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mercoledì 8 luglio 2020

Un'emigrazione "inconsueta"... Quando in Garfagnana si partiva per la Sardegna

Mare stupendo, spiagge selvagge, sole cocente, movida sfrenata...
No, la Sardegna non ha rappresentato sempre questo. Prima del "Billionaire", prima di Porto Cervo, la Sardegna era sudore e fatica e la gente che partiva dal cosiddetto "continente" non partiva purtroppo per spensierate vacanze, ma per lavorare. Sembrerà alquanto strano ed anomalo ma ai tempi delle grandi emigrazioni non si partiva solo per le lontane Americhe o per gli esotici stati sudamericani, si emigrava anche all'interno dell'Italia, spostandosi da una regione all'altra. Naturalmente questo fenomeno non sarà inconsueto negli anni del secondo dopo guerra, quando dal sud Italia si emigrava verso le regioni industrializzate del nord. Sicuramente  rimane però insolito del perchè anche dalla Garfagnana si emigrava in Sardegna, regione se si vuole (all'apparenza) "povera" come lo era la Garfagnana al tempo.
Per spiegare al meglio il caso risaliamo all'origine di tale perchè, un perchè che parte prima della venuta di Cristo e da quelle fonti egizie che chiamavano la Sardegna "l'isola del grande verde". Un
luogo denso di vegetazione, foreste, boschi, che con il trascorrere dei millenni fu drasticamente rasato del suo verde. Ogni popolo che metteva piede su quest'isola distruggeva un po' di queste selve: Fenici, Cartaginesi e Romani abbatterono le foreste per far spazio alle piantagioni di grano e bruciarono i monti per stanare i nemici. Ma il peggio doveva venire e l'apoteosi giunse quando i Piemontesi (o meglio i Savoia) presero possesso dell'isola. Nel 1740, appena vent'anni dopo l'inizio del dominio savoiardo, il re Carlo Emanuele III aveva già distribuito a destra e a manca concessioni varie per il diritto di sfruttare le miniere con relativo permesso di prelevare nelle circostanti zone il carbone e la legna per le fonderie. Lo scempio continuò imperterrito fino al 1861. Nel 1861, con l'Unità d'Italia la partita si chiuse definitivamente, con lo sviluppo industriale la richiesta di combustibile si era fatta più pressante e perentoria. Con il regno di Umberto I fu impressa una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, lo stato
Italiano fra il 1863 e il 1910 autorizzò la distruzione di splendide e primordiali foreste per l'incredibile estensione di 586.000 ettari... un quarto dell'intera superficie sarda... e per fare questo c'era bisogno di uomini, di forza lavoro, di gente dedita alla fatica e non bastavano i soli sardi e chi meglio allora dei "vicini" toscani? E ancora meglio, chi della gente di Garfagnana? Da sempre gente avvezza alla fatica e al duro mestiere del carbonaio e del boscaiolo?
"I toscani lavoravano di buona lena. Si udivano le loro voci allegre e forti mentre le schegge bianche sprizzavano, diffondendo l'odore del legno fresco. I toscani erano attenti, precisi e gli alberi cadevano tra una carbonaia e l'altra, e poi venivano sfrondati, trascinati via, segati e spaccati con i cunei e le mazze". Lo scrittore Giuseppe Dessì nel suo libro "Paese d'ombre" descriveva così il lavoro dei toscani, una mansione che questi uomini erano abituati a fare da secoli e secoli, ma questa volta l'ambientazione per loro fu decisamente diversa, l'attività si svolgeva nei boschi della Sardegna. "Quegli uomini dalla faccia rubiconda e dalla voce sonora" (così come li descriveva lo stesso Dessì)provenienti dalla Garfagnana, a differenza di altri garfagnini emigrati in altre
nazioni venivano in Sardegna attuando un emigrazione di tipo stagionale, di solito questa periodo di tempo andava da novembre a giugno, quando la nostra terra non dava nessun frutto per la sopravvivenza della famiglia. Questi uomini sarebbero poi tornati in Garfagnana in estate nel momento dei raccolti del grano, del granturco e sopratutto delle castagne. Sicuramente a casa propria nella fase invernale sarebbe rimasto qualcuno di famiglia a preparare la terra per la buona stagione. 
"L'emigrazione deve attribuirsi alla soverchia della popolazione di fronte alla poca quantità del terreno coltivabile, il quale non può dar lavoro o sussistenza che per pochi mesi l'anno. Quasi tutti gli emigranti sono poveri, e posseggono una cattiva casa ed un poco di terra coperta da castagni a cui hanno grande affezione", così il prefetto descriveva perfettamente il fenomeno dell'emigrazione garfagnina in Sardegna. Rimaneva comunque il fatto che la vita per il povero garfagnino anche in Sardegna sarebbe rimasta tribolata, questo tipo di emigrazione infatti (a differenza di quella americana) non era alla ricerca (proprio perchè stagionale)di un'evoluzione stabile sociale e lavorativa dell'individuo, qui più ore si lavorava e più si guadagnavano soldi, a sfruttare questa situazione erano sopratutto due ditte che assumevano questi
garfagnini per un lavoro durissimo. C'era quindi la "Carradori" che si era aggiudicata 2000 ettari di superficie boschiva nella Sardegna sud orientale e la "Quilici" che aveva appalti nel comune di Baunei (Nuoro). Gli infortuni sul lavoro erano purtroppo all'ordine del giorno, ma non solo, con il tempo si potevano contrarre patologie professionali all'apparato respiratorio, anche la vita sociale era limitatissima, si viveva nei boschi, in alloggi improvvisati, sprovvisti di qualsiasi comodità, il contatto umano era solo con gli altri carbonai e la mancanza di casa così si faceva sentire ancora più forte, difatti Adolfo Mazzanti di Gallicano ricordava: "In Sardegna dormivo dentro un sacco con cimetti di leccio, avevo caldo, ma c'erano anche le pulci. Dai, dai, a grattarmi, alla mattina loro erano piene, io dovevo alzarmi. E il leccio mi bucava con le punte dei cimetti. Dormivo con i miei compagni del carbone in una baracca coperta di carta catramata e per le gocce dell'acqua quando pioveva ci si metteva sotto un pentolino. Il vento rompeva la carta. La porta era una fascina. Si faceva legna e carbone. Nove stagioni in Sardegna. Alle quattro la mattina la sveglia. Alle otto colazione, lardo sardo
carbonaie
arrostito con il pane"
 . Anche la natura si dimostrava certe volte avversa, non bastava lottare strenuamente con condizioni di vita pessime: "Nella foresta Taccu Addai dove lavoravano centinaia di uomini sotto la ditta Quliici, due operai muoiono uccisi da un fulmine", così "L'Unione Sarda". A ciò si aggiungevano gli incendi, facilmente originati dal fuoco incontrollato delle carbonaie. Insomma, una pagina di storia dell'emigrazione quasi dimenticata, chi non dimenticò mai furono coloro che questa esperienza la vissero sulle proprie spalle: "Io sono andato in Sardegna nel 1938 e nel 1939. Ci ho fatto due campagne. Si partiva a novembre e si tornava a giugno, per San Pietro. Noi si scollettava il carbone, poi c'erano i carbonai che lo facevano e gli scariolanti che lo portava con il carro tirato dai buoi. Noi scollettini gli si facevano anche le strade, dove era più comoda la foresta. Così si risparmiava di portarlo noi. S'attaccava la mattina con le stelle e la sera con la luna, con la ditta Berti Mosè e figli. I carbonai erano quasi tutti pistoiesi. Era faticosa, la mattina e la sera in quelle piazze! Anche 100 balle di carbone per ogni piazza s'imballava in quelle foreste vergini, con quei lecci grossi. E se c'era da scollettarle c'era da pigliarle tutte in collo e portarle sulla strada dove c'erano i carri. Le balle più pese era 110-120 chili e non erano poi tanto pese, in altre ditte erano anche 140 chili. Però in quella ditta non c'era mai tregua, i carri andavano e venivano. Invece in altre ditte partivano la mattina, andavano su e alle nove avevano finto di caricà i carri e

