Visualizzazione post con etichetta tedesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tedesco. Mostra tutti i post

mercoledì 5 giugno 2019

Italia- Germania, estate 1944: una partita di calcio fra nazisti e garfagnini in riva al Serchio

"Nonostante la guerra e le distruzioni anche noi ragazzi come quelli
La partita di Natale del 1914
di oggi avevamo i nostri sogni e i nostri eroi, le femminucce avevano come idoli gli attori come Gregory Peck o l'italiano Amedeo Nazzari, per noi bimbetti, i nostri modelli da imitare erano i calciatori, al tempo i Ronaldo,i Messi, non erano neanche nei pensieri della "su mamma", dato che nemmeno la loro mamma era nata... i nostri eroi si chiamavano Piola, Mazzola, Meazza e la squadra più forte di tutte... macchè Juventus !!!...era il Torino!... Ti devo dire di più, in quegli anni (n.d.r: anni 40) il calcio non fu solo passione e divertimento, in quegli anni per noi ragazzi fu un modo di fuggire dalla realtà della guerra, un modo per estraniarsi dalle crudeltà che stavano succedendo in ogni dove...tornare poi a casa e vedere la propria madre
piangere perchè bisognava fuggire da casa, sfollare, andare chissà dove, abbandonare i nonni al loro destino perchè troppo anziani per fuggire, lasciava nel mio cuore un dolore enorme
La mitica rovesciata di Piola
che dimenticavo solamente quando correvo dietro ad un pallone..."

Questa è la storia di Joe Rinaldi, nato in località la Barca vicino a Gallicano, ed emigrato negli Stati Uniti negli anni '50 del '900 e oggi pensionato felice dopo 45 anni di lavoro nella mitica Union Pacific Railroad (ferrovia U.S.A). La storia di questo arzillo novantenne garfagnino mi è arrivata via e-mail dai suoi figli. La storia di Giovanni (oggi Joe), come tante storie di emigranti è interessantissima, si narrano le mille peripezie fatte per farsi una posizione sociale degna di tale nome, si racconta ancora della fame patita prima di trovare un lavoro ma... io leggendo queste vicende non sono rimasto particolarmente attratto da quello che gli era capitato negli States, ma mi interessava molto di più un brano di questa mail dove raccontava della sua grossa passione per il calcio e... "di partite di pallone nella piana di Mologno contro i soldati tedeschi..."
Un'immagine del film
"Fuga per la vittoria
nella foto Ardiles,
Stallone, Pelè, Moore
Come? Mi sono domandato, ho capito bene? Ed ecco ritornarmi alla mente la celeberrima "partita di Natale": 25 dicembre 1914, I guerra mondiale, inglesi e tedeschi uscirono dalle trincee e in un segno di fratellanza  ormai persa cominciarono a giocare a calcio, facendo così tacere i fucili per un giorno e ancora come dimenticarsi il bellissimo film "Fuga per la vittoria", che ha come attori calciatori veri come Pelè, Ardiles e Bobby Moore? La storia fu presa da un fatto realmente accaduto, conosciuto meglio con l'appellativo di "partita della morte", giocata fra ufficiali tedeschi e prigionieri ucraini, ed ecco allora che queste partite nella piana di Mologno hanno stimolato il mio interesse e riportato Joe ai giorni memorabili di quella lontana estate del 1944.

"Eravamo sempre i soliti, io, il Mario, il Beppe, il Luciano e il
La Barca (Gallicano)
luogo di origine di Joe
Franco. La mattina ci sbrigavamo tutti e cinque a fare i lavori nei campi, tagliare il fieno e dare da mangiare alle bestie che avevamo nascosto per non farle trovare ai tedeschi o ai partigiani che sicuramente ce le avrebbero requisite, poi fatto quello che c'era da fare ci davamo appuntamento al fiume...per fare una cosa proibitissima dai nostri genitori...giocare a calcio. La proibizione veniva dal fatto che giocando a pallone c'era il rischio di potersi far male, se mi fossi fatto male chi avrebbe aiutato in tutti i lavori agricoli il babbo? Quanto sarebbe costato ai miei genitori farmi medicare? Per di più con la guerra in atto medicine non se ne trovavano e poi una cosa sarebbe stato farsi male mentre lavoravo o facevo qualcosa di produttivo e un'altra cosa sarebbe stato farselo per il semplice gusto di giocare. Ma la passione che avevamo per il calcio era superiore a qualsiasi pericolo, così in un campetto al di là del fiume fra Vizzano e Mologno inscenavano le nostre partite. Dentro

