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mercoledì 7 luglio 2021

A volte ritornano... Storie di bande e briganti. Garfagnana 1946...

Corsi e ricorsi... Da ogni epoca oscura si passa ad una eroica e
luminosa, governata dalla ragione, alla quale purtroppo seguirà una nuova decadenza e una successiva rinascita, in un ciclo eterno di caduta e ripartenza. Così succede, è una regola a cui il mondo ci ha ormai abituati e nemmeno la nostra Garfagnana è sfuggita a questa norma. Infatti dalle nostre parti esisteva un'epoca, ormai da tutti conosciuta e studiata, in cui nella valle regnava incontrastato il brigantaggio. Era quel preciso periodo storico in cui a Firenze stava per nascere quel movimento culturale e sociale che si proponeva la rinascita della grandezza del mondo classico: il Rinascimento, e mentre a Firenze cominciavano a circolare personaggi come Leonardo Da Vinci, Niccolò Machiavelli e Michelangelo, in Garfagnana vigeva ancora la legge in cui lo schioppo soverchiava qualsiasi altro pensiero e questo ben lo sapevano il Moro del Sillico, Pierino Magnano e Filippo Pacchione: briganti di prim'ordine. Da quel momento in poi però di briganti e bande di delinquenti in Garfagnana non se ne senti più parlare per cinque
secoli, fino al momento in cui, nell'imminente fine e nell'immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale questo fenomeno tornò prepotentemente a galla. Naturalmente il contesto storico e sociale, le motivazioni e la durata dei misfatti fu ben diversa e va contestualizzata e collocata nel tempo dove successero tali accadimenti. Rimane comunque il fatto che morte, ruberie e angherie varie tornarono di gran moda nella valle. Giaime Pintor (giornalista e scrittore) di quel nefasto periodo (fra il 1944 e il 1946) ebbe a dire: "Dappertutto la guerra ha diffuso una facile crudeltà, una crudeltà inconsapevole e piatta che è la peggiore linfa dell'uomo. L'orribile senso del gratuito, dell'omicidio non necessario. Tolti i ritegni diviene consuetudine uccidere e punire è diventato un esercizio". Sì, perchè questa nuova ondata di violenza non fu un fenomeno tipicamente garfagnino, ma la geografia italiana degli
omicidi mutò radicalmente a partire dal 1943. L’aumento del tasso di criminalità crebbe in tutta la penisola, ma in modo particolare nelle regioni centrosettentrionali. Esso raggiunse il valore più alto nel 1944 in Toscana, seguita dal Piemonte e dall’Emilia-Romagna. 
Ma anche fra queste stesse regioni vi furono significative differenze. La Toscana fra tutte ebbe un ruolo di preminenza, il tasso di omicidio, crebbe straordinariamente nel 1944, mantenendosi su alti livelli anche negli anni successivi. Quello che difatti rimane curioso e a dir poco interessante è l'analisi particolare di questi fatti e se andiamo a vedere gli anni precedenti a questi delitti (1939-1945) vediamo che in Italia ci fu un notevole calo di tutti gli atti delinquenziali, perfino le contravvenzioni subirono un forte calo. La forte caduta delle contravvenzioni fu riconducibile a due fattori, assai diversi fra loro, ma entrambi inerenti allo stato di guerra. In primo luogo, alla riduzione del traffico stradale, in secondo luogo, alla diminuzione dell’efficienza delle forze dell’ordine, impegnate in altri urgenti problemi. Il calo dei furti, delle rapine e degli omicidi poteva essere spiegato nel fatto che il conflitto bellico, allontanò dalle case e dalle strade un gran numero di giovani maschi, ovvero proprio gli appartenenti a
quel gruppo che più frequentemente commetteva tali reati. Dall'altro lato lo straordinario aumento della frequenza di molti reati nel secondo dopoguerra fu provocato da numerosi fattori: da quello economico, innanzitutto, perché in misura maggiore o minore, in tutti i Paesi europei questo periodo fu caratterizzato dall’aumento della disoccupazione e dell’inflazione (il costo della vita in Italia fra il 1938 e il 1945 salì di 23 volte !!!), dalla riduzione dei beni disponibili e dal peggioramento del livello di vita. Ma vi furono anche altri fattori che spinsero verso questa direzione: la presenza di larghi strati della popolazione che, a causa del conflitto, erano ormai assuefatti all’uso delle armi, nonchè al disorientamento di numerosi ex militari che faticavano a trovare un posto adeguato all’interno della società dopo aver vissuto la drammaticità della guerra. Infatti molti dei primi banditi erano state personalità che avevano partecipato a diverse operazioni belliche, c'è da aggiungere poi che in tutta questa situazione rimanevano un gran numero di armi disponibili
lasciate dagli eserciti in ritirata, che chiunque poteva procurarsi. Figurarsi allora in Garfagnana dove il fronte si attestò fra opposti eserciti per dei lunghi mesi. Difatti anche qui vigeva un clima d'insicurezza totale. Svariate bande di delinquenti si formarono fra queste impervie strade, tali bande si macchiarono anche di reati gravissimi. A Ponteccio (Sillano- Giuncugnano) un commerciante di Villa Minozzo (Reggio Emilia) fu prima derubato di 7.000 mila lire e poi ucciso da un uomo di Sillano. Una banda armata composta da tre uomini invece aveva presidio sul Passo delle Radici, questi manigoldi erano specializzati nel derubare i camionisti. Fra le più grosse bande c'era quella che aveva sede nella zona di Fornaci di Barga e operava in tutta la Valle del Serchio, composta da gente senza scrupoli che non esitava a risolvere le situazioni con frequenti scontri a fuoco con i Carabinieri, il suo arsenale era composto da armi residuate dalle guerra: pistole, mitra, bombe a mano, rimase alla storia lo scontro avuto con le forze dell'ordine nel mezzo del paese di Fornaci. Sempre a Fornaci furono arrestati due uomini sospettati di essere nientemeno affiliati alla banda di Salvatore
Salvatore Giuliano
