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mercoledì 20 ottobre 2021

Il mistero del passaggio di Annibale e del suo elefante sugli Appennini: Garfagnana? Val di Luce? Passo della Porretta? O chissà dove...

 E' bene essere subito chiari, tutte le teorie che il mio caro
lettore leggerà in questo articolo saranno frutto di supposizioni, ipotesi e presupposizioni. Niente di quello che leggerete è avvalorato da fonti storiche certe o da documenti che convalidino le tesi in questione. Spieghiamo meglio però. In Italia e in tutto il mondo in genere esistono luoghi dove sono accaduti fatti storici di una certa rilevanza di cui però non si conosce l'esatta ubicazione, fattostà che di questi accadimenti, in mancanza di fonti certe, un po' tutti cercano di accaparrarsi la teoria di questo o quello studioso per determinare che lì, in quella precisa zona è accaduto questo o quel fatto. Di solito(quasi sempre direi) succede per avvenimenti storici antichissimi e nella Valle del Serchio di questi casi ne abbiamo addirittura due. Di uno ebbi già occasione di raccontare e narrava le vicende riguardanti la clamorosa sconfitta nel 186 a.C di Quinto Marcio Filippo e delle sue legioni romane contro gli indomiti Apuani. La scontro passò alla storia come la battaglia del "Saltus Marcius". Ma questo "Saltus Marcius" dov'era? Alcuni storici sostenevano che
si trovasse in Versilia nei pressi di Pontestazzemese, altri dicevano che in realtà poteva essere proprio a Marciaso (frazione del comune di Fosdinovo), altri ancora invece 
asserivano che il fattaccio accadde al "Marcione", località poco distante da Castiglione Garfagnana. Insomma, come vedete siamo proprio nel campo delle più svariate congetture, questo però non vuol dire che una delle teorie presupposte sia errata, ci mancherebbe altro, perciò anche le opinioni sull'impresa che andrò a raccontarvi meritano di essere esposte, poichè, anche se non certe, qualche studioso prima di me ha creduto che quella fosse la cosa giusta da asserire. La storia in questione tira in ballo nientepopodimeno che Annibale Barca, il condottiero cartaginese (definito da molti "il più grande generale dell'antichità") e l'ormai celeberrima spedizione di guerra che vide marciare verso Roma centomila soldati e trentasette elefanti. Ebbene, a tutti è noto il fatto dell'attraversamento delle Alpi da parte di Annibale, ma quando al valoroso, nonchè (sottolineerei) coraggioso condottiero gli toccò oltrepassare gli Appennini, da dove passò? Ecco qua che indirettamente, o forse direttamente, entrare in ballo la Valle del Serchio. Prima però di affrontare "il giallo" dell'attraversamento appenninico di Annibale e del suo elefante è doveroso illustrare brevemente l'antefatto che portò il cartaginese ad affrontare questa epica impresa. Quando (tanto tempo fa...) frequentavo la scuola, studiare le guerre puniche era di una noia unica, sarà stato perchè la voglia di applicarsi era poca e forse anche perchè tali vicende erano esposte in qualche maniera dal professore di turno, fattostà che rileggendo oggi quei fatti tutto assume un altro sapore e un
altro interesse. Eravamo infatti nel maggio dell'anno 218 a.C quando proprio agli inizi della seconda guerra punica Annibale lasciò la penisola iberica per puntare direttamente su Roma con 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti. Le cause belliche che spinsero a questa ardita guerra furono essenzialmente tre: 
lo spirito di rivalsa del padre di Annibale, che da bambino gli aveva fatto giurare di fronte agli Dei odio eterno a Roma, l'onta subita dai cartaginesi per la perdita della Sardegna e della Corsica e l'esaltazione per i numerosi successi in terra iberica delle armate africane. In ogni caso l'attraversamento delle Alpi avvenne verso la fine del 218 a.C; il freddo e la fatica però si fecero sentire penalizzando fortemente uomini e animali, nonostante tutto e con mille sforzi gli indomiti guerrieri raggiunsero la Pianura Padana prima che le nevi bloccassero i passi. Annibale arrivò così in Italia dopo una ventina di giorni di aspri combattimenti con le popolazioni montanare, il risultato di tutto questo tribolo fu pagato a caro prezzo, dato che gli rimasero a sua disposizione "solo" 20.000 fanti e 6.000 cavalieri, con questi uomini nella primavera del 217 a.C il condottiero cartaginese decise malgrado ciò di continuare la spedizione. Oramai però di quei 37 elefanti da guerra il rigido inverno ne aveva uccisi 36 e quando fu deciso di valicare gli Appennini un solo elefante era rimasto vivo, l'animale si chiamava "Surus" ed era l'elefante personale di
Annibale rappresentato
sopra il suo elefante
 Annibale, il povero bestione anch'esso provato morì (come ricordò lo storico greco Polibio) proprio nel discendere queste montagne. In conclusione le perdite subite furono molte per l'esercito cartaginese, bisognava quindi oltrepassare l'Appennino nella maniera più indolore possibile. La scelta del luogo diventava quindi fondamentale per le sorti belliche. Questo fantomatico posto nei millenni e nei secoli che trascorrevano ha colpito molto l'immaginario collettivo, basta vedere solamente la toponomastica italiana, la penisola italiana è piena di ponti di Annibale, passi di Annibale e strade di Annibale, quasi come se ognuno volesse far parte di quella leggendaria impresa, rimane il fatto che sapere da dove i cartaginesi oltrepassarono l'Appennino (e anche le Alpi) rimane un mistero. Di ipotesi accreditabili ce ne sono alcune: una vuole che questo esercito fosse sceso dal Mugello e che avesse attraversato il fiume Sieve, un'altra dice che il passo di Collina presso Porretta fosse il posto giusto, di li raggiungere la piana pistoiese sarebbe stato piuttosto agevole, le altre due tirano in ballo anche le nostre terre. Ci sono infatti studiosi che indicano Foce a Giovo come luogo esatto, di li l'esercito sarebbe sceso nel fondovalle della Valle del Serchio e avrebbe raggiunto Lucca. La più accredita fra queste eventualità rimane però la località oggi propriamente conosciuta come "Passo D'Annibale", il valico a quei tempi era un passaggio già conosciuto e rodato dalle popolazioni
