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mercoledì 8 dicembre 2021

Origine e storia dei meravigliosi laghi della Garfagnana

Era la sera del 6 novembre 1780 quando una rana diede l'inizio ad un
cambiamento epocale in tutta la Garfagnana: la geografia della nostra valle cambiò per sempre... Va bhè dai, il concetto è un po' estremizzato e fin troppo specifico, sicuramente quello che è indubbio è che questo esperimento che vi illustrerò (molto) brevemente migliorò la qualità della vita di tutta l'umanità. Prima però di chiarire questa sensazionalistica affermazione partiamo con il raccontare i fatti dall'inizio. Senza dubbio è da quella data e da quelle suddetta rana che la storia dell'uomo mutò radicalmente. Questa rana, diventerà la rana più famosa della storia, grazie allo scienziato Luigi Galvani che effettuando un esperimento toccò con un arco conduttore i muscoli della zampa di una rana morta e scoprì che l’animale si mosse con un balzo. Senza saperlo, aveva inventato il prototipo della pila. Difatti sulla base di queste sperimentazioni, un altro grande scienziato italiano, Alessandro Volta, nel 1799 la realizzò: fu così la nascita dell’energia elettrica. Da quel momento, una buona parte del mondo scientifico per diverso tempo s'interessò marginalmente degli studi
sull'elettricità che di fatto progredirono ben poco. Addirittura nel 1878 all'Esposizione Universale di Parigi questa nuova fonte di energia fu completamente snobbata, tant'è che lo scienziato inglese Sir Erasmus Wilson convintamente affermò:-Finita questa mostra, di luce elettrica non sentiremo più parlare!- Mai nessuna previsione fu così clamorosamente errata... Pochi anni dopo da questa dichiarazione l'Italia era all'avanguardia nelle due principali fonti rinnovabili: geotermica ed idroelettrica e l'energia dell'acqua è quella che toccherà da molto vicino tutta la Valle del Serchio. Insomma, cominciava così la corsa all'elettrificazione d'Italia. Annusando l'odore di bei soldoni ci fu un proliferare di nuove industrie e di nuove società elettriche pronte ad investire capitali nell'energia e di fatto a spartirsi geograficamente le zone d'Italia, in modo che ognuno potesse avere la sua fetta di torta. Al sud presero il monopolio la G.M.E (Gruppo Meridionale Elettricità) e la S.M.E (Società Meridionale Elettricità), che curò la prima elettrificazione della città di Napoli. Al nord del Paese esistevano la Società Adriatica di Elettricità, che s'interessava di tutto il nord est della nazione. In Piemonte poi c'era la Società idroelettrica Piemonte (la S.I.P),in Sardegna la S.E.S (Società elettrica Sarda)... e in Toscana? In Toscana (e in Liguria) regnava incontrastata la S.E.L.T, ossia la Società elettrica ligure toscana. Il suo fondatore nel 1905 fu nientepopodimeno che Luigi Orlando, colui che già dal
1902 era il proprietario della Società Metallurgica Italiana, ovvero la S.M.I. L'occhio lungo (e più che altro lungimirante) della famiglia Orlando era infatti caduto proprio sulla Valle del Serchio. Quale zona poteva essere migliore di questa valle per la produzione dell'energia elettrica? La particolare conformazione del territorio con tutte le sue pendenze e la ricchezza d'acqua erano l'ideale per lo sfruttamento della risorsa idrica per la produzione di forza motrice, dando di fatto vita ad un business tutto locale ed esportato poi in tutta la regione. Fu in questo modo che per tutto il novecento il bacino del fiume Serchio e i suoi principali affluenti divennero l'oggetto di realizzazione di diverse dighe. Il paesaggio della Garfagnana iniziò una progressiva trasformazione ed a un mutamento perenne, che diede luogo alla formazione di laghi artificiali: Vagli, Gramolazzo, L'Isola Santa e altri ancora. Insomma nell'arco di quel secolo nel nostro territorio sorsero ben 13 dighe e una decina di laghi, si calcolava che già negli anni '30 del 1900 il 60% degli impianti toscani fossero realizzati lungo il bacino del Serchio, che producevano l'80% circa del valore energetico regionale. Nel 1933 ci fu invece un'altra svolta, la SELT allargò i suoi orizzonti
associandosi con la Valdarno, che operava in altra parte della regione. Il connubio diede vita al colosso energetico SELT-Valdarno. Tutto questo andò avanti fino al 1962, quando tutte queste società furono nazionalizzate in una sola: ENEL. Dopo questa doveroso chiarimento ecco spiegato per quale ragione una rana cambiò per sempre la fisionomia geografica della Garfagnana... Fattostà, lasciando perdere qualsiasi business, faccende varie e attività economiche, possiamo dire senza ombra di smentita che questi laghi sono da considerarsi un valore aggiunto alla bellezza della Garfagnana, essendosi perfettamente integrati con il paesaggio circostante, tanto che senza di loro la Garfagnana non sarebbe più la stessa. Oggi questi laghi sono sfruttati, per la pesca, per le attività sportive e soprattutto per le attività turistiche. Tutti sono bacini artificiali, nati proprio in quel periodo storico. La Garfagnana ha un solo lago naturale ed il laghetto di Prà di Lama a Pieve Fosciana. Comunque sia il primo lago e la prima diga realizzata fu quella di Villa Collemandina. Era il
La diga di Villacollemandina 
in costruzione
