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mercoledì 8 dicembre 2021

Origine e storia dei meravigliosi laghi della Garfagnana

Era la sera del 6 novembre 1780 quando una rana diede l'inizio ad un
cambiamento epocale in tutta la Garfagnana: la geografia della nostra valle cambiò per sempre... Va bhè dai, il concetto è un po' estremizzato e fin troppo specifico, sicuramente quello che è indubbio è che questo esperimento che vi illustrerò (molto) brevemente migliorò la qualità della vita di tutta l'umanità. Prima però di chiarire questa sensazionalistica affermazione partiamo con il raccontare i fatti dall'inizio. Senza dubbio è da quella data e da quelle suddetta rana che la storia dell'uomo mutò radicalmente. Questa rana, diventerà la rana più famosa della storia, grazie allo scienziato Luigi Galvani che effettuando un esperimento toccò con un arco conduttore i muscoli della zampa di una rana morta e scoprì che l’animale si mosse con un balzo. Senza saperlo, aveva inventato il prototipo della pila. Difatti sulla base di queste sperimentazioni, un altro grande scienziato italiano, Alessandro Volta, nel 1799 la realizzò: fu così la nascita dell’energia elettrica. Da quel momento, una buona parte del mondo scientifico per diverso tempo s'interessò marginalmente degli studi
sull'elettricità che di fatto progredirono ben poco. Addirittura nel 1878 all'Esposizione Universale di Parigi questa nuova fonte di energia fu completamente snobbata, tant'è che lo scienziato inglese Sir Erasmus Wilson convintamente affermò:-Finita questa mostra, di luce elettrica non sentiremo più parlare!- Mai nessuna previsione fu così clamorosamente errata... Pochi anni dopo da questa dichiarazione l'Italia era all'avanguardia nelle due principali fonti rinnovabili: geotermica ed idroelettrica e l'energia dell'acqua è quella che toccherà da molto vicino tutta la Valle del Serchio. Insomma, cominciava così la corsa all'elettrificazione d'Italia. Annusando l'odore di bei soldoni ci fu un proliferare di nuove industrie e di nuove società elettriche pronte ad investire capitali nell'energia e di fatto a spartirsi geograficamente le zone d'Italia, in modo che ognuno potesse avere la sua fetta di torta. Al sud presero il monopolio la G.M.E (Gruppo Meridionale Elettricità) e la S.M.E (Società Meridionale Elettricità), che curò la prima elettrificazione della città di Napoli. Al nord del Paese esistevano la Società Adriatica di Elettricità, che s'interessava di tutto il nord est della nazione. In Piemonte poi c'era la Società idroelettrica Piemonte (la S.I.P),in Sardegna la S.E.S (Società elettrica Sarda)... e in Toscana? In Toscana (e in Liguria) regnava incontrastata la S.E.L.T, ossia la Società elettrica ligure toscana. Il suo fondatore nel 1905 fu nientepopodimeno che Luigi Orlando, colui che già dal
1902 era il proprietario della Società Metallurgica Italiana, ovvero la S.M.I. L'occhio lungo (e più che altro lungimirante) della famiglia Orlando era infatti caduto proprio sulla Valle del Serchio. Quale zona poteva essere migliore di questa valle per la produzione dell'energia elettrica? La particolare conformazione del territorio con tutte le sue pendenze e la ricchezza d'acqua erano l'ideale per lo sfruttamento della risorsa idrica per la produzione di forza motrice, dando di fatto vita ad un business tutto locale ed esportato poi in tutta la regione. Fu in questo modo che per tutto il novecento il bacino del fiume Serchio e i suoi principali affluenti divennero l'oggetto di realizzazione di diverse dighe. Il paesaggio della Garfagnana iniziò una progressiva trasformazione ed a un mutamento perenne, che diede luogo alla formazione di laghi artificiali: Vagli, Gramolazzo, L'Isola Santa e altri ancora. Insomma nell'arco di quel secolo nel nostro territorio sorsero ben 13 dighe e una decina di laghi, si calcolava che già negli anni '30 del 1900 il 60% degli impianti toscani fossero realizzati lungo il bacino del Serchio, che producevano l'80% circa del valore energetico regionale. Nel 1933 ci fu invece un'altra svolta, la SELT allargò i suoi orizzonti
associandosi con la Valdarno, che operava in altra parte della regione. Il connubio diede vita al colosso energetico SELT-Valdarno. Tutto questo andò avanti fino al 1962, quando tutte queste società furono nazionalizzate in una sola: ENEL. Dopo questa doveroso chiarimento ecco spiegato per quale ragione una rana cambiò per sempre la fisionomia geografica della Garfagnana... Fattostà, lasciando perdere qualsiasi business, faccende varie e attività economiche, possiamo dire senza ombra di smentita che questi laghi sono da considerarsi un valore aggiunto alla bellezza della Garfagnana, essendosi perfettamente integrati con il paesaggio circostante, tanto che senza di loro la Garfagnana non sarebbe più la stessa. Oggi questi laghi sono sfruttati, per la pesca, per le attività sportive e soprattutto per le attività turistiche. Tutti sono bacini artificiali, nati proprio in quel periodo storico. La Garfagnana ha un solo lago naturale ed il laghetto di Prà di Lama a Pieve Fosciana. Comunque sia il primo lago e la prima diga realizzata fu quella di Villa Collemandina. Era il
La diga di Villacollemandina 
in costruzione
1914 quando fu innalzata a tempo record: tre mesi. Questa diga alta 37,5 metri dette di fatto vita al lago che raccoglie le acque del torrente Corfino e Castiglione. La diga resse perfino l'onda d'urto del terribile terremoto del 1920. Il più famoso di tutti rimane sicuramente il lago di Vagli e il suo paese sommerso. Tutto iniziò nel 1941 quando (l'ormai famosa) Selt Valdarno, sbarrò il corso del fiume Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico. Tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri d'altezza) e 34 milioni di metri cubi d'acqua sommersero per sempre l'antico paese di Fabbriche di Careggine. Quando il borgo venne sommerso contava 31 case popolate da 146 abitanti, un cimitero, un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro, risalente al 1590. Anche il lago dell'Isola Santa ha in parte un'ennesimo paese sommerso sotto le sue acque. Prima di essere (semi) inondato la storia ci dice era una fiorente località. Le prime notizie scritte dell'Isola Santa le abbiamo nel 1260, certamente la sua nascita risale però a molto tempo prima. Il borgo poggia sulle rovine di un antico hospitale, chiamato l'Hospitale di San Jacopo, meta di sosta per viandanti e pellegrini di ogni sorta. Purtroppo però il progresso arrivò anche lì. Nel 1949 venne innalzata la diga per lo sfruttamento delle acque della Turrite Secca e il piccolo 
Isola Santa 
paese fu così in buona parte sommerso dalle acque del lago: alcune case, un ponte ed un mulino. Il peggio però doveva ancora arrivare, infatti le restanti case avevano problemi di stabilità, la grande escursione giornaliera delle acque rendeva fragile il terreno che era diventato soggetto ad un facile smottamento. Il paese nel 1975 fu così completamente abbandonato, era diventato un paese fantasma. Da un punto di vista turistico il lago di Gramolazzo è quello sicuramente più frequentato, tanto che la sua immagine è finita sui barattoli della celeberrima "Nutella" in una "limited edition" dei luoghi più belli d'Italia. Un campeggio con noleggio barche, alberghi, bar, ristoranti e aree attrezzate per il 
Lago di Gramolazzo
pic nic hanno fatto di questo luogo una meta turistica d'eccellenza. Un fatto che non si sarebbe mai immaginato la Selt Valdarno quando negli anni '50 del secolo scorso sbarrò il corso del Serchio di Gramolazzo. Il lago ha una superficie di un chilometro quadrato e un volume di 3,8 milioni di metri cubi. Un altro importante torrente che va ad immettersi nel lago è l'Acqua Bianca che proviene dal Monte Pisanino. Invece il paese di Pontecosi da tempo immemore aveva già uno stretto rapporto con l'acqua, infatti il castello che li sorgeva aveva la sua funzione principale nel controllare gli accessi al fiume. Ma la vera trasformazione ci fu nel 1925 quando con la realizzazione della diga nacque l'omonimo lago. Immissario del lago è anche il Fosso di Corfino che a sua volta proviene dal lago artificiale di Villa
Lago di Pontecosi
Collemandina. Lo specchio d'acqua è poco profondo e non balneabile, possiede però una bellissima fauna, essendo uno dei luoghi di svernamento di folaghe, anatre selvatiche, aironi cenerini e altre specie ancora. 
Nel corso degli anni 2000 un gruppo di volontari ha recuperato terreni abbandonati all'incuria e che sono stati trasformati in zone relax con giardini e aiuole curate, parco giochi, bar e campo gara per il gioco delle bocce. La manutenzione è curata interamente dagli abitanti del paese. Il lago di Turritecava  è quello più a sud della Garfagnana ed ha una conformazione del tutto diversa dagli altri visto che inserito tra due gole rocciose. La sua creazione avvenne tra il 1937 e il 1939 e le acque che lo alimentano
Lago di Turritecava
(oltre a quelle dell'omonimo torrente) arrivano dalle cime meridionali delle Alpi Apuane: il monte Bicocca e il Monte Matanna. Il lago si sviluppa per ben 1200 metri di lunghezza e 70 di larghezza è ideale per fare canyoning. Andando dalla parte opposta, all'estremo nord della Valle, percorrendo la strada comunale che collega Sillano al Parco naturale dell'Orecchiella, subito dopo l'uscita dalla galleria irrompe improvvisamente la diga di Vicaglia, costruita nel 1920, questo invaso è alto 53 metri e le acque del Fiume a Corte formano il lago. Questo invaso d'acqua alimenta la centrale idroelettrica di Sillano la più alta di tutta la Garfagnana. Infine rimane lui, l'unico lago naturale della Garfagnana: il laghetto di Prà di Lama. Diciamo che il lago ha una storia del tutto particolare, nel tempo queste acque hanno alimentato timori e leggende, in paese si diceva che era un lago magico, ed in effetti la sua storia lasciava dei presupposti per quel tempo a dir poco misteriosi... 
Lago di Prà di Lama
La nascita del lago di Prà di Lama è recentissima, nel 1826 al posto del lago c'era un bel prato verde, dove al centro vi era una copiosa sorgente termale. Lì in quel luogo ci fu costruita una capanna, una casupola dove gli avventori facevano bagni ed abluzioni a scopo terapeutico. Nel giro di pochi mesi la situazione mutò clamorosamente, la capanna venne inghiottita dal terreno ed il suolo sprofondò lasciando il posto ad uno specchio d'acqua non troppo grande. 
In quell'occasione il lago si ampliò e arrivò a misurare quaranta metri di circonferenza e undici di profondità. Nel 1842 il lago da come era "miracolosamente" comparso improvvisamente scomparì quasi del tutto, per poi nell'anno successivo un nuovo movimento del terreno provocò la nascita di altre dieci sorgenti che ingrandirono nuovamente il lago. Insomma, per farla breve oggi è ancora lì e in tutto il corso della sua storia il laghetto si allargherà e stringerà a suo piacimento (per saperne di più leggi:http://paolomarzi.blogspot.com/2014/11/le-terme-di-pieve-foscianacroce-e.html). In conclusione non mi rimane che lasciarvi con una speranza e visto che la stagione estiva ci ha già lasciati da un pezzo e il tempo delle ferie è già passato, io auspico che questo non impedirà a qualcuno di voi di sfruttare il fine settimana per venire 
Lago di Vagli
alla suggestiva scoperta di questi laghi. Luoghi affascinanti in qualsiasi stagione, pronti a regalavi fresco in estate, colori meravigliosi in autunno, e forse chissà, scenografici quadri imbiancati d'inverno.