una buca avevamo nascosto anche il nostro pallone che era una vera e propria meraviglia, era una palla fatta con i "cenci" dismessi di casa, una pezza l'avevo portata io, l'altra il Mario, insomma ognuno aveva contribuito a fare il nostro pallone, fatto di stoffa "appallottolata" e legata insieme con un filo, il tocco in più a fare si che somigliasse ancora di più ad una vera palla l'avevamo dato con il grasso di maiale rubato a casa, si perchè una volta fatta la palla l'avevamo tutta cosparsa con il grasso, in modo che le pezze di stoffa rimanessero rigide, così non si sarebbero sfilacciate; il più era quindi fatto, per cominciare una partita a quel punto bastava poco, infatti la porta era fatta con due bastoni che fungevano da pali e siccome eravamo in dispari uno a turno stava in porta e gli altri quattro facevano la partita due contro due, non vi immaginate il divertimento, la spensieratezza, intorno a me non vedevo le nostre montagne ma vedevo spalti festanti a ogni mio gol, addosso non mi vedevo la pesante
Torino stagione 1943-1944
canottiera, ma mi vedevo la bella maglia granata del Torino. Finito di giocare però si tornava alla dura realtà e il rituale era sempre il solito: un bel bagno rinfrescante nel fiume e poi di corsa a casa zitti, zitti. Un bel giorno durante una di queste partite, il pallone rotolò in una"scarpatella"  arrivando quasi sul greto del fiume, mi apprestai di corsa per recuperare la palla, appena allungai le braccia per afferrarla rimasi di ghiaccio, era stata fermata da un mitra e da un elmetto tedesco, che erano li depositati a terra...alzai gli occhi e vidi un soldato che si stava bagnando i piedi nel fiume, girai lo sguardo e sotto una frasca ce n'erano altri quattro...è la fine pensai! Presi la palla facendo finta di niente e mi incamminai per tornare dai miei amici, appena fatti tre passi una frase in tedesco secca e perentoria mi gelò il sangue
Soldati tedeschi
nelle vene, in men che non si dica i cinque tedeschi si erano già alzati, ricomposti e imbracciato i mitra, nei loro occhi notai la stessa mia paura, io non sapevo le loro intenzioni  e d'altronde nemmeno loro sapevano chi eravamo, mi accompagnarono per quei trenta lunghi metri che mi distanziavano dal campetto e dai miei cinque amici, che appena videro la scena caddero a terra a piangere. I soldati non parlavano una parola di italiano, ma già avevamo capito che volevano comprendere chi eravamo e perchè eravamo li, insomma cercavamo di spiegarci a gesti o come si poteva meglio fare, poi ad un certo punto il Beppe fece un gesto che aprì le porte ad una totale serenità, di colpo prese la palla e con un calcio la tirò verso la porta, dopodichè esultò come facevano i grandi campioni del tempo, da li un tedesco prese la palla e fece cenno ad un mio compagno di andare in porta, in men che non si dica ci ritrovammo cinque contro cinque in un epica partita Italia -Germania.I nazisti si levarono il pesante giaccone, si misero in canottiera, l'altra porta la fecero loro, al posto dei pali avevamo messo due elmetti, la partita cominciò , noi eravamo un po' titubanti, ma man mano che i minuti passavano non esistevano più tedeschi, americani, francesi o
Foto tratte da La partita del Natale 1914
qualsivoglia soldato, ci stavamo divertendo tutti e dieci come dei matti, quei soldati poi in fin dei conti erano poco più grandi di noi, loro avranno avuto una ventina di anni, noi quattordici, quindici e sedici anni. Alla fine dell'incontro (che purtroppo perdemmo) ci salutammo con pacche sulle spalle e ognuno tornò da dove era venuto. Qualche giorno dopo si ripresentò l'occasione di tornare a giocare a calcio e ci trovammo con i miei compagni di gioco al solito posto, arrivati al campetto con grande sorpresa ritrovammo i soliti soldati che ci stavano aspettando per giocare, uno di loro batteva il dito indice sul polso ad indicare che eravamo in ritardo, ben presto tirammo fuori la palla di cencio e via un'altra partita, loro però giocavano con gli scarponi e noi con gli "scappini" (n.d.r:zoccoletti di legno)e in effetti la cosa era impari, da una parte loro con gli scarponi ci pestavano senza volerlo i piedi e dall'altra il loro portiere giocava con l'elmetto, perchè quando si calciava il pallone spesso partiva lo zoccolo, per farla breve trovammo l'accordo, si giocava tutti a piedi nudi. Era

molto bello perchè il calcio aveva buttato giù la barriera che idealmente ci divideva, anzi il gioco ci aveva uniti in una vera amicizia. Questi soldati da quel poco che si capiva venivano da Gallicano e anche loro scappavano per giocare a calcio, mentre noi fuggivamo all'insaputa dei nostri genitori, essi da quella del loro comandante, questo ci rendeva ancora di più amici e complici. Non mi ricordo quanti giorni durarono queste partite, sicuramente qualche settimana, ricordo ancora che a ogni partita c'era in palio un premio che loro portavano, quando una cioccolata, quando un pezzo di pane, quando qualche scatoletta... ma alla fine che si vincesse o si perdesse il premio ci veniva sempre lasciato... Un brutto pomeriggio tutto cambiò. La partita che stavamo giocando insieme agli amici tedeschi era in pieno svolgimento, ad un tratto dalle piante che davano verso Mologno ecco una decina di nazisti con a capo un comandante... non ti dico le urla  di questo comandante che inveiva contro i nostri amici; il piccolo plotone prese a calci le porte, gli elmetti e i giacconi dei giocatori tedeschi, noi eravamo impietriti ... che succederà?... una raffica di mitra ci fece scappare come il vento... un soldato aveva sparato in aria proprio con l'intento farci fuggire. Quel giorno li finirono per sempre gli incontri internazionali fra Italia e Germania. Un bieco ufficiale tedesco aveva interrotto per sempre un bella amicizia...da grande poi sono riuscito a capire ancor di più l'intervento di quel plotone in quel maledetto giorno, la spietata logica della guerra aveva i suoi perchè, fraternizzare con "il
Il monumento che ricorda la mitica partita
di quel lontano Natale 1914
nemico" avrebbe voluto dire avere pietà, comprensione e questo non era permesso dalle leggi non scritte della guerra. Nei giorni seguenti tornammo al campo, la palla era sparita, non so che fine abbia fatto, sperai solo che un nostro amico tedesco l'abbia portata via come ricordo. Quello che  mi rimase di quella lunga estate fu il gesto di quei cinque soldati, un atto di libertà, di unione che solo lo sport in ogni sua forma ha sempre trasmesso e voluto insegnare".



