Quello che è indubbio è che di leggende in Garfagnana ne abbiamo

veramente tante, è un mondo vastissimo, un'infinità di storie che si rifanno alle nostre usanze, alcune spiegano l'origine di feste, riti e costumi, altre raccontano perfino l'origine di determinate ricette, altre ancora sono invece legate al paesaggio, magari inerenti ad una casa diroccata o forse a un antico ponte. Alcune leggende infine esaltano un personaggio, a volte famoso, a volte legato al misero "popolino". Difatti quando questi racconti narrano di persone veramente esistite scopriamo che la leggenda racconta una cosa e la verità storica un'altra, ma di tanto in tanto scopriamo qualcosa che appartiene ad entrambi, fondendosi così in un unica narrazione. Questo è il caso di questa leggenda che sto per raccontarvi è una leggenda nata a Gallicano ed ha la particolarità di riferirsi ad un fantasma. I fantasmi ad onor del vero non sono molto presenti nelle leggende garfagnine, spesso le nostre leggende sono legate a personaggi fantastici come il Buffardello, la Margolfa, gli streghi, altre ancora si rifanno ai cosiddetti luoghi della paura, altre si riferiscono ai santi, ma poche sono connesse a persone morte (realmente esistite) diventate in seguito (secondo leggenda) fantasmi. La nobildonna lucchese Lucida Mansi appartiene a questo  |
Lucida Mansi
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stretto mondo, così come il capitano della fortezza delle Verrucole Francesco Accorsini, ma il più intrigante (a mio avviso) rimane il mugnaio Giacomo. La notorietà di questo fantasma non permane tanto nelle sue gesta da ectoplasma, ma rimane alquanto emblematica in quanto questa storia nel suo contesto principale è credibile ed eventualmente lascerebbe anche un ampio margine alla ricerca storica. La leggenda in questione è stata trascritta dall'amico Piero Angelini e grazie a lui siamo riusciti a salvarla dall'oblio dei tempi e al tempo stesso a consegnarla nelle mani esperte degli studiosi. Quello che lascia stupiti di questa narrazione (a differenza di altre leggende) sono i riferimenti precisi, che in questo caso sono moltissimi: date, orari e nomi fanno pensare che non possa essere tutto frutto di immaginazione e folklore, aggiungiamoci poi che il racconto è veramente avvincente e coinvolgente, alla stessa maniera di un romanzo di Edgar Allan Poe, ma qui non siamo nella tenebrosa e lugubre Inghilterra vittoriana di metà XIX secolo, siamo a Gallicano, in Garfagnana, nel 1876 e ora vi racconterò quello che accadde ad un povero mugnaio garfagnino.Il
vecchio mulino di Ponte alla Villa poggia le sue fondamenta

sulle rocce che costeggiano il letto del torrente Turrite. Lì, appena
sopra il pelo delle acque, è sistemata la grande ruota ruota di
legno che dava il moto alle macine. Dalla vicinissima strada
provinciale si scorgono però soltanto il tetto e il piano più alto
dell'edificio. Nelle due stanze poste su quel piano abitava
solitario, nell'anno 1876, un anziano mugnaio di nome Giacomo. Era
costui un tipo di poche parole, piuttosto scontroso, ed era anche
noto per la sua avarizia. Ai ragazzi incuteva un certo timore anche
per il suo aspetto fisico: alto e massiccio, sempre bianco di farina
da capo a piedi, risaltava in modo truce sul suo volto una benda nera
che gli copriva l'occhio sinistro. Nessuno conosceva le cause di
quella ferita e circolavano in proposito vecchie storie. La maggior
parte dicevano che in gioventù fosse stato imbarcato su una nave
pirata; e sostenevano inoltre che si fosse procurato durante un
arrembaggio la larga cicatrice che gli attraversava la parte destra
del petto. Per questi motivi i ragazzi del paese, quando erano ben
sicuri che non li potesse sentire, parlandone sotto voce fra loro, lo
chiamavano “Giacomo
il pirata”.