prendevano la zappa e andavano a concià la strada centrale e fino alla mattina dopo non riprendevano. Noi invece non si finiva mai, però davano 50 lire in più al mese ed erano tante!...Però sortivano gli ossi! Venni a casa la mattina di San Pietro, quando la mì moglie mi lavò mi tirava via dalla schiena la pelle callosa...", così narrò Elio Biagi di Gallicano... Alla faccia del "Billionaire".


Bibliografia

  • "Stasera venite a vejo Terè?" Le veglie della Garfagnana. Gruppo vegliatori di Gallicano. Banca dell'identità e della memoria 2007  

mercoledì 22 aprile 2020

Garfagnini ad Ellis Island: l'isola delle lacrime...

"Eravamo una tra le tante famiglie sgomente che ogni nave in arrivo
a New York scaricava in un luogo tetro, chiuso da sbarre di ferro... Ellis Island era una bolgia spaventosa di uomini, donne, bambini che si agitavano come un gregge senza pastore. Mi sentii gelare il cuore. Quella scena creò in me un senso di paura e d'angoscia che doveva perseguitarmi per molto tempo. Fummo trattenuti li dentro per tre eterne giornate". Questa era la bolgia degli sgomenti di Ellis Island nel 1907, vista dagli occhi di un bambino di 11 anni. Erano gli occhi di Edoardo Corsi, emigrato dal lontano Abruzzo con tutta la famiglia. Ventiquattro anni dopo questo sbarco, destino volle che il presidente degli Stati Uniti d'America Herbert Clark Hoover, nominasse quell'uomo Commissario dell'emigrazione di Ellis Island. Durante il tempo in cui diresse il centro logistico dell'emigrazione, Corsi annotò un vasto campionario di casi umani: famiglie divise da un'assurdo ingranaggio legislativo, schiere di immigrati rispediti come vuoti a perdere nel loro paese d'origine per un difetto fisico o una malattia. Alla fine della sua carriera trascrisse in un
libro(All'ombra della libertà), la disperazione di quanti venivano truffati, derubati e maltrattati e fra questi disperati narra di alcuni garfagnini. D'altronde lui queste persone di montagna le conosceva bene, suo padre, Filippo Corsi, era stato eletto deputato nel collegio di Massa Carrara (provincia di cui al tempo faceva parte la Garfagnana), perdipiù questa gente era simile a quella del suo luogo d'origine: Capestrano, un borgo di poche anime in provincia de L'Aquila, abitato da gente umile e dedito alla pastorizia, proprio com'era la nostra valle agli inizi del secolo scorso.
Prima però di leggere quello che subirono i garfagnini su quest'isola è bene capire cos'era questo triste luogo situato al largo della baia di New York. E' stimato che da li, quasi la metà degli americani può rintracciare nella propria storia familiare almeno una persona passata per Ellis Island. Prima che Samuel Ellis, intorno al 1770 diventasse proprietario di quest'isolotto, il sito era un'avamposto militare per difendere la città dagli attacchi dei pirati. Fort Gibson, così si chiamava il forte che presidiava l'isola, aveva un porto fortificato pieno di munizioni e depositi d'armi. Con il tempo i pirati cessarono di essere una minaccia per New York e l'isola così passò di mano in mano cambiando più volte proprietario e nome (Kioshk, Oyster, Dyre, Anderson's Island), tutto ciò fino al 1892 quando l'isola si trasformò in una stazione d'ispezione per l'immigrazione per milioni di migranti che venivano negli Stati
L'arrivo ad Ellis Island
Uniti. D
el resto di li transitarono 22 milioni di persone che attraverso le loro testimonianze fecero ben presto diffondere la fama dell'isola in tutto il mondo, facendo diventare questo luogo una vera icona dell'immigrazione. L'arrivo degli emigrati italiani non era facile, dopo la lunga fatica del viaggio altre difficoltà incombevano: l'ammissione negli Stati Uniti. I passeggeri di prima e seconda classe venivano esaminati dai funzionari direttamente sulla nave, erano infatti considerati abbastanza ricchi per non essere di peso allo Stato, quelli di terza invece venivano condotti proprio ad Ellis Island dove ricevevano la visita medica, chi fra questi doveva subire ulteriori accertamenti veniva marchiato con un segno sulla schiena fatto con il gesso: PG per le donne incinta, K per l'ernia,  X per problemi mentali e così via, la legge americana a riguardo purtroppo parlava chiaro:"...i vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose,
aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano", per loro il reimbarco sarebbe stato immediato.  Quelli che invece superavano il controllo accedevano alla sala registrazione per espletare la parte burocratica: nome, luogo di nascita, stato civile, destinazione, disponibilità di denaro ed eventuali carichi penali. I malati venivano messi in quarantena nell'ospedale locale in attesa di ricevere il nulla osta per entrare in America. L'accesso non era poi consentito alle donne e ai minorenni soli: le prime dovevano sposarsi ad Ellis Island, mentre i secondi, dovevano trovare un garante o essere adottati se orfani. Dopodichè, dopo aver affrontato per giorni interi la dura legge di Ellis Island, i fortunati ricevevano il permesso per sbarcare e venivano accompagnati al traghetto per Manhattan, per vivere il loro American Dream.
Ma per molti il sogno americano non sarebbe mai cominciato e fra questi alcuni garfagnini: "...le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane, particolarmente quando si
Il salone principale di
Ellis Island
riferiscono a uomini e donne dal comportamento onesto il cui unico crimine consiste nel fatto che hanno osato entrare nella Terra Promessa senza conformarsi alla legge. Ho visto centinaia di persone del genere costrette a ritornare nel paese di provenienza, senza soldi e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate che non si erano mai riunite, madri separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo"
. Sono sempre le parole di Edoardo Corsi che ricorda anche di certi accadimenti riferiti ai "toscani della Garfagnana" . Un caso emblematico fa riferimento ad una donna garfagnina che anni dopo gli rilasciò la sua impressione  per la stesura del suo libro: "Grazie a Dio eravamo di nuovo liberi e lontani dall'inferno di Ellis Island. La notte mi svegliavo sempre dalla paura. Questo trauma rimarrà in me tutta la vita. I miei figli che erano con me soffrivano, come soffrivano gli altri bambini. Non
New York da Ellis island
c'erano bagni, ne aria fresca e per i piccoli nemmeno un posto dove dormire se non fra le mie braccia. Il fetore e il caldo erano insopportabili e ogni giorno che passava le forze mi venivano meno, se fossimo rimasti un giorno di più non so cosa sarebbe successo. Quando  dopo alcuni giorni ci dissero che non potevamo sbarcare fu un sollievo, non m'importava più niente, volevo tornare sulle mie montagne, non m'interessava se avessi dovuto cominciare nuovamente a tribolare, meglio tribolare che rimanere ad Ellis Island fra orrori e crudeltà"
A qualcuno andò peggio, la disperazione, lo sconforto e la delusione presero una piega tragica per "un massese della montagna apuana" (n.d.r: la persona potrebbe essere massese o anche garfagnino, 
la Garfagnana  era in provincia di Massa): "il pover'uomo ricevette l'ordine di rimpatrio. Le guardie di Ellis Island lo condussero sul transatlantico francese "Lorraine" la notte del 7 luglio. La mattina dell'otto luglio, alcuni attimi prima che il vascello salpasse,
Ellis Island dall'alto
disse ai compagni che avrebbe voluto morire piuttosto che ritornare in Italia dopo le promesse che avrebbe avuto successo in America. Dopo aver detto così premette il grilletto e pose fine alla sua vita".