Il passo di Annibale
presso Val di Luce
locali, in più questo cammino offriva alternative viarie diverse e di difficile individuazione da parte di eventuali nemici e in effetti ancora oggi è così, questo passaggio ai giorni nostri è meta di escursionisti e amanti della montagna, si trova a 1798 metri d'altezza e collega le provincie di Modena e Pistoia, da li si domina tutta la Val di Luce, la vista è mozzafiato, si può ammirare il Monte Rondinaio e il Monte Giovo, da qui si diramano una moltitudine di sentieri e uno di questi porta proprio a Foce a Giovo, chissà forse fu da quel punto che Annibale raggiunse Foce a Giovo per scendere poi fino Lucca, o magari è possibile anche che di lì abbia raggiunto altresì la Val di Lima, o come è stato ribadito è probabile che si fossero scelte altre strade alternative. Quello che è certo che l
a primavera di quell’anno fu particolarmente fredda e piovosa e la traversata dell’Appennino fu drammatica, quasi quanto quella alpina. Come narra Tito Livio (n.d.r: storico romano), ci fu un primo tentativo fallito per le terribili condizioni atmosferiche che costrinsero il condottiero a ritornare indietro con il suo esercito.  Il fatto incontestabile è anche un altro e ce lo descrive ancora Tito Livio e dice che una volta discesi gli Appennini "il punico" si trovò davanti a sè un altro ostacolo: il fiume Arno ("fluvius Arnus per eos dies solito magis inundaverat"), il fiume tanto caro a Firenze era straripato, bloccando così la strada da percorrere, malgrado ciò il suo esercito non potè invertire la marcia, dato che il cammino in quel tratto d'Arno era troppo stretto per far mutare "rotta" a ventimila soldati. Anche su questo particolare evento rimane però un alone di mistero, capire in quale punto fosse esondato l'Arno avrebbe potuto aiutare a comprendere da quale zona delle montagne 
Il percorso del Fiume Arno
 appenniniche i cartaginesi sarebbero eventualmente discesi, ma purtroppo anche questo non c'è dato da sapere. 
Tuttavia in tutto questo bisogna considerare che le varianti possibili per individuare il luogo esatto sono molte, conoscendo le indubbie qualità strategiche di Annibale che analizzava ogni cosa c'è da chiedersi quali strategie poteva aver adottato per valicare in tutta sicurezza l'Appennino? Sicuramente nell'ozio dei campi invernali dell'Emilia nell'attesa della primavera Annibale inviò in Toscana delle pattuglie a cercare le vie migliori per scegliere l'opzione più consona al suo cammino verso sud. Quello che è certo che furono scartate come possibilità di attraversamento i passi appenninici nei pressi di Arezzo e Rimini, più facili da attraversare vista la conformazione del territorio, ma per questo ben vigilati dalle legioni romane. Si può comunque dire che Annibale prima di partire per l'impresa, conosceva già perfettamente la situazione viaria per valicare il nostro Appennino. Certamente sapeva anche quali fossero le vie presidiate dai Romani e quali no. E in base anche a questa certezza l'attraversamento della Garfagnana dai suoi passi appenninici fu presa in considerazione? Io direi proprio di si, con ogni probabilità la Garfagnana fu presa in considerazione per questa ardimentosa operazione militare, il perchè è presto detto. Sappiamo che in questa seconda guerra punica i Galli e altre popolazioni del nord aderirono quasi in massa all'esercito cartaginese e fra loro c'erano anche i nostri lontani avi: i Liguri Apuani. Ad onor del vero molti di loro parteciparono come mercenari e altri ancora proprio come guide, assunte specificatamente per attraversare l'impervie montagne, è
Liguri Apuani
 plausibile poi che queste guide abbiano proposto ad Annibale la sua discesa nell'attuale Garfagnana. Gli Apuani vista la loro alleanza con i cartaginesi gli avrebbero garantito di passare nei propri territori in maniera indenne, visto che queste zone (in quel momento) erano libere da infiltrazioni romane, da lì raggiungere l'Arno (forse) presso Pisa sarebbe stato poi un gioco da ragazzi. Allora dove fu l'inghippo? Probabilmente l'inghippo fu puramente strategico, bisognava che questa marcia di valico fosse la più rapida possibile, appena fosse stata svelata la direzione da intraprendere bisognava fare questo viaggio in maniera velocissima, in tale modo il nemico non avrebbe avuto il tempo di organizzarsi e muovere contro lo stesso Annibale, per fare questo il tempo concesso era al massimo quattro giorni, in quei termini la missione doveva essere compiuta, infatti Tito Livio ricorda che i militari cartaginesi per attraversare l'Appennino marciarono di notte e in maniera celere: "le veglie sopportate quattro giorni e tre notti". La struttura del territorio garfagnino però non lo avrebbe permesso, considerando che quella stessa struttura territoriale che faceva da difesa per gli Apuani, per i cartaginesi sarebbe diventato un ostacolo insormontabile: le aspre montagne, le gole, i dirupi e l'assenza di strade ben marcate avrebbe fatto si che passare con un tale esercito ed un elefante in quelle zone sarebbe stato un compito praticamente impossibile da affrontare. Come poi andò a finire la storia lo sappiamo tutti. La seconda guerra punica durò ben 15 anni (218 a.C- 202 a.C), Annibale non raggiunse mai Roma, in quegli anni le sue scorribande colpirono in tutto il centro e sud Italia e nell'autunno del 203 a.C il senato cartaginese, sotto la pressione dell'invasione di Scipione, diede ordine ad
Scipione l'Africano
Annibale d'imbarcarsi e tornare in Africa, il condottiero apprese con amarezza queste decisioni e lo storico Howard Scullard scrisse che: "egli abbandonò l'Italia invitto, con più tristezza di un esule che la lascia la terra natale. Era fallita l'impresa a cui aveva dedicato una vita".

