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mercoledì 17 febbraio 2021

Prima del "paese sommerso". La "vera" storia di Fabbriche di Careggine

Oramai la sua storia la conosciamo tutti e per tutti non intendo solo noi garfagnini, la storia del paese sommerso di Fabbriche di Careggine è conosciuta in tutto il mondo. I periodici, i quotidiani e i giornali d'Italia e d'Europa nel corso degli anni hanno scritto fiumi d'inchiostro su questa meraviglia. I titoli più singolari svariavano. E se "Il Corriere della Sera" nel 1994 lo definiva "il paese che appare e scompare", la rivista del Touring Club "Qui Touring" lo qualificò come "la Pompei del '900", addirittura il quotidiano newyorkese "Herald Tribune" così scrisse: "a tuscan atlantis resurfaces as tourist mecca", ossia, "un'atlantide toscana riemerge come una mecca turistica". Ma dietro a questi eclatanti titoli a quattro colonne esiste tutta un'altra secolare storia, fatta da uomini, da donne, da una comunità costruita su gente che lavorava. Si, perchè la storia di Fabbriche di Careggine non cominciò in quel 1947 quando il paese venne sommerso dalle acque della diga di Vagli, quell'anno coincise solamente con l'inizio della sua notorietà,
casomai quella data va ricordata come la sua fine. La sua storia infatti principiò  molti secoli prima, una storia che pochi sanno o che molti hanno trascurato per dar risalto alle sue più note vicende,  ma che vale la pena di non dimenticare, per il rispetto di tutte quelle persone che per circa sette secoli li hanno abitato. Tutto 
infatti ebbe inizio in una parte d'Italia molto lontana dalla nostra amata Garfagnana. Eravamo nel 1225 quando Ezzelino III diventò signore, podestà e capitano del popolo di Verona. Ezzelino era un condottiero di parte ghibellina, fedelissimo dell'imperatore Federico II di Svevia che lo nominò addirittura vicario imperiale di Lombardia. Questa sua nomina fu l'inizio della fine della libertà dei comuni del nord Italia. Saccheggi, omicidi,
Ezzelino III
arresti, sotto la sua spada intere città furono rase al suolo. Nemmeno la scomunica di Papa Alessandro IV mise un freno all'efferatezza del despota, tant'è, che le cronache dell'epoca lo definirono nientemeno che "colui che è temuto più del diavolo". Per sfuggire a tanta crudeltà una parte della popolazione delle odierne province di Brescia, Verona e Treviso decise di cambiare aria e di trasferirsi in luoghi più sicuri e a loro più consoni. Fu così che alcuni fabbri ferrai di Brescia fuggirono dalla loro terra natia e una parte di loro trovò asilo in Garfagnana. Quella terra era perfetta per la loro attività, c'erano rigogliosi boschi per alimentare i forni per fondere il ferro, non mancava nemmeno acqua limpida e pulita per far girare le ruote dei mulini e soprattutto li, in quelle montagne esistevano vene di ferro pronte per essere estratte. Si resero conto presto che tutta la zona era ricca di questi elementi, non c'era bisogno di concentrarsi solo in un posto, così, fu presa la pacifica decisione di dividersi in due gruppi. Un gruppo capeggiato 
da un certo conte Volaschio da Brescia raggiunse i piedi della Pania, in quella località  ebbe origine una fiorente attività di escavazione e lavorazione del ferro. Per fondere il metallo sorsero anche una serie di forni fusori(da qui la nascita del paese di Fornovolasco). L'altra fazione, nel 1270 si stabilì più a nord, in quel luogo esisteva un altro monte ricco di
Monte Tambura
ferro: la Tambura. Il sito minerario risultava ricco e da sfruttare, rimaneva il problema dove costruire le officine per lavorazione di questo metallo. Il luogo adatto fu individuato in un tratto pianeggiante di quella vallata, per di più quel posto sarebbe stato perfetto, era attraversato da un fiume: l'Edron. Così in quel fondovalle nacquero dei piccoli opifici, attorno ai quali sorsero le prime case e i primi edifici, quel nuovo insediamento abitativo prese il nome di Fabbriche di Careggine (nome che trovò origine dagli opifici del ferro li presenti e dal comune che li aveva potestà). I secoli passavano e gli abitanti del nuovo paese si erano ormai dimenticati delle angherie di Ezzelino, la gente lavorava tranquilla e in pace e nel frattempo il paesello cresceva sempre di più. Nel 1590 era stata infatti costruita una chiesa che fu dedicata a San Teodoro, ma non solo, si svilupparono anche le piccole attività di
L'interno della
chiesa di San Teodoro
artigiani del ferro, anche grazie ai molti contadini della zona che venivano proprio a Fabbriche per farsi costruire gli strumenti per il proprio lavoro nei campi. Insomma tutto si svolgeva nel modo più sereno, fino al giorno in cui capitò l'anno per "il grande salto". Si prospettava difatti una grande possibilità di ricchezza e sviluppo per tutto il paese. Correva l'anno 1751 e finalmente i lavori della Via Vandelli terminarono, l'importante asse viario che collegava la Pianura Padana con il mar Tirreno passava proprio da Fabbriche di Careggine, per l'occasione venne perfino costruito un ponte (prima di legno e poi in muratura)che attraversava l'Edron, una moltitudine di persone sarebbe quindi passata proprio da lì. Quale miglior occasione allora di incrementare il commercio? Fiducioso in questo il Duca di Modena Francesco III concesse a chiunque ne facesse richiesta permessi per metter su delle attività. Nel 1755 tale Giuseppe Trivelli da Reggio Emilia fu il primo a beneficiare di questa concessione, ed in men che non si dica nacque uno stabilimento per la lavorazione del ferro. Nel 1758 si continuò
Il paese prima di essere sommerso
con la costruzione di un'ennesima ferriera. Insomma nei progetti del duca questo piccolo paesello doveva diventare uno dei maggiori fornitori di ferro dello Stato. Tale era la sua convinzione che alle maestranze addette alle ferriere furono concessi privilegi mai visti prima: esenzioni fiscali, esonero dal servizio militare e agevolazioni sul trasporto del materiale. Questa convinzione ducale, purtroppo, nel giro di qualche anno si trasformò in delusione. Le attività andarono avanti egregiamente fino alla fine del 1700 e poi destino volle che le miniere di ferro entrarono in crisi e allo stesso tempo la famigerata Via Vandelli perse importanza e ben presto cadde in rovina. Come
Il paese prima
di essere sommerso
caddero in rovina tutte quelle attività legate al ferro. Così fu che i "fabbrichini" (così si chiamavano gli abitanti di Fabbriche) si dedicarono alle antiche occupazioni agricole e alla pastorizia, ma la sfiducia era tanta, alcuni abitanti provarono a cercare fortuna altrove e nel 1833 si contavano solamente 66 abitanti. Ma non tutto sembrava perduto, agli inizi del 1900 sembrò che per Fabbriche si aprissero nuove speranze e il paese in effetti si risollevò. Il tempo del ferro era finito, era cominciata l'era del marmo. Cave di marmo furono aperte a Vagli e a Gorfigliano e tra il 1906 e il 1907 nei pressi del paesello venne costruita una piccola centrale idroelettrica che sarebbe servita a questi bacini marmiferi. Questa piccola centrale però non era altro che il preludio a quello che sarebbe successo qualche decina di anni dopo. Nel 1941 nel segno delle grandi opere fasciste la società idroelettrica Selt Valdarno cominciò la costruzione della poderosa diga di Vagli, alta ben 92 metri, destinata a contenere fino a
trentasei milioni di metri cubi di acqua, il piccolo paese di Fabbriche di Careggine perciò doveva essere sommerso. Nel 1947 tutto fu compiuto e il paese fu ricoperto dalle acque del nascente lago artificiale. I fabbrichini furono così costretti ad abbandonare il loro paese per altri paesi della Garfagnana. In alcuni casi ci volle perfino l'intervento della forza pubblica per far desistere dall'abbandonare la propria casa gli ultimi ostinati abitanti del villaggio. 
Per la piccola borgata quell'anno, fu l'anno della fine, che corrispose però con l'inizio della sua leggenda. Al momento della sommersione il
foto tratta da
"Daniele Saisi Blog"
 paese contava 32 case, una chiesa, un cimitero e 146 abitanti. Di questi 146 abitanti, la maggior parte di loro portava un cognome legato alle loro lontane origini: Bresciani. Questo a significare quello che fu il loro stretto attaccamento alla loro discendenza e al loro paese. Un attaccamento, così come dice una leggenda che non è ancora finito, si narra che nei periodi in cui lago viene svuotato e il paese riemerge, gli antichi abitanti facciano ritorno alle proprie dimore... 