Giuliano, il re di Montelepre. Insomma in quegli anni in Garfagnana c'era la base per associazioni a delinquere di vario genere che addirittura operavano su un vasto raggio territoriale, d'altronde la valle da secoli e secoli si prestava a nascondigli introvabili, le vaste selve e gli impervi boschi da sempre avevano offerto riparo a delinquenti di ogni risma a partire dai tempi del Moro per arrivare poi ad eminenti personaggi di spicco degli anni di piombo. Ad esempio a sottolineare la gamma e la varietà di malavita che in Garfagnana era presente in quel periodo fu il fatto del 1947 dove al Sillico (Pieve Fosciana) fu sgominato un traffico regionale illecito di medicinali che provenivano dal deposito americano di Tombolo (Livorno), a capo della banda c'erano un tedesco disertore e una donna del posto. In definitiva, queste erano bande  pericolosissime e armate fino ai denti, pronte a tutto e senza scrupoli che vigliaccamente cavalcavano il momento di sbandamento sociale che si era creato dopo la fine della guerra. Comunque sia niente a confronto di una banda della lucchesia che ben presto salirà alla ribalta della cronache nazionali come una delle associazioni a delinquere più spietate di tutto il panorama italiano. Svariate definizioni furono attribuite a questa banda, per molti fu la "la banda del camioncino rosso" per altri "la banda  dell'autostrada", ma per tutti sarà riconosciuta con il nome del suo capo "la banda Fabbri". Le sue attività criminose durarono per pochi mesi, dall'ottobre 1945, alle primavera successiva, in questo poco lasso di tempo uccisero cinque persone e rapinarono di tutto, dai soldi alle cose più impensabili. Il giorno in cui ci fu il processo il giudice per leggere i reati commessi si protrasse per oltre 25 minuti... La banda operava su tutto il territorio provinciale e oltre, aveva una delle sue basi operative nelle trincee e nelle grotte della Linea Gotica scavate dai tedeschi a Borgo Mozzano. I rapinatori agivano sia sulle strade che nelle abitazioni (come 
Gallerie Linea Gotica
Borgo a Mozzano
avvenne a Minucciano), la banda era composta da elementi che provenivano da tutta la regione e anche dalla Valle del Serchio. Il suo capo si chiamava 
Lando Fabbri, fiorentino di Santo Spirito. Classe 1912, prima della guerra aveva lavorato come fattorino presso una ditta farmaceutica, impiego ottenuto tramite la federazione fascista, grazie ai meriti acquisiti con la sua partecipazione alla campagna d’Etiopia. “Lo dovemmo assumere per forza – avrebbe dichiarato al processo il suo ex principale – e non lo potevamo licenziare, benché fosse violento e prepotente. Una volta inseguì un altro dipendente sparando in aria con la rivoltella che portava sempre con sé”. A seguito di una condanna a 30 anni di reclusione comminatagli nel ‘38 dal tribunale di Genova per tentato omicidio a scopo di rapina, Fabbri fu rinchiuso nel carcere di Parma, per essere poi trasferito in quello di Apuania; dal quale riuscì tuttavia a fuggire nel luglio del ‘44, sfruttando un bombardamento aereo alleato che aveva sventrato il penitenziario. Unitosi assieme ad altri evasi a una formazione partigiana, al termine della guerra egli si stabilì a Pisa, sotto falsa identità trovò lavoro alle Poste. Nella medesima città conobbe, nell’ottobre ‘45, i fratelli Attilio e Nilo Moni, con i quali formò un sodalizio criminale che, allargatosi rapidamente (la banda era composta da 22 persone), avrebbe causato, in pochi mesi di attività la morte di cinque persone, tutte uccise a sangue freddo. Come quella volta ad Anchiano (Borgo a Mozzano)quando ammazzarono come cani tre persone per rubare quattro gomme. Difatti si racconta che una parte della famigerata banda era a prendere un caffè a Lucca, quando tornando verso Viareggio scorsero un autocarro Mercedes targato Udine, carico di carrozzine per bambini. Il camioncino rosso dei malviventi si mise di traverso in mezzo alla strada e l’altro dovette fermarsi; a bordo c’erano due commercianti, i fratelli Secondo e Quinto Di Pauli e il loro amico Giorgio Pacile, provenienti da Udine e diretti a Roma. Una volta scesi, i tre si trovarono di fronte quattro rivoltelle e uno Sten; spinti al margine della strada, furono legati e imbavagliati. Gli ostaggi furono poi caricati sul camioncino rosso e il mezzo si avviò per la statale dell’Abetone avendo già in mente la destinazione: Anchiano, dove nell’ambito delle fortificazioni della Linea Gotica i tedeschi avevano approntato una caverna artificiale utilizzata come deposito munizioni. Ecco comunque la cronaca del processo e del fattaccio in questione riportata dalle pagine de "Il Tirreno" il 10 aprile 1946. Testimonianza dell'imputato Fabbri:" Erano diversi giorni che il Lippetti ci aveva pregato di aiutarlo a trovare delle gomme, perchè quelle del camioncino erano fuori uso. Così si decise di andare sull'autostrada ed avevamo aspettato due tre ore per trovare quello che andasse bene. E' arrivato il camion abbiamo guardato le gomme e così si decise di fermarlo... Ad Anchiano ci fermammo ed io andai a vedere la grotta ove avevamo stabilito di lasciarli e di andare in un altro posto per levare e gomme. Con degli stracci imbevuti di nafta esplorai la grotta e li portammo là... Essi si raccomandarono di non fargli nulla di male, ed infatti noi li rassicurammo. Il Lippetti però cominciò a dire che il suo camioncino rosso, che era ormai preso d'occhio poteva essere riconosciuto e che quindi bisognava ucciderli... Fra tutti decidemmo di ucciderli. Il Lippetti disse che se non li avessimo uccisi noi, li avrebbe uccisi lui. Allora io rientrai nella grotta e sparai!". A giudicarli per direttissima fu il Tribunale militare straordinario, istituito il 10 maggio‘45 conformemente alla legge speciale per la repressione delle 
Un momento del processo
rapine e che prevedeva anche la fucilazione. Il processo ebbe inizio a Lucca il 10 aprile ‘46 e fu peraltro l’ultimo tenuto da tale organismo giudiziario. La sentenza giunse già il 13 aprile (per leggerla ci vollero più di venti minuti), infliggendo, come il giornale riporta “le condanne più dure del dopoguerra toscano”: pena capitale per Fabbri e per il suo luogotenente Baccetti, ergastolo a Lippetti e ai fratelli Moni, 30 anni a Brega, Angelini e Fanelli, 15 anni a Baldacci, proprietario del mitra in dotazione alla banda; oltre a una serie di condanne minori. Un'ultima affascinante descrizione della miseria umana degli imputati la diede sempre "Il Tirreno" dell'epoca: 
"
Senza folla intorno, senza giudici e l’apparato del processo, nell’intervallo, seduti, stanchi e depressi, hanno gettato la maschera e abbandonato il loro aspetto tracotante, che amano ostentare davanti al pubblico. Eccoli qui senza infingimenti, miseri uomini vinti dalle loro folli passioni, più bestie che uomini, paurosi al pensiero della sorte che gli attende, e pensare che uccidevano le loro vittime come se si fosse trattato di mosche. Dal dire al fare. Oggi no, oggi ci stanno attaccati alla vita, alla propria".


