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mercoledì 9 gennaio 2019

Al cuor non si comanda...Ludovico Ariosto e "il mal di Garfagnana"

"L'amor che move il sole e l'altre stelle", così Dante chiude con
Ludovico Ariosto e Alessandra Benucci
quest'ultimo verso il Paradiso e la Divina Commedia, ma non ci occuperemo del Sommo Poeta, ma di un suo collega che verrà al mondo circa centosettanta anni dopo questo componimento. In effetti questa frase calza proprio a pennello all'illustrissimo Ludovico Ariosto, governatore della Garfagnana dal 1522 al 1525...e bando ai convenevoli, penso che lo possiamo dire chiaramente, lui in Garfagnana ci stava proprio male: "Ognuno dica quel che vuole, e pensi quello che gli pare: insomma ti confesso che qui ho perduto l'allegria, il divertimento e la felicità..." e (aggiungo io)l'amore, ma lui questo non lo poteva dire (e vedremo perchè).

Per il vero amore, quello con la A maiuscola si farebbe ogni cosa, quante cose strampalate abbiamo fatto per amore, quante volte il
nostro cuore batteva allo spasimo per amori lontani...e questo era proprio il caso di messer Ariosto e del suo mal di Garfagnana. Partiamo dall'inizio e analizziamo allora perchè decise di venire in Garfagnana e lasciare il cuore oltre Appennino a battere per una gentil donzella e vediamo allora che nella vita non è solo l'amore che fa muovere il sole e le stelle ma anche... il "vil denaro", è si proprio così, Ludovico Ariosto aveva bisogno di palanche. L'anno prima del suo arrivo nella valle a suo detto fatta da "gente inculta, simile al luogo ove ella è nata e avvezza" aveva pubblicato la seconda edizione de "L'Orlando Furioso" esponendosi finanziariamente e aveva bisogno di uno stipendio sicuro che gli poteva offrire solo la corte estense. Così il 20 febbraio 1522 con solo nove soldati al seguito partì per Castelnuovo Garfagnana. Alfonso I d'Este duca di Ferrara e uomo d'arme lo avvertì, la Garfagnana non era la corte estense fatta di salamelecchi e riverenze e li non c'era tempo "...di scrivere quelle vostre coglionerie", lo sapeva anche lui d'altronde, che così disse: "Mi fecero da poeta a uomo di governo". La situazione infatti non era proprio delle migliori per un'inesperto; da un punto di
Alfonso I d'Este
vista politico il quadro globale era esplosivo, Lucca stava vivendo la paura per l'espansionismo di Firenze, altri Stati ancora vedevano di cattivo occhio il problema del papato e della donazione della Garfagnana agli Estensi, da un punto di vista sociale poi non se ne parlava: liti, furti, omicidi erano all'ordine del giorno, il comportamento dei preti che avrebbero potuto mitigare il problema era invece tra i più riprovevoli, tanto da macchiarsi anche loro di crimini e fornire poi protezione ai banditi, inoltre se ci vogliamo mettere anche l'aspetto morfologico: strade dissestate, impervie montagne e neve in quantità...Insomma aveva proprio ragione il duca, comporre versi per l'Ariosto era l'ultimo dei problemi e il suo buon stipendio se lo doveva proprio guadagnare. Possiamo immaginare allora lo stato d'animo del Signor Governatore, i sentimenti sicuramente che prevalevano nel suo animo erano solitudine, angoscia, paura e prendeva sempre più coscienza di ciò che aveva lasciato a Ferrara, sentiva la mancanza di Alessandra, gentildonna da lui amata in gran segreto.

"Questa è una fossa, ove abito, profonda, donde non muovo piè senza salire, del silvoso appenin la fiera sponda. O stiami in Rocca o voglio all'aria uscire, accuse e liti sempre e gridi ascolto, furti, omicidii, odi, vendette et ire". Tant'è che in tre anni di sua permanenza furono solo sei  le uscite che il poeta fece fuori dalla
La Rocca ariostesca a Castelnuovo,
casa dell'Ariosto negli anni del governatorato
Rocca (oggi a lui dedicata)e poi saremmo stati anche gente rissosa, ma l'Ariosto la mette giù dura, più di quanto in effetti fosse, ma come detto il problema era un altro: "chercez la femme". E che femmina!!! Lei si chiamava appunto Alessandra di nome e Benucci di cognome. Benucci era infatti il cognome da signorina (ed ecco qui l'inghippo...), da signora invece faceva Strozzi, moglie del mercante fiorentino Tito Strozzi che frequentava la corte estense per affari...e così siamo alla solita storia...I due innamorati clandestini si conobbero in quel di Firenze il 24 giugno del 1513, nel giorno dedicato a San Giovanni Battista e si conobbero niente di meno che nella casa del Vespucci e subito, se non fu amore a prima vista poco ci mancò: "Dico che l giorno che di voi m'accesi, non fu che l primo viso pien di dolcezza e li real costumi vostri mirassi affabili e cortesi", del resto lo Strozzi era sempre via per lavoro... Fortuna (per l'Ariosto) volle
Alessandra Benucci
che due anni dopo il primo incontro, nel 1515, messer Strozzi se ne andò all'altro mondo. Strada spianata allora direte voi, niente di più falso. Ludovico Ariosto da un punto di vista sentimentale si ammantò sempre d'ambiguità e stretto riserbo, aveva tenuto sempre nascosto i suoi amori e n'aveva ben donde dato che ebbe due figli da donne diverse ma dal mestiere uguale: governanti presso casa Ariosto, rimane il fatto di un piccolo particolare, un bimbetto fu riconosciuto l'altro no. E lo stesso riserbo fu riservato per Alessandra, anche se ad onor del vero stavolta pareva amore vero. Per farla breve il mal di Garfagnana come abbiamo visto aveva un nome, un cognome e sopratutto una sottana. Non sarebbe però neanche giusto ridurre tutto ad una sottana è anche equo e doveroso aggiungere due o tre "cosette"che influirono pesantemente sulla sua insofferenza. Si può notare anche nelle 156 lettere inviate a tutte le Signorie toscane e non, dove si lamenta che ai pochi soldati che ha a disposizione la paga mensile era a discapito personale e che nonostante i forti valori di onore, giustizia ed equità a cui lui credeva, quello che ci credeva un po' meno era proprio Alfonso d'Este duca di Ferrara e mentre da una parte l'Ariosto svolgeva una dura repressione contro i briganti, dall'altra il duca si dimostrava accomodante se non addirittura compiacente, al che, preso dallo sconforto più totale gli scappò detto:" Io non sono omo da governare gli altri omini". Alla fine dei conti però "il buon" duca si prese il cuore in mano e decise finalmente di toglierlo dall'inferno garfagnino offrendogli un ruolo di tutto prestigio: ambasciatore a Roma! Cavolo, evviva avrà detto lui! Macchè... e parafrasando Garibaldi...o Ferrara o morte...dalla bella Alessandra che "tien del mio cor solo la briglia". Rinunciava
Briganti Garfagnini
così a qualsiasi carica governativa tornando a fare quello che più gli piaceva: il poeta, attività quasi del tutto abbandonata negli anni garfagnini per "aver sempre villani alle orecchie". Così nella primavera del 1525 prese armi e bagagli e tornò dalla sua amata. Storia finita allora, ma certo che no! Ci fu invece la coronazione di tanti patimenti:le giuste nozze con Alessandra Benucci nell'imprecisata data del 1528, imprecisata perchè  gli sposini non contenti di aver avuto dapprima una relazione segreta, adesso avevano avuto la brillante idea di fare un matrimonio segreto. Segreto, perchè ciò evitava che la nobildonna potesse perdere la tutela e sopratutto il patrimonio dei (cinque) figli avuti dal matrimonio con lo Strozzi, morto (quel "disgraziato") senza aver fatto testamento. Dall'altro canto a Ludovico Ariosto non pareva vero, dato che anche a lui il finto celibato gli consentiva di non perdere i benefici ecclesiastici acquisiti a suo tempo. Quindi i due continuarono a vivere separati (e allora tutta 'sta voglia di fuggire dalla Garfagnana?), anche se il poeta a casa della
La casa della Benucci a Ferrara
 quando era già signora Ariosto
moglie andava spesso...li teneva denari, preziosi e copie dell'Orlando Furioso. Finalmente poi, Dio volle, nel 1533 dopo cinque anni di matrimonio lo sposalizio fu reso pubblico...peccato che l'Ariosto era morto...pertanto la gentildonna Alessandra Benucci così facendo ereditò denari e mobili del vate. Al figlio di lui, Virginio, andarono duecento scudi e le...copie del poema.



