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mercoledì 27 ottobre 2021

I mille modi per cucinare farina di neccio e castagne. Storia e curiosità di ricette secolari

Fu lei la prima a capire tutto e fu sempre lei a comprendere l'importanza
fondamentale di quel frutto autunnale: la castagna. Matilde di Canossa la possiamo considerare senza dubbio alcuno un personaggio di assoluto rilievo, in un'epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore. Era lei la Grancontessa, la Vice Regina d'Italia, che nel 1076 entrò in possesso di uno dei più vasti feudi italiani che comprendeva la Lombardia, l'Emilia, la Romagna e la Toscana. In quei luoghi cominciò a governare con pugno fermo, saggezza e lungimiranza. Quella stessa lungimiranza che la portò ad intuire il valore che poteva avere la coltivazione del castagno, come base per la sopravvivenza alimentare di quelle popolazioni che vivevano sulla montagna, proprio com'era la nostra Garfagnana, terra sotto i suoi domini. A favore di questa coltivazione emanò una serie di regolamenti che portarono al disboscamento delle querce già esistenti, che vennero poi sostituite dai castagni e da veri e propri castagneti che fornirono agli abitanti dei suoi possedimenti una fonte di sostentamento certa. Ma non solo, la Grancontessa si affidò anche alla sapienza dei monaci che con il loro dotto sapere studiarono misure agronomiche per una maggior produttività del 
Matilde di Canossa
castagno stesso, un criterio che ancora oggi viene definito "sesto d'impianto matildico", dove le piante di castagno allevate in forma libera sono disposte a vertici di triangoli sfalsati ad una distanza di circa dieci metri. Con questo sistema si poteva anche sfruttare l'erba del sottobosco quale pascolo per i greggi, in questo modo le pecore avrebbero tenuto pulita la selva e la raccolta delle castagne sarebbe stato più agevole... come si suole dire due piccioni con una fava, ed eravamo nel XI secolo. Insomma, in questo caso Matilde di Canossa fu la spinta per altri politici e regnanti che nei secoli e nelle guerra a venire si insediarono al comando della Garfagnana. Difatti un altro sovrano (in tal senso) illuminato fu Paolo Guinigi, Signore di Lucca, che istituì nel 1487 "l'Offizio sopra le Selve", questo nuovo ente doveva vigilare sui castagneti e doveva far si che queste piante dovessero essere curate con ogni dovizia e sotto ogni aspetto, dato che, in questo modo il castagno avrebbe dato "
cultivazioni più idonee alla produzione di farina buona e serbevole", infatti si riteneva, a giusta ragione, che tale squisitezza avrebbe sfamato una famiglia per gran parte dell'anno. Tutto considerato, visto quello che abbiamo letto possiamo sgombrare il campo da ogni dubbio e dire che la moltitudine di ricette in cui viene impiegata la farina di castagne nacquero proprio in quel
Paolo Guinigi
lontano periodo storico. Le svariate maniere con cui veniva trattata la farina di neccio trovò il bisogno naturale nel garfagnino di diversificare il più possibile la dieta alimentare con i prodotti che la natura offriva, la base sarebbe sempre rimasta la castagna o la sua farina, ma le varianti culinarie diventarono un'infinità. Così, in questo modo, le tullore, i bollocciori, la vinata (e tante altre preparazioni ancora) sono arrivate sulle nostre tavole. Oggi queste bontà della nostra cucina le possiamo considerare senza dubbio un di più, uno sfizio, nonchè una vera e propria golosità, ma in quei tempi andati furono vero e proprio pane per la gente di Garfagnana. Guardiamo allora la storia e i mille modi in cui possiamo trasformare in vera prelibatezza la farina di neccio e le castagne. Innanzitutto andiamo ad indagare sul termine principe e guardiamo il significato della parola "Neccio", riferito proprio alla ghiotta farina. Dobbiamo dire che la derivazione è incerta, è credibile pensare che (così come dice il dizionario etimologico)il vocabolo abbia un etimo latino da "castanea" o da "castaneccio".
Fatto il doveroso preambolo sulla provenienza di tale nome esaminiamo la preparazione per eccellenza: i
l Castagnaccio. Questa assoluta bontà è una fra le più diffuse in tutta Italia, ma è bene sottolineare che la paternità è nostrale. Di solito queste appartenenze culinarie ce le concediamo con "motu proprio", ma questa volta, questa ricetta ci venne attribuita nel 1553 dal frate agostiniano Ortensio Landi di Piacenza nel "Commentario delle più notabile et mostruose cose d'Italia e altri luoghi", infatti ci narra che "Pilade da Lucca fu il primo che facesse castagnazzi e di questo ne riporto loda". Quel Pilade il castagnaccio lo faceva sicuramente con la farina di castagne della vicina Garfagnana: stacciava un mezzo chilo di farina dolce (per una dose-famiglia) e la metteva in una zuppiera, aggiungeva un paio di
Castagnaccio
cucchiaiate d'olio d'oliva, un pizzico di sale e ci versava quasi un litro d'acqua fredda rimescolando sempre, fino ad ottenere una composto piuttosto liquido. Prendeva una teglia, l'ungeva d'olio e ci versava il suddetto composto. Generosa dose di zibibbo, pinoli e noci spezzettate e quindi in forno. Quando il colore era diventato di un bel "marrone castagnaccio" e la crosta croccante, il castagnaccio di Pilade era cotto. Diciamo che questo, come si direbbe oggi fu uno dei primi "street food", ossia del cibo da strada e a conferma di ciò Vincenzo Tanara (agronomo)nel 1644 ci parlava dei "castagnazzi da strada" 