Bibliografia

  • "Lucca, imprese di tradizione e successo. L'acqua come motore dello sviluppo", Storia dell'Economia, Cassa di Risparmio di Lucca
  • Archivio Storico ENEL. Personaggi che hanno fatto la storia dell'energia

mercoledì 12 luglio 2017

I terremoti dimenticati della Garfagnana. Una tragica cronistoria lunga 600 anni

La paura è sempre la solita, tremenda, paralizzante. Le ante
Il terremoto del 1920 in Garfagnana
(foto collezione Silvio Fioravanti)
dell'armadio iniziano a tremare, il tavolo le segue, l'incredulità è mescolata con la realtà, poi ti rendi conto...il terremoto!!!..., un urlo strozzato cerca di coprire quella specie di rombo angosciante, nonostante tutte le raccomandazioni del caso dimentico tutte le buone norme...dovrei buttarmi sotto la scrivania? No! Volo le scale a grandi passi, esorto tutti ad uscire, la gente è già in strada, i bambini corrono, e gli adulti hanno le mani nei capelli per lo spavento...eppure in questi attimi la più temeraria di tutti era sempre lei...la nonna. Lei aveva affrontato insieme a due bimbe piccole i bombardamenti del '44 in Garfagnana, aveva visto il paese distrutto e aveva vissuto sulla sua pelle anche il devastante terremoto del 1920. Si, proprio quel terremoto. Ormai per noi garfagnini quel sisma è quasi entrato di diritto nella leggenda popolare, ogni volta che la nostra terra viene colpita dal più piccolo tremolio la mente va sempre a quel maledetto 7 settembre 1920 e ai suoi 171 morti. I nostri nonni hanno tramandato da padre in figlio la memoria di quei terribili giorni, ognuno nella propria casa ha storie ed aneddoti legati a quel terremoto, tutti questi ricordi lo hanno fatto entrare nell'immaginario collettivo solo ed esclusivamente come "il terremoto", come se prima non ce ne fossero stati altri di così forti e potenti, eppure non è così, la lista dei terremoti garfagnini non si ferma a quel 1920, l'elenco di distruttivi terremoti è documentata sin dal XV secolo. Infatti era il 7 maggio del 1481 quando si ha la prima testimonianza di un sisma di grande entità. L'epicentro di quel secolare terremoto fu
il terremoto visto nel 1500
localizzato nell'Alta Lunigiana e fu percepito distintamente fimo a Lucca, Massa e i paesi circostanti. All'epoca la Lunigiana era annessa alla Repubblica di Firenze governata da Lorenzo Il Magnifico e grazie ai precisi riferimenti dei messaggeri medicei, oggi si può stabilire in base ai loro scritti sui danni causati alle abitazione e alle cose una probabile magnitudo di quel sisma che si dovrebbe aggirare intorno al 5.6, pari all'VIII° della scala Mercalli. Si racconta che nel borgo di Fivizzano crollarono diciassette case, oltre duecento fabbricati subirono gravi danni ai solai, ai tetti e ai muri, purtroppo vi furono anche delle vittime non quantificate con precisione ma con ogni probabilità potrebbero essere state comunque di più se non fosse che alcuni mesi prima (addirittura i cronisti del tempo parlano di  febbraio) scosse premonitrici avevano già messo in allarme tutta la popolazione. Della Garfagnana non si fa alcun cenno particolare, ma con sicurezza possiamo dire che i danni alle persone e alle case furono ingenti, di pari portata sicuramente agli accadimenti avvenuti nella vicinissima Lunigiana. Rimanendo su questo tema in effetti c'è un dato a dir poco curioso che riporta sia il Dipartimento di Protezione Civile e poi anche Claudio Vastano nel suo bel libro "Garfagnana la valle dei terremoti" sul fatto che non si hanno notizie più antiche e documentate (come appunto nel caso del sisma del 1481) riguardo ai terremoti in Garfagnana. Il motivo è da ricercarsi in due fattori: il primo è da ricondurre alla scarsa importanza che aveva la nostra valle, difatti non erano presenti nè grandi centri economici nè culturali e di quella vallata incastonata fra Appennini e Apuane non importava quasi niente a nessuno, quasi però...se è vero come è vero che l'altro fattore è da ricercarsi nell'importanza strategica e militare che aveva la Garfagnana per gli Estensi(n.d.r: la famiglia che governava la zona), con ogni probabilità erano proprio gli stessi funzionari locali a nascondere le notizie riguardanti catastrofici eventi naturali (proprio come terremoti e alluvioni), perchè si aveva timore che eventuali nemici avrebbero potuto sfruttare la situazione di crisi per assaltare la valle ed estendere così i propri possedimenti.