Bibliografia


  • "Ariosto l'amore nascosto" Corriere Fiorentino 3 maggio 2016 di Chiara Dino
  • "Lettere di Ludovico Ariosto con prefazione storico-critica, documenti e note" per cura di Antonio Cappelli editore Hoepli 1887
  • "E tien del mio cor solo la briglia. l'amore clandestino dell'Ariosto" di Pierluigi Panza, Corriere della Sera, 1 luglio 2018

mercoledì 19 agosto 2015

Il Moro del Sillico:le gesta di uno dei più spietati briganti che la Garfagnana ricordi

Il Sillico
In estate di feste e sagre in Garfagnana ce ne sono molte, tutte feste coinvolgenti, simpatiche e originali, dove si mangia bene e in ottima compagnia. Ma c'è una festa fra tutte che riporta ad antiche lotte cinquecentesche fra il governatore della Garfagnana Ludovico Ariosto e i briganti locali, questa festa si svolge al Sillico ed è dedicata al leggendario bandito detto "Il Moro" diventato famoso in epoca recente proprio grazie a questa tradizionale festa estiva. Molti persone infatti nell'approssimarsi di questo percorso enogastronomico ambientato nel 1500 mi chiedono lumi su questi briganti locali e infatti per soddisfare queste richieste mi sono dato da fare per cercare proprio notizie sul Moro del Sillico. Questi briganti spesso rimangono avvolti da un alone di leggenda e le loro gesta e malefatte hanno dato origine a storie e racconti rimasti a lungo nella memoria della gente.
Molte notizie su questo brigante che andrò a narrare sono tratte dalle lettere che (anche) l'Ariosto stesso inviava al duca di Modena, oltre che ad amici e conoscenti.
Il Moro del Sillico è indubbiamente il sillichino più famoso di tutti i tempi, sebbene la sua fama sia frutto di attività non sempre lecite...anzi, fu infatti uno dei banditi più temuti della zona e la sua origine sillichina gli valse la libertà più volte. Giuliano così si chiamava "il Moro" faceva parte come ben si sa della banda del Sillico, che da come si legge era così composta:

" I figli del Peregrin del Sillico, in primo luogo il Moro, poi Giugliano (che abita Ceserana in casa della moglie, che è sorella della moglie del Moro), Baldone".


La cosa perlopiù si svolgeva in famiglia.Il Peregrin era il babbo del Moro, mentre Baldone e Giugliano erano i due fratelli. Il Moro e il Giugliano avevano sposato due sorelle di Cigerana (Ceserana) ed essi soggiornavano spesso in quel luogo. Pare che entrambi ci vivessero quasi abitualmente, ma essi erano banditi ed era espressamente vietato per le comunità ospitare un bandito. Così l'Ariosto, quando accadde che il Moro e i suoi fratelli in combutta con altri manigoldi del luogo "assassinarono un prete pisano" proprio in quei luoghi, dovette infliggere al Comune di Cigerana una multa di 300 ducati. Ma se ne angustiava, perchè era consapevole che quel comune era vittima di quei ribaldi e non era certo in grado di arrestarli o di cacciarli perchè costoro " ...con li banditi loro seguaci, si son fatti tiranni e signori di quel luogo". D'altra
La casa natale del Moro del Sillico
parte, bene o male bisognava risarcire il prete assassinato per "l'onore di vostra eccellenzia", per cui non potendo catturare i colpevoli, si era penalizzato il povero comune di ben 300 ducati per aver tollerato la presenza del Moro, più altri 100 di risarcimento per il prete pisano