Bibliografia

  • "Ab Urbe condita CXLII". La storia di Roma dalla sua fondazione, Tito Livio, 1a edizione tra il 27 e il 14 a.C

giovedì 11 marzo 2021

I Liguri Apuani: non solo rudi guerrieri, ma anche abili commercianti

Ce li hanno raccontati sempre come uomini rudi, violenti, sanguinari
e predatori, ma loro non furono solo questo. I Liguri Apuani, gli antichi abitanti delle terre garfagnine (e non solo), erano anche altro, infatti nessuno lo direbbe ma furono anche degli abili commercianti. Allora voi mi direte che cosa vuoi che commerciasse un popolo che faceva dell'aggressività la sua forza? E poi, cosa avevano da dare abitando una terra ricoperta da alberi, rocce e animali selvatici? Bhe, l'abilità del bravo commerciante stava proprio lì, adattarsi all'ambiente in cui viveva e perciò offrire "al cliente" di turno quello che la natura donava a loro. Naturalmente tutto si basava sul baratto: "io ti do, tu mi dai" e questa forma di commercio esisteva già nella preistoria, addirittura anche altre civiltà più evolute come gli egizi attuavano questa "forma commerciale", ma fra tutti i veri commercianti della storia furono i Fenici, come loro nessuno mai. Il loro fu un commercio marittimo, veleggiavano con le loro navi in tutto il Mediterraneo vendendo prodotti a dir poco
pregiati: porpora, oro, argento, rame. Consideravano il commercio la loro attività più importante fino al punto che oltre a possedere una fornita flotta commerciale possedevano anche una potente flotta militare che serviva soprattutto a proteggere quelle rotte commerciali fenice dai predoni e dai pirati. Insomma, per farla breve in quanto a questo i Liguri Apuani non avevano niente a che vedere con i Fenici, gli stessi Apuani non  consideravano il commercio un'attività preminente, però in qualche maniera anche loro riuscirono a tessere una rete commerciale di tutto rispetto. Già a partire dall'età del ferro (500 a.C -332 a.C) quando i mercanti stranieri passavano per le nostre terre scambiavano con loro i propri prodotti che Madre Natura metteva a disposizione. In questo caso facendo un azzardato parallelismo possiamo dire che i prodotti erano i soliti  che i nostri nonni e bisnonni commerciavano nei mercati garfagnini di una volta: formaggi, lana, pelli, cera d'api e miele, ma non solo, probabilmente vendevano legname, carbone e le loro personali
creazioni: vasellame e ornamenti. In cambio cosa avrebbero ricevuto? Tutti quei prodotti che (anche) nella Garfagnana odierna non sono di eccelsa qualità: vino e olio, oltre a ceramiche di provenienza etrusco-italica e soprattutto... armi. Con quelle armi avrebbero poi sviluppato il commercio a loro più redditizio, il loro principale "prodotto", quello che sapevano fare meglio: i mercenari. All'occorrenza sapevano vendere se stessi "nell'arte" a loro più congeniale: il combattimento. Capitava sovente che quando qualche popolazione italica nelle proprie guerre aveva bisogno di "manodopera" si rivolgesse proprio agli Apuani che in cambio della loro "opera" ricevevano stoffe, ceramiche e quant'altro. Il loro commercio non si fermava solo qui e come se fossero stati degli affermati imprenditori del XXI secolo a quanto pare concedevano agli stessi etruschi "permessi" per l'escavazione di marmo nei propri territori. Insomma i nostri Liguri Apuani conoscevano la propria terra a menadito, questa conoscenza la riversavano al personale tornaconto proprio come quando da guide ante litteram aspettavano negli sbocchi delle valli i mercanti stranieri che dovevano oltrepassare i passi appenninici o eventualmente andare verso il mare per imbarcare i loro prodotti. In conclusione a tutto
non rimane che dire che per conoscere qualcuno o qualcosa non bisogna fermarsi solo alle apparenze o a quanto leggiamo: bisogna approfondire... Apuani docet...

Bibliografia

  • "Ligures Apuani" di Michele Armanini, ed Libreria Universitaria anno 2015
  • "L'insediamento etrusco nella Valle del Serchio" G. Ciampoltrini 1998
  • Aggiunta all'articolo:
  • Il disegno di copertina non rappresenta nei particolari l'articolo in questione, ed è puramente rappresentativa

mercoledì 3 marzo 2021

"La Garfagnana storica"... ecco i suoi discussi confini...

