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giovedì 19 ottobre 2023

Il Monte Forato agli Uffizi... Storia di un quadro unico e del suo pittore

 Michele Mointaigne, Sthendal, John Ruskin, il poeta Keats, per non
parlare del celebre scrittore Johann Wolfgang von Goethe, il poeta inglese George Byron e perfino la scrittrice Mary Shelley, autrice del celebre "Frankestein". Questi furono fra i personaggi più famosi che intrapresero "il Grand Tour". Il Grand Tour, per quelli che non lo sapessero era un viaggio in tutta Europa dove i giovani imparavano a conoscere la politica, l'arte e la cultura del vecchio continente, che (nella maggior parte dei casi) facevano i rampolli aristocratici. La meta principe naturalmente era l'Italia, che era considerata dai più un vero e proprio museo a cielo aperto. Questo giro per l'Europa raggiunse il suo massimo splendore verso la fine del 1700 e la metà del 1800. D'altronde c'era un tempo in cui non esistevano viaggi organizzati, nè tour operator, nè tantomeno crociere di qualsivoglia itinerario e se volevi conoscere il mondo questo era il modo che intraprendevano i giovani dell'alta borghesia europea, che così si prendevano un anno sabbatico dai loro impegni per conoscere il mondo esterno, per conoscere nuova gente e vedere diversi stili di vita. L'Italia era l'obiettivo finale che sicuramente immergeva il visitatore dell'epoca nella storia e nella cultura che forse nessun'altro paese europeo gli poteva dare. Tappe obbligate erano città come Venezia, Roma, Firenze, Napoli, Pompei, c'era anche chi s'avventurava in Sicilia e ai quei segni rimasti della cultura greca.
Naturalmente non era semplice muoversi, non esisteva la guida turistica, ci si spostava lungo un percorso ben definito dai precedenti viaggiatori, non era consigliabile uscire da questi tragitti per via dell'alto rischio di essere rapinati dai briganti. Ma come facevano poi questi illustri giovanotti ad immortalare per sempre questi viaggi unici ed irripetibili? Smartphone di ultima generazione? Macchine fotografiche ultramoderne? Ovviamente niente di tutto questo. L'usanza dei giovani nobili era quella di viaggiare con i loro ritrattisti o paesaggisti al seguito, così da poter fare degli schizzi durante i loro viaggi, in alternativa questi rampolli commissionavano gli schizzi ad artisti locali. Uno di questi intrepidi viaggiatori portava il nome di Karol Markò, lui sicuramente non aveva bisogno di portarsi al suo seguito nessun disegnatore, dato che lui era già uno dei più grandi paesaggisti ungheresi. Lasciò così nel 1822 l'Ungheria, il suo viaggio prosegui in Cecoslovacchia e di li continuò per l'Austria dove si stabilì per alcuni anni a studiare all'Accademia di Belle 
Karol Markò
Arti di Vienna. Dopodichè, riuscì finalmente a realizzare il suo sogno. Nel 1832 grazie all'intervento di un ricco mecenate si trasferì in Italia. Andò ad abitare a Firenze e di lì non si muoverà più per tutta la vita. Attratto dall'arte rinascimentale fiorentina, dalle opere del Michelangelo, del Vasari e di Leonardo pensò che tanta bellezza doveva essere condivisa con i suoi figli, doveva così trovare il modo di fargli raggiungere la Toscana dalla lontana Ungheria. Messi da parte un po' di risparmi riuscì a farli arrivare in Italia. Anche loro erano pittori di tutto rispetto, ma fra Karol (junior) e Andrea, nell'arte pittorica sembrava primeggiare quest'ultimo. Fu così che Andrea per niente intimidito dai giganti dell'arte toscana cominciò a fare scuola di paesaggio. Era stanco di rifugiarsi nel buio di uno studio, condusse così i suoi allievi fra pastori e greggi, prima intorno al Castello di Staggia e poi in Versilia e fu proprio in Versilia che rimase attratto da quei  monti che vedeva in lontananza: le Alpi Apuane, chiese così informazioni agli abitanti del posto che gli raccontarono la bellezza di tali vette e gli narrarono in particolar modo di due singolari montagne: il Monte Forato e il Procinto. Nel frattempo la sua fama cresceva, le sue mostre in giro per l'Italia avevano un 
"Paesaggio Montano"
 di Andrea Markò
Il Procinto sullo sfondo
successo unico, la sua pittura era una pittura vera, rappresentava i paesaggi con meticolosità unica. In questo suo girovagare per mostre il bizzarro destino volle che il Monte Forato ritornasse un'altra volta nei suoi pensieri, visto che fra le mani gli capitò una litografia della disegnatrice Charlotte Bonaparte, nipote di Napoleone, questo disegno s'intitolava proprio "Vue de Monte Forato" (Veduta del Monte Forato). Pensò così che il destino non andava sfidato e armato di cavalletto e pennelli si inerpicò su quei difficili sentieri apuani per poter fissare su tela questa bellezza miracolosa. Era il 1871 quando Andrea creò 
questo dipinto che ci offre una lettura del fenomeno naturale ferma e chiara, che non rinuncia però ad un tocco di sublime romanticismo: la pastorella infatti, piccola insieme ai suoi animali, ci offre la misura e la maestosità della conformazione rocciosa e induce in noi stupore e meraviglia. Negli anni a venire l'opera d'arte passò nelle mani del pittore anglo-fiorentino Robert William Stranger, che nel 1913 la donò alla Galleria d'Arte Moderna
di Palazzo Pitti. Ora il quadro è sotto la tutela de "La Galleria degli Uffizi".


mercoledì 14 aprile 2021

Il diavolo e la Garfagnana... Storie fra leggende e presunte verità...