Un'altra testimonianza la riportò Monsignor Scalabrini. A pochi giorni dal suo arrivo a New York, dove era stato accolto calorosamente da italiani ed americani, si era recato al porto di Ellis Island per assistere allo sbarco 650 boscaioli italiani provenienti dalla Garfagnana, dalla montagna pistoiese e dalla Maremma, lì presenziò ad un fatto a dir poco spiacevole. Racconta infatti di una guardia
Ellis Island oggi
  che aveva invitato uno di questi emigranti ad uscire in fretta dallo stabile. L'italiano impossibilitato a correre dalla folla presente e dalle due valigie che portava aveva ricevuto una tremenda bastonata nelle gambe, il boscaiolo prontamente reagì dando due schiaffi al bastonatore...

Comunque sia andata per oltre sessant'anni questo anonimo isolotto fu la porta d'accesso al "nuovo mondo" e riflettendoci bene oggi è quasi impossibile non volgere un pensiero ai nostri avi che intrapresero questo viaggio
della speranza. Per chi vuole trovare tracce di questi avi garfagnini(e non) emigrati nelle "lontane americhe", esiste un modo."The statue of liberty foundation", da libero accesso al proprio archivio per cercare coloro che passarono da "l'isola delle lacrime"... (per la ricerca clicca https://www.libertyellisfoundation.org/passenger)


Bibliografia:

  • In the Shadow Liberty, 1935 Edoardo Corsi (ed. it. All'Ombra della libertà – Ed Il Grappolo, Mercato San Severino, 2004)

mercoledì 30 gennaio 2019

Che lavoro facevano gli emigranti garfagnini del 1900?

La regola è primordiale: lavorare per vivere, per vivere (nel senso
più stretto della parola)bisogna mangiare, per comprare da mangiare servono soldi e se vuoi i soldi devi lavorare. Questa è il principio base per cui lavoriamo. Prima c'era il baratto considerato la prima forma storica di scambio di beni: ad esempio il lavoratore arava il campo e in compenso il padrone del terreno dava al contadino generi alimentari con cui sfamare se stesso e la famiglia, poi la storia cambiò e subentrò "il vil denaro": allo stesso modo il contadino arava il campo, il padrone pagava con sonante moneta e il lavoratore con quei soldi poteva comprare il suo cibo dove voleva. Questa sistema basilare vale per ognuno, a patto che il lavoro ci sia per tutti...Questo è il fatto per cui molti garfagnini emigravano verso paesi più ricchi e con maggiori possibilità di lavoro, generalmente è il solito motivo per cui anche oggi molti immigrati raggiungono le coste italiche. D'altronde i dati forniti dal "Rapporto sull'economia dell'immigrazione" a cura della Fondazione Moressa parlano chiaro: gli extracomunitari regolari che lavorano svolgono una mansione di media e bassa qualifica, il 74% dei collaboratori domestici è infatti straniero, così come il 56% delle badanti e il 51% dei venditori ambulanti e ancora il 39,8% dei pescatori, pastori e boscaioli e d'origine immigrata, così come il 30% dei manovali edili e braccianti agricoli. Ad oltre un secolo di distanza è interessante fare un parallelo con gli emigrati garfagnini di un tempo e vedere le differenze sui lavori svolti dagli attuali immigrati in Italia, vedremo poi che in questo senso le difformità non sono poi molte. 
Per gli uomini della Valle del Serchio il mestiere qualificato più
figurinaio
praticato era quello del figurinaio. Siamo intorno al 1870, anno in cui fu svolta un'inchiesta industriale tra i lavori e i commerci degli italiani all'estero e appunto risultava al primo posto l'arte del figurinaio. A Parigi ad esempio ne esistevano una dozzina, con il tempo questi affinarono la loro arte diventando creatori di modelli, altri duecento circa erano operai figurinisti. A New York la cosa cambiava e vedeva la colonia garfagnina fatta prevalentemente da operai, furono circa undicimila che a a scalare diventeranno  agricoltori, muratori, scalpellini, marinai, pescatori, garzoni, cuochi, confettieri, figurinai in gesso, suonatori di organetto e commercianti. Una menzione particolare fra tutti questi lavoratori va ad Attilio Piccirilli, diciamo subito che con la nostra valle non ha niente a che fare, ma la vicenda va sottolineata perchè è poco conosciuta. I Piccirilli venivano da Carrara, dapprima erano impiegati nelle cave delle Apuane come cavatori, ma una volta emigrati in America si dedicarono alla scultura ornamentale. Il loro studio era a New York, nel Bronx, nel 1901 parteciparono ad un concorso con quaranta concorrenti dove si aggiudicarono il primo posto per scolpire la maestosa statua di Lincoln in quello che oggi
La statua di Lincoln
al Lincoln Memorial Washington
è appunto il Lincoln Memorial a Washington. Una volta che fu realizzata l'opera arrivò la delusione più grande, il pregiudizio anti italiano colpì la commissione che aveva delegato i lavori, il nome dei Piccirilli non comparirà mai sul piedistallo della statua, ma verrà apposto solo quello del suo ideatore Chester French. D'altra parte era dura la vita dell'Italiano emigrato, nel 1889 il console italiano Giampaolo Riva di New York diceva: "
Al loro primo por piede sovra questo suolo americano; ignari della lingua e degli usi, privi di appoggio e di direzione, creduli e fidenti in questa terra da loro vagheggiata come la fine di ogni miseria, come la soglia dorata di ogni prosperità, essi cadono in potere di bassi speculatori che li ingannano...". Chi riusciva a scampare al raggiro lo aspettavano comunque i lavori più duri. Dalla Garfagnana molti si adoperarono come sterratori, boscaioli, carbonai, minatori e tantissimi erano i contadini impegnati in lavori faticosissimi è il caso di Enrico Fiori che segui una colonia di abitanti di Piazza al Serchio e Giuncugnano, diretta negli anni '20 del '900 in Australia, nello
Tagliatori di canne
 di zucchero in Australia
stato del Queensland a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Stessa sorte toccò ad Angelo Fenili, lui andò a lavorare alla costruzione delle linee ferroviarie brasiliane nell'impresa dei fratelli Baccili originari di Vagli. Non furono comunque solo operai i garfagnini, molti si dedicarono anche al commercio. Nell'aprile del 1900 "La Domenica del Corriere" dedicò ampio spazio alla comunità italiana emigrata a Londra che risiedeva nel quartiere "italiano" di Saffon Hill, chiamato in modo spregiativo dagli inglesi "l'Abissinia", oltre a descrivere lo stato di degrado del quartiere il giornale diceva che oltre 2500 venditori ambulanti partivano di li ogni mattina per vendere la loro merce in centro città, molti di questi erano per appunto emigrati dalla Valle del Serchio che vendevano le castagne arrosto o i gelati. Da un rapporto della polizia di Coventry al viceconsole italiano si parla di un certo Giannotti di Castiglione Garfagnana, trovato morto d'infarto in giovane età nella sua casa inglese dove abitava da solo, oltre al povero cadavere gli inquirenti rinvennero anche il testamento, dove oltre a "due para" di mutande ed a un orologio in argento lasciava ai suoi cari, residenti nella lontanissima Garfagnana, anche un carretto per la vendita del gelato, uno sbatti uova e un mescolatore...tutto frutto del suo lavoro. Ci sono stati anche coloro che furono più fortunati, da semplici commercianti con il tempo passarono ad essere dei veri e propri industriali. Questo infatti è quello che successe alla ditta alimentare Gonnella. Alessandro Gonnella arrivò a Chicago nel 1886 e li riprese l'attività che aveva abbandonato a Barga, infatti riapri in città un piccolo forno in cui lavorava da solo. L'azienda cominciò a
il "forno" Gonnella a Chicago
svilupparsi quando gli venne la brillante idea di consegnare il pane a domicilio. Agli inizi del '900 gli vennero in aiuto i fratelli della moglie e nel 1915 fu costruita in Erie Street, quella che ancora oggi è la sede principale del gruppo industriale. Attualmente è fra le migliori cento panetterie americane.