  • La foto di copertina è di Getty Images

mercoledì 3 aprile 2019

25 anni fa: quando per l'ultima volta dal lago di Vagli riemerse "il paese fantasma"

Sono già passati venticinque anni... Passato un quarto di secolo già
Fabbriche di Careggine 1994

tutto entra in quella parte di storia che è denominata "memoria storica", che dice che è arrivato il momento di ricordare un fatto e un avvenimento alle generazioni future. Infatti per senso comune affermiamo che una generazione dura in media 25 anni ed è a queste che va fatto conoscere l'evento turistico più grande che sia mai esistito in Garfagnana, che portò nella valle un milione di persone in soli cinque mesi, arrivarono perfino troupe della C.N.N e giornalisti anche dall'Australia. Tanto per rendere bene l'idea dei numeri e delle proporzioni pensiamo che il Giardino di Boboli a Firenze in un anno fa 710 mila visitatori e sempre in un anno il meraviglioso museo egizio di Torino ne fa più o meno mezzo milione, figuratevi voi quello che fu in Garfagnana da quel giugno fino a quell'ottobre del 1994, quando fu svuotato il lago di Vagli e riemerse dalle acque l'antico paese di Fabbriche di Careggine, il cosiddetto "paese sommerso"
Rifacciamo quindi un po' di storia di questo antico borgo per i
Com'era Fabbriche
 di Careggine
pochi che ancora la ignorano. Il "paese fantasma" fu fondato intorno al 1270. Al tempo era un paese di fabbri ferrai provenienti da Brescia che lavoravano il ferro estratto dal Monte Tambura. L'attività era fiorente tanto che nel 1700 era considerato uno dei centri di maggior lavorazione del ferro di tutto il Ducato di Modena, alla fine del medesimo secolo cambiarono però le vie di comunicazione e il paese rimase fuori dalle rotte commerciali, presto la lavorazione del ferro perse importanza e la gente si cominciò a dedicare alla pastorizia e all'agricoltura. La vita intanto trascorreva tranquilla e solo all'inizio del novecento fu costruita la prima piccola diga sul torrente Edron per produrre solamente l'energia necessaria alla lavorazione del marmo delle vicine cave. I
nsomma fra alti e bassi il paese andava avanti finchè non arrivarono i giorni che suo malgrado lo resero nella memoria di tutti immortale. Tutto iniziò nel 1941 quando la società Selt–Valdarno, oggi chiamata Enel, sbarrò il corso del fiume Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico. Tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri di altezza), 34 milioni di metri cubi d'acqua sommersero per sempre l'antico paese. Quando venne sommerso Fabbriche di Careggine contava 31 case popolate da
La diga di Vagli
146 abitanti, un cimitero, un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro risalente al 1590. I 146 abitanti che a malincuore lasciarono le loro case furono trasferiti nel vicino paese di Vagli di Sotto, oppure in altre paesi della valle. Il lago di Vagli venne poi svuotato quattro volte per manutenzione necessaria, rispettivamente nel 1958, nel 1974, nel 1983 e nel fatidico 1994. Era infatti la lunga estate del'94, fu un estate caldissima quella, ricordo un caldo soffocante quel giorno che si decise insieme ai miei amici di andare a visitare il "paese fantasma". Partimmo da casa e già sopra Castelnuovo Garfagnana il traffico era intenso. Per raggiungere Vagli abitualmente da casa mia bastano quaranta minuti, ma quel giorno mi ci vollero ben due ore, ne valse la pena però. Arrivammo nei pressi della diga, la macchina fu posteggiata in qualche maniera, di li cominciammo a camminare percorremmo parecchia strada sotto un sole martellante, si scese così i rapidi pendii delle sponde dello svuotato lago e finalmente quando alzai gli occhi rimasi esterrefatto, vidi uno straordinario monumento di fango in mezzo ad un paesaggio lunare,

quasi irreale, mi sembrò di vivere qualcosa di fantascientifico, solo fango solidificato, intorno era privo di qualsiasi forma di vegetazione e in tutto questo opprimente catino nemmeno un alito di vento. Un vero miraggio, un paese in mezzo al deserto, le case prive di tetto, ancora in piedi invece era la cupola della chiesa e il suo campanile, unico punto quello dove esisteva un po' di ombra e poi ancora si vedeva la struttura del vecchio cimitero e questa immagine come in viaggio a ritroso nel tempo mi fece immaginare come poteva essere la vita quando il paese era ancora esistente: vedevo boschi lussureggianti, il torrente Edron che scorreva allegro nelle vicinanze del borgo e perchè no, in lontananza potevo ancora udire il picchiare dei martelli dei fabbri sopra le incudini , o sennò ecco la vecchietta che con i fiori sta
andando verso il cimitero e il prete adesso che si appresta a suonare le campane... d'un tratto tornai alla realtà, ed ecco che fui catapultato nuovamente in questa specie di girone dantesco...
La poesia di questi ricordi a venticinque anni di distanza lascia il posto a una domanda: a quando un nuovo svuotamento del lago? La domanda è di difficile risposta e a riportare tutti i garfagnini con i piedi per terra ci pensò nel 2010 l'ingegner Coletta, responsabile dei bacini idroelettrici della Garfagnana dell'Unità di business Enel Bologna che così disse:Nei nostri piani  non è in programma alcun svuotamento in quanto tale operazione viene fatta solo se richiesta da motivi di sicurezza o per sostituire qualche pezzo meccanico. Il lago di Vagli, il più grande della Toscana, è sicuro e nel 1994 sono stati inseriti pezzi meccanici in acciaio inossidabile nei punti chiave della diga, quindi al momento non è necessario da parte nostra alcun intervento. Lo svuotamento di un bacino grande come quello di Vagli (oltre 30 milioni di metri cubi d'acqua), inserito in un complesso sistema a cascata che collega tutti gli invasi artificiali della
Garfagnana, non è un'operazione semplice e la motivazione del richiamo turistico non è certo prioritaria-. Ad oggi forse la situazione sarà cambiata, non lo so, ma quello che è certo che esiste una leggenda che dice che nei periodi che il lago viene svuotato e il paese riemerge, gli antichi abitanti facciano ritorno nelle proprie case...