Per l'Ariosto quindi fu molto difficile dare del filo da torcere al Moro proprio perchè la banda godeva protezione dal duca in persona Alfonso I d'Este, tutto ciò perchè il Sillico e i suoi abitanti godevano di particolari attenzioni presso il duca in quanto prima comunità della Garfagnana a chiedere di passare nel ducato e sopratutto perchè oltre ad essere dei malfattori il Moro e compagnia bella erano mercenari al soldo di sua eccellenza Alfonso I, e più di una volta senza problemi non esitarono a difendere le effigia ducali, come nel caso nella campagna che consentì alla morte di Papa di Adriano VI (n.d.r: 19 settemmbre 1523) di riappropriarsi della città di Reggio Emilia o perchè no, non ricordare quando i briganti difesero la Fortezza della Verrucole dagli attacchi delle truppe di Papa Leone X (n.d.r:1520) quando volle togliere la provincia della Garfagnana agli Estensi. Figurarsi il povero Ludovico Ariosto in questi casi come era felice, più questi delinquenti erano lontani dalla Garfagnana impegnati nelle battaglie e meno problemi creavano in giro per la valle e alla povera gente nella speranza poi che il duca li tenesse il più a lungo possibile al di fuori dei confini nostrali, addirittura in una lettera del 20 novembre 1523 in cui si fa riferimento proprio al Moro e ai suoi fratelli, l'Ariosto in persona invita lo stesso duca ad assoldarli nel suo esercito e si scusa poi con lo stesso duca per il ritardo con cui l'ultima volta si sono presentati al cospetto di sua altezza, ma purtroppo (come si legge fra il serio e il faceto) sono poveri e non avevano i soldi per il viaggio e solo dopo aver raccolto le castagne sono stati in grado di farlo, "comunque stia tranquillo che avrà buon servizio, perchè credo che sieno valenti e fidelissimi a chi servono".
Alla fine della storia, che che se ne dica, L'Ariosto riuscì a catturare il Moro e nonostante che si pensi il contrario, il povero Ludovico non fece la fine di Willy il coyote che non riesce mai a catturare Beep-Beep, infatti nel 1523 il Moro è in carcere in attesa dell'estremo giudizio che non può essere altro che la pena di morte in pubblica piazza, ma già corre voce che gli amici del Moro abbiano chiesto la grazia al duca, ma lo stesso duca di fronte alle evidenze e come si suol dire "per non farla troppo sporca" difficilmente concederà la grazia, ma in qualche maniera la pelle al Moro bisognava salvarla, così notte tempo il figlio di Bastian Coiaio (n.d.r: signorotto, capofazione di Trassilico nonchè protettore politico della banda del Sillico) senza colpo ferire entra in
Briganti in azione
carcere con la scusa di visitare l'amico Moro, lasciandogli però un coltello con il quale indisturbato potè scassinare l'uscio della cella e fuggire, in barba alle "distratte" guardie. Ludovico Ariosto appresa la notizia va su tutte le furie e in una lettera al duca del 29 agosto 1523 lo informa fra l'altro del contegno sprezzante di Bastian Coiaio il quale "con la sua solita insolentia ha detto parole assai altiere"
, dicendo che lui è perfettamente informato di ciò che l'Ariosto scrive al duca, cercando di intimorirlo affinchè la smetta di scrivere cose negative sul Moro e sui suoi fratelli.
Insomma erano tempi difficili per la Garfagnana, il Moro e la sua banda ( ma non solo loro) mettevano a ferro e fuoco la valle. Non si può dimenticare allora quando due figli di Ser Evangelista del Sillico (n.d.r: noto personaggio di rilievo e colluso con la banda del Moro) erano scesi a Castelnuovo tentando di violentare una donna, che fra l'altro era l'amante di un altro importante personaggio tale Acconcio, che si salvò solamente per l'intervento del Capitano di Ragione di Castelnuovo, per tutta risposta uno zio dei due violentatori tale prete Iob (sottolineo prete) spaccò la testa alla madre della povera ragazza che denunciò al vescovo il prete, ma senza risultato. Si, perchè altra categoria di personaggi che turbavano e disturbavano con i loro discutibili comportamenti erano proprio i preti, avevano comportamenti assolutamente delinquenziali (è giusto dirlo) e in più erano fra i grossi protettori del Moro (e di altri briganti). Erano i preti stessi che nascondevano i furfanti all'interno dei campanili delle chiese, essi infatti approfittavano della legge che diceva che i prelati non potevano essere condannati dalle autorità civili, ma solo da quelle ecclesiastiche, ma il fatto grave (come poi succede oggi...) che i vescovi punivano i preti in maniera molto blanda o non li punivano
Il Duca Alfonso d' Este, un duca
dalla manica larga
affatto. L'Ariosto voleva (giustamente) che anche i preti cadessero sotto il rigore della legge come qualunque cittadino e aveva scritto ai vescovi perchè "li dessino autorità sopra li preti"... ci possiamo immaginare la risposta. Rimane il fatto che
 la fine che fece il Moro e la sua banda a me non è dato sapere, comunque nel tempo la figura del Moro è stata variamente romanzata nei racconti popolari, ed oggi è visto come una sorta di Robin Hood, un bandito più vicino alla povera gente di quanto non lo fossero le autorità, ma non era così, ed è giusto che la storia lo ricollochi al posto che merita: come uno dei più terribili e spietati briganti che la Garfagnana abbia mai conosciuto.

mercoledì 8 luglio 2015

Gli stemmi comunali della Garfagnana: ecco il loro curioso significato...

Avete mai dato un'occhiata allo stemma del vostro comune? Ma cosa mai vorranno dire tutti quei simboli? Fiori, galli,torri,leoni e perfino una bomba. Buona parte di queste effigi campeggiano negli stemmi comunali di tutta la Garfagnana e tutto queste figure fanno parte di un mondo complicatissimo e veramente difficile da interpretare, qui si entra nel campo dell'araldica. L'araldica è quella materia di cui si interessano esimi professori, che studia il blasone,cioè gli stemmi. In altre parole è quel settore del sapere che ha lo scopo di individuare, riconoscere, descrivere e catalogare gli elementi grafici di uno stemma per identificare in modo certo una famiglia, un gruppo di persone o una istituzione. Ecco, un'istituzione, come ad esempio i nostri comuni.Oggi cercheremo di capire comune per comune il significato di questi emblemi.In questo viaggio fra gli stemmi della Garfagnana mi farò aiutare dal volume "Blasonario della Garfagnana" del professor Francesco Boni De Nobili, noto scrittore e araldista.Quindi se vi fa piacere entreremo nei meandri della simbologia di questi stemmi e andremo ad analizzare uno per uno tutti i 16 comuni (+ 3)  cercando di spiegare il loro significato sconosciuto a molti,ne verrà fuori un quadro sicuramente curioso ed interessante.Non mi dilungherei di più e andrei a cominciare dal blasone che rappresenta tutta la Garfagnana essendo fra l'altro l'emblema stesso dell' "Unione dei Comuni della Garfagnana".
Prima di cominciare però vorrei fare una premessa, questa analisi andrà a descrivere gli emblemi di oggi, poichè nei secoli passati o sono cambiati radicalmente o gli attuali sono stati modificati in qualche variante.Vorrei aggiungere che la ricerca dei significati e dei colori  di questi stemmi dei comuni garfagnini si fonda essenzialmente su tre ulteriori fonti:i timbri comunali risalenti più o meno al primo decennio successivo all'annessione al Regno d'Italia, il frontespizio del volume del Raffaelli "Descrizione geografica,storica, economica della Garfagnana" (1879) e il volume "Gli stemmi dei comuni della Toscana"(1860) realizzato da Angelo Ardinghi.Userò inoltre, come giusto che sia, per la descrizione degli stemmi le terminologie (comprensibili) che si usano in araldica.