elencando anche varianti oggi impossibili, che prevedevano l’aggiunta di grana grattugiato o di cacio grasso e tenero. Inoltre leggenda dice che lo stesso castagnaccio sia un dolce legato all'amore; che si comporti come un filtro magico e qualunque ragazza che lo porti in dono all'innamorato si assicuri il suo affetto e la sua fedeltà in eterno. Invece "Il Neccio", la classica frittellona arrotolata ripiena di ricotta, era il pasto freddo dei 
Il neccio
carbonai e dei boscaioli garfagnini. La più antica ricetta dei necci racconta che venivano cotti fra testi di pietra arenaria. Stessa finalità aveva "la Pattona di Trassilico", questa preparazione era la classica "merendina" dei trassilichini che andavano a lavorare nel bosco, la sua preparazione però differiva da quella dei necci, 
vedeva sempre un'impasto di farina di castagne, mele a pezzetti, noci, nocciole e fichi secchi sminuzzati. Del tutto si facevano delle palline che venivano poste dentro delle formine e infornate. Il giorno dopo sarebbero state pronte per la veloce merenda del taglialegna. Curiosa invece l'origine del vocabolo "pattona", pare che il nome derivi dal latino "pactus", ossia "compatto", compatte come le palline di questa ricetta. Questa invece è una ricetta per
La pattona
stomaci forti. Il nome è già un preludio: la Vinata. La sua preparazione è antichissima, di solito veniva offerta dopo cena quando gli amici venivano "a veglio" intorno al caminetto, serviva anche per combattere il freddo pungente della Garfagnana quando nelle case contadine il riscaldamento era una lontana chimera, ma non solo, i vecchi dicevano che avesse anche proprietà terapeutiche: "polpava (n.d.r: ammorbidiva) la tosse". Comunque sia l'antica ricetta diceva che nel paiolo bisognava fare una polenta "scria, scria" (n.d.r: molle, molle)di farina di neccio e vino picciolo (un vino rosso ottenuto 
dopo una brevissima fermentazione, di colore molto chiaro). Si faceva cuocere per circa mezz'ora e si versava bella fumante nella scodella. Per capire meglio quando la vinata sarebbe stata pronta da servire ci si rifaceva ad un antico adagio:" quando fa plotta, plotta la vinata è bella e cotta". E se nella vinata l'ingrediente di spicco era ed è il vino, nei Manafregoli il componente principe è il latte. Questa preparazione assume svariati nomi (tutti d'incerta origine) nella Valle del Serchio e Garfagnana: manafregoli, brugiaioli o manufatoli, la ricetta tutta via è la solita in qualsiasi modo venga chiamata: si fa bollire l'acqua nel abituale paiolo, si aggiunge poi la farina di 
I manafregoli
castagne, si mescola in maniera continua fino ad ottenere anche qui un composto piuttosto morbido. Dopo circa mezz'ora si serve in una ciotola condita a piacere con latte, ricotta o panna liquida. Adesso guardiamo invece le ricette che riguardano la castagna vera e propria. Un altro antico processo che si faceva per mangiarle era quello di farle essiccare, ed ecco allora nascere la preparazione delle Tullore. Le tullore sono castagne secche ammollate nell'acqua per circa due ore (così perdono bene la pecchia), fatta questa operazione vanno fatte bollire sul fuoco lento con acqua, latte e foglia d'alloro per altre due ore ancora. Si servono calde, o anche fredde nel latte. Questo strano vocabolo (a quanto pare) prende fondamento da un'altra pianta: la canapa (presente in Garfagnana nei tempi antichi)e da una sua parte detta "tiglia", che altro non è che quell'elemento legnoso del fusto che veniva conciato per farne tela, è possibile quindi che per quanto riguarda le castagne tale vocabolo venga inteso come "acconciate", per far si, che poi in tal modo  diventino morbide. Il Balluccioro o
I ballucciori
 Ballotta che dir si voglia è invece la castagna (buccia compresa) lessata nell'acqua con foglie d'alloro e un pizzico di sale. La bizzarra parola si presta a una interpretazione piuttosto esotica, infatti può darsi che il termine derivi dall'arabo "ballut", ossia ghianda. E delle Mondine cosa dire? Le mondine non hanno bisogno di presentazioni, in tutta Italia sono conosciute come caldarroste e in Garfagnana vengono cotte al fuoco dei camini nella classica padella bucherellata a manico lungo. Prima di essere messa al fuoco la castagna deve essere incisa per far si che poi una volta messa sulla fiamma non scoppi; verso la fine della cottura le castagne vanno bagnate con un bicchiere di vino rosso. L'origine del classico nome garfagnino "mondina" è facile a dirsi, difatti trova fonte dalla stessa parola dialettale "mondare", ovvero pelare, sbucciare, proprio quello che si fa una volta che sono cotte. D'altronde è presto detto nel capire perchè storicamente le castagne hanno fatto da vero e proprio pane per la nostra gente. Il valore calorico di questo frutto è difatti piuttosto elevato (165 Kcal/100g) a causa dell'alto contenuto di carboidrati (36,7 Kcal/100g). Il suo beneficio principale da tenere
in considerazione per il fisico è l'alta carica energetica che dà alla persona, per di più sono consigliate per anemia, apatia e stanchezza, inoltre l'alto contenuto di fibre può contribuire a migliorare la funzionalità intestinale. Non a caso Giovanni Pascoli nel 1908 sulle pagine di un quotidiano argentino dedicato ai nostri emigrati ebbe a dire: "Il castagno è il nostro albero del pane. Ci andrebbe messa, in ogni castagno, una croce, come si fa per gli alberi divenuti sacri". 