Destini e storie che s'intrecciano con il passare dei secoli, oggi sui giornali sembra leggere le solite cose scritte su questo articolo: lavori duri, umili, pesanti, talvolta si sente parlare di migranti raggirati o truffati...insomma le storie purtroppo non cambiano, ma i protagonisti si... 



Bibliografia

  • Rapporto annuale sull'economia e l'immigrazione 2017 Fondazione Leone Moressa
  • "Storie di ieri, storie di oggi, di donne di Uomini. Migranti" Fondazione Paolo Cresci

mercoledì 20 settembre 2017

Gli "Enemy Aliens" garfagnini. L'internamento degli italiani in America nella II guerra mondiale

Queste sono le dolorose vicende accadute durante la II guerra
l'ingresso nel campo di concentramento
di detenuti italiani
mondiale a due famiglie originarie della Valle del Serchio, che in questo articolo hanno scelto di rimanere anonime. Sono due famiglie che oggi (e come al tempo dei fatti) vivono serenamente e agiatamente negli Stati Uniti d'America, una proveniente da Barga e da tre generazioni residente in California, mentre l'altra è di Vergemoli ed è nello stato dell'Oregon da circa novant'anni. Hanno una cosa in comune, oltre alla solita origine, hanno da raccontarci la storia dei loro avi, partiti da emigranti dalla Garfagnana nei primi anni del 1900, pieni di buone speranze di essere accolti nella Terra Promessa d'America come lavoratori e cittadini onesti...e così fu, fino al momento in cui non furono dichiarati "Enemy Aliens", ossia, stranieri nemici.

Chi erano coloro che gli stessi americani identificarono come Enemy Aliens? Tutto cominciò quel maledetto 10 giugno 1940 con la dichiarazione di guerra, quando Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia palesò la volontà di mettere a ferro e fuoco Gran Bretagna e Francia e si concretizzò definitivamente nei fatti l'11 dicembre 1941, quando anche gli Stati Uniti d'America diventarono ufficialmente nostri nemici. A quel punto seicentomila civili italiani e italo -americani regolari che si trovavano sul territorio statunitense furono trattati da ostili e per questo sottoposti a coprifuoco, ai controlli della polizia, al sequestro dei beni e alla
I giornali dell'epoca italiani parlavano già
degli arresti degli italiani negli U.S.A
deportazione in campi di concentramento americani, tutto questo senza aver commesso nessun tipo di reato. Avvenimenti poco conosciuti questi, che anche gli stessi italiani che furono sottoposti a queste restrizioni cercarono presto di dimenticare, sono stati oltre settant'anni di silenzio e giusto negli ultimi lustri comincia a riaffiorare qualche storia che i nipoti e i figli di questi poveri deportati hanno raccolto dai loro nonni, zii o padri, episodi che raccontavano malvolentieri, narrazioni quasi estorte dalle loro bocche, l'amarezza e il pudore affioravano dalle loro parole per un Paese che mai a loro ha chiesto scusa. Ecco allora le testimonianze da me raccolte, grazie all'aiuto fondamentale dell'amico giornalista freelance Francis Poli che mi ha messo in contatto con queste due famiglie sopracitate che mi hanno raccontato le vicende dei loro cari, relegati nel campo di concentramento di Fort Missoula nel Montana. Anche i parenti (come detto) per rispetto alla volontà che fu espressa dai loro antenati hanno preferito rimanere anonimi.

"Il primo a partire- racconta Al (diminutivo di Alfredo)- fu mio padre da Vergemoli. A Vergemoli lavorava nei campi, era il secondo
Il campo di concentramento di Fort Missoula
di nove fratelli e da mangiare per tutti non ce n'era. Prese così la decisione insieme ad uno zio di partire per l'America. Raggiunse così le coste del New England dove lavorò come facchino nei vari porti della zona, poi si presentò l'opportunità di trasferirsi in Oregon a lavorare come taglialegna, qui la paga era buona, così mio padre richiamò anche mia madre dal'Italia. Si stabilirono definitivamente a Medford ed ebbero quattro figli (fra cui io). Purtroppo mio padre morì presto e mia madre rimase sola con i bambini da crescere. Il mondo ci cadde addosso un giorno di novembre del 1942, quando ricevemmo a casa due comunicazioni ufficiali del governo. La prima ci informava che durante l'operazione Torch (n.d.r: l'invasione del Marocco da parte delle truppe americane) mio fratello era deceduto sotto il fuoco avversario durante lo sbarco, mentre l'altra lo stesso governo che aveva portato via un figlio a mia madre per difendere la bandiera a stelle e strisce ci dava notizia che proprio la mia mamma era stata classificata come "enemy alien"...una straniera nemica. Quanto prima doveva prepararsi per essere arrestata ed internata. La polizia e l'F.B.I sarebbero venuti a prenderla"

La cronaca di quel periodo ci racconta che la polizia nel giro di poco tempo chiuse scuole, giornali, circoli italiani, pizzerie, rosticcerie, tutti luoghi sospettati di essere centri di
I giornali americani cosi
dicevano "Gli Italiani
hanno colpito.
Mussolini è in azione qui"
propaganda fascista o addirittura cellule fasciste di reclutamento.

