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mercoledì 17 giugno 2020

Apuane "letterarie"... Viaggio fra coloro che ne decantarono le sue bellezze

Basta alzare gli occhi verso le montagne per rendersi conto di
vivere dentro una culla. Del resto questa è la Garfagnana, uno scrigno racchiuso: da una parte gli Appennini e dall'altra le Alpi Apuane, un territorio appartato e orgoglioso, quasi isolato dal resto della Toscana, abitato da gente fiera delle sue millenarie tradizioni, fiera della propria storia e fiera sopratutto dei suoi monti: le Apuane. La loro bellezza ed unicità ha ispirato leggende, storie fantastiche, scritti e meravigliosi poemi, tramandati nei secoli nelle parole di nobili poeti, scienziati o semplici narratori, più o meno noti. La loro descrizione più alta la da il poeta e scrittore Tommaso Landolfi che le ha definite "I più bei monti formati da Dio". Il sommo poeta Dante Alighieri invece le nomina facendo riferimento agli inferi e nel XXXII canto dell'inferno de "La Divina Commedia"(1321) così dice: "E sotto i piedi un
32° canto dell'inferno
lago che, per gielo, avea di vetro e non d'acqua sembiante, Che se Tambernicchi vi fosse sù caduto o Pietrapana non avria pur dall'orlo fatto cricchi"
. Qui, in questo verso si parla del Cocito, un lago ghiacciato situato sul fondo dell'inferno, luogo dove vengono puniti i traditori. Si dice che lo spessore del ghiaccio di questo lago sia talmente alto che non avrebbe fatto nemmeno una crepa se sopra vi fossero crollate la Pania (Pietrapana) e la Tambura (Tambernicchi). Anche un suo contemporaneo Giovanni Boccaccio parla della Pania in una sua opera minore: "De montibus, silvis, fontibus, stagnis seu paludis et de nominibus maris liber". Siamo nel 1360 e l'opera non ha la bellezza dei danteschi versi, poichè vi vengono citate in un repertorio ordinato alfabeticamente, nomi geografici ricorrenti in opere
Giovanni Boccaccio
latine:
"Petra Appuana mons est olim Gallorum Frimenatum ab initio Apoenini in agrum Lucensium protensus, hinc Ligustinum Tuscumque mare et veterem Lunam civitatem, indi Pistoriensium et Florentinorum campos aspiciens et procurrentia in euroaustrum Apoenini iuga, rigens fere nive perpetua, et a quo quondam Apuani nominati sunt Galli", ossia: "il monte Pietra Apuana è proteso dall’inizio dell’Appennino dei già Liguri Friniati verso la pianura lucchese e da qua verso il mare Ligure e Tirreno e la vecchia città di Luni, quindi guarda verso la piana pistoiese e quella fiorentina e si avanza verso i gioghi dell’Appennino sud-orientale, è fredda quasi per neve perpetua e dal suo nome i Galli furono chiamati Apuani". Il passare dei secoli ci porta bensì in pieno rinascimento e a lui, il Governatore della Garfagnana per
Procinto
eccellenza, l'autore del "L'Orlando Furioso", Ludovico Ariosto: "La nuda Pania tra l'Aurora e il noto, da altre parti il giogo mi circonda che fa d'un pellegrin la gloria noto", così nella IV Satira. E' il 1523 e qui la Pania è descritta come se fosse un giogo sulle spalle del poeta, costretto a vivere confinato in una regione a lui ostile. Le sue inquietudini si riflettono anche su un monte della Apuane in particolare: il Procinto, tanto da definirlo "la dimora del sospetto": "Lo scoglio, ove 'l sospetto fa soggiorno e dal mar alto da seicento braccia di rovinose balze cinto intorno e da ogni canto di cader minaccia il più stretto sentier che vada al Forno la dove il Garfagnino il ferro caccia, la via Flaminia o l'Appia nomar voglio verso quel che dal mar in cima al scoglio" . Sempre nel medesimo periodo storico Michelangelo Buonarroti sta facendo "faville". Nel 1501 ha già creato opere d'arte di sublime bellezza: La Pietà e il David. Il marmo con cui vengono fatte queste immortali sculture viene dalle Apuane (Monte Altissimo), dove lì si dannerà l'anima per circa due anni a "domesticare i monti e
La Pietà
ammaestrare gli uomini".