"Unione dei Comuni della Garfagnana": D'azzurro, alla bomba nera,infiammata di rosso in alto e ai lati
Motto: LOCO ET TEMPORE
Stemma derivante dall'impresa vittoriosa di Alfonso I d'Este (regnante in Garfagnana dal 1505 al 1534) contro gli spagnoli e l'esercito pontificio. Stemma detto della "granata svampante" con il motto "Loco et Tempore" coniato da Ludovico Ariosto come monito ad agire nel momento giusto e nel luogo giusto, come la bomba che scoppiava appunto nel luogo e nel momento giusto
Camporgiano: D'azzurro, a una fortezza d'oro, terrazzata di verde,merlata di otto pezzi,murata di nero, sormontata in capo da due stelle di sei punte d'oro,inframezzate da una cometa con coda d'azzurro
La versione ottocentesca tratta dal libro comunale presenta alcune innovazioni. La fortezza ricorda il possente torrione del castello quattro-cinquecentesco, sede dei giudici. La bandiera sventolante sulla torre nel vecchio stemma si riferisce alla funzione di governo esercitata da Camporgiano sull'alta Garfagnana nel periodo che fu vicaria.Le stelle potrebbero indicare la giusta guida riferita allo stesso giudice.La versione attuale talvolta raffigura una cometa d'azzurro anzichè. una bandiera. La cometa dovrebbe trattarsi di un'arbitraria,errata interpretazione della bandiera.
Careggine:  D'azzurro all'aquila di nero, coronata d'oro, posata sull'asse di un carro (d'oro), sulla campagna di verde e sormontata dalle parole CAR-POP di nero.Già il frontespizio dell'opera del Raffaelli (1879) propone questo stemma con l'aquila e il carro.L'aquila può essere un riferimento all'esercito estense di cui era già simbolo, mentre il carro richiama il nome del comune.La scritta è una sintesi di CARECINI POPULOS
Castelnuovo Garfagnana: D'oro, al leone al naturale.
Il leone nero si evince dagli esemplari rinascimentali posti sul piedistallo dell'altare di San Giuseppe nel duomo di Castelnuovo. Il leone è posto a ricordo dell'antico nome della città "Castel del leone", ma probabilmente si riferisce anche alla funzione dominante tenuta sulla Garfagnana, per secoli, sede di commissari e governatori
Castiglione Garfagnana: Troncato di rosso d'argento,al leone attraversante d'oro,sormontato da un cartiglio d'argento,caricato della legenda"Fortis et Fidelis" in caratteri neri.
La campitura, sebbene con i colori alternati potrebbe essere un richiamo ai colori di Lucca, città alla quale Castiglione rimase sempre fedele, come pure a Lucca si riferisce il motto nel cartiglio
Fabbriche di Vallico: (oggi facente parte del comune di Fabbriche di Vergemoli) D'argento alla banda ondata d'azzurro,attraversata da un castello d'oro, aperto e finestrato del campo,murato di nero,sormontate da tre stelle di otto punte.
La banda ondata d'azzurro si riferisce al torrente Turrite. Il castello raffigurato richiama probabilmente la rocca di Trassilico, antica sede comunale.Le stelle in questo caso richiamavano forse l'aggregazione di più popolazioni in unico comune.
Fosciandora:  Di cielo, al fiore d'argento,gambuto e fogliato di verde,nodrito sulla cima di una montagna al naturale cima innevata.
Il fiore è localmente interpretato come un giglio in virtù del suo colore.Il monte coperto di verde e di bianco fa evidente riferimento alla natura montuosa e boscosa del territorio. In taluni esemplari la cima del monte è innevata, forse con riferimento alle condizioni climatiche invernali
Gallicano: D'argento al gallo bargigliato e crestato di rosso,ardito sulla campagna verde
Lo stemma fa diretto riferimento per assonanza al nome del comune, che tuttavia deriva con tutta probabilità dal nome di Gallicus (con il suffisso anus indicante l'appartenenza) che potrebbe riferirsi al fondatore del paese. Il gallo ardito è simbolo di vigilanza e attesa
Giuncugnano : Di cielo d'azzurro,alla pianta di giunco tre rami fioriti e posti a ventaglio,il tutto al naturale,nodrita sulla cima di una montagna al naturale
Lo stemma fa diretto riferimento per assonanza al nome della località che sebbene derivi molto probabilmente dal nome Lucundius con il suffisso anus indicante appartenenza) tuttavia richiama la pianta di giunco
Minucciano: D'argento alla torre di rosso merlata di sette pezzi, aperta del campo, murata di nero,fondata sulla campagna di verde,cimata di un braccio.
La torre fa riferimento al fortilizio di Minucciano, il cui carattere bellico e rafforzato dal braccio armato.La porta aperta richiama la posizione geografica strategica del comune, a cavallo del crinale che separa la Valle del Serchio dalla Valle dell'Aulella.
Molazzana:  D'azzurro alla cinta ubica aperta di pietra,torricellata di tre pezzi coperti,fondata sulla pianura di verde.
Le mura turrite ricordano il possente castello di Molazzana ,intorno al quale si sviluppò il paese.
Piazza al Serchio: Di cielo,alla piazza di paese,con lo sfondo di un edificio coperto di rosso,accostato da due file di palazzi in prospettiva, al capo di verde, a undici pali di rosso, caricato di una spada in banda attraversante su un pastorale in sbarra,sormontati da una mitra vescovile
