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mercoledì 26 ottobre 2016

Il "maconeccio", un singolare rito millenario garfagnino a salvaguardia delle castagne

"Già cominciavano a calare le prime ombre della sera nell'imponente selva di castagni di Campaiana e a ottobre c'è poco da fare le giornate si fanno più fredde e il sole tramonta prima. Il lavoro è molto in questi giorni e i metati nel bosco sono sempre in funzione, gli uomini intanto sono a battere le castagne che sono dentro il sacco di canapa, i "pistatori" come si dice in dialetto, le battono sopra un ciocco ritmicamente e senza intrecciarsi tra loro, ma all'improvviso verso la Pania di Corfino ecco scorgere una lunga fila di lumini che vagano dall'alto in basso, di qua e di là, si aggirano per il monte senza una fissa meta. Uno degli uomini spossato dalla fatica urla:- Venite ad aiutarci invece di star li a far niente !- , dal buio della selva improvvisamente esce un uomo che si offre di dare una mano, riempe un solo sacco di castagne e poi come misteriosamente era apparso, altrettanto misteriosamente scompare nel nulla, un brivido sale nella schiena dei lavoratori e un vago sospetto gli si fa spazio nella mente. All'indomani gli uomini quasi si sono dimenticati dell'accaduto della notte prima, ma quando caricano il mulo di balle si accorgono che un sacco contiene solo castagne bruciate e sulla tela è impressa la forma di una mano annerita. Il raccolto di castagne per quell'anno è andato perso è stato maledetto dagli streghi".
Questa leggenda si rifà ad un'antica paura, la più grande per la Garfagnana per i tempi passati e cioè, come abbiamo visto, che la
raccolta delle castagne andasse in malora o quantomeno fosse misera e povera, d'altronde non per niente "l'albero del pane" (come veniva chiamato il castagno) dava i suoi frutti proprio perchè questi erano l'alimento base per tutta la valle. Questo timore risaliva da tempi lontanissimi, da quando praticamente intorno all'anno 1000 il castagno aveva messo le sue radici in Garfagnana, ma allora a chi dare la colpa di tali sventure? La cura dei castagneti era affidata a Dio, ma la loro rovina era sicuramente opera degli streghi. Gli streghi (come già possiamo vedere in un mio precedente articolo http://paolomarzi.blogspot.itlo-strego-la-macabra-storia-di-un.html)erano esseri tipicamente garfagnini, di sesso maschile, capaci come le streghe di fare incantesimi e magie, potevano parlare con i morti e farli tornare in vita, non mancavano nemmeno di fare fatture e in più facevano strane processioni come quelle lette nella leggenda alle quali partecipavano anche i morti, la loro specialità, se così si può dire, era recare danno alle cose e agli animali e di notte chiamavano le persone che terrorizzate si chiudevano nelle loro case. Ma per fortuna esisteva anche un efficace usanza per la salvaguardia delle castagne e questo rito si chiamava il Maconeccio. Tale tradizione tutta garfagnina si rifà anche questa a tempi antichissimi, non si sa esattamente l'origine ma ci sono già documenti del 1671 che parlano di questa cerimonia, nella "Descrittione cronologica della Garfagnana" lo storico di allora Anselmo Micotti ce la spiega:

"Ha chiesa di honesta fabrica sotto il titolo di S.Pietro (n.d.r: il riferimento è al paese di Careggine) et è Pieve, ma non ha altra chiesa sotto di se che l'Hospedale dell'Isola Santa posto fra i dirupi della Pania. In questa terra anch'oggi conservano un'usanza molto strana. Ogn'anno la notte di S. Michele di Settembre gli huomini vanno fuori alla campagna e come essi dicono a cacciare gli streghi, suonando campane, tamburi e scaricando archibugi e facendo altri strepiti, gridando ad alta voce - maconeccio, maconeccio-, parole cred'io affatto barbare e credono in questo modo di assicurare la raccolta delle castagne dalle stregharia".

