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mercoledì 22 febbraio 2017

Una millenaria storia: il contrabbando di sale in Garfagnana e le famigerate "vie del sale"

Cosa c'è di più banale, insignificante e tremendamente normale di un
Contrabbandieri pronti per partire
pugno di sale? Si, avete capito bene del semplice sale... Oggi lo troviamo da tutte le parti: dal grande centro commerciale, fino ad arrivare nella più modesta bottega sotto casa. Ma una volta non era così. Per lunghi secoli fu chiamato l'oro bianco e questo prodotto di Madre Natura segnava la fortuna di tutti gli stati che riuscivano a controllarne la produzione e il commercio. Naturalmente gli stati imponevano su questo primario bene tasse da capogiro, favorendo di fatto un imponente contrabbando. La Garfagnana fu tra le principali protagoniste di questo illecito traffico, nato in tempi medievali e terminato solamente con la fine della seconda guerra mondiale. Tutto si svolgeva lontano dalle strade principali e la circolazione avveniva sui molti percorsi montani che furono
 denominati "le vie del sale", battuti questi dai più coraggiosi contrabbandieri. Prima di approfondire l'argomento guardiamo perchè il sale era considerato un bene tanto prezioso.
In primis il sale era quell'elemento che rendeva appetibili tutti
Venditore di sale
quei cibi "arrangiati" di una cucina poverissima, ma sopratutto il sale era l'unico conservante disponibile, all'epoca naturalmente non esistevano frigoriferi o altri tipi di conservanti e grazie proprio al sale si potevano salvaguardare e immagazzinare scorte di cibo per lungo tempo, ad esempio ciò rese possibile alle navi di affrontare lunghi viaggi rendendo possibili floridi scambi commerciali. Da non tralasciare il fatto che poi nei lunghi inverni garfagnini dove il brutto tempo non permetteva le coltivazioni, le riserve di cibo sotto sale salvavano da sicura carestia e inoltre in un economia rurale e di pastorizia come quella garfagnina era l'elemento fondamentale per la lavorazione e la trasformazione del latte in formaggi. Questo minerale aveva poi virtù anche in medicina: era usato come disinfettante per ferite o addirittura come purgante. Insomma, per ben capirsi chi amministrava questo commercio aveva un potere immenso, poichè teneva in pugno la sopravvivenza di un popolo intero. Proprio per questi motivi che il sale diventò una delle merci più contrabbandate, pensiamo ai suoi enormi ricarichi dato che la sua filiera commerciale era infinita, bisognava pagare il
Una grida di Francesco IV duca
di Modena sulla diminuzione
del prezzo del sale
produttore, il sensale, i facchini, il trasporto (già quest'ultima voce faceva triplicare il prezzo)e "dulcis in fundo" le carissime tasse statali, ecco allora nascere le famigerate "vie del sale", bazzicate come detto dai più famosi contrabbandieri della valle. Queste vie partivano dal mare versiliese o ligure, valicavano le Apuane, giungevano in Garfagnana e continuavano su per gli Appennini fino ad arrivare ai margini della Pianura Padana. In Garfagnana con la definizione "vie del sale" non si indicava una strada precisa e ben definita (sarebbe stato fin troppo facile per le gendarmerie locali individuarle) ma bensì di una fitta rete di stradine e mulattiere più o meno nascoste che salivano e scendevano per le nostre montagne. Dove spesso i garfagnini e i versiliesi si incontravano per vendere e comprare sale era proprio in quegli insospettabili hospitali che servivano anche per rifocillare i pellegrini di passaggio, ma avevano pure la funzione di proteggere questo contrabbando, diventarono quindi un punto nevralgico di spaccio, a conferma di questo una delle principali "vie del sale" passava proprio per L'Isola Santa, ed era proprio li nel hospitale di San Jacopo che avveniva fuori dagli sguardi indiscreti il pagamento o lo scambio di merci fra contrabbandieri. Di lì, il contrabbandiere garfagnino proseguiva attraverso i sentieri e verso i paesi di Torrite, Careggine, Castelnuovo e Camporgiano.
Isola Santa centro di spaccio del sale
Un'altra strada alternativa partiva sempre da Torrite e raggiungeva i paesi di Sassi, Molazzana e Gallicano, importante era anche quella via che passava dalla Foce di Petrosciana e di li scendeva verso Fornovolasco e i paesi limitrofi, luogo di scambio e smistamento era l'hospitale di Santa Maria Maddalena, oggi volgarmente conosciuto come "la chiesaccia". La più famosa rimane però la Via Vandelli che aveva il compito di servire la zona dell'Alta Garfagnana, qui si registrò infatti un'efferato omicidio a causa proprio del sale (per il caso leggere http://paolomarzi.blogspot.it/il-caso-del-sandalo-rosso-html) e anche di qui poi si diramavano altre mulattiere che servivano i borghi vicini, fra le più percorse c'era la Piazza al Serchio -Gramolazzo che risaliva il torrente Acqua Bianca, arrivava a Nicciano, Castagnola ed Agliano, quest'ultimi affacciati proprio sul bellissimo lago di Gramolazzo. Trasportarlo poi non era affatto semplice, il sale è pesante e sui sentieri scoscesi delle montagne lo si spostava in sacchi piuttosto leggeri per non appesantire troppo i muli, i viaggi erano faticosi e in caso di pioggia bisognava immediatamente proteggere il carico. La dura vita del contrabbandiere non finiva qui, il Ducato di Modena in Garfagnana e in tutto il suo regno in genere incentivava a denunciare questi fuorilegge, anche in maniera segreta. Ma è appunto in quel preciso momento storico che la figura del contrabbandiere raggiunse un immagine leggendaria in tutta la valle, quest'uomo era colui che
la Via Vandelli percorso di
contrabbandieri di sale
sfidava le leggi dello Stato oppressore per favorire gli interessi della gente comune. Il contrabbando di sale era visto con grande favore dalla popolazione che non solo non denunciava i loro eroi ma li difendeva in tutte le maniere dagli "sbirri". Fu un vero problema questo per il Ducato, in Garfagnana ci fu una vera sollevazione a favore dei contrabbandieri, perdipiù i gendarmi non favorivano i buoni rapporti e spesso nei confronti della povera gente che difendeva i fuorilegge si lasciavano andare a non poche crudeltà. A dimostrazione di questa avversione per i tutori della legge ci sono dei documenti comprovanti che all'avvicinarsi degli "sbirri", in paese veniva suonata la campana a martello. In poco tempo i contadini che erano nei campi si radunavano nella piazza del borgo, armati di "bastoni, falci e forcon", difendendo i contrabbandieri o i paesani ricercati perchè in possesso di piccole quantità di sale. Quasi sempre accadeva che i gendarmi fuggissero a gambe levate, lasciando di fatto libero l'arrestato. Ci fu un caso ben documentato che racconta la non felice "visita" dei gendarmi. Ciò accadde nei pressi di Castelnuovo: 