Bibliografia

  • Il Tirreno "Il lago di Vagli non sarà svuotato", 26 agosto 2010, Luca Dini

mercoledì 8 febbraio 2017

Vecchie storie di paura in Garfagnana

E' proprio durante il lungo e rigido inverno garfagnino che
le persone si riunivano "a veglio", questa parola aveva la capacità di riscaldare, divertire e distrarre le persone che nelle fredde sere invernali si riunivano (quando a casa di uno, quando a casa di un altro) davanti al focolare, qui si discuteva dei più svariati problemi,della dura giornata di lavoro nei campi e si raccontavano pure le vicende più incredibili e racconti meravigliosi. Il momento saliente della serata era infatti quando poteva capitare di raccontare storie di paura, in quel momento anche i ragazzi e i bambini che fino a quel momento erano distratti o appisolati in qualche "cantone" della casa si risvegliavano prontamente e aguzzavano le orecchie. La luce tremolante delle fiamme nel camino, la penombra della casa e l'abilità di raccontare dell'anziano oratore di turno creavano un'atmosfera tutta particolare, ad aggiungere gusto alla narrazione c'erano le "mondine" quasi pronte sul fuoco e l'aspro vinello nostrale era il coronamento della veglia. La tradizione orale di questi racconti così è andata avanti per secoli fino ad arrivare a noi, grazie sopratutto al recupero e alla trascrizione di questi racconti da parte di associazioni culturali come il "Gruppo vegliatori di Gallicano" o "La Giubba" di Piazza al Serchio. Le storie che andrò a narrare oggi sono tratte in buone parte dall'egregio lavoro fatto da Umberto Bertolini e Ilaria Giannotti e quelle che ho scelto sono racconti di paura al di fuori dell'ordinario, non legate alla pura tradizione garfagnina dei buffardelli o degli streghi (di cui già ampiamente ho scritto) ma bensì riguardano vicende verosimilmente accadute (così almeno giuravano i protagonisti...), di spiriti e fantasmi. Solitamente prima di cominciare con un racconto il cantastorie faceva delle raccomandazioni, tanto per creare un po' di pathos negli ascoltatori e rammentava alle donne presenti se avevano raccolto i panni lavati dei
loro figli messi ad asciugare all'aria aperta, tale faccenda doveva essere fatta prima che le campane avessero suonato l'Ave Maria della sera, perchè c'era la convinzione che dopo quell'ora per le vie dei paesi garfagnini si aggirassero esseri maligni e se malauguratamente avessero solamente sfiorato i panni stesi, questi potevano procurare brutte malattie  ai bambini  che le avessero indossati. In caso di dimenticanza bisognava "raccattare" questi vestiti il mattino seguente all'ennesimo suono delle campane. Ci si raccomandava anche di non bere alle fontane dopo l'or di notte (n.d.r: l'ordinotte era un'ora dopo l'Ave Maria, cioè quell'ora che segnava la fine del giorno e l'inizio della notte) poichè si "poteva pigliare lo spirito maligno", però si ci si poteva dissetare solo dopo aver detto "Acqua corrente, ci beve il serpente, ci beve Dio e ci bevo pure io". Dopo questi buoni consigli di rito si cominciavano a raccontare le storie di paura; una fra le più famose narrava le vicende di MATT'MATTEO. Questo racconto è probabile che abbia un fondo di verità e riferisce dei fatti accaduti ad un pastore di Vagli
All'inizio della Valle Arnetola, lungo il corso della via Vandelli si aprono numerose grotte, in quei luoghi si ha come l'impressione che le Apuane ti si stringano tutto intorno, alcune di queste grotte
Le buche della Valle Arnetola
sono profondissime  e le loro acque interne come per magia affiorano proprio nel territorio di Vagli. Una di queste buche, la buca del Pompa, effettivamente faceva sbucare le proprie acque cristalline nei pressi di un lavatoio. Nelle vicinanze di questa buca portava a pascolare le pecore Matt'Matteo, un pastore molto giovane, esuberante e vivace, sempre allegro e con il suo zufolo in bocca. Un brutto giorno il pastorello volle affacciarsi alla buca, gli era parso di sentire delle voci, ad un tratto il suo caprone gli rifilò una forte testata che lo fece precipitare negli abissi. Matt' Matteo morì. La notizia rattristò tutto il paese e quel che era peggio la povera madre non aveva neanche il corpo su cui piangere. La mamma venuta a conoscenza che le acque della maledetta buca si raccoglievano nei pressi della fonte del lavatoio volle andare lì ad aspettare il corpo del figlio, difatti alcuni giorno dopo le acque restituirono il berretto e lo zufolo, ciò rafforzò ancor di più la convinzione che prima o poi il cadavere del figlio sarebbe ricomparso. Fu tutto vano, i giorni passavano e la madre non si muoveva più dal lavatoio e chiamava in continuazione il figlio, i paesani portavano alla povera donna cibo ed acqua per sostenerla ma la morte dopo un mese circa giunse anche per lei, il dolore fu troppo forte da sopportare. Dopo i fattacci chi passava nelle vicinanze del lavatoio, specialmente dopo le uggiose giornate di pioggia c'è chi vedeva fra la nebbia la povera mamma seduta sul bordo della vasca che guardava nell'acqua ed emetteva un gemito di disperazione da far gelare il sangue nelle vene. 