Bibliografia

  • "Il banditismo in Italia nel dopoguerra" di Umberto Giovine, Bompiani 1974
  • "Crimini toscani del secondo dopoguerra raccontati da Umberto Giovine" di Giuseppe Alessandri (https://giuseppealessandri.myblog.it/2019/08/28/crimini-toscani-del-secondo-dopoguerra-raccontati-da-umberto-giovine/)
  • "La Voce di Lucca" , "Banda Fabbri il processo in 15 puntate" di "Oracolo di Delphi" (http://www.lavocedilucca.it/post.asp?id=6483)
  • "Il Tirreno" 10 aprile 1946 di Dino Grilli
  • "La Terra Promessa. La Garfagnana nella seconda metà del XX secolo" di Oscar Guidi, edito Unione dei Comuni della Garfagnana
Fotografie
  • Le fotografie riguardanti il tribunale sono tratte dalla pagina facebook "Studio legale Paolini Tommasi Piana"

mercoledì 10 febbraio 2021

Storie e leggende di briganti garfagnini

Dalla gente comune erano considerati tutt'altro che dei manigoldi o dei furfanti, erano reputate persone di tutto rispetto, coloro che lottavano contro il potere, contro i ricchi, insomma, gente povera come loro stessi che però era riuscita ad alzare la testa dalla miseria che ammantava tutta la Garfagnana. Questi novelli Robin Hoood erano i briganti garfagnini. In questo mondo così variegato e complesso, che comprendeva anche questi presunti "Robin Hood", esistevano anche banditi comuni che non avevano alcuna ispirazione "filantropica" e che non erano altro che l'espressione di una società in cui la violenza era largamente praticata da tutte le classi sociali. Comunque sia, la vena benefattrice di questi briganti nostrali aveva il suo scopo principale nell'ingraziarsi il misero popolino, infatti dopo aver perpetrato il violento agguato all'opulento signorotto di turno e diviso fra la banda i proventi della rapina, era consuetudine che una parte di questo maltolto fosse
destinata all'acquisto di cibarie da distribuire alla povera gente, facendo così si sarebbero comprati la loro protezione e la loro benevolenza, in questo modo sapevano che mai e poi mai il tapino li avrebbe traditi alle pubbliche autorità, anzi li
 avrebbero difesi a spada tratta contro tutto e tutti, era più facile che uno stesso membro della banda tradisse un suo compagno. Fu proprio per questo motivo che nel periodo d'oro del brigantaggio garfagnino questi malfattori divennero delle vere e proprie icone, fu questa supposta umanità che fece nascere leggende e racconti su questi briganti, in questo modo la narrazione storica delle loro imprese si confuse con la leggenda e poco importava sapere se quel singolo episodio fosse realmente accaduto oppure no. Il brigante in fondo era anche questo: mito, leggenda, quel pizzico di sogno di rivalsa che in taluni casi non guastava affatto. Ecco allora nascere l'epopea  sui briganti garfagnini. Fra i più rinomati manigoldi c'erano quelli che agivano sulla Via Vandelli(n.d.r: la strada che avevano fatto costruire gli Estensi per collegare la Garfagnana con il mare), questi malviventi erano solito appostarsi dietro i faggi che
La Via Vandelli
costeggiavano la strada e in men che non si dica erano pronti ad assalire i malcapitati commercianti che si recavano a Massa. Tutto queste angherie verso questi commercianti mettevano però in seria difficoltà lo sviluppo economico della valle, per cui il duca per arginare l'illegalità ordinò che qualsiasi atto di brigantaggio nella suddetta strada fosse pagato da quei briganti con il taglio della testa. Non fu una vana minaccia... ancora oggi scendendo verso Resceto si può notare sul bordo della strada dei fori nella roccia, ebbene quei fori servivano a sorreggere il palo a cui venivano legate le teste dei briganti giustiziati, ciò doveva essere di monito a tutti quelli che avevano intenzione di continuare con queste ruberie. In effetti i furti sulla Vandelli diminuirono, ma continuavano imperterriti nelle osterie di questo percorso, dove i clienti e gli avventori non solo venivano derubati ma sparivano misteriosamente. Si narrava infatti che passando di notte dal passo della Tambura fosse possibile incontrare il brigante colpevole di tutte misteriose sparizioni, ad onor del vero non era proprio un brigante in carne e ossa, ma era il fantasma di uno di quei briganti decapitati dal duca. Lo si poteva incontrare avvolto in un pesante tabarro di colore scuro, con un cappello a tese ampie e con in mano una lanterna. Chi lo incontrava
veniva spinto irrimediabilmente giù dagli irti pendii della Tambura e non aveva alcuna possibilità di salvarsi. Il duca pensò bene di combattere questo fantasma allestendo un punto base per tutti quei mercanti che volevano fare il passo della Tambura, fece così in modo che a Vagli questi poveri mercanti facessero sosta per la notte, in questo modo avrebbero affrontato di giorno il viaggio senza alcun pericolo di incappare nel fantasma-brigante. Gli abitanti di Vagli furono ben contenti di questa iniziativa ducale, il commercio dentro il paese ebbe un notevole sviluppo e fu così che i fedeli sudditi del sovrano illuminato per ringraziarlo dell'opportunità data gli regalarono due posante fatte con l'argento estratto nella miniere che si trovava poco sopra l'eremo di San Viano. 
Come ho già potuto raccontare qualche riga sopra, era più facile che un'appartenente a una banda di briganti tradire un proprio compagno che una stessa persona del popolo e così fu in quel lontanissimo 1541, quando le cronache ricordavano di un certo brigante di nome Cesare e di quando insieme alla sua banda si rifugiò nella casa del prete di Vergemoli e qui vi rimase per alcuni giorni. Fino a che una notte non sentì bussare alla porta, erano le guardie del Granduca venute appositamente da Barga per arrestare quei farabutti per gli atti criminosi commessi in terra barghigiana. Le guardie erano pronte a tutto, perfino a dare fuoco alla casa, i briganti non si fecero spaventare da queste minacce e cominciarono uno scontro a fuoco furioso che non portò al cedimento di nessuna delle due parti. Dall'altra parte nemmeno le guardie non demorsero e misero in men che non si dica sotto assedio per ore e ore la casa del prete, i banditi erano però sfiniti e per uscire dall'impasse il capo delle guardie propose alla banda dei briganti di consegnarli il loro capo: il bandito Cesare, in cambio avrebbero avuto salva la vita e perdipiù sarebbero stati lasciati liberi di andare dove gli pare.
Cesare fu così tradito dai suoi compagni, ma anche i suoi compagni furono traditi dalle guardie stesse che le legarono come dei salami e li condussero nelle prigioni barghigiane. Ma la storia non finì qui, a quanto pare ancora oggi nelle sere invernali a Vergemoli, quando il vento soffia da nord e i camini del paese fumano, qualcuno sente ancora distintamente le urla e le imprecazioni di quei disperati mentre vengono portati via dalle guardie. C'è addirittura chi giura di sentir bussare alle porte delle case, proprio in quelle case che sono vicine alla casa del parroco, è una mano invisibile che bussa è l'anima di quei briganti che cerca rifugio in quelle dimore per sfuggire alla cattura. Ma non importava scomodare i barghigiani, talvolta messer Ariosto, governatore di Garfagnana, non vedeva di buon occhio queste incursioni d'oltreconfine, la legge nei territori estensi doveva esser fatta rispettare da lui medesimo, perciò niente intromissioni esterne. Fu proprio per questo motivo che in una delle sue poche uscite dalla rocca castelnuovese dovette recarsi nei territori delle Apuane settentrionali per vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie la gente che si lamentava di una banda di giovani briganti che non aveva rispetto per niente e per nessuno. Mentre stava percorrendo questa strada ebbe l'occasione di conoscerli personalmente, difatti fu da loro  
sfortunatamente catturato. Una volta immobilizzato lo legarono bene bene e lo fecero incamminare verso una grotta, fatto sedere sopra un sasso i briganti cominciarono a svuotare le bisacce della sua sella per cercare soldi e roba da rubare, mentre uno dei banditi rovistava serenamente in una delle bisacce recitò alcuni versi di un poema
dello stesso Ariosto, storpiandoli però in maniera veramente indecente. Il poeta nel sentire tale obbrobrio intervenne prontamente, recitandoli con grande ardore e sentimento dimostrando di essere così il poeta che li aveva composti. Con stupore ed ammirazione i briganti liberarono l'Ariosto e lo invitarono a declamare "L'Orlando Furioso". I malviventi sbalorditi da cotanti versi promisero che mai più lo avrebbero toccato, colui che compone tanta bellezza non poteva essere nè derubato, nè ucciso. Il poeta tornò così a Castelnuovo. Come si può leggere, l'affezione popolare verso questi briganti non li descriveva come dei guitti ignoranti, ma anche come persone che sapevano apprezzare un po' del sapere umano e se da una parte gli veniva riconosciuto questo merito dall'altra gli veniva accreditato  il grande pregio per eccellenza: l'arguzia, la furbizia e la scaltrezza. Di tutte queste doti il brigante che ne faceva più tesoro era il brigante Barbanera, uno dei criminali più famosi di tutto l'Appennino tosco emiliano. Il suo quartier generale era sui monti sopra Bagni di Lucca e lì nelle spelonche di quelle montagne viveva costantemente ricercato dalle guardie come il nemico pubblico numero uno. La sua astuzia gli aveva però sempre evitato la cattura, tanto per rendere chiara la sua furbizia i resoconti dell'epoca narrano che quando c'era la neve e le guardie seguivano le sue orme fin dentro la grotta dove abitava, egli metteva le scarpe alla rovescia, cosicchè quando rientrava nella grotta stessa sembrava che ne fosse appena uscito, facendo così credere alle guardie di essere arrivati troppo tardi. Una volta arrivò la notizia che Barbanera era stato avvistato a Montefegatesi, i gendarmi di corsa si recarono sulla strada
principale e su tutti i sentieri limitrofi per fermare ogni tipo sospetto. Giunti in località Sant'Anna i gendarmi incontrarono un montanaro dalla folta barba e una volta fermato gli domandarono:- Da dove venite voi?- il barbuto uomo tranquillamente rispose: -Da Montefegatesi- e le guardie ancora:- Vi risulta che lassù vi sia stato o ci sia ancora il brigante Barbanera?- e lo sconosciuto che in realtà era il bandito stesso rispose:- Quando io c'ero, c'era...- E i gendarmi senza capire la risposta corsero immediatamente in paese. Del resto tutte questi racconti di briganti nostrali viaggiano su quella sottile linea fra il fatto storico e la leggenda, anche se, la più calzante differenza fra storia e leggenda la sottolineò un famoso poeta francese che così ebbe a dire: "
Cos'è la storia dopotutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono per diventare storia".


