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mercoledì 24 giugno 2020

Quando in Garfagnana eravamo dei briganti... Alle origini del misfatto

Costa da Ponteccio, il Pelegrin del Sillico, Virgilio da Castagneto
, Filippo Pacchione, Battistino e Bernardello da Magnano, nonchè Bastiano Coiaio. Questo elenco di persone non si riferisce certo a dei pii uomini di qualche ordine francescano, tutt'altro, erano fra i più spietati briganti che la Garfagnana abbia mai conosciuto. A guardare oggi la nostra valle e a coloro che la abitano è difficile pensare che la Garfagnana sia stata secoli fa terra di briganti. La pacifica gente che ora vi dimora sono i discendenti dei sopra citati manigoldi, che niente avevano da invidiare agli attuali seguaci delle associazioni a delinquere che sono in Italia. Eppure era così, così come è vero ed è giusto dire che l'apice di questo fenomeno fu toccato ben 500 anni or sono. Semmai vi fossero ancora dubbi su quanto la Garfagnana fosse una regione ostile ed al quanto difficile da gestire, possiamo citare la testimonianza di Guido Postumo, governatore della Garfagnana nel 1512. La lettera fu inviata al cardinale Ippolito d'Este: "Quella Vostra Signoria mi mandò qua per le occurrentie de questa provincia, la quale ho gubernato cum sincera fede et non ho manchà in cosa
alcuna, in modo che, o per la fatica o per altro, mi sono infirmato di una febra continua, trista, che non me movo da lecto, che invero non sono più bono per lo paese per la infermità mia, e più presto sono per nocere per la fama ch'io sia malato; et perché etiam io vado di male in pezo, et certo in pochi dì, per li gran fastidi ch'io ho da questi homini inobedienti, e per lo mal grande io ho, gie lasserò la vita, se Vostra Signoria non mi remove da qua". Il governatore è malato e la causa della sua malattia sono "questi homini inobedienti" e se qualora non venisse rimossò da queste terre "gie lasserò la vita". Ma perchè eravamo così tremendi e terribili? Quali furono le cause che ci portarono a diventare dei briganti crudeli e spietati? Analizziamo allora dove ebbe origine il male.
Il brigantaggio garfagnino affonda le sue radici nella povertà e nella miseria più nera. All'inizio ci fu una forte complicità fra il misero e il signore locale, un'intensa connivenza che con il
Connivenze fra briganti
 e signori locali
tempo assunse una forza tale da vincere lo Stato stesso, tanto da permettere a questa gente di farsi leggi e regole per conto proprio. Uno stato debole dunque, che con gli anni capì che questa gente era meglio farsela (segretamente) amica, anzichè nemica... questo atto fu "la benedizione" del brigantaggio garfagnino che cominciò a spadroneggiare in lungo e largo. Qualcuno al tempo nella corte estense si accorse dell'errore e invece di battersi il petto  e recitare il "mea culpa" cercò di "lavarsi l'anima" come meglio poteva. Certe relazioni di funzionari, infatti tentarono di attribuire il fenomeno all'indole della popolazione, non accorgendosi poi che la politica che stavano portando avanti avrebbe ancor di più ingrossato le fila di questi biechi malviventi. D'altronde le tasse erano diventate altissime e cieche, e andavano a colpire proprio una popolazione già di per sè povera, la stessa
La reggia estense di Ferrara
amministrazione della giustizia aveva grandi lacune, si mostrava infatti forte con i deboli e debole con i forti e in più esisteva un forte pregiudizio sul garfagnino, la sua terra dallo stato stesso era considerata un territorio di serie B, abitato da semplici montanari e da ignoranti pastori, senza dire poi che la conformità della montagna era luogo ideale per imboscate e allo stesso tempo era l'ambiente perfetto per nascondersi o rifugiarsi. Insomma, nonostante qualsiasi analisi fosse stata fatta al tempo, si può dire che il gioco era fatto: da uno parte avevamo uno stato complice e dall'altra c'era un popolo scontento del proprio governo. A godere a pieno di questa situazione erano i briganti che per i popolani erano dei giustizieri e dei vendicatori di un'inetto stato, come pure dei benefattori che sapevano furbescamente ingraziarsi la gente facendo delle regalie (sopratutto cibarie)distribuendole a destra e a manca. Dall'altra parte invece quali potevano essere i vantaggi che il governo estense poteva ottenere da questi farabutti? Naturalmente l'impunità di
La fortezza delle Verrucole che
 i briganti difesero per
conto degli Estensi