In realtà il vecchio badava silenziosamente alle sue faccende e non
dava noia a una mosca. Non sarebbe però esatto dire che non aveva
nemici, perchè molta gente che si rivolgeva al suo mulino se ne
tornava scontenta perchè gli sembrava troppo pignolo quando
tratteneva la molenda. E, in un'epoca in cui la gente lavorava dodici
ore al giorno per guadagnare un tozzo di pane, anche un chilo di
farina era una benedizione del cielo. L'unica persona con la quale
Giacomo si mostrava affabile era un fratello minore, di nome Cesare,
che faceva il ciabattino in Campilato. Non si sarebbe detto che i due
fossero fratelli tanto erano diversi: per quanto Giacomo era serio e
schivo, altrettanto Cesare era allegro ed espansivo, sempre pronto
alla burla. Forse proprio perchè era così diverso da lui, forse
perchè ormai era l'unico familiare che avesse, il mugnaio era molto
affezionato al fratello e si considerava per lui come un padre. Per
questo motivo gli abitanti del Ponte alla Villa rimasero
impressionati quel giorno che udirono grida fortissime nel mulino e
videro uscire il ciabattino sbattendo l'uscio ed andandosene verso
Campilato su tutte le furie. Il mattino successivo Brigida, una
giovanetta figlia del pastore che abitava allora “Sulla Valle”,
se ne partì di buon ora, come ogni giorno, per portare a pascolare
le pecore. Giunta al bivio detto “del
Brillo”,
alla tenue luce dell'alba, le sembrò di vedere un essere umano
sdraiato all'inizio del ponticello che conduce verso Campilato. La
fanciulla si avvicinò piano piano, col cuore che gli batteva forte, |
| Campilato |
e la prima cosa che vide fu la benda nera che copriva l'occhio del
mugnaio. Allora provò a chiamarlo: -Giacomo,
Giacomo ! -
ma l'altro rimase immobile e in silenzio. La pastorella si fece
coraggio e si avvicinò ancor di più chiamandolo con un filo di
voce. Ma quale non fu il terrore che la prese quando vide un lungo
coltellaccio piantato nella gola del povero mugnaio ! Brigida lanciò
un urlo e corse a perdifiato verso casa, piangendo e tremando. Così
riuscì balbettando a spiegare quello che aveva visto, fece si che il
padre scendesse fino al Brillo e si avvicinasse cautamente al corpo
disteso nella strada. Il pastore si accorse subito che per il povero
mugnaio non c'era più niente da fare. Dallo squarcio aperto nella
gola del malcapitato, era uscito tanto di quel sangue da tingere di
rosso la strada per tutta la sua larghezza. Il Prefetto Regio di
Lucca inviò immediatamente a Gallicano il Commissario di Pubblica
Sicurezza con una scorta di dodici carabinieri a cavallo, perchè
svolgessero le indagini. Il Commissario interrogò a lungo gli
abitanti del Ponte alla Villa e tutti riferirono della tremenda lite
che era sorta il giorno precedente fra i due fratelli. Dopo tre
giorni di indagini, sei  |
Loc. Il Brillo il cerchio giallo indica dove fu trovato il cadavere del mugnaio |
carabinieri si recarono in Campilato e, per
ordine Commissario di Pubblica Sicurezza, arrestarono Cesare e lo
condussero a Lucca, nel carcere di San Giorgio. Il processo fu
celebrato il mese successivo nel Palazzo della Pretura di Gallicano,
dove ora si trova il Comune, e, nonostante le sue disperate
invocazioni ed i giuramenti di innocenza, fu dichiarato colpevole
dell'omicidio del fratello e condannato a morte mediante
l'impiccagione.
In
una triste mattina invernale Cesare fu portato al patibolo, la forca
era stata appositamente innalzata in Piazzetta, la gente per il
macabro evento si era accalcata sul luogo dell'esecuzione, perfino
dalle finestre delle abitazioni si aspettava il compimento.
Probabilmente a tale vista il condannato cominciò a maledire i
presenti e si lanciò nel peggiore degli anatemi: il fantasma del
fratello Giacomo nelle notti di luna piena avrebbe vagato per il
paese di Gallicano, partendo proprio dal luogo della sua uccisione.
Queste minacce però non spaventarono il boia che, alle ore 6:15 del
13 novembre 1876, eseguì la sentenza alla presenza delle autorità.
L'impressione che questo fattaccio ebbe sui gallicanesi fu
sconcertante, si vociferava nei mesi e negli anni seguenti di strane
presenze nel castello del paese, le persone
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Piazzetta San Giovanni luogo dell'esecuzione |
avevano sentore di essere
sinistramente seguite per le strette viuzze, si diceva addirittura
che si sentiva bussare alle porte o alle finestre, c'era anche chi
giurava di averlo visto aggirarsi nei pressi della Pretura. Rimase il
fatto che nel 1884 per scongiurare ogni paura, proprio lì, al
Brillo, dove fu assassinato Giacomo fu eretta una mestaina, infatti era consuetudine nei luoghi
maledetti costruire una marginetta con lo scopo di esorcizzare e
proteggere, ricordando al contempo l'osservanza di una preghiera.Dopo 136 anni quella "mestaina", oggi, 2020, è ancora lì, per esorcizzare ogni turbamento, nel medesimo luogo dove fu trovato cadavere il mugnaio Giacomo, anche quel ponticello che nel 1876 era
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| La mestaina oggi |
intriso del suo sangue e che conduce in Campilato esiste sempre... Solo il fantasma di Giacomo può essere considerato un mito, per il resto sono troppe le attinenze, i legami e i riferimenti legati alla realtà per consegnare in modo totale questa storia fra le braccia della leggenda.Ringraziamento
Rinnovo il ringraziamento a Piero Angelini per aver riportato in vita questa bella leggenda.