1914 quando fu innalzata a tempo record: tre mesi. Questa diga alta 37,5 metri dette di fatto vita al lago che raccoglie le acque del torrente Corfino e Castiglione. La diga resse perfino l'onda d'urto del terribile terremoto del 1920. Il più famoso di tutti rimane sicuramente il lago di Vagli e il suo paese sommerso. Tutto iniziò nel 1941 quando (l'ormai famosa) Selt Valdarno, sbarrò il corso del fiume Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico. Tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri d'altezza) e 34 milioni di metri cubi d'acqua sommersero per sempre l'antico paese di Fabbriche di Careggine. Quando il borgo venne sommerso contava 31 case popolate da 146 abitanti, un cimitero, un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro, risalente al 1590. Anche il lago dell'Isola Santa ha in parte un'ennesimo paese sommerso sotto le sue acque. Prima di essere (semi) inondato la storia ci dice era una fiorente località. Le prime notizie scritte dell'Isola Santa le abbiamo nel 1260, certamente la sua nascita risale però a molto tempo prima. Il borgo poggia sulle rovine di un antico hospitale, chiamato l'Hospitale di San Jacopo, meta di sosta per viandanti e pellegrini di ogni sorta. Purtroppo però il progresso arrivò anche lì. Nel 1949 venne innalzata la diga per lo sfruttamento delle acque della Turrite Secca e il piccolo 
Isola Santa 
paese fu così in buona parte sommerso dalle acque del lago: alcune case, un ponte ed un mulino. Il peggio però doveva ancora arrivare, infatti le restanti case avevano problemi di stabilità, la grande escursione giornaliera delle acque rendeva fragile il terreno che era diventato soggetto ad un facile smottamento. Il paese nel 1975 fu così completamente abbandonato, era diventato un paese fantasma. Da un punto di vista turistico il lago di Gramolazzo è quello sicuramente più frequentato, tanto che la sua immagine è finita sui barattoli della celeberrima "Nutella" in una "limited edition" dei luoghi più belli d'Italia. Un campeggio con noleggio barche, alberghi, bar, ristoranti e aree attrezzate per il 
Lago di Gramolazzo
pic nic hanno fatto di questo luogo una meta turistica d'eccellenza. Un fatto che non si sarebbe mai immaginato la Selt Valdarno quando negli anni '50 del secolo scorso sbarrò il corso del Serchio di Gramolazzo. Il lago ha una superficie di un chilometro quadrato e un volume di 3,8 milioni di metri cubi. Un altro importante torrente che va ad immettersi nel lago è l'Acqua Bianca che proviene dal Monte Pisanino. Invece il paese di Pontecosi da tempo immemore aveva già uno stretto rapporto con l'acqua, infatti il castello che li sorgeva aveva la sua funzione principale nel controllare gli accessi al fiume. Ma la vera trasformazione ci fu nel 1925 quando con la realizzazione della diga nacque l'omonimo lago. Immissario del lago è anche il Fosso di Corfino che a sua volta proviene dal lago artificiale di Villa
Lago di Pontecosi
Collemandina. Lo specchio d'acqua è poco profondo e non balneabile, possiede però una bellissima fauna, essendo uno dei luoghi di svernamento di folaghe, anatre selvatiche, aironi cenerini e altre specie ancora. 
Nel corso degli anni 2000 un gruppo di volontari ha recuperato terreni abbandonati all'incuria e che sono stati trasformati in zone relax con giardini e aiuole curate, parco giochi, bar e campo gara per il gioco delle bocce. La manutenzione è curata interamente dagli abitanti del paese. Il lago di Turritecava  è quello più a sud della Garfagnana ed ha una conformazione del tutto diversa dagli altri visto che inserito tra due gole rocciose. La sua creazione avvenne tra il 1937 e il 1939 e le acque che lo alimentano
Lago di Turritecava
(oltre a quelle dell'omonimo torrente) arrivano dalle cime meridionali delle Alpi Apuane: il monte Bicocca e il Monte Matanna. Il lago si sviluppa per ben 1200 metri di lunghezza e 70 di larghezza è ideale per fare canyoning. Andando dalla parte opposta, all'estremo nord della Valle, percorrendo la strada comunale che collega Sillano al Parco naturale dell'Orecchiella, subito dopo l'uscita dalla galleria irrompe improvvisamente la diga di Vicaglia, costruita nel 1920, questo invaso è alto 53 metri e le acque del Fiume a Corte formano il lago. Questo invaso d'acqua alimenta la centrale idroelettrica di Sillano la più alta di tutta la Garfagnana. Infine rimane lui, l'unico lago naturale della Garfagnana: il laghetto di Prà di Lama. Diciamo che il lago ha una storia del tutto particolare, nel tempo queste acque hanno alimentato timori e leggende, in paese si diceva che era un lago magico, ed in effetti la sua storia lasciava dei presupposti per quel tempo a dir poco misteriosi... 
Lago di Prà di Lama
La nascita del lago di Prà di Lama è recentissima, nel 1826 al posto del lago c'era un bel prato verde, dove al centro vi era una copiosa sorgente termale. Lì in quel luogo ci fu costruita una capanna, una casupola dove gli avventori facevano bagni ed abluzioni a scopo terapeutico. Nel giro di pochi mesi la situazione mutò clamorosamente, la capanna venne inghiottita dal terreno ed il suolo sprofondò lasciando il posto ad uno specchio d'acqua non troppo grande. 
In quell'occasione il lago si ampliò e arrivò a misurare quaranta metri di circonferenza e undici di profondità. Nel 1842 il lago da come era "miracolosamente" comparso improvvisamente scomparì quasi del tutto, per poi nell'anno successivo un nuovo movimento del terreno provocò la nascita di altre dieci sorgenti che ingrandirono nuovamente il lago. Insomma, per farla breve oggi è ancora lì e in tutto il corso della sua storia il laghetto si allargherà e stringerà a suo piacimento (per saperne di più leggi:http://paolomarzi.blogspot.com/2014/11/le-terme-di-pieve-foscianacroce-e.html). In conclusione non mi rimane che lasciarvi con una speranza e visto che la stagione estiva ci ha già lasciati da un pezzo e il tempo delle ferie è già passato, io auspico che questo non impedirà a qualcuno di voi di sfruttare il fine settimana per venire 
Lago di Vagli
alla suggestiva scoperta di questi laghi. Luoghi affascinanti in qualsiasi stagione, pronti a regalavi fresco in estate, colori meravigliosi in autunno, e forse chissà, scenografici quadri imbiancati d'inverno.