Il nome attuale del comune risale al 1863.Precedentemente era denominato Pieve di Castelvecchio. Spada,pastorale e mitra richiamano gli arcivescovi di Lucca che dai tempi remoti godevano del titolo del titolo di conti di Piazza e Sala.L'attuale statuto del comune di Piazza al Serchio rinvia la descrizione dello stemma a una riproduzione in calce nello statuto stesso,che raffigura la sommità dello stemma con pali di verde e di rosso, certamente conseguenza di un'approssimata interpretazione del tratteggio verticale, che rappresenta quest'ultimo colore.
Pieve Fosciana: D'argento al cuore ardente di rosso,accompagnato in punta da un cartiglio dello stesso caricato della legenda"Unum sumus" di nero.
Il cuore infiammato ricorda i sentimenti patriottici risorgimentali, come pure il motto "io sono uno". Per tradizione infatti a Pieve Fosciana nel 1831 è stata esposta per la prima volta in Toscana la bandiera tricolore.Diversi abitanti parteciparono ai moto del 1848.
San Romano Garfagnana: D'azzurro,alla torre di rosso, merlata di cinque pezzi,murata di nero,aperta e finestrata del campo,fondata sulla pianura di verde;al capo di rosso,caricata da un ramo di palma di verde attraversato da una spada d'argento guarnita.
La torre ricorda la rocca tonda,una delle tre che formavano la fortezza delle Verrucole. Spada e palma ricordano San Romano soldato e martire che da nome al paese. La palma infatti è l'attributo tipico dei martiri,simboleggia la vittoria sulla morte.
Sillano: Troncato semipartito: nel 1°di cielo,a soldato romano rivolto,impugnante nella mano destra una spada posta in palo e sinistrato da un ramo di palma di verde,nodrito sulla partizione, nel 2° fasciato d'azzurro e d'argento di dieci pezzi, nel 3° palato d'oro e di rosso in dieci pezzi
La figura di un soldato romano richiama l'antica Roma tramite il nome di Silla. Un'antica epigrafe oggi scomparsa, faceva risalire la nascita di Sillano al 652 del calendario romano (102 a.C) quando il comandante Silla allora luogotenente di Mario si trovava in Liguria. Il ramo di palma fa probabilmente riferimento a San Bartolomeo apostolo martire patrono del paese. Come detto in precedenza la palma è il simbolo dei martiri.
Trassilico: D'azzurro alla rocca al naturale,merlata aperta e finestrata del campo, recante nella parte superiore due chiavi decussate e addossate,fondata su una montagna al naturale.
La torre richiama certamente l'antica rocca fortificata di Trassilico. Ardinghi raffigura la montagna al naturale"attraversata da una strada dello stesso,ondeggiante in palo e adducente alla porta".Il comune di Trassilico,con decreto 441 del 10 maggio 1947 è stato abolito.Oggi è sotto Gallicano
Vagli Sotto: D'azzurro alla rocca di rosso murata di nero,aperta, dal campo,merlata di quattro pezzi,fondata su una campagna di verde, cimata di una bandiera rivolta interzata in palo di rosso, accompagnata nel cantone destro del capo da una stella di sei punte d'oro.
Indagini effettuate nell'archivio comunale di Vagli circa lo stemma comunale,hanno dimostrato che  l'antico sigillo rappresentava una torre massiccia merlata alla guelfa sulla cui cima muoveva un guerriero,la torre accompagnata a sinistra da una stella.La rocca merlata fa riferimento ai fortilizi che difendevano Vagli di Sopra e probabilmente il dominio feudale dei signori di Careggine. Lo stemma è poi stato modificato. Dal vecchio al nuovo come in molti altri,ha avuto origine dal gusto, meglio del capriccio del disegnatore per la mania di qualcosa di nuovo e ha aggiunto una bandiera con i colori di Lucca a cui il paese appartenne.
Vergemoli: (oggi facente parte del comune di Fabbriche di Vergemoli) D'azzurro,al monte di tre colli all'italiana,,i laterali sostenenti ognuno una bandiera bifida,quella a destra in sbarra di verde e l'altra in banda di rossa,cimato da una croce d'oro, il tutto sormontato da tre stelle di sei punte,il monte sostenuto da una freccia scorciata d'oro,posta in fascia e accompagnata in punta da un compasso rovesciato,aperto e inframezzato da una luna crescente,il tutto d'oro.
I tre monti rappresenterebbero la natura montuoso del territorio con le Panie,le due bandiere gli stati confinanti,Lucca e Modena (ma andrebbero rivisti i colori), le tre stelle l'aggregazione di più popolazioni a formare il comune,la freccia posta in basso sarebbe un richiamo alle antiche miniere di ferro e fabbriche di armi,il compasso farebbe riferimento alla località posta fra le due valli,Vallis Gemina, e la luna crescente alla bellezza dei luoghi.
Villa Collemandina: D'azzurro al complesso architettonico della chiesa di San Sisto vista di fronte,di pietra murata di nero,coperta di rossa e cimata da una crocetta d'oro,sinistrata dal campanile addossato alla chiesa,pure di pietra,coperta di rosso e cimata da una crocetta d'oro. Il complesso architettonico è fondato su una campagna di verde,accostato da quattro cipressi al naturale,due a destra due a sinistra e sormontato dal punto del capo da una stella di sei punte.
L'edificio ricorda la chiesa parrocchiale di San Sisto con il campanile così ricostruita dopo il terremoto del 1920. Si tratta dunque di uno stemma recentissimo, approvato con D.P.R. del 9 marzo 1964.