A confermare questo è la data del successivo sisma che risale (così dicono le cronache) all'8-10 giugno 1641, le scosse furono avvertite nell'intera Lunigiana e Garfagnana e sopratutto la zona più colpita fu l'abitato di Pontremoli. La documentazione in questo caso è molto lacunosa, le fonti addirittura non riescono nemmeno a stabilire il
Le faglie attive presenti da
secoli in Garfagnana
giorno preciso della sciagura e ciò potrebbe far pensare ad una scossa principale seguita da forti repliche per almeno altri due giorni, inoltre non si hanno notizie specifiche dei danni.

Un altro fatto da sottolineare è che dai dati presenti in archivi storici si passa a momenti di intensa attività sismica a momenti di calma assoluta. Una tesi a riguardo sostenuta dagli esperti dice che tali periodi potrebbero essere effettivamente dovuti a un rallentamento dei movimenti geodinamici del sottosuolo (parolone degli esperti...non mie!) ma è anche possibile che vi siano ancora delle omissioni nei documenti. A prova di tutto questo eccoci allora di fronte a un salto temporale di cento anni e ritroviamo notizia di un forte terremoto nell'anno 1740. A proposito, il 1700 sarà il cosiddetto "saeculum horribilis" ("il secolo orribile") per quanto riguarda i terremoti in Garfagnana, saranno ben tre quelli violenti che colpiranno la valle. Il primo come detto correva l'anno 1740, era il 6 marzo quando il sisma colpì sopratutto la Garfagnana, l'area dei danni si estese a parte della Versilia e all'appennino modenese. I forti danni subiti appartenevano a stati diversi e sono documentati negli archivi estensi, lucchesi e fiorentini (così come era divisa politicamente la zona). Uno dei centri più danneggiati fu Barga dove si contarono tre morti, in più crollarono diverse case e molte furono danneggiate, si può calcolare che questo sisma sia stato dell'VII° della scale Mercalli e di magnitudo 5,2. Passano solo sei anni e il 23 luglio 1746 la paura torna a fare la padrona con un'altro terremoto dell'VII° scala Mercalli magnitudo 5,1. I paesi più danneggiati furono ancora Barga e Castelnuovo, la sequenza iniziò il 9 luglio e continuò fino ad ottobre, la gente si trasferì in campagna e costruì baracche. Arrivò così anche il 21 gennaio 1767, questo terremoto causò i suoi danni più gravi a Fivizzano dove ci furono gravi lesioni alle abitazioni, agli uffici pubblici e alle chiese. Eravamo in periodo di carnevale, vennero sospesi tutti i festeggiamenti, sostituiti da lunghe veglie di preghiera, stavolta questo sisma fu il maggiore per intensità di tutto il secolo, si toccò il VII° della scala Mercalli ma il suo magnitudo fu di 5,4.
Questo invece è il terremoto dei nonni dei nostri nonni e questo fu veramente catastrofico, era l'11 aprile del 1837, l'origine del
Campo di residenza provvisorio per gli
abitanti di Villa Collemandina 1920
(foto collezione Silvio Fioravanti)
sisma si può ricercare nelle viscere delle Alpi Apuane, la sua potenza si scatenò sulla superficie terrestre e arrivò al IX° Mercalli magnitudo 5,8. Il sisma prese nella parte nord-orientale delle Apuane sul confine fra Garfagnana e Lunigiana, la scossa causò gravi danni nei territori di Minucciano (dove morirono in tre) e Fivizzano. Il borgo di Ugliancaldo fu raso al suolo, qui i decessi furono cinque e diciotto i feriti. I rispettivi governi mandarono i tecnici a fare rilevamenti, vennero stanziati aiuti finanziari ed esenzione dalle tasse per i paesi colpiti.

Eccoci infine ai "giorni dell'apocalisse" che tutti conosciamo e di cui abbiamo sempre sentito raccontare. Era il 7 settembre 1920, la scossa (X° Mercalli magnitudo 6,5) interessò un area di oltre 160 chilometri quadrati, fu avvertita a Genova, Reggio Emilia, Pisa e anche a Milano, i morti furono ben 171, i feriti 650, migliaia di persone senza casa. Le scosse di assestamento durarono fino all'agosto del 1921 (per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/09/7-settembre-1920-il-grande-terremoto-i.html) .
Così da secoli in Garfagnana viviamo con questa spada di Damocle sulla testa e  con l'angoscia di sentire che c'è qualcosa di più
Il biglietto della lotteria in
sostegno delle popolazioni colpite
della Garfagnana 1920
grande di noi: la natura che ha il potere di distruggere e di creare.




Bibliografia

  • Sismicità storica in Garfagnana- Dipartimento della Protezione Civile
  • "Garfagnana la valle dei terremoti" di Claudio Vastano Garfagnana editrice

mercoledì 5 luglio 2017

Storia di un ponte: il ponte Attilio Vergai nel comune di Villa Collemandina, era il più alto d'Europa