Bibliografia
  • " Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi edizione "Le lettere" anno 2013

mercoledì 24 giugno 2020

Quando in Garfagnana eravamo dei briganti... Alle origini del misfatto

Costa da Ponteccio, il Pelegrin del Sillico, Virgilio da Castagneto
, Filippo Pacchione, Battistino e Bernardello da Magnano, nonchè Bastiano Coiaio. Questo elenco di persone non si riferisce certo a dei pii uomini di qualche ordine francescano, tutt'altro, erano fra i più spietati briganti che la Garfagnana abbia mai conosciuto. A guardare oggi la nostra valle e a coloro che la abitano è difficile pensare che la Garfagnana sia stata secoli fa terra di briganti. La pacifica gente che ora vi dimora sono i discendenti dei sopra citati manigoldi, che niente avevano da invidiare agli attuali seguaci delle associazioni a delinquere che sono in Italia. Eppure era così, così come è vero ed è giusto dire che l'apice di questo fenomeno fu toccato ben 500 anni or sono. Semmai vi fossero ancora dubbi su quanto la Garfagnana fosse una regione ostile ed al quanto difficile da gestire, possiamo citare la testimonianza di Guido Postumo, governatore della Garfagnana nel 1512. La lettera fu inviata al cardinale Ippolito d'Este: "Quella Vostra Signoria mi mandò qua per le occurrentie de questa provincia, la quale ho gubernato cum sincera fede et non ho manchà in cosa
alcuna, in modo che, o per la fatica o per altro, mi sono infirmato di una febra continua, trista, che non me movo da lecto, che invero non sono più bono per lo paese per la infermità mia, e più presto sono per nocere per la fama ch'io sia malato; et perché etiam io vado di male in pezo, et certo in pochi dì, per li gran fastidi ch'io ho da questi homini inobedienti, e per lo mal grande io ho, gie lasserò la vita, se Vostra Signoria non mi remove da qua". Il governatore è malato e la causa della sua malattia sono "questi homini inobedienti" e se qualora non venisse rimossò da queste terre "gie lasserò la vita". Ma perchè eravamo così tremendi e terribili? Quali furono le cause che ci portarono a diventare dei briganti crudeli e spietati? Analizziamo allora dove ebbe origine il male.
Il brigantaggio garfagnino affonda le sue radici nella povertà e nella miseria più nera. All'inizio ci fu una forte complicità fra il misero e il signore locale, un'intensa connivenza che con il
Connivenze fra briganti
 e signori locali
tempo assunse una forza tale da vincere lo Stato stesso, tanto da permettere a questa gente di farsi leggi e regole per conto proprio. Uno stato debole dunque, che con gli anni capì che questa gente era meglio farsela (segretamente) amica, anzichè nemica... questo atto fu "la benedizione" del brigantaggio garfagnino che cominciò a spadroneggiare in lungo e largo. Qualcuno al tempo nella corte estense si accorse dell'errore e invece di battersi il petto  e recitare il "mea culpa" cercò di "lavarsi l'anima" come meglio poteva. Certe relazioni di funzionari, infatti tentarono di attribuire il fenomeno all'indole della popolazione, non accorgendosi poi che la politica che stavano portando avanti avrebbe ancor di più ingrossato le fila di questi biechi malviventi. D'altronde le tasse erano diventate altissime e cieche, e andavano a colpire proprio una popolazione già di per sè povera, la stessa
La reggia estense di Ferrara
amministrazione della giustizia aveva grandi lacune, si mostrava infatti forte con i deboli e debole con i forti e in più esisteva un forte pregiudizio sul garfagnino, la sua terra dallo stato stesso era considerata un territorio di serie B, abitato da semplici montanari e da ignoranti pastori, senza dire poi che la conformità della montagna era luogo ideale per imboscate e allo stesso tempo era l'ambiente perfetto per nascondersi o rifugiarsi. Insomma, nonostante qualsiasi analisi fosse stata fatta al tempo, si può dire che il gioco era fatto: da uno parte avevamo uno stato complice e dall'altra c'era un popolo scontento del proprio governo. A godere a pieno di questa situazione erano i briganti che per i popolani erano dei giustizieri e dei vendicatori di un'inetto stato, come pure dei benefattori che sapevano furbescamente ingraziarsi la gente facendo delle regalie (sopratutto cibarie)distribuendole a destra e a manca. Dall'altra parte invece quali potevano essere i vantaggi che il governo estense poteva ottenere da questi farabutti? Naturalmente l'impunità di
La fortezza delle Verrucole che
 i briganti difesero per
conto degli Estensi
questi ribaldi aveva un prezzo. Giust'appunto molti briganti nostrali furono assoldati come mercenari nell'esercito estense, più di una volta i briganti non esitarono a difendere le effigia ducali, come nel caso della guerra che consentì ai duchi estensi di riappropriarsi di Reggio Emilia, o perchè non ricordare di quando i briganti difesero la Fortezza delle Verrucole dagli attacchi delle truppe di Papa Leone X? Mettiamoci allora nei panni di quei poveri governatori della Garfagnana che erano costretti a negoziare continuamente con il duca i margini della propria autorità. Nella maggior parte dei casi il duca invitava proprio ad una certa moderazione su questi personaggi e quando il governatore calcava (giustamente) un po' la mano ci pensava proprio il duca in persona, come quella volta che nel 1523 il Moro del Sillico fu arrestato e poco dopo fatto evadere con la complicità delle guardie, ottenendo poi dal regnante di casa
Il Sillico il paese del Moro
estense, prima la grazia e poi un nuovo contratto da mercenario. Malgrado questi intrighi e raggiri è giusto delineare bene la figura del brigante. Era un criminale o un Robin Hood? Per sgombrare ogni dubbio il brigante era colui che viveva di rapine, era un bandito, un masnadiere, un soldato mercenario che imperversava nella valle, ognuno nella sua zona di appartenenza. Tutto questo lo capì perfettamente e più di qualsiasi altra persona Messer Lodovico Ariosto, governatore di Garfagnana dal 1522 al 1525.In Garfagnana però non c'era tempo per fare il poeta, il suo compito principale fu quello di estirpare il brigantaggio da queste terre e si può dire senza ombra di dubbio che cercò di fare il possibile e anche di più per assolvere al meglio il suo dovere. Con il dovuto rispetto lo potremmo paragonare ad un Giovanni Falcone "ante litteram", fu un'attento analista dei (mis)fatti garfagnini e delle dinamiche politiche e sociali che lo circondavano: "Ogni terra in se stessa alza le corna, che sono ottantre, tutte partite, da la sedizion che ci circonda" . Ottantatre comunità "in sedizion",
Ludovico Ariosto
ovvero lo scontro fra le parti, è il primo e principale problema con cui si scontrò l'Ariosto al suo arrivo in Garfagnana e in una sua lettera inviata agli anziani di Lucca il poeta aveva già ben chiaro il quadro della situazione: "Di tutte queste montagne li assassini et omini di mala conditione sono signori, e non il papa, nè i fiorentini, nè il mio Signore, nè vostra Signoria". Significativa è la lettera che scrisse poi al Duca, è il 29 novembre 1522: "... questo poveromo che è stato rubato, prima che sia venuto da me, è stato dal figliolo e dal nipote di Bastiano Coiaio (n.d.r: noto brigante) e da Ser Evangelista, a provare se per mezzo loro potesse riavere la sua roba, non avendo potuto far niente è ricorso da me". I garfagnini quindi sapevano bene e bene avevano chiaro quali erano i rapporti di forza. Rapporti che erano regolati dai leader di fazioni opposte che regnavano incontrastati per l'assenza di un'aristocrazia radicata capace di controllare il territorio. Un vuoto di potere assordante che se associato agli scarsi mezzi repressivi messi a disposizione dagli ufficiali del governo consegnò di fatto ai capi delle famiglie (di briganti) più importanti il ruolo di regolatori di conflitti e di garanti della pace. Queste famiglie costituirono con il passare degli anni una vera e propria mappa del potere, ogni famiglia era suddivisa in
Banda di briganti
bande (composte più o meno da una quindicina di elementi) e ognuna di queste bande controllava una parte di territorio, naturalmente come sempre succede anche questa volta il connubio politica-potere andò a braccetto, ogni fazione era legata ad una parte politica a cui fare riferimento. Tutto questo lo svelò (proprio come fece Falcone 500 anni dopo con le cupole mafiose) Ludovico Ariosto che delineò un rigoroso quadro delle famiglie (di briganti) presenti in Garfagnana, suddividendole proprio per fazioni politiche. Esistevano quindi due parti, una denominata "italiana", favorevole alla Chiesa e a Firenze e una cosiddetta "francese", favorevole agli Estensi, che era tradizionalmente legata alla politica francese. La parte "italiana" era guidata da Pierino Magnano, Tommaso Micotti e Bastiano Coiaio e aveva il suo braccio armato in diverse bande, fra le quali spiccava quella del Moro del Sillico e dei suoi fratelli. Altre bande armate invece erano all'interno della giurisdizione estense e sia nei territori di Firenze che in quello della Chiesa curavano gli affari delle fazioni più lontane. La parte "francese",