Ecco qua, ognuno si può sbizzarrire a cercare il suo comune di appartenenza,ma come possiamo vedere le interpretazioni dei simboli sono sempre difficile da leggere, alcune ipotesi sono convincenti, altre un po' meno,altri simboli addirittura nei secoli sono stati mal copiati e trascritti in malo modo così da stravolgere il concetto originale, rimane comunque la bellezza di questi blasoni e a voi l'ardua sentenza:qual'è il più bello? e quale il più significativo?

mercoledì 6 maggio 2015

"Calamitas Calamitarum": la peste in Garfagnana nel 1630, una vera e propria ecatombe

Un'immagine della peste a Firenze del 1348
Venne soprannominata "calamitas calamitarum" per la sua particolare virulenza, si manifestava con alcuni gonfiori all'inguine e sotto le ascelle, da questi rigonfiamenti usciva sangue con pus a cui seguivano macchie sulla pelle, il malato emetteva un odore ripugnante, i primi sintomi si manifestavano con vomito, cefalea, dolore articolare e malessere. La temperatura corporea saliva fino a 40° e il polso e la respirazione di colpo aumentavano, le vittime sputavano sangue per tre giorni, poi morivano. Questa è la peste bubbonica che nel 1630 colpì tutto il nord Italia, Garfagnana compresa. Di questa epidemia raccontò anche Alessandro Manzoni ne "I Promessi sposi": "La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero,come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò buona parte d' Italia". 
Ne "I Promessi sposi" si racconta
della peste del 1630
Manzoni qui faceva riferimento a "bande alemanne". Si, perchè a diffondere l'epidemia furono proprio loro, i Lanzichenecchi, soldati mercenari arruolati nelle regioni tedesche del Sacro Romano Impero. Con l'arrivo nel nord Italia di questo esercito, la popolazione fu sottoposta a ogni sorta di violenza e saccheggio e quando l'esercito si ritirò, dietro di se, oltre che devastazioni, lasciò anche il terribile morbo. Anche le pessime condizioni igieniche fecero si che la diffusione della malattia proliferasse in ogni dove: fogne a cielo aperto, acque stagnanti e sporche, la poca pulizia delle persone, fu stimato che all'epoca vi fosse almeno una famiglia di ratti per abitazione e la solita tragica situazione si viveva in Garfagnana. La Toscana fu il confine italiano più a sud in cui si manifestò la peste, il contagio si fermò nel senese e anche la nostra terra fu colpita. La malattia ben presto si diffuse in tutta la nostra valle, complice anche i tardivi ed inefficaci provvedimenti presi da Francesco I d'Este duca di Modena. Le prime notizie di contagio in Garfagnana arrivarono nel dicembre del 1629 e tosto il reggente governatore Giacomo Spaccini da Castelnuovo, in difesa della popolazione mise delle guardie sui confini appenninici a spese dei comuni, si provvide subito a istituire consigli di sanità, si pubblicarono grida con le quali si proibiva l'entrata di forestieri senza fede sanitaria (n.d.r:senza certificato medico)pena la morte, inoltre si vietò l'introduzione di pelli di animali, chi le introduceva la pena era di scudi 200 e la galera, si vietarono perfino i mercati e le fiere. Ma ciò non bastò e nel 1630 il male si era già diffuso a Castelnuovo e nelle montagne circostanti. Il primo giugno una certa Margherita da Magnano, che era stata a Bologna da sua figlia morì con sospetto di peste e lo stesso giorno poco distante, Antonio il mugnaio che aveva portato della farina alla donna si ammalò e morì, intervennero le autorità e sequestrarono i morti e gli oggetti delle case. Ben presto panico e morti cominciarono a dilagare, non si sapeva più a quale Santo affidarsi, la peste era arrivata con tutta la sua potenza. Il 30 giugno il consiglio generale di Castiglione Garfagnana stabilì che per sei mesi continui si facesse celebrare ogni giorno una messa, e che poi si andasse in processione alla chiesa di San Pellegrino e San Bianco, la chiesa stessa infatti
A San Pellegrino nel 1630
si facevano continue
 processioni per ingraziarsi
 la benevolenza del santo contro la peste
credeva che la peste fosse una punizione divina. Dall'altra parte anche i domini fiorentini (Barga) e  lucchesi erano altrettanto presi dall'angoscia e cominciarono a impedire l'accesso ai lombardi (n.d.r: così venivano chiamate le popolazioni a nord dell'appennino)  e ai garfagnini, mandarono così anche loro i soldati a Foce a Giovo e sul Monte Rondinaio con l'ordine di sparare su chiunque avesse voluto attraversare il confine. Ormai eravamo al delirio e alla disperazione più totale, si diede imposizione di uccidere tutti i cani e tutti i gatti della valle per paura che fossero veicolo di contagio, di bruciare case e mobili di coloro che fossero stati colpiti da peste. La maggior parte delle famiglie erano distrutte, la gente si mise alla ricerca dei responsabili, identificati nei vagabondi e nei più poveri La folle paura di presenze diaboliche giustificò una vera e propria caccia all'untore da parte dell'autorità che si servivano di tutti gli strumenti allora previsti: denunce anonime, torture ed esecuzioni in pubblico. Su ordine del duca di Modena si decise di aprire dei lazzeretti e di inserire una nuova figura allora mai vista in Garfagnana: il monatto. I monatti erano addetti ai servizi più pericolosi e penosi della pestilenza, dovevano togliere i cadaveri dalle strade e dalla case e portarli nelle fosse comuni, dovevano accompagnare il malato al lazzaretto e avevano il compito di bruciare gli oggetti infetti e le case dei malati, erano assunti dal governo cittadino, erano brutali e senza pietà. Il loro abito rosso, il campanello al piede e l'inconfondibile maschera (n.d.r: la maschera serviva per non farsi riconoscere) era simbolo di orrore. Fra i maggiori lazzaretti della valle si ha conoscenza di quello di Loppia, quello nei pressi di Torrite e a Gallicano nelle vicinanze della chiesa di Santa Lucia. Questi luoghi erano gestiti dai frati cappuccini, erano
Il Monatto
situati fuori dal paese e servivano per accogliere tutti i malati di peste. Di solito questi posti contenevano oltre la loro naturale capienza, molti infatti in gran segreto provavano a farsi curare a casa, finire dentro un lazzaretto significava morte sicura. Venivano quindi provati tutti i rimedi possibili ed immaginabili per guarire, si credeva di poter guarire dalla peste con la recita del rosario o con l'ungersi il corpo con l'olio benedetto e a tal proposito ecco un "rimedio" contro il morbo del 1630 rinvenuto nell'archivio storico di Modena e trovato a sua volta a San Romano Garfagnana:
-Unguento:Cera nuova,olio comune,olio lamino,olio di sasso,erba d'ameto,granelle di lauro numero sei,aceto forte un poco.Tutto si faccia bollire tanto che si riduchi in forma d'unguento e con esso si unta le narici, li polsi delle mani e le piante dei piedi-
La peste paralizzò la già povera economia garfagnina. Si interruppero tutti i commerci con gli stati vicini per pericolo del contagio, le coltivazioni furono tutte abbandonate, le persone non lavoravano e di conseguenza non guadagnavano e per di più coloro che potevano dare una mano, come le persone ricche e con denari, fuggivano dai paesi per raggiungere lidi più tranquilli e sani. Si continuò così per tutto il 1630 e con il finire di quell'anno parve che l'epidemia si fosse calmata, ma non fu così. Finito l'inverno e con l'arrivo della primavera del 1631 il morbo riprese più forte che mai e così ancora nel 1632, per poi finalmente cominciare a scemare. Ormai non c'era quasi rimasto più nessuno da uccidere, interi nuclei familiari scomparvero, altri furono decimati, questa peste aveva fatto orfani su orfani. Ci fu una particolare ed inevitabile tendenza, si racconta che in quel periodo si formarono molti nuclei familiari fra i superstiti. 
I numeri precisi delle morti nella Valle del Serchio e in Garfagnana non si sanno, si può stimare che ci fu un calo demografico dal 40% al 60% e un crollo totale delle nascite. Tanto per prendere come metro di paragone, possiamo vedere che città come Bologna, che prima della peste (1628) contava 62.000 abitanti, nel 1631 erano già 47.000. Nel solito periodo Firenze passò da
L'indice demografico dal 1550 al 1800 da
notare gli anni relativi alla peste(1630)
70.000 a 63.000 unità, per non parlare di Milano, da 130.000 a 65.000...