Bibliografia

  • "Lucca, imprese di tradizione e successo. L'acqua come motore dello sviluppo", Storia dell'Economia, Cassa di Risparmio di Lucca
  • Archivio Storico ENEL. Personaggi che hanno fatto la storia dell'energia

mercoledì 3 maggio 2017

Una grande scoperta. L'otturazione più antica ha 13.000 anni, ed è opera di un "garfagnino"

Fra le mille paure riconosciute come patologie ce n'è una che è

Le cavità delle otturazioni dei denti
 del Riparo Fredian
(foto tratta da Live Science.
 Credit Stefano Benazzi)
chiamata odontofobia è non è altro che la semplice paura del dentista, riconosciuta come tale anche dall'organizzazione mondiale della sanità. L'appuntamento dal dentista infatti rappresenta per molti di noi uno spiacevole incontro e nonostante ciò, anche se con una sensazione di urtante disagio ci facciamo coraggio e ci rimettiamo a lui con la solita preghiera: - Per cortesia...non mi faccia male...-. Alla fine di tutto questo ci accorgiamo poi che il male maggiore lo subirà il nostro portafoglio. A proposito di dolore... Ma una volta i denti venivano curati? Ma per una volta non intendo cento o duecento anni fa...per una volta intendo ben tredicimila anni fa...Si avete capito bene, è notizia di pochi giorni fa (esattamente del 10 aprile) che in Garfagnana è stata ritrovata su dei denti umani risalenti all'era glaciale la più antica otturazione di sempre. Tutte le maggiori riviste scientifiche specializzate danno notizia del clamoroso ritrovamento e addirittura anche l'ANSA (l'agenzia nazionale stampa associata) riporta la notizia con enfasi. Allora il mal di denti e di conseguenza l'utilità del dentista erano già ben noti ai nostri antenati, e questa otturazione considerata la madre di tutte le riparazioni dentali esistenti non deve essere stata solamente la più
Gli incisivi ritrovati al Riparo Fredian
(foto tratta da Focus.it)
datata ma a mio avviso anche la più dolorosa. La scoperta riguarda due incisivi superiori, rinvenuti nel sito archeologico di Riparo Fredian, situato lungo la Turrite Secca non distante dall'antico borgo dell'Isola Santa. Prima di andare al nocciolo della questione il sito e la zona intorno al Riparo Fredian merita due righe, perchè oltre a questa scoperta questo luogo archeologicamente parlando è fra i più importanti della Toscana ed è frequentato da studiosi di tutto rispetto che attraverso approfondite ricerche hanno ricreato l'ipotetico ambiente, l'economia e le attività quotidiane di questi uomini preistorici che vivevano in quel luogo già dal Mesolitico (periodo che va dal 10.000 all'8000 a. C). Essi effettivamente si occupavano di caccia e raccolta. Ritrovamenti ossei di stambecco confermano la caccia esclusiva di questo animale non più presente nelle nostre zone che con i secoli fu sostituito dal cervo che

divenne così fonte principale d'alimentazione.Qui si praticò la caccia anche ai piccoli mammiferi come lepri, castori e conigli e in questi antichi uomini nel medesimo periodo si intensificò pure la raccolta di bacche e frutti spontanei, in particolare è ben testimoniata la raccolta delle nocciole, data l'abbondanza dei resti di gusci carbonizzati rinvenuti. Fra le varie scoperte fatte, sono stati ritrovati anche utensili in selce di svariate forme (trapezi,triangoli e semi-lune)che certificano che lo strumento di caccia prediletto era la lancia, queste piccole pietre si presume che fossero la punte di queste lance che potevano eventualmente essere usati come frecce e arpioni. Tutti i numerosi ritrovamenti avvenuti in questo sito garfagnino convalidano la tesi che questo posto è fra i più importanti dell'Italia centrale in fatto di preistoria, proprio perchè è ben documentato che qui vi fosse una popolazione stanziale che si spostava solamente nella montagna sovrastante in estate, mentre d'inverno quando in altura cominciava il freddo pungente faceva nuovamente ritorno a valle. Il Riparo Fredian fra le altre cose ha segnato la sua fortuna e il suo destino proprio nei denti, tanto è vero che tra gli svariati resti ossei che sono stati recuperati di animali estinti ci sono due premolari del mitico leone delle caverne, forse di per sè vorranno dire poco, ma quei denti appartengono all'ultimo leone finora documentato sul territorio italiano. Questo fantasmagorico felino è vissuto nelle Alpi Apuane
il leone delle caverne del paleolitico
circa undicimila anni fa, come misurato e calibrato con il carbonio 14. Ma dopo questo doveroso ed interessante preambolo veniamo alla mirabolante scoperta dei giorni nostri, quando antropologi dell'università di Bologna, in collaborazione con studiosi americani e irlandesi hanno scoperto denti umani attribuiti a sei individui di età differenti, ma quelli che hanno fatto sobbalzare dalla scrivania questi esimi studiosi sono questi due incisivi superiori appartenuti a "Fredian 5" (così sono stati ribattezzati dai ricercatori), questi denti da analisi fatte appartengono a un soggetto di non giovane età, inoltre non si conosce il sesso e le condizioni di salute, ma rimane il fatto che possiamo datare con una certa precisione questo eclatante ritrovamento che risale al Paleolitico e con più precisione a tredicimila anni fa, ciò ci può far dire che questa è senza ogni

ombra di dubbio la più antica otturazione al mondo, cosa ancor più sorprendente invece è che già al tempo ci fossero conoscenze rudimentali in materia odontoiatrica, a sostegno di questa tesi il professor Stefano Benazzi (docente presso il Dipartimento dei Beni Culturali dell'Università di Bologna)ci dice che attraverso l'analisi dei denti di questo uomo preistorico,(fatte con diverse tecniche di microscopia) sono stati individuati due fori centrali, trattati con piccole incisioni, per meglio capirsi queste cavità furono scavate e allargate presumibilmente per ripulire l'area dalla carie e con ogni probabilità questa operazione fu effettuata con schegge di pietra (l'equivalente del trapano attuale del dentista moderno):- Sulla parete dentale-ci dice ancora Benazzi- abbiamo trovato una serie di minuscoli segni orizzontali-. Ma il dettaglio sorprendente non risiede in queste incisioni, ma nella specificità del trattamento, infatti i ricercatori attraverso svariate metodologie di indagine che vanno dai microscopi elettronici a scansione per arrivare alla tomografia ai raggi X, hanno individuato all'interno dei denti tracce di bitume, associate a fibre vegetali e peli animali e se i frammenti vegetali e i peli potrebbero essere rimasti "intrappolati" accidentalmente nella cavità, la presenza di bitume al suo interno non può essere casuale, quindi questa è (così dicono gli esperti) una vera e propria cura con finalità terapeutica e questo mix di fibre vegetali, peli e bitume è da considerarsi una vera e propria pasta per otturare l'apertura, ridurre il dolore e impedire al cibo di andarsi a
Gli incisivi del Riparo Frediam
(foto tratta da macedonialine.eu)
depositare nella zona sensibile. Era una soluzione rozza e probabilmente anche fastidiosa, ma questo ci indica che questi uomini avevano una certa conoscenza delle piante officinali, l'archeologo Claudio Tuniz dell'università di Wollogong (Australia) ci suggerisce che il bitume in associazione con le fibre vegetali potrebbe essere stato usato come disinfettante, inoltre ci spiega che la necessità di questi interventi dentali sarebbe con il tempo diventata sempre più importante e in questo influi molto il variare della dieta dei primitivi, in particolar modo quando furono introdotti i cereali e i cibi zuccherini come il miele.

Rimane quindi per questi universitari un'immensa soddisfazione per le ricerche fatte, i dettagli di questo studio sono stati pubblicati nientedimeno che nella famosissima rivista scientifica "American Journal of Physical Anthropology"
Gli incisivi di "Fredian 5" sono quindi il più antico esempio di
La famosa rivista
questo tipo di intervento e l'indelebile traccia lasciata dal primo dentista della storia dell'umanità, che come abbiamo letto era sicuramente un "garfagnino".