Dopo il periodo degli artisti e dei poeti arrivò il momento di naturalisti e scienziati.
E' la fine del 1600 quando Pier Antonio Micheli (botanico italiano, la cui statua è situata fuori dagli Uffizi) arriva alle pendici della Pania e di li comincia la salita nei suoi versanti scoscesi alla ricerca dell'Elleboro, pianta considerata ottima come rimedio alla follia: "Colse adunque la congiuntura di tre giorni festivi di seguito nel mese d'agosto, e si portò velocissimamente a piedi, con solo cinque paoli in tasca, e pochi quaderni di carta sugante, fino alla più alta cima della scoscesa Pietra Pana, appena accessibile alle capre, ed ivi gli riuscì trovare in abbondanza il desiderato Elleboro". Nel 1743 è Lazzaro Spallanzani (colui a cui è stato dedicato il famoso
Pania della Croce
(foto Daniele Saisi)
ospedale di Roma, celebre per le note vicende del Coronavirus) ad arrivare sulle Apuane, lo scienziato è venuto a studiare la conformazione dei monti, per lui sembrano "delle ossa spolpate". Ma è il geografo Emanuele Repetti nel 1845 che ne da la similitudine più suggestiva definendole: "un mare in tempesta immediatamente pietrificato".

Arriva poi il XIX secolo, il secolo degli alpinisti, delle prime risalite, il secolo della nascita del C.A.I (Club Alpino Italiano). Nel 1883 il celebre alpinista scozzese Francis Fox Tuckett sale sulla Pania e al riguardo scrive un articolo: "La descrizione molto affascinante di W. D. Freshfield riguardo alle “Alpi Apuane”, e alla scalata che egli ha compiuto sulla Pania della Croce... mi ha reso impaziente di curiosare su e giù per questo amabile massiccio..". Gustavo Dalgas ricorda in questo modo una delle sue cinque salite verso il medesimo monte: "...basta pensare che questo pizzo, unico fra i suoi anche un poco più elevati confratelli, si scorge contemporaneamente da Viareggio, da Lucca, da Pisa, da Livorno, da Volterra, da Siena, da Firenze, dalla valle
Pania della Croce
(foto di Maxzina)
inferiore dell’Arno e dalle pianure di Maremma fino al monte Argentaro, per farsi idea della vastità del panorama terrestre che esso domina, mentre gli si apre dinanzi vastissima distesa di mare, in cui si scorgono disseminate le isole dell’arcipelago Toscano fino alla Corsica, e l’osservatore mira ai suoi piedi, come una mappa dispiegata, il golfo della Spezia...".

Fra corsi e ricorsi storici ritornò poi anche il tempo dei poeti...e che poeti !!!
"Occhio l'amor delle Apuane cime Natie libere: ardea nobile augello, in tra le folgori a vol tender su' nembi". Il verso è tratto dalla raccolta di poesie "Levia Gravia" (1868) di Giosuè Carducci, d'altra parte il poeta quello che vede dalla sua finestra di casa(Valdicastello) sono proprio le Apuane. Carducci dunque vi nacque all'ombra di questi monti, lo studente e poi amico Giovanni Pascoli invece vi si trasferisce (Castelvecchio), scrivendo poi una poesia dal titolo "La Pania"(1907): "Su la nebbia che fuma dal sonoro/Serchio, leva la Pania alto la fronte/nel sereno: un aguzzo
La Pania dal giardino
di casa Pascoli
blocco d’oro, 
/su cui piovano petali di rose/appassite. Io che l’amo, il vecchio monte,/gli parlo ogni alba, e molte dolci cose/gli dico:/O monte, che regni tra il fumo/del nembo, e tra il lume degli astri,/tu nutri nei poggi il profumo/di timi, di mente e mentastri...". Nel suo villeggiare per la Versilia nemmeno il Vate,Gabriele D'Annunzio è potuto sfuggire alla loro bellezza. Diverse sono le citazioni che gli ha riservato, ma fra le più belle rimane questa:"Marmorea colonna di minaccevoli punte, le grandi Alpi Apuane regnano il regno amaro, dal loro orgoglio assunte" (Meriggio 1903).
In conclusione bisogna dire che furono in molti fra i personaggi illustri a scrivere di Alpi Apuane, impossibile citarli tutti, ma le ultime righe di questo articolo sono per Fosco Maraini, scrittore insigne, viaggiatore e profondo conoscitore delle culture di tutto il mondo. Era nato a Firenze, ma le sue estati le passava a Pasquigliora, quattro case nel comune di Molazzana. Li, nonostante che i suoi occhi avessero visto tutto il mondo, tornava sempre a
contemplare quei magnifici monti e ricordava sempre la prima volta che li conobbe, ed al suo accompagnatore così domandò: "Che sono quei monti?" chiesi molto incuriosito, quasi impaurito. "Sono le Alpi Apuane", mi fu spiegato. Ammirai a lungo lo spettacolo inconsueto che mi faceva pensare, non so perché, alla creazione del mondo, terre ancora da plasmare che emergevano da un vuoto sconfinato, color dell'incendio".