  •  Special thanks to Joe for his beautiful testimony (june 2019 Maine, U.S.A)

mercoledì 14 dicembre 2016

L'Organizzazione TODT in Garfagnana e nella Valle del Serchio

Fritz Todt era un uomo qualunque, un signore serio, schivo, nato nel 1891 a Pforzheim, città confinante con la famosa Foresta Nera, era figlio di una Germania borghese e benestante, quella stessa Germania che poi alcuni anni dopo si butterà a capofitto in due scellerate guerre mondiali che porteranno alla fame un intero popolo. Il padre di Fritz era proprietario di alcune industrie e lui non potè far altro che intraprendere gli studi di ingegneria civile che interruppe per partecipare alla prima guerra mondiale come ufficiale nell'aeronautica militare nel fronte occidentale. Finita quella maledetta guerra finalmente riprese gli studi che concluse brillantemente laureandosi nel 1920 a Karlsruhe. Nel 1921 entrò a lavorare come ingegnere nell'impresa di costruzioni Sager & Woerner per la realizzazione di gasdotti e strade.
Una storia questa uguale ad altre mille, una storia comune, insignificante, di un uomo medio, che però indirettamente legherà il suo nome ai destini di molti garfagnini(e non solo).
Tutto cambiò a metà degli anni '30 del 1900, quando conobbe il cancelliere del Reich germanico Adolf Hitler a cui fece subito un eccellente impressione, tant'è che fu messo a capo di un ufficio tutto nuovo per l'attuazione della grande rete autostradale tedesca che grazie all'imponente mole di lavoro si riprometteva di assorbire una parte della disoccupazione germanica. Ma non solo, allo scoppio
"Un uomo qualunque":Fritz Todt con la moglie
della seconda guerra mondiale Todt divenne progressivamente responsabile dell'attuazione logistica e infrastrutturale dello sforzo bellico del Reich: la rete stradale dei territori occupati, le linee ferroviarie, i rifugi di sottomarini e inoltre si doveva occupare di erigere fortificazioni, bunker e rifugi a protezione ed in difesa dei nuovi territori occupati: la linea Sigfrido, il Vallo Atlantico e la famosa Linea Gotica, da tutto questo nacque la famigerata "Organizzazione TODT", meglio conosciuta con l'acronimo di O.T.

L'organizzazione TODT sarà una struttura paramilitare che all'inizio riunirà operai di più di mille imprese di costruzioni private. La quantità di manodopera impiegata fu enorme, dagli iniziali 35.000 lavoratori in poco tempo si passerà a ben 340.000. La prima grande opera di questa organizzazione fu la realizzazione di una serie di fortificazioni lungo il confine francese per oltre 500 chilometri, in soli diciassette mesi questi uomini riuscirono a costruire il Westwall (n.d.r.: il muro dell'ovest), più comunemente conosciuto ai più come linea Sigfrido. Per questa costruzione verranno impiegate più di sei milioni di tonnellate di calcestruzzo, pari a più della metà della produzione annua di cemento della Germania. I giornali
Todt con Hitler mentre gli illustra la
costruzione di un ponte
esaltarono quest'opera, la propaganda celebrò l'avvenimento come un trionfo della TODT. L'onore della O.T crebbe ancor di più quando ebbe il privilegio assoluto di edificare in Assia il celeberrimo "Nido dell'Aquila" quartier generale di Hitler. La popolarità di Fritz Todt era alle stelle. Il 17 marzo 1940 fu nominato ministro degli armamenti, ispettore generale per le strade, ispettore per le acque e l'energia elettrica e plenipotenziario dei lavori edili e per non farsi mancare niente gli fu conferito il grado di Maggiore Generale della Lufwaffe. Nel frattempo la TODT era sempre più impegnata su tutti i fronti di guerra. Arrivò così nella nostra valle nel settembre 1943 per completare gli ultimi tratti della Linea Gotica, ultimo e fondamentale avamposto difensivo che gli alleati dovevano affrontare prima di giungere nella Pianura Padana(sulla storia della Linea Gotica. In quegli anni la TODT toccò il suo apice in quanto a manovalanza, ormai erano qui impiegati oltre un milione e mezzo di lavoratori, una cifra spaventosa, però raggiunta "grazie" al lavoro coatto. Molti garfagnini furono costretti a lavorare forzatamente, rastrellati nelle case e portati a dare di picco e mazza sui nostri monti per ore e ore a scavare trincee nella roccia, tale sorte toccò anche ai prigionieri di guerra e a chi l'8 settembre aveva abbandonato l'esercito e in maniera volontaria si presentava ai lavori,
"Il nido dell'Aquila" oggi, costruito dagli
uomini della TODT
altrimenti sarebbe stato deportato nei campi di concentramento del nord Europa. Intanto nel 1942 "l'uomo qualunque" Fritz Todt morì in un misterioso incidente aereo, il comando dell'organizzazione passò sotto la guida de "l'archietetto del Reich" Albert Speer, che come il suo predecessore non si risparmiò nell'impiego di uomini e mezzi. Oltre ad un numero spropositato di operai, l'organizzazione potè contare su un parco smisurato di autocarri e macchine speciali, riversati questi anche in buona parte nella Valle del Serchio, punto nevralgico del fronte. Già nel 1938 il Genio Militare Italiano ordinò la costruzione di fortificazioni nelle coste versiliesi e nelle montagne garfagnine, i lavori non furono completati ma vennero ripresi proprio dagli ingegneri della TODT che avevano a capo l'ingegnere Hosenfled, il quale collocò le sue sedi a Borgo a Mozzano: la sede tecnica a Palazzo Giorgi e la sede amministrativa a Palazzo Santini. In soli dieci mesi si riuscì a creare tutte le difese che partivano dal Piaggione, toccavano Domazzano e 
arrivavano fino a Borgo a Mozzano, era un intersecarsi di camminamenti, muri anticarro, postazioni armate, gallerie, campi minati e chilometri e chilometri di filo spinato, ma l'errore commesso fu però clamoroso, un vero e proprio smacco morale per gli infallibili ingegneri TODT e in effetti fu così e non si considerò che costruendo posizioni difensive in quel tratto di valle si rendeva possibile un eventuale incursione americana attraverso la Val di Lima (raggiungibile da Pistoia), rischiando in questo modo di essere presi clamorosamente alle spalle (per la storia della Linea Gotica "garfagnina" leggi: http://paolomarzi.blogspot.it//conosciamo-lalinea-gotica.html). Kesserling, capo supremo delle forze tedesche in Italia ordinò di far indietreggiare il
Palazzo Giorgi a Borgo a Mozzano
sede della TODT (Foto bargarchivio)
fronte di ben 20 chilometri, attestando gli avamposti nelle zone di Molazzana, Gallicano, Ponte di Campia, in questo arretramento furono distrutti, ponti, strade e gallerie. Così anche in quella zona furono impiegati nei lavori forzati altri garfagnini, che furono questa volta facilitati nei lavori dalla morfologia delle montagne, la linea fu modellata seguendo le postazioni vantaggiose che offriva la natura. Si calcola che in tutti questi bunker e gallerie costruite nella Valle del Serchio vi abbiano lavorato al servizio della TODT più di tremila abitanti delle zone circostanti, per dodici mesi circa. Lavori forzati, duri, interminabili, senza essere minimamente pagati se non con una inqualificabile brodaglia, perdipiù tutti i lavoratori catturati durante i rastrellamenti, una volta finito il turno di lavoro venivano trattenuti nel campo di concentramento di Anchiano (n.d.r:piccola frazione di Borgo a Mozzano), ideato proprio a questo scopo. Don Alberto Santucci scrive: "Avendo fatto i tedeschi un campo di
Coprifuoco a Borgo a Mozzano,
pena la fucilazione (foto Paolo Marzi)
concentramento alla Socciglia,nei pressi di Anchiano, il Proposto si recava ogni giorno la, a visitare e a confortare i concentrati e spesso otteneva dal comandante tedesco la liberazione di alcuni di essi"
. Nella messa della domenica si riusciva pure a portare qualche indumento contro il freddo pungente e perfino qualcosa da mangiare a questa povera gente. Accadde però un episodio drammatico, l'11 agosto 1944. Otto uomini del campo di Anchiano vennero portati a lavorare a Forte dei Marmi, quando nei pressi di una località versiliese assistono alla fucilazione da parte dei tedeschi di 31 rastrellati, per eliminare testimoni scomodi vennero fucilati anche loro, si salverà solo uno. Rimarrà invece eroica l'impresa del geometra Silvano Minucci di Borgo a Mozzano, 
che si arruolò volontario nella TODT per non finire negli spietati campi di concentramento. Con la sua professione infatti aveva contatto più con le carte che con la terra e riuscì in questo modo ad intercettare e ricopiare in tre copie un accurato rilevamento topografico delle opere di difesa, delle aree minate e in pratica di tutte le postazioni tedesche. La preziosa mappa fu in seguito recapitata a Lucca al comando militare alleato della V armata con l'aiuto di Annamaria Cheli e di altre staffette che portavano nascosti dentro la canna della bicicletta i preziosi documenti. Ma
Ricostruzione della mappa di Silvano
Minucci (Archivio Isrec Lucca)
di prezioso non c'erano solamente queste mappe, altra preda ambita 
dai partigiani locali erano i magazzini TODT, difatti questi magazzini erano ricchi di ogni ben di Dio, dalle cibarie, agli attrezzi da lavoro e perfino armi e questo è quello che a proposito successe a Franco Bravi che in quel 1944 aveva appena diciassette anni e che già aveva lavorato nella TODT sia all'Isola Santa (comune di Careggine) che a Borgo a Mozzano e proprio in quei giorni era fuggito dal campo di concentramento di Anchiano per paura della deportazione in Germania, unendosi di fatto ad una piccola formazione di partigiani: 