era altresì guidata dai Ponticelli e dai Sandonnini. Per ben capire, entrambi le parti agivano su diversi livelli, da quello puramente criminale a quello istituzionale, dove cercavano di ricoprire il più possibile cariche pubbliche attraverso una miscela di consenso e minacce. Di fronte ad un quadro generale così disperato non rimaneva che un'unica soluzione, repressione totale e così l'Ariosto scriveva: " Metter le mani addosso a' loro padri, fratelli e parenti, e non li lasciare che non diano sicurtà che non torneranno li malfattori nel paese. A quelli che non hanno padre, saccheggiare le case, e poi arderle e spianare, tagliar le viti e gli arbori (n.d.r.: alberi)e distruggerli loro luoghi, ch'ogni modo non si potria trovar chi li comprasse. Poi saria bene battere per terra tutti li campanili, o vero aprirli, di sorte che potessino dar ricorso alli delinquenti et similiter le  rocche che vostra eccellenza non vuol far guardare". Certo, il duca nascondeva questi malfattori nelle proprie fortezze e come fare allora se oltre a questo al povero governatore venivano negati anche i soldati per attuare questo drastico piano?: "Io non cesso di pensare e di fantasticare come senza spesa del Signore Nostro io possi accrescere le mie forze, per fare che almeno questi ribaldi abbian paura di
Fanti rinascimentali
me"
. La richiesta di fanti fu esplicita, peraltro molto più utili di quei solo dodici balestrieri che erano a disposizione, questi fanti nei terreni accidentati e nelle profonde gole garfagnine infatti erano i più adatti, ma non furono inviati negli uni e ne gli altri. Per l'Ariosto questa mutilazione della sua autorità fu un problema non solo politico ma anche umano, senza l'appoggio del duca la sua figura perdeva di valore, essendo così alla mercè dei fuorilegge. Il suo morale era quindi "sotto i tacchi", tanto che arrivò ad ipotizzare di fuggire di notte per trovare rifugio a Ferrara. Non lo farà, ma in una lettera del 15 gennaio 1524 fece come il suo predecessore Guido Postumo, la richiesta fu la medesima che il suo collega aveva fatto dodici anni prima:"Se vostra eccelenzia non mi aiuta a difender l'onor de l'officio, io per me non ho la forza di farlo; che se bene io condanno e minaccio quelli che mi disubidiscano, e poi vostra eccellenzia li assolva, o determina in modo che mostri di dar più
La Rocca a Castelnuovo
dove abitava l'Ariosto
lor ragione che a me, essa viene a dar aiuto a deprimere l'autorità del magistro. Io vo' gridare a farne istanzia, e pregare e suplicare vostra eccelenzia che più presto mi chiami a Ferrara, che lasciarmi qui con vergogna"
.

Francesco Saverio Sipari (politico, poeta e scrittore del XIX secolo) parlando del brigantaggio in generale ebbe a dire che tale fenomeno si sarebbe esaurito con la rottura dell'isolamento delle regioni dimenticate, che in buona parte era dovuto dall'assenza di una rete infrastrutturale adeguata, di strade, di ferrovie e sopratutto d'istruzione. Così fu per la Garfagnana, man mano che i secoli passavano la valle cominciò ad aprirsi al mondo e più si apriva e più i briganti sparivano. Così il libro vinse per sempre sullo schioppo...




Bibliografia 
  • Dalla corte alla selva e ritorno: Ariosto in Garfagnana La Garfagnana: relazioni e conflitti nei secoli con gli Stati e i territori confinanti. Atti del Convegno tenuto a Castelnuovo di Garfagnana, Rocca Ariostesca, 9 e 10 settembre 2017, a cura di G. Bertuzzi, Modena, Aedes Muratoriana, 2018

giovedì 1 agosto 2019

Leggende garfagnine e personaggi storici, un mix tra mito e realtà

Le leggende garfagnine, (ma in genere un po' tutte) nella maggior
parte dei casi sono legate a personaggi di fantasia o a esseri sovrannaturali, oramai questi esseri (come già abbiamo avuto modo di raccontare) come il buffardello,gli streghi, il biscio bimbin e molti altri ancora sono entrati nel nostro immaginario popolare, per ognuno di essi viene raccontata la storia, l'origine e i miti che si sono sviluppati dietro questi personaggi, queste entità hanno influenzato la nostra fantasia facendoci viaggiare in un mondo senza tempo il cui fascino non si è mai spento. 
Gli esperti di antropologia hanno poi sempre sostenuto una correlazione fra leggenda e verità, per spiegare meglio, essi sostengono che in fondo ad ogni leggenda una base di verità esiste sempre, naturalmente il mitico buffardello non è reale, ma con ogni probabilità i danni, le carestie e gli impicci che si credeva che fossero causati da questa creatura, quelli sono veri. Il discorso sarebbe lungo e si vuole anche un po' complesso da affrontare, non basterebbe sicuramente un semplice articolo per essere esaurienti, ma però ad avvalorare ancor di più questa tesi sono le leggende che riguardano i personaggi realmente esistiti, in questo caso personaggi storici che nei secoli passati hanno vissuto o sono passati in Garfagnana. Facciamo allora un viaggio fra questi personaggi che il destino ha voluto ammantare la loro vita di un aurea leggendaria tutta garfagnina.