sabato 10 gennaio 2015

Vecchi fatti di una Garfagnana mai raccontata.Quando omicidi e corruzione la facevano da padrone

Storie di altri tempi che in un certo qual modo sembrano storie di
Briganti sui monti
oggi,fatte di quelle strane connivenze che ormai tutti conosciamo tra Stato e malavita.Eppure sono passati 500 anni dai fatti che vi andrò ad esporre e come spesso accade una delle prerogative dello studio della storia fa a farsi benedire.La storia fra le sue molteplici funzioni avrebbe anche quella di insegnare ai posteri di non ricommettere gli errori del passato,ma non è sempre così se Ludovico Ariosto in una lettera del 23 novembre 1523 indirizzata al duca di Ferrara riferendosi in questo caso a Battistino Magnano uno fra i più temuti briganti di Garfagnana gli scrive chiaramente e senza mezzi termini: "...credo che ancho quel Battistino Magnano, che appresso a Bernardetto è il maggior assassino che havesse questo paese, si trovi al soldo di Vostra Eccellenza...". Si, perchè Ludovico Ariosto venne in Garfagnana mal volentieri ma con tutti i buoni propositi del mondo come commissario estense mandato li per estirpare il brigantaggio e il malaffare che prosperavano in tutta la valle.Questo che andrò a raccontarvi è uno spaccato di vita impressionante che offre l'opportunità di farci un'immagine di quello che era la quotidianità in Garfagnana nel secondo  decennio del 1500, che non discosta (ma anzi certe volte la supera) da quella che era la Sicilia mafiosa dei Provenzano e dei Riina. Sembra il narrare di storie recenti che abbiamo sentito raccontare in questi anni dai pentiti di mafia. Ma addentriamoci nell'argomento e cominciano con il dire che la nostra bella Garfagnana era una terra all'epoca di banditi e di violenza di ogni sorta, si andava dall'assassinio, al furto e ad angherie varie e il potere centrale (in questo rappresentato dagli Estensi) veniva percepito come una cosa lontana, incapace di imporre una legalità in questo angusto lembo di terra dove vivevano dei personaggi
Ludovico Ariosto
abbastanza influenti che da una parte erano fedeli agli Estensi, ma allo stesso modo tenevano commerci con furfanti di ogni risma.Il povero Ariosto si trovava in una situazione disperata tant'è che diceva ai suoi collaboratori che in Garfagnana non comanda nè il duca,nè i lucchesi,nè i fiorentini ma "bensì i ribaldi che la infestano impunemente". La causa di tale situazione bisogna ricercarla nelle due fazioni politiche (la politica c'è sempre di mezzo...) che prosperavano nella zona:la parte francese, a cui apparteneva lo stesso duca Alfonso I, che era ostile al Papa e favorevole ai francesi, e la parte italiana, favorevole alla politica papale-medicea.A dire il vero bisogna dire che poi ai garfagnini non interessavano tanto le questioni politiche in senso stretto, ma queste servivano a nascondere interessi personali e locali ed erano questi interessi che provocavano l'illegalità che sfociava nella delinquenza comune. Di questi delinquenti e briganti l'Ariosto attraverso le sue indagini compose prontamente una lista come oggi farebbe l'F.B.I per i maggiori ricercati del mondo e questo è l'elenco dei più pericolosi criminali di tutta la Garfagnana, il fior fior dei briganti in parole povere:



-I figli del Peregrin del Sillico,in primo luogo il Moro, poi Giugliano (che abita a Ceserana in casa della moglie, che è sorella della moglie del Moro), Baldone
-Quelli del Costa,provenienti dalla zona di Ponteccio:Battistino Magnano,Bernardello,Bertagnetto,Ginese,Filippo Pachione, Pelegrinetto, il Frate, Pierlenzo, Ulivo e Nicolao Madalena
-Quelli di Sommocolonia nel barghigiano,che erano spesso in combutta coi delinquenti nostrani: Togno di Nanni del Calzolaro, Donatello, Bogietto detto Cornacchia
-Il Margutte di Camporeggiano (Camporgiano)

Non pensiamo a questi briganti come dei delinquenti a se stanti, ma come tutte le associazioni a delinquere che si "rispettano" potevano contare su una fitta rete di protezioni a livello di amministratori locali, come in questo caso di alcuni capi fazione come Bastiano Coiaio di Trassilico e Pierino Magnano di Castelnuovo.Insomma era un groviglio fra politica e delinquenza.Tutto però il nostro buon Ariosto aveva predisposto per l'arresto di questi furfanti,era pronto come si suol dire per far scattar le manette,già un egregio lavoro era stato fatto nell'individuare la "cupola", ma non era così facile se per esempio a Camporgiano nel 1523 (una delle terre più frequentate dai manigoldi) fu individuato dai balestrieri ducali "il Frate"uno fra i più pericolosi briganti in circolazione che stava giocando tranquillamente a carte nella taverna del paese con gente del posto.Al momento della cattura gli stessi clienti della taverna lo fecero fuggire "lo nascosero e lo fero fuggire in un campo di canape" . Naturalmente tutti sapevano dov'era, ma nessuno lo denunciò,anche il notaio di Camporgiano certo Costantino di Castelnuovo sapeva, ma anche lui tacque e poi lo stesso Ariosto
Alfonso I d'Este un duca un po'
di manica larga...