“Arrivarono li soldati per esercitar il loro carico in virtu delli
"Gli sbirri" estensi
ordini, et mandati dai Provveditori al sale, capitasse in casa del suddetto Marco inquisito, al quale havendo trovato certa quantità di sale di contrabando volessero levarla, al che opponendosi Giovanni suddetto, tolse una stanga da carro con quella mortalmente percotendo uno di essi ministri, et li suddetti Pietro et Giacomo, dandosi l’uno, all’altro aiuto et favore cooperativo insieme con molti altri, che per hora si tacciono, ferissero anco li due altri uno pur mortalmente, et l’altro di percossa grave, et importante, ne contenti di questo Antonio suddetto instigato da Battista dasse campana a martello convocando molta gente e gridando dall'alto, ammazza,ammazza...". 

Tale ormai era diventata la sicurezza dei contrabbandieri che lo smercio di sale avveniva alla luce del sole. Nei paesi durante questa pubblica vendita accadeva quasi sempre che si formassero lunghissime file e nell'attesa del proprio turno capitavano addirittura delle memorabili risse. Tuttavia tutta questa convinzione d'impunità si manifestò in tutta la sua prepotenza il 20 maggio del 1720, quando Giacomo Giacomelli contrabbandiere d'eccellenza si presentò con i suoi muli carichi al mercato di Castelnuovo Garfagnana, vendendo pubblicamente sale "con aperto scandalo universale", la gente nonostante la meraviglia accorse in fretta e furia e in men che non si dica il sale finì e il Giacomelli se ne andò tranquillamente come era venuto. Naturalmente il malvivente non la passò liscia, l'onta subita dal governo locale proprio sotto le finestre di"casa" fu troppo grossa e fu così che subì una condanna in contumacia al bando perpetuo, in alternativa dieci anni di galera.Il Giacomelli non cascò mai nella rete della giustizia era un pesce troppo grosso, i contrabbandieri di lungo corso sfuggivano alla cattura perchè spesso erano armati e
Commissione per la tasse
 su sale e tabacco 1851
organizzati in bande, eccezion fatta per Pietro detto il Broccolo (o Bossolo) che andava pure lui impunemente a vender sale con il suo cavallo, fu catturato e condannato a remare per diciotto mesi. Rimaneva però il fatto che quando "gli sbirri" stavano per molto tempo senza catturare nessun presunto manigoldo si rifacevano allora sui miserabili, su coloro che facevano questi traffici per sbarcare il lunario, capitava però qualche volta che il giudice comprendesse la situazione. Fu il caso di Francesco da Pieve Fosciana che aveva in casa circa venti chili di sale, questa quantità fu ritenuta adatta all'uso personale e familiare, fu "mandato liberatamente assolto". 

Lo spaccio di sale in tutta la Garfagnana durò fra alti e bassi quasi mille anni, fu un fenomeno veramente esteso che si ripresentò e terminò una volta per tutte con la fine della seconda guerra mondiale. Testimonianze del 1944 ancora oggi ci parlano di contrabbando di sale in maniera diversa di quello che fu per tanti secoli addietro. Anche durante la guerra la carenza di sale in tutta la valle si fece sentire e allora ci pensavano le donne della Versilia a favorire questo commercio a prezzo di un lungo e faticoso
Donne nella produzione di sale in Versilia,
 (foto Sentieri della memoria.comune di Massa)
lavoro. Carrette spinte a mano si recavano sulla spiaggia e riempivano di acqua marina ogni tipo di contenitore, preferibilmente damigiane per il vino o fusti rivestititi di zinco. La produzione si realizzava in luoghi appartati, in stalle dismesse, in posti comunque non visibili ai tedeschi o ai fascisti. La legna veniva recuperata nelle pinete, si accendevano così grandi fuochi e dentro questi recipienti l'acqua veniva messa al fuoco, una volta portata ad ebollizione e alla conseguente vaporizzazione non rimaneva altro che sale. Per rendere un po' l'idea della cosa si può dire che da ogni damigiana d'acqua si poteva ricavare ben due chili di sale. Una volta imballato invece, erano sopratutto gli uomini che si preoccupavano di salire in montagna per venderlo, usando ancora i vecchi e ultra secolari sentieri di una volta, dirigendosi così
(foto Sentieri della memoria comune di Massa)
verso la Garfagnana e dato che soldi ne circolavano pochi, talora il sale veniva scambiato con farina, patate e castagne. I viaggi su e giù per le montagne in quel periodo non si fermarono mai, si facevano sia d'estate che d'inverno, con la neve e il gelo e con ai piedi solamente zoccoli di legno.