Bibliografia:


  •  "American Journal of Physical Anthropology" pubblicazione del 27 marzo 2017
  • 6° Convegno di Archeozoologia. Università di Pisa

mercoledì 22 febbraio 2017

Una millenaria storia: il contrabbando di sale in Garfagnana e le famigerate "vie del sale"

Cosa c'è di più banale, insignificante e tremendamente normale di un
Contrabbandieri pronti per partire
pugno di sale? Si, avete capito bene del semplice sale... Oggi lo troviamo da tutte le parti: dal grande centro commerciale, fino ad arrivare nella più modesta bottega sotto casa. Ma una volta non era così. Per lunghi secoli fu chiamato l'oro bianco e questo prodotto di Madre Natura segnava la fortuna di tutti gli stati che riuscivano a controllarne la produzione e il commercio. Naturalmente gli stati imponevano su questo primario bene tasse da capogiro, favorendo di fatto un imponente contrabbando. La Garfagnana fu tra le principali protagoniste di questo illecito traffico, nato in tempi medievali e terminato solamente con la fine della seconda guerra mondiale. Tutto si svolgeva lontano dalle strade principali e la circolazione avveniva sui molti percorsi montani che furono
 denominati "le vie del sale", battuti questi dai più coraggiosi contrabbandieri. Prima di approfondire l'argomento guardiamo perchè il sale era considerato un bene tanto prezioso.
In primis il sale era quell'elemento che rendeva appetibili tutti
Venditore di sale
quei cibi "arrangiati" di una cucina poverissima, ma sopratutto il sale era l'unico conservante disponibile, all'epoca naturalmente non esistevano frigoriferi o altri tipi di conservanti e grazie proprio al sale si potevano salvaguardare e immagazzinare scorte di cibo per lungo tempo, ad esempio ciò rese possibile alle navi di affrontare lunghi viaggi rendendo possibili floridi scambi commerciali. Da non tralasciare il fatto che poi nei lunghi inverni garfagnini dove il brutto tempo non permetteva le coltivazioni, le riserve di cibo sotto sale salvavano da sicura carestia e inoltre in un economia rurale e di pastorizia come quella garfagnina era l'elemento fondamentale per la lavorazione e la trasformazione del latte in formaggi. Questo minerale aveva poi virtù anche in medicina: era usato come disinfettante per ferite o addirittura come purgante. Insomma, per ben capirsi chi amministrava questo commercio aveva un potere immenso, poichè teneva in pugno la sopravvivenza di un popolo intero. Proprio per questi motivi che il sale diventò una delle merci più contrabbandate, pensiamo ai suoi enormi ricarichi dato che la sua filiera commerciale era infinita, bisognava pagare il
Una grida di Francesco IV duca
di Modena sulla diminuzione
del prezzo del sale
produttore, il sensale, i facchini, il trasporto (già quest'ultima voce faceva triplicare il prezzo)e "dulcis in fundo" le carissime tasse statali, ecco allora nascere le famigerate "vie del sale", bazzicate come detto dai più famosi contrabbandieri della valle. Queste vie partivano dal mare versiliese o ligure, valicavano le Apuane, giungevano in Garfagnana e continuavano su per gli Appennini fino ad arrivare ai margini della Pianura Padana. In Garfagnana con la definizione "vie del sale" non si indicava una strada precisa e ben definita (sarebbe stato fin troppo facile per le gendarmerie locali individuarle) ma bensì di una fitta rete di stradine e mulattiere più o meno nascoste che salivano e scendevano per le nostre montagne. Dove spesso i garfagnini e i versiliesi si incontravano per vendere e comprare sale era proprio in quegli insospettabili hospitali che servivano anche per rifocillare i pellegrini di passaggio, ma avevano pure la funzione di proteggere questo contrabbando, diventarono quindi un punto nevralgico di spaccio, a conferma di questo una delle principali "vie del sale" passava proprio per L'Isola Santa, ed era proprio li nel hospitale di San Jacopo che avveniva fuori dagli sguardi indiscreti il pagamento o lo scambio di merci fra contrabbandieri. Di lì, il contrabbandiere garfagnino proseguiva attraverso i sentieri e verso i paesi di Torrite, Careggine, Castelnuovo e Camporgiano.
Isola Santa centro di spaccio del sale
Un'altra strada alternativa partiva sempre da Torrite e raggiungeva i paesi di Sassi, Molazzana e Gallicano, importante era anche quella via che passava dalla Foce di Petrosciana e di li scendeva verso Fornovolasco e i paesi limitrofi, luogo di scambio e smistamento era l'hospitale di Santa Maria Maddalena, oggi volgarmente conosciuto come "la chiesaccia". La più famosa rimane però la Via Vandelli che aveva il compito di servire la zona dell'Alta Garfagnana, qui si registrò infatti un'efferato omicidio a causa proprio del sale (per il caso leggere http://paolomarzi.blogspot.it/il-caso-del-sandalo-rosso-html) e anche di qui poi si diramavano altre mulattiere che servivano i borghi vicini, fra le più percorse c'era la Piazza al Serchio -Gramolazzo che risaliva il torrente Acqua Bianca, arrivava a Nicciano, Castagnola ed Agliano, quest'ultimi affacciati proprio sul bellissimo lago di Gramolazzo. Trasportarlo poi non era affatto semplice, il sale è pesante e sui sentieri scoscesi delle montagne lo si spostava in sacchi piuttosto leggeri per non appesantire troppo i muli, i viaggi erano faticosi e in caso di pioggia bisognava immediatamente proteggere il carico. La dura vita del contrabbandiere non finiva qui, il Ducato di Modena in Garfagnana e in tutto il suo regno in genere incentivava a denunciare questi fuorilegge, anche in maniera segreta. Ma è appunto in quel preciso momento storico che la figura del contrabbandiere raggiunse un immagine leggendaria in tutta la valle, quest'uomo era colui che
la Via Vandelli percorso di
contrabbandieri di sale
sfidava le leggi dello Stato oppressore per favorire gli interessi della gente comune. Il contrabbando di sale era visto con grande favore dalla popolazione che non solo non denunciava i loro eroi ma li difendeva in tutte le maniere dagli "sbirri". Fu un vero problema questo per il Ducato, in Garfagnana ci fu una vera sollevazione a favore dei contrabbandieri, perdipiù i gendarmi non favorivano i buoni rapporti e spesso nei confronti della povera gente che difendeva i fuorilegge si lasciavano andare a non poche crudeltà. A dimostrazione di questa avversione per i tutori della legge ci sono dei documenti comprovanti che all'avvicinarsi degli "sbirri", in paese veniva suonata la campana a martello. In poco tempo i contadini che erano nei campi si radunavano nella piazza del borgo, armati di "bastoni, falci e forcon", difendendo i contrabbandieri o i paesani ricercati perchè in possesso di piccole quantità di sale. Quasi sempre accadeva che i gendarmi fuggissero a gambe levate, lasciando di fatto libero l'arrestato. Ci fu un caso ben documentato che racconta la non felice "visita" dei gendarmi. Ciò accadde nei pressi di Castelnuovo: 

“Arrivarono li soldati per esercitar il loro carico in virtu delli
"Gli sbirri" estensi
ordini, et mandati dai Provveditori al sale, capitasse in casa del suddetto Marco inquisito, al quale havendo trovato certa quantità di sale di contrabando volessero levarla, al che opponendosi Giovanni suddetto, tolse una stanga da carro con quella mortalmente percotendo uno di essi ministri, et li suddetti Pietro et Giacomo, dandosi l’uno, all’altro aiuto et favore cooperativo insieme con molti altri, che per hora si tacciono, ferissero anco li due altri uno pur mortalmente, et l’altro di percossa grave, et importante, ne contenti di questo Antonio suddetto instigato da Battista dasse campana a martello convocando molta gente e gridando dall'alto, ammazza,ammazza...". 