Si ritrova una simile descrizione anche nel 1728 nel "Viaggio per i monti di Modena" dell'illustre naturalista trassilichino Antonio Vallisneri e ancora nel 1879 ricompare nella "Descrizione geografica storica ed economica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli che cambia la parola in questione da "maconeccio" in "macconeccio" e
la pubblicazione del 1728 di Antonio Vallisneri
cerchiato in rosso la nota a margine
 del significato
della parola "maconeccio"
ritiene appunto che "macco" significhi polenta, quindi italianamente tradotto "polenta di castagne", ma non è così e in realtà il giusto significato di questa bizzarra parola ce la da il Vallisneri stesso che riporta una nota a margine del suo interessante libro e fa riferimento niente di meno che all'Accademia della Crusca
(n.d.r: la più antica accademia linguistica del mondo) per ricercare l'origine di tale vocabolo e scopre appunto che il termine "maco" significa letteralmente 
"abbondanza", per cui maconeccio starebbe a dire abbondanza di neccio, abbondanza di farina, cioè di castagne. A leggere queste righe possiamo notare quant'era radicata nella Valle del Serchio questa usanza, che la vediamo protrarsi nei secoli pressochè intatta, tanto è vero che a noi contemporanei sembra un mondo distante e inverosimile, ma il professor Oscar Guidi specialista in materia ci smentisce e sfogliando il testo del Raffaelli rimane colpito quando legge che alla fine del 1800 usava ancora fare questo rito. Cercando incuriosito nei paesi della Garfagnana il professor Guidi scopre che perlomeno fino a pochi decenni fa questa tradizione era ancora viva e a Colli di Capricchia (comune di Careggine) nel 1988 ancora diversi anziani ricordavano questi fatti. Tali vecchietti raccontano che questa consuetudine era praticata fino a poco tempo fa, almeno fino a pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, così dalla loro viva voce ha potuto ascoltare come si svolgeva questa atea liturgia. 
Accadeva sempre il 29 settembre, la notte di San Michele e non
San Michele Arcangelo
che vince il diavolo
un'altra data poichè proprio San Michele Arcangelo era considerato l'avversario per eccellenza del demonio, colui che come narra il libro dell'Apocalisse al capitolo 12 aveva vinto l'ultima battaglia contro satana e i suoi sostenitori e fra i suoi sostenitori la tradizione garfagnina dice che c'erano anche i maledetti streghi. A questo rito 

-raccontano ancora gli anziani- partecipavano uomini, donne e anche bambini che all'imbrunire si radunavano tutti nella piazza principale del paese, ognuno portava con se un "mannello" (n.d.r: un fascio) di paglia che veniva incendiato ed iniziava così una processione per le vie del borgo e nei castagneti vicini che si concludeva con il ritorno nella piazza di partenza e l'accensione di un grande falò purificatore. Nella versione "moderna" però non si fa riferimento ad uso di archibugi, strumenti musicali o a sguaiate grida, ma si parla di formule di buon auspicio che sempre Oscar Guidi ne ha raccolte alcune:

"Che bel boccone è la castagna
quest'anno chi la mangia ne sente il sapor"

"Quanta abbondanza che abbiamo quest'anno
lo ridiranno per l'avvenir?"

"Anche quest'anno abbian l'abbondanza
a crepa pancia se n'ha a mangià"

"Fate tanti ripari e palancite
che presto le castagne coglierete"

Alla fine della processione ognuno faceva ritorno alla propria casa,
Un falò purifucatore
convinto che anche per quell'anno gli streghi non si sarebbero visti, così da salvare il raccolto delle castagne dalle loro potenti malie. Al maconeccio, assicurano sempre i testimoni, che mai nessun prete ha partecipato alle processioni e alle litanie beneauguranti e tanto meno venivano recitate preghiere, questa cosa rende ancor più rara questa usanza perchè nonostante sia fatta per scongiurare eventi infausti non richiede, come spesso accade in questi casi l'aiuto di Dio, l'unico riferimento religioso è la data di svolgimento che (come abbiamo visto) si rifà ad un particolare santo. Una cerimonia puramente laica e suggestiva, una lotta testa a testa fra uomini e streghi per la fecondità del castagneto.