Annibale

Annibale, come tutti ben sappiamo, fu uno dei più abili condottieri
che la storia abbia mai avuto, riconosciuto come il più grande generale dell'antichità, famoso per le sue vittorie durante la seconda guerra punica, ma sopratutto ancor più famoso quando nel 218 a.C valicò le Alpi con ventiseimila cartaginesi e trentasette elefanti per conquistare Roma. Dopo aver valicato le Alpi, leggenda racconta che arrivò il momento di attraversare gli Appennini con questi mastodontici animali. Ma quale fu il passaggio? In quale punto degli Appennini riuscì a valicare le montagne per poi dirigersi verso Roma? Passò attraverso la Valle del Taro? Oppure scese a Lucca dal passo di Foce a Giovo? Sul nostro Appenino sono molte le località che narrano del passaggio di Annibale, tradizione vuole che ai piedi del versante nord occidentale del Monte Giovo nel tratto di sentiero che conduce alla Boccaia (Castiglione Garfagnana) si trova, in una zona sassosa formata da pietre di origine morenica, il punto in cui i cartaginesi fecero sosta con gli elefanti.

Matilde di Canossa

O meglio conosciuta come la Grancontessa o più correttamente Matilde
Matilde di Canossa
di Toscana, fu contessa, duchessa, marchesa, vicaria imperiale, nonchè vice regina d'Italia. Potente feudataria e ardente sostenitrice del papato, personaggio di primo piano assoluto specialmente in un'epoca (XI secolo) in cui le donne erano considerate di rango inferiore. Si racconta che da donna tanto potente quale fosse, ebbe l'ardire di chiedere il permesso al Papa di poter celebrare messa. Il Santo Padre non voleva naturalmente deluderla e non sapendo come fare ad uscire dall'imbarazzante situazione decise di prendere la cosa un po' per le lunghe e un giorno le disse:- Se farai costruire cento ospizi, allora potrai celebrare messa-. La contessa cominciò subito a darsi da fare, ordinò ai suoi vassalli di costruire ospizi per tutto l'Appennino. Ecco così nascere sia nel versante garfagnino e  sia in quello emiliano questi "hospitali", nati proprio per dare ospitalità (vedi la località di Ospitaletto) ai poveri viandanti. Purtroppo la contessa non potè coronare il suo sogno di celebrare messa, poichè morì dopo aver costruito il novantanovesimo ospizio.

Miglior sorte toccò ad un suo soldato. Si dice che questo soldato cantava benissimo ed allietasse molte delle serate della contessa. Un bel giorno la contessa gli chiese cosa desiderasse per ricompensare i suoi servigi di soldato e di cantante. Il soldato chiese allora delle terre in Garfagnana, la contessa era molto riluttante di fronte a questa richiesta, decise comunque di proporgli un patto e così gli disse:- Se riuscirai a raggiungere una vetta delle Apuane e da li a far sentire la tua voce alla gente e fin dove il tuo canto sarà udito, ti concederò le mie terre- Di buon mattino il soldato salì sulla montagna e cominciò a cantare, la sua voce rimbalzò da valle in valle, la contessa fu così costretta a cedere al soldato tutte le terre fin dove era stato udito il suo canto.

Ludovico Ariosto

Le leggende sull'Ariosto sono molteplici. L'Ariosto fu governatore
estense in Garfagnana per tre anni (1522-1525), la poesia e le odi nella nostra valle se le era dimenticate, il suo compito era combattere le orde di briganti che infestavano le selve.
Infatti un giorno mentre ispezionava con i suoi soldati i boschi delle Apuane settentrionali a caccia di questi ribaldi, i ribaldi stessi lo sorpresero e lo catturarono, lo condussero all'ingresso di una grotta e li lo legarono ad un albero e mentre proprio un brigante lo legava a questo albero, uno dei banditi cominciò a recitare versi del poema dell'Ariosto, storpiandoli a più non posso; il poeta all'udire tale obbrobrio intervenne subito, recitandoli con passione e sentimento, dimostrando così di essere l'autore che aveva composto i magnifici versi. Con stupore ed ammirazione i briganti liberarono il prigioniero e lo invitarono a declamare i versi de "L'Orlando Furioso", tale e tanto fu lo spettacolo che i banditi rilasciarono l'Ariosto con la promessa di non importunarlo mai più.

C'era un tale conosciuto con il soprannome di "Pretaccio". Era un uomo che non badava troppo per il sottile, era un losco faccendiere che commerciava a cavallo dell'Appennino. Aveva ottenuto in promessa sposa una giovane castelnuovese di buona famiglia. A pochi giorni dalla nozze, la ragazza si pentì e fuggì nel convento delle suore a Barga. Lo smacco per il "Pretaccio" fu grande, così si mosse verso Barga con cinquanta uomini per riprendersi la donzella. Detto fatto invase così le proprietà del monastero, dichiarando che non si sarebbe mosso di li finchè la promessa sposa non sarebbe tornata fra le sue braccia. La questione giunse all orecchio di Ludovico Ariosto, attraverso i suoi buoni uffici convinse il "Pretaccio" a desistere e a tornare a Castelnuovo.

I Conti di Gragna e i nobili di Dalli 

I conti di Gragna erano una potente famiglia feudale del XII secolo
da sempre in lotta con i feudi vicini, il suo castello era proprio dove oggi c'è la località di Gragna, vicino Ponteccio (Sillano). Nonostante le liti e le guerre continue con le consorterie vicine i nemici per eccellenza dei conti di Gragna erano i nobili di Dalli. Tra i conti di Gragna e i nobili di Dalli era una continua guerra, fra le più sanguinarie che la Garfagnana ricordi, si racconta di catapulte che lanciavano pietre da Gragna verso Dalli e si racconta di una battaglia epica; si narra che tanto fu il sangue versato che i sassi si tinsero di rosso, l'erba seccò e per anni e anni non crebbe più rigogliosa. Durante queste guerre naturalmente una delle prime cose da fare era proteggere il tesoro della casata e proprio sotto il castello il conte di Gragna aveva fatto costruire un cunicolo, dove si racconta che ancora oggi è sepolto il tesoro, protetto però da un mostruoso serpente.