E allora pensandoci bene, quanta storia c'è dietro un semplice:
 -Scusa, mi potresti passare il sale?-



Bibliografia:

  • Archivio di Stato di Modena
  • "Il cammino del Volto Santo. Dalla Lunigiana, attraverso la Garfagnana, fino a Lucca", "Sentieri e vie di contrabbando:il sale" di Normanna Albertini
  • "I sentieri della memoria", La Via del Sale

mercoledì 3 febbraio 2016

"Gli uomini della neve": un antico mestiere sulle vette delle Apuane

Cosa c'è di più semplice che aprire il proprio frigorifero nelle
Vecchissima foto.
I leggendari "uomini della neve"
 in azione nella Buca della Neve
ai piedi della Pania della Croce
giornate di calura estiva e bersi una bella e dissetante bibita ghiacciata? Cosa c'è di più naturale che aprire il proprio congelatore e scegliersi di farsi una bella e succulenta bistecca? Gesti,abitudini e consuetudini che oggi sono all'ordine del giorno,ma è stato sempre così? Direi proprio di no. Il problema di conservare il cibo è sempre stato un assillo per i nostri avi, già le cibarie non erano molte, figuriamoci poi se quel poco che c'era ci si poteva permettere di farlo andare in malora. Come fare allora? Premettiamo naturalmente con il dire che il frigorifero non esisteva e che i metodi di conservazione del cibo svariavano notevolmente. Un metodo assai usato in Garfagnana era la salatura,l'estrema salinità impediva la crescita di muffe e batteri, inoltre alcune spezie rallentavano la decomposizione delle carni (la preparazione dei salumi si basa su questo procedimento), un altro modo di conservazione era l'essiccatura,questo procedimento però veniva usato su alcuni alimenti come frutta o carne, infatti in assenza di acqua, muffe e batteri non crescevano. Un'altra opzione consisteva nell'affumicare gli alimenti,oltre che ad essiccarli più in fretta i residui di fumo ostacolavano ulteriormente il proliferarsi dei germi.Infine un ultima possibilità da attuare solo nelle zone di montagna come la Garfagnana era di seppellire il cibo nella neve, oppure raccogliere la stessa e riempire le cantine o delle piccole grotte naturali, realizzando di fatto una primitiva ghiacciaia, ed ecco così per questo motivo nascere nella nostra valle un antico e durissimo mestiere che vede le sue origini dai primordi dei tempi e la sua fine con l'avvento del frigorifero nel secondo dopoguerra. Le persone che intrapresero questo lavoro erano conosciute a tutti come "gli uomini della neve" e questa è la loro storia.

"Gli uomini della neve" erano persone adibite a raccogliere la neve per poi venderla a chiunque ne avesse bisogno per mantenere i propri viveri, non svolgevano la loro professione in inverno(come si
I resti di un vecchio "frigorifero"
di una volta,
qui si conservava la neve e il cibo
potrebbe credere), quando più o meno la neve era a disposizione di tutti i garfagnini e i viveri si mantenevano comunque, ma il loro impiego si svolgeva in estate...Ma la neve d'estate dov'era? In estate conservare il cibo era un problema,le alte temperature che anche nella buona stagione si fanno sentire in Garfagnana non aiutavano i nostri nonni a conservare le cibarie, non bastavano le fresche cantine areate, serviva la neve e quale miglior posto esisteva che la famosa Buca della Neve? Questa cavità è una dolina che si trova nelle Alpi Apuane a 1680 metri di altezza, ai piedi (più o meno) della Pania della Croce,la si può raggiungere inerpicandosi per il Canale dell'Inferno,la troviamo sul fianco sinistro del vallone stesso, lì la neve c'è tutto l'anno(o meglio c'era...), adesso gli inverni miti e piovosi e le estati calde hanno fatto si che sia quasi scomparsa,ma una volta ci rimaneva abbondante anche in estate 
a causa proprio della sua posizione riparata e proprio grazie a questo squarcio nelle Apuane  come detto nacquero "gli uomini della neve".Già li troviamo citati in documenti del 1678 ma questa attività è sempre esistita e specialmente era rivolta a rifornire gli abitanti della bassa Garfagnana.Maestri in questo mestiere erano gli abitanti di Fornovolasco che spesso entravano in "concorrenza" e in litigio con gli uomini della montagna versiliese per problemi di "sconfinamento territoriale".I garfagnini
La "Buca della Neve" oggi in estate
sostenevano che la buca era dalla parte garfagnina appunto, mentre i versiliesi sostenevano a loro volta che la montagna era di chi la frequentava e che poi la neve era talmente abbondante che c'era per tutti, l'accordo con buona pace di tutti fu raggiunto concedendo anche a quelli di Fornovolasco di poterla vendere in determinati luoghi della Versilia, descrive bene di questo Francis Vane un baronetto inglese fra i fondatori del movimento scout nazionale nel suo libro del 1908 "Walk and people in Tuscany" (n.d.r:"Passeggiate e popoli in Toscana"), a dimostrazione di questo ancora oggi a 1700 metri d'altitudine esiste il "Passo degli Uomini della Neve" che ricorda il passaggio di queste persone che andavano e venivano dalla Garfagnana al mare con i loro carichi di coltre bianca. Il lavoro era faticosissimo e si svolgeva in parte anche in inverno, non per vendere ma bensì si cercava il modo e la maniera che la buca potesse raccogliere quanta più neve possibile,allora succedeva che cessate le giornate con grandi nevicate a turno un manipolo di uomini si avventurasse su per la Pania fino a raggiungere la famigerata apertura, una volta arrivati sul posto si entrava nella dolina e si cercava di pressare la neve fresca saltandoci sopra o battendola in qualche maniera, in questo modo il manto bianco si compattava e faceva si che l'estate successiva la buca ne conservasse ancor più. Ma il lavoro vero veniva con la buona stagione,vecchie testimonianze ricordano queste figure di uomini curvi sotto misteriosi carichi coperti di iuta, armati di accettino, con questo accettino si incominciava a tagliare la neve e a farci dei pani che venivano messi dentro balle di iuta con foglie e paglia,in modo da fare una sorta di isolante. Appena pronti si ripartiva per il fondovalle (superando dislivelli anche di 1300 metri)per venderla a chi ne avesse fatto richiesta.La neve infatti andava ordinata, naturalmente non la si poteva vendere al banco del mercato, ma veniva portata
Il Passo degli Uomini della neve 
direttamente a casa del cliente. Tanto per rendere bene l'idea, per portare a valle e quindi al cliente 10 kg di neve ordinata(che sono già molti) bisognava partire dalla montagna con ben 40 Kg sulle spalle poichè lungo il tragitto si sapeva grosso modo quanta se ne sarebbe sciolta, il tutto per due spiccioli, ma in tempo di magra anche quei due spiccioli erano fondamentali per la sopravvivenza della famiglia, pensiamo poi a tutto il lavoro che c'era dietro e le tribolazioni.Le faticose camminate talvolta erano anche pericolose spesso fatte con scarponi di fortuna ridotti al lumicino, ma le vere conseguenze di questo mestiere per questi uomini si rivelarono con gli anni quando la maggior parte di essi venivano colpiti alle mani da un abnorme gonfiore in corrispondenza delle nocche. Non ci voleva molto a capire che quello era il frutto dell'azione combinata di fatica e artrosi deformante per mani che non conoscevano mai estate.