Bibliografia

  • "Commentario delle più notabili et mostruose cose d'Italia et altri luoghi" di Landi Ortensio, anno 1550
  • "L'economia del cittadino in villa" Vincenzo Tanara , anno 1665
  • "Dizionario garfagnino" di Aldo Bertozzi, edizioni L.I.R, anno 2017 

mercoledì 11 ottobre 2017

Una bontà tutta garfagnina, la farina di neccio. Le sue origini e la sua storia

"Il castagno è il nostro albero del pane. Ci andrebbe messa, in ogni
castagno, una croce, come si fa con gli alberi divenuti sacri..."
Giovanni Pascoli nel 1908, sulle pagine del giornale "La Prensa" descrisse così, agli italiani emigrati in Argentina  il significato profondo che poteva avere il castagno per la gente della Valle del Serchio. Nulla di più vero e rappresentativo, d'altronde i numeri di ieri e di oggi parlano da se, difatti nel 1846 Carlo Roncaglia funzionario estense, da una statistica generale sullo stato modenese contava in Garfagnana più di due milioni di piante di castagno (per l'esattezza 2.052.157) con una resa in castagne secche pari a 76.135 quintali. Oggi i numeri naturalmente sono cambiati, ma ciò non toglie che la lucchesia sia a livello regionale e sia a livello  nazionale è la provincia con la maggior superficie boschiva a castagneto, nel 1978 risultavano oltre 29 mila ettari e solo in Garfagnana prosperavano castagni che coprivano 12.740 ettari. Con gli anni il numero si è drasticamente ridotto, anche se ancora rimangono cifre di tutto rispetto e secondo il censimento del 2005 promosso dalla comunità montana e dall'associazione castanicoltori della Garfagnana, risultano a castagneto 3.000 ettari, con una resa di castagne fresche pari a 25.000 quintali che si trasformeranno in ben 2000 quintali di prelibata farina di neccio. Già, la squisita farina di neccio, salvezza dei garfagnini in svariate epoche storiche, anche
Il castagneto di Pratomaleta
 (Sillano Giuncugnano)
lei merita la sua storia e una sua identità che va ricercata intorno all'anno mille, quando con l'aumento della popolazione garfagnina ci fu bisogno di mettere a frutto anche le diverse zone incolte della vallata, si pensò così di incrementare la coltivazione del castagno, naturalmente non è che mancassero in quel periodo, ma loro presenza era considerata secondaria e il consumo dei suoi frutti irrilevante. Detto fatto anche questa volta il bosco fu piegato alla volontà dell'uomo, ed ecco affermarsi una volta per tutte il castagno in Garfagnana. Uno dei maggiori promotori di questa nuova politica economica-alimentare fu Paolo Guinigi, signore di Lucca che capì da subito l'importanza di questa pianta: "cultivazioni più idonee alla produzione di farina buona e serbevole", ritenendo a giusta ragione che questa avrebbe sfamato una famiglia per gran parte dell'anno. Ma non solo, Paolo Guinigi intuì da subito che una selva pulita ed una cura del castagno avrebbe portato un raccolto  molto più ampio e di conseguenza a una maggior quantità di farina, a questo scopo fu istituito nel 1487 "l'Offizio
Paolo Guinigi
sopra le Selve
", fra le altre cose fu sempre sua cura impedire il taglio indiscriminato dei castagneti, così nei luoghi concessi al taglio sussisteva l'obbligo (sottolineo l'obbligo) entro tre anni  di innestare da 50 a 100 piedi di castagni per coltra (ogni coltra misura 2000 mq circa), la legge inoltre prevedeva che adoperandosi in queste mansioni si acquisiva legalmente il diritto di usufruire del raccolto per otto anni e in alcuni anni si poteva anche prendere il possesso del terreno, in aggiunta sussisteva il dovere di ripulire il bosco da tutte le piante che non davano frutto, dai rovi e dalle pietre, al fine di migliorare il pascolo, poichè sotto questi alberi vi pascolavano le pecore in una simbiosi fra castanicoltura e pascolo ovino, fra castagne e formaggio. Un concetto questo e un modo di vivere tutto garfagnino confermato dall'agronomo Vincenzo  Tanara nel 1664 nel suo "L'economia del cittadino in villa": "I castagni sono di due sorti, selvatico il naturale, domestico l'artificioso. Dal frutto si ricava una farina dalla quale si fa pane e di tanto nutrimento, che levatone quello di frumento nutrisce più di ogni altro grano, e ce ne accerta vedere uomini robustissimi e donne giovani che nella carne somigliano al latte, e nelle guance rosa, vivendo solo di questa farina, di formaggio e di acqua". Insomma la farina di neccio era entrata ormai a buon titolo come fonte principale del sostentamento garfagnino, bisognava quindi proteggerla con delle leggi ad hoc e Barga in questo senso fu una delle prime, nel suo statuto nel 1360 si leggono severe disposizioni sulla raccolta delle castagne e per la farina (tanto per cambiare) furono messe delle tasse sulla sua produzione. Fondamentale per la
metato garfagnino
creazione della farina di neccio era, ed è il metato, casupole in muratura fatte in modo da contenere le castagne messe li ad asciugare. Sono costruzioni sparse qua e là per i castagneti, divise a metà da un solaio a stecche di legno, poste l'una accanto all'altra (il canniccio), dove sopra verranno messe le castagne, al piano inferiore invece si fa 
una brace, un fuoco leggero,  con gli stessi ciocchi di castagno, il fumo sale così verso "il canniccio" e fa si che le castagne a poco a poco diventino secche. Dopo 40 giorni di essiccatura sono pronte per essere portate al mulino per farne farina. Ancora oggi se si va per i boschi della Garfagnana non ci si può non imbattere in un metato e anche se non sono mai stati fatti censimenti in tal senso possiamo stimare dalla produzione di farina degli anni '50 del '900 che i metati in funzione nella provincia di
castagne messe a seccare nel metato
Lucca erano circa 7.000 e per far capire ancor meglio l'entità della produzione della farina di neccio in Garfagnana possiamo sicuramente affermare che nell'ottocento i mulini attivi erano 245. Ma il vocabolo "neccio", che da il nome alla squisita farina e in buona parte agli altri piatti fatti con le castagne, da dove viene? Alcune fonti ci dicono che  in epoche lontane i garfagnini con le ghiande producevano una sorta di farina, che anche questa aveva il solito procedimento di essiccazione delle castagne è presumibile che queste ghiande fossero ghiande di leccio, con l'andar dei decenni questa farina fu abbandonata negli usi alimentari per essere sostituita con quella di castagne è possibile quindi che nel linguaggio comune si sia mantenuta la solita parola "ilceus"(leccio- neccio), altri affermano che 
potrebbe anche derivare da parole latino medievale o liguri. Certo che le prelibatezze  che si possono fare con la farina di neccio
Necci con ricotta
sono innumerevoli, un tempo erano piatti poveri per la povera gente e ora sono fra i piatti più ricercati in gastronomia, come la "polenta e ossi", ottima polenta di neccio accompagnata con ossi di maiale e zampucci con ancora abbastanza carne attaccata, oppure il classico "neccio", schiacciatella cotta fra due testi da gustarsi con dell'ottima ricotta locale, o sennò "i manafregoli" la stessa polenta cotta nel latte, per non parlare del "castagnaccio" , torta di farina di castagne guarnita con pinoli, noci e bucce d'arancia... e la vinata invece? Questo piatto è per palati forti e si consumava specialmente nelle sere "a veglio", quando la polenta di castagne resa ormai una morbida crema veniva versata in un piatto fondo, servita con del vino già fatto bollire e una spolverata di zucchero. Finalmente nel 1998 la farina di neccio eb
casta
be il riconoscimento che da sempre meritava, grazie sopratutto all'associazione dei castanicoltori garfagnini, quando la Comunità Europea gli ha riconosciuto ufficialmente il marchio di Denominazione di Origine Protetta. Un suggello doveroso dopo mille anni di storia.