”Il mattino dopo decisi di partire: Presi quattro o cinque fette di polenta di neccio e seguii la strada che mi aveva indicato (un conoscente di nome Amedeo Dini), e cioè: la Formica, via Nova, la Gatta. Quando arrivai era quasi mezzogiorno e fino ad allora non avevo visto nessuno. Mi sedetti sopra un sasso per riposarmi, perché ero assai stanco e mi misi a mangiare la polenta. Dopo pochi minuti sentii dei passi, mi girai e vidi un uomo con un fucile in mano che mi disse: -Cosa ci fai da queste parti?-. Allora io risposi: -Mi
Tunnel nella montagna,
linea gotica Borgo a Mozzano
(foto Paolo Marzi)
manda il Volpe- e allora lui mi domandò come mai il Volpe mi mandasse da loro. Gli raccontai la storia e mi disse di andare con lui. Dopo circa cento o duecento metri c’era una capanna coperta a piastre e una coperta a paglia, e dentro c’erano una decina di uomini. Mi presentò a uno che disse di essere il capo. Mi chiese il nome e quanti anni avevo. Gli dissi che mi chiamavo Bravi Franco e avevo diciassette anni e mezzo. Volle sapere dove avevo lavorato con i tedeschi e gli raccontai che prima lavoravo a Isola Santa, poi mi trasferirono a Borgo a Mozzano da dove ero scappato. Mi disse che per il momento non aveva armi da darmi, ma che nel giro di qualche giorno sperava di poterle avere, infatti dopo due giorni mi chiamò e mi consegnò un moschetto che disse di aver avuto dai carabinieri di Vagli. Mi insegnò come si caricava e mi disse di conservare bene le cartucce perché erano preziose perché poche.
 Verso sera mi chiamò di nuovo e mi domandò, sapendo che avevo lavorato a Isola Santa, se sapevo di preciso dove era il magazzino viveri della TODT e se era in un posto dove fosse facile attaccarlo per procurarsi dei viveri e se mi sentivo il coraggio di farlo. Gli dissi di sì e così il giorno dopo, verso le tre, si partì in sette compreso il capo che disse di chiamarsi “Lupo” (naturalmente come nome di battaglia). Gli altri rimasero lì a fare la guardia. Si arrivò sopra Isola Santa passando dal passo di Scala
Tunnel nella montagna,
linea gotica Borgo a Mozzano
(foto Paolo Marzi)
e da lì con il binocolo si osservavano gli operai che finivano il turno di lavoro. Appena venne buio si scese in paese, ma ci fermammo dietro un muro, perché si sentivano dei passi. Si vide un uomo che io riconobbi subito: era uno che lavorava con me prima che andassi a lavorare a Borgo a Mozzano. Lo chiamai per nome, si chiamava Bertoni, si fermò ed ebbe un po’ di paura vedendoci tutti armati. Gli dissi le nostre intenzioni e se sapeva quanti tedeschi c’erano. Mi rispose che erano solo due, i soliti che passavano tutti i giorni a controllare gli operai sul lavoro.