Addentrarsi nell'argomento che affronterò nelle prossime righe è come fare un percorso ad occhi bendati su un campo minato, forse sarebbe meno insidioso passeggiare in una gabbia di leoni. E in effetti quando si parla d'identità, di confini e di appartenenze si rischia sovente di cadere nella trappola dei campanilismi più reconditi della persona e la conseguenza di ciò porterebbe alla faziosità più estrema dell'indole umana. Lungi da me questa intenzione, per l'amor di Dio, ma è bene chiarire una volta per tutte quali erano i confini storici della Garfagnana... Barga era dentro o era fuori? La Garfagnana terminava a Minucciano? Ed è vero che Gallicano è stato sempre il confine meridionale della regione?. Introduciamoci allora in quella che era la cosiddetta "Garfagnana Storica". Per fare questo non rimane che "armarci" di documenti, di fornire fonti e testi e di conseguenza far parlare questi, in modo da togliere ogni dubbio al mio caro lettore che quanto scriverò è tutto provato nei documenti d'archivio. Cominciamo con lo stabilire i confini attuali della Garfagnana. I comuni situati più a nord sono Minucciano e Sillano- Giuncugnano che rispettivamente
Sillano
 fanno da delimitazione fra la Lunigiana e la provincia di Reggio Emilia. A sud, Gallicano e Fabbriche di Vergemoli sono il limite meridionale, tale confine prosegue su tutta la riva destra del fiume Serchio fino al Ponte di Campia, lasciando sulla sponda opposta Barga e Coreglia come comuni confinanti. In breve possiamo considerare Garfagnana i comuni di: Camporgiano, Careggine, Castelnuovo, Castiglione, Fabbriche di Vergemoli, Fosciandora, Gallicano, Minucciano, Molazzana, Piazza al Serchio, Pieve Fosciana, San Romano, Sillano-Giuncugnano, Vagli, Villa Collemandina. Questa disposizione amministrativa se si vuole è recentissima, perchè questi attuali
Gallicano
pertinenze sono da attribuirsi al periodo napoleonico(salvo che i recenti accorpamenti dei comuni degli ultimi anni). Un decreto di Napoleone del 21 febbraio 1804 stabiliva che una parte della valle doveva essere annessa ai territori del Dipartimento del Panaro, che a sua volta veniva suddiviso in otto distretti, uno dei quali era Castelnuovo Garfagnana che sotto la sua giurisdizione aveva 21 comuni (fra i quali anche Soraggio, Sillicano, Sassi e altri ancora). La successiva modifica del 1806 portò oltre che un nuovo Stato d'appartenenza (il Principato di Lucca e Piombino) ad uno snellimento "burocratico" che arrivò a identificare la Garfagnana in 17 comuni (più o meno quelli odierni). Ma non sempre fu così... La parola, o meglio, la regione Garfagnana aveva prima di quella data tutt'altri confini e non a caso, come spesso si sente dire, si parla frequentemente e con opinioni diverse di "Garfagnana Storica". Ebbene il discorso è complesso o perlomeno non tanto difficile da comprendere, ma al quanto tortuoso e contorto. Cominciamo con il dire che l'uomo antico e saggio per suddividere zone e regioni partiva da un presupposto principale: la cosiddetta omogeneità culturale, soprattutto in fatto di tradizioni e vita sociale. Proprio per questo vediamo che nel 1300 c'era ancora una 
De Montibus
parte di studiosi e letterati che poneva(giustamente come direbbe uno studioso di etnografia) una buona parte di Garfagnana sotto l'influenza ligure, vista la discendenza che aveva la valle con la remota popolazione dei Liguri-Apuani. A conferma di questo il Boccaccio nel 1360 nella sua opera geografica il "De Montibus" parlando di confini garfagnini diceva che "il monte Pietra Apuana è proteso dall’inizio dell’Appennino dei già Liguri Friniati verso la pianura lucchese e da qua verso il mare Ligure e Tirreno e la vecchia città di Luni, quindi guarda verso la piana pistoiese e quella fiorentina e si avanza verso i gioghi dell’Appennino sud-orientale". Comunque sia, alcune carte del VIII secolo identificano "Carfaniana" i territori delle Pievi di Offiano (nei pressi dell'attuale Casola Lunigiana), Castello e Vinacciara (Alta Valle Aulella), nella diocesi di Luni. Non è escluso che tale nome comprendesse tutto il resto della zona, visto che le fortificazioni di Piazza al Serchio, Castelnuovo e Coreglia già in epoca bizantina potrebbero essere state le sedi "del distretto limitaneo carfaniense" (ossia dei presidi militari di frontiera). Quello che è sicuro che di li a qualche tempo dopo dei documenti ecclesiastici lucchesi chiamano Garfagnana i territori a nord di Molazzana (IX secolo)e che da documenti posteriori al 1000-1100 sono pressochè concordi nel porre il confine meridionale della Garfagnana sui fiumi Pedogna (attuale comune di Pescaglia) e Fegana (Bagni di Lucca). In pratica intorno all'anno mille possiamo considerare Garfagnana i territori a nord di Piazza al Serchio, e tutti gli altri territori che scendono a valle fino ad arrivare al torrente Pedogna. Perciò una zona ben circoscritta, ben definita anche da un punto di vista culturale e linguistico e come tale, a quel tempo era così avvertita. Naturalmente per gestire cotanto territorio non bastarono solo le affinità culturali, ma come in tutte le cose ci volle metter bocca la politica e sempre in epoca longobarda-bizantina (e forse già in quella romana) la Valle del Serchio fu divisa in due grandi
distretti: il "fines Carfanienses"(territori di Piazza e Careggine)e il "fines Castrinovi"(suddivisi nelle Pievi di Gallicano, Pieve Fosciana e Loppia). Esisteva anche un terzo distretto, il "fines Contronenses" (pievi d Controne-Monti di Villa e Crasciana). Quello che emerge chiaramente da questa suddivisione è che questo terzo distretto non era da considerare nei territori garfagnini, la Val di Lima e le stesse Pizzorne erano(secondo le valutazioni bizantine) nettamente separate, mentre a buon titolo erano considerati nei confini garfagnini la Pieve di Loppia (quindi gli attuali comuni di Barga e Coreglia) e la Pieve di Gallicano e i suoi territori annessi che comprendevano parte dei paesi del comune di Borgo a Mozzano (Gioviano, Motrone e San Romano). In epoca medioevale (basso medioevo) la situazione differisce un po' e da numerosi atti privati e pubblici in cui viene ribadito che Barga e Coreglia fanno parte della Provincia della Garfagnana, vengono compresi in questa provincia anche Borgo a Mozzano, Diecimo, Pescaglia, Gello e Convalle. Infatti per gli stessi lucchesi, fino al XV secolo era compresa nella Garfagnana tutta la Vicaria di Coreglia e di conseguenza anche Pescaglia e Borgo a Mozzano a nord della 
Coreglis
Pedogna
, ad avvalorare ciò c'è la conferma che il Pescaglino aveva come unità di misura quella garfagnina e non quella lucchese. Rimane il fatto che anche da questi documenti si può continuare ad affermare che sia la Val di Lima che le Pizzorne e i territori a sud della Fegana anche in quel periodo storico non erano affatto garfagnini, ma bensì erano già parte del lucchese. Questo stato di cose perdurò almeno fino al 1700-1800, quando sulle mappe si può vedere la Garfagnana divisa in tre distinte zone: la Garfagnana estense (Fabbriche di Valico e da Fosciandora in poi verso nord), Garfagnana lucchese (Borgo a Mozzano, Coreglia, Pescaglia, Gallicano, Castiglione e Minucciano) e Garfagnana Toscana (Barga). Una delle ultime delucidazioni di quelli che furono gli "storici" confini garfagnini prima dell'avvento di Napoleone e quindi della sua nuova (e quasi definitiva) disposizione amministrativa, la dà Pellegrino Paolucci nella sua opera datata 1720 "La Garfagnana Illustrata": "La Garfagnana a levante e a settentrione, tirando a ponente confina colla Lombardia(n.d.r: considerata Lombardia i territori al di là dell'Appenino)sulle cime de monti San Pellegrino, Corfino, Soraggio, Sillano, Dalli ed altri villaggi. A mezzo dì confina con lo Stato di Lucca, per mezzo del ponte di Calavorno, Fegana ed altri luoghi, e confinerebbe da quella parte con Barga; anche se quel Contado si comprende sotto il nome di Garfagnana (n.d.r: nel 1720 Barga,
nonostante la sua "fiorentinità" era considerata ancora facente parte del territorio garfagnino). Passo a ponente dove confina con la Lunigiana soggetta al Granduca di Toscana e alla Vicaria di Minucciano de' Signori Lucchesi. Dalla parte australe delle Panie per mezzo dei Monti Sagatonici confina con lo Stato di Massa ; verso il Forno Volastro (n.d.r: Fornovolasco)confina con Seravezza. Da Vagli passa a mezzo dì nelle giurisdizioni di Pietra Santa e di Montignoso e di altri luoghi. La sua lunghezza discende di venticinque miglia incominciando da Pratoreno (n.d.r: Pradarena), monte distante cinque miglia da Sillano, fino al fiume Fegana, che sotto Vitiana sbocca nel Serchio". D'altra parte, come possiamo vedere rimane e rimarrà tutta una questione di confine. Faccende tutte legate alla volontà dell'uomo che da sempre attraverso quella linea immaginaria ha stabilito che qui c'è mio e là c'è tuo. Un confine presume diversità, un confine talvolta racchiude attriti e incomprensioni e allora sempre a proposito di confini Gianni Rodari nella sua emblematica poesia "Il cielo è di tutti" volle far capire ad ognuno degli "amanti" dei campanilismi che... "
Spiegatemi voi dunque, in prosa o in versetti, perché il cielo è uno solo e la Terra è tutta a pezzetti".

Bibliografia

  • "De Montibus" Giovanni Boccaccio , edizione originale 1371 (rieditato)
  • "Ligures Apuani" di Michele Armanini editore Libreria Universitaria
  • "La giudicatura di pace di Castelnuovo Garfagnana in età napoleonica". Tesi di laurea in storia contemporanea di Dennis Favali anno 2015 2016
  • "Terre di confine" AA.VV Archivio di Stato Lucca
  • Luigi Angelini" Panoramica della storia ecclesiastica in Garfagnana" Atti del convegno Modena 2008 pag 129-172
  • G. Santini "Unità e pluralità distrettuale nella stoia millenaria della Garfagnana" in "La Garfagnana storia cultura arte" Atti del Convegno Castelnuovo Garfagnana, settembre 1992
  • "Luni nell'alto medioevo" P.M Conti, Padova 1967
  • "Inventari di terre coloni e rendite"  AA.VV  Roma 1979
  • "I bagni di Corsena e la Val di Lima lucchese dalle origini al XVI" Giambastiani Lucca 1996
  • "La Garfagnana dai Carolingi ai Canossa. Distretti pubblici e amministrazione del potere" in "La Garfagnana dai Longobardi alla fine della Marca Canossana" Atti del Convegno Modena 1996, pag 147-195
  • "Garfagnana medievale appunti storici" Guidugli 1982

mercoledì 18 novembre 2020

Chi l'avrebbe mai detto della presenza di una (simil) Stonehenge nel cuore della Valle del Serchio?

