordine del giorno poco ci mancava e fu proprio per ovviare a questo pericolo che ai garfagnini (e agli italiani) capitò fra capo e collo una nuova ed urgente norma: l'oscuramento. Nelle ore notturne qualsiasi fonte di luce non doveva essere accesa in nessuna casa, bisognava "stompare" (chiudere in dialetto garfagnino) ogni porta e ogni finestra per evitare così di far uscire il benchè minimo filo di luce, facendo in questo modo s'impediva di essere bersaglio per eventuali aerei nemici che giravano la notte. Insomma, tanto per rendere  chiaro il quadro della situazione bisognava essere in casa alle otto di sera, al buio e poi anche al freddo (i termosifoni ancora non esistevano...), eventuali trasgressori sarebbero stati immediatamente passati per le armi. Questo se lo ricordava bene la Beppa di Gallicano, quando la notte si alzava per andare in bagno alla luce di una flebile fiamma di una consumata candela. Il ricordo del Mario di Castelnuovo è invece un altro e la memoria va a quelle notti insonni insieme al suo babbo, quando facevano a turno per dormire,
pronti a scappare e a svegliare tutta la famiglia in caso di attacco aereo. Era quella infatti l'unica eccezione che si poteva fare alla regola del coprifuoco, solo in occasione di un bombardamento si poteva fuggire di casa per arrivare a ripararsi alla più vicina cantina o al prossimo rifugio anti aereo. Non mancava nemmeno, chi come al solito, approfittava della situazione, rischiando veramente come non mai la propria pelle, difatti il buio totale e l'assenza dalle strade di persone e mezzi faceva si che coraggiosissimi ladruncoli entrassero a rubare nei negozi di alimentari. D'altronde le lontane memorie degli anziani garfagnini ricordano di altre persone che sfidavano la dura legge del coprifuoco, erano le loro mamme, che come topi uscivano di casa, svicolando da un cortile ad un altro e da un portone ad un altro ancora, quell'affannosa corsa "solo" per recapitare qualcosa di urgente o di necessario ad un vicino bisognoso. Tutto ciò andò avanti ancora fino al 1944. Più di un anno durò il coprifuoco. Nel corso di quel tempo anche il governo di Badoglio modificò più volte gli orari di inizio e fine, poi finalmente qualcuno capì che prolungando ancora questa disgraziata regola si rischiava di far morire 
sotto i bombardamenti centinaia di persone, così terminò e i garfagnini poterono allontanarsi dal pericolo, cominciando di fatto una nuova esperienza: lo sfollamento.

In conclusione, non rimane che ricordare a chi usa le parole a vanvera, cosa si nasconde dietro ad un singolo vocabolo. Ogni termine ha il suo peso, il suo specifico significato e soprattutto la sua storia. Il sociologo francese Gustave Le Bon rammentava ai suoi alunni:" Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per le parole di cui non hanno mai compreso il significato..." . 

 

Bibliografia

  • "Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile" di Gian Franco Venè. Mondadori Editore
  • Testimonianze dirette da me raccolte 

giovedì 27 agosto 2020

Ricette garfagnine in tempo di guerra. Quando la fame si faceva veramente sentire...

