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mercoledì 7 febbraio 2018

Minatori e miniere. La loro storia e delle antiche miniere di ferro di Fornovolasco

Fino a un po' di tempo fa se si voleva minacciare un uomo
Minatori nelle miniere di ferro
di Monteleone Spoleto

sfaccendato, che non s'impegnava sul lavoro, o si comportava in modo poco onesto, partiva il grido: - In miniera !!!- . Che cosa significava questa perentoria e secca minaccia? Andare a lavorare in miniera significava infilarsi in un un buco ogni mattina e rimanerci per dieci, dodici ore al giorno, significava picchiare sulle pietre con picconi o martelli, respirare polvere fino ad ammalarsi, oppure rischiare di morire per i numerosi crolli delle gallerie, in più quando si tornava a casa ogni sera ci si ritrovava coperti di polvere e terra e di conseguenza bisognava strofinarsi per un ora in una tinozza d'acqua, per poi la mattina dopo ripartire e ricominciare tutto da capo. Questa era la vita del minatore, che non vedeva mai la luce del sole, faticava come un animale, ma che doveva portare a casa (un misero) stipendio. Anche i garfagnini affrontarono questa vita.
In Garfagnana abbiamo poca conoscenza dell'esistenza di miniere, conosciamo il durissimo lavoro dei cavatori di marmo, ma abbiamo dimenticato che anche nella nostra valle esistevano miniere, per la precisione miniere di ferro. Il primo centro siderurgico della Garfagnana ebbe la sua nascita a Fornovolasco, l'origine del paesino vide la luce verso la fine del 1200, grazie proprio a queste miniere e dai forni che servivano per fondere il ferro. Leggenda, o verità, bene non si sa, narra che un certo conte Volaschio, mastro fusore, proveniente dal bresciano fosse a capo di una squadra di uomini dediti a questo mestiere, che trovarono proprio in queste terre ampie aree boschive per alimentare i forni fusori, insieme alle
Fornovolasco
(foto tratta da Daniele Saisi blog)

ottime acque della Turrite fondamentali per forgiare il metallo e azionare i mantici che soffiavano aria nei forno. Già a quel tempo, figuriamoci un po', tale industria era già fiorente, infatti da un registro del 1308 si apprende da un certo Ser Filippo, notaio in Camaiore,  dell'esistenza di due prospere fabbriche appartenenti a un certo Coluccio di Giacomino e a Fulcerio, proprietario insieme al fratello Guido detto "il Passera", questo ci dice che era già passato il tempo in cui il lavoro era sostanzialmente artigianale e se si vuole anche un po' domestico e una certa tecnologia all'avanguardia era più che mai presente a Fornovolasco. Altro fattore determinante per il loro sviluppo era anche la posizione geografica di queste miniere, la vicina "strada" che collegava con la Versilia permetteva l'approvvigionamento di altro materiale proveniente dall'Isola d'Elba e lo smercio dei prodotti finiti verso diversi mercati. Ma un conto era la già dura attività lavorativa davanti ad un forno, ma un altra cosa era la vita di miniera. La prima miniera del luogo fu la miniera di "Monticello-Le
Quello che rimane oggi
della Miniera Monticello Le Pose
(Foto tratta da Speleoclub Garfagnana C.A.I)

Pose" e qui la vita era veramente al limite dell'umano. Si scavavano piccole gallerie, poco profonde che costringevano questi poveri uomini a lavorare in ginocchio o sdraiati, indicatissimi per questi lavori erano i bambini, spesso orfani o gli stessi figli dei minatori che già a sei-sette anni d'età erano mandati per gli stretti meandri delle grotte in esplorazione alla ricerca di vene di ferro, molti morivano a causa del freddo o per essersi persi durante queste spedizioni, per di più la luce fioca per mezzo di torce fatte con legni resinosi non durava molto e rendeva l'aria irrespirabile. Agli inizi del 1400 il primo giacimento di "Monticello-Le Pose" si dimostrava insufficiente a coprire il fabbisogno delle attività siderurgiche, si cercarono nuovi giacimenti nelle zone vicine, fino a che si scoprì un nuovo sito detto "Le Bugie" in località Trimpello, fu un vero colpo di fortuna , queste miniere alimentarono l'attività mineraria fin quasi ai giorni nostri. La spinta decisiva a questa industria si ebbe nel 1430 quando Fornovolasco passò dal dominio lucchese a quello modenese. Grandi progetti aveva per questi luoghi il duca estense Ercole I, che venne personalmente a visitare queste siti e in
Ercole I d'Este
colui che incentivò le miniere
di Fornovolasco
particolare il sito delle "Bugie". Le intenzioni del duca erano serie, voleva rompere il monopolio della lavorazione del ferro delle valli lombarde e cosa più importante voleva rinnovare completamente le munizioni dell'artiglieria modenese con l'intenzione di sostituire le pietre da bombarda con palle metalliche, per questo scopo furono chiamati (ecco quando la verità storica abbraccia la leggenda) mastri forgiatori dalle valli bresciane e bergamasche. L'incarico di portare nuove innovazioni nelle strutture e nelle tecniche estrattive fu dato a mastro Iacomo Tacchetti da Gerla di Valtellina, ambito dalle signorie di mezza Italia. L'aumento di lavoro in questa miniera, è bene dirlo, portò da una parte indubbi vantaggi economici, ma dall'altra aumentò maggiormente lo sfruttamento dei lavoratori. Le miniere infatti appartenevano al Ducato che comprava per pochi soldi il ferro estratto dai minatori di Fornovolasco e come se non bastasse, concedendo le licenze di scavo nei territori ducali, pretendeva nuovamente altri soldi per il pagamento dei diritti di escavazione. Questa situazione portò ad un periodo nefasto, per guadagnare ancora di più la gente cominciò a scavare in maniera disordinata, si aprivano cunicoli, gallerie, piccoli anfratti in ogni dove, provocando frane in tutto il sito, frane che causarono vittime su vittime, questo avrebbe compromesso anche lo stesso sito,  ma prima che la situazione sfuggisse di mano lo stesso duca corse ai ripari, chiamando ancora
Sito minerario delle "Bugie" oggi
(foto tratta Speleoclub Garfagnana C.A.I)
nuovi mastri che regolamentassero gli scavi e che mettessero in sicurezza le gallerie. Insomma a quanto pareva (industrialmente parlando) tutto andava a gonfie vele, nella zona agli inizi del 1500 si potevano già contare tre ferriere esistenti a Fornovolasco, alle quali si aggiunse un forno ducale e anche una fabbrica per la lavorazione del ferro a valle del paese. Oscuri presagi però si affacciavano all'orizzonte... Se da una parte si raggiunsero picchi produttivi che neanche le valli lombarde avevano mai raggiunto, dall'altra invece non si riusciva a dare una certa continuità alla produzione, per due motivi: la scarsità di materiale dentro le miniere e quello che preoccupava di più era la penuria di combustibile, i boschi nelle vicinanze che fornivano legna per i forni ormai erano tutti diradati, le montagne quasi tutte "pelate" e questo fu la causa maggiore che portò al progressivo declino di Fornovolasco. Ma intanto c'era ancora spazio per la gloria, al tempo rimase nella memoria di tutti la visita alle miniere di Sua Eccellenza Illustrissima il Governatore della Garfagnana messer Ludovico Ariosto, che di quella visita scrisse:


Lo scoglio, ove il sospetto fa soggiorno,
alto dal mare da seicento braccia, e ruinose balze cinte intorno,
Ludovico Ariosto
governatore di Garfagnana

e da ogni parte il cader moinaccia:
il più stretto sentier, che guida al Forno, 
la dove il Garfagnin il ferro caccia

Diciamo che la visita dell'Ariosto chiuse per sempre un periodo pieno di speranze e illusioni. Nei secoli a venire si alternarono periodi di fiducia e di altrettanto sconforto. Nel 1636 gli Estensi diedero il via ad un nuovo progetto in Trombacco(a tre km da Fornovolasco) attivando uno nuovo scavo per una nuova miniera che sembrava foriera di nuove prospettiva. In realtà il materiale era scarso e l'attività quindi durò circa dieci anni. Nel 1702 sul sito minerario delle "Bugie" venne usata una nuova tecnica di scavo: la polvere da sparo, questa innovazione che in un colpo solo faceva il lavoro di cento uomini portò alla riattivazione delle miniere(che già erano state chiuse negli anni precedenti) e dei forni di Trombacco e Fornovolasco, ma dopo pochi anni il filone si esaurì, bisognò ricorrere di nuovo al ferro dell'Isola d'Elba.
Il 1800 portò poi una sostanziale novità, cessarono tutte quelle licenze a persona che negli anni portarono alla morte di molte
Palazzo Roni a Vergemoli
La famiglia del monopolio
del ferro di Fornovolasco
persone, era cominciata l'epoca delle rivoluzioni industriali, sparirono così i piccoli cavatori "ad uso familiare" e subentrarono gli imprenditori. In questa ottica già negli anni precedenti la famiglia Roni di Vergemoli aveva capito da quale parte stava andando il mondo, riuscendo ad accaparrarsi il monopolio delle miniere di ferro, ma i tempi belli come detto erano passati. Oramai Fornovolasco per le insufficienti vie di comunicazione e l'affermarsi di nuove tecnologie non riuscì più a stare al passo con i tempi. Comunque non si volle "mollare l'osso" e altri tentativi furono ancora fatti. Si ritentò ancora di estrarre nel martoriato sito delle "Bugie". Insigni geologi ed esimi ingegneri elaborarono un piano a dir poco ambizioso che prevedeva la riapertura delle gallerie e il trasporto del minerale attraverso una funivia che portava direttamente a Gallicano, dove (nel progetto) sarebbe giunto un troncone della ferrovia...Le intenzioni erano ottime, ma i risultati però non furono all'altezza. Di li in poi fu un continuo "tentar di levare il sangue dalle rape". Negli anni si susseguirono industrie come la Calceramica insieme alla Montecatini (1913), poi nonostante un periodo di estrazione piuttosto intenso le miniere passarono nel 1950 alla Desideri e Severi di Colle Val d'Elsa, dal 1952 al 1972 subentrò l'IMSA di Roma e infine nel 1973 l'EDEM, anch'essa di Roma che dopo vari tentativi di convertire
Oggi le miniere di Fornovolasco
si presentano così
(Foto tratta da Speleoclub Garfagnana C.A.I)
produzioni e altri esperimenti similari decise di chiudere per sempre tutto e le miniere vennero definitivamente abbandonate.

Quello che rimane di questa storia non sono le miniere e nemmeno la loro interessante storia, quello che rimane di questo articolo sono quelli che Charles Dickens definiva "i perseguitati dell'inferno": i minatori. Una vita breve ed intensissima. La maggior parte di loro non raggiungeva i cinquant'anni d'età, morti di lavoro a causa dei crolli e di intossicazioni polmonari. La loro morte nella comunità non destava nemmeno stupore, era la
Bambini minatori
in Pennsilvanya (U.S.A)
normalità. Insieme a loro (come abbiamo letto) i bambini, usati come cavie da esplorazione, la maggior parte di loro si perdeva nei cunicoli delle grotte, non riusciva più a far ritorno alla luce, morti al buio, di freddo e di fame. A tutti loro va il nostro pensiero...





Bibliografia

  • "Le miniere di Fornovolasco" a cura dell'Associazione Buffarello Team
  • "Breve storia del lavoro in miniera" Mursia 1973  

mercoledì 22 febbraio 2017

Una millenaria storia: il contrabbando di sale in Garfagnana e le famigerate "vie del sale"