Stonehenge, le piramidi di Giza, il sepolcro di Maeshowe nelle Orcadi, non dimenticandoci nemmeno il complesso megalitico di Carnac in Francia o la tomba corridoio di Newgrange nella Repubblica d'Irlanda. Cosa hanno in comune tutte questi costruzioni? Innanzitutto l'età, la loro realizzazione risale intorno al 3000 a.C e analizzando bene vediamo che, chi li ha costruiti (egiziani o antiche popolazione nordiche) erano tutti popoli a stretto contatto con gli elementi della natura. Inoltre si è scoperto che tutte queste edificazioni avevano uno funzione fondamentale, quasi incredibile per l'epoca, erano monumenti connessi alle conoscenze astronomiche. Naturalmente questa teoria non è una teoria che si basa sulle loro leggende, tutt'altro, infatti tutto questo è avvalorato da uno studio scientifico moderno che rientra di fatto nella complessa disciplina dell'archeoastronomia: la cosiddetta scienza delle stelle e delle pietre. Spieghiamoci meglio, e vediamo qual'è la sua esatta definizione: "l'archeoastronomia si occupa di studiare gli avvenimenti celesti in rapporto alle civiltà del passato, cioè di comprendere le conoscenze astronomiche dei popoli antichi e le eventuali applicazioni che essi ne hanno ricavato". Insomma un campo difficilissimo e complicato, per veri esperti, ma comunque sia vale la pena di affrontare visto che ci tocca da vicino... Per meglio capire questo argomento facciamo subito degli esempi pratici. Guardiamo Stonehenge (nella pianura di
Stonehenge

Salisbury, Inghilterra), un sito ritenuto magico soprattutto nel momento del solstizio d'estate, quando il sole attraversa Hell Stone (uno dei famosi triliti a porta li presenti)e cade sull'altare centrale offrendo "il segno celeste" del passaggio stagionale. L'archeoastronomia ha visto che in tutto questo di magico non c'è un bel niente, anzi, questo sottolineava quello che fu lo straordinario investimento di tempo e sforzo umano fatto da queste arcaiche popolazioni per creare una sorta di osservatorio astronomico allineato con il movimento del sole, per regolare in questo modo il ciclo delle stagioni. D'altro canto le prime comunità agricole dipendevano interamente da questo ciclo, il cui corso implicava periodi di abbondanza di cibo (come in estate) e altri di carenza (come l'inverno). Altro esempio pratico lo possiamo notare anche nelle tre piramidi di Giza (Il Cairo): Cheope, Chefrem e Micerino. Ebbene, le tre piramidi pare che siano accuratamente allineate con le stelle che formano la cintura di Orione, creando di fatto una sorta di mappa stellare che farebbe parte di un progetto
astronomico realizzato dai faraoni nel corso del tempo, avanzando così l'ipotesi che gli antichi egizi conoscessero bene il fenomeno astronomico chiamato processione degli equinozi(n.d.r: movimento della Terra che fa cambiare in modo lento ma continuo l'orientamento del suo asse di rotazione rispetto al sfera ideale delle stelle fisse). Insomma, come potete leggere questa è una materia veramente ostica, difficoltosa ad esser compresa a noi uomini del 2020, infatti quello che sorprende ancor di più è pensare come civiltà tanto antiche abbiano avuto conoscenze così sofisticate, che spesso sfuggono alla comprensione dell'uomo moderno.


Questi affascinanti insegnamenti come abbiamo potuto leggere ci trasportano magicamente in luoghi remoti, fra popolazioni primitive e in teorie fantastiche, quasi irreali, non pensiamo però che queste lontane realtà facciano parte di un mondo a noi distante... Anzi, direi proprio che sono a due passi da casa. Gli studi che si sono incentrati su questa tesi "garfagnina" fanno perno su tre protagonisti in particolare: i Liguri Apuani, il Monte Forato e 
quattro chiese medievali della valle. Difatti si presume che il Monte Forato o meglio ancora il profilo di quello che è conosciuto come "l'Omo Morto"(nella foto qui sopra) fosse tenuto a riferimento dagli antichi Apuani per il calcolo dei giorni, a dimostrazione di questo c'è la singolare posizione di quattro chiese della Valle del Serchio, queste chiese (posizionate su delle sommità)sarebbero state
Il Monte Forato

poi costruite su quello che prima della nascita di Cristo era un vero e proprio osservatorio astronomico. Quello che vorrei sottolineare, prima di addentrarmi nell'argomento è nel dire che questo studio non è uno studio fondato su teorie cervellotiche, fatto da dei ciarlatani del momento, la ricerca è seria e concreta e nel caso specifico è stata analizzata dall'archeoastronomo Mauro Peppino Zedda, esperto di fama europea che proprio sull'argomento trattato ha scritto nel 2013 il libro
"Monte Forato e il Duomo di Barga. Tracce di un antico osservatorio dei Liguri Apuani"
. 

Dunque fu proprio quel curioso monte che destò l'attenzione dei nostri antichi avi. Quel foro in quella montagna non era li a caso
ed infatti gli Apuani lo usavano come una sorta di "gnomone". Lo "gnomone", per chi come me non è esperto in materia è quell'asticella presente sulle antiche meridiane, la cui ombra proiettata su un piano serviva per segnare le ore. Il Monte Forato per questa antica popolazione nostrale aveva più o meno la solita funzione, questa funzione permetteva lo studio dei moti della luna e del sole, creando, secondo le loro elaborazioni una tipologia di calendario arcaico. Nella vita degli Apuani il sole e luna erano importantissimi, erano difatti gli artefici del mondo agricolo e la loro osservazione per chi viveva dei frutti della
San Frediano Sommocolonia

natura diventava vitale. Questo metodo consentiva così di contare il tempo e di conoscere il ciclo degli astri, aver nozione di questi elementi aveva un'importanza fondamentale, significava prevedere o programmare i lavori nei campi. Tutto ciò poteva essere permesso da determinati punti d'osservazione, luoghi che Zedda ha identificato nel duomo di Barga, nella chiesa di San Frediano a Sommocolonia e 
nella chiesa di San Michele a Perpoli. Erano questi tre gli osservatori astronomici degli Apuani. Pertanto è da questi studi che si deduce che l'asse d'orientamento del duomo di Barga coincide con il mento dell'Omo Morto, stessa cosa con la chiesa di San Frediano di Sommocolonia, anche il suo asse d'orientamento è rivolto proprio sul medesimo mento. Ed è proprio da lì, da questi punti, che da dietro quel foro situato in quel monte che il sole tramonta perfettamente in determinati periodi dell'anno, è in quel momento che si può ammirare il celebre doppio tramonto, che per noi uomini moderni è un evento puramente
San Michele Perpoli

folcloristico, ma per gli Apuani aveva un valore diverso, questo avvenimento gli permetteva dei calcoli astronomici da applicare nell'agricoltura. Come si sa altrettanta importanza in questo campo lo avevamo i moti lunari e sempre in relazione al Monte Forato questa funzione la faceva la collina dove ora è situata la chiesa di San Michele a Perpoli, lo studio ci dice che da quel punto d'osservazione il tramonto della luna coincide con la fronte dell'Omo Morto. Un'ultima costruzione è stata presa in considerazione ed è la chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Fiattone (comune di Gallicano), essa guarda al tramonto di Venere, pianeta conosciuto dagli antichi popoli come Stella del Mattino.