C'è poco da fare signori miei, facciamoci caso... Oggi tutto quello

che è moda e tendenza, una volta era pura necessità, specialmente se si parla di cucina. Di questi tempi tutti quei piatti cosiddetti gourmet e raffinati che sono tanto in voga in televisione e nei ristoranti, all'epoca facevano parte della denominata "cucina povera" e perfino la filosofia del "riciclo" è diventata un vero must nei ristoranti stellati. Adesso con del pane raffermo o con la pasta del giorno prima, per non parlare della polenta avanzata, nascono piatti prelibatissimi e sopratutto (nei suddetti ristoranti) vengono fatti pagare carissimi. Insomma, stiamo parlando della cucina dei "tempi andati". Ad onor del vero tanto tempi andati non sarebbero, perchè il periodo storico di cui voglio parlarvi le nostre nonne se lo ricordano benissimo e vi sto parlando di uno dei periodi più duri e bui della nostra storia: la seconda guerra mondiale. Fu proprio in quel periodo, dove fra un bombardamento anglo americano e una requisizione dei tedeschi che le nostre care nonne "inventarono" quei piatti oggi tanto di moda. Al tempo però della moda non fregava niente a nessuno, bisognava mangiare e fare con quel poco
che era a disposizione. I garfagnini se si vuole erano più "fortunati" di coloro che vivevano in città, molte delle loro cibarie provenivano dalla natura stessa, nonostante ciò bisognava lavorare molto di fantasia e creatività per tirare fuori dei piatti accettabili, d'altronde la guerra e la famosa necessità aguzzavano l'ingegno. Quell'ingegno stesso che era poi condizionato dalla celeberrima carta annonaria, che non era altro che quella tessera nominativa che in tempo di guerra consentiva agli italiani di prenotare il cibo da un negoziante di fiducia. Pasta, farina, riso, non più di due chili a testa ogni due mesi. Ogni volta che ci si recava dal bottegaio, il negoziante staccava la cedola di prenotazione dell'alimento ordinato, bisognava però  avere sempre bene in mente lo slogan del regime... "Se mangi troppo derubi la Patria"... In barba a queste cervellotiche propagande, il problema qui non era mangiare
troppo, il problema consisteva nel mangiare, punto e basta e di conseguenza cucinare con quel poco che si poteva rimediare, privandosi del burro, dell'olio d'oliva (a consumo ridotto), così come dello zucchero, per non parlare della carne da consumare a giorni prefissati. Eppure i garfagnini riuscivano ad ovviare alle ristrettezze alimentari con una buona dose di immaginazione, tirando fuori semplici ma sostanziosi piatti. Uno di questi piatti era la minestra di patate. Le patate e le minestre in tempo di guerra avevano due grossi pregi. Il primo era che le patate erano di facile reperibilità, di poco costo e ottimo valore nutriente. Il secondo pregio consisteva nel fatto che le minestre o le zuppe potevano essere "allungate" all'infinito. Difatti uno degli svantaggi di questo piatto era che poteva venire a noia ai commensali di turno. La Beppa di Gallicano a riguardo ricordava un episodio di quando (ri)presentava
per l'ennesima volta tale pietanza alle figliole. Le bambine entravano trafelate in casa: - Mammma, mamma ieri sera abbiamo mangiato la minestra con le patate bollite, oggi che si mangia?- e la madre:-Bimbe, oggi cucino per voi una prelibatezza unica. Vedrete che vi piacerà! Oggi per pranzo c'è la minestra con le patate lesse...- Solo questo semplice episodio racchiude tutto il pensiero di quello che significava cucinare in tempo di guerra. Fattostà che questa ricetta la si poteva (e si può) fare con quattro semplici ingredienti: farina, olio, acqua e patate. Per una persona mi si dice che servono 100 grammi di farina, tre cucchiai d'olio d'oliva e tre patate. Si metteva quindi la farina nella pentola e si accendeva il fuoco piuttosto basso, si aggiungeva l'olio e si mescolava finchè non si otteneva una crema di color brunato. Dopodichè si aggiungeva acqua e si mescolava fino a raggiungere una cremosità media. Infine una volta pelate le patate e tagliate a dadi venivano tuffate nella zuppa. Quando le patate diventavano morbide la zuppa era pronta. Come si suol dire "Ottimo e abbondante!!!". Sempre nella serie de "l'ottimo e abbondante" rientrava anche "la minestra d'erbi", ovverosia la minestra con le erbe di campo. Qui a differenza di altre minestre bisognava avere un po' di conoscenza della natura e della erbe stesse. Infatti la zuppa veniva fatta con le erbe spontanee che offrivano i prati garfagnini e saperle sceglierle era fondamentale, certe erbe potevano essere velenose o amare come il