Il bandito Cesare   

Il bandito Cesare era uno fra i tanti manigoldi che infestava la
Garfagnana in epoca rinascimentale. Questo malfattore non è sicuramente fra i più famosi che la Garfagnana ricordi, ma su di lui la leggenda ha posato i suoi occhi. Anno di grazia 1541, il bandito Cesare era ormai accerchiato dalle guardie, le vie di fuga erano rimaste ben poche, non rimase altro che rifugiarsi nella casa del rettore della chiesa di Vergemoli, insieme ad altri suoi sei compagni. Qui rimase sotto assedio per alcuni giorni, fino al momento in cui le guardie decisero di passare ad un deciso contrattacco. La casa era ormai circondata dalle guardie, le urla dei soldati invitavano i banditi ad uscire, se non fossero usciti le guardie avrebbero appiccato il fuoco alla casa. I briganti non si fecero spaventare e così si affacciarono alle finestre, cominciò un violento scontro a fuoco. La situazione era diventata tragica, al comandante delle guardie non rimase che una soluzione, trattare con i briganti. Se il brigante Cesare si fosse fatto arrestare i suoi compagni sarebbero stati liberi. Così i compagni tradirono Cesare che fu consegnato alle guardie, ma anch'essi a loro volta furono traditi dalle guardie che ben presto le legarono come salami e le condussero nelle prigioni di Barga. Non soddisfatte le guardie misero a fuoco anche la casa del rettore. Ci sono delle sere che quando il vento soffia forte si odono ancora le grida disperate, le parolacce e le maledizioni dei poveri diavoli che furono portati in prigione ed ancora si passa malvolentieri dov'era quella casa, si dice che mani invisibili bussano ancora alle porte in cerca di briganti.

"Cos’è la storia, dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia".
(Jean Cocteau)

mercoledì 28 settembre 2016

Matteo Filippo Caldani: brigante fra i più sanguinari o pio e devoto eremita?

Gli americani ancora oggi scriverebbero "Most Wanted" (n.d.r:fra i
più ricercati) e magari aggiungerebbero anche "dead or alive" (vivo o morto). Loro ci sono abituati dai lontani tempi del Far West a metter taglie milionarie sulla testa dei manigoldi di turno, sono passati dal bandito Billy the Kid nel 1870 sul quale pendeva sulla propria testa una taglia di 500 dollari e sono arrivati fino all'attuale capo del proclamato stato islamico Abu Bakr Al Baghdadi, dove si dice che sarebbero pronti a sborsare ben dieci milioni di dollari a chiunque sappia fornire notizie decisive per la sua cattura. Ma in Garfagnana le taglie le mettevamo molto prima dei cari amici a stelle e strisce e tanto per rimanere nell'attuale l'Al Baghdadi di Garfagnana e Lunigiana nel finire del remoto 1500 era il brigante Matteo Filippo Caldani, è uno fra i briganti meno conosciuti nella nostra valle poichè non tipicamente garfagnino, il suo quartier generale era nei pressi dei paesi di Aiola, Ugliancaldo e Monte dei Bianchi, per meglio capirsi nella valle lunigianese del torrente Lucido, una zona di confine appunto fra Lunigiana e Garfagnana, scelta ad hoc dal brigante stesso e dalla sua banda perchè per queste disagevoli strade passava la famosa via Francigena, strada di
transito di nobili, pellegrini e commercianti di ogni sorta. Le sue scorribande colpivano senza distinzione sia la Lunigiana che la Garfagnana stessa e per questo sia il ducato di Modena,la Repubblica
di Lucca e la stessa città di Firenze misero ben presto una taglia su Matteo Filippo Caldani considerato uno dei banditi più sanguinosi di tutta la Toscana. Nel suo curriculum non mancavano furti, percosse e violenza di ogni genere che talvolta sfociavano anche nel sequestro di persona. Ma la fama non la raggiunse certo per le nefandezze perpetrate, al tempo i briganti di Garfagnana e non, depredavano indistintamente con cattiveria inaudita tutti alla solita maniera. La sua storia però è ben diversa ed è una vicenda che prende nello stesso tempo la strada della leggenda e della devozione. 
Il Pizzo d'Uccello sulle Apuane
rifugio di Matteo Filippo Caldani
Un giorno il malfattore ebbe l'occasione di rapinare dei suoi preziosi anche un emerito ecclesiastico che passava con il cavallo per quelle ombrose selve. Dopo averlo "ripulito" dei suoi averi legò lui e la sua servitù agli alberi vicini e decise soddisfatto del bottino ottenuto di tornare al suo nascondiglio nelle scoscese del Pizzo d'Uccello. Nel cammino in località Pontevecchio fu attratto dal suono di una campanella, il leggiadro suono proveniva da una chiesetta, dette così ordine ai suoi masnadieri di fermarsi e furtivamente si avvicinò alla porta della chiesetta, vide dei bambini che stavano cantando un ode alla Madonna, d'un tratto a tale immagine la sua anima si turbò, la vita gli scorse davanti agli occhi, rivide tutte le sue malefatte e la sofferenza delle sue vittime e si interrogò se la sua esistenza fosse giusta. Riprese sconvolto e impensierito la sua strada e ad un tratto uno spaventoso temporale colpì lui e la sua banda, i tuoni squarciavano il cielo e sinistri bagliori si intravedevano in lontananza, giunti alla maestà di Vezzanello sotto la pioggia battente il bandito sciolse la sua banda, licenziò servi e compagni di ventura e ognuno prese la sua strada. Una volta rimasto solo, con un colpo sul fondoschiena allontanò il cavallo con ancora in groppa lo scrigno pieno di preziosi che era stato appena rubato, nello stesso istante si levò di tasca la chiave del piccolo forziere e la gettò nell'impetuoso fiume sottostante dicendo: - Sarà più facile ritrovare questa chiave che salvare la mia anima...- . Guadò a piedi il fiume, si inerpicò sul Monte San Giorgio e cominciò a fare vita da eremita. Le sue giornate le trascorreva in meditazione, si cibava solamente di bacche e castagne e mentre d'estate il posto era soleggiato e ben accogliente, l'inverno violente bufere colpivano il monte mettendo a dura prova l'ex brigante. Nel frattempo la saggezza e la fama di questo eremita crebbe a dismisura, tanto che da tutte le Apuane la gente saliva fino sul monte per conoscere quello che ora era un pio uomo. La vigilia di Natale successe tuttavia un fatto eccezionale,
L'eremita
un pescatore, nel fiume ai piedi dell'eremo, catturò una trota di grandezza spropositata, a tale pesca miracolosa egli pensò bene di donarla al povero eremita e quando gli portò il pesce successe il miracolo: nel ventre fu ritrovata la chiave dello scrigno gettata nel fiume anni prima. Questo fu il segno che oltre al perdono degli uomini era arrivato anche il perdono di Dio. Il mito vuole ancora che lungo la strada che sale a Ugliancaldo, da qualche parte sia nascosto ancora il tesoro che rubò il brigante proprio in quei giorni. 
Realtà o leggenda perciò? Diciamo subito che Matteo Filippo Caldani è esistito veramente, non si legge però da nessuna parte (nelle sue biografie per così dire ufficiali) che egli fosse un brigante. Si dice che era un nobile veronese, nato nella città scaligera nel 1573, studiò lettere a Padova, passò poi da Roma e dopo la precoce morte dei genitori cominciò il suo girovagare per l'Italia. Attraversando la Garfagnana e fermandosi successivamente in Lunigiana- gli venne veduto il monte San Giorgio, verso Pizzo di Uccello, un oratorio, sopra quale avanzava un poco di campanile-. A Monzone il Caldani conosceva il notaio Prosperi, il quale intercesse per lui  con il vescovo di Luni per potersi ritirare come eremita sul monte in questione. Detto fatto il 20 agosto 1604 Caldani iniziò la sua vita monastica, riportò a nuova vita l'eremo e nel 1606 fu ordinato sacerdote. Nel 1609 Papa Paolo V concesse indulgenze ai pellegrini che salivano fino all'eremo di San Giorgio.Infine nel 1668 Frà Matteo Filippo Caldani morì dopo una lunga e devota vita.