questi ribaldi aveva un prezzo. Giust'appunto molti briganti nostrali furono assoldati come mercenari nell'esercito estense, più di una volta i briganti non esitarono a difendere le effigia ducali, come nel caso della guerra che consentì ai duchi estensi di riappropriarsi di Reggio Emilia, o perchè non ricordare di quando i briganti difesero la Fortezza delle Verrucole dagli attacchi delle truppe di Papa Leone X? Mettiamoci allora nei panni di quei poveri governatori della Garfagnana che erano costretti a negoziare continuamente con il duca i margini della propria autorità. Nella maggior parte dei casi il duca invitava proprio ad una certa moderazione su questi personaggi e quando il governatore calcava (giustamente) un po' la mano ci pensava proprio il duca in persona, come quella volta che nel 1523 il Moro del Sillico fu arrestato e poco dopo fatto evadere con la complicità delle guardie, ottenendo poi dal regnante di casa
Il Sillico il paese del Moro
estense, prima la grazia e poi un nuovo contratto da mercenario. Malgrado questi intrighi e raggiri è giusto delineare bene la figura del brigante. Era un criminale o un Robin Hood? Per sgombrare ogni dubbio il brigante era colui che viveva di rapine, era un bandito, un masnadiere, un soldato mercenario che imperversava nella valle, ognuno nella sua zona di appartenenza. Tutto questo lo capì perfettamente e più di qualsiasi altra persona Messer Lodovico Ariosto, governatore di Garfagnana dal 1522 al 1525.In Garfagnana però non c'era tempo per fare il poeta, il suo compito principale fu quello di estirpare il brigantaggio da queste terre e si può dire senza ombra di dubbio che cercò di fare il possibile e anche di più per assolvere al meglio il suo dovere. Con il dovuto rispetto lo potremmo paragonare ad un Giovanni Falcone "ante litteram", fu un'attento analista dei (mis)fatti garfagnini e delle dinamiche politiche e sociali che lo circondavano: "Ogni terra in se stessa alza le corna, che sono ottantre, tutte partite, da la sedizion che ci circonda" . Ottantatre comunità "in sedizion",
Ludovico Ariosto
ovvero lo scontro fra le parti, è il primo e principale problema con cui si scontrò l'Ariosto al suo arrivo in Garfagnana e in una sua lettera inviata agli anziani di Lucca il poeta aveva già ben chiaro il quadro della situazione: "Di tutte queste montagne li assassini et omini di mala conditione sono signori, e non il papa, nè i fiorentini, nè il mio Signore, nè vostra Signoria". Significativa è la lettera che scrisse poi al Duca, è il 29 novembre 1522: "... questo poveromo che è stato rubato, prima che sia venuto da me, è stato dal figliolo e dal nipote di Bastiano Coiaio (n.d.r: noto brigante) e da Ser Evangelista, a provare se per mezzo loro potesse riavere la sua roba, non avendo potuto far niente è ricorso da me". I garfagnini quindi sapevano bene e bene avevano chiaro quali erano i rapporti di forza. Rapporti che erano regolati dai leader di fazioni opposte che regnavano incontrastati per l'assenza di un'aristocrazia radicata capace di controllare il territorio. Un vuoto di potere assordante che se associato agli scarsi mezzi repressivi messi a disposizione dagli ufficiali del governo consegnò di fatto ai capi delle famiglie (di briganti) più importanti il ruolo di regolatori di conflitti e di garanti della pace. Queste famiglie costituirono con il passare degli anni una vera e propria mappa del potere, ogni famiglia era suddivisa in
Banda di briganti
bande (composte più o meno da una quindicina di elementi) e ognuna di queste bande controllava una parte di territorio, naturalmente come sempre succede anche questa volta il connubio politica-potere andò a braccetto, ogni fazione era legata ad una parte politica a cui fare riferimento. Tutto questo lo svelò (proprio come fece Falcone 500 anni dopo con le cupole mafiose) Ludovico Ariosto che delineò un rigoroso quadro delle famiglie (di briganti) presenti in Garfagnana, suddividendole proprio per fazioni politiche. Esistevano quindi due parti, una denominata "italiana", favorevole alla Chiesa e a Firenze e una cosiddetta "francese", favorevole agli Estensi, che era tradizionalmente legata alla politica francese. La parte "italiana" era guidata da Pierino Magnano, Tommaso Micotti e Bastiano Coiaio e aveva il suo braccio armato in diverse bande, fra le quali spiccava quella del Moro del Sillico e dei suoi fratelli. Altre bande armate invece erano all'interno della giurisdizione estense e sia nei territori di Firenze che in quello della Chiesa curavano gli affari delle fazioni più lontane. La parte "francese",