Cosa c'è di più banale, insignificante e tremendamente normale di un
Contrabbandieri pronti per partire
pugno di sale? Si, avete capito bene del semplice sale... Oggi lo troviamo da tutte le parti: dal grande centro commerciale, fino ad arrivare nella più modesta bottega sotto casa. Ma una volta non era così. Per lunghi secoli fu chiamato l'oro bianco e questo prodotto di Madre Natura segnava la fortuna di tutti gli stati che riuscivano a controllarne la produzione e il commercio. Naturalmente gli stati imponevano su questo primario bene tasse da capogiro, favorendo di fatto un imponente contrabbando. La Garfagnana fu tra le principali protagoniste di questo illecito traffico, nato in tempi medievali e terminato solamente con la fine della seconda guerra mondiale. Tutto si svolgeva lontano dalle strade principali e la circolazione avveniva sui molti percorsi montani che furono
 denominati "le vie del sale", battuti questi dai più coraggiosi contrabbandieri. Prima di approfondire l'argomento guardiamo perchè il sale era considerato un bene tanto prezioso.
In primis il sale era quell'elemento che rendeva appetibili tutti
Venditore di sale
quei cibi "arrangiati" di una cucina poverissima, ma sopratutto il sale era l'unico conservante disponibile, all'epoca naturalmente non esistevano frigoriferi o altri tipi di conservanti e grazie proprio al sale si potevano salvaguardare e immagazzinare scorte di cibo per lungo tempo, ad esempio ciò rese possibile alle navi di affrontare lunghi viaggi rendendo possibili floridi scambi commerciali. Da non tralasciare il fatto che poi nei lunghi inverni garfagnini dove il brutto tempo non permetteva le coltivazioni, le riserve di cibo sotto sale salvavano da sicura carestia e inoltre in un economia rurale e di pastorizia come quella garfagnina era l'elemento fondamentale per la lavorazione e la trasformazione del latte in formaggi. Questo minerale aveva poi virtù anche in medicina: era usato come disinfettante per ferite o addirittura come purgante. Insomma, per ben capirsi chi amministrava questo commercio aveva un potere immenso, poichè teneva in pugno la sopravvivenza di un popolo intero. Proprio per questi motivi che il sale diventò una delle merci più contrabbandate, pensiamo ai suoi enormi ricarichi dato che la sua filiera commerciale era infinita, bisognava pagare il
Una grida di Francesco IV duca
di Modena sulla diminuzione
del prezzo del sale
produttore, il sensale, i facchini, il trasporto (già quest'ultima voce faceva triplicare il prezzo)e "dulcis in fundo" le carissime tasse statali, ecco allora nascere le famigerate "vie del sale", bazzicate come detto dai più famosi contrabbandieri della valle. Queste vie partivano dal mare versiliese o ligure, valicavano le Apuane, giungevano in Garfagnana e continuavano su per gli Appennini fino ad arrivare ai margini della Pianura Padana. In Garfagnana con la definizione "vie del sale" non si indicava una strada precisa e ben definita (sarebbe stato fin troppo facile per le gendarmerie locali individuarle) ma bensì di una fitta rete di stradine e mulattiere più o meno nascoste che salivano e scendevano per le nostre montagne. Dove spesso i garfagnini e i versiliesi si incontravano per vendere e comprare sale era proprio in quegli insospettabili hospitali che servivano anche per rifocillare i pellegrini di passaggio, ma avevano pure la funzione di proteggere questo contrabbando, diventarono quindi un punto nevralgico di spaccio, a conferma di questo una delle principali "vie del sale" passava proprio per L'Isola Santa, ed era proprio li nel hospitale di San Jacopo che avveniva fuori dagli sguardi indiscreti il pagamento o lo scambio di merci fra contrabbandieri. Di lì, il contrabbandiere garfagnino proseguiva attraverso i sentieri e verso i paesi di Torrite, Careggine, Castelnuovo e Camporgiano.
Isola Santa centro di spaccio del sale
Un'altra strada alternativa partiva sempre da Torrite e raggiungeva i paesi di Sassi, Molazzana e Gallicano, importante era anche quella via che passava dalla Foce di Petrosciana e di li scendeva verso Fornovolasco e i paesi limitrofi, luogo di scambio e smistamento era l'hospitale di Santa Maria Maddalena, oggi volgarmente conosciuto come "la chiesaccia". La più famosa rimane però la Via Vandelli che aveva il compito di servire la zona dell'Alta Garfagnana, qui si registrò infatti un'efferato omicidio a causa proprio del sale (per il caso leggere http://paolomarzi.blogspot.it/il-caso-del-sandalo-rosso-html) e anche di qui poi si diramavano altre mulattiere che servivano i borghi vicini, fra le più percorse c'era la Piazza al Serchio -Gramolazzo che risaliva il torrente Acqua Bianca, arrivava a Nicciano, Castagnola ed Agliano, quest'ultimi affacciati proprio sul bellissimo lago di Gramolazzo. Trasportarlo poi non era affatto semplice, il sale è pesante e sui sentieri scoscesi delle montagne lo si spostava in sacchi piuttosto leggeri per non appesantire troppo i muli, i viaggi erano faticosi e in caso di pioggia bisognava immediatamente proteggere il carico. La dura vita del contrabbandiere non finiva qui, il Ducato di Modena in Garfagnana e in tutto il suo regno in genere incentivava a denunciare questi fuorilegge, anche in maniera segreta. Ma è appunto in quel preciso momento storico che la figura del contrabbandiere raggiunse un immagine leggendaria in tutta la valle, quest'uomo era colui che
la Via Vandelli percorso di
contrabbandieri di sale
sfidava le leggi dello Stato oppressore per favorire gli interessi della gente comune. Il contrabbando di sale era visto con grande favore dalla popolazione che non solo non denunciava i loro eroi ma li difendeva in tutte le maniere dagli "sbirri". Fu un vero problema questo per il Ducato, in Garfagnana ci fu una vera sollevazione a favore dei contrabbandieri, perdipiù i gendarmi non favorivano i buoni rapporti e spesso nei confronti della povera gente che difendeva i fuorilegge si lasciavano andare a non poche crudeltà. A dimostrazione di questa avversione per i tutori della legge ci sono dei documenti comprovanti che all'avvicinarsi degli "sbirri", in paese veniva suonata la campana a martello. In poco tempo i contadini che erano nei campi si radunavano nella piazza del borgo, armati di "bastoni, falci e forcon", difendendo i contrabbandieri o i paesani ricercati perchè in possesso di piccole quantità di sale. Quasi sempre accadeva che i gendarmi fuggissero a gambe levate, lasciando di fatto libero l'arrestato. Ci fu un caso ben documentato che racconta la non felice "visita" dei gendarmi. Ciò accadde nei pressi di Castelnuovo: 

“Arrivarono li soldati per esercitar il loro carico in virtu delli
"Gli sbirri" estensi
ordini, et mandati dai Provveditori al sale, capitasse in casa del suddetto Marco inquisito, al quale havendo trovato certa quantità di sale di contrabando volessero levarla, al che opponendosi Giovanni suddetto, tolse una stanga da carro con quella mortalmente percotendo uno di essi ministri, et li suddetti Pietro et Giacomo, dandosi l’uno, all’altro aiuto et favore cooperativo insieme con molti altri, che per hora si tacciono, ferissero anco li due altri uno pur mortalmente, et l’altro di percossa grave, et importante, ne contenti di questo Antonio suddetto instigato da Battista dasse campana a martello convocando molta gente e gridando dall'alto, ammazza,ammazza...". 

Tale ormai era diventata la sicurezza dei contrabbandieri che lo smercio di sale avveniva alla luce del sole. Nei paesi durante questa pubblica vendita accadeva quasi sempre che si formassero lunghissime file e nell'attesa del proprio turno capitavano addirittura delle memorabili risse. Tuttavia tutta questa convinzione d'impunità si manifestò in tutta la sua prepotenza il 20 maggio del 1720, quando Giacomo Giacomelli contrabbandiere d'eccellenza si presentò con i suoi muli carichi al mercato di Castelnuovo Garfagnana, vendendo pubblicamente sale "con aperto scandalo universale", la gente nonostante la meraviglia accorse in fretta e furia e in men che non si dica il sale finì e il Giacomelli se ne andò tranquillamente come era venuto. Naturalmente il malvivente non la passò liscia, l'onta subita dal governo locale proprio sotto le finestre di"casa" fu troppo grossa e fu così che subì una condanna in contumacia al bando perpetuo, in alternativa dieci anni di galera.Il Giacomelli non cascò mai nella rete della giustizia era un pesce troppo grosso, i contrabbandieri di lungo corso sfuggivano alla cattura perchè spesso erano armati e
Commissione per la tasse
 su sale e tabacco 1851
organizzati in bande, eccezion fatta per Pietro detto il Broccolo (o Bossolo) che andava pure lui impunemente a vender sale con il suo cavallo, fu catturato e condannato a remare per diciotto mesi. Rimaneva però il fatto che quando "gli sbirri" stavano per molto tempo senza catturare nessun presunto manigoldo si rifacevano allora sui miserabili, su coloro che facevano questi traffici per sbarcare il lunario, capitava però qualche volta che il giudice comprendesse la situazione. Fu il caso di Francesco da Pieve Fosciana che aveva in casa circa venti chili di sale, questa quantità fu ritenuta adatta all'uso personale e familiare, fu "mandato liberatamente assolto". 