Il boom economico degli anni 50 sancì definitivamente la fine di un mestiere che durava sicuramente da tempi remoti ad eccezion fatta per alcuni gelatai della Versilia che ancora desideravano fare il loro gelato con la neve della Pania.Nel 1951 l'Italia produsse 18.500 frigoriferi, nel 1957 la cifra era di 370.000 mila e nel 1967 di ben 3.200.000 mila. L'Italia era diventata il primo produttore europeo di elettrodomestici e già tutti c'eravamo dimenticati di chi per millenni con la loro fatica ci aveva permesso di conservare i nostri cibi.

martedì 27 ottobre 2015

92a Divisione Buffalo: i 15000 uomini di colore che liberarono la Garfagnana.1944

Non è come Hollywood ce la vuol sempre raccontare, anzi spesso e
Il loro simbolo
volentieri il cinema americano ci lancia degli stereotipi che ci portiamo appresso tutta la vita. Ad esempio nella II guerra mondiale coloro che ci liberarono dall'oppressione nazi fascista furono gli americani (ma non solo) e ce le immaginiamo arrivare nella nostra Garfagnana da liberatori trionfanti sulle jeep a ritmo di swing, distribuendo cioccolate e sigarette a destra e a manca fra ali di gente festante e ci ritornano alla mente quei soliti soldati americani visti nei film di guerra,un po' spacconi ma buoni come John Wayne ne "Il giorno più lungo"o Lee Marvin "In quella sporca dozzina", ma non fu così, almeno in Garfagnana.Gli americani che pensiamo nel nostro immaginifico non arrivarono mai, o meglio arrivarono quando la situazione nella valle era ormai pacificata. Oggi rendiamo merito e onore ai veri eroi, gli uomini della 92a Divisione Buffalo appartenenti alla Va armata americana.Una divisione composta da solo uomini neri, ben quindicimila, pochi conoscono i risvolti del doloroso ed eroico ingaggio di questi soldati che diedero le loro vite nel 1944 per la libertà della Garfagnana e per la loro stessa emancipazione dal razzismo.Questi erano i Buffalo Soldiers, i "soldati bufalo".

"Deeds not words", "fatti non parole" era il motto di questa divisione particolare
Una delle prime divisioni
della Buffalo
dell'esercito americano.Il soprannome "Buffalo" fu affibbiato a loro dai Cheyenne (tribù di Nativi Americani) nel 1867, in parte per il colore della pelle e per i capelli ricci di questi soldati che ricordava il mantello di un bisonte, ma sopratutto perchè questo nome per gli indiani significava rispetto, poichè come i bisonti, i soldati della Buffalo combattevano fino alla fine. Dopo la guerra civile americana (1865) Frederick Douglas (politico e abolizionista americano) ebbe a dire:

"I neri di America sono stati cittadini statunitensi tre volte nel 1766,nel 1812 e nel 1865. Nei periodi complicati i neri erano cittadini,nei momenti di pace erano degli alieni"
e la storia si ripete così nel 1941 a II guerra mondiale iniziata, il presidente Roosevelt firmò l'atto 8802 che riammetteva così i neri d'America nell'esercito. Seguirono poi leggi non scritte dove i neri dovevano restare in unità separate dai bianchi e in cui sempre i neri non potevano comandare i bianchi.L'altezzoso generale (bianco) Ned Almond, loro comandante così li accolse:
"Noi non vi abbiamo chiamato. I vostri giornali e politici neri assieme ai vostri amici bianchi hanno insistito per vedervi combattere e io mi impegnerò perchè voi combattiate e offriate la vostra parte di vittime".
Il comandante della V armata Mark Wayne
Clark passa in rassegna "La Buffalo"

Questo era il "buongiorno" con cui partirono per l'Italia.
Sbarcarono a Napoli nel 1944, poi di nuovo imbarcati per Civitavecchia e da li su convogli militari giunsero in Toscana. Avevano il compito di attraversare l'Arno e sfondare niente meno che la linea Gotica.La Garfagnana accolse così questi giovani, tutti desiderosi di far parte di un operazione militare vittoriosa. Molti di questi soldati si erano arruolati volontariamente per ottenere quell'integrazione civile e umana sancita a parole dalla Costituzione Americana, altri perchè senza lavoro,la maggioranza di loro erano contadini analfabeti, ma c'erano anche medici e professionisti. L'impatto con la nostra valle fu sconcertante da un punto di vista prettamente militare, per mesi e mesi i loro addestramenti si svolsero nelle lande semi desertiche del Texas che non avevano niente a che vedere con le montagne garfagnine, ma ormai non c'era più niente da fare, la loro missione doveva andare avanti.Dopo aver ridefinito le strategie cominciò l'avanzata verso la Garfagnana, iniziarono la loro risalita coadiuvati dai partigiani locali, infatti la loro più grande paura non essendo come detto abituati alla morfologia del territorio era di perdersi  per i
Una storica immagine:Lucca è liberata
dai soldati della Buffalo.
Foto ricordo con i civili
sentieri della valle e la collaborazione degli "amici paesani" (come i soldati della Buffalo chiamavano partigiani) in tal senso fu fondamentale. Giunsero così nel Morianese il 15 settembre 1944, gli scontri furono da subito duri con i tedeschi, questi scontri violenti durarono per quattro giorni, quando finalmente gli alleati riuscirono a sfondare ed entrare di fatto nella Valle del Serchio. Importantissimo fu anche per la Garfagnana l'apporto dell'esercito brasiliano,la F.E.B (Forza di Spedizione Brasiliana) che in quel momento si occupava della zona ovest, la zona che dava verso la Versilia, l'offensiva di entrambi gli eserciti continuava inesorabile tanto da giungere il 30 settembre del solito anno a Borgo a Mozzano stabilendoci il comando generale.Il 1° ottobre la 92a Buffalo liberò anche Bagni di Lucca, la loro marcia insieme ai brasiliani si protrasse ancora per 20 km liberando Barga, Fornaci, Gallicano, Sommocolonia, Ghivizzano e Pian di Coreglia e qui in questa linea si attestò il fronte.Rimane di quei giorni il ricordo singolare di un signore di Gallicano che all'epoca era un bambino di 9 anni :