fiele. Anche qui il costo della materia prima era praticamente zero e perdipiù non aveva bisogno di razionamento se non quello della loro inesorabile stagionalità. Comunque sia per dare un po' di sapore a tutte queste erbe raccolte si metteva insieme anche un cipollotto a rondelle e lo si lasciava riposare per qualche tempo. Si sbollentavano poi le erbe di campo, dopodichè si rosolavano in padella insieme ad una cotenna di maiale e si completava la cottura con l'acqua di lessatura. Questa ricetta rientrava nella categoria "non si butta via niente". Così come in nessuna maniera si buttava via il pane. Buttarlo via in tempo di pace era già un sacrilegio, figurarsi poi in tempo di guerra quando questo alimento era poco e preziosissimo. A conferma del suo valore assoluto è l'usanza che narra di quando i garfagnini non potevano farne a meno di gettarlo (magari perchè ammuffito) ai maiali, prima di darlo a questi animali lo baciavano tre volte, un'antica tradizione che testimoniava quanto gettare il pane facesse sentire in colpa. Difatti il pane raffermo in tempo di guerra (e anche dopo) era l'ingrediente principale per una succulenta minestra di pane. La mia mamma diceva che il suo aspetto "sembrava vomito di drago", ma il suo sapore era sublime. Un po' di patate, qualche cipolla, dei fagioli e qualche erbetta aromatica
trovata su qualche "poggetto". Tutto questo veniva fatto soffriggere 
con poco olio e sale in una capiente casseruola. Si univano poi le patate ridotte a dadini. Si aggiungevano i fagioli con un po' della loro acqua di cottura e si lasciava cuocere per una decina di minuti. Veniva poi tagliato il pane a fettine sottili che una volta sminuzzato in maniera grossolana veniva unito alla minestra, con un mestolo si mescolava il composto, lasciandolo bollire per alcuni minuti fino ad ottenere un'insieme abbastanza denso. Purtroppo (come si può leggere) molto di questa dieta "bellica" si basava su minestre e zuppe, la carne era un lontano miraggio e buona parte del sostegno energetico delle carne lo si poteva però trovare nelle polente. E' infatti è rimasta famosa ai posteri garfagnini la nota polenta con il "salacchino". Per i pochi che non ne hanno mai sentito parlare il salacchino è un'aringa affumicata e messa sotto sale. Questo sicuramente è uno dei piatti più poveri ed emblematici che fa capire bene quello che era la miseria in
tempo di guerra. Si metteva quindi il famigerato salacchino in una padella, con assai olio e si scaldava finchè il pesce non cominciava a sfarsi. Una volta che questo salacchino era stracotto il piatto era  pronto, i suoi pezzi(ma meglio ancora il suo olio) servivano a condire la polenta. L'usanza (ma sopratutto la necessità) voleva che in particolar modo le famiglie numerose (che in Garfagnana erano la maggior parte)usassero sfamarsi mettendo il salacchino così preparato in mezzo alla tavola, ognuno ci passava sopra il suo pezzo di polenta... A proposito di polenta... Signore e signori inchinatevi di fronte alla salvatrice di vite garfagnine più proficua che mai sia esistita. Ne ha salvate più lei in tempo di guerra che la Croce Rossa Internazionale. Ecco a voi la farina di neccio. Parliamoci chiaro, molte persone in Garfagnana senza di lei non ce l'avrebbero fatta a sopravvivere durante la seconda guerra mondiale. Quando il fronte si attestò da queste partì fu ancora più dura fare provvigione di beni alimentari.Il Mario di Castelnuovo così si ricorda:-Solo ed esclusivamente grazie all'enorme valore nutrizionale delle castagne che in quel periodo di guerra dal settembre 1944 all'aprile 1945 ci siamo salvati. Ogni via di comunicazione che potesse portare aiuti alimentari era chiusa. Ma il Signore Iddio volle però metterci la sua santa mano. In quel periodo maledetto si verificò una raccolta di castagne mai avvenuta prima di allora e  ancora oggi non si è vista di tali proporzioni- e così continua-Qui tra i boschi era tutto commestibile, ma per il resto non esisteva più nulla da mangiare; niente carne, niente latte, niente uova, niente farina o zucchero, nulla di nulla, si trovavano "solo" castagne, farina di neccio,
qualche patata e la tanta legna per accendere il fuoco
-. Dare quindi omaggio a questa farina per un garfagnino è più che mai doveroso e nonostante che la sue preparazioni possano essere innumerevoli la ricordiamo con la sua ricetta principe: la polenta di neccio. Portare ad ebollizione un litro e mezzo di acqua leggermente salata in una pentola grande, meglio se un paiolo, versare a pioggia un chilo di farina precedentemente stacciata mescolando continuamente con un mestolo di legno per evitare che si formino grumi, far cuocere a fuoco dolce per 45 minuti. Quando dalle pareti della pentola si staccherà in blocco vuol dire che è pronta, quindi rovesciarla su un tagliere di legno e tagliarla a fette. 