L'altra storia se si vuole è abbastanza recente ed è figlia dell'immigrazione e il protagonista è esistito per davvero. I fatti raccontano di tale LEONZIO (nome volutamente creato ad arte per celare la vera identità). Leonzio era emigrato in Inghilterra ed era tornato in Garfagnana  come si suol dire con le tasche piene, con tutti i soldi guadagnati si era comprato una dimora di tutto
rispetto che per la sua grandezza e magnificenza era soprannominata "il castello". Ma come si sa i denari non insegnano nè la buona educazione, nè le buone maniere, per di più non andava mai in chiesa e non sopportava i poveri. Comunque sia decise per il suo ritorno di offrire ai paesani più ricchi un succulento banchetto presso il castello. Di ritorno dall'aver ordinato le provviste per la grande cena passò davanti al cimitero del paese, vedendo un teschio lo calciò in modo sprezzante così dicendo:- Stasera faccio un grande banchetto e giacchè ti ho trovato ti invito, così mi dirai come si sta nell'aldilà-. Arrivò così la sera e la cena ebbe inizio, i più prelibati piatti erano presenti in quella casa, l'orchestra non smetteva mai di suonare e tutti i commensali gridavano:- Viva Leonzio !!!- e quando la festa era proprio all'apice si sentì bussare alla porta, tanto forte che il castello tremò. Leonzio dette il permesso ai suoi servi di andare ad aprire con il preciso ordine di far entrare chiunque fosse stato ricco o di prenderlo a calci se era un povero. Il servo andò ad aprire e si spaventò tantissimo, così tanto da mettersi seduto per la paura, aveva visto un'orribile ombra, quest'ombra chiedeva di vedere il padrone dal momento che era stata invitata. Riferite le parole dell'essere a Leonzio, prontamente cancellò l'invito, aveva capito che quella "cosa" era l'anima di quel teschio che aveva calciato in giornata. Immediatamente fece chiudere tutti i portoni e le finestre con chiavistelli a doppia mandata ma l'ombra non si fermò, con una tremenda spallata abbatté il grosso portone d'ingresso, gli invitati furono presi dal panico generale, chi scappava a destra, chi a manca ma la creatura rassicurò tutti, voleva solo ed unicamente Leonzio, che fu così avvolto fra le spire dell'ombra che lo immobilizzò dicendogli queste parole:- Nipote mio ascoltami, ti do una brutta notizia, oggi tu morirai, credevi di regnare invece da ora in poi penerai con me per tutta l'eternità all'inferno-. Quel giorno stesso Leonzio morì e nessuno ebbe più il coraggio di entrare in quel palazzo che ben presto fu invaso dai topi che per prima cosa mangiarono il suo ritratto.La prossima novella mescola storia e paura e anche queste vicende fanno riferimento a fatti reali. L'episodio avvenne verso la metà del 1700, quando la nuovissima ma impervia Via Vandelli diventò un'arteria importantissima per i commerci con il mare (leggi la sua storia http://paolomarzi.blogspot.it le-strade-garfagnine-di-una-volta-.html). La strada era trafficata sopratutto dai mercanti di sale e quello che successe in quel terribile inverno di tre secoli fa, fece prendere il nome a quel tratto di via FOSSA DEI MORTI. Qui alcuni mercanti estensi
La Via Vandelli
in un rigido inverno si recavano a Massa per approvvigionarsi di sale, furono colti da una tempesta di neve senza precedenti. I cavalli e i mercanti erano assiderati dal gran freddo, il vento e la neve battevano pungenti nei loro volti e praticamente non riuscivano ad andare avanti, si rifugiarono in un avvallamento del terreno che diventò ben presto la loro tomba, con ogni probabilità furono colti da una slavina. Da allora i cavatori di marmo e i passanti quando nevica odono ancora in quel luogo i lamenti dei morti e lo scalpitare dei cavalli.


Così si concludeva una sera "a veglio" di un tempo lontano, ognuno riprendeva le proprie cose, le madri si caricavano in braccio il bimbetto impaurito e infreddolito e si andava a casa propria a riposare per il giorno dopo, non rimaneva però che un'operazione da fare, l'ultima persona che lasciava la stanza aveva il compito di battere il ceppo ardente con le molle del camino, le scintille che uscivano dalla cappa camino andavano a portare prosperità nei campi. 

mercoledì 12 ottobre 2016

Un ritorno inaspettato: i lupi. Ecco la loro perseguitata storia in Garfagnana

"Ci sono tre predatori che mettono paura all'uomo medio: lo squalo mangia uomini, un branco di lupi,e il dipartimento delle tasse", così ebbe a dire Sir Charles James Lyall funzionario di sua maestà britannica nelle lontane Indie. Questa frase in parte può essere accostata anche alla nostra Garfagnana, poichè togliendo lo squalo la paura rimane (da tempo immemore) per le tasse e ultimamente è tornata a galla per il ritorno dei lupi. Ormai erano spariti dalle nostre terre già da molto tempo ma negli ultimi anni sono tornati prepotentemente alla ribalta. La loro presenza è segnalata in ogni dove nella valle, si parla di due grossi branchi all'interno del Parco delle Apuane, inoltre tempi duri si prospettano anche per i cacciatori di cinghiali, dato che questi lamentano di un dimezzamento delle prede rispetto agli anni passati, colpa dei lupi a quanto si dice. Nei boschi pare non sia difficile neppure trovare carcasse di daini e mufloni, ma non solo, a lamentarsi per il grave danno procurato sono anche i pastori garfagnini, ad esempio in località Cerasa nel comune di Pieve Fosciana delle pecore furono letteralmente sbranate dai lupi. La cosa che però desta più preoccupazione è quello che accadde nel febbraio 2016 a Gorfigliano, quando i lupi scesero dalle pendici apuane per giungere direttamente nel paese, furono avvistati proprio dai paesani stessi che li videro arrivare fino alla piazza principale del borgo, per l'amor di Dio, niente è successo nè a persone nè ad animali domestici, ma un certo timore si fa avanti e a questo proposito furono allertati dal sindaco, sia la Prefettura che la regione che prospettarono come soluzione l'installazione di dissuasori acustici per tenere lontano questi animali. Si, perchè è bene sapere che i lupi non si possono uccidere, quindi la regola di farsi giustizia da soli non vale, anzi il buon lupo deve dire sopratutto grazie della sua salvaguardia a due persone: il ricercatore Luigi Boitani dell'università La Sapienza di Roma ed al professor Erick Ziemen che all'inizio degli
Luigi Boitani uno dei
salvatori del lupo
anni '70 su commissione del W.W.F studiarono la distribuzione della specie e sottolinearono che senza un intervento mirato di li a poco il lupo si sarebbe estinto. Detto fatto in breve tempo (nel 1971) fu emanato un decreto ministeriale che eliminava il lupo dalla lista degli animali nocivi (dove prima era stato inserito con Regio Decreto 1423 del 1923 e che così dettava "la presa degli animali nocivi e feroci può essere fatta con lacci, tagliuole e bocconi avvelenati...")e proibiva appunto l'uso di questi bocconi. Nel 1976 a maggior tutela fu introdotto un ennesimo decreto, il decreto Marcora che sanciva la protezione integrale e il divieto di caccia totale, fino poi ad arrivare alla legge vera e propria del 27 dicembre 1977, numero 968 e tanto per rimanere sempre in tema di leggi e decreti ecco ancora un altro decreto, il 121 che punisce i cacciatori di animali protetti con il carcere da uno a sei mesi o un ammenda fino a 4000 €...mica noccioline! La storia garfagnina come vedremo ci dice che nei secoli il lupo ha sempre abitato le nostre montagne, ma allora quali furono le cause della sua scomparsa? E quali le motivazioni per cui è riapparso ai giorni nostri? La causa primaria della sua scomparsa fu la caccia fatta in maniera selvaggia e continuativa che portò l'animale quasi all'estinzione, d'altronde nei tempi antichi la protezione del gregge era fondamentale per la sopravvivenza e per l'economia di una famiglia. Ecco poi che piano piano e in maniera graduale il lupo è 
riapparso nelle nostre terre e vediamo come mai. L'abbandono progressivo della montagna da parte dell'uomo e il