Lo spaccio di sale in tutta la Garfagnana durò fra alti e bassi quasi mille anni, fu un fenomeno veramente esteso che si ripresentò e terminò una volta per tutte con la fine della seconda guerra mondiale. Testimonianze del 1944 ancora oggi ci parlano di contrabbando di sale in maniera diversa di quello che fu per tanti secoli addietro. Anche durante la guerra la carenza di sale in tutta la valle si fece sentire e allora ci pensavano le donne della Versilia a favorire questo commercio a prezzo di un lungo e faticoso
Donne nella produzione di sale in Versilia,
 (foto Sentieri della memoria.comune di Massa)
lavoro. Carrette spinte a mano si recavano sulla spiaggia e riempivano di acqua marina ogni tipo di contenitore, preferibilmente damigiane per il vino o fusti rivestititi di zinco. La produzione si realizzava in luoghi appartati, in stalle dismesse, in posti comunque non visibili ai tedeschi o ai fascisti. La legna veniva recuperata nelle pinete, si accendevano così grandi fuochi e dentro questi recipienti l'acqua veniva messa al fuoco, una volta portata ad ebollizione e alla conseguente vaporizzazione non rimaneva altro che sale. Per rendere un po' l'idea della cosa si può dire che da ogni damigiana d'acqua si poteva ricavare ben due chili di sale. Una volta imballato invece, erano sopratutto gli uomini che si preoccupavano di salire in montagna per venderlo, usando ancora i vecchi e ultra secolari sentieri di una volta, dirigendosi così
(foto Sentieri della memoria comune di Massa)
verso la Garfagnana e dato che soldi ne circolavano pochi, talora il sale veniva scambiato con farina, patate e castagne. I viaggi su e giù per le montagne in quel periodo non si fermarono mai, si facevano sia d'estate che d'inverno, con la neve e il gelo e con ai piedi solamente zoccoli di legno.

E allora pensandoci bene, quanta storia c'è dietro un semplice:
 -Scusa, mi potresti passare il sale?-



Bibliografia:

  • Archivio di Stato di Modena
  • "Il cammino del Volto Santo. Dalla Lunigiana, attraverso la Garfagnana, fino a Lucca", "Sentieri e vie di contrabbando:il sale" di Normanna Albertini
  • "I sentieri della memoria", La Via del Sale

mercoledì 24 febbraio 2016

Quando la scienza era di casa in Garfagnana. La vita di Antonio Vallisneri

Tutti credono, o meglio hanno creduto i garfagnini gente gretta
Antonio Vallisneri
e mi si conceda la parola anche ignorante, questo stereotipo ha lo stesso valore che si attribuiva agli italiani emigrati anni fa, che erano considerati mafia, spaghetti e mandolino. Troppo facile generalizzare se pensiamo che la Garfagnana stessa ha dato all'umanità uno fra gli scienziati più significativi che il panorama italiano e mondiale abbia mai avuto. A questo avviso c'è da aggiungere un'altra cosa, che noi garfagnini abbiamo spesso la memoria corta e non ci ricordiamo di dar lustro a coloro che hanno portato in giro il buon nome della nostra valle, fra questi personaggi c'è senza dubbio Antonio Vallisneri. Pochi si ricorderanno di lui e alcuni nemmeno lo conosceranno, ma egli è uno di quelli che ci può far dire sicuramente che la Valle del Serchio non è solo la valle del bello e del buono come diceva Giovanni Pascoli, ma bensì è anche terra di scienza.La vita di Antonio Vallisneri è una di quelle vite che merita di essere raccontata per due motivi sopratutto:il primo sicuramente è quello come detto di riscoprire questo scienziato di fama internazionale, il secondo motivo ci dice che la sua fu una vita degna di un personaggio dei romanzi di Tolstoj,un esistenza la sua sempre in bilico fra gli studi e esigenze ereditarie.
Ma partiamo dall'inizio. Antonio nasce a Trassilico (oggi sotto il comune di Gallicano) al tempo facente parte del Ducato di Modena e importantissima sede di Vicaria. Era il 3 maggio del 1661 e il futuro medico (nonchè biologo e naturalista) vide la luce nella rocca del paese. Suo padre Lorenzo svolgeva la funzione di giudice(Capitano di Ragione) e la madre Lucrezia Davini di Camporgiano apparteneva a una delle migliori famiglie garfagnine. Passò la sua infanzia come tutti i bimbetti, correndo spensierato e felice per le carraie e le viuzze del paese giocando con gli amici, fu quello infatti uno dei rari periodi di pace che questa terra di confine attraversava. Ma tale leggiadria stava per finire, già all'orizzonte si cominciavano a profilare incombenti impegni di studio che l'onore di cotanta famiglia imponeva. Detto fatto Antonio dovette abbandonare madre,padre e i cinque fratelli e fu avviato agli studi in quel di Scandiano (provincia di Reggio Emilia)città natale della sua casata e successivamente proseguì le scuole a Modena presso i Gesuiti,dove intraprese gli studi di lettere e filosofia e successivamente a Reggio, ma nonostante tutto questo girovagare già si evidenziava una cosa su tutte: la sua era
Trassilico
un'intelligenza superiore alla media. Si arrivò così al fatidico 1679 e allo morte dello zio Giuseppe Vallisneri, vero mentore del futuro scienziato che lasciò al momento della dipartita al prediletto nipote una cospicua eredità, tale eredità però era subordinata a delle clausole capestro, il testamento obbligava Antonio a soddisfare gravosi obblighi e a sottostare a diverse condizioni. Immaginiamo quindi questo baldo giovanotto di diciotto anni nel pieno fulgore della gioventù che aveva il vincolo di laurearsi in legge o in medicina entro i trent'anni, di risiedere almeno tre mesi l'anno a Scandiano e li di farvi nascere i figli maschi, per non far perdere al primogenito il diritto di succedergli nell'eredità. Nel caso non avesse avuto discendenti maschi, la considerevole fortuna sarebbe passata ad un'altra famiglia.Cominciò di fatto la corsa all'eredità.Il povero Antonio si doveva dividere così fra i pressanti impegni universitari e la ricerca di quella gentil donzella che lo rendesse padre di almeno un figlio maschio e di conseguenza anche uomo ricco. Trovò tale fanciulla nell'emiliana Laura Mattacodi, convolarono così a giuste nozze il 27 aprile 1692 quando lei era appena quindicenne e lui stava ormai per compiere trentuno anni. Nel frattempo aveva continuato gli studi all'università di Bologna dove era diventato un seguace di Marcello Malpighi,illustre anatomista e nel 1684 a soli ventitré anni già si era laureato in medicina a Reggio Emilia(rientrando così in uno dei parametri dell'eredità voluti dallo zio defunto).Dopo alcuni anni di professione la sua fama di scienziato e dottore si stava spandendo
a macchia d'olio in tutta Italia, tanto da essere chiamato nella prestigiosissima università di Padova, dove ottenne la cattedra di medicina pratica, seguita da quella di teoretica. Le sue lezioni erano seguite dal fior fiore degli studenti della città e delle regioni limitrofe,le sue ricerche e i suoi esperimenti sulla natura ottennero risultati eclatanti, tra i quali la scoperta sull'origine dei fossili e quella delle sorgenti, nonchè del ciclo della
riproduzione degli insetti.Ma un grosso cruccio gravava pesantemente su questi successi, l'erede maschio tanto agognato ancora non si era visto.Per arrivare al desiderato bambino la moglie Laura però non si risparmiò e non esitò a partorire ben 18 pargoli. Alla fine solo quattro di questi diciotto figli sopravvissero ad Antonio Vallisneri e fra questi Dio volle ci fu il tanto sospirato maschio, Antonio junior che nacque nel 1700 intraprendendo anche lui la stessa carriera del padre. Con questo figlio decadeva così ogni vincolo sull'eredità e lo scienziato trassilichino si sentì ancor più libero e tranquillo di continuare i suoi studi. Naturalmente come tutti gli innovatori la sua fama fu contrastata dai seguaci dei vecchi metodi che cercarono in ogni modo di togliergli le cattedre più influenti. Ma oramai il nome di Antonio Vallisneri era sulla bocca di tutto il mondo scientifico,la sua notorietà raggiunse le maggiori capitali europee al punto di essere chiamato dall'imperatore Carlo V come suo medico personale di camera, ma non solo anche Papa Clemente XV e il re Vittorio Amedeo di Savoia gli conferirono grandi riconoscimenti e perfino da Londra venne l'autorevole nomina dalla Royal Society.Ma nonostante tutto questo successo forse l'esimio dottor Vallisneri si era dimenticato della sua amata Garfagnana? Assolutamente no. Nei brevi periodi di riposo non mancava di tornare a Trassilico, spaziando tra un monte e un altro, compiendo gite sulle Apuane e sugli Appennini, dedicandosi alla ricerca e allo studio della flora e della mineralogia come ricorda egli stesso nella sua opera "Viaggi in Garfagnana".Sempre in questo libro rammenta così la visita alla "Tana che urla"(per la sua storia vedi:http://paolomarzi.blogspot.it//una-singolare-grottala-tana-che-urla.html) celebre grotta nelle selve di Fornovolasco:
"Fra le caverne che visitai e dentro le quali scorrono perpetui
La Tana che Urla, Fornovolasco
rivi, i quali è fama che vengano dal mare...Si, è una poco sopra Forno Volastro, chiamata da que' popoli la Grotta che urla;perchè accostando l'orecchio alla bocca della medesima, s'ode sempre un certo oscuro strepito, o lontano rimbombo, a guisa d'omo che colà gridi, ed urli"
La "Tana che Urla" è una grotta di indiscusso fascino estetico e storico proprio grazie agli studi del Vallisneri sull'idrologia sotterranea.Da notare nei suoi trattati(vedi"L'opera fisico mediche","L'istoria delle generazioni dell'uomo e degli animali" e altri ancora...) l'uso della lingua italiana della quale fu un convinto assertore, al posto del latino che nel settecento era ancora la lingua ufficiale della comunità scientifica internazionale.
La Vallisneriana asiatica
Gli anni così passavano e Antonio ormai a fama consolidata trovò anche il tempo di metter su un giardino domestico di piante medicinali e compiva ancora con entusiasmo escursioni naturalistiche che gettarono le basi di quello che diverrà uno dei musei medico naturalistici più noti d'Italia, il "Museo di scienze archeologiche e d'arte" di Padova.
Morì a Padova (dove è sepolto nella chiesa degli Eremitani) a soli 69 anni il 18 gennaio 1730, dopo una breve e improvvisa malattia polmonare. Lasciò le sue collezioni e la sua biblioteca formata da circa oltre mille volumi all'università della città. In suo onore i colleghi scienziati chiamarono una pianta acquatica sommersa "Vallisneriana". Oggi di lui rimangono "solamente" vie, università e licei dedicati, all'illustre garfagnino dimenticato.