Tale ormai era diventata la sicurezza dei contrabbandieri che lo smercio di sale avveniva alla luce del sole. Nei paesi durante questa pubblica vendita accadeva quasi sempre che si formassero lunghissime file e nell'attesa del proprio turno capitavano addirittura delle memorabili risse. Tuttavia tutta questa convinzione d'impunità si manifestò in tutta la sua prepotenza il 20 maggio del 1720, quando Giacomo Giacomelli contrabbandiere d'eccellenza si presentò con i suoi muli carichi al mercato di Castelnuovo Garfagnana, vendendo pubblicamente sale "con aperto scandalo universale", la gente nonostante la meraviglia accorse in fretta e furia e in men che non si dica il sale finì e il Giacomelli se ne andò tranquillamente come era venuto. Naturalmente il malvivente non la passò liscia, l'onta subita dal governo locale proprio sotto le finestre di"casa" fu troppo grossa e fu così che subì una condanna in contumacia al bando perpetuo, in alternativa dieci anni di galera.Il Giacomelli non cascò mai nella rete della giustizia era un pesce troppo grosso, i contrabbandieri di lungo corso sfuggivano alla cattura perchè spesso erano armati e
Commissione per la tasse
 su sale e tabacco 1851
organizzati in bande, eccezion fatta per Pietro detto il Broccolo (o Bossolo) che andava pure lui impunemente a vender sale con il suo cavallo, fu catturato e condannato a remare per diciotto mesi. Rimaneva però il fatto che quando "gli sbirri" stavano per molto tempo senza catturare nessun presunto manigoldo si rifacevano allora sui miserabili, su coloro che facevano questi traffici per sbarcare il lunario, capitava però qualche volta che il giudice comprendesse la situazione. Fu il caso di Francesco da Pieve Fosciana che aveva in casa circa venti chili di sale, questa quantità fu ritenuta adatta all'uso personale e familiare, fu "mandato liberatamente assolto". 

Lo spaccio di sale in tutta la Garfagnana durò fra alti e bassi quasi mille anni, fu un fenomeno veramente esteso che si ripresentò e terminò una volta per tutte con la fine della seconda guerra mondiale. Testimonianze del 1944 ancora oggi ci parlano di contrabbando di sale in maniera diversa di quello che fu per tanti secoli addietro. Anche durante la guerra la carenza di sale in tutta la valle si fece sentire e allora ci pensavano le donne della Versilia a favorire questo commercio a prezzo di un lungo e faticoso
Donne nella produzione di sale in Versilia,
 (foto Sentieri della memoria.comune di Massa)
lavoro. Carrette spinte a mano si recavano sulla spiaggia e riempivano di acqua marina ogni tipo di contenitore, preferibilmente damigiane per il vino o fusti rivestititi di zinco. La produzione si realizzava in luoghi appartati, in stalle dismesse, in posti comunque non visibili ai tedeschi o ai fascisti. La legna veniva recuperata nelle pinete, si accendevano così grandi fuochi e dentro questi recipienti l'acqua veniva messa al fuoco, una volta portata ad ebollizione e alla conseguente vaporizzazione non rimaneva altro che sale. Per rendere un po' l'idea della cosa si può dire che da ogni damigiana d'acqua si poteva ricavare ben due chili di sale. Una volta imballato invece, erano sopratutto gli uomini che si preoccupavano di salire in montagna per venderlo, usando ancora i vecchi e ultra secolari sentieri di una volta, dirigendosi così
(foto Sentieri della memoria comune di Massa)
verso la Garfagnana e dato che soldi ne circolavano pochi, talora il sale veniva scambiato con farina, patate e castagne. I viaggi su e giù per le montagne in quel periodo non si fermarono mai, si facevano sia d'estate che d'inverno, con la neve e il gelo e con ai piedi solamente zoccoli di legno.

E allora pensandoci bene, quanta storia c'è dietro un semplice:
 -Scusa, mi potresti passare il sale?-



Bibliografia:

  • Archivio di Stato di Modena
  • "Il cammino del Volto Santo. Dalla Lunigiana, attraverso la Garfagnana, fino a Lucca", "Sentieri e vie di contrabbando:il sale" di Normanna Albertini
  • "I sentieri della memoria", La Via del Sale

mercoledì 26 ottobre 2016

Il "maconeccio", un singolare rito millenario garfagnino a salvaguardia delle castagne