La leggenda come si può vedere si fonde nella realtà e per conoscere la verità la miglior soluzione è forse prendere un po' dell'una e un po' dell'altra. A mio avviso Matteo Filippo Caldani fu veramente un brigante, può darsi non dei peggiori e nemmeno probabilmente era a capo di una banda. Tanto meno credibile può essere la storia della trota pescata, magari si può pensare che un pentimento ci sia stato veramente, d'altronde l'essere umano è fatto di carne e di spirito. Si può inoltre dedurre secondo le (brutte) consuetudini del tempo che per sfuggire alle grinfie dei soldati ducali e alla prigione era buona soluzione per i malandrini mettersi sotto le gonne di Santa
I ruderi dell'eremo di San Giorgio
Romana Chiesa e piuttosto che viver galeotto era meglio campar da frate. Non si discute poi come detto che con il tempo non si fosse ravveduto e una volta ravveduto e tornato sulla retta via forse tornava male agli agiografi di allora far sapere che tale pio uomo in gioventù fosse stato un poco di buono, si poteva perdere di credibilità, pensare che la Chiesa fra le sue schiere nascondesse dei farabutti non è e non era buona cosa oggi come allora, ed ecco pertanto che nasce la leggenda, il racconto o la saga per spargere fumo su quella che forse una volta era la verità.

Questa è la modesta opinione di chi vi scrive, perchè come ebbe a dire il filosofo Blaise Pascal nel 1670: - L'opinione è la regina del mondo!-.





Bibliografia:

  • Escursioni Apuane rubrica condotta da Fabio Frigeri

mercoledì 18 novembre 2015

Il Robin Hood dei briganti garfagnini: Filippo Pacchione, il brigante gentiluomo

Ci siamo mai domandati come mai il garfagnino dal carattere
Briganti
mite e socievole, cinquecento anni fa era considerato un brigante per eccellenza? Era così in quel tempo in Garfagnana, chi non faceva il contadino faceva il brigante. Ma quali furono le cause che portarono il mansueto garfagnino ad imbracciare lo schioppo e a depredare e ad uccidere la malcapitata vittima di turno? I briganti furono certamente dei fuorilegge, ladri e spesso e volentieri anche assassini e quindi ingiustificabili, ma nel XVI secolo rappresentarono anche l'unico veicolo di riscatto per chi annegava nell'emarginazione. Una lettura facile e superficiale di relazioni sul brigantaggio di funzionari estensi tende ad attribuire tale fenomeno all'indole dei garfagnini stessi (ma per favore!...). Al contrario dico io, una lettura attenta di quei documenti porta a ben altre considerazioni sulle cause del brigantaggio locale. Al tempo la pressione fiscale era altissima,ed oltre che altissima era anche cieca e tendeva a colpire le persone veramente più povere, non parliamo poi della giustizia che era amministrata con i dovuti "riguardi" da persona a persona, che diventava timorosa con i potenti per sfogarsi sui più deboli; anche il pregiudizio la faceva da padrone, dove il cittadino non vedeva di buon occhio il montanaro, che dire inoltre dell'ambiente ? La montagna diventava rifugio di quelli che venivano allontanati o fuggivano a vario titolo dalle città estensi e che di conseguenza andavano ad ingrossare le file dei manigoldi. Ma alla fine di tutto questo bel discorso, il brigante garfagnino era un criminale o un Robin Hood ? Senza ombra di dubbio era entrambe le cose
Le Apuane rifugio dei briganti
e nonostante fosse un malfattore, la natura buona del garfagnino comunque veniva fuori, tanto è vero che il maltolto delle loro vittime talvolta veniva ripartito anche fra la gente comune che a sua volta così garantiva una certa protezione ai fuorilegge.Andiamo a vedere allora chi era da considerarsi il più Robin Hood di tutti fra i briganti nostrani. Lui era Filippo Pacchione capobanda di San Pellegrino, che in più casi seppe distinguersi per la sua onorabilità, gentilezza e cavalleria, lo potrebbe testimoniare se fosse ancora oggi in vita Ludovico Ariosto stesso,commissario estense venuto in queste terre per combattere queste risme di delinquenti e proprio quando saliva il passo verso Modena (luogo privilegiato per questi assalti) insieme alla sua scorta fu assalito in un agguato e derubato dei suoi averi. All'improvviso uno della banda Pacchione pronunciò il nome Ariosto ed il bandito svelto domandò:

- Dov'è ? Dov'è Messer Ariosto?-
- Sono io- rispose il poeta
- Compagni udite- disse Filippo Pacchione- che non sia torto un capello al grande Ariosto!-
Tutta la merce fu restituita ed il brigante aggiunse:
-Messere, anche i banditi della Garfagnana, che sferzate nelle vostre satire, vi apprezzano e vi rispettano-
e si inchinò ossequioso per sparire nel folto dei boschi.

L'altra storia riguarda la nobildonna veneziana Bianca
La nobildonna
Bianca Cappello
Cappello colei che diventerà prima amante e poi attraverso intrighi poco chiari anche la moglie del Granduca di Toscana Francesco I de Medici. Bianca era una donna bellissima e come si direbbe oggi un'arrampicatrice sociale e cercava per se il più ricco marito che le potesse capitare e si "innamorò" (prima di Francesco de Medici) del fiorentino Pietro Bonaventura, impiegato a quel tempo al Banco Salviati di Venezia, ma i progetti dei genitori per lei erano diversi: la madre la voleva far suora e il padre la voleva dare in sposa ad un vecchio. Non rimaneva che fuggire a Firenze a casa del promesso sposo ed andare a celebrare il matrimonio. Arrivarono a Ferrara e li il segretario di Alfonso II  duca di Modena li fece sposare in fretta e furia (lei aveva 15 anni!!!) per proseguire poi di gran carriera verso Modena e di li a piedi con il freddo e la neve giunsero a San Pellegrino. In quell'inverno del 1573 era custode dell' eremo di San Pellegrino tale Pierone da Frassinoro che prima li accolse con diffidenza e poi saputo chi li mandava gli spalancò le porte del convento. La mattina di buon ora partirono verso Castelnuovo Garfagnana guidati da Pierone, giunti a Campori incontrarono lungo la loro strada proprio Filippo Pacchione che con fine sarcasmo e ironia così li accolse (vi riporto fedelmente le parole del brigante raccolte da Raffaello Raffaelli nel suo "Descrizione geografica storica della Garfagnana"):

-Madonna; ben conviene che importanti affari vi abbiano consigliata ad un viaggio che pochissimi si attentano in questa stagione di fare, e potete chiamarvi fortunata di non esser caduta nelle mani degli assassini che infestano questa strada.-
Pierone riconobbe il brigante e ormai anche se aveva passato gli 80 anni incuteva ancora timore. Ai novelli sposi come "regalia di nozze" Pacchione offrì la sua protezione attraverso le terre di Garfagnana e una volta rimandato a casa Pierone una scorta di briganti li accompagnò nei giorni
San Pellegrino in Alpe
a seguire attraverso Castelnuovo, Monte Perpoli, Gallicano e Borgo a Mozzano e li furono lasciati a rimuginare sullo scampato pericolo avendo sempre in mente le parole del brigante:
-Una gentil donna deve saper quant'è periglioso affrontar l'Appennino, onde fieri e spietati briganti non permettono a nessuno di passare indenni quelle strade...-

Così questa è la storia di Pacchione l'unico brigante che una volta morto venne reso l'onore delle armi dalle guardie estensi, gli venne riconosciuto "ossequio cavalleresco, lealtà e valore". 

Storie di un garfagnino di altri tempi...