In Garfagnana e in Toscana in genere ci sono molte località che
portano il nome del diavolo o perlomeno ne richiamano la sua presenza: il Ponte del Diavolo, il Canale dell'Inferno, il Sasso del Diavolo e così via... Tutte
 località e luoghi legati ai racconti popolari, alle leggende e alle storie fantastiche. Parrebbe, infatti, che il diavolo conosca bene la nostra terra e i suoi abitanti. A quanto si dice, sembrerebbe che da queste parti il diavolo ha ricevuto sempre delle sonore fregature e questo avvalora la tesi che dice: "un garfagnino ne sa una più del diavolo". Infatti, si ritiene che quando il satanasso debba passare dalla Garfagnana, preferisce attraversarla a grandi balzi. Ma la paura del diavolo nasce da molto più lontano e si concretizzò maggiormente intorno all'anno mille, quando fra gli uomini si diffuse la paura che la fine del mondo fosse prossima. Questo terrore nacque dall'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse di Giovanni che chiaramente profetizzava : "E vidi un angelo che scendeva dal cielo
con in mano la chiave dell'Abisso e una grande catena. 
Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni; 
lo gettò nell'Abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni, dopo i quali deve essere lasciato libero per un po' di tempo". Così la fobia si insinuò nei cuori della gente che cercava ogni segno premonitore dell'imminente fine, perciò si scrutava il cielo, si osservavano gli eventi naturali e il passaggio di una cometa, si cercavano avvisi catastrofici anche in un'eclissi, nella moria di bestiame, in una siccità prolungata o in un inverno troppo rigido, tutte queste sventure sembravano le conferme del pauroso evento e nonostante che la fede cristiana nei secoli passati avesse spazzato via ogni dio pagano, la mentalità collettiva continuava ad essere dominata dalla superstizione con la differenza che gli dei malvagi furono sostituiti dagli emissari dell'anticristo: i diavoli. Probabilmente è da questo momento che il malvagio entra a far parte dei nostri racconti e delle nostre leggende e la sua presenza in queste storie è li inserita per incarnare un vizio, un peccato o una colpa grave e proprio per questo che a tali leggende si attribuiva anche un forte valore educativo, nonchè inibitorio su cui la Chiesa faceva particolarmente leva, quindi chi commetteva un peccato particolarmente grave, chi bestemmiava, chi abusava d'alcol, chi non andava a messa, per lui si sarebbero aperte le porte
dell'inferno. D'altronde l'intento di queste particolari leggende era sempre il solito, punire un comportamento scorretto per la morale del tempo. A conferma di questo, capitava anche che alcuni episodi incredibili assumessero i contorni della verità assoluta, è il caso di una vicenda  accaduta nel 1612 e riportata di Sigismondo Bertacchi nel suo libro "Descrizione Istorica della Provincia della Garfagnana": "Dell'anno 1612, essendo una donna chiamata Caterina Mazzoni da Dalli, d'età d'anni 40 in circa, maritata in Antonio di Bernardino da Orzaglia, dal quale aveva avuto quattro figliuoli, e tal donna era poco osservante de SS. Precetti di Dio. Ella aveva il peccato della bestemmia e quello di non santificare le feste commandate, e per ordinario usare fare le sue bugate (n.d.r: il bucato) ne' giorni festive, et in essi andarle a lavare alla fonte. Avvenne che fattane una in giorno di Domenica, et andatala a lavare, secondo il suo uso, condusse seco alla fontana un paro de vacche, acciò esse mangiassero, mentre essa lavasse la bugata, e mentre ciò faceva, venne una folgore, overo saetta dal cielo, et ammazzò lei, senza che li vedesse nella sua vita male alcuno, e la spogliò nuda, come se fosse allora escita dal ventre della madre; e quella stessa saetta ammazzò anche
una delle vacche. Il marito con il Clero andornò a condurre la donna alla sepoltura, il che fatto, condussero anche la vacca nella Terra. Qui ora nasce la maraviglia. La vacca fu scorticata et aperto il suo ventre vi trovorno tutti i panni della donna, senza aver patito lesione alcuna"
 . Storie legate a personaggi realmente esistiti non finiscono con i fatti riguardanti questa povera donna, ma coinvolgono anche persone garfagnine di alto lignaggio che a quanto pare a suo tempo fecero un patto con il diavolo in persona. Vi vado allora a narrare l'inquietante caso che riguarda il capitano Pietro Cilla, nato a Giuncugnano nel 1776, laureatosi in medicina. Il Cilla aveva ricoperto nella sua vita incarichi importanti sia in ambito militare che amministrativo, infatti durante il periodo napoleonico era diventato comandante generale della gendarmeria e in seguito fu nominato a Castelnuovo "Incaricato per l'economato dei beni nazionali del Dipartimento del Panaro". Proprio grazie a quest'ultima mansione già nei primi anni del 1800 riuscì ad accumulare un ingente patrimonio che si andava a sommare con quello che già possedeva, ma non solo, tale ricchezza aumentò quando assunse su di sè per mezzo dello Stato tutti i beni ecclesiastici, un fatto che naturalmente sia per il popolo che per i religiosi fu poco apprezzato. Fattostà che al momento della morte del Cilla nacque uno spaventoso racconto. Infatti le cronache del tempo riferiscono che il corpo del capitano fosse misteriosamente sparito dalla bara. Ad insospettire i presenti fu l'eccessivo peso della bara stessa che una volta riaperta avrebbe rivelato la presenza di alcune pietre e alcuni pezzi di legno. Il cadavere, a quanto pare, così come la gente del posto diceva, era stato trafugato dal demonio in persona con il quale il Cilla, in vita, aveva stretto un patto per far
accrescere le sue ricchezze in cambio del suo corpo e della sua anima. Rimane il fatto che voci sullo stretto rapporto fra il capitano e il demonio già circolavano da molto tempo quando era ancora in vita, difatti si raccontava di diaboliche feste organizzate nella villa del Cilla stesso, non mancava nemmeno chi lo accusava di rapire bambini e di evocare entità maligne. Ma come già scritto in precedenza in Garfagnana il maligno più che un diavolo era considerato... "un povero diavolo" . Cominciamo con il dire che nel folklore garfagnino il diavolo risulta nettamente in subordine al Buffardello e agli Streghi e che dire poi di quelle solenni fregature che si è preso nella nostra valle? Tanto per riportare il primo esempio va ricordato proprio il fatto che ha dato il nome al ponte più famoso della Valle del Serchio: il Ponte del Diavolo. 
La storia narra che la costruzione del ponte fosse stata commissionata ad un capomastro che era molto preoccupato per i tempi di consegna. L’opera era difficile da realizzare, e l’imminente scadenza lo fece cadere in disperazione, tanto che​​ il diavolo si manifestò proponendo di aiutare il capomastro: avrebbe completato il ponte lui stesso, in cambio dell’anima del primo essere vivente che lo avrebbe attraversato. Stretto il patto, in una notte il ponte fu eretto, ma il muratore si sentì talmente in colpa da correre a confessarsi da un prete che gli suggerì una strategia per rimediare alla sua debolezza: far attraversare per prima una bestia (una versione della leggenda
parla di un maiale, l’altra di un cane). 
Il giorno dell’inaugurazione il capomastro segui il consiglio del prete, e bloccata la folla che entusiasta voleva attraversare il ponte, fece per primo passare un maiale (o un cane). In questo modo il diavolo, sentendosi sbeffeggiato dall’arguzia del capomastro decise di gettarsi nelle acque del fiume Serchio scomparendo per sempre. Per rimanere attinenti a questo
 non ci si può nemmeno dimenticare di quella storia che per protagonisti ha Satana, San Pellegrino e il Monte Forato. San Pellegrino dopo un lungo girovagare, proprio in quelle montagne dove adesso è il paese omonimo, aveva finalmente trovato il luogo dove pregare e fare penitenza. Il diavolo cercava spesso di farlo cadere in tentazione ma il sant’uomo era di animo puro, così il diavolo pensò bene di andare di persona a sistemarlo. Quando arrivò, San Pellegrino stava pregando così intensamente che il diavolo non ebbe pazienza e così gli rifilò un bel ceffone. “Finalmente, ora  la smetterai di pregare!”, disse tra sé il diavolo, ma ecco che San Pellegrino si rialzò e a sua volta gli tirò un bello schiaffo! Il diavolo, preso alla sprovvista e soprattutto colpito da un ceffone davvero potente,
fu addirittura sbalzato in aria, attraversò tutta la valle ed infine si schiantò sulla montagna, passando dall’altra parte e lasciando un grandissimo foro che creò quello che oggi è conosciuto come Monte Forato. Insomma, le storie riguardanti diavoli e demoni in Garfagnana e nella Valle del Serchio pullulano e da questa consuetudine non sono esenti nemmeno le Alpi Apuane e tanto per citare alcuni episodi posso raccontarne un paio davvero singolari. Si narra di un sentiero dimenticato fra le selve in quella che un tempo era una via di comunicazione importante fra Garfagnana e Versilia, ebbene, si dice che di li anche le bestie si rifiutavano di passare, poichè tra quelle pietre si trova la cosiddetta "culata del diavolo". A quanto pare su quel terreno si trova nitida l'impronta di un culo, con accanto tre fori che dovrebbero corrispondere al forcone di cui il diavolo è in possesso. Proprio in quel punto di passaggio il demone cercava anime da fare sue, ma un bel giorno fra le rocce gli sembrò di scorgere la Madonna, tanta fu la sua paura e il suo timore che scappò a gambe levate ed inciampò fra quei sassi, lasciando l'impronta del sedere e del forcone che teneva in mano. Particolare è anche la vicenda che ha portato in dote il nome a quello che oggi è una delle vie che portano alla Pania della Croce: il Canale dell'Inferno. Era da tempo che il diavolo stava arroccato sul Pizzo delle Saette, da quel punto infatti poteva vedere bene tutte le anime che arrivavano sulla vetta della
Il canale dell'inferno
 Pania. La sua presenza era celata da un grande mantello nero che gli serviva per sorvolare da una parte all'altra le cime delle Apuane. Un mattina un prete portò una sua processione sulla cima della Pania, da li poteva impartire la benedizione su tutte le cime vicine. Il maligno non la prese bene, anzi si arrabbiò tantissimo, tant'è che gettò il suo mantello che andò a cadere proprio ai piedi della Pania della Croce, creando di fatto un solco dove nessuna erba e nessuna pianta ancora vi cresce, questo aspetto portò quel luogo a somigliare ad una sentiero che portava agli inferi. In conclusione, bando ad ogni folklore e a qualsiasi credenza, non rimane che ricordare una sacrosanta e veritiera citazione di William Shakespeare, dove nella sua opera teatrale "La Tempesta" rammentava: "L'inferno è vuoto...tutto i diavoli sono qui in Terra".