Bibliografia

  • Gli streghi,le streghe. Antiche credenze nei racconti popolari della Garfagnana (1990) di Oscar Guidi (Maria Pacini Fazzi editore)

lunedì 23 marzo 2015

Era il 1916,la prima acqua minerale in bottiglia di tutta la Garfagnana:"L'Acqua Minerale Naturale di Gallicano".Ecco la sua tormentata storia

La magnifica etichetta del 1916 dell'
"Acqua Minerale Naturale di Gallicano"
Sono ben 514 etichette diverse,secondo altri fonti addirittura 608.Basta dare uno sguardo nei supermercati nel reparto acque minerali per rendersi conto di questi numeri.In Italia consumiamo pro capite ben 194 litri annui di acqua minerale in bottiglia (dato del 2006), siamo così i primi al mondo per consumo.Secondo dati disponibili del 2014 il volume di affari nel nostro paese  è valutato in circa 2,3 miliardi di euro,numeri sorprendenti ed inimmaginabili, addirittura si contano secondo una stima di Legambiente l'uso di ben 6 miliardi di bottiglie da 1,5 litri pari ad un impiego di 450 mila tonnellate di petrolio.Ma perchè vi faccio tutto questo bel discorso? Cosa c'entra tutto questo con la nostra Garfagnana? C'era un paese nella nostra valle che prima di tutti aveva annusato l'affare,questo paese era Gallicano,che fu il primo paese in tutta la Garfagnana a commercializzare le sue acque minerali, una vera novità che spingeva Gallicano al passo con i tempi, insieme ad un'Italia di inizio 1900 che cercava di cambiare la sua natura lavorativa da nazione agricola in industriale. In località Ponte alla Villa a Gallicano in passato: 
 "...si erano notate delle sorgenti minerali che andavano perdendosi nelle acque del torrente Turrite..."
Gallicano,lo stabilimento
 delle acque minerali.
In rosso l'edificio esagonale dove
veniva imbottigliata
 l'acqua(foto tratta da "Gallicano
in Garfagnana"
di Daniele Saisi)
In questa zona, da notizie di archivio di fine 1800 risulta che ci fosse un "Balneo" comunale chiamato appunto il "bagno di Ponte alla Villa",sappiamo tutti che all'epoca il bagno in casa era un lontano miraggio e allora vi erano a disposizione gratuita della popolazione questi bagni pubblici dove ci si poteva tranquillamente andare a lavare in grandi vasche.Da diverso tempo in paese però si parlava dei benefici straordinari che apportava quest'acqua, si vociferava addirittura di guarigioni miracolose e chissà di quali altri prodigi,ma sappiamo come sono le voci di paese, con il passaparola il sassolino diventa un masso, comunque sia qualcuno volle vederci chiaro e nel lontano 1903 si decise di far analizzare queste acque.I risultati furono sorprendenti, tali acque avevano una notevole mineralizzazione e si evinceva inoltre che:
"L'acqua della sorgente principale è di sapore amarognolo e ha la temperatura di 23°C"