venerdì 10 aprile 2015

Il Pascoli conteso. Ecco l'assurda e tormentata vicenda che vide coinvolte le mortali spoglie del poeta...

Giovanni Pascoli
E' il destino dei grandi personaggi che il loro corpo una volta cessata la loro vita terrena venga conteso fra le città di nascita e quelle di adozione, così successe al Sommo Poeta Dante Alighieri morto a Ravenna nel 1321 e li sepolto, dove pochi anni dopo sua la morte i fiorentini cominciarono a reclamare le sue spoglie, ma non ci fu niente da fare il suo corpo rimase in terra romagnola e così successe pure a uno dei nostri più illustri ospiti:Giovanni Pascoli.Proprio in questi giorni ricorre l'anniversario della sua morte e di tutta l'assurda vicenda che capitò dopo che il poeta esalò il suo ultimo respiro in quel di Bologna.Partiamo allora dall'inizio (anzi dalla fine...) di questa incredibile storia che vide il Pascoli partire in treno da Castelvecchio il 17 febbraio 1912 per curarsi nel capoluogo emiliano a quel tumore allo stomaco che lo stava annientando. Il suo fu un calvario che durò circa due mesi e il 6 aprile dello stesso anno dopo un agonia di 36 ore a 56 anni morì nella sua casa bolognese in Via dell'Osservanza al n°4(per gli ultimi giorni di vita del Pascoli leggihttp://paolomarzi.blogspot.it//6-aprile-1912-gli-ultimi-istanti-). Da quell'attimo il corpo senza vita del poeta non troverà pace, infatti di li a poco si scateneranno tumultuose discussioni sul luogo del suo eterno riposo.I romagnoli a gran voce reclamavano i loro diritti di sepoltura poichè dicevano che la tomba di famiglia era nella loro terra e poi si rifacevano ad una aleatoria volontà che la si poteva leggere nella poesia "I Gigli" dove si dice:
La casa bolognese
di Via dell'Osservanza oggi,
dove il Pascoli morì



"...Maria mi porti
nella mia casa 
per morirvi in pace
presso i miei morti"

Da San Mauro di Romagna (paese natale del poeta) era partita una delegazione per difendere anche con un atto di forza quello che per loro era considerato "un sacro diritto", a Mariù (l'amata sorella) fu proposto anche di tumularlo a Bologna accanto all'antico maestro Giosuè Carducci (morto cinque anni prima) nella Certosa cittadina o sennò nella Basilica di Santo Stefano,ma lei rimase ferma e sicura nei suoi intenti,il fratello doveva essere seppellito a Castelvecchio,così come egli aveva espresso nei suoi ultimi anni di vita e così poi come aveva scritto in uno dei sui ultimi componimenti:

"C'hio ritorni al campanile
del mio bel San Niccolò (n.d.r:la chiesa di Castelvecchio)
dove l'anima gentile
finalmente adegerò"