Bibliografia 

  • "Gli Streghi, le streghe" di Oscar Guidi, Pacini Fazzi editore, anno 1990
  • "Usanze, credenze, feste, riti e folclore in Garfagnana" di Lorenza Rossi, edito Banca dell'Identità e della Memoria, anno 2004
  • "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi, edito da "Le Lettere", anno 2013

mercoledì 24 febbraio 2021

I rifugi di montagna delle Apuane. La loro storia...

Già di per se la parola rifugio contiene una miriade di significati, anche la sua stessa etimologia ci dà il pieno significato del
vocabolo stesso. Questo sostantivo, infatti, trae origine dal vocabolo latino "refugium", cioè rifuggire, nel senso di cercare aiuto. Anche gli stessi sinonimi chiariscono inequivocabilmente il concetto della parola: difesa, protezione, ricovero, asilo, nascondiglio, riparo. Insomma, in tutti questi termini si racchiude l'essenza di quello che rappresenta un vero e proprio rifugio di montagna. Nelle nostre Apuane ne troviamo diversi di questi rifugi che nel corso degli anni hanno dato riparo e conforto a tutti gli amanti della montagna. Pensiamo a cosa sarebbe la montagna senza questi ricoveri, la montagna è un luogo meraviglioso quanto difficile da affrontare, sia d'inverno che d'estate e quella costruzione nel bel mezzo del monte è lì per dare assistenza, cibo e un letto a chiunque voglia o a chi ne abbia bisogno. Ecco allora che questo articolo nasce per rendere omaggio a questi luoghi e a quelle persone che li prestano o hanno prestato servizio, un omaggio di poca cosa, me ne rendo conto, però raccontare la storia dei rifugi apuani è un atto di onore a tutte quelle persone che li vi hanno duramente lavorato. Prima però di andare nel particolare mi pare fondamentale chiarire la genesi di tutti quei rifugi di montagna sparsi in Italia. L'origine del rifugio di  montagna va fatta risalire al 1785 con la Capanna Vincent, costruita sul versante meridionale del Monte Rosa,
Capanna Vincent
usata come punto d'appoggio per lo sfruttamento delle vicine miniere d'oro, infatti il rifugio montano come noi oggi lo concepiamo era ancora cosa ben lontana dai pensieri della gente. La maggior parte dei rifugi presenti sul nostro territorio sono nati a cavallo fra il 1800 e il 1900, costruiti non per dare ricovero agli appassionati della montagna, ma bensì per molti altri motivi. Dapprima sorsero come avamposti commerciali sia legali che illegali (contrabbando), poi in periodo di guerre sorsero per venire usati come presidi militari. Fino a quel periodo non vi era difatti nessun interesse alpinistico per costruire eventuali ripari, coloro che frequentavano la montagna erano pastori, cacciatori ed agricoltori che si arrangiavano in qualche modo, creando rifugi di fortuna. Nel corso del XIX secolo però la situazione cambiò, la montagna non era vista come qualcosa di pauroso ed inaffrontabile, ma come un nuovo mondo da scoprire e con cui misurarsi. Ecco allora sorgere i rifugi come noi oggi li intendiamo. Con gli anni questi ricoveri hanno raggiunto un numero enorme, oggi quelli gestiti dal Club Alpino Italiano sono quasi 750, infatti ne esistono una variegata gamma, si va dal rifugio che ha una determinata categoria (categoria data in base alla raggiungibilità), fino ad arrivare al cosiddetto bivacco. Di questi bivacchi ne esistono anche sulle Apuane, e se da una parte abbiamo un rifugio che offre del cibo e un letto sotto la conduzione di un gestore, dall'altra abbiamo un bivacco che non è altro che una struttura molto semplice, incustodita, ad uso degli alpinisti per riparo e semplice pernottamento. A proposito di bivacco... Fu nel lontano 1902 che la sezione ligure del C.A.I costruì l'attuale Bivacco Aronte, lì, ai
bivacco Aronte
 piedi del monte Cavallo sorse il primo rifugio apuano. Fu inaugurato il 18 maggio di quell'anno e gli fu dato il nome del più potente indovino della Roma antica. Aronte fu un personaggio realmente esistito, era nato a Luni (La Spezia) e viveva in ascesi nella grotta dei Fantascritti. A Roma era considerato colui che:
"qui sapientem genuit testimonium centuriae et constituens ad historiam uniuscuiusque hominis" ovvero "un uomo saggio che testimoniava nei secoli il nascere e tramontare di ogni vicenda umana", ma lui, nonostante fosse ricoperto di tutti gli onori volle ritornare sulle sue Alpi Apuane e lasciare la gloria agli altri. Oggi il bivacco è in uso alla sezione C.A.I di Massa ed è quello che è situato più in alto di tutti(1643 m). Il 24 agosto 1924 invece, fu l'anno che vide la luce il Rifugio la Pania (così inizialmente chiamato). La neonata sezione C.A.I di Lucca (1923)con molti sacrifici economici volle dare un vero e proprio riparo a tutti coloro che avevano intenzione di affrontare le irte pareti della Pania della Croce, della Pania Secca e del Pizzo delle Saette. Di lì a pochi anni il rifugio cambiò nome e divenne Rifugio Rossi alla Pania. Enrico Rossi era un giovane
rifugio Rossi inaugurazione
 alpinista morto in un tragico incidente stradale. La Val Serenaia invece è quella valle posta sotto l'ombra del Pisanino e in quel luogo esiste la più alta concentrazione di rifugi garfagnini, ce ne sono ben tre e un bivacco. La storia di questi ripari è tutta legata alla vita dei cavatori di marmo. Quello situato nella parte più alta della valle è il Rifugio Orto di Donna, posto a 1496 metri d'altezza, proprio sotto il Passo delle Pecore. Inaugurato il 29 giugno del 2005 fu ristrutturato su quello che era l'edificio di Cava 27, una costruzione era dedicata al servizio delle cave li vicine. L'opera fu realizzata dal Comune di Minucciano e dal Parco Apuane con i finanziamenti dell'Unione Europea. Storia più antica è quella del Rifugio Donegani. La struttura fu costruita nel 1960 dalla società Montecatini, nata come mensa per i cavatori, con il tempo la sua 
vecchia foto
rifugio Ronegani