mercoledì 3 febbraio 2016

"Gli uomini della neve": un antico mestiere sulle vette delle Apuane

Cosa c'è di più semplice che aprire il proprio frigorifero nelle
Vecchissima foto.
I leggendari "uomini della neve"
 in azione nella Buca della Neve
ai piedi della Pania della Croce
giornate di calura estiva e bersi una bella e dissetante bibita ghiacciata? Cosa c'è di più naturale che aprire il proprio congelatore e scegliersi di farsi una bella e succulenta bistecca? Gesti,abitudini e consuetudini che oggi sono all'ordine del giorno,ma è stato sempre così? Direi proprio di no. Il problema di conservare il cibo è sempre stato un assillo per i nostri avi, già le cibarie non erano molte, figuriamoci poi se quel poco che c'era ci si poteva permettere di farlo andare in malora. Come fare allora? Premettiamo naturalmente con il dire che il frigorifero non esisteva e che i metodi di conservazione del cibo svariavano notevolmente. Un metodo assai usato in Garfagnana era la salatura,l'estrema salinità impediva la crescita di muffe e batteri, inoltre alcune spezie rallentavano la decomposizione delle carni (la preparazione dei salumi si basa su questo procedimento), un altro modo di conservazione era l'essiccatura,questo procedimento però veniva usato su alcuni alimenti come frutta o carne, infatti in assenza di acqua, muffe e batteri non crescevano. Un'altra opzione consisteva nell'affumicare gli alimenti,oltre che ad essiccarli più in fretta i residui di fumo ostacolavano ulteriormente il proliferarsi dei germi.Infine un ultima possibilità da attuare solo nelle zone di montagna come la Garfagnana era di seppellire il cibo nella neve, oppure raccogliere la stessa e riempire le cantine o delle piccole grotte naturali, realizzando di fatto una primitiva ghiacciaia, ed ecco così per questo motivo nascere nella nostra valle un antico e durissimo mestiere che vede le sue origini dai primordi dei tempi e la sua fine con l'avvento del frigorifero nel secondo dopoguerra. Le persone che intrapresero questo lavoro erano conosciute a tutti come "gli uomini della neve" e questa è la loro storia.