La decisione della sorella fu poi rinfrancata prontamente da un telegramma che veniva proprio da Castelvecchio che citava:"Popolazione intera Castelvecchio STOP addoloratissima grande sventura suo Giovannino STOP mostra suo dolore profondo unanime STOP implorando reclamando ultimo conforto venerata salma STOP ombra salici piangenti STOP",firmato Don Barrè, parroco di Castelvecchio. Insomma era una lite ed un contenzioso a "colpi" di poesia fra emiliani e toscani, tutto questo mentre nelle camera ardente allestita nella sua casa bolognese ci fu una gran folla a dare l'ultimo saluto, politici (quelli non mancano mai...),personalità culturali e sopratutto gente comune,fu una lunga fila che durò per due giorni interi. Si arrivò poi al giorno dei funerali il 9 aprile 1912 
I funerali bolognesi nella basilica
di San Petronio
celebrati nella cattedrale di San Petronio. Dopo i funerali la salma partì quasi di corsa alla volta della Valle del Serchio su un treno speciale su cui viaggiavano professori universitari e politici, fra cui il ministro dell'istruzione Credaro. Ad ogni stazione il treno veniva salutato da tantissima gente che lanciava fiori al treno in corsa ma una volta valicato l'Appennino cominciò anche a piovere. Finalmente fu raggiunta Lucca e il prefetto Carafa intravedendo strane manovre a livello massonico e politico (di li a poco ci sarebbero state le elezioni) decise che fossero chiusi i cancelli della stazione e che in nessuna maniera fossero tributate solenni onoranze alla salma, tutta la zona era presidiata da contingenti di polizia e carabinieri che avevano l'ordine di non far passare la gente, ma la folla che si era recata a salutare il passaggio della
La folla ai funerali bolognesi del Pascoli
salma era già formata da "parecchie migliaia di persone" come ebbe a dire il giornale socialista "La Sementa" e tutte le misure di sicurezza si andarono a farsi benedire, i cancelli furono aperti di forza e una fiumana di persone invase la stazione, faticosamente si riuscì in qualche maniera a fare il trasbordo della salma su un altro treno che ripartì alla volta della stazione di Fornaci di Barga. Era ormai notte quando il treno raggiunse Fornaci e la pioggia si era fatta 
veramente incessante e violenta.La banda musicale cittadina che lo attendeva in stazione suonava la marcia funebre di Chopin e precedeva tutto il corteo funebre che si diresse verso il cimitero di Barga sotto un vero e proprio diluvio, fu un procedere lento e con grande difficoltà nel buio di una strada che ormai era ridotta ad un vero e proprio fiume, il vento spegneva le fiaccole e scompigliava le ghirlande. Era stata fatta poca strada dal carro funebre trainato da cavalli quando la mesta processione fu costretta a fermarsi nelle vicinanze di un casolare per la via di Loppia, a quel punto la tensione salì alla stelle, in molti non capivano il perchè non si poteva aspettare la mattina seguente,alcuni se la
La casa dove nacque il Pascoli
a San Mauro di Romagna
presero con il commissario prefettizio Salerni che diede ordine di raggiungere il cimitero di Barga a qualsiasi costo per paura di
"disordini sociali",si tentò comunque di tornare indietro e di far sostare il corpo senza vita del poeta in una sala della stazione ferroviaria di Fornaci, ma ci si mise anche la sorella Mariù che volle procedere senza esitazione anche lei verso Barga. Si raggiunse così in qualche maniera la cittadina e a quel punto alcuni studenti bolognesi (che già avevano rumoreggiato al funerale) insieme ad alcuni cittadini di San Mauro di Romagna cominciarono a protestare perchè non volevano che la salma fosse benedetta dal parroco Don Barrè, ma il prete "per volontà della sorella" benedì la salma ma senza esequie solenni e una volta raggiunto il cimitero il feretro in tutta fretta fu rinchiuso in un loculo provvisorio.Tutto intorno era sorvegliato da forze dell'ordine con proiettile in canna:la paura maggiore era che il corpo fosse trafugato (n.d.r: così successe anche a Dante).Con grande sollievo comunque il commissario prefettizio si affrettò a telegrafare alla Prefettura:
La lapide del loculo (ancora oggi vuota)
nel cimitero di Barga dove il poeta
fu posto provvisoriamente per 6 mesi