originale destinazione perse d'importanza e fu così che l'ingegner Guido Donegani la trasformò in rifugio di montagna, lasciando la gestione al C.A.I di Lucca. Guido Donegani fu difatti amministratore delegato e poi presidente della Montecatini, nonchè senatore del Regno d'Italia, ma soprattutto fu un grande appassionato di montagna. Nel fondo della valle troviamo invece il Rifugio che prende nome dalla valle che lo ospita: il rifugio Val Serenaia. Questo costruzione è privata ed era la vecchia casa dei guardiani delle cave, fu ristrutturata nei primi anni duemila. Sempre nel comune di Minucciano c'è anche il bivacco K2. Il bivacco sorge sulle pendici del Monte Contrario a 1500 metri di quota, costruito nel 1968
bivacco k2
 dall'associazione di promozione sociale "K2 club" per iniziativa del suo presidente Vico Perutelli, appassionato frequentatore e valente fotografo delle Alpi Apuane. Nel 1988 l'associazione donò la struttura al C.A.I di Carrara in occasione dei cento anni della sua fondazione, alla ricorrenza partecipò Ubaldo Rey uno degli alpinisti della spedizione che nel 1954 conquistò il K2, ed in onore del quale fu intitolato il bivacco. Altra storia quella del rifugio Del Freo-Pietrapana di Mosceta. Le sue vicende risalgono al 1937 quando il presidente del C.A.I di Viareggio di quel tempo iniziò a pensare alla costruzione di un rifugio nella bella Foce di Mosceta, ai piedi della
rifugio Del Feo
Pania. Il progetto prese forma alcuni anni dopo. Era il 1948 quando il nuovo presidente Giuseppe del Freo pensò alla realizzazione di "un rifugio alberghetto per farne una stazione climatica invernale con tanto di campetto di sci per principianti" . Il costo di tale impresa fu di 975.000 lire. I lavori cominciarono nel 1949 e il 1950 fu l'anno dell'inaugurazione. L'edificio comprende una cucina, un dormitorio per gli uomini e uno per le donne. Come abbiamo letto questi rifugi non avrebbero avuto vita se oltre alla buona volontà di realizzazione qualcuno non avesse lavorato concretamente. A dimostrazione di ciò è la storia del rifugio Nello Conti. I lavori della sua costruzione cominciarono nel 1987 in una unione di forze fra i soci del C.A.I di Massa e gli abitanti dei paesi vicini:
rifugio Conti
Resceto, Forno, Casette. Il punto in cui costruirlo fu trovato sopra le mura di vecchie case di pastori che li, in località Campaniletti (lungo la via Vandelli, ai piedi della Tambura) portavano i loro greggi al pascolo. La fatica degli uomini e delle donne nella realizzazione del rifugio non fu poca cosa, i materiali venivano trasportati dal paese di Resceto passando per le vecchie strade dei cavatori che usavano come vie di lizza per avvicinarsi alle cave. Comunque sia i lavori durarono cinque anni e nel 1992 il rifugio fu inaugurato e dedicato alla guida alpina di Resceto Nello Conti. Altra storia quella del rifugio Forte dei Marmi, forse le sue vicende sono le più singolari fin qui raccontate, dato che la sua
rifugio Forte dei Marmi
nascita fu legata alla vendita di un libro. Questa pubblicazione 
s'intitolava: "Le Apuane da Forte dei Marmi", fu data alle stampe proprio per il 25° anniversario della fondazione del C.A.I di Forte dei Marmi. Il libro ebbe un notevole successo di pubblico e di critica, tant'è che fu premiato dal Ministero del Turismo. Il ricavato fu notevole e fu deciso quindi di devolverlo per la costruzione di un rifugio sulle Apuane versiliesi. Si decise così, nel lontano 1963, di comprare casa Gherardi, una casa situata proprio sotto il Monte Procinto in località Alpe della Grotta. Nel 1966 alla presenza di settecento appassionati fu inaugurata. Oltre a questo, altri due sono i rifugi dedicati a città: il rifugio Carrara, aperto al pubblico nel 1959 e il rifugio Citta di Massa situato in posizione bellissima fra le Apuane e il mare. Le vicende del prossimo rifugio di cui andrò a narrarvi possiamo dire senza ombra di dubbio che hanno fatto storia. Si, perchè il Ristoro Alto Matanna è presumibilmente il primo rifugio (vero e proprio) inaugurato sulle Alpi Apuane. Era nei 
ristoro Alto Matanna
prati di Pian D'Orsina che in quella fredda domenica di quel 10 gennaio 1894 si organizzò una festicciola per dar principio alla nuova attività di Alemanno Barsi, che già possedeva e gestiva l'albergo alpino del Matanna alle ferriere di Palagnana. Ma non solo, l'intraprendenza del Barsi nel 1910 lo portò, proprio in quel luogo, alla realizzazione della famosa e sfortunata funicolare aerostatica  e in più fu sempre nel ristoro Alto Matanna che il 27 maggio 1923 fu fondata la sezione del C.A.I di Lucca. Sempre nel comune di Stazzema c'è anche il rifugio Adelmo Puliti (1013m) da quella posizione si domina il paese di Arni. Nel
rifugio Puliti
 1965, anno della sua inaugurazione, si decise di intitolarlo all'ingegner Puliti, primo presidente e socio fondatore del C.A.I di Pietrasanta, che attualmente lo gestisce. Sempre nel comune di Stazzema, in località Puntato, c'è anche il rifugio La Quiete e proprio sotto la "bimba del Procinto" abbiamo la Baita degli Scoiattoli da cui si gode una meravigliosa vista. Infine, per chiudere in bellezza questo viaggio fra i rifugi apuani, dobbiamo aggiungere che esistono anche due benemerite associazioni che sono proprietarie di due rifugi. La prima associazione in questione è il "Gruppo Amici della Montagna di Camaiore" proprietaria della Baita Barsi che è il punto di partenza alle escursioni per le cime meridionali delle Apuane come il Piglione e il Prana. L'altra associazione è "Associazione Campallorzo" che gestisce Baita Verde che si trova ai piedi del Prana a 920 metri












d'altezza. In conclusione di questo articolo mi ritornano alla mente le parole di un vecchio delle nostre montagne che parlando proprio di questi rifugi così disse:" Posti semplici i nostri rifugi, niente a che vedere con lussuosi chalet o sontuose baite, si, perchè se in questi posti cerchi le stelle di un hotel sei nel luogo sbagliato, le uniche stelle che offrono le Apuane sono quelle del cielo".