"La casa dei sette ponti" è un bellissimo libro di Mauro Corona, è
una favola moderna ambientata nelle valli dell'appennino tosco-emiliano, un libro particolare a metà strada fra "Il canto di Natale" di Dickens e la parabola biblica del figliol prodigo. Una frase su tutte mi ha colpito di questo scritto e mi è venuta alla memoria proprio quando mi accingevo a scrivere questo articolo: "I ponti uniscono separazioni, come una stretta di mano che unisce due persone. I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze". Proprio così, la funzione di un ponte è questa, simbolica e concreta allo stesso tempo ed quanto di mai più appropriato si può dire del ponte stradale più famoso di tutta la Garfagnana: il ponte Attilio Vergai che si trova sulla statale 48 nel comune di Villa Collemandina, tra i paesi di Magnano e Canigiano. Questo ponte è famoso essenzialmente per tre motivi: il primo motivo risale al 1933, quando fu inaugurato era il ponte più alto d'Europa, era ed è considerato tutt'oggi a detta di molti tecnici e storici un pregevole ed ardito esempio delle prime strutture realizzate in cemento armato in Toscana, la seconda ragione riguarda il personaggio a cui è dedicato, Attilio Vergai, eroe della resistenza e principale fautore della sua realizzazione, infine l'ultimo e triste ragione consiste che questo ponte è meta di poveri disperati che decidono di chiudere in maniera volontaria la propria vita gettandosi dai suoi 87 metri d'altezza. Analizziamo adesso però i primi due motivi principali, tralasciando il terzo per le sue infelici e private storie.
Il cartello informativo all'inizio del ponte parla chiaro:
"Ponte Avv. Attilio Vergai. Anno di costruzione 1932-1933. Lunghezza metri 160. Altezza m 83. Sviluppo arcate m 40 e m 60. Progettista Ing. Danusso politecnico Milano". 
Ma cominciamo dall'inizio. L'avvocato Attilio Vergai fu nominato podestà di Villa Collemandina nel lontano 1927. Era la persona più adatta per ricoprire il ruolo di primo cittadino di questa comunità, aveva da parte sua il titolo di avvocato per districarsi fra le mille burocrazie che anche una volta affliggevano il nostro Paese e in più aveva un amore sconfinato per la propria terra. Nella sua veste istituzionale volle così dare ai suoi compaesani un infrastruttura grandiosa degna delle più grandi città non solo d'Italia ma anche d'Europa: il ponte sopra il torrente Corfino, un viadotto a due arcate, alto nel suo massimo 87 metri e costruito a ben 800 metri d'altitudine nelle impervie strade della Garfagnana. Era un'ossessione per il buon avvocato Attilio questa opera, in cuor suo credeva molto in questo progetto tanto da coinvolgere i corfinesi emigrati all'estero per finanziarlo, grazie al loro contributo si potè raggiungere una cifra ragguardevole per l'epoca: oltre duecentomila lire. Il sogno ormai stava per concretizzarsi, i lavori cominciarono così nel 1932. 
Dopo aver letto queste righe quello che per i cari lettori può sembrare un ponte voluto quasi per capriccio dal Vergai aveva invece solide motivazioni per essere costruito e tali motivazioni nacquero qualche anno prima quando nel primo decennio del 1900 fu (quasi) costruita la strada di collegamento fra Villa Collemandina e la frazione di Corfino. Sfortuna volle purtroppo che l'impresario edile  addetto alla realizzazione della strada morì, il fatto compromise i lavori e lasciò di fatto incompiuta la nuova via di comunicazione. 
Il terribile terremoto del 1920 che devastò la Garfagnana e in particolar modo proprio quei paesi dette però l'imput al suo
completamento e nel 1921 i lavori ripresero, si evidenziò fortemente la necessità di velocizzare i soccorsi in caso di un futuro sisma, difatti in precedenza gli aiuti giunsero clamorosamente in ritardo proprio a causa delle accidentate strade. L'amministrazione comunale affidò allora l'opera all'ingegner Aldo Giovannini che doveva studiare l'ultimazione della strada e la maniera più economica  per realizzarla. Dopo aver messo sul tavolo varie possibilità venne scelta la soluzione che prevedeva un lungo e alto ponte, ciò avrebbe anche valorizzato l'intera area in tutti i suoi aspetti. I piani strutturali di questo ponte furono molteplici, un progetto per esempio comportava la sua realizzazione in due arcate di 30 metri ciascuna, in cemento armato, con una pila centrale alta 33 metri, la pendenza e il fattore  puramente estetico di questo proposito fu bollata dagli ingegneri  come "scempio del paesaggio". Con buona pace di tutti finalmente il progetto venne definitivamente assegnato all'ingegner Arturo Danusso, i lavori ebbero così fine con la sua inaugurazione il 7 luglio del 1933 e le cronache dell'epoca così la definirono: "Ciò che pareva irrealizzabile e ora realtà e sull'abisso si curva agile ed elegante l'arco che sembra tracciato da una mano onnipotente con una facilità e con una leggerezza veramente fantastica".
La gioia per il suo principale sostenitore Attilio Vergai era immensa, finalmente aveva potuto regalare alla sua terra un'opera
Attilio Vergai

che anche lui sapeva che sarebbe durata per sempre. I momenti felici però  presto cesseranno per Attilio, due mesi più tardi da quel bellissimo giorno terminò il suo mandato di podestà e cominciò a lavorare a Castelnuovo Garfagnana nella filiale della Cassa di Risparmio di Lucca. Arrivò anche lo scoppio della II guerra mondiale e lui si contraddistinse subito come un fervente anti fascista, tanto che dopo l'otto settembre 1943 entrò in contatto con i primi partigiani garfagnini attivi in Campaiana aiutandoli nell'attività di sostegno ad ufficiali inglesi fuggiti dai campi di prigionia. Nel 1944 accadde il fattaccio, quando si oppose alle Brigate Nere che volevano i soldi custoditi dentro la banca di cui lui era il direttore, nella notte infatti modificò la combinazione della cassaforte e prelevò il denaro che inviò tramite una staffetta alla direzione di Lucca, città che già era stata liberata dagli americani. Ormai era entrato di fatto nella lista nera dei fascisti e il 27 febbraio 1945 fu catturato a Corfino e fu accusato di attività spionistica e favoreggiamento alla diserzione militare, dato che nell'anno precedente si era fortemente esposto aiutando alcuni giovani compaesani a non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale. Fu trasferito dunque nel carcere di Camporgiano dove fu brutalmente maltrattato, gli venne addirittura promessa la libertà in caso di
confessione, ebbe anche l'opportunità di fuggire ma non lo fece per paura di ripercussioni sulla sua famiglia. Un mese dopo la sua cattura Il 27 marzo 1945 comincia il mistero sulla morte di Attilio Vergai. Di prima mattina fu prelevato da Camporgiano e fu condotto in prigione a La Spezia, questa fu l'ultima volta che fu visto vivo. Il corpo di Attilio non fece mai più ritorno a casa, all'epoca si fecero alcune ipotesi sulla sua morte, la più probabile rimane quella che in una successiva traduzione carceraria da La Spezia a Genova via mare, la nave che trasportava Attilio fu attaccata da aerei anglo americani, nel corso del bombardamento si presume che l'imbarcazione affondò e gli uomini a bordo uccisi...

Nel 1952 il magnifico ponte gli fu giustamente intitolato.


Bibliografia

  • "Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo, guerra e resistenza" di Feliciano Bechelli edito Pezzini editore 2016
  • Pietre della memoria, il segno della storia

mercoledì 9 novembre 2016

Nei meandri di un terremoto: Garfagnana 7 settembre 1920. Storia di solidarietà, malgoverno e truffe.

Sono giorni tristi, tristissimi per il nostro Paese, i terremoti
Garfagnana devastata, il giorno dopo
(collezione Paolo Marzi)
hanno sconvolto il centro Italia e le nostre anime. Città famose in tutto il mondo per la loro rinomata cucina, per la loro immensa arte e per i loro prodotti sono sparite da un minuto all'altro e dove prima si potevano ammirare stupendi paesaggi, adesso si possono vedere solo cumuli di macerie. La tragedia più grande rimane però quella relativa alle vittime e alle persone che sono rimaste senza casa. La vicinanza a questi luoghi e a queste gente noi garfagnini la sentiamo ancor di più sulla nostra pelle, poichè come tutti ben sappiamo viviamo in una zona ad alto rischio sismico e nel vedere queste immani disgrazie pensiamo a quello che potrebbe essere, vivendo nella speranza che questo non accada mai, ed è per questo che ad ogni tremore balziamo fuori da casa e puntualmente ad ogni piccolo o grande movimento della terra ci ritornano alla memoria i racconti dei nostri nonni sul quel drammatico terremoto del 7 settembre 1920 che colpì la Garfagnana e non solo. Ho già avuto modo di raccontare e scrivere su questo nefasto terremoto, due anni fa feci un apprezzato articolo e affrontai il tema riportando la pura cronaca e le testimonianze di quei giorni (leggi cliccando qui http://paolomarzi.blogspot.it/-settembre-1920-il-grande-terremoto-i.html). Oggi voglio parlare sempre di quel terremoto, ma voglio approfondire certi aspetti che poche volte sono stati affrontati, in modo da fare così un paragone con quello che succede attualmente e vorrei quindi entrare nelle viscere di quel sisma e vedere come si svilupparono i soccorsi, quali furono gli interventi e gli aiuti dello Stato e scrivere ancora degli altri terremoti che colpirono la nostra valle, tutti ci ricordiamo "di quello del '20", perchè il più vicino ai giorni nostri, ma altri e di grossa intensità e con relativi morti ci furono anche nei secoli passati, in queste righe ne farò un veloce elenco.