Manifesto di propaganda fascista
contro i soldati negri
"Io non avevo mai visto un uomo nero se non nei manifesti della propaganda fascista che li dipingeva come degli scimmioni. Da principio fui titubante, ma poi mi feci conquistare dalla cioccolata che spesso mi offrivano".
Furono quelli sette mesi di guerra di trincea che in una maniera o nell'altra andava superata, l'inverno fu rigidissimo e solamente incursioni aeree su Castelnuovo e qualche episodio di guerriglia smossero in qualche modo la situazione.Vennero poi i giorni tragici e decisivi del dicembre 1944, i giorni dell'operazione "Wintergewitter",in italiano "Tempesta d'inverno", meglio conosciuta ai più come la "Battaglia di Natale". Le forze naziste il 26 dicembre a mezzanotte con un colpo d'ala riuscirono a sfondare le linee difensive statunitensi, cogliendo di sorpresa i soldati della Buffalo, in pochi giorni gli americani furono ricacciati indietro di 20 km, fu una disfatta.Nella memoria di tutti rimarrà l'estremo sacrificio del tenente di colore John Fox a Sommocolonia, paese nel quale vi furono fra i combattimenti più
Il tenente John Fox

feroci. John Fox era un uomo cresciuto fra i campi di cotone, finito a combattere su una collina incastrata fra i monti della valle del Serchio per l'esercito di un paese che ancora lo chiamava "negro", è solo, asserragliato nella rocca medievale del paese, cerca riscatto, forse gloria, ordina ai suoi di scendere a valle prima che i colpi di cannone e le mitragliere della Kesserling raggiungano anche loro.Lo spettacolo è straziante case sventrate, campi intrisi di sangue, commilitoni morti e la paura della povera gente chiusa nelle cantine.Ormai Fox è accerchiato, ma  ha fatto la sua scelta,non fuggire ma rimanere, cercare in qualche modo di frenare l'operazione "Tempesta d'inverno", Fox capisce come. Nell'ultimo messaggio inviato ai suoi soldati ordina di colpire con il mortaio, le coordinate però corrispondono a quelle della sua posizione, il soldato che riceve il messaggio è stordito, perchè portare il fuoco proprio sul tenente? Avrebbe significato sicuramente la sua morte. Ma l'ordine di John Fox è perentorio, le sue ultime parole sono "Fuoco lo stesso", quindi ucciderlo perchè non si continui ad uccidere, infatti così fu. Il corpo del tenente Fox una volta riconquistato il paese dai soldati della Buffalo, insieme ai soldati nepalesi, il 2 gennaio 1945 fu ritrovato insieme a quello di un centinaio di tedeschi. Insieme a lui nella battaglia morirono circa 80 Buffalo Soldiers. Le cose non volgevano al meglio anche nel settore versiliese, la
92a Buffalo in azione in Garfagnana
Buffallo subì pesanti perdite per errori di strategia, come nel fallito attraversamento del torrente Cinquale, dove il già discusso (e già citato) generale Almond mandò i carri armati a bonificare il terreno, uno dietro l'altro con il risultato della loro facile distruzione da parte dei tedeschi, lasciando così senza supporto di corazzati una parte della 92a divisione, anche qui fu una strage.Cominciarono a piovere così pesanti ed ingiuste critiche verso questi uomini, le truppe della 92a Buffalo furono spostate in zone di guerra per così dire più tranquille e le accuse si fecero ancor più pesanti, si parlava di mancanza di coraggio e della riluttanza delle truppe afroamericane di combattere.L'azione dei neri della 92a fu messa in dubbio pure dalla gente comune con commenti del tipo:" I bianchi sono pronti a morire per la patria, i neri no".

Film,fumetti,documentari e canzoni.
Il giusto merito
Mestamente la storia dei Buffalo Soldiers finì al ritorno in Patria nel novembre 1945, la divisone fu immediatamente disattivata alla fine dello stesso mese.
Per molti anni ancora questi uomini torneranno ad essere cittadini di serie B, dovranno andare in scuole separate, salire negli ultimi posti degli autobus e il Ku Klux Klan darà per molti anni la caccia al negro, nessuno si ricorderà del loro sacrificio, non bastarono più di mille morti e 3500 tra feriti e dispersi nella sola Toscana per essere ricordati non come soldati ma come uomini.
Ma il tempo come si sa (ogni tanto...) è galantuomo e uno dei primi in assoluto a riconoscere il valore dei soldati della Buffalo fu il professor Umberto Sereni (ex sindaco di Barga) che negli anni 80 cominciò la sua lotta per avviare un processo di riconoscimento dei sacrifici fatti, fu elogiata la loro azione sostenendo che il gruppo tattico dei Buffalo meritasse di passare alla storia per il comportamento in battaglia e per aver aperto la strada al resto
della Va armata. Furono così gli anni della giusta rivalutazione, film,canzoni libri, documentari portarono alla conoscenza di tutti questi valorosi soldati. Bob Marley nel 1983 dedicò a loro una canzone famosissima intitolata appunto "Buffalo Soldier". Marley, identificò i Buffalo
13 gennaio 1997 il 
Presidente Clinton consegna la
Medal of Honor a Vernon Baker
Soldiers
 come esempio di uomini neri illustri che agirono con coraggio, onore e distinzione in un campo dominato dai bianchi. Sergio Bonelli disegnò un numero del famoso fumetto "Tex", il film di Spike Lee "Miracolo a Sant'Anna" ne esaltò le loro doti, per non parlare poi del memorabile docu-film Buffalo Inside di Fred Kowomu. Ma il cerchio si chiuse veramente quel 13 gennaio 1997 quando il presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton insignì il tenente John Fox (il tenente morto a Sommocolonia) e Vernon Baker sottufficiale della 92a Buffalo 
(all'epoca in vita)con il più grande riconoscimento militare americano: la "Medal of Honor"

mercoledì 20 maggio 2015

La leggenda del Monte Croce. Dai saccheggi dei feroci Saraceni per arrivare alle sue candide giunchiglie