Sitografia

  • https://www.rifugioortodidonna.it/
  • https://galateaversilia.wordpress.com/
  • http://www.rifugiodonegani.it/a-proposito-del-rifugio/
  • http://paolomarzi.blogspot.com/2014/09/novantanni-fa-nasceva-il-rifugio-rossi.html
  • https://caifortedeimarmi.it/Il-Rifugio/Presentazione
  • http://www.caicarrara.it/sentieri/rifugi/bivacco-k2.html
  • http://www.comune.minucciano.lu.it/rifugi/
  • https://rifugionelloconti.wordpress.com/
  • http://paolomarzi.blogspot.com/2014/11/la-leggenda-di-aronte-il-gigante-che.html
  • https://www.danielesaisi.com/2019/02/il-primo-rifugio-sulle-alpi-apuane.html

giovedì 17 settembre 2020

Segnali e simboli sulle Apuane. "Ometti", croci e quant'altro: una storia e un perchè

Doveva essere sicuramente tutto un altro vedere... Prima della comparsa dell'uomo l'aspetto del paesaggio dipendeva esclusivamente dalle forze della natura: terremoti,inondazioni, eruzioni vulcaniche, tornado. Mutamenti bruschi, repentini e immediatamente visibili. Altri cambiamenti avvenivano in maniera graduale, lenta, impercettibile come l'acqua che erode le rocce... Poi venne lui... l'uomo. I primi segni della sua presenza sul pianeta furono i sentieri, essi servivano agli uomini per spostarsi da un luogo ad un altro, a caccia di cibo e per sfuggire più velocemente ai pericoli. Il grande cambiamento epocale ci fu quando questo benedetto (o maledetto che sia...)uomo decise di non essere più nomade, stabilì così che quel determinato luogo avrebbe fatto al caso suo e li si sarebbe fermato. Fu da quel momento che la sua azione sul territorio fu sempre più evidente, iniziò a coltivare i campi e a tagliare gli
alberi, modificando sostanzialmente tutto il paesaggio che aveva d'intorno, dando così inizio (diecimila anni or sono) a quella che gli storici chiamano 
"la prima rivoluzione agricola"(per distinguerla dalla seconda avvenuta nel 1700).Ecco, quel momento fu il cosiddetto punto di ritorno, con il passare dei millenni l'intervento dell'uomo sul pianeta Terra fu poco a poco sempre più invasivo. Anche le nostre Apuane hanno subito la stessa sorte, cambiamenti radicali sono avvenuti nel corso dei secoli, a partire dallo sfruttamento marmifero, per arrivare a quei cambiamenti più discreti, ma che in ogni caso hanno alterato il paesaggio originale. Questi piccoli interventi dell'uomo hanno comunque una storia e un perchè. Chi passeggia fra le nostre montagne quante volte si sarà imbattuto in quella stramba costruzione di pietre fatta a forma di piramide? Bene! Quello è un  "ometto", e quante volte ci saremo domandati del perchè le nostre vette sono sormontate da quelle grandi croci? E sempre a proposito di vette, anche quel libro (dove apponiamo la nostra firma o un nostro pensiero) che è posto sulla cima di una montagna non è lì per caso... e quei cippi di pietra con strane iscrizioni che troviamo qua e là per i sentieri cosa saranno? Analizziamo allora questi piccoli ma grandi interventi che l'uomo ha
fatto sulle Apuane. La presenza delle croci sulle cime delle montagne (e nelle Apuane ce ne sono molte) fu uno degli argomenti più discussi fino a qualche tempo fa, si parlava infatti della possibilità che venissero rimosse, poichè coloro che portavano avanti questa tesi dicevano che "...la montagna non poteva essere usata come un palcoscenico per imporre aggressivamente convinzioni religiose...". E pensare che è una tradizione che parte da molto lontano, si ha documentazione che la prima croce (anzi le prime tre) furono installate nel 1492 sulla sommità del Monte Aiguille in Francia per ordine del re Carlo VIII. Vai a sapere però da quanto tempo queste croci erano presenti sulle montagne, d'altronde la religione esiste da tempo immemore e se per i cattolici una croce sulle sommità delle montagne ha da sempre significato la vicinanza a Dio, anche altre antiche credenze hanno stabilito che le montagne e Dio fossero un tutt'uno. Difatti i Greci sulla cima del Monte Olimpo avevano stabilito la residenza degli Dei e così è uguale per la mitologia indiana: l'Himalaya era la dimora di Shiva, importante figura mistica del luogo e per rimanere sempre in tema anche Dio scelse il monte Sinai per comunicare agli uomini le proprie leggi. Comunque sia il grande boom delle croci ci fu verso i primi anni del secolo scorso, a conferma di questo, la storia narra che la prima croce della Pania della Croce (scusate il gioco di parole) fu eretta il 19 agosto 1900. Nel tempo poi, la sorte e le intemperie fecero si che un fulmine la piegasse. Fu così, che dopo
Inaugurazione 1956
anni  dal giorno dall'infausto incidente fu eretta proprio (un altro) 19 agosto ma del 1956 la medesima croce
 che oggi vediamo svettare nei cieli garfagnini. Queste, naturalmente non erano le prime croci che li furono erette, già dal 1830 si ha notizia della loro presenza (erano però costruite in legno). Sempre ed a proposito di vette, anche lo stesso "libro di vetta" rientra un po' in questa sfera filosofica che coinvolge le croci stesse. Si ritiene infatti che lo scopo di questo libro sia di raccogliere a caldo le impressioni e i pensieri di chi è salito sulla cima, tutto ciò (a detta degli antropologi) rientra in un inconscio rituale e religioso, espressione primordiale che esiste in ogni essere umano di lasciare traccia di sè per i posteri. Il primo messaggio scritto lasciato su una cima di una montagna sarà stato tracciato sicuramente con un carboncino o con un graffito su una pietra. Ecco allora che in tempi molto più recenti con l'avvento della carta, apparì anche il primo foglietto scribacchiato, su questo foglietto si scrivevano le proprie generalità e la data d'ascensione, ma non solo, spesso in questi foglietti venivano trovati oltre che pensieri anche delle preghiere e ringraziamenti a Dio per essere arrivati sani e salvi sulla cima. Questi piccoli scritti venivano però lasciati sulle vette e posti sotto un sasso, con la speranza che fossero letti da qualche altro escursionista. Probabilmente l'idea di un libro di vetta nacque dall'episodio che coinvolse George Winkler,
che a soli 17 anni salì sulla Torre Vajolet, era  il 17 settembre 1887. Tutto questo venne rammentato ai posteri da un foglietto recuperato sotto un sasso, quando il povero ragazzo era già morto. Il giovane alpinista
 morì in montagna l'anno successivo e il suo corpo fu rinvenuto in un ghiacciaio 69 anni dopo (era il 1956). Proprio in memoria di quel tragico fatto, si decise di raccogliere pensieri e firme sulle varie imprese alpinistiche riferite al monte scalato, così quello che era un foglietto svolazzante ben presto si trasformò nel libro di vetta che oggi tutti conosciamo, inoltre per conservare e proteggere al meglio questi libri si pensò di realizzare un contenitore metallico dove al suo interno erano depositate matite  e penne. Per arrivare a queste sospirate vette una buona mano la danno anche gli ometti... Quante volte per le Apuane (e naturalmente non solo qui) c'è capitato d'imbatterci almeno una volta in delle piccole montagnole di sassi? Sono loro gli "ometti di pietra", vere sentinelle dei sentieri di montagna. La loro funzione è quella di indicare la strada giusta nei passaggi dove perdersi rischierebbe di essere fin troppo semplice. Queste costruzioni di pietra a secco a forma di piramide è il più antico segno esistente sulle nostre montagne. La loro origine si perde nella notte dei tempi, già le popolazioni nomadi del neolitico usavano queste segnalazioni per segnare la strada di caccia, della guerra o del commercio.
Quest'opera nelle montagne assume anche un valore pratico e simbolico altissimo, è il segno tangibile della cura di qualcuno nei confronti degli altri, si ha la certezza che altre persone sono passate da lì e che si sono prese il tempo per svolgere un servizio a favore di tutti. Infatti gli ometti non sono una prerogativa esclusivamente italiana, le possiamo trovare in tutto il mondo: in Francia si chiamano bonhomme, in Mongolia ovoo, in Antartide inukshuk. Talvolta ci possiamo imbattere anche in altre pietre, queste però sono fissate saldamente al terreno e hanno tutt'altra funzione da quella degli ometti. Queste pietre si possono chiamare confinari, termini o cippi di confine. Nella nostra valle ce ne sono tantissime e servivano appunto per segnare il confine di uno Stato. La Valle del Serchio come sappiamo è stata il crocevia di tre stati: il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e la Repubblica di Lucca, vi potete immaginare l'intersecarsi di confini che esisteva sulle montagne (di cippi ne esistono ancora di ben conservati a San Pellegrino in Alpe, Bagni di Lucca, tratti della Via Vandelli, Colle delle Baldorie nei pressi del Monte Croce e si potrebbe continuare ancora...). D'altra parte di questi cippi l'Italia è invasa "grazie" proprio alla diffusione degli "staterelli" di memoria pre- unitaria. L'input decisivo al proliferare di queste pietre sui nostri monti fu dovuto però alla politica riformatrice legata al controllo del territorio voluta dal governo del Granducato nel XVIII secolo, che portò di fatto ad una ricognizione generale di tutti i confini dello Stato, stabilendo così in maniera netta e precisa i confini stessi. La cosiddetta "terminatione" fu stabilita in collaborazione con gli altri stati confinanti. Cosicchè, insieme agli ingegneri di Modena e Lucca si stabilirono nuovamente i confini, che dapprima vennero descritti abbondantemente su carte e mappe, dopodichè furono
fattivamente identificati sul terreno per mezzo di questi confinari, che potevano essere cilindrici o squadrati, realizzati in pietra e saldamente fissati al terreno. Quindi quando per i sentieri apuani trovate questi "pietroni" con incise le lettere GDT (Granducato di Toscana) o D.M (Ducato di Modena)o anche altre strane ed ambigue sigle con impresso F.III.D/1750 (Francesco III duca di Modena 1750), non gridiamo subito al mistero e non scomodiamo nemmeno l'occulto. Esse non sono altro che il segno del nostro passato.