Santi Pietro e Paolo
Fiattone

Un'ultima curiosità da trarre da tale studio è capire come da questi antichi punti d'osservazione astronomici siano nate poi delle chiese e questo trova risposta nelle cosiddette eredità culturali. Questo fenomeno si ha infatti quando una cultura si sovrappone ad un'altra. L'avvento del cristianesimo in particolare ha integrato dentro di se questi antichi luoghi di culti pagani, in quella continuazione di devozione di quei luoghi che già erano frequentati per l'adorazione di altre divinità. Tanto per essere chiari, i Santi e le Madonne si sono sostituiti in men che non dica agli antichi Dei, ma i luoghi di culto sono spesso rimasti invariati. Non rimane allora che stupirci ancora di tutti i segreti che la nostra terra ancora ci nasconde. Possiamo dire grazie a questi studiosi se ancora oggi continuiamo ad apprendere cose nuove e sorprendenti sulla nostra bella valle. Da parte mia mi scuso con questi ricercatori se in questo mio articolo non sono stato abbastanza meticoloso e diligente nel descrivere accuratamente e con i suoi precisi termini queste scoperte, ma non mi potevo esimere dal raccontare ancora una volta le meraviglie dei nostri luoghi.

Fotografie

  • Doppio tramonto sul Forato foto tratta da Daniele Saisi blog realizzata da "Barga in Fotografia"
  • Monte Forato foto tratta da https://finoincima.altervista.org/
  • L'oMo Morto foto tratta dalla testata giornalistica Serchio in Diretta
  • Chiesa di San Michele a Perpoli foto tratta da https://www.amalaspezia.eu/index.htm

Bibliografia

  • Per saperne di più e avere maggiori delucidazioni: "Monte Forato e il duomo di Barga-Tracce di un antico osservatorio dei Liguri Apuani" di Mauro Peppino Zedda, edito Agorà Nuragica, anno 2013

mercoledì 27 maggio 2020

Quando la storia la scrivono i vincitori... Quello che narrarono gli storici (romani) sui Liguri Apuani...

La frase "la storia la scrivono i vincitori" in effetti insinua un grosso dubbio sui libri di storia... lascia intendere che tutto quello(o in parte)di quello che è scritto su questi testi non sia del tutto vero... e allora mi domando io... ma quanto sappiamo in verità del nostro passato? Difficile da dire, specialmente quando ci si riferisce ad epoche molte lontane. Se ci pensiamo bene è perfino difficile capire la verità di quello che succede quotidianamente e a volte non si conoscono nemmeno le verità in ambito di storia familiare, quindi è veramente complicato comprendere quando un fatto storico è stato volontariamente distorto. Pensare di coloro che secoli o millenni fa avevano l'onere di scrivere resoconti di storia come di casti e puri tramandatori di eventi oggettivi è come credere oggi che tutti i giornalisti raccontino i fatti in maniera imparziale o senza un credo politico alle spalle. In questi ultimi decenni però, gli
storici stanno cercando di fare un grosso recupero di verità su determinati fatti, avvenuti in epoche lontane. Ad esempio mi viene in mente Nerone, l'imperatore romano sempre descritto come un pazzo incendiario a quanto pare era molto amato dai sudditi ed esistono prove che non fu lui ad incendiare la "città eterna"... Ma allora, in conclusione, se la storia la scrivono i vincitori, quante altre volte c'è stata tramandata in modo falsato? Probabilmente non lo sapremo mai. Figuriamoci poi se in un contesto simile fosse esistito un popolo che non sapeva nè leggere, nè scrivere e che quindi non poteva dire "la sua" ai posteri... Eppure un popolo così esisteva veramente... erano i nostri antichi antenati, erano i Liguri Apuani. Non sapremo mai nè dai loro scritti, nè dai loro disegni le loro vicende e le loro sorti. Gli Apuani di se stessi non scrissero mai niente, semplicemente perchè non sapevano scrivere, le loro notizie ci sono state tramandate dal suo più acerrimo nemico... i Romani...
Di loro nell'antichità hanno scritto storici, geografi e poeti di tutto rispetto e rinomata valenza, ma però in termini diversi; i primi a scrivere degli Apuani e dei Liguri in genere furono i greci già VII e VI secolo a.C, il loro giudizio su questo fiero popolo era indifferente e quindi (forse) il più fedele alla realtà. Poi
cominciarono proprio i romani a menzionare i Liguri Apuani nei loro scritti e qui l'apprezzamento sicuramente era meno lusinghiero. D'altronde la lunga e sanguinosa guerra fra questi popoli avrebbe lasciato il segno anche nelle future memorie, facendo nascere opinioni non obiettive e serene, come normalmente è la storia scritta dai vincitori. Gli avvenimenti narrati dai romani ci raccontano che questi uomini erano ribelli, trogloditi, bestie selvagge e crudeli e che non vollero mai piegarsi alla potenza di Roma e allora sta a noi tradurre queste parole: la loro malvagità probabilmente era dovuta ad uno spirito indomito e la loro ribellione la si può leggere in un desiderio di libertà. Altre descrizioni invece ci tramandano un quadro piuttosto fedele sul loro aspetto e sul loro stile di vita. Il greco Diodoro Siculo (90 a.C-27 a.C) nel suo libro "La Biblioteca Storica" così ce li descrive: "tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, nervosi... Costoro abitano una terra sassosa e del tutto sterile e trascorrono un'esistenza faticosa ed infelice per gli sforzi e le
vessazioni sostenuti nel lavoro. E dal momento che la terra è coperta di alberi, alcuni di costoro per l'intera giornata, abbattono gli alberi, forniti di scuri affilati e pesanti, altri, avendo avuto l'incarico di lavorare la terra, non fanno altro che estrarre pietre... A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo, si mantengono nel corpo forti e vigorosi. In queste fatiche hanno le donne come aiuto, abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili sono forti e muscolosi nei corpi... Trascorrono la notte nei campi, raramente in qualche semplice podere o capanna, più spesso in cavità della roccia o in caverne naturali... Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve... essi sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle condizioni della vita non scevre di pericolo". Il generale romano Porcio Catone (234 a.C- 149 a.C) invece ci narra della loro incompetenza e li definisce ignoranti e bugiardi ("inliterati mendasque"), parlandoci ancora di un popolo che ha perso la memoria delle proprie origini e della propria identità. Dall'altra parte lo storico greco Erodoto (484 a.C- 430 a.C) ci racconta dettagliatamente dove abitavano:"La parte convessa delle Alpi-che sono montagne molte alte e formano una
curva- è rivolta verso le pianure dei Celti di cui si è detto e verso il monte Cemmeno; la parte concava verso la Liguria e l'Italia. Molti popoli occupano questi monti, tutti Celtici tranne i Liguri; questi sono di stirpe diversa, ma simili per stile di vita; occupano la parte delle Alpi che si congiunge agli Appennini ed abitano anche una parte degli Appennini". Rimane il fatto che fra tutte queste parole quello che non lascia dubbio sono gli apprezzamenti non proprio benevoli della buona società romana del tempo nei confronti dei nostri lontani antenati...:"adsuetumque malo ligurem", così li definisce il sommo poeta Virgilio (70 a.C-19
Virgilio
a.C) nelle sue "Georgiche", ossia: "il Ligure avvezzo alla perfidia", non da meno il letterato Marco Terenzio Varrone (116 a.C-27 a.C): "Ligures Montane piratae, qui alpium asperrima colunt", "I Liguri sono predoni dei monti, che abitano i luoghi più inaccessibili delle Alpi", non la "tocca piano" nemmeno il famoso oratore Cicerone (106 a.C-43 a.C) definendoli rozzi ed incolti ("intonsi ed inculti"). Tito Livio (59 a.C- 17 d.C) invece merita una menzione a parte, lui è lo storico per eccellenza dei
Tito Livio
Liguri Apuani, è lui che racconta (anche) nella sua magna opera "Ab Urbe condita" (n.d.r:ben 142 libri che vanno dalla fondazione di Roma alla morte di Druso, figliastro di Augusto nel 9 a.C)
 le abitudini e le guerre contro Roma e a proposito di guerre ecco quello che riferì: "…entrambi i consoli conducevano una campagna nel territorio dei Liguri: un nemico che sembrava fatto apposta per tenere i Romani allenati alla disciplina militare durante gli intervalli tra i grandi conflitti perché non esisteva altra zona di operazioni in grado di stimolare maggiormente lo spirito combattivo dei soldati(…)nel territorio dei Liguri non mancava nulla di quello che serviva a tenere alta la tensione tra i soldati: territori montuosi e difficili; strade strette, anguste,
ostili per i possibili agguati; un nemico agile, svelto, pronto agli attacchi inattesi, che non consentiva quiete e tranquillità da nessuna parte e in nessun momento; l’obbligo di andare ad attaccare fortini ben difesi tra fatiche e rischi; un territorio povero di risorse che costringeva i soldati a una vita misera visto che si offriva scarsa possibilità di preda(…)e con i Liguri non mancavano mai né occasioni né motivi per combattere perché a causa della povertà dei loro territori compivano incursioni nelle campagne vicine e i combattimenti non arrivavano mai ad essere decisivi"... Ecco a voi, il più classico esempio tratto della celeberrima serie "la storia la fanno i vincitori". Per Tito Livio questi rudi uomini delle montagne erano avversari di poco conto, buoni per un semplice allenamento con i quali i romani stessi si tenevano in esercizio in vista dei grandi conflitti. Ma la storia dirà che il popolo apuano fu uno degli scogli più duri da superare per Roma, lo stesso Tito Livio si lasciò andare anche a parole sincere, tralasciando qualunque faziosità: "et Ligures durum in armi genus" ("popolo forte, tenace nell'uso delle armi")e rimase famosa nella storia la sua frase che racconta di quando gli Apuani sconfissero e misero in fuga i romani nella celeberrima battaglia del "Saltus Marcius": "Si stancarono prima gli Apuani di inseguire che i romani di fuggire".