"Già cominciavano a calare le prime ombre della sera nell'imponente selva di castagni di Campaiana e a ottobre c'è poco da fare le giornate si fanno più fredde e il sole tramonta prima. Il lavoro è molto in questi giorni e i metati nel bosco sono sempre in funzione, gli uomini intanto sono a battere le castagne che sono dentro il sacco di canapa, i "pistatori" come si dice in dialetto, le battono sopra un ciocco ritmicamente e senza intrecciarsi tra loro, ma all'improvviso verso la Pania di Corfino ecco scorgere una lunga fila di lumini che vagano dall'alto in basso, di qua e di là, si aggirano per il monte senza una fissa meta. Uno degli uomini spossato dalla fatica urla:- Venite ad aiutarci invece di star li a far niente !- , dal buio della selva improvvisamente esce un uomo che si offre di dare una mano, riempe un solo sacco di castagne e poi come misteriosamente era apparso, altrettanto misteriosamente scompare nel nulla, un brivido sale nella schiena dei lavoratori e un vago sospetto gli si fa spazio nella mente. All'indomani gli uomini quasi si sono dimenticati dell'accaduto della notte prima, ma quando caricano il mulo di balle si accorgono che un sacco contiene solo castagne bruciate e sulla tela è impressa la forma di una mano annerita. Il raccolto di castagne per quell'anno è andato perso è stato maledetto dagli streghi".
Questa leggenda si rifà ad un'antica paura, la più grande per la Garfagnana per i tempi passati e cioè, come abbiamo visto, che la
raccolta delle castagne andasse in malora o quantomeno fosse misera e povera, d'altronde non per niente "l'albero del pane" (come veniva chiamato il castagno) dava i suoi frutti proprio perchè questi erano l'alimento base per tutta la valle. Questo timore risaliva da tempi lontanissimi, da quando praticamente intorno all'anno 1000 il castagno aveva messo le sue radici in Garfagnana, ma allora a chi dare la colpa di tali sventure? La cura dei castagneti era affidata a Dio, ma la loro rovina era sicuramente opera degli streghi. Gli streghi (come già possiamo vedere in un mio precedente articolo http://paolomarzi.blogspot.itlo-strego-la-macabra-storia-di-un.html)erano esseri tipicamente garfagnini, di sesso maschile, capaci come le streghe di fare incantesimi e magie, potevano parlare con i morti e farli tornare in vita, non mancavano nemmeno di fare fatture e in più facevano strane processioni come quelle lette nella leggenda alle quali partecipavano anche i morti, la loro specialità, se così si può dire, era recare danno alle cose e agli animali e di notte chiamavano le persone che terrorizzate si chiudevano nelle loro case. Ma per fortuna esisteva anche un efficace usanza per la salvaguardia delle castagne e questo rito si chiamava il Maconeccio. Tale tradizione tutta garfagnina si rifà anche questa a tempi antichissimi, non si sa esattamente l'origine ma ci sono già documenti del 1671 che parlano di questa cerimonia, nella "Descrittione cronologica della Garfagnana" lo storico di allora Anselmo Micotti ce la spiega:

"Ha chiesa di honesta fabrica sotto il titolo di S.Pietro (n.d.r: il riferimento è al paese di Careggine) et è Pieve, ma non ha altra chiesa sotto di se che l'Hospedale dell'Isola Santa posto fra i dirupi della Pania. In questa terra anch'oggi conservano un'usanza molto strana. Ogn'anno la notte di S. Michele di Settembre gli huomini vanno fuori alla campagna e come essi dicono a cacciare gli streghi, suonando campane, tamburi e scaricando archibugi e facendo altri strepiti, gridando ad alta voce - maconeccio, maconeccio-, parole cred'io affatto barbare e credono in questo modo di assicurare la raccolta delle castagne dalle stregharia".

Si ritrova una simile descrizione anche nel 1728 nel "Viaggio per i monti di Modena" dell'illustre naturalista trassilichino Antonio Vallisneri e ancora nel 1879 ricompare nella "Descrizione geografica storica ed economica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli che cambia la parola in questione da "maconeccio" in "macconeccio" e
la pubblicazione del 1728 di Antonio Vallisneri
cerchiato in rosso la nota a margine
 del significato
della parola "maconeccio"
ritiene appunto che "macco" significhi polenta, quindi italianamente tradotto "polenta di castagne", ma non è così e in realtà il giusto significato di questa bizzarra parola ce la da il Vallisneri stesso che riporta una nota a margine del suo interessante libro e fa riferimento niente di meno che all'Accademia della Crusca
(n.d.r: la più antica accademia linguistica del mondo) per ricercare l'origine di tale vocabolo e scopre appunto che il termine "maco" significa letteralmente 
"abbondanza", per cui maconeccio starebbe a dire abbondanza di neccio, abbondanza di farina, cioè di castagne. A leggere queste righe possiamo notare quant'era radicata nella Valle del Serchio questa usanza, che la vediamo protrarsi nei secoli pressochè intatta, tanto è vero che a noi contemporanei sembra un mondo distante e inverosimile, ma il professor Oscar Guidi specialista in materia ci smentisce e sfogliando il testo del Raffaelli rimane colpito quando legge che alla fine del 1800 usava ancora fare questo rito. Cercando incuriosito nei paesi della Garfagnana il professor Guidi scopre che perlomeno fino a pochi decenni fa questa tradizione era ancora viva e a Colli di Capricchia (comune di Careggine) nel 1988 ancora diversi anziani ricordavano questi fatti. Tali vecchietti raccontano che questa consuetudine era praticata fino a poco tempo fa, almeno fino a pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, così dalla loro viva voce ha potuto ascoltare come si svolgeva questa atea liturgia. 
Accadeva sempre il 29 settembre, la notte di San Michele e non
San Michele Arcangelo
che vince il diavolo
un'altra data poichè proprio San Michele Arcangelo era considerato l'avversario per eccellenza del demonio, colui che come narra il libro dell'Apocalisse al capitolo 12 aveva vinto l'ultima battaglia contro satana e i suoi sostenitori e fra i suoi sostenitori la tradizione garfagnina dice che c'erano anche i maledetti streghi. A questo rito 

-raccontano ancora gli anziani- partecipavano uomini, donne e anche bambini che all'imbrunire si radunavano tutti nella piazza principale del paese, ognuno portava con se un "mannello" (n.d.r: un fascio) di paglia che veniva incendiato ed iniziava così una processione per le vie del borgo e nei castagneti vicini che si concludeva con il ritorno nella piazza di partenza e l'accensione di un grande falò purificatore. Nella versione "moderna" però non si fa riferimento ad uso di archibugi, strumenti musicali o a sguaiate grida, ma si parla di formule di buon auspicio che sempre Oscar Guidi ne ha raccolte alcune:

"Che bel boccone è la castagna
quest'anno chi la mangia ne sente il sapor"

"Quanta abbondanza che abbiamo quest'anno
lo ridiranno per l'avvenir?"

"Anche quest'anno abbian l'abbondanza
a crepa pancia se n'ha a mangià"

"Fate tanti ripari e palancite
che presto le castagne coglierete"

Alla fine della processione ognuno faceva ritorno alla propria casa,
Un falò purifucatore
convinto che anche per quell'anno gli streghi non si sarebbero visti, così da salvare il raccolto delle castagne dalle loro potenti malie. Al maconeccio, assicurano sempre i testimoni, che mai nessun prete ha partecipato alle processioni e alle litanie beneauguranti e tanto meno venivano recitate preghiere, questa cosa rende ancor più rara questa usanza perchè nonostante sia fatta per scongiurare eventi infausti non richiede, come spesso accade in questi casi l'aiuto di Dio, l'unico riferimento religioso è la data di svolgimento che (come abbiamo visto) si rifà ad un particolare santo. Una cerimonia puramente laica e suggestiva, una lotta testa a testa fra uomini e streghi per la fecondità del castagneto.