Fotografia (Pania della Croce)
La fotografia di copertina è di Daniele Saisi  

mercoledì 29 luglio 2020

Quando la cronaca diventa storia: la scolaresca che rimase intrappolata nella "Tana che Urla"

I soccorritori davanti alla Tana che urla
(foto tratta da "La Nazione")
Umberto Eco non trovò miglior definizione con cui descrivere un giornalista:-Il giornalista è uno storico del presente-. Infatti non sono rari i momenti nei quali un fatto di cronaca diventa storia. Tali notizie nel momento in cui certe vicende vengono pubblicate sui giornali sono storie personali, accadute a colui che ne è stato il protagonista e nel bagaglio personale del lettore non sono altro che fatti approfonditi di cui già magari aveva sentito parlare. Ma allora quand'è che un fatto di cronaca diventa storia? Quando storia e giornalismo s'incontrano giungendo allo stesso punto, restituendo al fatto di cronaca uno sfondo costruttivo, rifacendosi in questo caso ad uno dei principi di Sant'Agostino: "Qualsiasi evento storico per quanto nefasto possa essere, è posto su una via che porta sempre al positivo e che ha sempre un significato costruttivo".
E così è per questo fatto di cronaca che sto per narrarvi. Un'avvenimento che risale a trentaquattro anni fa, era il 25 gennaio 1986 e tutto accadde nelle selve sopra Fornovolasco. Forse molti se lo saranno dimenticato, i più giovani è probabile che nemmeno sapranno di quello che accadde ai piedi della Pania nella
(da "Il Tirreno)
celeberrima "Tana che urla". Quello che rimane di costruttivo 
in questa storia  è che la natura richiede rispetto, esperienza, non approssimazione e pressapochismo, anche perchè la sua forza e la sua eventuale violenza sono l'energia più potente del mondo. Ma veniamo ai fatti.
Come ormai è abitudine, da anni Vittorio Verole passa da quella strada ogni giorno che Dio mette in terra, d'altronde lui è il titolare della "Grotta del Vento" e le cose da fare per quell'attività sono sempre molte e come tutte le mattine eccolo transitare davanti a quello spiazzo che di solito è adibito a parcheggio macchine, proprio per quelle persone che vanno in gita sul Monte Forato o che vanno a far visita alla "Tana che urla". La Tana che urla per chi non ne avesse mai sentito parlare è una grotta carsica, orizzontalmente profonda 400 metri circa ed è famosa per le sue leggende e sopratutto per la sua valenza scientifica. Già il nome però è tutto un programma, poichè tradizione popolare vuole che mettendo le orecchie a questa grotta si ha l'impressione che una
L'ingresso della Tana che urla
 (foto di Emanuele Lotti)
moltitudine di voci provenga dalle sue profondità, talvolta sembra di udire canti melodiosi, altre volte urla strazianti, oppure bisbiglii sommessi. L'immaginazione della gente del luogo ha voluto che questa grotta fosse abitata da fantastiche fate o da terribili streghe. 
Mentre da un punto di vista scientifico "la tana" ha un notevole valore, perchè suggerì ad Antonio Vallisneri (nel 1704) la teoria del ciclo perenne delle acque, in cui lo scienziato italiano (di Trassilico) confutò la cosiddetta “teoria marina”,che  riteneva che l’acqua scaturita dalle sorgenti,fosse generata da quella marina penetrata in profondità, fatta evaporare poi dal calore interno. Dopo questa doverosa precisazione come si suol dire ritorniamo "a bomba" o meglio alla cronaca dei fatti. Infatti, la sera, quando Vittorio fa ritorno a casa nota ancora le medesime macchine nel solito parcheggio. Piove a dirotto però e
L'interno della Tana
(foto tratta da verde azzurro notizie)
ormai è buio, Vittorio non si sente tranquillo e una volta tornato a casa si cambia gli abiti e torna giù al parcheggio e sale proprio fino alla Tana che urla. Lo spettacolo è impressionante dalla bocca della grotta  migliaia di litri d'acqua vengono vomitati a tutta forza, probabilmente lo sciogliersi della neve ingrossa ancor di più il getto d'acqua, rimane il fatto, questo è il pensiero dell'uomo, che se qualcuno è entrato se non è morto è rimasto sicuramente bloccato.

Intanto la solita mattina del medesimo giorno i ragazzi della quinta D del Liceo Scientifico Vallisneri di Lucca si stanno preparando per una gita d'istruzione, d'altra parte è il fatidico anno dell'esame di maturità e gli studi vanno approfonditi, destino poi vuole che proprio quel 25 gennaio la gita ha come meta una di quelle grotte su cui ha fatto gli studi l'esimio scienziato garfagnino che ha dato il nome alla scuola dove i ragazzi studiano, fattostà che questo tipo
Lo scienziato garfagnino
 Antonio Vallisneri
di gite per un liceo scientifico sono tutto sommato all'ordine del giorno e nessuno si sarebbe immaginato che quella giornata di studio si sarebbe trasformata in 32 ore di vero inferno. L'avventura di quei ragazzi è cominciata il giovedì mattina, i giovani sono arrivati alla spicciolata, chi con il treno alla stazione di Barga-Gallicano, chi con le auto... intanto però già dalla mattina il cielo sopra la Garfagnana è
 sempre più scuro. Sono le undici del mattino ormai è tutto pronto per entrare nella grotta. Tutti presenti allora ! I dodici studenti (sette ragazze e cinque ragazzi) ci sono , il professore di scienze anche, le tre esperte guide del C.A.I idem, alla fine si aggiungono(per fortuna) ben sei speleologi. I ragazzi e gli accompagnatori quindi entrano e intanto fuori si scatena un furioso temporale di violente proporzioni. La lezione comunque sia è stata proficua ed interessante, gli speleologi hanno illustrato benissimo le caratteristiche di questa "tana", sono però le quattro del pomeriggio è l'ora di uscire, di far ritorno alla luce, anche perchè bisogna ritornare a casa, fra poco sarà buio pesto. A ogni modo per uscire dall'ampia camera della grotta, dove ora si trova la scolaresca c'è da attraversare un lungo corridoio(venti metri circa), o meglio una vera e propria strozzatura della caverna stessa, ma proprio nel momento che i gitanti stanno per affrontare il lungo corridoio si accorgono che questa strozzatura si è riempita velocemente d'acqua e ha bloccato inevitabilmente i ragazzi e gli
Sezione della tana che urla.
I punti cerchiati indicano
 il luogo dove erano
 intrappolati
i ragazzi e la strozzatura
 invasa dall'acqua