"Gli uomini della neve" erano persone adibite a raccogliere la neve per poi venderla a chiunque ne avesse bisogno per mantenere i propri viveri, non svolgevano la loro professione in inverno(come si
I resti di un vecchio "frigorifero"
di una volta,
qui si conservava la neve e il cibo
potrebbe credere), quando più o meno la neve era a disposizione di tutti i garfagnini e i viveri si mantenevano comunque, ma il loro impiego si svolgeva in estate...Ma la neve d'estate dov'era? In estate conservare il cibo era un problema,le alte temperature che anche nella buona stagione si fanno sentire in Garfagnana non aiutavano i nostri nonni a conservare le cibarie, non bastavano le fresche cantine areate, serviva la neve e quale miglior posto esisteva che la famosa Buca della Neve? Questa cavità è una dolina che si trova nelle Alpi Apuane a 1680 metri di altezza, ai piedi (più o meno) della Pania della Croce,la si può raggiungere inerpicandosi per il Canale dell'Inferno,la troviamo sul fianco sinistro del vallone stesso, lì la neve c'è tutto l'anno(o meglio c'era...), adesso gli inverni miti e piovosi e le estati calde hanno fatto si che sia quasi scomparsa,ma una volta ci rimaneva abbondante anche in estate 
a causa proprio della sua posizione riparata e proprio grazie a questo squarcio nelle Apuane  come detto nacquero "gli uomini della neve".Già li troviamo citati in documenti del 1678 ma questa attività è sempre esistita e specialmente era rivolta a rifornire gli abitanti della bassa Garfagnana.Maestri in questo mestiere erano gli abitanti di Fornovolasco che spesso entravano in "concorrenza" e in litigio con gli uomini della montagna versiliese per problemi di "sconfinamento territoriale".I garfagnini
La "Buca della Neve" oggi in estate
sostenevano che la buca era dalla parte garfagnina appunto, mentre i versiliesi sostenevano a loro volta che la montagna era di chi la frequentava e che poi la neve era talmente abbondante che c'era per tutti, l'accordo con buona pace di tutti fu raggiunto concedendo anche a quelli di Fornovolasco di poterla vendere in determinati luoghi della Versilia, descrive bene di questo Francis Vane un baronetto inglese fra i fondatori del movimento scout nazionale nel suo libro del 1908 "Walk and people in Tuscany" (n.d.r:"Passeggiate e popoli in Toscana"), a dimostrazione di questo ancora oggi a 1700 metri d'altitudine esiste il "Passo degli Uomini della Neve" che ricorda il passaggio di queste persone che andavano e venivano dalla Garfagnana al mare con i loro carichi di coltre bianca. Il lavoro era faticosissimo e si svolgeva in parte anche in inverno, non per vendere ma bensì si cercava il modo e la maniera che la buca potesse raccogliere quanta più neve possibile,allora succedeva che cessate le giornate con grandi nevicate a turno un manipolo di uomini si avventurasse su per la Pania fino a raggiungere la famigerata apertura, una volta arrivati sul posto si entrava nella dolina e si cercava di pressare la neve fresca saltandoci sopra o battendola in qualche maniera, in questo modo il manto bianco si compattava e faceva si che l'estate successiva la buca ne conservasse ancor più. Ma il lavoro vero veniva con la buona stagione,vecchie testimonianze ricordano queste figure di uomini curvi sotto misteriosi carichi coperti di iuta, armati di accettino, con questo accettino si incominciava a tagliare la neve e a farci dei pani che venivano messi dentro balle di iuta con foglie e paglia,in modo da fare una sorta di isolante. Appena pronti si ripartiva per il fondovalle (superando dislivelli anche di 1300 metri)per venderla a chi ne avesse fatto richiesta.La neve infatti andava ordinata, naturalmente non la si poteva vendere al banco del mercato, ma veniva portata
Il Passo degli Uomini della neve 
direttamente a casa del cliente. Tanto per rendere bene l'idea, per portare a valle e quindi al cliente 10 kg di neve ordinata(che sono già molti) bisognava partire dalla montagna con ben 40 Kg sulle spalle poichè lungo il tragitto si sapeva grosso modo quanta se ne sarebbe sciolta, il tutto per due spiccioli, ma in tempo di magra anche quei due spiccioli erano fondamentali per la sopravvivenza della famiglia, pensiamo poi a tutto il lavoro che c'era dietro e le tribolazioni.Le faticose camminate talvolta erano anche pericolose spesso fatte con scarponi di fortuna ridotti al lumicino, ma le vere conseguenze di questo mestiere per questi uomini si rivelarono con gli anni quando la maggior parte di essi venivano colpiti alle mani da un abnorme gonfiore in corrispondenza delle nocche. Non ci voleva molto a capire che quello era il frutto dell'azione combinata di fatica e artrosi deformante per mani che non conoscevano mai estate.

Il boom economico degli anni 50 sancì definitivamente la fine di un mestiere che durava sicuramente da tempi remoti ad eccezion fatta per alcuni gelatai della Versilia che ancora desideravano fare il loro gelato con la neve della Pania.Nel 1951 l'Italia produsse 18.500 frigoriferi, nel 1957 la cifra era di 370.000 mila e nel 1967 di ben 3.200.000 mila. L'Italia era diventata il primo produttore europeo di elettrodomestici e già tutti c'eravamo dimenticati di chi per millenni con la loro fatica ci aveva permesso di conservare i nostri cibi.

venerdì 15 agosto 2014

I vecchi progetti (per fortuna mai realizzati) di una volta...1939: la strada Gallicano- Mare

Lo schematico progetto della Gallicano Mare
Uno dei grossi problemi che ha avuto ed ha la Garfagnana è la viabilità. Raggiungere la nostra valle non è mai stato facile. Grossi progetti si sono sprecati nei decenni per agevolare le comunicazioni stradali, si è parlato di lunghi viadotti sul Serchio in modo così da non toccare i fianchi delle montagne e quindi evitare frane, si è cercato in ogni maniera che le strade "uscissero" dai paesi con circonvallazioni e raccordi stradali, tutto questo al fine di agevolare i commerci, il raggiungimento dei grandi stabilimenti presenti e soprattutto agevolare e snellire una circolazione che negli anni ha visto una crescita esponenziale...Ma però il progetto più grande, il più ambito e ancora mai realizzato (grazie a Dio) e più volte tentato è stato quello di raggiungere ed avere un collegamento più veloce e diretto possibile con il mare versiliese, raggiungibile in un solo modo attraversando le Apuane. Questa storia forse in pochi la sanno e ci siamo andati a così tanto dal realizzarla, mai così vicini come quella volta. Tutto cominciò nell'estate del 1939 quando Stefano Paoli Puccetti esimio gallicanese (stirpe di notai e sindaci) cominciò a tessere la tela per il grandioso progetto da sempre sognato della strada Gallicano-Mare. Si trattava di un progetto elaborato come tesi di laurea dal giovane ingegner gallicanese Livio Alessandro Poli. La strada doveva partire da Gallicano, arrivare a Fornovolasco, di li inerpicarsi fino al valico di Petrosciana per poi scendere verso il mare e raggiungere quindi Lido di Camaiore...praticamente doveva passare a due passi dal Monte Forato. Ci fu grande mobilitazione, la valle accolse il progetto con entusiasmo. Barga nella persona del suo podestà Morando Stefani, per esempio sperava di attirare turismo (dato che all'epoca molti villeggianti optavano per Bagni di Lucca e le sue terme) Vergemoli sprizzava gioia da tutti i pori, infatti il comune aveva intenzione di riaprire le vecchie miniere di ferro. Questa strada avrebbe dato  sbocchi commerciali, insomma era una buona opportunità per tutti, sia turistica e di rilancio della valle, tant'è che gli amministratori locali tramite i buoni uffici della curia contattarono perfino anche Galeazzo Ciano nella sua residenza di Ponte a Moriano, gerarca fascista, ministro degli esteri e più che altro genero di Mussolini, per presentargli tale progetto. Difatti la cosa ebbe il suo effetto e si arrivò a interpellare
Vecchia cartolina, le Alpi Apuane
personalmente il Duce che si diceva pronto a finanziare un'altra italica impresa. Ma poi come detto era il 1939 ed esattamente un anno dopo cominciò la guerra. L''evolversi delle vicende belliche fecero abortire il tutto e fu forse l'unica cosa bella che fece quella maledetta guerra, salvò la nostra valle da un sicuro

obbrobrio...Una strada che magari passava nell'anello del Forato proprio non ce l'avrei vista... 

lunedì 4 agosto 2014

L'origine dei nomi dei nostri paesi.Cominciamo con Fornovolasco,il primo centro siderurgico della Garfagnana...