Del resto, Giambattista Vico(filosofo del XVII secolo) ci insegna che la storia è fatta di corsi e di ricorsi. A conferma di ciò è evidente quello che capitò a Rutilio Namaziano (poeta e politico
romano)nel 410 d.C, quando era di ritorno a Roma, dopo che nella Gallia Narbonese (territorio romano) aveva assistito alla sconfitta dell'esercito romano da parte dei rivoltosi Goti. Il suo ritorno fu un mesto e malinconico rientro che fece imparare a lui e a Roma una grande lezione, tant'è che nel suo componimento "De reditu suo" ebbe a dire: "Quos timuit superat, quos superavit amat", ovvero: "Vincere chi si è temuto e amare chi si è vinto"...

mercoledì 2 ottobre 2019

Quale fu la sorte dei Liguri Apuani dopo la deportazione nel Sannio? Una fine che nessuno avrebbe mai immaginato...

Sinceramente non ne capisco molto...anzi nulla..: genetica, D.N.A,
Guerriero di Casaselvatica
 (Berceto,Parma)
cromosomi e "diavolerie" varie... ma facendo due "calcoli" per approssimazione(molta), e conoscendo un po' di storia posso affermare che nelle nostre vene del tanto sbandierato sangue apuano ce n'è ben poco. Ci sentiamo orgogliosi discendenti del fiero popolo dei liguri apuani, 
i primi veri abitanti della Garfagnana che qui si insediarono già dall'età del ferro e che più volte respinsero gli attacchi della potente Roma, ed è giusto così per l'amor di Dio, ma io credo, a mio modesto avviso, che nelle maggior parte di noi, nelle nostre vene scorra anche e sopratutto il sangue di quei coloni romani che presero possesso di queste terre dopo la deportazione degli Apuani stessi. Perchè se dovessimo cercare il D.N.A di un apuano, forse non lo troveremo solo in Garfagnana e in Lunigiana, ma sicuramente nella provincia di Benevento e Avellino precisamente seguendo il Regio Tratturo Pescaseroli-Candela che attraversa i territori di Morcone del Sannio, Circello e Reino. Non è una favola, ma una cruda realtà intrisa di sangue... e in effetti qualcuno poi quel sangue l'ha cercato veramente... È di questi ultimi anni la pubblicazione di uno studio genetico su alcune popolazioni italiane: "Linguistic, geographic and genetic isolation: a collaborative study of italian populations"  che afferma che sono state fatte analisi genetiche che paragonano la popolazione attuale di Vagli (zona di stanziamenti apuani)agli abitanti di Circello nel beneventano,
La campagna di Circello
 (Benevento)
(luogo di arrivo dopo la deportazione). Ebbene si, analizzando il DNA Y e mitocondriale delle linee maschili e femminili si è visto che i risultati sono in accordo con una storia genetica delle due comunità , secondo il modello LLM (Ligures Legacy Model). La conclusione dello studio è che non si può affatto escludere che gli abitanti di Circello siano in effetti (almeno in parte) discendenti degli apuani. 