conseguente ripopolamento di cervi, daini e cinghiali ha fatto si che il lupo potesse tornare a vivere nei nostri boschi. Negli anni si sono susseguite molte voci sul fatto che lo stesso lupo fosse stato reintrodotto in Garfagnana per mano umana, ma gli esperti rifiutano questa ipotesi, smentiscono poi di particolari incroci della specie con lupi americani o cecoslovacchi, in parole povere il Centro di salvaguardia del lupo appenninico dice che il ripopolamento(per mezzo dell'uomo)sull'Appennino Tosco- emiliano non c'è mai stato e con queste parole conferma che:- il fenomeno di colonizzazione di nuove aree è totalmente naturale-. In pratica questo lupo che gira famelico per i greggi nostrali è il solito lupo che già da tempi remotissimi vagava nei boschi di casa nostra, cacciato più che mai in maniera spietata. Si presume che il lupo fosse già presente nella valle già nel VI secolo d.C, all'indomani delle prime invasioni barbariche, quando questi fieri guerrieri misero a ferro e fuoco sia la Garfagnana che tutta la penisola italiana, fu un lungo periodo di completa disorganizzazione sociale, per di più la peste e la povertà ridussero notevolmente la popolazione locale, questi fattori crearono le condizioni ideali per il lupo di potersi riprodurre in tutta tranquillità per mancanza di competitori naturali e tutto il territorio era in completo stato di abbandono. Ma presto l'uomo tornò a fare i conti con questo predatore. La società con il tempo riprese il suo naturale cammino, ora però il lupo era il re assoluto dei boschi e delle selve. Il numero di questi predatori in quegli anni raggiunse livelli mai più raggiunti, tanto da mettere in serio pericolo l'uomo e ciò che gli apparteneva. Siamo infatti intorno al 1300 quando cominciano a nascere le leggende e le credenze più disparate su questo animale ed è proprio in quel periodo che il lupo suo malgrado diventa il protagonista cattivo delle fiabe, ecco allora che uccidere un lupo diventa un atto di giustizia e un dovere e le carcasse dei lupi più feroci vengono esposte fuori dai paesi garfagnini, ma non solo, per quanto la cosa appaia ridicola ci sono documenti che attestano di processi a questo animale, si ha notizia di maledizioni lanciate sulle belve ad opera di preti, dal momento che è il lupo che viene cavalcato
La caccia al lupo dura da secoli
dalle streghe per andare al sabba e le stesse si dice che abbiano rapporti sessuali con questo animale. Il lupo così si sarà fatto nei secoli la sua etichetta, per tutti adesso rappresenta il male e per questo doveva essere combattuto con tutti i mezzi possibili e i legislatori dei nostri comuni adottarono vari sistemi per vincerlo. Il più praticato era mettere una vera e propria taglia sulla testa del mal 
capitato animale. Il comune era quindi pronto ad elargire premio in denaro a chiunque portasse un lupo vivo o morto. Addirittura in certi comuni si faceva l'obbligo ai contadini di dare la caccia all'animale. A questi propositi ecco una norma della Stato di Lucca del 24 maggio 1343 che così diceva:

"Bandisce da parte di messer lo Vice vicario
Che ciascuna persona di qualunque conditione sia, la quale consegnerà et appresenterà alla Camera di Lucca alcuno lupo o lupa vivo o morto arà incontenente dal Camarlingo della dicta camera tre lire di piccioli, se serà lupo grande et atto a nuocere; e se fusse delli altri lupi piccoli, di ciascuno vivo, avrà soldi XL, et di ciascuno morto soldi XX..."
Ma questi soldi non bastarono e per incrementare ancor di più lo sterminio del lupo nella valle gli amministratori furono costretti
Branchi di lupi sterminati messi in mostra
fuori dal paese
ad aumentare il premio, dalle tre lire il compenso fu aumentato notevolmente fino ad arrivare a 17 lire. La lotta fra l'uomo e lupo continuò nei secoli a venire, tanto che duecento anni dopo troviamo ancora vigente la taglia sul lupo. Difatti dal registro "dell'Offizio dell'entrate" ecco qualche annotazione dei pagamenti eseguiti per la cattura dei lupi. Ad esempio nel 1565 tal Gian Maria di Pellegrino di Bolognana si ritrova in tasca 17 lire suonanti per la cattura di un lupo grosso. L'anno dopo (1566) a Baccio da Castiglione ecco le solite lire ma stavolta per ben sei lupacchiotti, che dire poi di Lentino di Batista e Cesare di Francesco di Eglio che nel 1568 ebbero l'ardire di catturare ben due lupi grossi, naturalmente la taglia venne raddoppiata. 
A metter il bastone di traverso a questo bistrattato animale non bastava solamente, come si è visto il vigente Stato, ci si mise pure

la chiesa: chi non rispettava i precetti di "Sanctae Romanae Ecclesiae" poteva essere attaccato dal lupo, o lui o i suoi greggi e per confermare questo leggiamo una leggenda figlia di quel lontano periodo. La leggenda si intitola semplicemente "Il pastore e il lupo".
-C'era un pastore nei pressi di Vagli che viveva sperduto con il suo gregge per le montagne, nessuno mai lo incontrava, scendeva in paese solamente per andare alla messa. In quei tempi lontani i lupi erano un vero flagello per i pastori, ma questo problema non toccava il nostro caro pastore perchè la sua fede  e il suo coraggio erano più che sufficienti per tenerli lontani, quando vedeva un branco di lupi all'orizzonte o intento ad uscire dalle impervie gole montane, ecco che il buon pastorello si inginocchiava e cominciava a pregare e alzando solamente una mano fermava l'avanzata inesorabile dei lupi. Una domenica il pastore non scese in paese per andare alla messa, aveva molte faccende da sbrigare, ma quella notte le pecore si misero a belare a più non posso, egli capì subito che i lupi erano ormai vicini. Salì su un masso e si inginocchiò, ma questa volta l'avanzata dei lupi non si fermava, il pastore capì che non essendo andato alla messa i suoi poteri erano spariti, allora estrasse dalla tasca il suo Rosario, chiese perdono e i lupi immediatamente si ritirarono-. Sul
masso dove si inginocchiò ancora oggi si possono vedere le impronte delle ginocchia del pastore.
Insomma è dura la vita del lupo, da Cappuccetto Rosso in poi non ha avuto più pace, una pace che credo neanche ai giorni nostri riuscirà ad avere...


Bibliografia:


  • Rivista di archeologia storia e costume. Anno XLIV N 1-2 2016 "Brevi note sulla presenza del lupo in Lucchesia" di Osvaldo Nieri
  • "Racconti e tradizioni popolari nelle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi

mercoledì 17 febbraio 2016

I tesori nascosti sulle Apuane. Così ci dice la leggenda...