Biblografia



  • "I castagni della Garfagnana" Studi per la tracciabilità di filiera e la caratterizzazione qualitativa della farina di neccio della Garfagnana DOP- "L'albero del pane storia della farina di neccio della Garfagnana" di Ivo Poli. Edito Regione Toscana anno 2009
  • "Statistica generale degli stati estensi" a tutto l'anno 1847 di Carlo Roncaglia edito da tipografia Vincenzi 1849
  • "L'economia del cittadino in villa" di Vincenzo Tanara 1664

mercoledì 26 ottobre 2016

Il "maconeccio", un singolare rito millenario garfagnino a salvaguardia delle castagne

"Già cominciavano a calare le prime ombre della sera nell'imponente selva di castagni di Campaiana e a ottobre c'è poco da fare le giornate si fanno più fredde e il sole tramonta prima. Il lavoro è molto in questi giorni e i metati nel bosco sono sempre in funzione, gli uomini intanto sono a battere le castagne che sono dentro il sacco di canapa, i "pistatori" come si dice in dialetto, le battono sopra un ciocco ritmicamente e senza intrecciarsi tra loro, ma all'improvviso verso la Pania di Corfino ecco scorgere una lunga fila di lumini che vagano dall'alto in basso, di qua e di là, si aggirano per il monte senza una fissa meta. Uno degli uomini spossato dalla fatica urla:- Venite ad aiutarci invece di star li a far niente !- , dal buio della selva improvvisamente esce un uomo che si offre di dare una mano, riempe un solo sacco di castagne e poi come misteriosamente era apparso, altrettanto misteriosamente scompare nel nulla, un brivido sale nella schiena dei lavoratori e un vago sospetto gli si fa spazio nella mente. All'indomani gli uomini quasi si sono dimenticati dell'accaduto della notte prima, ma quando caricano il mulo di balle si accorgono che un sacco contiene solo castagne bruciate e sulla tela è impressa la forma di una mano annerita. Il raccolto di castagne per quell'anno è andato perso è stato maledetto dagli streghi".
Questa leggenda si rifà ad un'antica paura, la più grande per la Garfagnana per i tempi passati e cioè, come abbiamo visto, che la
raccolta delle castagne andasse in malora o quantomeno fosse misera e povera, d'altronde non per niente "l'albero del pane" (come veniva chiamato il castagno) dava i suoi frutti proprio perchè questi erano l'alimento base per tutta la valle. Questo timore risaliva da tempi lontanissimi, da quando praticamente intorno all'anno 1000 il castagno aveva messo le sue radici in Garfagnana, ma allora a chi dare la colpa di tali sventure? La cura dei castagneti era affidata a Dio, ma la loro rovina era sicuramente opera degli streghi. Gli streghi (come già possiamo vedere in un mio precedente articolo http://paolomarzi.blogspot.itlo-strego-la-macabra-storia-di-un.html)erano esseri tipicamente garfagnini, di sesso maschile, capaci come le streghe di fare incantesimi e magie, potevano parlare con i morti e farli tornare in vita, non mancavano nemmeno di fare fatture e in più facevano strane processioni come quelle lette nella leggenda alle quali partecipavano anche i morti, la loro specialità, se così si può dire, era recare danno alle cose e agli animali e di notte chiamavano le persone che terrorizzate si chiudevano nelle loro case. Ma per fortuna esisteva anche un efficace usanza per la salvaguardia delle castagne e questo rito si chiamava il Maconeccio. Tale tradizione tutta garfagnina si rifà anche questa a tempi antichissimi, non si sa esattamente l'origine ma ci sono già documenti del 1671 che parlano di questa cerimonia, nella "Descrittione cronologica della Garfagnana" lo storico di allora Anselmo Micotti ce la spiega:

"Ha chiesa di honesta fabrica sotto il titolo di S.Pietro (n.d.r: il riferimento è al paese di Careggine) et è Pieve, ma non ha altra chiesa sotto di se che l'Hospedale dell'Isola Santa posto fra i dirupi della Pania. In questa terra anch'oggi conservano un'usanza molto strana. Ogn'anno la notte di S. Michele di Settembre gli huomini vanno fuori alla campagna e come essi dicono a cacciare gli streghi, suonando campane, tamburi e scaricando archibugi e facendo altri strepiti, gridando ad alta voce - maconeccio, maconeccio-, parole cred'io affatto barbare e credono in questo modo di assicurare la raccolta delle castagne dalle stregharia".