Il Monte Croce
Lasciando il fondovalle all'altezza dell'incrocio per Turrite Cava intraprendiamo la strada che va su per la valle omonima, passiamo il paese di Fabbriche di Valico e continuiamo verso il vecchio borgo di Palagnana che per qualche bizzaria burocratica si trova nel comune di Stazzema, quindi in Versilia, anche se lo si può raggiungere più che agevolmente da Gallicano in appena 25 minuti circa. Passato il borgo di Palagnana lasciamo l'auto sul bordo della strada e ci avviamo a piedi su per il bosco per uno dei posti più belli di tutta la nostra valle:il Monte Croce. Il Monte Croce fa parte delle Apuane meridionali, si trova appunto nel comune di Stazzema e la sua vetta raggiunge i 1314 metri è così chiamato poichè i quattro crinali principali che lo formano s'intersecano formando perpendicolarmente una croce. Splendido questo monte, sopratutto nel mese di maggio perchè rinomato per la fioritura delle giunchiglie, infatti è anche conosciuto come Monte delle Giunchiglie. Tipicità quasi unica questa, dato che proprio in questo periodo i suoi pendii si ammantano di un bianco candido, così come nessun monte delle Alpi Apuane. Molti si sono domandati il perchè di questo esclusivo fenomeno e tanti credono che il tutto risalga a più di 1000 anni fa, quando con la fine dell'Impero Romano, nel 900 d.C,
Le giunchiglie del Monte Croce
l'Italia versava in condizione a dir poco penose. Le discese dei Longobardi, Goti e Visigoti ed aggressori di ogni genere avevano portato alla distruzione e al saccheggio del nostro paese, solo i centri abitati sulla costa si sentivano un po' più al sicuro perchè protetti dalle montagne e sopratutto perchè i popoli aggressori non erano dotati di flotte navali. Purtroppo le cose cambiarono e di questa Italia saccheggiata dai predoni di ogni tipo ne approfittarono anche i Saraceni che cominciarono a solcare le acque del Tirreno centrale. La bandiera con la mezza luna ben presto diventò motivo di terrore anche per le coste dell'attuale Versilia. Nel 813 la costa antistante l'attuale Viareggio fu presa di mira dai feroci turchi che
Antico riparo per pastori sul Monte Croce

sferrarono un attacco senza precedenti. A difendere i villaggi di pescatori sulla costa dalle incursioni barbaresche furono chiamati tutti i giovani del circondario e fra questi anche un pastore che pascolava i suoi greggi nei verdi prati sottostanti la cima delle montagne. Questo giovane pastore si era innamorato di una pastorella anche lei abitudinaria dei soliti verdi pascoli e destino volle che si erano promessi marito e moglie. Il giovane pastore andò malvolentieri a difendere i villaggi,la sua testa e il suo cuore erano tutti per la sua innamorata e proprio durante un terribile scontro in battaglia il giovane fu ucciso a tradimento. La notizia gettò nella
La vetta del Monte Croce
circondato da giunchiglie
disperazione più profonda la povera ragazza che corse sulle balze delle montagne sopra il mare dove tante volte aveva passeggiato con il suo promesso sposo. Iniziò a piangere e subito ogni lacrima si trasformava in un fiore profumato. Ma il dolore era grandissimo, insopportabile e la ragazza morì di crepacuore. Si racconta così che in certe notti estive due bellissime fiammelle serpeggianti vengono ad  abbracciarsi sulla cima del Monte Croce, quel monte stesso che vide i due pastori amarsi,una di queste fiammelle accorre dal mare strisciando leggerissima sopra la spuma dei flutti,l'altra, che si muove ad incontrarla proviene dai boschi della montagna e come di solito erano fare i due amanti queste due fiammelle si riuniscono e incominciano a rincorrersi per i pendii del monte fino a che non comincia a spuntare il sole. Chi sale poi, come detto nel
Una giunchiglia del Monte Croce
mese di maggio sulla cima del Monte Croce potrà vedere i fianchi della montagna ricoperti da una moltitudine di meravigliose giunchiglie. Sono le lacrime versate dalla giovane pastorella che sbocciano ogni primavera in candidi fiori per ricordare per sempre quell'indissolubile storia d'amore finita in malo modo.

Bellissime queste leggende che risalgono a tempi lontanissimi,racconti che vanno mantenuti e narrati perchè tali poesie non vengano disperse nell'oblio dei tempi.

martedì 24 febbraio 2015

Un lontano 1910:Quando dalla Versilia per raggiungere le Alpi Apuane si usava la mongolfiera.Questa è la storia dell'epica impresa del "Pallone Frenato."