"Mia madre -continua Al- non si riprese più, dopo la liberazione la nostalgia per la Garfagnana fu ancora maggiore, pregava giorno e notte che la riportassimo a vivere all'ombra della Pania, non fu mai possibile se non in qualche breve vacanza, ed è il mio più grande dispiacere"
Per capire bene a che livello fosse in America la psicosi anti-italiana è emblematico il fatto successo a Francesco Di Maggio che abitava a San Francisco, era il padre del più famoso giocatore di baseball di tutti i tempi Joe Di Maggio (futuro marito di Marilyn Monroe), mentre lui era negli stadi a infiammare le folle il suo papà era a casa agli arresti domiciliari per il suo cognome italiano...e lui era fra i più fortunati. Niente in confronto a quello che successe a Mario, partito da Barga in giovanissima età, ben presto dimenticò il paese natio, si trovava bene in California, il clima, la gente, la fidanzata appena trovata e un buon lavoro. Tutto bello fino al giorno in cui tornò a casa dopo aver svolto alcune faccende domestiche e lì trovò la polizia ad attenderlo: "Gli chiesero di seguirlo - racconta il nipote- lui gli rispose perchè, la risposta degli agenti fu lapidaria: sei italiano. A mio nonno gli fu poi sequestrato anche il suo peschereccio, strumento principale del suo lavoro. Lavorava infatti come pescatore e forniva pesce alle industrie del settore. Le autorità portuali dichiararono che il suo peschereccio "italiano", così come tutti quelli "italiani"  presenti sulle coste californiane potevano essere usati per introdurre nel Paese armi o spie".
A causa di tutto questo l'industria della pesca californiana subì un tracollo vertiginoso, gli italiani pescavano il 90% del pesce locale.
Sempre il nipote di Mario ci narra che la stessa sorte di suo nonno la subirono anche i vicini di casa del quartiere italiano: 
"Rimanevo sempre a bocca aperta ed incredulo quando mi diceva che un suo amico paralizzato fu portato via su una sedia a rotelle,
Particolare di Fort Missoula
perdipiù era residente legalmente negli U.S.A da oltre cinquant'anni".

Come detto i più fortunati che per qualche motivo agli occhi dell'F.B.I apparivano meno "pericolosi" se la cavavano con forti costrizioni alla libertà personale, come il divieto di allontanarsi oltre i dieci chilometri da casa e con l'obbligo di firma alla stazione di polizia più vicina, per gli altri la destinazione era il campo di concentramento. Ma com'era la vita in questi campi di prigionia?
" Mio nonno Mario fu rinchiuso a Fort Missoula, e diceva che malgrado l'inquietante presenza del filo spinato e delle torri di guardia sorvegliate da soldati armati non si stava poi tanto male, il mangiare non mancava mai e fu ancor meglio quando arrivò nel campo l'equipaggio di una nave da crociera, si arrivò a mangiare perfino bene, tant'è che anche le guardie stanche del rancio
Internati Italiani
venivano a cenare nelle cucine del campo"
. Insomma niente a che vedere con i lager tedeschi o i gulag russi, capiamoci bene, ma benchè questo, la libertà che è il bene più importante era pur sempre negata.

La caccia all'italiano durò fino alla caduta del regime fascista (25 luglio 1943) e cessò definitivamente con l'armistizio di Cassibile (8 settembre '43), ma già quando il presidente americano Roosevelt alla fine del 1942 era in odor di nuove elezioni presidenziali, desideroso di accaparrarsi il sostegno degli italo americani, allentò fortemente le restrizioni per i nostri connazionali sospendendo di fatto ogni imprigionamento.
Gli internati fecero così mestamente ritorno alle loro vite e alla propria casa:
"Molti - afferma ancora Al- dei nostri amici e conoscenti dopo questa brutta esperienza fecero ritorno in Italia e anche in Garfagnana.Un amica della mamma (nata nel paese di San Romano) e tutta la sua famiglia, compresi i tre figli nati negli Stati Uniti furono tutti arrestati ed imprigionati, ottenuta la libertà lavorò giorno e notte per racimolare soldi per tornare con la sua famiglia in Garfagnana. Il suo terrore era che prima o poi sarebbero tornati per catturarli nuovamente. Quando la signora salutò mia mamma per fare ritorno nella Valle del Serchio si congedò con queste parole: -Meglio poveri, ma liberi a casa propria-"
Oggi parlamentari americani di origine italiana lottano perchè vengano perlomeno riconosciute agli emigranti italiani delle scuse ufficiali che mai ci sono state, un bel documentario intitolato "Bella Vista" (n.d.r: l'ironico nome che i prigionieri avevano dato a Fort Missoula)e un libro della studiosa Carol Van Valkenburg
Mappa dei campi di detenzione americani
("Alien Place") hanno riportato a galla l'attenzione dell'opinione pubblica. Medesima sorte (anzi molto peggiore) toccò ai giapponesi in terra americana, il presidente Clinton però, anni orsono riconobbe la colpa e oltre che chiedere fortemente perdono il governo statunitense pagò un rimborso di oltre ventimila dollari a ogni nippo- americano internato. Agli oltre seicentomila italiani fino ad oggi l'unico tributo è stato il silenzio... e niente più. 



Fonte:

  • Un ringraziamento particolare a Francis Poli giornalista freelance americano ma di chiare origini lucchesi, per avermi segnalato e messo in contatto con le famiglie sopracitate. L'articolo rivisto e integrato verrà pubblicato negli Stati Uniti sul periodico "Voce Italiana", giornale per italo americani di Washington D.C

mercoledì 26 luglio 2017

Garfagnini: fondatori di città. Una storia sconosciuta

Italiani fondatori di nuove città
"...Romolo attaccò all'aratro il vomere di rame, accoppiando al giogo il toro e la vacca e tracciò un solco profondo a base delle mura. Questo solco costituì il circuito che doveva percorrere la muraglia chiamata poi dai latini Pomerio, cioè post murum. Che questa cerimonia di fondazione avvenisse il 21 aprile è da tutti creduto ed i romani festeggiano quel giorno con il nome di natività della patria"
Così Plutarco nelle sue "Vite parallele" ricorda la fondazione della città per eccellenza: Roma. La fondazione di Roma è stata una delle date più importanti della storia dell'umanità, questa città cambiò letteralmente i destini del mondo e ancora oggi il riverbero di ciò è ancora presente. In Garfagnana non voliamo così in alto, ma anche nella nostra valle abbiamo avuto i nostri "Romolo", cioè dei fondatori di città. Si, avete capito bene, questa è una pagina davvero poco conosciuta dei nostri emigrati, ma alcuni di loro posero le fondamenta per nuovi abitati che ancora oggi sono vivi e vegeti. Ma andiamo per gradi e cominciamo a raccontare la nostra storia dicendo che noi italiani abbiamo avuto sempre la prerogativa di essere degli esploratori provetti, d'altronde Marco Polo, Colombo e Vespucci qualcosa avranno pure lasciato...Infatti così è, tant'è che quando alla fine dell'800 e gli inizi del '900 ci fu il boom dell'emigrazione molti italiani non si limitarono a vivere nelle grandi città ma andarono a cercar fortuna in lidi quasi inesplorati come al tempo era quel lembo di terra nello stato dell'Arkansas (Stati Uniti) dove oggi sorge la città dal curioso nome di Tonti Town. Fu fondata nel 1898 da un gruppo di immigrati cattolici italiani, guidati dal loro prete Pietro Bandini, si stabilirono in questo posto perchè così dissero che il clima e il terreno erano simili a quelli del loro luogo nativo nella lontana Italia. Decisero perdipiù di onorare un altro italiano, esploratore come loro: Henri De Tonti, in suo onore fu dato il nome a questa cittadina, a colui che aiutò Renè Robert Cavalier de La Salle ad esplorare il fiume Mississipi. Oggi la città è famosa per il Tonti Town Grape festival
Tonti Town Grape Festival
, dove si sponsorizza l'ottimo (così almeno si dice) vino locale e sempre a proposito di vino che dire allora di Asti?...No! Non capitemi male non parlo della ridente città piemontese, ma bensì dell'Asti che è in California nella Sonora Valley, sorta nel 1881 per volontà del ligure Andrea Sbarboro che fra l'altro creò pure un'azienda vinicola che per molto tempo è stata il principale produttore di vino di tutta la California. Diversa per esempio era la situazione in America del Sud. In Brasile agricoltori veneti, friulani, trentini e lombardi fondarono nuclei coloniali a cui diedero il nome dei loro paesi di origine. In Argentina invece a Villa Regina i coloni italiani trasformarono letteralmente il deserto in splendide distese di frutteti e vigneti. Altresì nel confinante Cile ho potuto personalmente toccare con mano l'intraprendenza italiana, visitando in gennaio 2017 Capitan Pastene amena località del Cile meridionale. Qui ancora oggi esiste l'unica comunità italo cilena, fu creata da emigranti di Pavullo (in provincia di Modena) ai primi del '900. Per chi ha la fortuna di fare un giro in città può vedere che nei ristoranti si mantiene ancora salda la tradizione emiliana e così si possono mangiare dell
Io a Capitan Pastene Cile
e buonissime tagliatelle o dei buoni tortellini e anche gli insaccati non sono niente male. Il nome dell'abitato anticamente era Nueva Italia cambiato poi in Capitan Pastene in memoria dell'esploratore Giovanni Battista Pastene navigatore del '500 a cui va il merito di aver esplorato gran parte delle coste cilene.