era altresì guidata dai Ponticelli e dai Sandonnini. Per ben capire, entrambi le parti agivano su diversi livelli, da quello puramente criminale a quello istituzionale, dove cercavano di ricoprire il più possibile cariche pubbliche attraverso una miscela di consenso e minacce. Di fronte ad un quadro generale così disperato non rimaneva che un'unica soluzione, repressione totale e così l'Ariosto scriveva: " Metter le mani addosso a' loro padri, fratelli e parenti, e non li lasciare che non diano sicurtà che non torneranno li malfattori nel paese. A quelli che non hanno padre, saccheggiare le case, e poi arderle e spianare, tagliar le viti e gli arbori (n.d.r.: alberi)e distruggerli loro luoghi, ch'ogni modo non si potria trovar chi li comprasse. Poi saria bene battere per terra tutti li campanili, o vero aprirli, di sorte che potessino dar ricorso alli delinquenti et similiter le  rocche che vostra eccellenza non vuol far guardare". Certo, il duca nascondeva questi malfattori nelle proprie fortezze e come fare allora se oltre a questo al povero governatore venivano negati anche i soldati per attuare questo drastico piano?: "Io non cesso di pensare e di fantasticare come senza spesa del Signore Nostro io possi accrescere le mie forze, per fare che almeno questi ribaldi abbian paura di
Fanti rinascimentali
me"
. La richiesta di fanti fu esplicita, peraltro molto più utili di quei solo dodici balestrieri che erano a disposizione, questi fanti nei terreni accidentati e nelle profonde gole garfagnine infatti erano i più adatti, ma non furono inviati negli uni e ne gli altri. Per l'Ariosto questa mutilazione della sua autorità fu un problema non solo politico ma anche umano, senza l'appoggio del duca la sua figura perdeva di valore, essendo così alla mercè dei fuorilegge. Il suo morale era quindi "sotto i tacchi", tanto che arrivò ad ipotizzare di fuggire di notte per trovare rifugio a Ferrara. Non lo farà, ma in una lettera del 15 gennaio 1524 fece come il suo predecessore Guido Postumo, la richiesta fu la medesima che il suo collega aveva fatto dodici anni prima:"Se vostra eccelenzia non mi aiuta a difender l'onor de l'officio, io per me non ho la forza di farlo; che se bene io condanno e minaccio quelli che mi disubidiscano, e poi vostra eccellenzia li assolva, o determina in modo che mostri di dar più
La Rocca a Castelnuovo
dove abitava l'Ariosto
lor ragione che a me, essa viene a dar aiuto a deprimere l'autorità del magistro. Io vo' gridare a farne istanzia, e pregare e suplicare vostra eccelenzia che più presto mi chiami a Ferrara, che lasciarmi qui con vergogna"
.

Francesco Saverio Sipari (politico, poeta e scrittore del XIX secolo) parlando del brigantaggio in generale ebbe a dire che tale fenomeno si sarebbe esaurito con la rottura dell'isolamento delle regioni dimenticate, che in buona parte era dovuto dall'assenza di una rete infrastrutturale adeguata, di strade, di ferrovie e sopratutto d'istruzione. Così fu per la Garfagnana, man mano che i secoli passavano la valle cominciò ad aprirsi al mondo e più si apriva e più i briganti sparivano. Così il libro vinse per sempre sullo schioppo...