Si ritrova una simile descrizione anche nel 1728 nel "Viaggio per i monti di Modena" dell'illustre naturalista trassilichino Antonio Vallisneri e ancora nel 1879 ricompare nella "Descrizione geografica storica ed economica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli che cambia la parola in questione da "maconeccio" in "macconeccio" e
la pubblicazione del 1728 di Antonio Vallisneri
cerchiato in rosso la nota a margine
 del significato
della parola "maconeccio"
ritiene appunto che "macco" significhi polenta, quindi italianamente tradotto "polenta di castagne", ma non è così e in realtà il giusto significato di questa bizzarra parola ce la da il Vallisneri stesso che riporta una nota a margine del suo interessante libro e fa riferimento niente di meno che all'Accademia della Crusca
(n.d.r: la più antica accademia linguistica del mondo) per ricercare l'origine di tale vocabolo e scopre appunto che il termine "maco" significa letteralmente 
"abbondanza", per cui maconeccio starebbe a dire abbondanza di neccio, abbondanza di farina, cioè di castagne. A leggere queste righe possiamo notare quant'era radicata nella Valle del Serchio questa usanza, che la vediamo protrarsi nei secoli pressochè intatta, tanto è vero che a noi contemporanei sembra un mondo distante e inverosimile, ma il professor Oscar Guidi specialista in materia ci smentisce e sfogliando il testo del Raffaelli rimane colpito quando legge che alla fine del 1800 usava ancora fare questo rito. Cercando incuriosito nei paesi della Garfagnana il professor Guidi scopre che perlomeno fino a pochi decenni fa questa tradizione era ancora viva e a Colli di Capricchia (comune di Careggine) nel 1988 ancora diversi anziani ricordavano questi fatti. Tali vecchietti raccontano che questa consuetudine era praticata fino a poco tempo fa, almeno fino a pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, così dalla loro viva voce ha potuto ascoltare come si svolgeva questa atea liturgia. 
Accadeva sempre il 29 settembre, la notte di San Michele e non
San Michele Arcangelo
che vince il diavolo
un'altra data poichè proprio San Michele Arcangelo era considerato l'avversario per eccellenza del demonio, colui che come narra il libro dell'Apocalisse al capitolo 12 aveva vinto l'ultima battaglia contro satana e i suoi sostenitori e fra i suoi sostenitori la tradizione garfagnina dice che c'erano anche i maledetti streghi. A questo rito 

-raccontano ancora gli anziani- partecipavano uomini, donne e anche bambini che all'imbrunire si radunavano tutti nella piazza principale del paese, ognuno portava con se un "mannello" (n.d.r: un fascio) di paglia che veniva incendiato ed iniziava così una processione per le vie del borgo e nei castagneti vicini che si concludeva con il ritorno nella piazza di partenza e l'accensione di un grande falò purificatore. Nella versione "moderna" però non si fa riferimento ad uso di archibugi, strumenti musicali o a sguaiate grida, ma si parla di formule di buon auspicio che sempre Oscar Guidi ne ha raccolte alcune:

"Che bel boccone è la castagna
quest'anno chi la mangia ne sente il sapor"

"Quanta abbondanza che abbiamo quest'anno
lo ridiranno per l'avvenir?"

"Anche quest'anno abbian l'abbondanza
a crepa pancia se n'ha a mangià"

"Fate tanti ripari e palancite
che presto le castagne coglierete"

Alla fine della processione ognuno faceva ritorno alla propria casa,
Un falò purifucatore
convinto che anche per quell'anno gli streghi non si sarebbero visti, così da salvare il raccolto delle castagne dalle loro potenti malie. Al maconeccio, assicurano sempre i testimoni, che mai nessun prete ha partecipato alle processioni e alle litanie beneauguranti e tanto meno venivano recitate preghiere, questa cosa rende ancor più rara questa usanza perchè nonostante sia fatta per scongiurare eventi infausti non richiede, come spesso accade in questi casi l'aiuto di Dio, l'unico riferimento religioso è la data di svolgimento che (come abbiamo visto) si rifà ad un particolare santo. Una cerimonia puramente laica e suggestiva, una lotta testa a testa fra uomini e streghi per la fecondità del castagneto.



Bibliografia

  • Gli streghi,le streghe. Antiche credenze nei racconti popolari della Garfagnana (1990) di Oscar Guidi (Maria Pacini Fazzi editore)

mercoledì 4 novembre 2015

L'apocalittico uragano che colpì la Garfagnana. Era il 1829...