Tornando al nocciolo della questione i nostri garfagnini non furono di meno di altri italiani e anzi la loro mente fu lungimirante quando intuirono (proprio in America Latina) che bisognava acquistare terreni adatti alle future stazioni ferroviarie, difatti in quegli sperduti luoghi era in forte espansione la costruzione di nuove ferrovie ed è proprio qui che i nostri conterranei ebbero l'intelligenza di precedere, piuttosto che seguire i binari, sorsero così nuovi paesi la cui principale produzione era la fabbricazione di traversine per i binari. Lampante è il caso di Primo Fiori di Gragnana (Piazza al Serchio). Suo padre era già partito per il Brasile all'inizio del secolo scorso e Primo non trovando lavoro nel 1926 ripetè la scelta del genitore. Arrivò in quel di San Paolo e con l'aiuto di alcuni compaesani trovò finalmente lavoro. Non contento nel 1932 si trasferì nello stato del Paranà dove partecipò alla costruzione della ferrovia, si fermò così in quella che sarebbe diventata la città  di Londrina (che oggi per numero è la seconda più popolosa dello stato) con la moglie di origine russa e insieme
Londrina oggi
a circa altri mille compagni di avventura. Aprì in seguito un'officina, poi una concessionaria internazionale di camion e trattori, infine fece arrivare nel luogo la prima linea aerea commerciale. Nel 1984 
nel cinquantenario della nascita della città  fu insignito con la moglie del diploma di onore "Pioneiro de' Londrina", insieme a lui altri vecchi emigranti dell'Italia del nord furono premiati che in quel lontano 1934 vollero dare merito però al primissimo insediamento inglese (li impiegato nella lavorazione del cotone), chiamando Londrina la nuova cittadina in onore alla capitale Londra. Sempre in Brasile rimarranno epiche le gesta di Pietro Pocai che in un mio vecchio articolo definì l'Indiana Jones garfagnino (per leggerlo clicca qui http://paolomarzi.blogspot.it/2014/07/lindiana-jones-garfagnino-pietro-pocai.html). Pietro nacque ad Eglio (comune di Molazzana) nel 1853, era il secondo di cinque figli e siccome la vita era grama e povera la famiglia decise di mandarlo in seminario con la speranza di ricavarci un prete. Ma il "latinorum" non era il suo forte, quindi lasciò la famiglia e gli affetti più cari e s'imbarcò clandestino verso il Brasile. In quel periodo in quei luoghi giungevano avventurieri da tutti i porti che si addentravano in Amazzonia, nel Mato Grosso e nel Rio Grande do Sud a cercar fortuna, Pietro le segui. Studiò così le varie tribù indigene imparandone la lingua, gli usi e la religione. Dai Munduro (una tribù del luogo specializzata in mummificare le teste dei nemici), ebbe in sposa la figlia del capo, visse nel villaggio per un po' e poi stanco della vita "coniugale" scappò dalla moglie e s'incammino nelle impervie foreste del sertao paulista. Nel 1886 giunse finalmente nei pressi di un grandissimo fiume: il Parapanema, era un luogo stupendo, verde, lussureggiante, talmente bello che il nostro Pietro decise di fermarsi. Il suo insediamento fu subito ostacolato dagli indios Coroados (i temibili tagliatori di teste)che subito gli bruciarono la capanna, allora Pietro chiamò a se altri emigrati italiani, dopo alcuni mesi sorse un improvvisato numero di abitazioni.I nuovi abitanti formarono un simil- esercito che si mosse senza pietà contro gli indigeni, il sangue scorse copioso e alla fine i Coroados furono sconfitti. Una cascata d'acqua meravigliosa rompeva con il suo frastuono il silenzio di quel luogo, in onore a
Salto Grande oggi
detta cascata la nuova città fu chiamata Salto Grande.In pochi anni le abitazioni crebbero. Gli emigrati italiani giunsero da tutto il Brasile con l'intenzione di aggregarsi alla
 "tribù del Pocai". Adesso gli italiani erano padroni di un intera regione, incominciarono a coltivare il caffè, canne da zucchero, si costruirono chiese e negozi.Il suo capo incontrastato rimase Pietro Pocai fino al giorno della sua morte avvenuta l'8 settembre 1913.

Queste storie nella loro eccezionalità  un po' si assomigliano tutte. Simili furono i fatti che capitarono ad Angelo Guazzelli di Chiozza che trovò il suo paradiso terrestre sulle sponde del fiume Apiay a trecento chilometri da San Paolo del Brasile, qui vi costruì la prima capanna, in poco tempo ne sorsero altre e altre ancora, nacque così nel 1886 la città di Bury. Stessa cosa per Polinice Mattei di San Romano Garfagnana, uomo dalle idee politiche ben chiare e quindi spesso in contrasto con il governo locale, la sua caparbietà lo portò quindi a fondare una città tutta sua: Tanabi. Oggi questo luogo insieme ai suoi 25.000 abitanti può vantare una università e una squadra di calcio di buon livello. Pasquale Toti di Cardoso invece è il padre di Uberaba, situata nello stato del Minas Gerais anch'essa in Brasile. Questa terra si prestò subito  a nuovi tipi di cultura mai provati nella Valle del Serchio, come la soia e la canna da zucchero ed in più sterminati pascoli favorirono il nascere di intere mandrie di mucche, insomma anche nel XI secolo questa regione rimane uno dei centri agricoli più importanti del Paese. Addirittura c'è chi fondò una città in collaborazione tra fratelli e per buona fortuna non andò a finire come fra Romolo
festa dei fondatori di Rudge Ramos
e Remo e ad onor del vero, Tommaso, Adelfo e Romualdo Piagentini da Chiozza con buona pace e rimboccandosi le maniche costruirono le prima case di Rudge Ramos e così nacque ufficialmente il nuovo villaggio nel giorno di Santo Stefano del 1891 con l'autorizzazione avuta dalla diocesi di San Paolo nel dire la prima messa nella nuova chiesa, proprio in quelle terre che alcuni anni prima i fratelli Piagentini avevano acquistato dalla Stato paulista.