Diciamo la verità, chi adulto o bambino che sia in cuor suo non si è mai sentito il pirata Long Jhon Silver o un più attuale Indiana Jones? Una delle fantasie più grandi è andare alla ricerca di un tesoro perduto, libri e film ci hanno sempre aiutato a sognare in queste illusorie chimere di vivere in un  romanzo come quello di Luis Stevenson, "L'isola del tesoro", o essere protagonisti di un film come  "I predatori dell'arca perduta". Abbiamo visto in questi tesori lontani, scoperti in posti esotici l'apparente pacificazione dei nostri desideri più nascosti.Ma per partire alla ricerca di questi tesori ad esempio, bisogna andare per forza nelle Antille francesi? O magari in qualche recondito angolo dell'Africa nera? O forse nelle umide foreste equatoriali? Non c'è una soluzione più pratica per chi volesse far poca strada senza spendere tanto? In effetti qualcosa in tal senso per alcuni pigroni locali la Garfagnana e le nostre Apuane offrirebbero, non si tratta altro che di leggende per l'amor di Dio, ma come dico sempre io in ogni leggenda un fondo di verità c'è sempre, seppur minimo e infinitesimale ma c'è. Non per questo dico di partire zaino in spalla e via su per i monti, io dico sopratutto di leggere e apprezzare la bellezza, la poesia e la fantasia che hanno le nostre storie locali. Queste che vado a narrarvi sono tre leggende, quasi ormai perse (e per fortuna recuperate) dislocate in varie zone delle Alpi Apuane:la Tambura, la Pania e il Procinto e parlano tutte di ricchezze nascoste.

L'ORO DELLA TAMBURA
La vetta della Tambura

Lassù, in fondo a uno dei canali che fiancheggiano la Tambura si dice che vi sia un giacimento d'oro, ma c'è un altra suggestiva ipotesi che racconta di un consistente tesoro portato li dal mare, dai predoni che solcavano le coste versiliesi cinquecento anni fa. Ad avvalorare questa tesi c'è la storia di un cavatore di Vagli che un dì del 1915 a pochi giorni dallo scoppio della I guerra mondiale andò a refrigerarsi proprio in un pozzo in fondo a questi canali della Tambura e con grande meraviglia vide qualcosa che brillava alla luce del sole. Era una vera moneta d'oro,l'entusiasmo del cavatore andò alla stelle per quella moneta venuta da chissà dove e questo bastò per correre in paese e informare la famiglia dell'accaduto, ma come sapete nei piccoli paesi occhi e orecchie sono dappertutto e in meno che non si dica la voce del ritrovamento si era sparsa in ogni dove. La domenica successiva arrivarono uomini da ogni versante apuano per cercare il tesoro, le ricerche continuarono per giorni e giorni senza trovare nemmeno l'ombra di un centesimo bucato. I giorni passavano e il sogno del tesoro nascosto man mano si affievoliva, ma le credenze invece sono dure a morire e esiste ancora il mito di una buca nascosta e profonda nei pressi del Passo Tambura, all'entrata del quale è scolpita l'immagine di un diavolo che indica senza dubbio il punto preciso dove si trova il tesoro. Lascia perfino al fortunato avventuriero di impadronirsi della cospicua fortuna, ma a patto di fare in fretta poichè al primo udire di campane di qualsiasi paese nelle vicinanze, le rocce si richiuderebbero per non riaprirsi prima di sette lunghi anni. Qualcuno giura che invece la maniera per impossessarsi delle monete d'oro sia quella di contarle tutte, ma un'incantesimo rende impossibile la prova e così le monete sono ancora nel ventre della Tambura, ma profezia dice che un giorno qualcuno riuscirà a sciogliere l'incantesimo e sulle Apuane non ci sarà più nè fatica,nè povertà.

LE PATATE D'ORO
Costa Pulita (foto tratta dal blog Montagnatore)

Si è favoleggiato un tempo che dallo "sfasciume" di sassi che scende dalla Pania vi fosse qualche bagliore giallastro, chissà, monete d'oro o forse pepite.In effetti è la strana sensazione che ancora oggi colpisce il camminatore che passa per quelle aride "sassaraie", gli sembra di essere colpito da un lampo dorato. Eppure un fondo di verità ci deve essere se è vera quella leggenda che un tempo raccontava la gente di montagna di quel contadino di Fornovolasco che aveva un campo di patate poco sopra il paese, un posto quello dove in verità non ci passava nessuno perchè a quanto pare "ci si sentiva qualcosa".Una mattina di buon'ora il contadino andò a levare le patate per poterle andare a vendere in Versilia,dopo che le ebbe sistemate nelle ceste le caricò sul dorso del mulo e si incamminò. Per accorciare la strada prese in direzione della Costa Pulita passando per i prati di Valli, ma all'improvviso nell'inerpicarsi su per la montagna il mulo si fermò, non voleva saperne di avanzare neanche di un solo centimetro. Il contadino provò quindi a tornare indietro e la bestia si muoveva agilmente, ma come faceva per riprendere la salita si puntava inesorabilmente. Il pover'uomo si infuriò e cominciò a bastonare il malcapitato animale, ma si accorse però che il mulo a ogni piccolo passo, faceva un immane fatica, il contadino capì restando a bocca aperta che più l'animale saliva più il carico di patate aumentava. Intanto il pomeriggio diventava cocente e il sole cominciava a picchiava forte,l'uomo era esausto, il mulo ancor di più e la situazione era veramente difficile, il contadino allora si vide costretto a prendere l'amara decisione di vuotare le ceste, ma con grande meraviglia quelle che vide ruzzolare giù per il monte non erano patate, bensì delle grosse pepite d'oro.Invano l'uomo cercò di recuperarle ma ormai si erano tutte frantumate in polvere, non era possibile recuperarne neanche un pezzetto. Ecco perchè chi passa di li ha la sensazione di vedere i riflessi dell'oro è tutti ciò che rimane del tesoro del contadino.

IL TESORO NASCOSTO NELLA TORRE
Il Monte Procinto

C'è un solo giorno dell'anno, ad un'ora ben precisa che secondo leggenda il monte Procinto si trasforma in torre, dentro la quale è custodito un tesoro favoloso.Questa storia fu ascoltata una sera a veglia da un soldato che si trovava a casa in licenza e rimase sorpreso da quanto era successo a quel capitano che aveva sentito raccontare la medesima storia da un vecchio del paese e si era quindi voluto mettere alla ricerca del tesoro nascosto. A niente valsero però le raccomandazioni dei paesani che lo avvertivano di inquietanti presenze, figuriamoci se un soldato scampato a mille pericoli poteva avere paura di eventuali creature misteriose. Prese così la decisione di costruirsi una capanna di fronte al monte e stare accorto a ogni movimento. Passarono giorni senza nessuna sorpresa, ma una notte di luna piena i campanili nelle vicinanze rintoccarono l'ora più breve, all'improvviso il Procinto apparve ancor più svettante come una torre inespugnabile e da una porticina uscirono dei piccoli esseri vestiti da guerrieri che ripetevano:

Custodiamo il nostro oro
non cediamo il tesoro
a qualunque mortale
che non conosce il segnale

Il capitano corse verso la porticina, ma fu fermato dal sibilo di cento serpenti che erano avviluppati tutti intorno ad una statua che rappresentava un guerriero e gli chiesero così cosa volesse trovare:
- Il tesoro della torre- rispose il soldato 
e di tutta risposta i serpenti aggiunsero:
-E sai dare un segnale per entrare?-
- No!- ribattè il capitano -ma quando me lo direte lo saprò -
Un forte vento con furia inaudita lo sospinse fuori, ma il militare non si scoraggiò, aveva tutta la notte per risolvere l'arcano.
Intanto i folletti guerrieri si erano radunati in cerchio intorno ad un albero e allegramente ripetevano:

Custodiamo il nostro oro
non cediamo il tesoro
a qualunque mortale
che non sappia il segnale
Cento bastonate riceverà 
ed entrare non potrà

e fu proprio in quell'attimo che uno dei folletti si lasciò scappare una sibillina frase:
-Come farà mai a spezzare la lancia della statua del guerriero?-
e tutti i piccoli esseri cominciarono a ridere e a spassarsela al chiaro di luna. Svelto, svelto il capitano corse verso la porticina e cercò invano di spezzare la lancia della statua. Allora preso ormai dalla bramosia fece cadere la statua per terra che si frantumò in mille pezzi, rivelando clamorosamente al suo interno una chiave d'oro che l'uomo non riuscì a prendere perchè in men che mai i piccoli guerrieri gli saltarono addosso bastonandolo e malmenandolo di santa ragione.
Il povero militare si svegliò nella sua tenda davanti al Procinto, il sole era già alto, niente era rimasto della sera precedente, se non un brutto sogno e uno strana e dolorosa sensazione in tutto il corpo di ossa rotte...

Patrice De La Tour Du Pin, poeta francese così diceva:
"I paesi che non hanno leggende sono destinati a morire di freddo"...

mercoledì 9 settembre 2015

Verità o leggenda? La storia di Teodora e Anselmo e "la leggenda del Lago di Vagli"

1994 ecco come appariva il paese di Fabbriche
di Careggine dopo l'ultimo svuotamento
Nelle mie ricerche storiche garfagnine mi sono spesso trovato davanti a dei fatti riscontrati che da una parte risultavano vicende realmente accadute, mentre dall'altra i soliti accadimenti mi scaturivano addirittura in leggende. Questa anomalia spesso l'ho riscontrata nelle vicende che raccontavano in particolar modo della nostra gente, della nostra semplice gente e non riguardava affatto vicende strettamente storiche inerenti a regnanti, battaglie e guerre, quindi facilmente documentate e documentabili.Tutto questo perchè in Garfagnana c'erano brutte storie che come si suol dire "tornava male" raccontarle ai posteri, alle generazioni future, perchè storie scomode per la mentalità dei secoli passati, storie di brutali assassinii,di vicende amorose un po' scabrose, di ruberie varie commesse dai paesani stessi, quindi spesso e volentieri questi episodi si cercava di buttarli in leggenda con tanto di diavoli e fantasmi vari di contorno, quello che era importante era salvare
l'onorabilità del paese e dei parenti del colpevole dei misfatti a futura memoria e così spesso è stato.In tanti casi in Garfagnana episodi di cronaca nera ci sono stati passati nei decenni e nei secoli come leggenda (per esempio leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/2014/11/il-caso-del-sandalo-rosso-storia-di-un.html), ma come ben si sa qualsiasi leggenda il suo fondo di verità l'ha sempre. Infatti mi è tornato alla mente in questi giorni che si sta parlando nuovamente di svuotare il lago di Vagli, di una storia proprio in tal senso, accaduta piuttosto di recente,proprio quando Fabbriche di Careggine (il futuro paese sommerso) fu evacuata per far posto alla mastodontica diga di Vagli e al suo invaso.Questi fatti che andrò a narrare sono meglio conosciuti come "la leggenda del Lago di Vagli", ma di leggenda qui ce n'è ben poca, credetemi, è una storia che farebbe invidia a qualsiasi trasmissione televisiva che si occupa di questi casi o a qualche scrittore di gialli, insomma una bella ma brutta storia che io racconterò come leggenda vuole, a voi poi discernere la verità dalla leggenda stessa.

L'antico paese di Fabbriche di Careggine oggi riposa in fondo al lago di Vagli (per la sua storia leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/04/fabbriche-di-careggine-il-paese.html), poche case ricoperte di fango raggruppate intorno alla chiesa di San Teodoro e al suo campanile. Oggi i suoi abitanti sono i pesci, ma una volta era un borgo industrioso, divenuto negli anni uno dei maggiori fornitori di ferro dello stato estense, nonché considerato un punto strategico di passaggio per la famosa Via
Come appariva il paese quando era abitato
Vandelli che collegava la Garfagnana con il mare versiliese dove i messi postali riposavano sul suo caratteristico ponte di pietra prima di affrontare le faticose salite che si snodavano sulle pendici della Tambura. A quel tempo la voce del paese (come poi di molti altri) erano le campane del campanile della chiesa principale: annunciavano gioia, pericolo, il dovere, il dolore, la festa. Rendevano veramente un gran servizio, inimmaginabile ai nostri tempi, due belle campane bronzee annunciavano quello che era successo o che stava per accadere. Quando suonavano "a disperso" gli uomini uscivano dalle case con il "lume" e andavano a cercare chi si era perso nella bufera di neve o nel buio bosco, quando suonavano "a fuoco" uomini, donne e anziani uscivano di corsa per spegnere l'eventuale incendio, addirittura quando talvolta le nevicate erano abbondanti e la circolazione diventava difficile, le campane invitavano gli uomini con le loro pale a pulire le vie, o sennò le campane suonavano per le giornate obbligatorie, quando per tre giorni in un anno ogni uomo doveva lavorare gratis per la comunità rimettendo a posto i selciati, facendo manutenzione alla chiesa e alla cose pubbliche in genere. Tutto questo per narrare la vicenda di Teodora ed Anselmo che abitavano al margine del paese di Fabbriche di Careggine (oggi borgo sommerso).La donna era guardata con sospetto dai compaesani, era una donna strana, solitaria, aveva l'abitudine di rimanere fuori dopo il tramonto e la consuetudine di camminare da sola nelle selve, tant'è che veniva considerata una sorta di strega, molti quando la vedevano passare in paese si facevano il segno della croce. Arrivò così un 13 dicembre e Anselmo uscì a fare la legna nel bosco,la notte scese rapidamente cancellando ogni cosa,dalla Tambura e dal Sumbra scesero miriadi folletti spargendo ghiaccio in ogni dove. Anselmo quando vide ciò si affrettò verso casa con il suo carico di legna ma disgraziatamente scivolò lungo il sentiero e non riuscì a rialzarsi. Nessuno lo soccorse e naturalmente morì di freddo. Teodora non si preoccupò minimamente del ritardo del marito e non avvertì nemmeno il campanaro, il campanile era rimasto silenzioso in quella gelida
1947 il campanile sommerso
notte. La moglie approfittò dell'assenza del marito intorno alle sue losche faccende. Il mattino seguente verso mezzodì Teodora si decise di dare l'allarme dicendo che il marito era partito la stessa mattina di buon ora per andare a fare legna e che non aveva fatto ancora ritorno, si finse preoccupata e disperata e si raccomandò che qualcuno andasse a cercarlo.Le campane suonarono "a disperso" e gli uomini partirono alla ricerca e dopo poco trovarono il povero Anselmo ai margini del bosco con una gamba rotta. Gli uomini capirono subito che era morto già da parecchie ore e sospettarono che la moglie intenzionalmente non avesse dato l'allarme. Nessuno potè incolparla, ma piano piano con il tempo gli abitanti del borgo la emarginarono ancora di più. La donna viveva ormai nel "ciglieri" (n.d.r:la cantina), dal quale non usciva mai e passava il suo tempo dimenticata dalla gente. Nel 1941 la società Selt Valdarno (oggi Enel)decise di costruire un bacino idroelettrico.In paese stavano iniziando i lavori per chiudere la valle del torrente Edron e nei pressi del borgo, si sarebbe costruita una grande diga che, sbarrando le acque impetuose del torrente, avrebbe dato vita ad un nuovo lago artificiale. In paese c'era gran fermento, in poco tempo bisognava abbandonare le case e andare a vivere altrove. Incredulità e tristezza la facevano da padrone, le campane non suonavano più,la gente si preparava a smobilitare e alla meglio si arrangiava a trasportare mobili e quant'altro da parenti o in altre case. Anche Teodora fu informata che la sua casa sarebbe ben presto stata invasa dalla acque, ma lei non ci voleva credere e nessuno l'avrebbe costretta ad abbandonare casa. Ma un giorno del 1947 le acque arrivarono per davvero, Teodora cercò di fuggire dalla cantina ma rimase prigioniera del fango. Tutti dissero che era la sua giusta condanna. 