Una vecchia immagine di Fornovolasco
 e il Monte Forato sullo sfondo
La curiosità spinge l'appassionato di storia come me a farsi nuove domande e a stimolare la propria curiosità.Oggi (stimolato appunto da quella curiosità) voglio aprire una specie di nuova rubrica nel mio blog e mi spiego;dato che la nostra Garfagnana è composta da molteplici paesi e  località e ognuna con il suo particolare nome  mi piacerebbe (anche e sopratutto con il vostro aiuto,se avete notizie in merito) di trovare l'esatta etimologia del nome dei nostri posti.Tanti nomi sono legati ad esempio al suo fondatore o anche ad attività lavorative nate in quel luogo, oppure ad antichi fatti accaduti,insomma è un mondo vastissimo che con il vostro aiuto mi piacerebbe approfondire ancor di più e poi pubblicare periodicamente con il nome di chi mi ha fornito la notizia.Bene,voglio adesso cominciare con un nome fra i più bizzarri della Garfagnana: Fornovolasco. Fornovolasco per chi non lo sapesse) si trova nel comune di Fabbriche di Vergemoli sulla strada che conduce alla Grotta del Vento.Il termine Fornovolasco risulta legato alle attività fusorie (per questo Forno) documentate fin dall'epoca medievale, dimostrate da interessanti documenti ritrovati nell'archivio di San Martino a Lucca.Infatti alle pendici della Pania sorgeva un piccolo polo siderurgico che richiamò vista la ricchezza mineraria del sottosuolo una compagnia fatta di bresciani (provenienti questi a quanto pare dalla Val Trompia)  e bergamaschi capitanati appunto da un certo conte Volasco (da qui appunto Volasco) da Brescia, qui vi trovarono le acque correnti della limpida Turrite, ampie aree boschive da quale attingere il combustibile per il funzionamento dei forni,ed inoltre la disponibilità di materie prime estratte dalla miniera locale di "Monticello le Pose" che fecero di Fornovolasco il primo paese siderurgico della Garfagnana (altro che K.M.E di Fornaci...) I nuovi ospiti da parte loro invece insegnarono ai locali nuove tecnologie di fusione e nuovi metodi lavorativi.L'attività era fiorente, si sostiene che nel 1369 si esportassero le lavorazioni perfino a Stazzema e nella parte versiliese delle Apuane.Le attività
Fornovolasco oggi
fusorie durarono addirittura fino ai primi anni dell'800.

Ecco qua allora l'origine del nome Fornovolasco nato dal connubio dei forni fusori già esistenti sul suo territorio e un certo conte Volasco da Brescia che vi creò un piccolo e fiorente centro siderurgico,il primo di tutta la valle.
Mi piacerebbe come detto continuare nella scoperta dei nomi dei nostri paesi, per chi volesse darmi una mano ( e ne sarei grato ) e avesse notizie è pregato di inserirle nella parte del mio blog riservata ai contatti.Grazie e a risentirci a presto sull'argomento...

 

mercoledì 25 giugno 2014

Una singolare grotta:"La Tana che Urla", fra leggenda,scienza e cronaca...

Nelle Alpi Apuane si aprono numerose
"la tana che urla"
grotte in fondo alle quali scorrono per effetto del fenomeno carsico numerosi corsi d'acqua sotterranei, che nei periodi invernali sono anche abbastanza impetuosi.Mettendo orecchie a queste grotte si ha l'impressione che una moltitudine di voci provenga dalla profondità di queste grotte,talvolta sembra di udire canti melodiosi, altre volte urla strazianti oppure bisbiglii sommessi.L'immaginazione popolare ha voluto che queste grotte fossero abitate da fantastiche fate o da terribili streghe.Fra le più famose per queste caratteristiche è difatti "la tana che urla",proprio così chiamata per le ragioni scritte prima.Incamminandosi per il Monte Forato(via Fornovolasco) e seguendo il sentiero n°6 ,dopo circa 1 km sulla destra,rialzata dal livello del sentiero, rimane questa singolare grotta famosa ai più per tre motivi:uno prettamente folkloristico per la sua bella leggenda,l'altro scientifico, mentre l'ultimo per un fatto di cronaca risalente al 1986 chiuso per fortuna senza conseguenze.Ma andiamo ad analizzare i tre aspetti.Cominciamo dalla leggenda che vuole un giovane minatore di Fornovolasco, mentre passava davanti alla grotta udì un melodioso canto. Aveva sentito dire che in fondo alla 
buca abitavano le fate. Rimase a lungo a sentire quei canti e nei giorni seguenti vi ritornò.Una mattina d’estate, mentre si recava a lavorare, volle passare davanti alla grotta per poter dare un’occhiata e vide una bellissima ragazza avvolta in un vestito leggero come le nuvole, Il minatore fu colpito dalla sua bellezza e tentò di avvicinarla, ma questa sparì come una spirale di fumo. Per giorni l’uomo tornò alla grotta senza alcun risultato.L’estate passò e, con l’arrivo dell’inverno, il giovane minatore rimaneva 
il suo interno
per lunghe ore a pensare  all’incontro che aveva avuto quella mattina.
 Divenne triste e si ammalò,nessuna medicina sembravano avere effetto sul giovane. Una notte, mentre giù dalla Pania scendeva un vento gelido, il minatore udì bussare alla porta. Aprì e trovò in terra un cesto colmo di fiori che nascono soltanto durante l’estate. Allora capì chi poteva avere portato fino alla casa quel cesto, uscì e corse verso la grotta. Riuscì a vedere la fata fuori dalla spelonca, le confessò il suo amore disperato. Ma la Fata gli disse che non era possibile e che se avesse mangiato quei fiori sarebbe guarito e l’avrebbe dimenticata per sempre. Ma il giovane insisteva; allora la Fata lo avvertì che se l’avesse seguita in fondo alla grotta non sarebbe più potuto tornare alla luce del giorno e, detto questo,si allontanò. Il minatore non si arrese e le corse dietro e le pareti della montagna si chiusero. Oggi dal profondo della grotta si sentono ancora le voci delle Fate e ogni tanto anche qualche colpo di piccone del minatore.Questo è quello che riguarda la bellissima leggenda.Mentre da un punto di vista scientifico "la tana" ha un notevole valore perchè suggerì ad Antonio Vallisneri (1661-1730)la teoria del ciclo perenne delle acque, in cui lo scienziato italiano (di Trassilico) confutò la cosiddetta “teoria marina”,che  riteneva che l’acqua scaturita dalle  sorgenti,
Antonio Vallisneri
fosse generata da quella marina penetrata in profondità, fatta evaporare dal calore interno terrestre 
entro le rocce e condensata nelle grotte sotterranee, secondo il principio dell’alambicco, per distillazione.(me l'hanno anche spiegata ma ho capito ben poco !!!).Per chiudere, questa grotta, è stata anche  protagonista sulle pagine nazionali di tutti i maggiori quotidiani, quando nel 1986 una scolaresca di un liceo di Lucca si avventurò all'interno della grotta per una lezione di geologia insieme all'insegnante di scienze ed alcune guide,quando sul più bello furono colpiti da un temporale che vide l'acqua interna alla grotta salire di livello e quindi intrappolare per ben 32 ore tutta la compagnia .La fortuna volle che cessò di piovere, così tutti poterono rivedere la luce del sole, avendo corso il serio rischio  di fare compagnia al minatore della leggenda...