Bibliografia 
  • Dalla corte alla selva e ritorno: Ariosto in Garfagnana La Garfagnana: relazioni e conflitti nei secoli con gli Stati e i territori confinanti. Atti del Convegno tenuto a Castelnuovo di Garfagnana, Rocca Ariostesca, 9 e 10 settembre 2017, a cura di G. Bertuzzi, Modena, Aedes Muratoriana, 2018

mercoledì 19 agosto 2015

Il Moro del Sillico:le gesta di uno dei più spietati briganti che la Garfagnana ricordi

Il Sillico
In estate di feste e sagre in Garfagnana ce ne sono molte, tutte feste coinvolgenti, simpatiche e originali, dove si mangia bene e in ottima compagnia. Ma c'è una festa fra tutte che riporta ad antiche lotte cinquecentesche fra il governatore della Garfagnana Ludovico Ariosto e i briganti locali, questa festa si svolge al Sillico ed è dedicata al leggendario bandito detto "Il Moro" diventato famoso in epoca recente proprio grazie a questa tradizionale festa estiva. Molti persone infatti nell'approssimarsi di questo percorso enogastronomico ambientato nel 1500 mi chiedono lumi su questi briganti locali e infatti per soddisfare queste richieste mi sono dato da fare per cercare proprio notizie sul Moro del Sillico. Questi briganti spesso rimangono avvolti da un alone di leggenda e le loro gesta e malefatte hanno dato origine a storie e racconti rimasti a lungo nella memoria della gente.
Molte notizie su questo brigante che andrò a narrare sono tratte dalle lettere che (anche) l'Ariosto stesso inviava al duca di Modena, oltre che ad amici e conoscenti.
Il Moro del Sillico è indubbiamente il sillichino più famoso di tutti i tempi, sebbene la sua fama sia frutto di attività non sempre lecite...anzi, fu infatti uno dei banditi più temuti della zona e la sua origine sillichina gli valse la libertà più volte. Giuliano così si chiamava "il Moro" faceva parte come ben si sa della banda del Sillico, che da come si legge era così composta:

" I figli del Peregrin del Sillico, in primo luogo il Moro, poi Giugliano (che abita Ceserana in casa della moglie, che è sorella della moglie del Moro), Baldone".


La cosa perlopiù si svolgeva in famiglia.Il Peregrin era il babbo del Moro, mentre Baldone e Giugliano erano i due fratelli. Il Moro e il Giugliano avevano sposato due sorelle di Cigerana (Ceserana) ed essi soggiornavano spesso in quel luogo. Pare che entrambi ci vivessero quasi abitualmente, ma essi erano banditi ed era espressamente vietato per le comunità ospitare un bandito. Così l'Ariosto, quando accadde che il Moro e i suoi fratelli in combutta con altri manigoldi del luogo "assassinarono un prete pisano" proprio in quei luoghi, dovette infliggere al Comune di Cigerana una multa di 300 ducati. Ma se ne angustiava, perchè era consapevole che quel comune era vittima di quei ribaldi e non era certo in grado di arrestarli o di cacciarli perchè costoro " ...con li banditi loro seguaci, si son fatti tiranni e signori di quel luogo". D'altra
La casa natale del Moro del Sillico
parte, bene o male bisognava risarcire il prete assassinato per "l'onore di vostra eccellenzia", per cui non potendo catturare i colpevoli, si era penalizzato il povero comune di ben 300 ducati per aver tollerato la presenza del Moro, più altri 100 di risarcimento per il prete pisano