7 settembre 1920 ore 7:56, un sisma di magnitudo 6,48, colpì inesorabilmente un area di 160 Km2, in particolare la Garfagnana e la Lunigiana. L'intensità all'epicentro fu calcolata intorno al IX-X grado della scala Mercalli. I morti ufficialmente furono 171 e i feriti 650. Con queste fredde parole si può riassumere brevemente il terremoto di quel maledetto settembre 1920. Andiamo invece dentro a
(collezione Paolo Marzi)
questo sisma e analizziamo attraverso le relazioni tecniche dell'epoca quello che accadde.

I primi telegrammi dei prefetti alla direzione generale di pubblica sicurezza del Ministero dell'Interno furono inviati la mattina stessa e sottolineavano la violenza del terremoto, ma ancora non inquadravano bene la situazione generale, al momento non era stata valutata bene la distribuzione degli effetti e la gravità del danno. Solo a tarda mattina da Massa, la provincia più colpita e di cui al tempo faceva parte la Garfagnana, il prefetto De Berardinis segnalò i primi preoccupanti dati. Alle 15:30 anche il prefetto Bodo da Castelnuovo Garfagnana inviava un ennesimo e lapidario telegramma : -Disastro sempre più maggiore. Comuni con case crollate inabitabili, richiesta soccorsi urgenti-. Molti paesi furono rasi al suolo, fra le località più colpite naturalmente Villa Collemandina, Barga e Castelnuovo, gli ingegneri dopo svariati sopralluoghi constatarono che le case erano fatte generalmente con materiali scadenti, dato che erano costruite con grossi sassi di fiume tondeggianti, inoltre anche le malte non erano buone, non considerando poi i numerosi difetti di irrazionalità al momento della costruzione, in poche parole già partivamo con un patrimonio abitativo estremamente fragile, d'altronde l'ultimo grande terremoto fu quello del 1837, ben ottanta anni prima con epicentro nelle Alpi Apuane. La macchina dei soccorsi partì in ritardo, grandi furono le difficoltà organizzative, in buona parte giustificabili con l'interruzione delle comunicazioni telegrafiche e dalle frane che caddero sull'unica strada che portava nella valle, peggio ancora era per tutti quei paesi garfagnini sparsi per la montagna. I primi ad arrivare furono i giornalisti de "La Nazione" e ciò che comparì davanti ai loro occhi è ben descritto in questo stralcio di articolo che inviarono alla redazione di Firenze: "A mano a mano che ci inoltriamo nella regione colpita, tutto conferma, purtroppo la fondatezza delle prime notizie. I paesi che si sono successivamente attraversati con la nostra macchina, mostrano sempre più gravi gli effetti della formidabile scossa, che ha scrollato tutto il sistema montuoso che corona le Valli del Serchio e dei suoi affluenti. E'una triste teoria di rovine che mette sgomento nell'animo, un inseguirsi di scene di dolore e disperazione che ci procura una pena infinita
(collezione Paolo Marzi)
per l'impossibilità di portare soccorso e un aiuto che possa lenire in parte il danno irreparabile dell'immensa rovina"
. Finalmente la situazione si sbloccò, dopo una prima sottovalutazione delle conseguenze dell'evento ci si cominciò a rendere conto della grande disgrazia. Le prime squadre di soccorso ad arrivare furono 
i marinai della nave Cavour provenienti da La Spezia, subito si prodigarono allo sgombero delle macerie, al recupero dei cadaveri e al salvataggio dei superstiti. Già la sera del 7 settembre sempre da La Spezia fu inviato un treno speciale per ricoverare gli sfollati e il giorno seguente arrivarono altri due treni con a bordo, tende, viveri, medici e medicinali, attrezzatura da sgombero e ingegneri per la valutazione del danno e per gli interventi di ripristino. La stazione ferroviaria di Aulla era diventato il centro di smistamento di tutto il materiale, umano e non. Al tempo, è giusto sottolinearlo non esisteva il Dipartimento di Protezione Civile e veniva nominato dal governo nel momento di necessità colui che doveva coordinare i soccorsi e tale compito in questo caso fu dato al sotto segretario ai Lavori Pubblici onorevole Bertini che assunse sul posto l'alta direzione e il coordinamento dei servizi, mentre al Ministero dell'Interno e alla direzione generale della sanità pubblica erano di pertinenza i servizi sanitari, la parte che riguardava i generi alimentari e il vestiario spettava sempre al ministero dei Lavori Pubblici. Il gran cuore degli italiani anche in questo caso si dimostrò tale, le forze armate come consuetudine svolsero un grande lavoro per fronteggiare l'emergenza, ma non solo, squadre di volontari arrivarono da La Spezia, Massa, Carrara e ancora giunsero squadre di pubblica assistenza, insieme ad un migliaio di soldati di fanteria, zappatori del genio di Firenze, Piacenza, Bologna, Reggio Emilia che operarono alternandosi fino al dicembre 1920. Un ruolo importantissimo lo svolsero i pompieri venuti da tutte le regioni limitrofe, rimarrà nel cuore di tutti il contingente inviato dal comune di Rimini che intervenne senza mai fermarsi, abbattendo gli edifici pericolosi per la pubblica
I pompieri del comune di Rimini
incolumità  e puntellando i muri e le case che potevano forse essere recuperate, aiutarono la popolazione nel compito del recupero degli effetti personali e si inerpicarono nei luoghi più nascosti e impervi della valle per portare soccorso, caricandosi gli attrezzi in spalla o a dorso di mulo. Ma purtroppo nell'avversità non ci furono solo note liete, tutt'altro. Nei giorni seguenti al terremoto si avviò il dibattito parlamentare in quel di Roma per emanare provvedimenti in favore delle popolazioni colpite dal sisma. Venne chiesta dall'assemblea presieduta dal primo ministro Giovanni Giolitti di adottare l'applicazione delle leggi fatte in occasione dei terremoti di Messina del 1908 e della Marsica del 1915, arrivando di conseguenza all'emanazione del Regio decreto legge, 23 settembre 1920 n° 1315 "Provvedimenti per i danneggiamenti dal terremoto 6-7-settembre 1920", in base a questa delibera lo stato si impegnava a provvedere interamente ai lavori per la tutela della pubblica incolumità (demolizioni, puntellamenti, sgomberi di aree pubbliche), come pure alla realizzazione di ricoveri provvisori per le persone senza tetto e si prendeva l'onere di applicare le agevolazioni governative per la riparazione degli edifici pubblici (sussidi del 50% e mutui di favore) e privati (mutui di favore e contributi diretti e riparazione gratuita per i soli non abbienti, però nel limite massimo di 5000 lire). Ed è qui, a questo punto che nasce l'ennesimo papocchio all'italiana. La ricostruzione di tutto ciò fu affidata su delega dello stato all'U.E.N (Unione Edilizia Nazionale) nata all'indomani del catastrofico sisma messinese, quest'ente nacque appunto come consorzio di proprietari danneggiati e aveva lo scopo sostituendosi ai privati di facilitare sia la costruzione, sia la riparazione della casa danneggiata, basando la sua attività su due tipi di contratto: il primo riguardava il singolo cittadino e prevedeva la cessione incondizionata dei diritti del proprietario a fronte della ricostruzione, trasformando di fatto il proprietario stesso in un affittuario perpetuo, la seconda riguardava gli edifici pubblici, dove anche qui avrebbe acquisito diritti di non poco conto. Anche in Garfagnana fu dunque 
I primi soccorsi in arrivo alla
stazione di Castelnuovo
(foto collezione Silvio Fioravanti)
messo in pratica il "solito servizietto", la ricostruzione riguardò 214 case, ma fu proprio durante la ricostruzione di queste case che finalmente scoppiò lo scandalo che travolse l'U.E.N, che portò il governo a decidere la sua liquidazione in breve tempo, furono scoperte fra le altre cose speculazioni legate all'acquisto di fabbricati distrutti, appartenuti a chi non aveva le possibilità economiche per poterli rimettere in sesto. Nel frattempo e in attesa di queste riedificazioni i garfagnini furono alloggiati in baracche di legno, in totale ne furono costruite 669 per complessivi 1920 vani, per un importo complessivo di oltre sette milioni di lire, tale costo comprendeva anche la manutenzione per due anni e la dotazione di cucinette in muratura o di stufe-cucina. Dai privati poi ne furono allestite altre 121, mentre per uso adibito a edificio pubblico ne furono costruite 50, delle quali 34 dalle amministrazioni locali e 16 dai comitati di beneficenza. Alla fine della storia nonostante un decreto legge che fissava termini e provvedimenti in favore dei danneggiati, la maggior parte della gente rimase per molto tempo in attesa dei contributi da parte dello stato, solo chi aveva disponibilità economica (pochi)potè affrontare in proprio (in attesa dei soldi del governo) la ricostruzione delle proprie case. La situazione cominciò a tornare alla normalità tre
Baracche terremotati a Fosciandora
anni dopo il tremendo sisma del 7 settembre, grazie sopratutto a due ennesimi decreti legge con cui venivano affrontati con risolutezza i problemi dei terremotati garfagnini, fra i più significativi e importanti fu l'introduzione della legge n° 2089 del 23 ottobre 1924 che finalmente introduceva nuove norme e regole per le costruzioni nelle aree classificate sismiche.