Per l'emigrato la conquista di una casa propria non è solamente uno dei più rassicuranti segnali di condizioni economiche è anche il luogo in cui ci si può sentire "solamente" se stessi. Alcuni garfagnini non si accontentarono di una semplice casa, furono
Tommaso Piagentini, uno
dei tre fratelli fondatore
di Rudge Ramos
 dei nuovi coloni, fu un percorso singolare, alla maniera cinematografica di "C'era una volta il West". L'aver avuto parte in queste nascite meritò ai protagonisti il meritato titolo di "fondatori di città". 



Bibliografia

  • "Storie di ieri, di oggi, di donne, di uomini" Fondazione Paolo Cresci per la storia dell'emigrazione italiana

mercoledì 5 ottobre 2016

L'incredibile viaggio degli emigranti garfagnini per le lontane Americhe. Storia di sacrificio e tribolazione

Emigranti Italiani arrivano a New York
"Li chiamano (e in effetti sono) i viaggi della disperazione, gente
che sfugge dalle miserie di una vita grama e che cerca per se e per la propria famiglia un po' di benessere. Sono viaggi talvolta fatti in condizioni miserevoli, su navi fatiscenti, l'igiene e la pulizia su queste navi sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l'aria...". 
Può sembrare ma non è...Può sembrare uno stralcio d'articolo di qualsivoglia quotidiano comprato stamani in qualsiasi edicola della Garfagnana sulla condizione dei migranti odierni, ma appunto non è...Questo brano è tratto da una valutazione semestrale che il prefetto locale faceva sull'emigrazione garfagnina ad inizio del 1900 e che veniva poi inviata puntualmente al ministero dell'interno. Come si può vedere tali fenomeni non conoscono epoca, noi garfagnini ci siamo passati per primi da questi fenomeni migratori di massa, naturalmente le differenze ci sono e non starò qui ad elencarle, ma quello che a me interessa è sottolineare la voglia dell'uomo di migliorare la propria condizione di vita ed è questa la molla principale che muove
emigranti italiani in partenza.
Una mano la dava
l'opera assistenza
emigranti
un individuo ad abbandonare la propria casa e avventurarsi in una nuova nazione. Ma prima di arrivare nel nuovo Paese in cui sarebbe cominciata una nuova vita bisognava e bisogna affrontare un viaggio, lungo e terribile, oggi 
come allora. Ecco dunque come si accingevano al viaggio nelle lontane Americhe (o in Brasile, piuttosto che in Argentina) i garfagnini, un viaggio se si vuole non troppo diverso in tutto e per tutto da quello dei migranti di oggi.
La situazione era veramente disperata, la Garfagnana nei primi dieci anni del 1900 registrò una preoccupante decadenza demografica, in montagna la percentuale dei disoccupati saliva addirittura al 70% e come racconta sempre un rapporto del prefetto di quegli anni:-...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco con la raccolta a seconda della stagione di legna, di funghi e di frutta(castagne,fragole, lamponi e mirtilli)- l'analisi si fa più profonda e continua dicendo che:-...come si può biasimarli, l'agricoltura è arretrata, le colture sono quelle
tradizionali e poi la sognata ferrovia Lucca- Modena sembra essersi fermata a Castelnuovo Garfagnana...- La conseguenza di tutto ciò
Un biglietto per le Americhe
porterà  i nostri nonni ancor di più ad emigrare nei paesi d'oltre mare. Ma il primo ostacolo che trovavano era la mancanza di soldi per comprare il biglietto per le lontane Americhe, allora in buona parte dei casi ci si indebitava già prima di partire. Molti garfagnini infatti si rivolgevano già nel 1874 al Banco di Anticipazioni e di Sconto di Castelnuovo che tramite l'ipoteca sui beni terreni concedeva il prestito per acquistare il biglietto, tale prestito veniva ripagato dalla famiglia dell'emigrante attraverso i primi guadagni del congiunto che ogni tanto inviava. La partenza spesso avveniva su richiamo dall'estero per bisogno vero e proprio di maestranze o era anche il parente stesso già partito in precedenza che richiamava i nipoti o altri familiari come in questo caso:

"San Paolo 5 maggio 1910
Carissimi genitori ringraziando il Signore e Maria Santissima si gode una buona e perfetta salute ...Sono a dirvi che Angiolino che se non ne cavate da niente se volesse venire con me e se avesse voglia di lavorare, meglio che stare a fare i vagamondi si sta sempre, oppure lo mando in San Paolo coi zii che incomincia guadagnare i primi soldi" (lettera di Amose Abrami di Chiozza che chiama il fratello). 
Ma prima di partire tutto passava da un librettino rosso che i
Un passaporto del tempo
garfagnini manco avevano mai visto:il passaporto. La procedura per l'espatrio prevedeva appunto la richiesta di tale documento. Per ottenerlo era necessario fare richiesta al sindaco del comune di residenza che a sua volta girava la domanda al ministero degli esteri. Sul passaporto venivano iscritti (se l'uomo aveva famiglia) la moglie, i figli e anche gli ascendenti conviventi. Naturalmente si pagava una tassa che era esente per le persone che andavano all'estero per lavorare. Fu un esodo epocale quello che accadde in Toscana nel decennio 1906-1916, le statistiche su base decennale parlano di ben 330.000 partenze e questo studio vide la Garfagnana e la Lucchesia al primo posto, avanti a tutti i comuni di Barga, Capannori e Castelnuovo. L'avventura per nostri conterranei cominciava quasi sempre nel porto di Genova a loro si mostravano davanti i più grossi transatlantici
Italiani in partenza mostrano
orgogliosamente il tricolore
che mai avevano solcato quei mari: il Rex o il Nastro Azzurro per

citarne alcuni, naturalmente per loro la prima e la seconda classe erano una lontana chimera, per i garfagnini (e per tutti gli emigranti in genere) si aprivano le porte della terza classe, un vero e proprio "carnaio" di persone stipate, buttate li, quasi come capitava, a questo proposito c'è un ricordo di un'illustre personaggio: Edmondo De Amicis(n.d.r::l'autore del libro "Cuore"). Il famoso scrittore s'imbarco sul "Galileo" a Genova diretto a Buenos Aires, un viaggio che durerà 22 giorni in compagnia di varia umanità e fra questa umanità incontrerà anche i garfagnini: "Chi parte? Il Galileo portava mille e seicento passeggeri di terza classe, dei quali più di quattrocento di donne e bambini[...] Tutti i posti erano occupati. La maggior parte degli emigranti, come sempre provenivano dall'Italia alta, e otto di dieci dalla
Edmondo De Amicis
campagna[...]. Di toscani un piccolo numero: qualche lavoratore d'alabastro di Volterra, fabbricatori di figurine di Lucca, agricoltori nei dintorni di Fiorenzuola, qualcuno dei quali, come accade spesso, avrebbe un giorno smesso la zappa per fare il suonatore ambulante[...] calzolai e sarti della Garfagnana"(brano tratto
dal libro di De Amicis "Sull'Oceano",1888). 