Per l'Ariosto quindi fu molto difficile dare del filo da torcere al Moro proprio perchè la banda godeva protezione dal duca in persona Alfonso I d'Este, tutto ciò perchè il Sillico e i suoi abitanti godevano di particolari attenzioni presso il duca in quanto prima comunità della Garfagnana a chiedere di passare nel ducato e sopratutto perchè oltre ad essere dei malfattori il Moro e compagnia bella erano mercenari al soldo di sua eccellenza Alfonso I, e più di una volta senza problemi non esitarono a difendere le effigia ducali, come nel caso nella campagna che consentì alla morte di Papa di Adriano VI (n.d.r: 19 settemmbre 1523) di riappropriarsi della città di Reggio Emilia o perchè no, non ricordare quando i briganti difesero la Fortezza della Verrucole dagli attacchi delle truppe di Papa Leone X (n.d.r:1520) quando volle togliere la provincia della Garfagnana agli Estensi. Figurarsi il povero Ludovico Ariosto in questi casi come era felice, più questi delinquenti erano lontani dalla Garfagnana impegnati nelle battaglie e meno problemi creavano in giro per la valle e alla povera gente nella speranza poi che il duca li tenesse il più a lungo possibile al di fuori dei confini nostrali, addirittura in una lettera del 20 novembre 1523 in cui si fa riferimento proprio al Moro e ai suoi fratelli, l'Ariosto in persona invita lo stesso duca ad assoldarli nel suo esercito e si scusa poi con lo stesso duca per il ritardo con cui l'ultima volta si sono presentati al cospetto di sua altezza, ma purtroppo (come si legge fra il serio e il faceto) sono poveri e non avevano i soldi per il viaggio e solo dopo aver raccolto le castagne sono stati in grado di farlo, "comunque stia tranquillo che avrà buon servizio, perchè credo che sieno valenti e fidelissimi a chi servono".
Alla fine della storia, che che se ne dica, L'Ariosto riuscì a catturare il Moro e nonostante che si pensi il contrario, il povero Ludovico non fece la fine di Willy il coyote che non riesce mai a catturare Beep-Beep, infatti nel 1523 il Moro è in carcere in attesa dell'estremo giudizio che non può essere altro che la pena di morte in pubblica piazza, ma già corre voce che gli amici del Moro abbiano chiesto la grazia al duca, ma lo stesso duca di fronte alle evidenze e come si suol dire "per non farla troppo sporca" difficilmente concederà la grazia, ma in qualche maniera la pelle al Moro bisognava salvarla, così notte tempo il figlio di Bastian Coiaio (n.d.r: signorotto, capofazione di Trassilico nonchè protettore politico della banda del Sillico) senza colpo ferire entra in
Briganti in azione
carcere con la scusa di visitare l'amico Moro, lasciandogli però un coltello con il quale indisturbato potè scassinare l'uscio della cella e fuggire, in barba alle "distratte" guardie. Ludovico Ariosto appresa la notizia va su tutte le furie e in una lettera al duca del 29 agosto 1523 lo informa fra l'altro del contegno sprezzante di Bastian Coiaio il quale "con la sua solita insolentia ha detto parole assai altiere"
, dicendo che lui è perfettamente informato di ciò che l'Ariosto scrive al duca, cercando di intimorirlo affinchè la smetta di scrivere cose negative sul Moro e sui suoi fratelli.
Insomma erano tempi difficili per la Garfagnana, il Moro e la sua banda ( ma non solo loro) mettevano a ferro e fuoco la valle. Non si può dimenticare allora quando due figli di Ser Evangelista del Sillico (n.d.r: noto personaggio di rilievo e colluso con la banda del Moro) erano scesi a Castelnuovo tentando di violentare una donna, che fra l'altro era l'amante di un altro importante personaggio tale Acconcio, che si salvò solamente per l'intervento del Capitano di Ragione di Castelnuovo, per tutta risposta uno zio dei due violentatori tale prete Iob (sottolineo prete) spaccò la testa alla madre della povera ragazza che denunciò al vescovo il prete, ma senza risultato. Si, perchè altra categoria di personaggi che turbavano e disturbavano con i loro discutibili comportamenti erano proprio i preti, avevano comportamenti assolutamente delinquenziali (è giusto dirlo) e in più erano fra i grossi protettori del Moro (e di altri briganti). Erano i preti stessi che nascondevano i furfanti all'interno dei campanili delle chiese, essi infatti approfittavano della legge che diceva che i prelati non potevano essere condannati dalle autorità civili, ma solo da quelle ecclesiastiche, ma il fatto grave (come poi succede oggi...) che i vescovi punivano i preti in maniera molto blanda o non li punivano
Il Duca Alfonso d' Este, un duca
dalla manica larga
affatto. L'Ariosto voleva (giustamente) che anche i preti cadessero sotto il rigore della legge come qualunque cittadino e aveva scritto ai vescovi perchè "li dessino autorità sopra li preti"... ci possiamo immaginare la risposta. Rimane il fatto che
 la fine che fece il Moro e la sua banda a me non è dato sapere, comunque nel tempo la figura del Moro è stata variamente romanzata nei racconti popolari, ed oggi è visto come una sorta di Robin Hood, un bandito più vicino alla povera gente di quanto non lo fossero le autorità, ma non era così, ed è giusto che la storia lo ricollochi al posto che merita: come uno dei più terribili e spietati briganti che la Garfagnana abbia mai conosciuto.

sabato 10 gennaio 2015

Vecchi fatti di una Garfagnana mai raccontata.Quando omicidi e corruzione la facevano da padrone