Potremmo stare qui ancora a riempire pagine e pagine e ad illustrare ricette, talmente sono tante e varie, ma oggi più che mai, quando ormai anch'io sono un adulto, riesco a capire e a dare significato ad una frase che mi diceva la mia mamma, che quando era bimbetto mi suonava come retorica e banale:-Mangia non fare storie su! Ai miei tempi quando c'era la guerra era un lusso avere queste cose in tavola!-... Meditate gente, meditate...  

mercoledì 22 luglio 2020

La Garfagnana dell'immediato dopoguerra, fra mine, morti, rapine e... assassini

Di quello che fu per la Garfagnana uno dei periodi storici più
terribili e cruenti ormai si è raccontato tutto (o quasi). La seconda guerra mondiale lasciò lutti, distruzioni e una scia di dolore che si prolungò per molti anni. La consapevolezza dell'immane tragedia che ai garfagnini era capitata fra capo e collo fu tangibile da subito, da dopo quel glorioso 25 aprile 1945. Finita l'euforia e la gioia del momento arrivò il tempo di rimboccarsi le maniche e ricostruire oltre che a case, ponti e strade, bisognava anche rimettere in piedi l'animo delle persone, bisognava ricominciare a vivere, in tutti i sensi, e affrontare da subito i primi e i più urgenti problemi dell'immediato dopoguerra. La storia garfagnina della seconda guerra mondiale ha spesso dimenticato questi fatti, sappiamo infatti quello che successe prima, durante e nessuno (o meglio pochi) hanno raccontato quello che accadde immediatamente dopo la liberazione, eppure quegli imminenti problemi, erano veramente dei grossi grattacapi da risolvere. 
Già a livello a nazionale il clima non era dei più sereni, quel 7 agosto 1946 quando la diplomazia italiana si presentò alla
La firma italiana sul
 trattato di pace di Parigi
conferenza di pace di Parigi capì da subito quali sarebbero state le conseguenze da pagare. Non importava aver portato a quel tavolo tutto quello che avevamo compiuto dopo la caduta del fascismo: l'armistizio, la dichiarazione di guerra alla Germania, il contributo dato agli anglo americani, nonostante ciò per i nuovi alleati eravamo una delle nazioni colpevoli di aver trascinato il mondo in guerra e in qualche modo si doveva pagare pegno. - Prepariamoci a bere un'amaro calice-, così disse De Gasperi di fronte all'Assemblea Costituente e amaro fu veramente. 
In termini economici all’Italia vennero imposte riparazioni per un totale di 360 milioni di dollari, da ripartirsi tra i paesi vincitori e le ex colonie italiane, con la successiva rinuncia alla propria quota di Stati Uniti e Gran Bretagna; sul piano militare le forze dell’Esercito, dell’Aviazione e della Marina vennero ridotte a 300 mila unità, limitati a 350 gli aerei e drasticamente ridimensionato il tonnellaggio navale, con l’obbligo di mettere a disposizione delle nazioni vincitrici un ingente numero di unità navali da combattimento. Clausole, queste, che verranno attenuate in seguito dall’ingresso dell’Italia nella Nato. Tutto ciò però per la Garfagnana era lontano anni luce, quello che preoccupava ancor di più dell'economia e delle sanzioni era il degrado sociale e ambientale che avevano portato sei anni di guerra, questo fu il vero problema che le amministrazioni garfagnine dovevano risolvere, si
Castelnuovo.
 La rocca ariostesca bombardata
credeva di vivere ormai in una terra di nessuno, dove tutto era concesso. A confermare questo ci fu infatti il primissimo e vergognoso caso da risolvere, il più urgente. L'odore della morte in Garfagnana era più che mai presente, ma non solo in senso metaforico, era anche la triste realtà dei fatti. La valle difatti era ormai un cimitero a cielo aperto, centinaia di morti di ogni fazione e di ogni nazione erano sparsi per tutto il territorio. Quei corpi di quei poveri soldati che gli eserciti non erano riusciti a recuperare, erano li ad attendere una degna sepoltura, a complicare poi la situazione era che buona parte di questi morti era disseminata sopra i campi minati. 