venerdì 20 giugno 2014

E la Pania comincio a "vomitare" fango e massi... Venti anni fa la tragedia. L''alluvione a Fornovolasco

Il giorno dopo "Il Tirreno"
Sono già passati venti anni da quel 19 giugno del 1996. Le previsioni meteo in Garfagnana avevano dato cielo sereno e terso...niente di più falso. In verità si stava formando sulle creste delle Alpi Apuane uno scontro di aria fredda proveniente dal nord Italia, con aria calda umida proveniente dalle coste, creando così una rapidissima evoluzione meteorologica, ed infatti violentissimi temporali si scatenarono a partire dal primo mattino sulle Apuane a cavallo fra la Garfagnana e la Versilia e precisamente nella "striscia" di terra compresa fra i paesi di Cardoso di Stazzema  e Fornovolasco. La mattinata passò quasi indenne a Fornovolasco,pioveva forte si, la Turrite si era ingrossata, ma niente lasciava  presagire a quello che sarebbe successo di lì a poco. Verso le ore tredici il disastro si compì,la pioggia si trasformò in vero e proprio diluvio, in poche ore il pluviometro delle Apuane registrò un valore cumulativo di precipitazioni da record pari a 440 mm in otto ore con una punta massima di 157 mm in un ora. Fatto sta che dalla montagna
scese acqua mista a fango e detriti che distrusse i ponti di
Fornovolasco, qualche mese
dopo l'alluvione
(foto tratta da facebook Laura Giannini)
Fornovolasco e le case. Dal Monte Forato che sta ad ovest del paese, ma sopratutto dalla Pania Secca e dalla Pania della Croce insieme all'acqua, questi monti "vomitarono" migliaia di metri cubi di terra dalla profondità delle loro viscere. Purtroppo la tragedia ebbe il suo apice con la morte della povera signora Isola Frati,la sua casa fu travolta dalla furia dell'acqua e dei massi. Il paese di Fornovolasco quel giorno rischiò veramente di sparire dalla faccia della terra. Ben più grave in fatto di vittime fu il bilancio versiliese. Cardoso contò quel maledetto 19 giugno ben 12 vittime. Lo stesso Gallicano è bene precisare a detta degli esperti rischiò seriamente quel giorno,fortuna volle che più a valle la diga di Trombacco fosse completamente vuota perchè in manutenzione e fu così in grado di accogliere l'impeto della gran parte della piena. A tragedia avvenuta ancora in molti non si spiegano la
Oggi Fornovolasco
tanta acqua precipitata in così poco tempo, mai era successa una cosa simile, mai da archivi storici locali risulta almeno in tempi moderatamente recenti una catastrofe simile.Comunque il paese si rimboccò le maniche e trovò l'immediata reazione dei suoi abitanti e degli enti locali e Fornovolasco un anno dopo poté già inaugurare i due ponti e la ricostruita Piazza Pascoli,nonché il ripristino della chiesa di San Francesco di nuovo agibile e affrescata dal maestro Paolo Maiani. Ad oggi Fornovolasco è ancora lì;grazie a Dio più bello che
prima.

lunedì 5 maggio 2014

La Grotta del Vento: quando fu scoperta da Betta...una bambina di quattro anni

E' uno dei luoghi più
l'attuale ingresso alla grotta
visitati di tutta la Garfagnana, frotte di turisti da tutta Europa vengono per visitare questo stupendo mondo sotterraneo.Ma non è stato sempre così...Questa è la storia della Grotta del Vento che inizia nel 1898 quando il turismo in Garfagnana non si sapeva nemmeno cosa fosse.Dal 1600 fino al termine del 1800 si conosceva solo un piccolo pertugio largo pochi metri dal quale usciva una corrente d'aria a dir poco fredda che gli abitanti del Trimpello (piccola borgata vicino a Fornovolasco) sfruttavano come frigorifero naturale infatti costruirono una piccola capanna proprio sul piccolo "foro soffiante" per poi incanalare l'aria fredda all'interno della casupola e sfruttare il vento per conservare le cibarie.Dalle informazioni che si hanno pare che la prima persona ad entrare all'interno della Grotta, nel 1898,

sia stata una bambina di quattro anni conosciuta con il nomignolo di Betta che, per gioco s'insinuò in questo piccolo "foro soffiante". Il passaggio era troppo piccolo per un adulto e la bambina percorse solo 10 metri e tornata all'esterno raccontò ai giovani che la convinsero ad entrare che la galleria continuava. La curiosità spinse questi giovani ad allargare l'ingresso e ad esplorare i primi 30 metri(fino all'attuale Sala dell'Orso). In quel punto dove finalmente il soffitto si alzava e la progressione diventava più semplice fu la paura per l'ignoto e probabilmente influenzati dalle credenze che a quei tempi popolavano ancora le grotte di esseri mostruosi e demoniaci che li spinse a tornare all'esterno. Le prime spedizioni scientifiche, condotte da speleologi, iniziarono nel 1929 con un'esplorazione del Gruppo Speleologico Fiorentino. Scoprirono i primi 60 metri di galleria, si arrestarono davanti ad un sifone, una galleria a forma di U riempita d'acqua. Loro pensarono di aver raggiunto il fondo della grotta e che terminasse con un lago. Solo nel 1961 gli speleologi del Gruppo Speleologico Bolognese arrivando in un periodo di forte siccità riuscirono superare il sifone e a esplorare i primi 600 metri di gallerie. Da allora si sono susseguite varie esplorazioni che hanno portato lo sviluppo complessivo a circa 4500 metri e grazie a questo oggi possiamo ammirare uno spettacolo incomparabile invidiato da tutta Italia...e non solo.
l'interno della grotta