"Sotto pioggia torrenziale salma Pascoli STOP trasportata cimitero e tumulata ore 23 STOP nessun incidente STOP".
Il timore che le spoglie del poeta nonostante l'inumazione fossero ancora sottratte crebbe con i giorni a venire,i cittadini di San Mauro si diceva non si sarebbero dati pace finchè il loro amato concittadino non fosse stato seppellito nella sua terra natia, furono rafforzate così le misure di sicurezza, per altri giorni ancora, guardie comunali insieme alla forestale ed ai carabinieri reali fecero a turno per far la guardia. Giovanni Pascoli rimase nel
6 ottobre 1912 finalmente il poeta
troverà pace definitiva a Castelvecchio
loculo, dentro "la grave cassa di noce" per alcuni mesi ancora e finalmente quando le acque si calmarono il 6 ottobre 1912 dopo una grande commemorazione al teatro dei Differenti di Barga con la presenza anche del grande "fratello d'arte" Giacomo Puccini fu trasportato tra fiori,bandiere ed un addolorato suono di campane nella cappellina di Castelvecchio dove la sorella aveva deciso di metterlo in un sarcofago esterno visto che negli ultimi giorni di vita Giovannino aveva espresso l'orrore di andare sotto terra.Oggi il nostro
Il sarcofago dove è custodito
Giovanni Pascoli oggi
illustre ospite è ancora lì, a riposare finalmente in pace e come ci ricordava nella sua prima raccolta di poesie Myricae:


"La vita è bella,è tutta bella,cioè sarebbe,se noi non la guastassimo a noi e agli altri."

mercoledì 18 marzo 2015

La storia delle nostre montagne: le Alpi Apuane.Partendo da 220 milioni di anni fa,passando dai Liguri Apuani per finire a Dante

Le vediamo sempre lì,conosciamo la loro bellezza, apprezziamo
La Pania Secca con Il rifugio Rossi
 l'ospitalità dei suoi rifugi, rimaniamo ammirati dalla sua fauna ed estasiati dai suoi fiori, ma forse quello che conosciamo un po' meno e la loro storia e la loro origine.Le Alpi Apuane sono i nostri monti e meritano di essere conosciuti a tutto tondo.Certo quello che andrò a scrivere non sarà sicuramente tutto quello che c'è da sapere sulle Apuane (bisognerebbe scrivere un libro,forse due, forse tre...) ma queste righe vogliono stimolare il lettore  interessato a maggiori ricerche. Partiamo da molto lontano e proviamo a fare uno sforzo con l'immaginazione e torniamo a 220  milioni di anni fa,nel periodo che i geologi chiamano Triassico Superiore.La geografia del mondo era molto diversa da quella attuale e nella zona che sarebbe divenuta l'attuale Liguria e Toscana c'era un vecchio continente detto Pangea con clima caldo ed arido,questo continente cominciava a lacerarsi e dividersi,l'allontanamento dei due margini provocava nella zona di nostro interesse un'area dapprima paludosa, poi con il maggior distaccamento si trasformò in area  marina ma poco profonda ed infine divenne un vero e proprio mare tropicale da paragonarsi a dire degli esperti alle attuali Bahamas, possiamo quindi immaginare l'attuale Versilia con scogliere coralline,calde lagune circondate da spiagge bianchissime e isolotti con vegetazione tropicale.Ma purtroppo per noi questo Paradiso era destinato a finire, l'ulteriore allontanamento dei continenti fece gradualmente raffreddare il mare.Questa situazione si mantenne fino a 96 milioni di anni fa (Cretaceo Superiore) quando due blocchi che possiamo identificare come l'Europa e l' Africa del Nord iniziarono a riavvicinarsi, stringendo come una tenaglia la terra emersa che che cominciò a deformarsi e a comprimere il tutto facendo così
I fiori delle Apuane
accavallare grosse porzioni rocciose.In questa fase di compressione e deformazione si realizzarono i processi di formazione della Apuane e dei suoi pregiati marmi e così fu che grosso modo e in parole povere le Alpi Apuane videro la luce(da notare inoltre che i cugini Appennini sono un po' più giovincelli, si sarebbero formati dopo).Comunque sia snoccioliamo due numeri e diciamo che la catena Apuana si estende per soli circa trenta chilometri e l
'area occupata dalle stesse misura 2100 kmq.Nessun punto della catena raggiunge i 2000 metri. La massima altitudine è data dal Pisanino (m. 1946), cui seguono la Tambura (1870), la Pania della Croce (1859), il Pizzo d'Uccello (1782), il Sumbra (1765), il Sagro (1749), il Corchia (1677), compresi tutti in un tratto di soli 20 km.Il nome deriva letteralmente da quello dei Liguri Apuani gli antichi suoi abitanti, ma Strabone (geografo e storico greco) li chiamava Lunae Montes (i monti della luna) e Dante i Monti di Luni (paese in provincia di La Spezia),ma il nome comune e storico è quello di Panie.Entrata nel linguaggio scientifico e ormai anche in quello comune,solo nel secolo scorso,per opera principalmente del Repetti(geografo e naturalista),la denominazione Alpi Apuane compare,forse la prima volta nel 1804 al nuovo Dipartimento del Regno Italico che ne comprendeva la regione.L'aspetto frastagliato delle creste montuose, che ricordano quello delle Dolomiti e il biancheggiare quasi niveo dei detriti marmorei giustifica il nome di Alpi a rafforzare tale concetto ci pensò Felice Giordano nel 1868 in una delle prime adunate del Club Alpino Italiano a Firenze  e disse che:

"Il nome Alpi sta bene invero a questa giogaia che proietta nel cielo un profilo scabro,straziato e irto di picchi alti".
l'eremo di San Viano
 I Liguri Apuani furono i primi ad abitare i nostri monti, i loro primi insediamenti risalgono al VI secolo prima di Cristo,quando si stanziarono nei dintorni di Pisa e verso tali montagne.Verso IV secolo a.C con la graduale espansione degli Etruschi, accompagnata da quella dei Romani costrinse i Liguri Apuani a ritirasi sui monti della Garfagnana (vedi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/08/comera-la-garfagnana-di-duemila-anni-fa.html).Con l'andare dei secoli e dei millenni questi monti hanno conosciuto molte tragedie sopratutto nella seconda guerra mondiale,ricordiamo su tutte la strage di Sant'Anna di Stazzema e anche catastrofi naturali come l'alluvione di Cardoso e Fornovolasco nel 1996. Nel 1985 invece viene istituito il Parco Naturale delle
Alpi Apuane a difesa dell'ambiente e del territorio che si divide in tre zone distinte, la Garfagnana ,la Versilia e Massa Carrara che decretarono fra l'altro la nomina del patrono di tutte le Apuane: San Viano,l'eremita che visse sulle balze orientali del Roccandagia e che viene festeggiato e portato in processione il 22 maggio nel suo incastonato eremo posto nei boschi a una quarantina di chilometri da Campocatino.Molti poeti nel passato hanno ricordato nei loro poemi e nelle loro poesie le Apuane, da Dante,che le cita nella Divina Commedia nel XXXII°canto dell'inferno (per l'argomento vedi : http://paolomarzi.blogspot.it/dante-conosceva ),ad Ariosto, per arrivare a Pascoli e a D'Annunzio,ma le parole a me più care rimangono quelle di Fosco Maraini (scrittore,poeta e alpinista): 
"Che sono quei monti?"
 chiesi molto incuriosito,quasi impaurito 
Tramonto sulle Apuane
"Sono le Alpi Apuane"
 mi fu spiegato. 
"Ammirai a lungo lo spettacolo inconsueto che mi faceva pensare,non so perchè,alla creazione del mondo: terre ancora da plasmare che emergevano da un vuoto sconfinato,color dell'incendio".

venerdì 21 novembre 2014

La leggenda di Aronte il gigante che difendeva le Alpi Apuane da qualsiasi nemico