annotò riferendosi sempre al notaio "..il qual poi si escusa che non vole essere amazzato".Fra l'omertà della gente e la paura che regnava sovrana il povero commissario era nello sconforto più totale anche perchè fu tutto più chiaro quando venne evidentemente a galla la protezione del duca per questi fuorilegge,come nel caso del più famoso brigante garfagnino "il Moro del Sillico" (reso celebre dalla bella festa in costume storico che ogni estate nel suo nome si svolge proprio nel paese omonimo) quando finalmente fu catturato.A piena voce gli amici e i compagni del Moro chiedevano la grazia per il loro amico giustificando come meglio potevano le sue azioni delittuose,ma di fronte all'evidenza dei fatti(e a malincuore) il duca non la concesse,ma per salvare il brigante si studiò però un altro escamotage con la complicità delle guardie stesse quando un suo compagno (il figlio di Bastiano Coiaio) lo andò a trovare in carcere e gli lasciò un coltello con il quale scassinò la porta della cella e fuggì senza colpo ferire.Ma perchè questa marmaglia aveva questo forte ascendente sul duca? Questi furfanti in verità e furbescamente svolgevano due "mestieri", il primo (come ben si sa ) era il brigante, il secondo era il soldato.Il "Moro"  e la sua cricca erano dei valenti e fedelissimi soldati al servizio di sua Maestà il duca.Dell'esercito ducale faceva parte il "Moro"con i fratelli Giugliano e Baldone, "il Peregrin" e altri ancora che poi in seguito partirono per la campagna di guerra che consentì ad Alfonso I d'Este (dopo la morte di Papa Adriano VI)di riappropriarsi della città di Reggio Emilia, figuriamoci dunque se l'eccellentissimo duca gli avesse fatto uno sgarbo.Altra categoria di personaggi che turbavano la Garfagnana e le buone persone con i loro discutibili comportamenti erano i preti, amici dei briganti che nascondevano nelle chiese e nei campanili e quando il caso e la giustizia voleva che fossero scoperti tali preti non potevano essere condannati dalle autorità civili ma solamente da quelle ecclesiastiche che da loro venivano puniti in maniera molto blanda (come d'altronde succede oggi...).A poco servivano le continue sollecitazioni che l'Ariosto faceva agli stati confinanti (Lucca e Firenze) affinché tutti insieme collaborassero vicendevolmente alla cattura dei delinquenti, ma non c'era niente da fare se il proprio duca dispensava grazie a destra e a manca ai peggiori banditi come Battistino Magnano
La casa natale del Moro al Sillico e la chiesa
graziato per aver mantenuto la difesa della Fortezza delle Verrucole quando Papa Leone X (1520) tolse al duca la provincia della Garfagnana riuscendo appunto a conservare la Fortezza, un punto strategico e perciò come detto Battistino "ottenne grazia benignissima".
Qualche anno dopo capitò la grande occasione quando nella tarda estate del 1523 i banditi più temuti si erano recati a Ferrara e il duca invece di prendere "la bella occasione di purgare il paese di queste male herbe" (come ebbe a dire l'Ariosto in un'altra sua lettera) preferì concludere "una pace universale" assicurando loro ancora una volta grazia di ogni delitto e bando.
Ludovico Ariosto nel giugno del 1525 venne richiamato a Ferrara e lascerà la Garfagnana con un grande sospiro di sollievo tornando a fare in beata pace quello che per oggi tutti lo conosciamo:il poeta...

mercoledì 16 luglio 2014

"Il politico promette ma non mantiene"... Fino a che un giorno del 1618 Bertolo da Careggine...

"E la chiamano estate"
Alfonso I d'Este il prototipo
 del politico italiano
....Era il titolo di una canzone del 1962 di Bruno Martino, sarebbe proprio indicata come la colonna sonora di questa piovosa stagione che non ha lesinato tuoni,lampi e acqua a dirotto,causando poi anche allagamenti e danni a cose piuttosto rilevanti sopratutto verso le zone di Lucca. Questa situazione mi ha fatto tornare alla mente una tragicomica situazione di alcuni secoli fa e raccontava  di un tizio che aveva subito danni dal maltempo causati sopratutto da dei possedimenti terrieri dello stato e che appunto poi lo stato non gli aveva ripagato...Allora mi sono messo a ricercare la notizia nei meandri delle mia libreria,negli anfratti dei cassetti e fra le scartoffie della mia scrivania e alla fine... eccola qua! Meritava di essere ricercata perchè il documento è un chiaro esempio di come i tempi non siano cambiati...il povero cittadino è destinato a subire mentre il signore (o politico di turno) vince sempre,finchè però non nasce qualche Bertolo da Careggine che in qualche modo rivolta la frittata.Leggete bene perchè questa è veramente una chicca storica:

Anno Domini 1618 dal "Libro delle Denunzie" del magistrato di Castelnuovo Garfagnana si evince che tale Bertolo da Careggine fu querelato dall'ispettore estense Giovanni Battista venuto da Modena.Il contenzioso nacque dal momento in cui il suddetto ispettore  non mantenne la promessa fatta da Sua Altezza Serenissima Alfonso
vecchia foto del paese di Careggine
I d'Este che  avrebbe pagato di tasca sua "li guai" causa forti piogge fatti dal "rio" (n.d.r: torrente) che scorreva "intro" (n.d.r : dentro) proprietà statale allagando ed infangando  il campo dove il povero Bertolo coltivava i suoi ortaggi per se e il sostentamento della sua famiglia.Fatto sta che vistosi alle strette l'ispettore disse appunto che sua colpa non era dato che lui era il portavoce di Sua Altezza Serenissima,Bertolo rispose che dal momento che era il suo portavoce portasse ad Alfonso I per sua "dote" anche le percosse che stava per dargli e quindi si legge


"Prima li tirò una sassata nella vista,poi datogli due pugni nella bocca et fronte facendo sangue e percossolo con un marello (n.d.r: un bastone) sul brazzo minacciandolo di ammazzarlo..."
La storia insegna...il politico promette,ma non mantiene...Fino a che  un giorno da qualche parte nel mondo lo spirito di Bertolo da Careggine non si risveglierà...