Successive e più minuziose analisi decretarono definitivamente che le ottime condizioni geologiche,l'abbondanza,l'esame batteriologico che risultò puro dimostrarono che quest'acqua era utile in molte patologie in particolar modo nelle gastropatie, inoltre furono scoperti addirittura altri cinque punti di sorgenti nel paese, ma la più importante era proprio quella di Ponte alla Villa.Quale miglior occasione allora di commercializzare le acque di Gallicano? Nel 1916 incominciarono i lavori per la costruzione di un chiosco esagonale (di notevole fattura architettonica) adibito all'imbottigliamento dell'acqua e di fatto così la vendita partì.Ecco cosa si legge dello stabilimento di Gallicano in un libro del 1916 di Giuseppe Scipione Vinaj e di Rodolfo
Il progetto poi realizzato
del chiosco ottagonale
per l'imbottigliamento
(foto tratta da "Gallicano
 in Garfagnana
di Daniele Saisi)
Pinali intitolato "Le acque minerali e gli stabilimenti termali, idropinici ed idroterapici d'Italia":
"Lo stabilimento aperto dalla primavera all'autunno,possiede un locale per le bibite ed ha un comparto per la confezione delle bottiglie destinato all'esportazione, con locale di sterilizzazione dei vetri, di imbottigliamento, di spedizione, ecc.Gallicano dista solo pochi chilometri dalla stazione ferroviaria (previo attraversamento del fiume Serchio) questo facilita in modo assoluto l'esportazione delle ottime acque per nuovi lidi e tutte le più scrupolose misure igieniche vengono usate per questo scopo.Notevoli lavori si stanno intraprendendo per dare un utilizzo maggiore allo sviluppo delle importanti sorgenti del Gallicano"

Ma purtroppo così non fu, la produzione e l'imbottigliamento dell'acqua di Gallicano non si sviluppò. I motivi che portarono ad una rapida ascesa e a una altrettanta rapida discesa rimango ancora oggi un mistero. Si possono ipotizzare alcune teorie,  prima fra tutte la difficile commercializzazione.Chi era perlomeno in Garfagnana nel 1916 che si poteva permettere di comprare l'acqua in bottiglia? Quando i nostri nonni la andavano a prendere alle molteplici fontane sparse nei paesi? O sennò i costi di trasporto.Data la nostra problematica collocazione geografica trasportare via treno l'acqua da vendere in città aveva dei costi enormi e poi si dice anche della concorrenza di altre stazioni termali più importanti, si narra inoltre di storie tragiche e misteriose dopo la chiusura degli stabilimenti di Ponte alla Villa che non starò qui a raccontare perchè non supportati tali fatti da prove sicure. Con il tempo gli edifici subirono un progressivo abbandono. Oggi a molti gallicanesi di tutto ciò rimane in casa il ricordo di queste
La bottiglia dell'
"Acqua Minerale
Naturale di
Gallicano"
bellissime bottiglie e della sua magnifica etichetta che riporta tale voce:
"Azione terapeutica: 
Efficacissima nelle malattie del tubo gastroenterico-Del fegato-Delle vie biliari-Nella gotta,diabete,renella,nella calcolosi epatica,nelle affezioni del rene e delle vie urinarie-Antiurica-Fortemente diuretica 
Uso: 
Due o tre bicchieri al mattino e può adoperarsi anche per tavola"                                                                                   
Oggi a tener alto l'onore garfagnino delle acque minerali rimane unicamente "Fonte Azzurrina" di Careggine che finalmente dopo alterne vicende la scorsa estate ha ripreso la sua attività dopo che è stata acquisita dalla "Tesorino" di Montopoli Valdarno (Pisa). Auguriamo di tutto cuore di avere tutti quei successi che sono mancati al suo illustre predecessore, "L'acqua minerale naturale di Gallicano":la prima acqua minerale in bottiglia di tutta la Garfagnana.

mercoledì 16 luglio 2014

"Il politico promette ma non mantiene"... Fino a che un giorno del 1618 Bertolo da Careggine...

"E la chiamano estate"
Alfonso I d'Este il prototipo
 del politico italiano
....Era il titolo di una canzone del 1962 di Bruno Martino, sarebbe proprio indicata come la colonna sonora di questa piovosa stagione che non ha lesinato tuoni,lampi e acqua a dirotto,causando poi anche allagamenti e danni a cose piuttosto rilevanti sopratutto verso le zone di Lucca. Questa situazione mi ha fatto tornare alla mente una tragicomica situazione di alcuni secoli fa e raccontava  di un tizio che aveva subito danni dal maltempo causati sopratutto da dei possedimenti terrieri dello stato e che appunto poi lo stato non gli aveva ripagato...Allora mi sono messo a ricercare la notizia nei meandri delle mia libreria,negli anfratti dei cassetti e fra le scartoffie della mia scrivania e alla fine... eccola qua! Meritava di essere ricercata perchè il documento è un chiaro esempio di come i tempi non siano cambiati...il povero cittadino è destinato a subire mentre il signore (o politico di turno) vince sempre,finchè però non nasce qualche Bertolo da Careggine che in qualche modo rivolta la frittata.Leggete bene perchè questa è veramente una chicca storica:

Anno Domini 1618 dal "Libro delle Denunzie" del magistrato di Castelnuovo Garfagnana si evince che tale Bertolo da Careggine fu querelato dall'ispettore estense Giovanni Battista venuto da Modena.Il contenzioso nacque dal momento in cui il suddetto ispettore  non mantenne la promessa fatta da Sua Altezza Serenissima Alfonso
vecchia foto del paese di Careggine
I d'Este che  avrebbe pagato di tasca sua "li guai" causa forti piogge fatti dal "rio" (n.d.r: torrente) che scorreva "intro" (n.d.r : dentro) proprietà statale allagando ed infangando  il campo dove il povero Bertolo coltivava i suoi ortaggi per se e il sostentamento della sua famiglia.Fatto sta che vistosi alle strette l'ispettore disse appunto che sua colpa non era dato che lui era il portavoce di Sua Altezza Serenissima,Bertolo rispose che dal momento che era il suo portavoce portasse ad Alfonso I per sua "dote" anche le percosse che stava per dargli e quindi si legge


"Prima li tirò una sassata nella vista,poi datogli due pugni nella bocca et fronte facendo sangue e percossolo con un marello (n.d.r: un bastone) sul brazzo minacciandolo di ammazzarlo..."
La storia insegna...il politico promette,ma non mantiene...Fino a che  un giorno da qualche parte nel mondo lo spirito di Bertolo da Careggine non si risveglierà...

domenica 6 aprile 2014

Fabbriche di Careggine: il paese sommerso...la sua storia


Sotto il lago giace, immoto, lontano ma non dimenticato...La storia di Fabbriche di Careggine, paesello sommerso dalle acque del lago di Vagli, inizia nel lontano medioevo, quando un gruppo di fabbri ferrai provenienti da Brescia decisero di colonizzare le fertili terre della Garfagnana e stabilirsi dove poi è sorto il paese. Divenuto uno dei maggiori fornitori di ferro dello stato estense, nel 1755 fu dotato anche di un mulino per agevolare il lavoro, Nel ‘700 inoltre il Duca di Modena Francesco III concesse agli abitanti di Fabbriche di Careggine privilegi speciali come l’esenzione della leva militare per favorire la produzione di ferro.Praticamente era un paese di tutto rispetto, considerato anche a Modena economicamente redditizio.Ma gli anni passano e arrivò l‘800,fu un periodo di grande declino per la zona, causato principalmente dalla perdita d’importanza commerciale della Via Vandelli. Gli abitanti di Fabbriche si videro costretti a tornare alla vita pastorale agricola per non soccombere alla fame.Agli inizi del ‘900 un nuovo elemento s’introdusse nella storia del paese di Fabbriche di Careggine: il marmo. Con l’avvento di questo nuovo secolo insieme alla nuova attività di estrazione del marmo, il paese si risollevò e fra il 1906 e il 1907 venne anche costruita una centrale idroelettrica per sfruttare le acque del fiume Edron.Insomma fra alti e bassi il paese andava avanti finchè non arrivarono i giorni che suo malgrado lo resero nella memoria di tutti immortale Tutto iniziò nel 1941 quando la società Selt – Valdarno oggi chiamata Enel sbarrò il corso del fiume Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico, tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri di altezza)e il lago di Vagli che iniziò a nascere con la conseguente morte del paese che stava sommergendo con i suoi 34 milioni di metri cubi di acqua.Quando venne sommerso contava 31 case popolate da 146 abitanti, un cimitero, un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro risalente al 1590. I 146 abitanti che a malincuore lasciarono le loro case furono trasferiti nel vicino paese di Vagli di Sotto oppure in altre paesi della valle. Il lago di Vagli venne poi svuotato quattro volte, rispettivamente nel 1958, nel 1974, nel 1983 e nel 1994, per effettuare la manutenzione della diga. Durante questi rari eventi l’antico borgo di Fabbriche di Careggine è riemerso permettendo ai vecchi abitanti e ai turisti di tornare a visitare il paese.Camminare di nuovo fra le mura di questo antico insediamento riemerso dalle acque sarà un emozione che l’avvento delle nuove tecnologie di manutenzione della diga difficilmente si ripeterà.
il paese nel 1994 dopo
 l'ultimo svuotamento della diga
Il paese prima che venisse
 sommerso anni 30