Le Alpi Apuane sono patrimonio di tutti, non hanno territorialità,sono un bene comune e noi siamo fortunati perchè le "viviamo" tutti i giorni. Apriamo la finestra di casa ed eccole lì davanti a noi maestose ed imponenti;sia d'estate che d'inverno sono luogo per le nostre passeggiate ed escursioni,inoltre gustiamo i frutti che ci dona, come funghi, castagne,mirtilli; godiamo della sua aria cristallina,insomma sono un tesoro che va difeso, ognuno a suo modo.Io nel mio piccolo lo faccio diffondendo le sue belle leggende e le sue storie e vi narro oggi di come le difendeva Aronte, un gigante posto a guardia dei nostri monti pronto a sfidare chicchessia nemico.Ma prima facciamo un po' di antefatto e
Vecchia foto rifugio Aronte
raccontiamo giusto, giusto due cose (interessanti) così per approfondire di più l'argomento. La storia (non la leggenda) ci dice che Aronte è veramente vissuto e che la sua figura è legata a doppio filo con le Alpi Apuane,era nato a Luni (oggi in provincia di La Spezia) ed era un potente indovino, forse il più potente dell'epoca, era di origine etrusca e viveva al tempo della Roma di Cesare (50 a.C circa),la sua vita si svolgeva in ascesi e meditazione in una grotta delle Alpi Apuane detta dei "Fantiscritti",nel versante carrarino. Un bel giorno l'aruspice (mago) etrusco fu richiamato dai suoi monti, dai potenti di Roma per raggiungere la "città eterna" per spiegare alcuni misteriosi eventi che si erano manifestati e ai quali veniva attribuita particolare importanza. Infatti guardando le viscere di un toro sacrificato Aronte  presagì le sciagure che si sarebbero abbattute su Roma, come la guerra civile fra Pompeo e Giulio Cesare con la vittoria di quest'ultimo. Dopo questi eventi tutti a Roma lo adoravano. Aronte era considerato colui che: "qui sapientem genuit testimonium centuriae et constituens ad historiam uniuscuiusque hominis" ovvero "un uomo saggio che testimoniava nei secoli il nascere e tramontare di ogni vicenda umana",ma lui nonostante fosse ricoperto di tutti gli onori volle ritornare sulle sue Alpi Apuane e lasciare la gloria agli altri.La sua fama raggiunse più di mille anni dopo anche il sommo poeta Dante Alighieri che lo citò nella Divina Commedia nel XX canto dell'inferno  e lo immaginava in una spelonca tra i bianchi marmi sopra Carrara da dove poteva guardare il mare e le stelle:


"Aronta è quei ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese, che di sotto alberga,
ebbe tra bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
E’l mar non gli era la veduta tronca."

La sua figura divenne così leggendaria nei secoli,l'amore di questo indovino per le sue montagne salì a simbolo di esse, tant'è che si racconta (e qui si entra nella leggenda) che Aronte era un gigante che aveva il compito datogli dagli Dei di difendere le Alpi Apuane dagli attacchi dei nemici che provenivano dal mare. Quando i primi cavatori salirono sui monti per estrarre il marmo e ferire la montagna Aronte scese a valle per impedire agli uomini di rovinare questi meravigliosi monti. Il destino volle che una volta sceso, Aronte incontrasse una giovane fanciulla e se ne innamorasse ma lei lo respinse,la disperazione e il dolore lo attanagliarono e per il dolore una volta risalito sulle vette delle Apuane morì. Fu così da quel giorno che i monti delle Apuane vollero dimostrare la loro ingratitudine e inimicizia alla gente che abitava sulle coste girandogli "le spalle"e voltarono di fatto verso il mare le loro pareti più scoscese e inaccessibili.
Il rifugio Aronte oggi