Per arrivare a questa legge ci vollero distruttivi terremoti in tutta Italia, che colpirono più volte nei secoli passati anche la nostra valle . Guardiamo allora un elenco dei maggiori "terremoti garfagnini":

  • 7 maggio 1481 Lunigiana e Garfagnana VIII, magnitudo 5,4. La scossa danneggiò particolarmente l'alta Lunigiana provocando numerosi morti.La scossa fu sentita anche a Lucca
  • 6 marzo 1740 VIII, magnitudo 5,7 Garfagnana. Il terremoto colpì sopratutto la Garfagnana, ma l'area dei danni si estese anche alla Versilia e all'Appennino modenese. Fra i centri più colpiti Barga e i suoi dintorni, ci furono tre morti, crollarono diverse case e molte furono danneggiate
  • 23 luglio 1746 VII, magnitudo 5,3. Le località maggiormente colpite furono Barga e Castelnuovo Garfagnana. La sequenza dei
    L'ingresso al duomo di Barga
    puntellato
    (foto bargainfoto.altervista.org)
    terremoti cominciò il 9 luglio e durò fino a ottobre. La popolazione per mesi si trasferì in campagna e costruì baracche
  • 21 gennaio 1767 Fivizzano VII,magnitudo 5,4. I danni più gravi le subì Fivizzano, dove ci furono gravi lesioni alle abitazioni e il crollo di molti comignoli, oltre ai danni alle chiese e agli edifici pubblici. Era tempo di carnevale i festeggiamenti vennero sospesi per far posto a riti devozionali
  • 11 aprile 1837 Alpi Apuane IX-X, magnitudo 5,6. Il terremoto colpi il versante nord orientale delle Alpi Apuane, al confine fra Garfagnana e Lunigiana. La scossa causò gravi danni nei territori di Fivizzano e Minucciano, dove si contarono pure delle vittime. Fra i paesi più danneggiati Ugliancaldo dove crollarono quasi tutti gli edifici e dove si contarono cinque morti e diciotto feriti.
Sandro Pertini, l'amato presidente della Repubblica, dopo il sisma che colpì l'Irpinia nel 1980 ebbe a dire: "Qui non c'entra la politica, qui c'entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto di questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perchè credetemi, il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi" 




Bibliografia
  • Il terremoto della Garfagnana del sette settembre 1920 a cura della Protezione Civile

mercoledì 4 novembre 2015

L'apocalittico uragano che colpì la Garfagnana. Era il 1829...

"Dio ce ne scampi e liberi"... Quando si parla di certe cose è bene subito affidarsi all'Onnipotente... perchè dai pericoli dell'uomo bene o male ci si può difendere, ma quando la natura si scatena niente e nessuno può farci niente. Questa doverosa premessa intende annunciare un argomento che per la stagione è più che mai attinente. Sono stati giorni piovosi quelli passati e quelli che ancora ci aspettano lo saranno, ma fino a che piove in maniera diciamo così "normale" niente da dire, il problema viene quando comincia a piovere a dirotto, in modo devastante, quasi apocalittico, insomma quando ci colpiscono quelle che oggi vengono modernamente chiamate "le bombe d'acqua" e allora ecco straripamenti,frane, danni a cose e anche a persone e diamo giustamente colpa all'incuria dei fossi, dei fiumi, delle selve, alla selvaggia cementificazione e all'inquinamento atmosferico che ha accelerato di fatto i mutamenti climatici, in (buona) parte tutto vero, dall'altra un po' meno se è vero come è vero che anche in epoca lontana tali fenomeni accadevano. Lo sta a dimostrare un fatto risalente ormai a 186 anni fa e che viene considerato senza dubbio il disastro naturale più sconvolgente che colpì la valle dopo il terremoto di Villa Collemandina del 1920. Era il lontano 1829 quando
La Turrite di Gallicano in piena
(foto Daniele Saisi)
un devastante uragano colpì la Garfagnana. Pochi, quasi nessuno a sentito parlare di questo disastro, ormai i quasi due secoli di distanza da quei giorni hanno cancellato qualsiasi memoria, ma grazie a Dio esistono gli Archivi Storici ed ecco tutto tornare a galla. All'epoca l'effetto serra neanche si immaginava cosa fosse, i fiumi e i fossi erano stra puliti, eppure la natura si accanì comunque sulla già povera Garfagnana. 
Riferiscono di questa tempesta alcuni documenti presenti nell'archivio storico del comune di Castelnuovo Garfagnana, che nella notte fra il 7 e l'8 ottobre 1829 venne giù il finimondo: "col diluvio d'acqua e furia di vento". Grandi disastri si ebbero in nove comuni della Garfagnana. I danni subiti furono vari, ce li possiamo immaginare dal momento che ultimamente anche da noi sono avvenuti fenomeni simili: tetti scoperchiati, paesi interamente allagati, frane, strade interrotte e una grande quantità di fango, ma ci fu di peggio, di molto peggio, le selve di castagno furono colpite senza pietà, castagni secolari e castagni giovani senza distinzione furono divelti, troncati e sradicati come fuscelli e come ben si sa questa pianta e il suo frutto erano il sostegno di moltissime famiglie garfagnine, immaginiamoci quindi quale fu la disperazione. Un vero flagello che spinse nei giorni a seguire gli amministratori dei comuni colpiti a chiedere immediato aiuto al governatore della 
Castagni distrutti
Garfagnana: il conte Salinguerra Torello. Il governatore vista l'entità dei danni e la gravità della cosa indirizzò le suppliche garfagnine a sua maestà "il Munifico" Francesco IV di Modena. Il Duca non è che si "sbracò" poi tanto, dal momento che nell'immediato concesse solo una leggera riduzione della tassa prediale (n.d.r: un'imposta sui terreni e i fabbricati, praticamente una I.M.U ante litteram...), nonchè un'autorizzazione ai sindaci di liberalizzare la vendemmia, che al tempo era rigidamente regolamentata in base alla maturazione dell'uva:
"Attesa la stravaganza della stagione si rilascia in libertà i proprietari e i coloni di vendemmiare le uve già compromesse, a loro beneplacito".
Naturalmente tali provvedimenti non risolsero un bel niente e la situazione peggiorava di giorno in giorno, di mese in mese. Francesco IV a onor del vero almeno si adoperò in solerte maniera per ripristinare quanto prima i pubblici disagi, furono riaperte e risistemate le strade, si intervenne sulle frane  e le pubbliche vie furono ripulite dal fango. Ma i castagneti dei privati
L'Altezza Reale
Francesco IV
cittadini non rientravano in questi interventi governativi. Il governatore Torello proclamò lo stato di calamità e si rimise nuovamente al buon cuore del duca per tutti quei poveri proprietari di selve di castagno (e non solo) e in questo caso Sua Altezza Reale non fu così zelante come avrebbe dovuto essere.
Passarono quasi ben tre anni prima che l'illustrissimo duca prendesse una decisione e che tutte le pratiche burocratiche del caso fossero andate a buon fine e così come documenti riportano il 19 maggio 1832 il Governatore Torello potè annunciare alle "comunità supplicati" il clemente provvedimento di Francesco IV:

"Ultimate le verificazioni, che occorreranno, potrà finalmente aver luogo il riparto di Italiane lire 3000 che S.A.R. l’Augusto nostro Sovrano si è degnato di accordare a titolo di sussidio ai più danneggiati nei castagneti in questa Provincia dall’uragano del 7 all’8 ottobre 1829. Il riparto è fatto in ragione della quantità delle piante atterrate nei nove comuni della Provincia".