Adesso la limpida aria garfagnina era diventata aria fetida, l'odore acre dei cadaveri in decomposizione ammorbava l'aria e la terra, la salute pubblica era in pericolo e perdipiù, ospedali e dottori non erano pronti ad affrontare un eventuale emergenza sanitaria. La guerra era
I morti per le strade
finita da appena un mese e dalle pagine de "La Gazzetta del Serchio" partì il primo allarme: "Barga vive sotto la minaccia della propagazione di malattie infettive se entro quindici giorni non saranno rimossi quelle centinaia di cadaveri che giacciono insepolti sui campi minati. Il pericolo è enorme, addirittura terrificante, quando il povero medico locale non dispone di un solo chilogrammo di calce o di cloro". Gli appelli al Prefetto per bonificare l'intera valle si fecero pressanti da ogni dove, perfino gli alleati si rivolsero alla medesima autorità, dato che nei pressi di Gallicano furono rinvenuti una quindicina di morti civili parzialmente sepolti. Si scoprivano così ogni giorno nuovi morti e ogni giorno che passava la situazione diventava ancor più drammatica, vista poi anche l'inefficacia nell'affrontare la situazione delle cariche preposte: "...un grande disinfettante che non scarseggia in questa folgorante primavera, garantisce, ci aiuta e protegge come una provvidenza: il sole, eterno purificatore e distruttore degli invisibili", così sentenziò il medico provinciale, che con questa delirante giustificazione tentò di risolvere un grave problema, dicendo fra l'altro che il governo
Sminatori
centrale era già stato informato, che esisteva un rischio mine e che per il momento il rischio di epidemie non c'era. In conclusione la questione si stava "rimpallando" da un ufficio all'altro, le competenze per la mancata soluzione passavano da un'autorità all'altra e a risolvere la situazione ci pensò come sempre la povera gente. Un gruppo di ex partigiani della zona si adoperò a proprio rischio e pericolo (e gratuitamente) a recuperare questi poveri morti. Un lavoro immane fatto di sminamenti e rinvenimenti di salme putrefatte. Questi poveri morti venivano poi consegnati ai reparti brasiliani e americani, giunti a proposito sul posto. Gli altri cadaveri non identificati vennero tumulati nel cimitero di Pontardeto. 