"Dio ce ne scampi e liberi"... Quando si parla di certe cose è bene subito affidarsi all'Onnipotente... perchè dai pericoli dell'uomo bene o male ci si può difendere, ma quando la natura si scatena niente e nessuno può farci niente. Questa doverosa premessa intende annunciare un argomento che per la stagione è più che mai attinente. Sono stati giorni piovosi quelli passati e quelli che ancora ci aspettano lo saranno, ma fino a che piove in maniera diciamo così "normale" niente da dire, il problema viene quando comincia a piovere a dirotto, in modo devastante, quasi apocalittico, insomma quando ci colpiscono quelle che oggi vengono modernamente chiamate "le bombe d'acqua" e allora ecco straripamenti,frane, danni a cose e anche a persone e diamo giustamente colpa all'incuria dei fossi, dei fiumi, delle selve, alla selvaggia cementificazione e all'inquinamento atmosferico che ha accelerato di fatto i mutamenti climatici, in (buona) parte tutto vero, dall'altra un po' meno se è vero come è vero che anche in epoca lontana tali fenomeni accadevano. Lo sta a dimostrare un fatto risalente ormai a 186 anni fa e che viene considerato senza dubbio il disastro naturale più sconvolgente che colpì la valle dopo il terremoto di Villa Collemandina del 1920. Era il lontano 1829 quando
La Turrite di Gallicano in piena
(foto Daniele Saisi)
un devastante uragano colpì la Garfagnana. Pochi, quasi nessuno a sentito parlare di questo disastro, ormai i quasi due secoli di distanza da quei giorni hanno cancellato qualsiasi memoria, ma grazie a Dio esistono gli Archivi Storici ed ecco tutto tornare a galla. All'epoca l'effetto serra neanche si immaginava cosa fosse, i fiumi e i fossi erano stra puliti, eppure la natura si accanì comunque sulla già povera Garfagnana. 
Riferiscono di questa tempesta alcuni documenti presenti nell'archivio storico del comune di Castelnuovo Garfagnana, che nella notte fra il 7 e l'8 ottobre 1829 venne giù il finimondo: "col diluvio d'acqua e furia di vento". Grandi disastri si ebbero in nove comuni della Garfagnana. I danni subiti furono vari, ce li possiamo immaginare dal momento che ultimamente anche da noi sono avvenuti fenomeni simili: tetti scoperchiati, paesi interamente allagati, frane, strade interrotte e una grande quantità di fango, ma ci fu di peggio, di molto peggio, le selve di castagno furono colpite senza pietà, castagni secolari e castagni giovani senza distinzione furono divelti, troncati e sradicati come fuscelli e come ben si sa questa pianta e il suo frutto erano il sostegno di moltissime famiglie garfagnine, immaginiamoci quindi quale fu la disperazione. Un vero flagello che spinse nei giorni a seguire gli amministratori dei comuni colpiti a chiedere immediato aiuto al governatore della 
Castagni distrutti
Garfagnana: il conte Salinguerra Torello. Il governatore vista l'entità dei danni e la gravità della cosa indirizzò le suppliche garfagnine a sua maestà "il Munifico" Francesco IV di Modena. Il Duca non è che si "sbracò" poi tanto, dal momento che nell'immediato concesse solo una leggera riduzione della tassa prediale (n.d.r: un'imposta sui terreni e i fabbricati, praticamente una I.M.U ante litteram...), nonchè un'autorizzazione ai sindaci di liberalizzare la vendemmia, che al tempo era rigidamente regolamentata in base alla maturazione dell'uva:
"Attesa la stravaganza della stagione si rilascia in libertà i proprietari e i coloni di vendemmiare le uve già compromesse, a loro beneplacito".
Naturalmente tali provvedimenti non risolsero un bel niente e la situazione peggiorava di giorno in giorno, di mese in mese. Francesco IV a onor del vero almeno si adoperò in solerte maniera per ripristinare quanto prima i pubblici disagi, furono riaperte e risistemate le strade, si intervenne sulle frane  e le pubbliche vie furono ripulite dal fango. Ma i castagneti dei privati
L'Altezza Reale
Francesco IV
cittadini non rientravano in questi interventi governativi. Il governatore Torello proclamò lo stato di calamità e si rimise nuovamente al buon cuore del duca per tutti quei poveri proprietari di selve di castagno (e non solo) e in questo caso Sua Altezza Reale non fu così zelante come avrebbe dovuto essere.
Passarono quasi ben tre anni prima che l'illustrissimo duca prendesse una decisione e che tutte le pratiche burocratiche del caso fossero andate a buon fine e così come documenti riportano il 19 maggio 1832 il Governatore Torello potè annunciare alle "comunità supplicati" il clemente provvedimento di Francesco IV:

"Ultimate le verificazioni, che occorreranno, potrà finalmente aver luogo il riparto di Italiane lire 3000 che S.A.R. l’Augusto nostro Sovrano si è degnato di accordare a titolo di sussidio ai più danneggiati nei castagneti in questa Provincia dall’uragano del 7 all’8 ottobre 1829. Il riparto è fatto in ragione della quantità delle piante atterrate nei nove comuni della Provincia".

Purtroppo non ci è dato sapere da tali documenti nè quali fossero i comuni colpiti, nè quale fosse l'entità pluviometrica che provocò cotanta distruzione, comunque per rendersi conto più o meno di ciò, ci possiamo immaginare che furono colpiti tutti quei comuni intorno alla comunità di Castelnuovo, ma per rendere bene l'idea di quello che successe quella maledetta notte, dato ancor più rimarchevole, sono la cifra dei castagni abbattuti: ben 22.334 unità, non contando poi altri alberi da frutto, gli orti e le coltivazioni portate via dal fango e dall'acqua. Un danno economico che mise veramente alla fame la Garfagnana, tutto questo dovuto anche ai risarcimenti irrisori del governo di Modena. Per il comune di Castelnuovo ad esempio la cifra risarcitoria fu di 494 lire(circa), essendo stato fissato il valore di ogni pianta abbattuta in 0,13 lire e qualcosina, un modestissimo risarcimento se si pensa che tale cifra servì solamente per ripulire le selve dalla devastazione dell'uragano e come se non bastasse, oltre al danno la beffa se si conta che negli anni successivi la farina di castagne andò a prezzi vertiginosi.


Vecchie famiglie contadine
Insomma anche questa è la classica storiella all'italiana, come si vede i tempi passano ma le cattive "usanze" dei governanti rimangono inalterate nei secoli. Sembra di aprire un quotidiano dei giorni nostri e leggere delle alluvioni e dei disastri attuali: governo lento, burocrazia ancor più lenta, risarcimenti inesistenti o insignificanti...Inutile quindi affidarci a quello che oggi si dice "il buon governo", ma affidiamoci pure al buon Dio...


Bibliografia

  • Articolo di Guido Rossi tratto dal Corriere di Garfagnana del maggio 2012

mercoledì 14 ottobre 2015

Come leggenda volle:la nascita del castagno in Garfagnana. Storia antica e rara.

Non c'è memoria che ci possa dire da quanto tempo le castagne
sfamano la Garfagnana e non sta certo a me ricordare che nei tanti momenti di carestia che la nostra valle ha attraversato quante vite garfagnine ha salvato dallo stento e dalla fame.Trovo quindi sempre giusto ricordare in tempo di castagne questo prezioso frutto della nostra terra che a mio avviso posso definire senza ombra di dubbio il frutto garfagnino più pregiato. "L'albero del pane", così lo definì Giovanni Pascoli nella sua opera Castanea. Tanto importante per noi, che gli usi, i costumi e le tradizioni, i regolamenti comunali, le tecniche agronomiche, tutto è legato a questo albero.Un proverbio a questo avviso dice:

Garfagnin della Garfagna
Se tu non avessi la castagna
Moriresti dalla famma.