1910 La Pubblicità dell'epoca
del Pallone frenato
Non è una storia prettamente garfagnina ma è una storia che merita di essere raccontata.Siamo nel comune di Stazzema in Versilia, anche se, questo luogo da Gallicano è raggiungibile in appena 40 minuti circa.Questo posto fa parte delle nostre magnifiche Alpi Apuane e siamo appunto sull'Alto Matanna, luogo incantevole per le escursioni verso il Monte Croce,il Procinto,il Monte Forato e altre mete ancora e per chi come me è un po' più pigro può approfittare dei suoi verdi prati per pic nic e scampagnate in famiglia.Ad accoglierci appena lasciata l'auto nel parcheggio, fra i maestosi larici c'è l'albergo (rifugio) Alto Matanna, un posto dove dormire e mangiare per poi avventurarsi sui magnifici monti circostanti.Questo albergo però nasconde una storia tutta vera, di altri tempi, anch'essa stupefacente e meravigliosa, una storia che sembra uscita da un libro fantascientifico di Jules Verne o perchè no,da un romanzo di avventure di Mark Twain.Tutto ebbe inizio alla fine del 800 quando un ambizioso fabbro di Palagnana di nome Alemanno Barsi decise di sposarsi.Questa moglie era una donnina minuta, non troppo alta e forse neanche tanto bella, ma in compenso possedeva come dote un barile di marenghi d'oro e questo era quanto bastava per le ambizioni del fabbro.Alemanno con quella dote potè dare sfogo alle sue aspirazioni.Fu così che nel 1890 inaugurò al Basso Matanna (Palagnana) un nuovo albergo (oggi dismesso).Eravamo in quel periodo in cui si cominciava a parlare di villeggiature, di vacanze  e i signorotti dell'epoca approfittavano di questo modo nuovo di concepire la vita  e quindi i clienti a questo nuovo albergo non mancavano e nonostante l'altitudine (750 m) era dotato di tutti i confort più moderni (per l'epoca),si poteva telefonare
L'albergo Basso Matanna (Palagnana)
oggi e ieri
direttamente a Viareggio e i quotidiani arrivavano puntuali tutti i giorni.Gli anni passavano e ad Alemanno nacque un figlio, Daniele, che una volta grandicello intraprese il mestiere di rappresentante di utensili da lavoro.Nel suo viaggiare Daniele conobbe una bella signorina di nome Rosetta di Montecarlo di Lucca, anche lei con una dote molto consistente (tale padre, tale figlio...)e si sposò.Rosetta fu confinata subito a dirigere l'albergo del Basso Matanna, dove con grande eleganza lo arredò nel classico stile inglese come era di moda in quegli anni nella vicina Bagni di Lucca (n.d.r:Bagni di Lucca intorno al 1850 fu meta turistica ambita per le sue terme da inglesi ed americani,tanti decisero di rimanerci a vivere,tant'è che nella cittadina esiste un cimitero inglese e una chiesa anglicana).Nel frattempo il buon Alemanno costruì un altro albergo stavolta all'Alto Matanna (quello ancora oggi esistente e attivo), un posto favoloso,una posizione incantevole, attorniato dalle Alpi Apuane a 1037 metri d'altitudine, dalla sommità dei suoi monti si può
Oggi l'albergo "Alto Matanna"
ammirare l'arcipelago toscano, insomma la famiglia Barsi lassù voleva creare una "Svizzera in Toscana".Il problema rimaneva l'accessibilità e in più bisognava in qualche maniera attirare i clienti più ricchi e aristocratici,quei clienti però frequentavano le spiagge di Viareggio, e Matanna era raggiungibile a piedi o a dorso di mulo. Come risolvere allora il grave problema? Ci pensò il figlio Daniele, fu una trovata sensazionale, di sicuro impatto, si pensò di portare questi nuovi villeggianti dal mare ai monti utilizzando un pallone aerostatico frenato, una mongolfiera che scorreva su cavi di acciaio che doveva partire dalla Grotta dell'Onda (che si trova a 710 metri d'altezza sul versante meridionale del Monte Matanna, sul lato versiliese).Questi cavi guida erano del diametro di 27 mm,la capacità di trasporto sarebbe stata di 6 persone più il comandante, il diametro del pallone era di 14 metri,l'altezza dell'aerostato in volo superava i 20 metri. I lavori così partirono,nell'area della Grotta dell'Onda fu costruito l'hangar di legno, il quale poggiava su una base in muratura, mentre da cento e passa operai fu elevato un cavo metallico portante di 800 metri.Il volo di collaudo fu
Il biglietto di trasporto 
fino alla stazione del 
pallone costava 200 lire
effettuato con successo il 21 agosto 1910.Tutto quindi era previsto in ogni dettaglio, gli ospiti sarebbero stati prelevati dalla stazione di Viareggio,di li condotti in automobile fino a Candalla (località di montagna versiliese), poi con la portantina o a dorso di mulo condotti fino alla Grotta dell'Onda dove si sarebbero 
imbarcati sul pallone, dopo un oretta circa,una volta giunti alla stazione di arrivo un'altra portantina in 5 minuti portava i turisti in albergo "Alto Matanna",ricco anche questo di ogni comodità.Finalmente arrivò così anche il giorno dell'inaugurazione, il 28 agosto 1910 alla presenza di tutte le autorità e della stampa.Agli ordini del comandante Frassinetti si ebbe il primo viaggio ufficiale del "pallone frenato" ribattezzato "Rosetta" (come la moglie del suo ideatore Daniele Barsi), fu un vero tripudio, la cosa funzionava e fu accolta da grande entusiasmo, tutti volevano 
Foce al Pallone ,di qui si partiva con
l'aerostato per l'Alto Matanna
(foto di Maxviator)
salire sulla mongolfiera, tutti volevano sostare all'albergo"Alto Matanna".Ospiti a dir poco illustri volarono con questo pallone,le teste coronate di tutta Europa ambivano a questo viaggio, infatti il Re del Belgio Alberto I con famiglia al seguito vi viaggiò, per non

parlare poi dell'Infanta di Spagna Maria Teresa di Borbone sorella del re Alfonso XIII e poi scienziati,professori,nobili, poeti...Come si sa però in tutte le belle storie esiste sempre un MA.Su questa storia aleggiava un brutto presentimento, si, perchè è bene dire che nella zona di costruzione dell'hangar e della posa dei cavi era presente una "mestaina", una Madonnina molto antica che gli operai distrussero per realizzare il progetto.La gente di Casoli (frazione di Camaiore a ridosso delle Alpi Apuane)  avvertì gli ingegneri e i proprietari che era stato profanato un luogo sacro e che in qualche modo prima o poi il buon Dio se ne sarebbe ricordato...Arrivò così l'inverno del 1911 quando una notte di febbraio una spaventosa tempesta si abbatté violentemente sulla zona.Dagli abitanti di Casoli fu udito un grande schianto dalle parti della Grotta dell'Onda dove c'era l'hangar che custodiva la mongolfiera nella stagione invernale.Il mattino
Due degli illustri ospiti del Pallone Frenato:
il Re del Belgio Alberto I
 e l'Infanta di Spagna Maria Teresa di Borbone
seguente gli abitanti del paesello si vollero rendere conto del terribile schianto avvenuto e salirono fin lassù.Quello che videro fu apocalittico, l'hangar era completamente distrutto, come stritolato e la stessa misera fine toccò al pallone anch'esso ridotto a brandelli.Volenti o nolenti, credenti o meno la profezia degli abitanti di Casoli si avverò,le forze divine si erano vendicate della profanazione del luogo sacro sentenziando così la fine dell'epica impresa dei Barsi.