La figura di Aronte era così entrata nel cuore degli amanti di queste montagne, che fu così che nei pressi del Passo Focolaccia  (ai piedi del Monte Cavallo), il 18 maggio 1902 fu inaugurato il Rifugio Aronte, un rifugio carico di storia essendo in assoluto il primo costruito sulle Alpi Apuane, detenendo fra l'altro un ennesimo record, perchè posto a 1642 metri d'altezza, il bivacco più alto dell'intera catena. Dalla Garfagnana lo si può raggiungere lungo la strada marmifera che sale da Gorfigliano, in auto fino alla galleria del Passo della Tombaccia e di li poi a piedi fino al valico della Focolaccia, tempo di percorrenza circa due ore. Una gita da fare con serenità tanto c'è Aronte che ci protegge...

venerdì 13 giugno 2014

Dante, la "Divina Commedia" e le Alpi Apuane: da Aronte, alla Pania della Croce per finire alla Tambura

Ebbene si, Dante Alighieri, il Sommo Poeta, conosceva  i nostri monti
e le nostre valli. Voi mi direte che mi sono bevuto il cervello e vi starete domandando come mai cotanto personaggio fosse a conoscenza di questi luoghi impervi e selvaggi. 
Eppure è così, abbiamo un privilegio che pochi hanno, ossia che le "nostre" Alpi Apuane siano citate nella "Divina Commedia", ed in particolare vi sono menzionati: la Pania della Croce, il Monte Tambura e Aronte protettore delle Apuane...Bhè! Andiamo allora nel particolare...Prendiamo i versi della Divina Commedia in questione e poi andiamo a spiegare:

"Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.
Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
com’era quivi; che se TAMBERNICCHI
vi fosse sù caduto, o PIETRAPANA,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi"

La Pania della Croce
Questi versi fanno parte del XXXII° Canto dell'Inferno (versetti 28/30) e qui Dante narra che alla fine dell'inferno, nella cosiddetta Caina, dov'è imprigionato Satana vi sia uno spesso strato di ghiaccio, che non farebbe nemmeno una crepa se la Tambura (Tambernicchi) o la Pania della Croce (Pietrapana) vi fossero crollate sopra. E' bene dire che un tempo la Pania veniva chiamata "Pietrapana", in quanto questi monti, come sappiamo, oltre duemila anni fa furono abitati dagli Apuani, difatti anche la sua vetta per eccellenza, la Pania della Croce, aveva preso il nome da questi antichi abitanti. Fu per questo che gli antichi romani la battezzarono "Pietrae Apuanae", nome divenuto poi "Pietrapana" cioè "monte degli Apuani". Per quanto riguarda la Tambura le teorie sono discordanti, ma alcuni esperti ed insigni studiosi della Divina Commedia(vedi il Del Lungo e il Porena)  affermano che dai remoti scrittori del tempo la Tambura sarebbe stata chiamata "Stamberlicche" o "Stanberliche", comunque l'elemento più valido a sostegno dell'identificazione di tale monte è l'appartenenza della Tambura allo stesso gruppo montuoso della Pania della Croce (citato insieme nei soliti versi),gruppo montuoso del quale Dante ebbe sicuramente visione. Non dimentichiamoci che il Sommo Poeta nel suo esilio fu ospite dei Malaspina nel lontano 1306,
Fosdinovo Castello Malaspina
nel loro castello di Fosdinovo, quindi ebbe sicuramente l'opportunità di essere profondamente colpito dalle nostre magnifiche montagne. Infine, il Sommo, volle dare lustro al protettore delle Apuane: Aronte. Infatti, la fama dell'indovino etrusco
 raggiunse più di mille anni dopo anche  Dante Alighieri, tant'è che citò  anche lui nella Divina Commedia, nel XX canto dell'inferno e lo immaginava in una spelonca tra i bianchi marmi sopra Carrara da dove poteva guardare il mare e le stelle: 

"Aronta è quei ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese, che di sotto alberga,
ebbe tra bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
E’l mar non gli era la veduta tronca."

Dante contribuì in maniera essenziale a rendere la sua figura 

Bivacco Aronte
leggendaria nei secoli, l'amore di questo aruspice per le sue montagne salì a simbolo di esse, tant'è che si racconta (e qui si entra nella leggenda) che Aronte era un gigante che aveva il compito datogli dagli Dei di difendere le Alpi Apuane dagli attacchi dei nemici che provenivano dal mare.