Naturalmente con il tempo sono cambiate le cose e di quei 18.000 ettari di castagneto da frutto all'inizio del XX° secolo, oggi ne sono rimasti "solamente" 3000 ancora in produzione.Una vera fortuna dunque che in Garfagnana ci sia quest'albero, ma come ci è arrivato nelle nostre terre? Qualche volta è giusto lasciar perdere la storia vera e propria ed è bello immergersi nella poesia delle leggende,
lasciarsi trasportare in questo mondo fantastico e perchè no magari anche crederci. Questa che vado a narrare tratta la mistica nascita del castagno in Garfagnana,una leggenda molto antica e rara, forse conosciuta da pochi. Si ha qualcosa di scritto su questa storia a partire dal 1720 da parte di Pellegrino Paolucci (n.d.r: storico garfagnino), ma la sua diffusione, come nelle migliori tradizioni delle leggende è orale,racconti narrati magari raccolti in seno alla famiglia, alla luce del focolare domestico, con una padella di scoppiettanti mondine sul fuoco e in compagnia di un buon bicchiere di vino rosso  e cominciare a raccontare così l'origine di tutto:

"Sui monti della Garfagnana viveva da tempo immemore un vecchio e saggio boscaiolo, aveva sempre vissuto sui quei monti e tutti lo vedevano da sempre. Un giorno spaccava la legna all'ombra di un grande albero verdeggiante, e ringraziava Dio della forza che gli dava e dell'ombra che gli concedeva.Si fermò un istante per asciugarsi il sudore e sentì che alcuni montanari garfagnini, poco discosti da lui, si lagnavano delle loro condizioni.
-Disgraziati noi,- diceva una voce di giovane 
- Perché restiamo quassù e non scendiamo al piano? Avete visto come era giallo il grano della valle? Chissà quanto pane saporito avrà il contadino della pianura!-
-E avete visto, -


seguitava la voce di una donna:
-quel verde chiaro sulle colline verso il mare? Sono gli olivi. Chissà quanto olio dolce e nutriente torchieranno i contadini della collina!-
La voce di un vecchio seguitò ancora:
-E le viti verso il piano di Lucca che già diventano rosse,le avete viste? Chissà quanto vino generoso avrà il vignaiolo!-
Il vecchio saggio ascoltava col cuore sospeso. Temeva che i suoi montanari peccassero di ingratitudine verso Dio e bestemmiassero.Le voci seguitavano:
- E noi che cosa abbiamo? - diceva il giovane - Un po' di pascolo, di latte e di formaggio.-
- E quando piove e poi vien fuori il sole, - diceva la donna,-qualche fungo-
- E quando fa freddo un po' di legna da ardere- continuava il vecchio.- 
-Vita misera, stenta e dura -dicevano insieme.
Al saggio si strinse il cuore.Commosso da quei lagni, si mise in ginocchio sopra una pietra e pregò: 
-Dio mio, che hai dato la lana agli agnelli, il latte alle pecore , dà la maniera di svernare anche a coloro che abitano le tue alte montagne. Da' un pane anche ai montanari di questa valle, un pane dolce, nutriente e caldo, che sia il loro nutrimento nel lungo e rigido inverno!-
Metato garfagnino

Sentì sopra di sé frusciare le fronde del grande albero e fu come se Dio avesse fatto cenno di assenso.Il vecchio si alzò e si diresse verso le voci che risuonavano ancora nel bosco.Trovò i montanari seduti sul muschio. Avevano tutti il volto triste e la testa appoggiata alla mano.
-Non siate così tristi, - disse il vecchio saggio ai suoi montanari.
 -Non vi lagnate così. Iddio penserà anche a noi se gli saremo fedeli.-
Le voci si spensero, poi ripresero:
- Viviamo fra gli stenti. Non abbiamo un frutto che ci nutra e dia un raccolto abbondante.-
-E’ vero,ma non vi scoraggiate. Iddio.... - 
Alzò la testa e scorse tra le foglie verdi dell'albero un riccio tondo e spinoso che non aveva mai veduto. Lo staccò cautamente e lo mostrò ai montanari stupiti.
- Guardate, ecco il frutto per voi!-
I montanari s'alzarono per osservare meglio quel riccio. Lo toccarono, lo soppesarono,poi si ributtarono in terra scontenti.
- Bel frutto! Non ha che spine pungenti. Ci ferirà la bocca. L'uva, l'oliva e il grano hanno un'altra apparenza!-
 Il saggio sorrise:
- Gente poco accorta, - disse. 
- Se di fuori questo frutto è così armato, vuol dire che dentro ha un tesoro da difendere dagli scoiattoli e dai ghiri. Prima di lamentarvi guardate che cosa contiene.-
Tracciò il segno della croce sul riccio, il quale si aprì in quattro e fece uscire tre belle castagne gonfie e lucide.I montanari garfagnini si erano fatti anch'essi il segno della croce, e ammiravano il prodigio delle tre castagne.

 - Queste, - disse il vecchio - son come tre sacchetti di dolce farina. Non patirete la fame, negli inverni più lunghi. Siete contenti?-
I tre montanari mormoravano:
- Iddio ci vuole bene, Iddio è stato generoso anche con noi.-
- E anche voi siate generosi, - ribatté il saggio - E ascoltate-.
I tre si avvicinarono a lui:
-Quante castagne contiene il riccio? - chiese il vecchio saggio.
 - Tre...Dunque il frutto è diviso in tre parti. Questa prima castagna, - disse -  è per il padrone del castagneto. Quest'altra - aggiunse prendendo la seconda castagna, - è per chi lavorerà nel castagneto.-
Rimase una castagna nel riccio.
- E quella? Di chi sarà questa terza castagna?- 
chiesero i tre e il vecchio rispose:
- Avete visto come ho fatto ad aprire il riccio? Col segno della croce.E il segno della croce chi ricorda? Gesù! Il riccio si è aperto per Lui. E noi lo ringrazieremo nelle nostre preghiere. Questa terza castagna è dunque per Lui, cioè per i poveri-.
Il saggio si allontanò e ripeté:
- Una al padrone, una al contadino, ed una al povero...-.
Raccolse di terra l'accetta, e tornò a spaccar legna nel bosco."