Il momento dell'evacuazione
del paese 1947

Anni dopo quando fu svuotato il lago per la prima volta nel 1958, a qualcuno tornò in mente la povera donna e alcuni provarono a ricercare il cadavere di Teodora. Non fu trovato niente, nemmeno un osso, qualcuno pensò che fosse riuscita fuggire. Il fatto rimane comunque un mistero. Eppure c'è qualcuno che giura che nelle notti del 13 di ogni mese sente le campane suonare, si dice che sia il fantasma di Teodora, costretta dal Diavolo a suonare fino all'alba per scontare i suoi peccati e in particolare per quello di non averle suonate la notte che il povero Anselmo si perse nel bosco...

Una storia di altri tempi che fonde verità e leggenda. Vicende che si perdono nelle tradizioni orali dei paesi più nascosti...

venerdì 19 dicembre 2014

Il Monte Sumbra e le marmitte dei giganti.Luoghi meravigliosi abitati da personaggi leggendari

Il Sumbra
Se il Pisanino è il re della Apuane e la Pania la sua regina possiamo considerare a buon titolo il Sumbra il suo principe.Il Monte Sumbra chiamato così a quanto pare perchè la sua mole imponente (specialmente se osservata da Vagli) ha l'aspetto di un animale accovacciato o di una sfinge che siede sulla propria ombra si trova diviso fra due comuni garfagnini:Vagli e Careggine.La sua vetta arriva a 1769 metri d'altezza e lo si può raggiungere facilmente da Capanne di Careggine godendo di panorami unici e severissimi, mentre percorrendo la strada Castelnuovo- Arni nel tratto da Campaccio a Tre Fiumi si può facilmente apprezzare tutto il grandioso versante meridionale.Da questo versante costeggiando i fianchi del monte un sentiero ci porta al bosco del Fatonero, una faggeta incantevole che tradizione vuole che sia abitato dai linchetti (n.d.r:piccoli esseri
Il bosco del Fatonero
(foto di Marco Matteucci)
dispettosi).Ma la cosa che più sorprende l'escursionista e ciò che produssero i giganti
(come leggenda dice) che abitavano queste zone: delle smisurate marmitte .La parete del Sumbra è un esteso squarcio nella montagna, una parete ripida e scoscesa interrotta da profondi canaloni e qui in fondo si aprono le famose Marmitte dei Giganti è come se un gigantesco colpo di vanga avesse rotto il monte per far vedere il cuore del marmo bianco immacolato,candido come lo stesso  cuore dei generosi giganti che abitavano quei profondi canaloni inaccessibili all'uomo.Si racconta che questi incavi nella roccia furono fatti da questi esseri mitici per creare così delle immense "scodelle"che potessero raccogliere l'acqua piovana che sarebbe servita per dissetarli.In verità si tratta di profonde buche cilindriche scavate nel letto dei torrenti dalla lenta azione erosiva dell'acqua e dei sassi trasportati.Possono arrivare fino a sei metri di diametro per un metro e sessanta di profondità...Ma siccome noi siamo anime sognatrici lasciamo da parte la scienza ed entriamo ancor di più nel leggendario e nel fantastico.La generosità di questi giganti è raccontata da una leggenda che narra delle fatiche e della povertà in cui viveva la gente di Garfagnana molto tempo fa.
Un vecchio pastore delle Capanne di Careggine abitava con i suoi piccoli due nipoti in una capanna fuori paese.Questi bambini erano rimasti purtroppo orfani di padre e di madre.La loro era una vita grama, e il povero nonno non aveva neanche più le energie di una volta ed era sempre più difficile provvedere a sfamare se stesso e i piccoli nipoti.Per sbarcare il lunario il povero vecchio accettava umili e faticosi lavori a destra e a manca, andava dal vicino di casa a tagliare legna, correva dal contadino ad accudire gli animali, ma poi quando sopraggiungeva l'inverno le difficoltà
Le Marmitte dei Giganti
(Foto Club Alpino Italiano)
aumentavamo e non aveva niente da mangiare cosicchè chiedeva aiuto ai paesani. Una mattina il nonno e i nipoti salirono sul Sumbra a raccogliere erbe che li crescevano abbondanti,lasciò i nipoti a raccogliere gli "erbi" mentre lui si mise a sedere ai piedi di una roccia, le lacrime cominciarono a solcare il viso del vecchio, la disperazione prese l'uomo che non riusciva a dare da mangiare ai piccoli.Il giorno seguente il vecchio risalì sul monte a cogliere ancora le erbe e quando ebbe terminato ritornò alla solita roccia del giorno prima a riposarsi e con grande meraviglia vide un mucchietto di sale proprio nel posto dove il giorno prima aveva versato le lacrime.In quei tempi il sale era merce preziosa perchè in Garfagnana scarseggiava ovunque ed era necessario per la conservazione dei cibi,possederne anche solo un po' era considerata una vera e propria fortuna. Il pastore se ne riempi le tasche e corse subito in paese a scambiarlo con farina, carne, fagioli e tutto questo andò avanti per molto tempo.Per molte mattine il nonno saliva sulla montagna trovava il mucchietto di sale e lo barattava riuscendo così a mettere da parte una buona scorta di cibo e anche qualche denaro.Un bel giorno tornando sul monte il vecchio non trovò più il sale, ma non se la prese più di tanto, la vita adesso era molto meno dura,il suo sguardo così si voltò involontariamente verso la roccia e vide scolpita sulla sua superficie il volto di tre giganti che sorridevano, volti misteriosi ed amici che lo avevano aiutato
Marmitte dei giganti
(foto club alpino italiano)
lasciando li il sale nella notti passate.Avevano scolpito i loro volti nella pietra perchè gli uomini si ricordassero della loro generosità ed oggi li possiamo vedere ancora là dove il sentiero esce dal bosco e si affaccia sul nudo precipizio del Sumbra.

Posti e luoghi che meritano di essere visitati, un posto questo quasi lunare che toglie il respiro e ha il potere magico di fermare il tempo all'epoca mitica dei giganti.