Storie di altri tempi che in un certo qual modo sembrano storie di
Briganti sui monti
oggi,fatte di quelle strane connivenze che ormai tutti conosciamo tra Stato e malavita.Eppure sono passati 500 anni dai fatti che vi andrò ad esporre e come spesso accade una delle prerogative dello studio della storia fa a farsi benedire.La storia fra le sue molteplici funzioni avrebbe anche quella di insegnare ai posteri di non ricommettere gli errori del passato,ma non è sempre così se Ludovico Ariosto in una lettera del 23 novembre 1523 indirizzata al duca di Ferrara riferendosi in questo caso a Battistino Magnano uno fra i più temuti briganti di Garfagnana gli scrive chiaramente e senza mezzi termini: "...credo che ancho quel Battistino Magnano, che appresso a Bernardetto è il maggior assassino che havesse questo paese, si trovi al soldo di Vostra Eccellenza...". Si, perchè Ludovico Ariosto venne in Garfagnana mal volentieri ma con tutti i buoni propositi del mondo come commissario estense mandato li per estirpare il brigantaggio e il malaffare che prosperavano in tutta la valle.Questo che andrò a raccontarvi è uno spaccato di vita impressionante che offre l'opportunità di farci un'immagine di quello che era la quotidianità in Garfagnana nel secondo  decennio del 1500, che non discosta (ma anzi certe volte la supera) da quella che era la Sicilia mafiosa dei Provenzano e dei Riina. Sembra il narrare di storie recenti che abbiamo sentito raccontare in questi anni dai pentiti di mafia. Ma addentriamoci nell'argomento e cominciano con il dire che la nostra bella Garfagnana era una terra all'epoca di banditi e di violenza di ogni sorta, si andava dall'assassinio, al furto e ad angherie varie e il potere centrale (in questo rappresentato dagli Estensi) veniva percepito come una cosa lontana, incapace di imporre una legalità in questo angusto lembo di terra dove vivevano dei personaggi
Ludovico Ariosto
abbastanza influenti che da una parte erano fedeli agli Estensi, ma allo stesso modo tenevano commerci con furfanti di ogni risma.Il povero Ariosto si trovava in una situazione disperata tant'è che diceva ai suoi collaboratori che in Garfagnana non comanda nè il duca,nè i lucchesi,nè i fiorentini ma "bensì i ribaldi che la infestano impunemente". La causa di tale situazione bisogna ricercarla nelle due fazioni politiche (la politica c'è sempre di mezzo...) che prosperavano nella zona:la parte francese, a cui apparteneva lo stesso duca Alfonso I, che era ostile al Papa e favorevole ai francesi, e la parte italiana, favorevole alla politica papale-medicea.A dire il vero bisogna dire che poi ai garfagnini non interessavano tanto le questioni politiche in senso stretto, ma queste servivano a nascondere interessi personali e locali ed erano questi interessi che provocavano l'illegalità che sfociava nella delinquenza comune. Di questi delinquenti e briganti l'Ariosto attraverso le sue indagini compose prontamente una lista come oggi farebbe l'F.B.I per i maggiori ricercati del mondo e questo è l'elenco dei più pericolosi criminali di tutta la Garfagnana, il fior fior dei briganti in parole povere:



-I figli del Peregrin del Sillico,in primo luogo il Moro, poi Giugliano (che abita a Ceserana in casa della moglie, che è sorella della moglie del Moro), Baldone
-Quelli del Costa,provenienti dalla zona di Ponteccio:Battistino Magnano,Bernardello,Bertagnetto,Ginese,Filippo Pachione, Pelegrinetto, il Frate, Pierlenzo, Ulivo e Nicolao Madalena
-Quelli di Sommocolonia nel barghigiano,che erano spesso in combutta coi delinquenti nostrani: Togno di Nanni del Calzolaro, Donatello, Bogietto detto Cornacchia
-Il Margutte di Camporeggiano (Camporgiano)