Una bella leggenda che affonda le sue radici nella fede contadina di secoli fa, dove Dio e terra erano legato in maniera
indissolubilmente e allo stesso tempo rende la castagna un frutto divino, nato per volontà di Gesù per sfamare la povera Garfagnana di quel tempo. Una leggenda questa ormai persa e da poco recuperata che rende onore alla castagna garfagnina e allo stesso tempo fa si che questa bella storia non vada persa nell'oblio dei tempi.

venerdì 24 ottobre 2014

Quelle sere nel metato...

Un vecchio metato garfagnino
Per secoli è stato il nostro pane , per secoli ci siamo sfamati con questo frutto della natura è il frutto d'eccellenza della Garfagnana:la castagna.Si può cucinare in mille maniere, oggi per festeggiare questo frutto ci sono svariate feste e sagre, ma una volta non era così...era il mangiare quotidiano.Era proprio in questo periodo di fine ottobre quando cominciava un rituale vecchio di secoli: l'essiccatura delle castagne nei metati per poi portarle nei mulini a farne farina. Questo è il bellissimo ricordo di quei gesti quotidiani ormai persi, quando il metato voleva anche dire "stare insieme".Il ricordo è di Vincenzo Giannarelli.
"Dopo la coglitura, che si effettuava verso la fine d'ottobre, c'era una stasi nella routine lavorativa del contadino-montanaro, utilizzata per allestire il metato. Era, questo, un fabbricato composto da due locali sovrapposti, senza pavimento intermedio e divisi soltanto da un graticcio mobile che veniva appoggiato sulla trave centrale fissa. Una volta sistemato, dall'unica finestrella posta sopra la porta d'ingresso vi venivano cautamente
Farina di neccio
distese sopra le castagne da seccare. A terreno, nel mezzo della stanza, veniva acceso il fuoco che doveva ardere ininterrottamente giorno e notte. Torno torno, a ridosso delle pareti, venivano installate le panche per accogliere i vicini i quali, per consuetudine, vi si riunivano per trascorrere le serate insieme. Queste riunioni avevano anche lo scopo di sorvegliare il regolare andamento dell'operazione seccatura, dato che le loro castagne erano state messe insieme alle nostre. Si doveva entrare senza toccare la porta che era tenuta semi-aperta, in quanto doveva lasciar passare un flusso d'aria costante per mantenere il fumo unito a tela ad una certa altezza, in modo da non essere costretti a respirarlo o a trovarcelo davanti agli occhi.
Era l'epoca dei giornali della sera dove apparivano, diluiti in tante puntate, romanzi d'amore e di morte: «Il padrone delle ferriere», «Le due orfanelle», «I miserabili». Mio padre, uno dei pochi del paese che sapesse leggere correntemente – da giovane aveva frequentato le Scuole che, a quei tempi, era come dire oggi l'Università – teneva banco. Tutti pendevano dalle sue labbra dalle quali uscivano, di volta in volta, descrizioni poetiche di racconti romantici, epici racconti di duelli quasi sempre mortali per i protagonisti.Si può senz'altro dire che la gente, in quel periodo, non vivesse che per ritrovarsi ad ascoltare un'altra puntata di quelle vicende. Non era raro il caso che sulle panche non ci fosse più posto; allora, noi ragazzi, o ci portavamo da casa le seggioline, oppure dovevamo sederci sulle ginocchia delle mamme o delle nonne e lì aspettare, smaniando, che ci prendesse sonno.
Mio padre, intanto, alla luce di una lucernina, recitando più che leggendo, dava vita ai vari personaggi del romanzo. A volte, in presenza di fatti o frasi per me incomprensibili, si interrompeva
all'improvviso e a chi chiedeva il motivo di quella pausa fatta sul più bello invariabilmente rispondeva  Durante il pomeriggio, invece, il metato era il ritrovo dei ragazzi, dove le nonne narravano ai nipoti le storie e le leggende delle Apuane. Era lì che la Bèna ci snocciolava una fòla dietro l'altra ed i suoi personaggi, tanto mirabilmente cesellati, s'imprimevano indelebilmente nella nostra memoria, complice il guizzante bagliore delle fiamme. Per quasi un mese questo luogo era, per tutti, un caldo e confortevole rifugio, specie nei giorni in cui pioveva o faceva troppo freddo per giocare o lavorare. L'ultima sera, poi, era di prammatica la smondinata – che venivano mangiate appena tolte dal fuoco, con una bella spruzzata sopra di striscino, vino frizzante nostrale di seconda passata Purtroppo, circa venticinque trenta giorni dopo, anche questo piccolo mondo si estingueva: infatti, poiché le castagne erano già secche, il fuoco veniva spento, il graticcio allargato e le secchine, precipitando dall'alto, riempivano... la sala delle riunioni, mettendo fine alle serate. Poi, a poco a poco, mezzo sacco per volta, venivano pestate sul ciocco, per levare loro la pula, e portate al mulino. Non appena il primo bolgio di farina arrivava a casa, veniva ufficialmente inaugurata la nuova stagione con la polenta di neccio e questo
Un metato di oggi in funzione
avvenimento – quasi un rituale – dava l'addio all'autunno e preannunciava l'inizio del gelido inverno. 
Il nonno Pasqualone, la mattina dopo, chiudeva a chiave il metato nel quale, come per magia, avrebbero continuato ad aleggiare quei personaggi che le voci di mio padre e della nonna Bèna avevano evocati; ma non sarebbero stati soli: assieme a loro, ci sarebbe senz'altro rimasto il ricordo di quelle violente emozioni che l'attento uditorio aveva vissuto, nella semi-oscurità appena rischiarata dalla debole e vacillante fiammella di una lucernina ad olio."