Ma nonostante la guerra finita, la morte dai garfagnini voleva ancora il suo tributo, non bastavano quei cadaveri sparsi sulle montagne, la morte ne chiedeva di nuovi e magari ancora più giovani di quelli che aveva già preso. Ecco che allora un nuovo e stringente impiccio doveva essere prontamente risolto. Si calcola che fra il novembre 1944 e l'agosto 1945 gli addetti del nucleo artificieri di Lucca
Mine in Garfagnana
abbiano bonificato duecentomila mine, una quantità impressionante. Quei maledetti strumenti di morte portarono difatti a morte e a mutilazioni varie, sopratutto fra i contadini che accidentalmente zappando o arando il campo s'imbattevano in mine inesplose, tale sorte toccò anche a molti bambini che spinti dalla curiosità tipica di quell'età si mettevano pericolosamente a maneggiare questi pericolosi ordigni. Nonostante le bonifiche fatte i ritrovamenti di bombe continuarono ancora per diversi anni. I numeri delle vittime con il passare degli anni aumentarono in maniera importante, fra feriti permanenti e morti si conteranno più di mille persone. 
Anche da un punto di vista puramente sociale la situazione era completamente allo sbando, tutto il quadro sociale era infatti completamente da ricostruire, prima ancora dei ponti e delle strade. Eravamo di fatto quasi tornati ai tempi dell'Ariosto, bande di rapinatori e assassini vari circolavano nella valle in maniera libera ed impunita. D'altronde gli eserciti in ritirata avevano lasciato in circolazione armi di ogni tipo e foggia e chiunque, perfino i bambini se ne poteva impadronire tranquillamente, ma molte di queste armi non caddero in mano a dei bambini, di queste ne approfittarono
delinquenti di ogni risma e specie, in questa modo il rigurgito di violenza che si ebbe nella valle in quel periodo salì alle cronache di tutti i
Bambini su carro
armato abbandonato
giornali: furti, rapine e anche assassini avevano reso insicure le strade garfagnine, a fare le spese di tutto questo furono specialmente i commercianti che venivano regolarmente rapinati. A Ponteccio la rapina finì in omicidio, era il dicembre 1945 quando un uomo di Sillano uccise un venditore di Villa Minozzo (Reggio Emilia) per derubarlo di 7000 mila lire. Non ci furono purtroppo solo episodi sporadici come questo, difatti si formarono anche delle vere e proprie bande armate, fra le più famose c'era quella del Passo delle Radici specializzata a rapinare i camionisti che transitavano sul valico e su tutte aveva il predominio la cosiddetta "Banda Fabbri", le loro gesta arrivarono perfino ai media nazionali. Anche a Fornaci di Barga nei primi mesi del 1946 operava una banda che agiva in tutta la Valle del Serchio, rimasero alla memoria dei posteri svariati scontri a fuoco con i Carabinieri. Insomma, la Garfagnana era tornata ad essere terra di briganti di memoria ariostesca, tanto da essere diventata zona di rifugio per altre bande. Si parlò perfino che da queste parti avevano trovato riparo uomini facenti

parte la celeberrima "banda Giuliano",  che aveva a capo il famosissimo bandito Salvatore Giuliano, il "Re di Montelepre". Ma altri episodi di extra territorialità furono scoperti nel gennaio 1947. Al Sillico furono arrestati una donna del posto ed un prigioniero tedesco evaso, la loro attività era lo spaccio di medicinali provenienti dal deposito centrale di Livorno, dove erano stati rubati da altri membri della banda che aveva anch'essa diffusione regionale. In conclusione, come possono leggere i miei lettori, la violenza faceva da padrona e veniva perpetrata non solo dalle associazioni a delinquere, ma anche da gente comune che per questioni di scarso rilievo (come liti familiari o problemi di vicinato) non esitava a passare a vie di fatto commettendo omicidi o tentativi di omicidio.
Americani a Lucca
Le cose si risolsero gradualmente da una data precisa in poi... Era il 2 aprile 1948 quando gli Stati Uniti d'America vararono "l'European Recovery Program", meglio conosciuto come "Piano Marshall". L'America mise ha disposizione dei paesi europei qualcosa come 13 miliardi di dollari. Questi soldi permisero (anche) all'Italia di ricostruire le case, le strade, i ponti, di ripartire con le industrie e il lavoro, di comprare cibo e materie prime e di ristabilire l'ordine sociale. Dall'altra parte gli americani videro calare l'influenza comunista su tutta l'Europa e vide aprirsi una nuova finestra commerciale con i redivivi paesi europei. Finalmente grazie anche a questi aiuti tornò una certa
Manifesto dell'epoca.
Piano Marshall
prosperità, ma già all'orizzonte si prospettavano nuovi dubbi e nuove domande da rivolgere ai generosi Stati Uniti d'America: tutto ciò fu disinteressato altruismo o strategia per legare definitivamente l'Europa all'America? Dopo più di settant'anni dai fatti i cosiddetti "posteri" hanno già la risposta all'ardua sentenza...




Bibliografia

  • "La terra promessa" di Oscar Guidi. "Collana della Memoria", Unione dei Comuni della Garfagnana. Anno 2017