Sono passati esattamente 105 anni da quei giorni e ancora oggi è visibile per chi percorre quei sentieri la struttura di cemento e le pietre su cui poggiava l'hangar.

mercoledì 23 aprile 2014

La Pania della Croce...e la problematica storia delle sue croci...

Lei è la regina incontrastata delle Alpi Apuane,da lassù si
domina il mare e la montagna,da lassù ci si sente veramente parte del Creato.Lei è la Pania della Croce e oggi voglio raccontarvi proprio il perchè del suo nome  e quindi il perchè della sua croce.La storia delle sue croci è recente.Prima il monte era conosciuto semplicemente come Pania e più anticamente come "Pietrapana", che deriva a sua volta da "Pietrae Apuanae" ovvero monti degli Apuani(antica popolazione locale).Già nell' 800  però si pensò di fare di questa vetta l'altare delle Apuane proprio perchè dalla sua sommità si potevano ammirare e oserei dire(in limpide giornate) quasi toccare con mano i tre elementi di vita terrena:acqua (il mare della Versilia) la terra (i monti della Garfagnana) e il cielo con i suoi 1859 metri d'altezza,in pratica tanta era la magnificenza di tale vista che ci si sentiva come a stretto contatto con Dio e in segno di devozione a ciò fu eretta la prima croce in legno.Della sua esistenza si ha già testimonianza da  Emanuele Repetti (geografo e naturalista ) infatti nel suo "Dizionario geografico fisico storico della Toscana" del 1830 nomina già la montagna come Pania della Croce (non più Pietrapana).Naturalmente le intemperie facevano si che questi croci lignee durassero ben poco e si decise così di innalzare una croce metallica che fu eretta il 19 agosto del 1900
19 agosto 1900 la prima croce metallica 
ma purtroppo il destino era avverso e fu così che malauguratamente fu colpita da un fulmine che letteralmente la piegò come se fosse un giunco(i resti di questa croce 
sono rimasti addirittura fino ad alcuni anni fa).Passarono gli anni e tutto si perse nell'oblio del tempo e la vetta rimase sguarnita di croce per 50 anni circa.Dopo alterne vicende, molte promesse e un rinnovato entusiasmo il sogno di riportare la croce in vetta ritornò finalmente realtà sempre un 19 agosto però stavolta del 1956.Il merito di questo,è bene dirlo,non fu come si potrebbe pensare di gente garfagnina, ma la croce fu riportata sulla cima dall' U.O.E.I (UNIONE OPERAIA ESCURSIONISTI ITALIANI) di Pietrasanta e in particolare dagli abitanti di Pruno,paesino della Versilia nel comune di Stazzema.Per quest'opera nel piccolo paese fu costituito un apposito comitato.Uomini,donne e ragazzi trasportarono a spalla tutto il necessario:la croce realizzata in tubi Dalmine,suddivisa in vari pezzi ed imbullonata sulla vetta,il materiale per le fondamenta
Ecco il giorno, 19 agosto
1956 la messa in posa
definitiva
dell'attuale croce
,cemento,rena,acqua, nonchè le cibarie per i lavoratori.Una lenta e costante processione procedè 
per giorni e giorni dal paese di Pruno alla sommità fino a che l'opera non fu completata E oggi è ancora lì a 1859 metri imponente e fiera come non mai


giovedì 20 marzo 2014

I frati cannibali di Fornovolasco...fra leggenda e verità

Forse questo è il luogo più misterioso e inquietante di tutta la Garfagnana (anche se per la verità qui siamo nel comune di Stazzema)Risalendo la Turrite di Gallicano attraversando i boschi di Fornovolasco sui sentieri che portano al Monte Forato dopo un po' incontriamo i ruderi di un antico monastero la cosiddetta”Chiesaccia”.Nel 1260, nel Libellus extimi Lucanae Dyocesis,(documento che elenca tutte le chiese, i monasteri e i luoghi di culto con rendite) si trovava già elencato tra le chiese dipendenti dalla Pieve di S. Felicita di Valdicastello, l'hospitale de Volaschio. Quest'ultima struttura, consacrata a S. Maria Maddalena, era situata in Petrosciana lungo una diramazione della Via Francigena, all'epoca passaggio obbligato fra la Media valle del Serchio e l'odierna Versilia.I frati agostiniani erano i suoi custodi e date certe del loro arrivo non esistono (ma si ritiene che possa far risalire al periodo compreso tra l'800 ed il 1000.) La “Chiesaccia”, era adibita sopratutto ad accogliere e rifocillare i viandanti che, per commercio o per pellegrinaggio, si spostavano dalla Garfagnana alla Versilia verso gli imbarchi raggiungendo il valico denominato "Foce di Petrosciana"... da qui in poi si va nella leggenda più nera.La leggenda vuole che questi frati non fossero cosi' pii e misericordiosi come volevano far credere.Infatti molti dei viandanti che si fermavano a questo monastero per rifocillarsi non riprendevano più il loro cammino.Il motivo? Durante la notte i frati si davano al cannibalismo mangiando ancora vivi i poveri viandanti.Durante questo "speciale" banchetto notturno facevano risuonare le campane del monastero che erano udibili per tutta la valle. Udendo il suono notturno di queste campane mortali, i fedeli del luogo sapevano che anche quella notte i frati avevano banchettato! Un'altra versione collega il dispregiativo "Chiesaccia" al fatto che i monaci se non uccidere erano soliti nella notte spaventare e depredare i viandanti ed i pellegrini che transitavano lungo la strada di Petrosciana .Che dire, qualcosa di ambiguo sicuramente c'era...le leggende non nascono a caso.
I ruderi della "Chiesaccia" antico e misterioso monastero