-Allora sono anziani- gli dissi -e uno parla abbastanza bene l’italiano-.
-Si, è proprio lui- mi rispose -ho saputo che è austriaco, non sparate perché ce ne sono altri alle baracche del cantiere. Speriamo che non se la prendano con noi paesani-
Ci si avvicinò al magazzino e si rimase alcuni minuti ad osservare cosa facevano. Finalmente uno venne fuori e accese una sigaretta. Allora il capo ed altri due partigiani, che erano i più vicini, gli intimarono di alzare le mani, lui le alzò subito e l’altro, nel sentire le voci, venne sulla porta e nel vedere tutti gli uomini armati, le alzò subito anche lui.
Bracciale per lavoratore TODT
(Foto Paolo Marzi)
Si entrò dentro, ma di viveri c’era poca roba. Si presero subito i fucili e una decina di pani e un centinaio di scatolette di carne. Quello che parlava italiano si raccomandò di non prendere le armi, altrimenti li avrebbero fucilati. Però noi per essere più sicuri, si presero i fucili e uno di loro, quello che parlava italiano, lo portammo fin sopra il paese. Gli rendemmo i fucili dopo aver tolto le cartucce e gli si disse di aspettare una mezz'oretta prima di tornare al magazzino.
Si seppe poi che il giorno dopo i tedeschi presero in ostaggio alcuni uomini del paese, ma visto che erano tutti uomini che lavoravano con loro e che non c’era stata violenza da parte dei partigiani, furono rilasciati lo stesso giorno “.

Negli ultimi anni di guerra quando la sorte della Germania nazista
Tessera per lavoratore
TODT
era ormai segnata, molti gruppi della TODT furono richiamati a rafforzare le divisioni decimate da anni di combattimento. Ma il loro intervento, mentre tutto il mondo nazista stava crollando non servì in alcun modo a ritardare la fine del Terzo Reich.





Bibliografia:


  • "L'organizzazione TODT e le sue attività in Italia durante la seconda guerra mondiale" di Carlo Alfredo Clerici  "Uniformi e Armi"1995
  • "Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo guerra e resistenza" di Feliciano Bechelli, Pezzini Editore 2016
  • "Racconti di guerra vissuta" di Tommaso Teora, Banca dell'identità e della memoria 2014

martedì 27 ottobre 2015

92a Divisione Buffalo: i 15000 uomini di colore che liberarono la Garfagnana.1944

Non è come Hollywood ce la vuol sempre raccontare, anzi spesso e
Il loro simbolo
volentieri il cinema americano ci lancia degli stereotipi che ci portiamo appresso tutta la vita. Ad esempio nella II guerra mondiale coloro che ci liberarono dall'oppressione nazi fascista furono gli americani (ma non solo) e ce le immaginiamo arrivare nella nostra Garfagnana da liberatori trionfanti sulle jeep a ritmo di swing, distribuendo cioccolate e sigarette a destra e a manca fra ali di gente festante e ci ritornano alla mente quei soliti soldati americani visti nei film di guerra,un po' spacconi ma buoni come John Wayne ne "Il giorno più lungo"o Lee Marvin "In quella sporca dozzina", ma non fu così, almeno in Garfagnana.Gli americani che pensiamo nel nostro immaginifico non arrivarono mai, o meglio arrivarono quando la situazione nella valle era ormai pacificata. Oggi rendiamo merito e onore ai veri eroi, gli uomini della 92a Divisione Buffalo appartenenti alla Va armata americana.Una divisione composta da solo uomini neri, ben quindicimila, pochi conoscono i risvolti del doloroso ed eroico ingaggio di questi soldati che diedero le loro vite nel 1944 per la libertà della Garfagnana e per la loro stessa emancipazione dal razzismo.Questi erano i Buffalo Soldiers, i "soldati bufalo".

"Deeds not words", "fatti non parole" era il motto di questa divisione particolare
Una delle prime divisioni
della Buffalo
dell'esercito americano.Il soprannome "Buffalo" fu affibbiato a loro dai Cheyenne (tribù di Nativi Americani) nel 1867, in parte per il colore della pelle e per i capelli ricci di questi soldati che ricordava il mantello di un bisonte, ma sopratutto perchè questo nome per gli indiani significava rispetto, poichè come i bisonti, i soldati della Buffalo combattevano fino alla fine. Dopo la guerra civile americana (1865) Frederick Douglas (politico e abolizionista americano) ebbe a dire:

"I neri di America sono stati cittadini statunitensi tre volte nel 1766,nel 1812 e nel 1865. Nei periodi complicati i neri erano cittadini,nei momenti di pace erano degli alieni"
e la storia si ripete così nel 1941 a II guerra mondiale iniziata, il presidente Roosevelt firmò l'atto 8802 che riammetteva così i neri d'America nell'esercito. Seguirono poi leggi non scritte dove i neri dovevano restare in unità separate dai bianchi e in cui sempre i neri non potevano comandare i bianchi.L'altezzoso generale (bianco) Ned Almond, loro comandante così li accolse:
"Noi non vi abbiamo chiamato. I vostri giornali e politici neri assieme ai vostri amici bianchi hanno insistito per vedervi combattere e io mi impegnerò perchè voi combattiate e offriate la vostra parte di vittime".
Il comandante della V armata Mark Wayne
Clark passa in rassegna "La Buffalo"

Questo era il "buongiorno" con cui partirono per l'Italia.
Sbarcarono a Napoli nel 1944, poi di nuovo imbarcati per Civitavecchia e da li su convogli militari giunsero in Toscana. Avevano il compito di attraversare l'Arno e sfondare niente meno che la linea Gotica.La Garfagnana accolse così questi giovani, tutti desiderosi di far parte di un operazione militare vittoriosa. Molti di questi soldati si erano arruolati volontariamente per ottenere quell'integrazione civile e umana sancita a parole dalla Costituzione Americana, altri perchè senza lavoro,la maggioranza di loro erano contadini analfabeti, ma c'erano anche medici e professionisti. L'impatto con la nostra valle fu sconcertante da un punto di vista prettamente militare, per mesi e mesi i loro addestramenti si svolsero nelle lande semi desertiche del Texas che non avevano niente a che vedere con le montagne garfagnine, ma ormai non c'era più niente da fare, la loro missione doveva andare avanti.Dopo aver ridefinito le strategie cominciò l'avanzata verso la Garfagnana, iniziarono la loro risalita coadiuvati dai partigiani locali, infatti la loro più grande paura non essendo come detto abituati alla morfologia del territorio era di perdersi  per i
Una storica immagine:Lucca è liberata
dai soldati della Buffalo.
Foto ricordo con i civili
sentieri della valle e la collaborazione degli "amici paesani" (come i soldati della Buffalo chiamavano partigiani) in tal senso fu fondamentale. Giunsero così nel Morianese il 15 settembre 1944, gli scontri furono da subito duri con i tedeschi, questi scontri violenti durarono per quattro giorni, quando finalmente gli alleati riuscirono a sfondare ed entrare di fatto nella Valle del Serchio. Importantissimo fu anche per la Garfagnana l'apporto dell'esercito brasiliano,la F.E.B (Forza di Spedizione Brasiliana) che in quel momento si occupava della zona ovest, la zona che dava verso la Versilia, l'offensiva di entrambi gli eserciti continuava inesorabile tanto da giungere il 30 settembre del solito anno a Borgo a Mozzano stabilendoci il comando generale.Il 1° ottobre la 92a Buffalo liberò anche Bagni di Lucca, la loro marcia insieme ai brasiliani si protrasse ancora per 20 km liberando Barga, Fornaci, Gallicano, Sommocolonia, Ghivizzano e Pian di Coreglia e qui in questa linea si attestò il fronte.Rimane di quei giorni il ricordo singolare di un signore di Gallicano che all'epoca era un bambino di 9 anni :

Manifesto di propaganda fascista
contro i soldati negri
"Io non avevo mai visto un uomo nero se non nei manifesti della propaganda fascista che li dipingeva come degli scimmioni. Da principio fui titubante, ma poi mi feci conquistare dalla cioccolata che spesso mi offrivano".
Furono quelli sette mesi di guerra di trincea che in una maniera o nell'altra andava superata, l'inverno fu rigidissimo e solamente incursioni aeree su Castelnuovo e qualche episodio di guerriglia smossero in qualche modo la situazione.Vennero poi i giorni tragici e decisivi del dicembre 1944, i giorni dell'operazione "Wintergewitter",in italiano "Tempesta d'inverno", meglio conosciuta ai più come la "Battaglia di Natale". Le forze naziste il 26 dicembre a mezzanotte con un colpo d'ala riuscirono a sfondare le linee difensive statunitensi, cogliendo di sorpresa i soldati della Buffalo, in pochi giorni gli americani furono ricacciati indietro di 20 km, fu una disfatta.Nella memoria di tutti rimarrà l'estremo sacrificio del tenente di colore John Fox a Sommocolonia, paese nel quale vi furono fra i combattimenti più
Il tenente John Fox

feroci. John Fox era un uomo cresciuto fra i campi di cotone, finito a combattere su una collina incastrata fra i monti della valle del Serchio per l'esercito di un paese che ancora lo chiamava "negro", è solo, asserragliato nella rocca medievale del paese, cerca riscatto, forse gloria, ordina ai suoi di scendere a valle prima che i colpi di cannone e le mitragliere della Kesserling raggiungano anche loro.Lo spettacolo è straziante case sventrate, campi intrisi di sangue, commilitoni morti e la paura della povera gente chiusa nelle cantine.Ormai Fox è accerchiato, ma  ha fatto la sua scelta,non fuggire ma rimanere, cercare in qualche modo di frenare l'operazione "Tempesta d'inverno", Fox capisce come. Nell'ultimo messaggio inviato ai suoi soldati ordina di colpire con il mortaio, le coordinate però corrispondono a quelle della sua posizione, il soldato che riceve il messaggio è stordito, perchè portare il fuoco proprio sul tenente? Avrebbe significato sicuramente la sua morte. Ma l'ordine di John Fox è perentorio, le sue ultime parole sono "Fuoco lo stesso", quindi ucciderlo perchè non si continui ad uccidere, infatti così fu. Il corpo del tenente Fox una volta riconquistato il paese dai soldati della Buffalo, insieme ai soldati nepalesi, il 2 gennaio 1945 fu ritrovato insieme a quello di un centinaio di tedeschi. Insieme a lui nella battaglia morirono circa 80 Buffalo Soldiers. Le cose non volgevano al meglio anche nel settore versiliese, la
92a Buffalo in azione in Garfagnana
Buffallo subì pesanti perdite per errori di strategia, come nel fallito attraversamento del torrente Cinquale, dove il già discusso (e già citato) generale Almond mandò i carri armati a bonificare il terreno, uno dietro l'altro con il risultato della loro facile distruzione da parte dei tedeschi, lasciando così senza supporto di corazzati una parte della 92a divisione, anche qui fu una strage.Cominciarono a piovere così pesanti ed ingiuste critiche verso questi uomini, le truppe della 92a Buffalo furono spostate in zone di guerra per così dire più tranquille e le accuse si fecero ancor più pesanti, si parlava di mancanza di coraggio e della riluttanza delle truppe afroamericane di combattere.L'azione dei neri della 92a fu messa in dubbio pure dalla gente comune con commenti del tipo:" I bianchi sono pronti a morire per la patria, i neri no".