In che condizioni era la terza classe ve lo lascio immaginare. Augusta Molinari (storica contemporanea) le ebbe a chiamare "Le navi di Lazzaro". Fino al 1901 non esisteva alcuna norma che regolamentasse gli aspetti sanitari dell'emigrazione e da un rapporto medico del 1902 si deduce che: "Le cuccette degli emigranti vengono ricavate in due o tre corridoi e ricevono aria per lo più attraverso i boccaporti. L'altezza minima dei corridoi e di un metro e cinquanta centimetri. Nei dormitori così allestiti è frequente l'insorgenza di malattie, specialmente bronchiali e del'apparato respiratorio. Per sottolineare la mancanza delle più elementari norme igieniche si può fare riferimento al problema della conservazione e distribuzione dell'acqua che viene tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tende a sgretolarsi e intorbidire l'acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato assume un colore rossastro e viene consumata così dagli emigranti. Dal punto di vista dietetico la razione viveri giornaliera risulta sufficientemente ricca di elementi proteici. Sulla modalità di distribuzione del rancio viene segnalata la discriminante distribuzione del pasto da parte dei "capi rancio". Il cibo viene consumato nelle cuccette o sul ponte in quanto non previsti refettori". 
Il ponte stipato all'inverosimile
 di una terza classe
Per gli emigranti della terza classe veniva però anche il momento del divertimento. Il garfagnino Camillo Angelo Abrami ricordava così quei momenti: - Fra i pochi divertimenti vi era la tombola. Banchi di pesce a volte ci davano qualche allegra sorpresa, rari i delfini che per lungo tratto accompagnavano la nave[...] Il lavoro a bordo era andare a prendere il cibo, pane e vino mattina e sera, qualche partita a tombola e osservare lo spartiacque alla prua di bordo lungo la rotta-. Altro svago era la musica suonata con l'organetto a questo proposito basta ricordare la famosa canzone "Mamma mia dammi cento lire". Arrivava finalmente dopo lunghe ed estenuanti settimane il momento dello sbarco e qui i problemi non finivano, ma anzi cominciavano di nuovi e più grandi. Spesso capitava ai nostri emigranti di non sapere neanche in che parte di mondo erano capitati, tanto da non comprendere geograficamente parlando dove erano finiti. Una cartolina illustrata del 1902 del garfagnino Nicola Ambrogi ne è un fulgido e se si vuole simpatico esempio. Tale cartolina venne spedita dopo lo sbarco negli Stati Uniti e il nostro emigrante era deluso perchè il piroscafo non era passato da Parigi. Dispiaciuto se ne scusa con l'amico Enrico. Ma l'America allora dov'era? L'America intesa con l'A maiuscola era ancora ben lontana. Appena arrivati gli emigranti rimanevano esposti a rapine e a fregature varie, mancava infatti qualsiasi tipo di assistenza da parte del governo italiano, supplirono a ciò a partire dalla fine del 1800 istituzioni private: la Congregazione dei missionari scalabriniani che dava la sua assistenza sopratutto in Europa, nelle Americhe e in Australia, l'Opera Bonomelli (anch'essa cattolica)attiva in Europa e nel Mediterraneo e la Società
All'arrivo in America
Umanitaria
d'ispirazione laica. La vita all'interno delle strutture d'accoglienza per i garfagnini e non, era sempre traumatica. In Argentina esisteva "L'Hotel degli immigranti" un ampia struttura in pietra che aveva sostituito un fatiscente edificio nel porto di Buenos Aires, questa struttura serviva a coloro che non erano attesi da parenti e amici ed era utilizzata  come avviamento al lavoro, a tale scopo l'Oficina de trabajo (n.d.r:l'ufficio del lavoro) smistava le richieste di lavoro che venivano da tutto il paese. Cosa molto simile esisteva in Brasile. Dopo lo sbarco a Santos c'era il trasferimento nell'Hospedaria di San Paolo. Il peggio del peggio però accadeva negli Stati Uniti. Prima di Ellis Island a New York c'era il Castle Garden, nelle intenzioni era un centro a cui tutte le imprese che cercavano lavoratori dovevano far capo, ma non era proprio così. In pratica in questi locali gli emigranti italiani venivano ammassati come bestie e trattati proprio come se fossero a una fiera del bestiame o ad un mercato degli schiavi. Molti immigrati
Mulberry Street New York emigrati italiani
e non in posa
garfagnini caddero nelle maglie del rinomato "Padrone system", in pratica un boss, che in cambio di una tangente procurava a loro lavoro, ma non solo, si occupava anche dell'alloggio che di solito era in qualche lurida pensione a prezzi esorbitanti. Il lavoro era settimanale in modo che ad ogni rinnovo il boss riscuoteva la solita mazzetta, inoltre solitamente aveva in gestione anche uno spaccio in cui le merci costavano il doppio che da altre parti, d'altronde era difficile sottrarsi a questa ragnatela una volta caduti dentro, l'emigrato non conosceva la lingua e gli usi locali e dipendeva esclusivamente dal boss. Questo sfruttamento finalmente trovò un grosso argine nella cattolica St Raphael's Italian Benevolent Society. 

Grazie a Dio, esisteva anche chi questo tribolato
Corfino
viaggio lo concludeva in maniera soddisfacente, lavorando duramente cominciava a farsi la sua nuova vita. 

Molti dei nostri emigranti oggi sono benestanti, grazie proprio ai sacrifici e ai patimenti dei loro nonni partiti oltre un secolo fa e per questo voglio raccontarvi quello che accadde a una comunità garfagnino-californiana. Tutto nacque nella contea di San Joaquin nella città Stockton (in California appunto) oltre un secolo fa. Eravamo negli anni compresi fra il 1880 e il 1905 quando un gruppo di soli uomini (circa 18) si insediò in questo luogo, lavorando come braccianti e operai in fabbriche di mattoni. Il tempo passava e una volta che finalmente fu raggiunta la stabilità economica questi uomini cominciarono a
Corfino Lane a Stockton
chiamare anche la loro famiglia e oggi se vi capita di passare da quelle parti leggete i nomi sui campanelli, possiamo notare cognomi a noi familiari: Nelli, Gregori, Manetti, Cecchini, Vergai, Pennacchi, Santi, Nicoli, sono tutti cognomi riconducibili alla 
Garfagnana e in particolar modo al paese di Corfino. Una vera e propria colonia di corfinesi  che attraverso un flusso emigratorio avvenuto a più riprese popolò questa ricca contea e fa una certa impressione passare per la via cittadina denominata Corfino Lane (n.d.r:Corso Corfino) e curiosità nella curiosità con ogni probabilità Corfino può contare oggi più oriundi negli States che residenti nella provincia di Lucca, anche se ad onor del vero è difficile quantificare il numero dei corfinesi a Stockton, molti hanno americanizzato il proprio cognome (da Lombardi a Lombard per esempio), ma comunque facendo un sommario calcolo sono 140 le famiglie di origine corfinese che hanno contribuito
La città di Stockton
fattivamente allo sviluppo di questa città lavorando
 come semplici manovali o braccianti, impiegati spesso nelle miniere, i pionieri garfagnini si sono integrati alla perfezione senza rinunciare alle proprie origini, facendo poi studiare i loro figli che adesso fanno i professionisti, i commercianti e gli operai specializzati. Quello che si dice un viaggio finito bene...


  • Notizie tratte da: Archivio Fondazione Paolo Cresci (Lucca)