Non pensiamo a questi briganti come dei delinquenti a se stanti, ma come tutte le associazioni a delinquere che si "rispettano" potevano contare su una fitta rete di protezioni a livello di amministratori locali, come in questo caso di alcuni capi fazione come Bastiano Coiaio di Trassilico e Pierino Magnano di Castelnuovo.Insomma era un groviglio fra politica e delinquenza.Tutto però il nostro buon Ariosto aveva predisposto per l'arresto di questi furfanti,era pronto come si suol dire per far scattar le manette,già un egregio lavoro era stato fatto nell'individuare la "cupola", ma non era così facile se per esempio a Camporgiano nel 1523 (una delle terre più frequentate dai manigoldi) fu individuato dai balestrieri ducali "il Frate"uno fra i più pericolosi briganti in circolazione che stava giocando tranquillamente a carte nella taverna del paese con gente del posto.Al momento della cattura gli stessi clienti della taverna lo fecero fuggire "lo nascosero e lo fero fuggire in un campo di canape" . Naturalmente tutti sapevano dov'era, ma nessuno lo denunciò,anche il notaio di Camporgiano certo Costantino di Castelnuovo sapeva, ma anche lui tacque e poi lo stesso Ariosto
Alfonso I d'Este un duca un po'
di manica larga...

annotò riferendosi sempre al notaio "..il qual poi si escusa che non vole essere amazzato".Fra l'omertà della gente e la paura che regnava sovrana il povero commissario era nello sconforto più totale anche perchè fu tutto più chiaro quando venne evidentemente a galla la protezione del duca per questi fuorilegge,come nel caso del più famoso brigante garfagnino "il Moro del Sillico" (reso celebre dalla bella festa in costume storico che ogni estate nel suo nome si svolge proprio nel paese omonimo) quando finalmente fu catturato.A piena voce gli amici e i compagni del Moro chiedevano la grazia per il loro amico giustificando come meglio potevano le sue azioni delittuose,ma di fronte all'evidenza dei fatti(e a malincuore) il duca non la concesse,ma per salvare il brigante si studiò però un altro escamotage con la complicità delle guardie stesse quando un suo compagno (il figlio di Bastiano Coiaio) lo andò a trovare in carcere e gli lasciò un coltello con il quale scassinò la porta della cella e fuggì senza colpo ferire.Ma perchè questa marmaglia aveva questo forte ascendente sul duca? Questi furfanti in verità e furbescamente svolgevano due "mestieri", il primo (come ben si sa ) era il brigante, il secondo era il soldato.Il "Moro"  e la sua cricca erano dei valenti e fedelissimi soldati al servizio di sua Maestà il duca.Dell'esercito ducale faceva parte il "Moro"con i fratelli Giugliano e Baldone, "il Peregrin" e altri ancora che poi in seguito partirono per la campagna di guerra che consentì ad Alfonso I d'Este (dopo la morte di Papa Adriano VI)di riappropriarsi della città di Reggio Emilia, figuriamoci dunque se l'eccellentissimo duca gli avesse fatto uno sgarbo.Altra categoria di personaggi che turbavano la Garfagnana e le buone persone con i loro discutibili comportamenti erano i preti, amici dei briganti che nascondevano nelle chiese e nei campanili e quando il caso e la giustizia voleva che fossero scoperti tali preti non potevano essere condannati dalle autorità civili ma solamente da quelle ecclesiastiche che da loro venivano puniti in maniera molto blanda (come d'altronde succede oggi...).A poco servivano le continue sollecitazioni che l'Ariosto faceva agli stati confinanti (Lucca e Firenze) affinché tutti insieme collaborassero vicendevolmente alla cattura dei delinquenti, ma non c'era niente da fare se il proprio duca dispensava grazie a destra e a manca ai peggiori banditi come Battistino Magnano
La casa natale del Moro al Sillico e la chiesa
graziato per aver mantenuto la difesa della Fortezza delle Verrucole quando Papa Leone X (1520) tolse al duca la provincia della Garfagnana riuscendo appunto a conservare la Fortezza, un punto strategico e perciò come detto Battistino "ottenne grazia benignissima".
Qualche anno dopo capitò la grande occasione quando nella tarda estate del 1523 i banditi più temuti si erano recati a Ferrara e il duca invece di prendere "la bella occasione di purgare il paese di queste male herbe" (come ebbe a dire l'Ariosto in un'altra sua lettera) preferì concludere "una pace universale" assicurando loro ancora una volta grazia di ogni delitto e bando.
Ludovico Ariosto nel giugno del 1525 venne richiamato a Ferrara e lascerà la Garfagnana con un grande sospiro di sollievo tornando a fare in beata pace quello che per oggi tutti lo conosciamo:il poeta...