Purtroppo non ci è dato sapere da tali documenti nè quali fossero i comuni colpiti, nè quale fosse l'entità pluviometrica che provocò cotanta distruzione, comunque per rendersi conto più o meno di ciò, ci possiamo immaginare che furono colpiti tutti quei comuni intorno alla comunità di Castelnuovo, ma per rendere bene l'idea di quello che successe quella maledetta notte, dato ancor più rimarchevole, sono la cifra dei castagni abbattuti: ben 22.334 unità, non contando poi altri alberi da frutto, gli orti e le coltivazioni portate via dal fango e dall'acqua. Un danno economico che mise veramente alla fame la Garfagnana, tutto questo dovuto anche ai risarcimenti irrisori del governo di Modena. Per il comune di Castelnuovo ad esempio la cifra risarcitoria fu di 494 lire(circa), essendo stato fissato il valore di ogni pianta abbattuta in 0,13 lire e qualcosina, un modestissimo risarcimento se si pensa che tale cifra servì solamente per ripulire le selve dalla devastazione dell'uragano e come se non bastasse, oltre al danno la beffa se si conta che negli anni successivi la farina di castagne andò a prezzi vertiginosi.


Vecchie famiglie contadine
Insomma anche questa è la classica storiella all'italiana, come si vede i tempi passano ma le cattive "usanze" dei governanti rimangono inalterate nei secoli. Sembra di aprire un quotidiano dei giorni nostri e leggere delle alluvioni e dei disastri attuali: governo lento, burocrazia ancor più lenta, risarcimenti inesistenti o insignificanti...Inutile quindi affidarci a quello che oggi si dice "il buon governo", ma affidiamoci pure al buon Dio...


Bibliografia

  • Articolo di Guido Rossi tratto dal Corriere di Garfagnana del maggio 2012

mercoledì 16 settembre 2015

Un mestiere antico, misterioso e forse poco conosciuto: il saltaro.

Ci sono di quei mestieri che anche il tempo cancella dalla nostra
memoria, poi come per magia riemergono fuori da libri antichi e allora cominci a documentarti, ad informarti, a fare ricerche finchè
I saltari
in questa foto provengono
dal Trentino
la tua curiosità non viene placata. Questo che vado a narrarvi non è un classico mestiere antico di cui abbiamo sempre sentito parlare in Garfagnana,niente a che vedere con i conciapelli, canestrai, calzolai o ombrellai, ma solamente il nome di colui che fa questo lavoro desterebbe il desiderio di conoscenza anche nel più indifferente dei lettori. Avete mai sentito parlare del saltaro? Io prima di qualche giorno fa, sinceramente no. In questo caso devo ringraziare la dottoressa Melania Spampinato che nel convegno di studi storici che si è tenuto in questi giorni nella Rocca di Castelnuovo, nel suo studio sull'antico statuto di Villa Collemandina ha riportato a galla la figura del Saltaro come custode di terreni agricoli.Il Saltaro non è una figura tipica garfagnina è bene chiarirlo subito, ma la possiamo trovare anche in Lombardia,in Trentino e in Sardegna, ma come detto ha operato anche da noi...eccome.Oggi questa figura la potremmo definire una "guardia campestre",all'epoca questo personaggio destava mistero, spaventava i bambini e affascinava i grandi.Giovani, celibi e onesti erano le prerogative che ognuno doveva avere per svolgere questo lavoro che in Garfagnana già si faceva intorno al 1300, ma che ebbe poi il suo apice nel secolo XVI sotto il dominio estense.Il suo compito era di contrastare i furti nei campi, specialmente nelle vigne,quindi il saltaro doveva essere robusto e deciso, e meglio se imponente perchè doveva incutere timore e mettere paura a tutti. Per spaventare i ladri doveva vestire in modo particolare, con pellicce di animali per esempio e portava sopratutto dei cappelli veramente inusuali e appariscenti da far invidia alla regina Elisabetta,inoltre era sempre armato di un lungo bastone nodoso, pronto a sbatterlo nella testa di chiunque si fosse azzardato a mettere piede nella proprietà,mettiamoci poi che questi erano dediti spesso anche a qualche "mezzino" di vino...Comunque sia era una figura importantissima nella Garfagnana rurale di quei tempi.Il saltaro non era solo a guardia dei campi,ma anche dei boschi, doveva sorvegliare che non fosse rubato alcun frutto che la natura donava sia coltivato che naturale, come funghi, mirtilli,castagne e quant'altro il buon Dio offriva.Fra gli antichi compiti competeva anche di vigilare sui pascoli,sulla custodia delle recinzioni, del fieno e dei corsi d'acqua che scorrevano nel podere.Ogni anno i saltari venivano eletti dal comune, pertanto era una guardia comunale in piena regola con compiti essenzialmente esecutivi e pratici, addirittura doveva prestare un giuramento, come si può leggere dagli statuti e dai regolamenti del paese di Gragnana (Piazza al Serchio) del 23 marzo 1539 custoditi presso l'Archivio di stato di Modena:



"Della elezione del saltaro. Cap. ij
Il castello e la chiesa diroccata
di Santa Margherita a Gragnana
(foto amalaspezia)

Item statuiamo che loffitiale o si Consulo di epso comune, che per li tempi sara sia tenuto et debbi dapoi che sara electo Consulo, ... octo giorni convocare li homini di detto comune et di quelli una.. conli soprastanti didetto comune debbi eleggere et trovare diditto comune, uno saltaro et guardiano di danni dati inditto comune et suo distretto con salario ordinato per li soprastanti diditto Comune. Et chi sara eletto, sia tenuo detto officio acceptare et jurare fare quello bene et diligentemente alla pena di B (bolognini) VI. Et si accettare et jurare non volesse paghi ditta pena et sia exempto daldetto officio da li anno proximo sequente. Et esso officio duri sei mesi, et piu et ..... facendo la vulunta de soprastanti. Et vaglino le accuse fatte per detto Saltaro con juramento et non sipossi excusare e per difetto diprove ne di testimoni. Alequale accuse con juramento sia creduto senza alchuna altra probatione."