Bibliografia

  • Gli streghi,le streghe. Antiche credenze nei racconti popolari della Garfagnana (1990) di Oscar Guidi (Maria Pacini Fazzi editore)

mercoledì 20 aprile 2016

Viaggio nei "paesi fantasma" della Garfagnana

Fabbriche di Careggine
Diamo onore a chi non c'è più...Stavolta grazie a Dio non parliamo però di morti, ma parliamo di tutti quei paesi in Garfagnana che sono spariti dalla faccia della Terra e dalle mappe di tutta Italia e che sinistramente vengono chiamati "paesi fantasma".Mi sembra giusto ricordare un po' tutti questi borghi che per un motivo o per un altro sono stati progressivamente abbandonati. La Garfagnana sicuramente è una fra le zone in cui maggiormente è avvenuto questo fenomeno e pensare che una volta questi luoghi erano pieni di vita ed attività lavorative, abitati da centinaia di persone e oggi la vegetazione li ha "mangiati" e la memoria li ha cancellati. Questo articolo di oggi non vuole essere però un censimento dei paesi abbandonati della valle, chissà quanti ci sono che non conosco e quanti ce ne sono stati che nessuno ricorda più, vuole essere semplicemente un viaggio in questo fenomeno non tipicamente garfagnino ma che riguarda sopratutto il nostro Paese, infatti secondo dati ISTAT in Italia abbondano a quasi seimila i borghi abbandonati, considerando i veri e propri paesi, gli alpeggi e gli stazzi. Ognuno di questi centri disabitati racconta la storia del proprio territorio e la propria intima vita quotidiana.Quando si disquisisce sui "paesi fantasma" bisogna andare a vedere innanzitutto le cause dell'abbandono che possono essere molteplici. Una fra le cause principali può essere determinata dalle forze della natura,viene subito alla mente il centro storico de L'Aquila distrutto dal terremoto del 2009 e fino a poco tempo fa semi deserto e per esempio nel nostro piccolo esiste(o meglio non esiste più)il borgo di Bergiola nel comune di Minucciano. La sua storia si è sviluppata attraverso i secoli senza particolari problemi fino a quel tragico settembre del 1920 quando (come ben si sa) un distruttivo terremoto colpì l'intera Garfagnana e questo per Bergiola significò una dolorosa fine. Il
Bergiola
(foto tratta dal sito bergiola.it)
paese venne così completamente abbandonato.In seguito con l'andar degli anni la vegetazione si fece fitta ed era difficile anche raggiungerlo e si innescò per questo un clima di mistero e paura, si racconta che in certi periodi dell'anno ci si poteva imbattere in un mostruoso serpente nero chiamato (dai pochi sfortunati che giurano di averlo visto)con l'inquietante nome di Devasto.

Da non sottovalutare nemmeno le cause riguardanti le epidemie.Nei secoli scorsi alcuni alpeggi garfagnini a ridosso dell'Appennino tosco-emiliano a partire più precisamente dal 1629 (quando ormai la peste stava dilagando in Garfagnana), furono letteralmente dati alle fiamme dalle guardie governative del Duca di Modena Francesco I d'Este,che cercavano in questo modo di delimitare il contagio ai centri urbani più grandi, per questo come detto alcuni piccoli abitati dei pastori furono incendiati e di questi centri addirittura non si conosce più nemmeno il nome. A riguardo di epidemie, curiosa è la probabile etimologia del nome del "paese fantasma" di Camperano (località che si trova tra Trombacco e Chieva di Sotto nel comune di Gallicano). La storia ci dice che in questo posto venivano portati i lebbrosi da Piastreto, sotto le grotte di Burioni a Trassilico, il prete dava a quegli sventurati la benedizione e guardando in basso verso di loro scuotendo la testa diceva - Camperanno o moriranno?- e di lì il nome Camperano.
Vispereglia
(foto Daniele Saisi)
Fra tutte le altre cause possibili la più frequente è sicuramente quella economica. Tutti sanno che nel secondo dopoguerra in Italia c'è stato l'abbandono delle montagne e l'invasione delle città o di quei paesi dove cominciavano a sorgere le industrie. Questi villaggi "lontani dal mondo" e con ormai poche possibilità di guadagno furono lasciati progressivamente deserti fra gli anni '50 e '60  e non mancò a questa regola nemmeno la Garfagnana. Vispereglia e Col di Luco sempre nel comune di Fabbriche di Vergemoli ne sono un esempio pratico, questi paesini vivevano infatti di vita propria, proprio in quei tempi in cui il ritmo della vita non era quello di questi anni, andavano avanti come piccoli ecosistemi autonomi, riuscendo ad avere tutto di quello di cui avevano bisogno, grazie alle coltivazioni, alle risorse naturali e all'ingegno delle persone.
Non ci possiamo nemmeno dimenticare delle cause belliche, perchè quando non è la natura, è l'uomo a distruggere quanto costruito da se stesso. La guerra esiste da quando esiste l'uomo e sono numerosi i paesi distrutti dai bombardamenti della II guerra mondiale a conferma di questo il paese di Col di Favilla nel cuore delle Apuane nè è un fulgido esempio. Le attività principali degli abitanti erano la produzione del carbone, la pastorizia, la lavorazione dei metalli presso il canale delle Verghe
Col di Favilla
(foto di Aldo Innocenti)
e l'estrazione del tannino dal castagno, destinato alle concerie del pisano, insomma il paese era più vivo che mai e solo i bombardamenti alleati dell'ultimo conflitto mondiale, dove il borgo subì gravi distruzioni e le allentanti comodità che offriva il fondovalle fecero cessare per sempre il cuore battente di questo ultra secolare abitato. Altro singolare esempio di paese scomparso per cause sempre riguardanti la guerra ed eventuale pericolo di invasione è la curiosa storia del villaggio di Monti situato nel prospiciente colle davanti a Castelnuovo Garfagnana.Il piccolo paesello annoverava una "signora" chiesa intitolata a San Pantaleone e a San Michele, risalente addirittura al 1045, non per questo il

duca Alfonso II d'Este si fece dei problemi e nel 1579 non esitò a costruirvi l'attuale e famosa Fortezza di Mont'Alfonso,cosicché lo sfortunato paese fu inglobato letteralmente nelle imponenti mura, negli anni successivi fu militarizzato e di conseguenza cancellato da qualsivoglia mappa.
Può succedere anche che un paese venga completamente espropriato e questo è successo al più famoso di tutti i "paesi fantasma" cioè a Fabbriche di Careggine. I giorni che suo malgrado lo resero nella memoria di tutti immortale arrivarono all'inizio del 1941 quando la Società Selt Valdarno (l'attuale E.N.E.L)sbarrò il corso del fiume
Fabbriche di Careggine semi sommerso
Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico e così tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri di altezza) che portò alla nascita del lago di Vagli e alla conseguente morte del paese che ormai già stava sotto a 34 milioni di metri cubi di acqua. Quando venne sommerso la località contava 31 case popolate da 146 abitanti, un cimitero,un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro risalente al 1590. I 146 abitanti che a malincuore lasciarono le loro case furono trasferiti nel vicino paese di Vagli di Sotto oppure in altri paesi della valle.