Insomma, tutta questa intrigante teoria per continuare a raccontare quello che capitò agli antichi garfagnini dopo la deportazione nel Sannio. Già scrissi tempo fa un interessante articolo sui tristi fatti che portarono all'esilio di questo indomito popolo (per chi lo volesse leggere clicchi qui: http://paolomarzi.blogspot.com/la-tragica-deportazione-di-un-popolo.html)... ma dopo che successe? Come se la passarono questi guerrieri? Cosa capitò a questa gente? Fecero la pietosa fine degli Indiani d'America? O la sorte fu più benevola nella lontana Campania? Analizziamo quello che fu secondo alcuni esimi studiosi.
"I Liguri prima che i consoli arrivassero non si aspettavano affatto
di dover riaprire le ostilità e, colti di sorpresa, si arresero in circa dodicimila. Cornelio e Bebio, dopo aver sentito l’orientamento del senato tramite lettere, decisero di farli scendere dalle montagne nella pianura, molto lontani dalle loro sedi, per intercludere loro qualsiasi prospettiva di ritorno...I romani possedevano una porzione di agro pubblico in territorio sannita, che era appartenuto ai Taurasini. Era lì che volevano trasferire i Liguri Apuani e a questo scopo bandirono un editto che li obbligava a scendere dai monti con le mogli e i figli portando con sé ogni loro bene. I Liguri più e più volte scongiurarono Bebio e Cornelio per mezzo di loro legati di non essere costretti a lasciare i loro penati, la patria in cui erano nati, i sepolcri degli antenati e si impegnavano a consegnare armi e ostaggi. Non ottennero nulla e, d’altra parte, non avevano le risorse per riaprire il conflitto e così finirono per obbedire all’editto". Così lo storico romano Tito Livio racconta il momento della resa totale dei Liguri Apuani. Era l'inizio della primavera del 180 a.C, l'inizio della fine dei Liguri Apuani. La deportazione assunse dimensioni bibliche e quello che infatti salta subito
all'occhio sono i numeri. Per alcuni storici prudenti la cifra di quarantamila deportati riportata da Tito Livio sarebbe comprensiva di donne e bambini che a quanto pare corrisponderebbe alla cifra di dodicimila guerrieri arresisi. Altri però parlano di numeri ben più impressionanti come lo storico Jhon Briscoe che nel passo in cui Tito Livio scrive "...cum feminis puerisque..." dice che non si può intendere con donne e bambini, ma bensì "insieme alle loro donne e bambini", ecco che allora i numeri si moltiplicherebbero raggiungendo la spaventosa cifra di centoventimila unità. 
Ma non finì qui, l'ultima stoccata ad ogni resistenza apuana fu data poi nello stesso anno da il console romano Fulvio Flacco, da Pisa marciò con due legioni dai Liguri Apuani che abitavano nella zona del fiume Magra, dove costrinse alle resa altri settemila uomini. 
L'impresa più grande dei proconsoli romani Cornelio e Bebio però doveva ancora cominciare, c'era da trasferire questa moltitudine di persone attraverso buona parte d'Italia, un' impresa epica a cui era impossibile sottrarsi, era evidente che senza sorveglianza militare la mesta colonna degli Apuani si sarebbe assottigliata, per non dire proprio dissolta, senza considerare poi il fatto della possibilità di mettere in pericolo i territori attraversati. Per gli Apuani catturati presso il fiume Magra la loro sorte fu diversa, la loro deportazione fu effettuata via mare, furono fatti salire su navi
romane e sbarcati a Napoli. A dare la misura dell'impressionante sforzo logistico di tale esodo basta fare un raffronto con quello che fu poi la colonizzazione romana nelle terre di Garfagnana, Lunigiana e dintorni, a spostarsi infatti furono (secondo lo studioso Cornell) 71.300 maschi adulti nell'arco di settant'anni (fondatori di diciannove colonie), al massimo in una volta sola si trasferirono seimila famiglie...
Intanto nel lontano Sannio si stava preparando tutto per accogliere i nuovi abitanti, il senato inviò in quei luoghi una delegazione che presiedesse alle assegnazioni delle terre, in più fu stanziata una somma pari centocinquantamila denari perchè nelle nuove sedi gli Apuani potessero procurarsi tutto il necessario per vivere. Su questa presunta benevolenza romana si sono sviluppate interessanti tesi che clamorosamente dicono che non fu deportazione, ma bensì un semplice trasferimento frutto di una trattativa diplomatica fra romani e Apuani. La teoria è avanzata dal professor Alberto Barzanò, ricercatore di storia romana nonchè docente dell'Università cattolica del Sacro Cuore, che asserisce che le parole di Tito Livio (quelle qui sopra riportate) non sono altro che da considerarsi una manipolazione letteraria del tempo, per meglio capirsi tutto fu scritto per rendere esclusivamente gloria ai due proconsoli Bebio e Cornelio, poichè ci sono alcuni fatti che non
Mappa stanziamento
 apuano nel Sannio
coincidono con quello che era la realtà romana del tempo, infatti la distribuzione delle terre agli Apuani fu gestita nello stesso modo che era riservato ai cittadini di Roma, ma non solo, la ragguardevole cifra di denari stanziata dal Senato per avviarsi a una nuova vita 
-sarebbero concessioni strabilianti- così afferma l'illustre professore, che continua dicendo che- è probabile che i trasferiti (n.d.r: non i deportati)non fossero poi così scontenti della loro sorte- ed effettivamente due erano le ragioni che allettavano particolarmente gli antichi "garfagnini" e cioè la possibilità di arruolarsi nelle file dell'esercito romano, d'altronde loro erano guerrieri abituati a vivere combattendo, per di più la paga sarebbe stata anche superiore a quello di un soldato romano, a sostegno di questa teoria il IV libro di Polibio (storico greco)dice che -mentre agli alleati la razione di grano era concessa, gratuitamente, ai romani il questore ne scalava il prezzo dalla paga- questa distinzione esisteva perchè la scelta di fare parte dell'esercito di Roma (per quelli che non erano cittadini dell'Urbe) era una scelta volontaria e quindi considerata come professione, pertanto retribuita maggiormente. L'altro motivo consolatorio di questa
deportazione-trasferimento fu la concessione di terre migliori, adatte a raccolti agricoli di tutto rispetto.
In conclusione quella che per i nostri Liguri Apuani sembrò una mezza vittoria o per meglio dire un appagamento, la storia con i secoli dirà che fu un ennesimo trionfo romano, diplomatico, strategico e sopratutto finanziario. Non so quindi dirvi se fu realmente trasferimento o deportazione (com'è dibattuto fra storici di tutto rispetto), quello che posso analizzare sono i fatti. I romani nel 180 a.C fecero arrendere gli Apuani con "nullo bello gesto", ovverosia senza aver condotto nessuna battaglia, inoltre gli illusi Apuani finirono nel tempo per diventare veri e propri cittadini dell'impero, per sempre cessò la loro vita di guerrieri liberi dal momento che erano entrati a far parte di uno Stato vero e proprio con obblighi militari e sopratutto obblighi fiscali (le tasse romane erano salatissime!). La vittoria romana fu di conseguenza doppia, essi non si comportarono come gli sciocchi americani che rilegarono gli indiani nelle riserve
lasciandoli a sopravvivere o a vivere di stenti, tutt'altro, da una parte le terre liberate dal nemico (Garfagnana e Lunigiana) furono occupate da nuovi coloni pronti di conseguenza a pagare nuove tasse, dall'altra il nemico fu trasformato in "amico" rendendolo cittadino a tutti gli effetti e se da una parte aveva dei sacrosanti diritti, dall'altra come gli altri cittadini sarebbe stato pronto anch'esso a combattere per la gloria di Roma, ma sopratutto pronto a pagare ennesimi e salati tributi...



Bibliografia:

  • "Ab urbe condita" Tito livio
  • Marginalità ed integrazione dei liguri apuani: una deportazione umanitaria?" Jhon Thornton 1992
  • "Linguistic, geographic and genetic isolation: a collaborative study of italian populations"