speleologi, è impossibile passare, il forte temporale che si sta abbattendo sulla valle e il conseguente aumento delle temperature che sta sciogliendo la neve della Pania sta facendo si che abbondanti fiumi d'acqua stiano per invadere in maniera inesorabile la grotta. In questo momento Vittorio Verole è davanti alla "Tana che urla", per lui non rimane che un'unica soluzione, telefonare in Prefettura e avvisare le autorità che sta per compiersi una tragedia, in concomitanza arrivano anche le prime segnalazioni dei genitori preoccupati, i loro figli non hanno fatto ancora ritorno... I soccorsi partono immediati e tutto così si trasforma in una corsa contro il tempo. Da La Spezia arrivano gli speleo-sub del Centro Luni, sono loro i primi a raggiungere la grotta, nel frattempo arriva anche il nucleo carabinieri sommozzatori di Genova, gli altri carabinieri nel contempo circoscrivono la zona, i vigili del fuoco nei pressi della "tana" piazzano luci ed idrovore. Il dubbio che rimane però è uno, saranno vivi o morti? Questo non importa ai soccorritori, loro ragionano sempre come se dovessero raggiungere persone in vita e così verso le due della notte i sommozzatori fanno il primo tentativo di recupero, si tuffano nell'ormai famosa strozzatura, niente, non ce la fanno, il primo tentativo è andato a vuoto. Si decide allora di far partire le idrovore, sono una decina, stanno funzionando a gruppi di tre, la loro forza è impressionante, stanno sputando fuori dalla grotta ottocento litri d'acqua al minuto, ma nonostante questo la strozzatura non si svuota. Intanto sono arrivati anche i genitori e i familiari dei malcapitati, anche i giornalisti sono giunti a Fornovolasco, sono tutti li al bar del paese in attesa di notizie.
Fornovolasco 
Ormai è l'alba e ancora piove a dirotto, la scenario è apocalittico, acqua e fango in ogni dove, è arrivato comunque il momento del secondo tentativo di salvataggio, nuova immersione e nuovo fallimento. Le ore passano e più passano le ore e più il pericolo di una fine infausta di questa vicenda cresce. Oramai è giorno pieno, anzi sono le dodici e trenta del 26 gennaio, un'ora e una data che questi ragazzi si ricorderanno per tutta la vita. A smesso di piovere, il sifone naturale della grotta si sta abbassando è il momento di partire con il terzo tentativo, finalmente i sub raggiungono i ragazzi nella camera della grotta, sono tutti sani e salvi, stanno tutti bene. La prima ad uscire  sarà una speleologa, sono le 17 e parte un lungo e spontaneo applauso da parte di tutti i soccorritori, parenti e giornalisti. Soltanto adesso c'è la sicurezza che la brutta avventura degli studenti finirà in modo lieto. Per far uscire tutti gli altri ci vorranno ancora tre ore, non è agevole superare quel cunicolo d'acqua, i carabinieri- sommozzatori hanno piazzato delle corde d'acciaio, una
Il momento del salvataggio
(immagine tratta da Rai news)
sorta di filo d'Arianna, che permette di fare spola, in modo così di accompagnare uno per uno tutti i componenti della scolaresca. Verso le otto di sera si potranno dichiarare chiuse le operazioni di salvataggio.

Tutto è bene quello che finisce bene e grazie a Dio e ai soccorritori tutti rimasero illesi. Quello che però stonò al tempo sulla vicenda fu l'inconsapevolezza e la superficialità di una parte dei protagonisti di questa vicenda. Così riportava il quotidiano "La Repubblica" il giorno 27 gennaio 1986: "I ragazzi sono usciti con l' aria tranquilla, sorridenti, anche se bagnati fradici e stanchi per le ore passate all'addiaccio, circondati soltanto da stalattiti. "Non abbiamo avuto problemi, tutto tranquillo", assicura con aria spavalda [omissis] che per secondo abbandona la "Tana che urla". Corre a cambiarsi in una tenda piazzata poco distante ma rifiuta, spavaldo, qualsiasi aiuto dai soccorritori" e ancora "No, non abbiamo avuto paura", ed infine, il giornalista e la gente si fecero la domanda delle domande: " In pieno inverno e con il tempo che minacciava temporali, era
Piccola cascata all'interno
della Tana
(foto tratta
da luoghidasogno.altervista.org)
proprio necessaria questa gita?"
.
 
Certe lezioni che la natura dà solitamente rimangono impresse tutta la vita e probabilmente a mente fredda così sarà stato per questi che al tempo erano dei ragazzi. Quello che è vero è che questa vicenda mi riporta alla mente un vecchio adagio che così dice "In natura non ci sono ricompense o punizioni; ci sono solo conseguenze"...


Bibliografia

  • "Bloccati nella grotta per 32 ore", "La Repubblica" 27 gennaio 1986 di Paolo Vagheggi