L'Isola Santa
(foto tratta dal blog Giorni Rubati)
Simile fine la fece pure l'antico borgo dell'Isola Santa nel comune di Careggine, ma qui il discorso cambia un po' e la causa fu da considerarsi antropica (mamma mia che parolona!!!), per antropico si intende tutti quei fattori che, attraverso la mano dell'uomo provocano delle reazioni che hanno la risultante di produrre (in questo caso) lo spopolamento di un paese. Il più lampante in Garfagnana riguarda proprio l'Isola Santa, lì la pace finì nel 1949 quando venne costruita un ennesima diga per lo sfruttamento della Turrite Secca.Il centro abitato fu in parte sommerso: alcune case, un ponte ed un mulino. Il peggio però doveva ancora venire, difatti si scoprì che tutto il resto del paese rimasto in superficie aveva problemi di stabilità,problemi dovuti alle grandi escursioni di acqua, imposte dalla Selt Valdarno. La situazione venne risolta alla fine degli anni '70, ma ormai lo spopolamento era avvenuto e danni irreparabili erano già stati fatti, l'Isola Santa era ormai quasi disabitata. Nel 1975 gli ultimi abitanti rimasti, durante uno svuotamento del bacino artificiale, occuparono il paese in segno di protesta per rivendicare il diritto a case nuove e sicure. La lotta in buona parte ebbe successo, le abitazioni nuove furono costruite altrove, e fu la definitiva morte di un antichissima comunità.

Si conclude così questo piccolo viaggio nei paesi abbandonati della Garfagnana e il mio pensiero va a tutti gli abitanti (ormai quasi tutti scomparsi) di questi
borghi e alla tragedia che hanno subito, veder sradicate le loro origini,le loro abitudini, abbandonare le case e i campi che loro stessi o i loro genitori costruirono e coltivarono con sacrificio e amore deve essere stato uno strazio inimmaginabile e di difficile sopportazione. 

martedì 7 ottobre 2014

La triste storia di un vero gioiello garfagnino: L'Isola Santa...

Isola Santa
Nonostante la tortuosa strada provinciale che da Castelnuovo si snoda verso le accaldate spiagge versiliesi, i panorami e la bellezza del paesaggio rendono piacevole ed interessante il transito, specialmente quando ad un certo punto immerso nel verde ombroso vedi spuntare uno sparuto gruppo di case con il tetto in ardesia...un vero gioiellino incastonato tra le montagne garfagnine,uno smeraldo posto fra i castagni e il suo verdissimo lago, questa è l'Isola Santa (nel comune di Careggine). Vale la pena di essere raccontata la storia, per alcune sue particolarità, alcune note ed altre forse un po' meno. Per esempio qui, come sul lago di Vagli (Fabbriche di Careggine) abbiamo un paese sommerso (o meglio semi- sommerso)... Ma andiamo per gradi e
il paese
incominciamo dal lontano 1260 quando si hanno le prime notizie scritte sull'Isola Santa riguardanti una tassa 
(tanto per cambiare...) pro-crociate di lire 80. Certamente la sua nascita a molto tempo prima.Il borgo poggia sulle rovine di un antico "hospitale" chiamato  "l'hospitale di San Jacopo"(convertito nel 1608 a chiesa parrocchiale che porta il medesimo nome) meta di sosta per i viandanti di ogni sorta, qui vi trovavano assistenza poveri e gli ammalati, trovavano rifugio e ristoro anche pellegrini, ma anche per i contrabbandieri di sale che attraversavano le Apuane passando per la foce di Mosceta e arrivavano in Garfagnana (e viceversa).Un tragitto duro e faticoso e l'Isola Santa rappresentava un punto di passaggio obbligato per tutte queste persone. Di li passavano percorsi anche  
importanti come la Via Clodia Secunda,  allora vera e propria spina dorsale della nostra valle.Secondo alcuni storici "l'hospitale"  faceva parte di un piccolo paese fortificato con una modesta cinta muraria, un vero e proprio avamposto che serviva appunto da"posto di guardia", data la sua strategica posizione nella stretta valle. Le scarne cronache medievali inoltre ci parlano anche di questa piccola comunità che viveva nel paese in estrema povertà, dovuta anche ad un collegamento con i centri abitati più grandi tremendamente disagevole. Per descrivere questo aspetto nel 1615 Costantino Nobili partito da Lucca per un ispezione al ricovero diceva:
" Strade tanto cattive sono da Castelnuovo in là, che conviene andar la maggior parte a piedi".
La cosa più interessante e curiosa è che questa condizione d'isolamento durò ancora per secoli, quando finalmente nel 1880 venne costruita la celeberrima galleria del Cipollaio che assicurava ben più agevoli collegamenti e sostituì una volta per tutte l'impervio tracciato medievale. Rotto quell'incredibile isolamento finì però la pace,il cosiddetto progresso arrivò anche lì, e nel 1949 venne costruita la diga per lo sfruttamento della Turrite Secca e il piccolo borgo fu in parte sommerso (non interamente come Fabbriche di Careggine), come alcune case, un ponte ed un mulino (anche oggi sotto il lago).Il peggio
Il lago artificiale
però doveva ancora arrivare. Il borgo ormai agonizzava,si scoprì che tutto il paese aveva problemi di stabilità. Problemi dovuti alle grandi escursione giornaliere d'acqua, imposte dalla società elettrica di allora la Selt Valdarno (futura E.N.E.L). La situazione venne risolta alla fine degli anni 70, ma ormai lo spopolamento era avvenuto e danni irreparabili erano già stati fatti. L'Isola Santa era diventato un paese fantasma, era stato abbandonato. Nel 1975 gli ultimi abitanti rimasti, durante uno svuotamento del bacino artificiale, occuparono il paese in segno di protesta per rivendicare il diritto a case nuove e sicure. La lotta in buona parte ebbe successo, le abitazioni nuove furono costruite altrove e fu il definitivo de profundis per
l lago dell'isola Santa svuotato si
vede il vecchio mulino con il suo ponte
l'intera comunità. Oggi il tutto rientra in un egregio  piano di recupero storico ambientale voluto dal comune di Careggine e la regione. Le casette di pietra dai tetti in ardesia sono quanto resta del nucleo originale. Pittoresca e ben conservato oggi è l'Isola Santa, meta di turisti da ogni dove. Un posto ideale per raccogliere

funghi,pescare e dedicarsi all'escursionismo. Numerosi sentieri si addentrano nella boscaglia, verso le maestose cime della Alpi Apuane.