di conseguenza poi veniva assunto dal contadino o dal signorotto locale,sopratutto nel periodo estivo-primaverile, da aprile fino anche ad ottobre (tempo di castagne), inoltre era responsabile di ogni danno che veniva commesso dentro la proprietà di sua competenza e per evitare tutto ciò aveva il suo punto di osservazione su una torre di legno detta "tezza", dove osservava tutto e tutti e quando qualcuno voleva attraversare il suo terreno per transitarci chiedeva, o forse meglio dire pretendeva, quella che oggi si chiamerebbe tangente, ovvero esigeva soldi in cambio del semplice passaggio,da aggiungere poi che non disdegnava il compenso che ogni singola famiglia di contadini gli donava,spesso e volentieri erano compensi in natura, insomma essere nominato saltaro era, come si diceva una volta "fare tredici al totocalcio", difatti il suo stipendio di pochi mesi si diceva che equivalesse quasi quanto avrebbe guadagnato un bracciante agricolo per tutto
l'anno.Sicuramente era un mestiere che aveva i suoi pro e i suoi contro, in realtà aveva regole stabilite, una di queste era che il saltaro non poteva dormire più di tre, quattro ore per notte, non poteva mai abbandonare il luogo di lavoro ed era perciò in servizio permanente.C'era anche la possibilità che all'interno di una proprietà vi fosse più di un saltaro dipendeva questo da quanto era grande il possedimento e la terra da vigilare,praticamente dove c'era un feudo esistevano più saltari che prendevano il nome dal bene sorvegliato: saltnerius feni, saltnerius pastorum, saltnerius vinerum (saltaro del fieno, del pascolo e delle vigne),questo
Pascoli a San Pellegrino in Alpe 1930
continuo contatto con la natura lo rendeva un estremo conoscitore di essa, da renderlo uno dei più specializzati intenditori nella conoscenza delle erbe aromatiche.Un personaggio praticamente quasi inavvicinabile, scontroso,a volte violento tanto che 500 anni fa era considerato per i bambini come l'attuale uomo nero, le mamme minacciavano così quando il piccolo faceva le bizze:

 -Guarda che se non obbedisci arriva il saltaro che ti porta insieme a lui nel bosco!- 
Personaggi questi quasi dimenticati, che come per magia ogni tanto qualche vecchio archivio polveroso restituisce...

mercoledì 13 maggio 2015

"Il baliatico": quando le donne garfagnine emigravano per fare da balia ai bimbi delle signore ricche...

emigranti in partenza
Storie dure,di privazioni, sacrifici, di famiglie abbandonate nella speranza di una vita migliore,lavoro duro ma onesto per guadagnare quei maledetti soldi per risollevarsi da un destino scritto.Non sono storie di oggi, non si parla di migranti giunti con i barconi da chissà dove. Si tratta dei nostri bisnonni,dei nostri parenti che partivano dalla Garfagnana per ogni angolo del mondo per lavorare e cercare poi di mandare qualche soldo alla famiglia lontana nella speranza di un ricongiungimento.Tanto per parlare in cifre e capire bene l'entità di questo fenomeno dal 1880 sono state calcolate mediamente 1000/1500 persone l'anno emigrate in un territorio come la Valle del Serchio di circa 40.000 anime Di solito erano gli uomini, i capifamiglia a prendere la gravosa decisione di abbandonare la Garfagnana  per andare nelle lontane  "Meriche" (n.d.r: in alcune lettera di emigranti garfagnini le lontane Americhe venivano chiamate erroneamente "Meriche"), ma stavolta vi racconto il contrario e cioè quando erano le donne che partivano e i mariti rimanevano a casa a coltivare i campi, addirittura si può dire che i primi flussi migratori garfagnini erano composti da sole donne, fatto veramente singolare che vale la pena di essere raccontato.Tutto cominciò molto prima del grande esodo fine ottocentesco,quando i garfagnini cominciarono a partire per la Corsica impiegandosi nei lavori agricoli e poi in Francia attratti da paghe migliori, insieme agli uomini partirono anche le loro mogli, giovani spose, forti e robuste che trovarono impiego come balie, da li cominciò quel fenomeno meglio conosciuto come "baliatico". Spieghiamo un po' di cosa si trattava: il baliatico nacque come frutto di questa migrazione stagionale in Corsica e nella parte meridionale della Francia. Ebbe inizio poco oltre la metà dell'800 e si sviluppò principalmente ad Ajaccio, Bastia, Nizza ed anche Parigi.
"La Signora allattando perde la linea...se si trovasse una balia, non baderebbe a spese!"
La voce corre e giunge in Garfagnana:le donne e le ragazze garfagnine sono considerate le migliori in assoluto in tutta la Corsica e nel sud della Francia, le migliori perchè robuste,sane, si cibano di cose naturali e anche per carattere sono le più servizievoli e con pochi idee balzane nella testa. Il trattamento che veniva offerto era veramente allettante: oltre al vitto e
Balie garfagnine 1906
all'alloggio ben diverso da quello abituale, si prometteva un salario doppio e anche triplo rispetto a quello dei mariti che in quelle stesse zone avevano lavorato come braccianti. Molte mamme lasciavano i loro bambini a casa, in Garfagnana, ed andavano ad allattare i bambini delle signore. Scriveva il Gian Mirola (n.d.r: noto scrittore e studioso garfagnino):

"Qualche volta il baliatico fu imposto come condizione di matrimonio:ci sposiamo, tu vai a far da balia, io resto qui, al nostro figlio daremo il latte della Brunella (la mucca)".
Naturalmente si trattava di un lavoro temporaneo, il lavoro da balia durava dai 12 ai 14 mesi tranne nei casi che il bambino affidatole morisse o lei perdesse il latte. Poteva capitare (molto spesso) che ultimato l'allattamento, la balia passasse ad un altra famiglia o rimanesse nella solita casa come serva. Ma guardiamo come avveniva la selezione per diventar balia. La donna interessata si presentava ad un medico o a alcune levatrici locali che facilitavano l'incontro tra domanda ed offerta spesso dietro al pagamento di una tariffa. Esistevano radicate convinzioni che rapportavano l'aspetto fisico delle donne (alte,basse,brune o bionde) alla loro capacità di balia e prevedevano un trattamento economico conseguente. Individuata la famiglia di destinazione la balia garfagnina doveva essere pronta a partire appena richiesto ma alla condizione essenziale e tassativa che il marito rimanesse in Garfagnana, senza mai raggiungerla dato che, si credeva che eventuali rapporti sessuali potessero  avere in qualche maniera effetto sull'allattamento. Le veniva quindi pagato il viaggio verso la Corsica, un salario mensile, inoltre regali ed omaggi in funzione della sua bravura e del rapporto che si instaurava tra lei e il bambino, esisteva inoltre un corredo da balia che andava dagli abiti, alla biancheria, perfino ai gioielli nelle famiglie più ricche.Naturalmente non era tutto rose e fiori consideriamo sempre la lontananza della famiglia,la difficoltà della lingua e dell'impatto sull'ambiente cittadino e tutta quella serie di comportamenti imposti che cozzava in pieno con lo stile di vita garfagnino. Si pensi alle norme igieniche da osservare per
Balie al parco
l'allattamento o ai precisi orari per le poppate. Ci fu inoltre (tanto per complicare le cose) tra la fine dell'800 e gli inizi del '900 un forte movimento che si vedeva contrario a questo tipo di emigrazione e di lavoro, fu ampiamente discusso e criticato questo abbandono della propria prole da parte delle balie, fortissime furono le polemiche anti- emigrazione, anche nella nostra valle si ebbero vere e proprie campagne denigratorie contro le balie condotte da alcuni giornali locali con esplicite accuse di "maternità mercenaria", la cui deriva naturale (così si diceva) era il meretricio (la prostituzione). Ma ciò che turbava veramente i denigratori era il sovvertire dei ruoli familiari consolidati che portava la donna ad assumere il ruolo di capofamiglia, inteso nella semplice accezione di chi guadagna di più. Ma come detto nonostante gli ottimi guadagni la sofferenza di queste donne garfagnine era tanta, questo è uno stralcio di una lettera del 1901 di una balia garfagnina di Villa Collemandina alla propria famiglia che cresce suo figlio:

"Il bimbo mi farete sapere se via fatto tribolare e mi direte se continua andando migliorando se avere speranza che cammini almeno verso primavera e quanti denti a fatto mi direte tutte le cose che o molto piacere disaperle, la lettera che mia scritto il fratello gredetemi chio non sono stata capace di leggerla una volta intiera senza piangere".La vostra Anna.
la balia,il bimbo e la mamma
Il baliatico si protrasse ancora molto nel tempo da quella data ed è innegabile che contribuì sostanzialmente alla trasformazione dei costumi e della mentalità.