venerdì 28 marzo 2014

"Il Chioccoron" il poeta che osò farsi beffa del re...

Luigi Prosperi nacque a Careggine nel 1832 era meglio conosciuto come “il Chioccoron”.Era di famiglia modesta e dopo aver frequentato la scuola si metteva (come molti altri suo coetanei dell'epoca) a lavorare la terra con i genitori. Ma già dai primissimi giorni di scuola il maestro vide in lui l'abilità nel comporre versi e la passione per la lettura addirittura diventò quasi maniacale,tanto che arrivava perfino a raccogliere pezzi di giornale trovati per strada.Ma purtroppo la grama esistenza lo portò a non proseguire gli studi,però la sua innata dote era rimasta e non mancava occasione che gli amici lo esortassero a “poetare” .Egli era talmente abile che riusciva a declamare a braccio, estemporaneamente anche versi piccanti ed abbastanza irriguardosi.Naturalmente non potevano sfuggire ai suoi versi le autorità politiche dell'epoca.Per questo rischiò più di una volta di rincorrere in qualche severa reprimenda come quando il sindaco e alcuni consiglieri erano a giocare a carte all'osteria nell'orario di lavoro declamò all'istante sonetti “lesivi alla loro immagine e al loro decoro” tant'è che fu spiccato un mandato di cattura,ma i carabinieri non avevano fatto i conti con la scaltrezza del Chioccoron che era fuggito nel bosco e raggiunta la cima di un colle cantò una quartina che ancora oggi si serba memoria 
“Son venuti gli angioletti
per portarmi alle prigioni
non pensavo i minchioni
ch'io passato avrei colletti”
Vignetta satirica dell'epoca
Fu poi perdonato.Ma il più bello e clamoroso doveva ancora venire...Altro che sindaco!Arrivò a toccare i quattro artefici dell'unità d'Italia:Vittorio Emanuele II,Cavour, Garibaldi e Mazzini.Stavolta non ci fu scampo :“Composizione gravemente denigratoria per l'onore della Patria stessa”e questa volta fu arrestato.La composizione del Chioccoron giunse perfino a Roma e addirittura fu pubblicata e riuscì a vendere molte copie e arrivò perfino nelle mani stesse di Sua Altezza il Re d'Italia Umberto I che volle convocare al Quirinale il Chioccoron. Si racconta che tra i rimbrotti del sovrano e le bugie del Prosperi ne scaturì un incontro tragicomico.Tra le menzogne che il Chioccoron che volle far bere al re ci fu quella di fargli credere di essere analfabeta,il re allora gli mostrò il componimento e li il Prosperi si sentì perduto.Ma l re dal carattere mite e bonario lo perdonò concedendogli la grazia e consegnandoli anche una banconota da 50 lire “Comprateci il pane per la famiglia” affermò Sua Maestà.Venditore ambulante il Choccoron prosegui la sua vita nella campagna garfagnina dove non mancava alle sue clienti di dedicare qualche sonetto.Prosperi mori nel 1907 a Fabbriche di Careggine (il paese adesso sommerso dal lago di Vagli) a seguito di un infezione contratta da una puntura di una spina. Il comune di Careggine in suo onore gli ha intitolato la biblioteca comunale:“Luigi Prosperi,il Chioccoron”