mercoledì 17 giugno 2020

Apuane "letterarie"... Viaggio fra coloro che ne decantarono le sue bellezze

Basta alzare gli occhi verso le montagne per rendersi conto di
vivere dentro una culla. Del resto questa è la Garfagnana, uno scrigno racchiuso: da una parte gli Appennini e dall'altra le Alpi Apuane, un territorio appartato e orgoglioso, quasi isolato dal resto della Toscana, abitato da gente fiera delle sue millenarie tradizioni, fiera della propria storia e fiera sopratutto dei suoi monti: le Apuane. La loro bellezza ed unicità ha ispirato leggende, storie fantastiche, scritti e meravigliosi poemi, tramandati nei secoli nelle parole di nobili poeti, scienziati o semplici narratori, più o meno noti. La loro descrizione più alta la da il poeta e scrittore Tommaso Landolfi che le ha definite "I più bei monti formati da Dio". Il sommo poeta Dante Alighieri invece le nomina facendo riferimento agli inferi e nel XXXII canto dell'inferno de "La Divina Commedia"(1321) così dice: "E sotto i piedi un
32° canto dell'inferno
lago che, per gielo, avea di vetro e non d'acqua sembiante, Che se Tambernicchi vi fosse sù caduto o Pietrapana non avria pur dall'orlo fatto cricchi"
. Qui, in questo verso si parla del Cocito, un lago ghiacciato situato sul fondo dell'inferno, luogo dove vengono puniti i traditori. Si dice che lo spessore del ghiaccio di questo lago sia talmente alto che non avrebbe fatto nemmeno una crepa se sopra vi fossero crollate la Pania (Pietrapana) e la Tambura (Tambernicchi). Anche un suo contemporaneo Giovanni Boccaccio parla della Pania in una sua opera minore: "De montibus, silvis, fontibus, stagnis seu paludis et de nominibus maris liber". Siamo nel 1360 e l'opera non ha la bellezza dei danteschi versi, poichè vi vengono citate in un repertorio ordinato alfabeticamente, nomi geografici ricorrenti in opere
Giovanni Boccaccio
latine:
"Petra Appuana mons est olim Gallorum Frimenatum ab initio Apoenini in agrum Lucensium protensus, hinc Ligustinum Tuscumque mare et veterem Lunam civitatem, indi Pistoriensium et Florentinorum campos aspiciens et procurrentia in euroaustrum Apoenini iuga, rigens fere nive perpetua, et a quo quondam Apuani nominati sunt Galli", ossia: "il monte Pietra Apuana è proteso dall’inizio dell’Appennino dei già Liguri Friniati verso la pianura lucchese e da qua verso il mare Ligure e Tirreno e la vecchia città di Luni, quindi guarda verso la piana pistoiese e quella fiorentina e si avanza verso i gioghi dell’Appennino sud-orientale, è fredda quasi per neve perpetua e dal suo nome i Galli furono chiamati Apuani". Il passare dei secoli ci porta bensì in pieno rinascimento e a lui, il Governatore della Garfagnana per
Procinto
eccellenza, l'autore del "L'Orlando Furioso", Ludovico Ariosto: "La nuda Pania tra l'Aurora e il noto, da altre parti il giogo mi circonda che fa d'un pellegrin la gloria noto", così nella IV Satira. E' il 1523 e qui la Pania è descritta come se fosse un giogo sulle spalle del poeta, costretto a vivere confinato in una regione a lui ostile. Le sue inquietudini si riflettono anche su un monte della Apuane in particolare: il Procinto, tanto da definirlo "la dimora del sospetto": "Lo scoglio, ove 'l sospetto fa soggiorno e dal mar alto da seicento braccia di rovinose balze cinto intorno e da ogni canto di cader minaccia il più stretto sentier che vada al Forno la dove il Garfagnino il ferro caccia, la via Flaminia o l'Appia nomar voglio verso quel che dal mar in cima al scoglio" . Sempre nel medesimo periodo storico Michelangelo Buonarroti sta facendo "faville". Nel 1501 ha già creato opere d'arte di sublime bellezza: La Pietà e il David. Il marmo con cui vengono fatte queste immortali sculture viene dalle Apuane (Monte Altissimo), dove lì si dannerà l'anima per circa due anni a "domesticare i monti e
La Pietà
ammaestrare gli uomini".

Dopo il periodo degli artisti e dei poeti arrivò il momento di naturalisti e scienziati.
E' la fine del 1600 quando Pier Antonio Micheli (botanico italiano, la cui statua è situata fuori dagli Uffizi) arriva alle pendici della Pania e di li comincia la salita nei suoi versanti scoscesi alla ricerca dell'Elleboro, pianta considerata ottima come rimedio alla follia: "Colse adunque la congiuntura di tre giorni festivi di seguito nel mese d'agosto, e si portò velocissimamente a piedi, con solo cinque paoli in tasca, e pochi quaderni di carta sugante, fino alla più alta cima della scoscesa Pietra Pana, appena accessibile alle capre, ed ivi gli riuscì trovare in abbondanza il desiderato Elleboro". Nel 1743 è Lazzaro Spallanzani (colui a cui è stato dedicato il famoso
Pania della Croce
(foto Daniele Saisi)
ospedale di Roma, celebre per le note vicende del Coronavirus) ad arrivare sulle Apuane, lo scienziato è venuto a studiare la conformazione dei monti, per lui sembrano "delle ossa spolpate". Ma è il geografo Emanuele Repetti nel 1845 che ne da la similitudine più suggestiva definendole: "un mare in tempesta immediatamente pietrificato".

Arriva poi il XIX secolo, il secolo degli alpinisti, delle prime risalite, il secolo della nascita del C.A.I (Club Alpino Italiano). Nel 1883 il celebre alpinista scozzese Francis Fox Tuckett sale sulla Pania e al riguardo scrive un articolo: "La descrizione molto affascinante di W. D. Freshfield riguardo alle “Alpi Apuane”, e alla scalata che egli ha compiuto sulla Pania della Croce... mi ha reso impaziente di curiosare su e giù per questo amabile massiccio..". Gustavo Dalgas ricorda in questo modo una delle sue cinque salite verso il medesimo monte: "...basta pensare che questo pizzo, unico fra i suoi anche un poco più elevati confratelli, si scorge contemporaneamente da Viareggio, da Lucca, da Pisa, da Livorno, da Volterra, da Siena, da Firenze, dalla valle
Pania della Croce
(foto di Maxzina)
inferiore dell’Arno e dalle pianure di Maremma fino al monte Argentaro, per farsi idea della vastità del panorama terrestre che esso domina, mentre gli si apre dinanzi vastissima distesa di mare, in cui si scorgono disseminate le isole dell’arcipelago Toscano fino alla Corsica, e l’osservatore mira ai suoi piedi, come una mappa dispiegata, il golfo della Spezia...".

Fra corsi e ricorsi storici ritornò poi anche il tempo dei poeti...e che poeti !!!
"Occhio l'amor delle Apuane cime Natie libere: ardea nobile augello, in tra le folgori a vol tender su' nembi". Il verso è tratto dalla raccolta di poesie "Levia Gravia" (1868) di Giosuè Carducci, d'altra parte il poeta quello che vede dalla sua finestra di casa(Valdicastello) sono proprio le Apuane. Carducci dunque vi nacque all'ombra di questi monti, lo studente e poi amico Giovanni Pascoli invece vi si trasferisce (Castelvecchio), scrivendo poi una poesia dal titolo "La Pania"(1907): "Su la nebbia che fuma dal sonoro/Serchio, leva la Pania alto la fronte/nel sereno: un aguzzo
La Pania dal giardino
di casa Pascoli
blocco d’oro, 
/su cui piovano petali di rose/appassite. Io che l’amo, il vecchio monte,/gli parlo ogni alba, e molte dolci cose/gli dico:/O monte, che regni tra il fumo/del nembo, e tra il lume degli astri,/tu nutri nei poggi il profumo/di timi, di mente e mentastri...". Nel suo villeggiare per la Versilia nemmeno il Vate,Gabriele D'Annunzio è potuto sfuggire alla loro bellezza. Diverse sono le citazioni che gli ha riservato, ma fra le più belle rimane questa:"Marmorea colonna di minaccevoli punte, le grandi Alpi Apuane regnano il regno amaro, dal loro orgoglio assunte" (Meriggio 1903).
In conclusione bisogna dire che furono in molti fra i personaggi illustri a scrivere di Alpi Apuane, impossibile citarli tutti, ma le ultime righe di questo articolo sono per Fosco Maraini, scrittore insigne, viaggiatore e profondo conoscitore delle culture di tutto il mondo. Era nato a Firenze, ma le sue estati le passava a Pasquigliora, quattro case nel comune di Molazzana. Li, nonostante che i suoi occhi avessero visto tutto il mondo, tornava sempre a
contemplare quei magnifici monti e ricordava sempre la prima volta che li conobbe, ed al suo accompagnatore così domandò: "Che sono quei monti?" chiesi molto incuriosito, quasi impaurito. "Sono le Alpi Apuane", mi fu spiegato. Ammirai a lungo lo spettacolo inconsueto che mi faceva pensare, non so perché, alla creazione del mondo, terre ancora da plasmare che emergevano da un vuoto sconfinato, color dell'incendio".