Film,fumetti,documentari e canzoni.
Il giusto merito
Mestamente la storia dei Buffalo Soldiers finì al ritorno in Patria nel novembre 1945, la divisone fu immediatamente disattivata alla fine dello stesso mese.
Per molti anni ancora questi uomini torneranno ad essere cittadini di serie B, dovranno andare in scuole separate, salire negli ultimi posti degli autobus e il Ku Klux Klan darà per molti anni la caccia al negro, nessuno si ricorderà del loro sacrificio, non bastarono più di mille morti e 3500 tra feriti e dispersi nella sola Toscana per essere ricordati non come soldati ma come uomini.
Ma il tempo come si sa (ogni tanto...) è galantuomo e uno dei primi in assoluto a riconoscere il valore dei soldati della Buffalo fu il professor Umberto Sereni (ex sindaco di Barga) che negli anni 80 cominciò la sua lotta per avviare un processo di riconoscimento dei sacrifici fatti, fu elogiata la loro azione sostenendo che il gruppo tattico dei Buffalo meritasse di passare alla storia per il comportamento in battaglia e per aver aperto la strada al resto
della Va armata. Furono così gli anni della giusta rivalutazione, film,canzoni libri, documentari portarono alla conoscenza di tutti questi valorosi soldati. Bob Marley nel 1983 dedicò a loro una canzone famosissima intitolata appunto "Buffalo Soldier". Marley, identificò i Buffalo
13 gennaio 1997 il 
Presidente Clinton consegna la
Medal of Honor a Vernon Baker
Soldiers
 come esempio di uomini neri illustri che agirono con coraggio, onore e distinzione in un campo dominato dai bianchi. Sergio Bonelli disegnò un numero del famoso fumetto "Tex", il film di Spike Lee "Miracolo a Sant'Anna" ne esaltò le loro doti, per non parlare poi del memorabile docu-film Buffalo Inside di Fred Kowomu. Ma il cerchio si chiuse veramente quel 13 gennaio 1997 quando il presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton insignì il tenente John Fox (il tenente morto a Sommocolonia) e Vernon Baker sottufficiale della 92a Buffalo 
(all'epoca in vita)con il più grande riconoscimento militare americano: la "Medal of Honor"

giovedì 23 aprile 2015

Il tedesco e la bambina. Storia di guerra, amicizia e liberazione

Gallicano bombardata con veduta
su Piazza Vittorio Emanuele
(foto tratta da "Gallicano in Garfagnana"
 di Daniele Saisi)
Questa è una di quelle storie che ci fa capire che chi di solito è dipinto come cattivo non lo deve essere per forza e comunque. Gli avvenimenti che andrò a raccontare rientrano proprio nell'ottica per ricordare i 70 anni della liberazione d'Italia dal nazifascismo (25 aprile 1945) e ancor di più per cercare di far capire il dramma personale di quei soldati che sotto ogni bandiera e nazione la guerra l'hanno vissuta sulla propria pelle quotidianamente, pensando ogni giorno a quei figli e a quelle mogli lasciate a casa sperando un dì di ritornarvi. I fatti si svolgono a Gallicano nell'estate del 1944 in piena seconda guerra mondiale in via Serchio, una delle vie principali del paese. Al numero 18 di questa strada abita una bambina a dir poco esuberante e vivace, questa bambina si chiama Albertina e quando esce di casa per giocare la mamma fra le tante e doverose raccomandazioni gli dice di non andare nell'aia dietro casa,di non parlare con i soldati e di non dargli affatto confidenza. Si, perchè nella capanna nell'aia dietro casa ci sono le salmerie dell'esercito tedesco, i muli adibiti al trasporto di viveri e armi e alcuni camion adoperati per il movimento delle truppe. Qui i soldati tedeschi della Wehrmacht appartenenti al reggimento alpino denominato Mittenwald presidiano il posto 24 su 24 e dormono al piano inferiore della casa di Albertina, immaginiamo quindi la paura che regna in quella casa di notte,la famiglia della bambina al piano di sopra e gli alpini tedeschi al piano di sotto accampati dentro a dei sacchi a pelo. Comunque sia le giornate scorrono abbastanza tranquille e Albertina per disobbedire è l'asso di briscola, ma cosa si vuole pretendere da una bambina di 8 anni? Sappiamo come sono fatti i bimbi,fatto sta che la piccola quel giorno in mezzo all'aia vede fra gli altri un soldato tedesco seduto su un ciocco di legno intento a pulire il suo Mauser Karabiner 98K (n.d.r:fucile da guerra della Germania nazista) e siccome la bambina come gli è stato detto sa che il tedesco è il nemico e vuole anche lei a suo modo combatterlo, così si mette dalla parte opposta dell'aia stessa dove in un angolo ci sono dei sassi, detto fatto la piccola raccoglie questi sassi e comincia a scagliarli verso il
Albertina è la prima
 a destra (la più bassa)
con delle amiche,a destra
si vede uno scorcio dell'aia
soldato, prima lo colpisce a una gamba e il tedesco alza la testa dicendogli seccamente:

-Genug haben !- (n.d.r: "Finiscila, ne ho abbastanza!")
la piccola continua e lo colpisce sul calcio del fucile e il tedesco ancora:
-Genug haben !-, ma lei imperterrita insiste e lo centra ancora su una spalla, a quel punto il soldato si alza, posa il fucile a terra, la bambina tenta di fuggire viene però acciuffata e sonoramente sculacciata. Albertina piangente corre a casa di corsa dalla mamma e gli racconta l'accaduto, la mamma naturalmente si arrabbia con la figlia e gli raccomanda di andare subito a scusarsi con il soldato, non si sa mai a volte per scatenare ripercussioni sulla persone inermi basta molto meno e poi quei soldati dormono nella loro casa. Stavolta Albertina è impaurita sa di averla fatta grossa e capisce che bisogna chiedere scusa e parte per mano con la mamma nell'aia alla ricerca del soldato. Trovano l'uomo che si sta adoperando a dar da mangiare ai muli, subito la mamma frettolosamente e con paura batte sulla spalla dell'uomo e immediatamente chiede perdono per l'accaduto promettendogli che questo non sarebbe più accaduto, Albertina annuisce alle parole della mamma, il soldato capisce e in un italiano stentato risponde:
-No problema-, fa poi un cenno alla piccola di aspettare, va verso la sua bisaccia e tira fuori una barra di cioccolato fondente Van Houten (n.d.r: marca di cioccolato olandese) e lo porge alla bambina accarezzandole il visino. Da quel momento fra Albertina e il soldato nascerà una profonda e sincera simpatia,un'amicizia.Albertina ogni giorno è nell'aia in barba a tutti i divieti dei genitori,insieme al suo nuovo amico soldato Lucas o semplicemente Lucky per gli amici. Il tedesco dai ricordi della bambina si chiamava Lucas, ma tutti i suoi commilitoni come detto lo chiamavano Lucky. Agli occhi della piccola quest'uomo era già molto diverso da tutti gli adulti che conosceva:aveva circa trent'anni, robusto, alto, biondo e con gli occhi celesti come il mare e questo gli appariva già di per se molto strano abituata a vedere uomini mori e di statura media, addirittura poi si ricordava pure della città di provenienza che era Augusta (la piccola si rammenta anche la città  perchè si chiamava così anche la sua zia...), terza città bavarese per popolosità.Così anche Lucas prende a ben volere quella bambina gallicanese che gli ricordava molto la sua piccola figlia Elga, anche lei nata nel 1936 come Albertina, anche lei mingherlina e castana e ormai purtroppo erano già passati due lunghi anni dall'ultima volta che l'aveva vista insieme alla cara moglie.Tutti i giorni il tedesco mostra così alla piccola Albertina le foto della sua bimba, di sua moglie e di un piccolo cane nero,mentre la mamma ormai rassegnata alla disobbedienza della figlia la osserva sempre con occhio vigile dalla finestra di casa.Alla fine della giornata,al rincasare il saluto fra la strana coppia di amici si svolge sempre nella solita maniera: Lucky ogni fine giornata allunga sempre qualche preziosa cibaria alla piccola e poi raccomandandole il silenzio più assoluto mettendosi il dito indice vicino naso gli dice:
-Shhh,Hitler und Mussolini sind scheißt- (n.d.r:"Shhh,Hitler e Mussolini sono delle merde"), così ogni volta. Il tempo passa e fra Albertina e Lucky l'amicizia si è consolidata. Albertina ha imparato a contare fino a dieci in tedesco e così ha fatto anche
Atto ufficiale del comune di Gallicano
del 1945 che attesta la liberazione
del paese il 9 ottobre '44
(documento gentilmente concesso
 da Claudia da Prato)

il soldato che a sua volta ha imparato anche lui a contare fino a dieci in italiano e che dire poi delle risate che si fanno quando insieme cantano "Quel mazzolin di fiori".Arriva così anche la fine di quell'estate del '44, i bombardamenti alleati si fanno sempre più insistenti, la V^ armata americana comandata dal generale Mark Wayne Clark e i brasiliani della F.E.B (n.d.r: Força Expedicionária Brasileira)del comandante Joao de Morais stanno risalendo velocemente il Serchio e il 9 ottobre 1944 entrano in Gallicano liberandolo, è un grande tripudio e una felicità per tutta la popolazione, ma fra tutta questa felicità c'e una bambina triste, la piccola Albertina ha perso il suo amico soldato, quell'aia ormai è vuota e senza significato, i tedeschi si sono ritirati sui monti circostanti e hanno di conseguenza spostato il proprio comando a Castelnuovo Garfagnana. I mesi trascorrono, Albertina ha cominciato a capire l'importanza di tale evento,il significato di libertà incomincia a entrare nella sua testolina dato che per la sua giovane età ancora non l'ha mai assaporata, solamente l'aria che si respira in paese e le facce distese delle persone mettono il buon umore. Ma purtroppo non è finita lì e nei giorni più belli dell'anno,quelli di Natale, scattò inesorabilmente l'operazione "Wintergewitter"(n.d.r:"Tempesta d'inverno".Per la cronaca di quella battaglia leggi: http://paolomarzi.blogspot.it/2014/12/il-piu-tragico-natale-che-la-garfagnana.html), i tedeschi lanciano a sorpresa questa controffensiva e il 27 dicembre 1944 hanno già
rioccupato nuovamente Gallicano.Albertina dentro il suo misero cappottino si mise sul cancello dell'aia sotto un sferzante vento gelido aspettando il ritorno dell'amico soldato.La piccola ormai si era resa conto che la sua amicizia sarebbe comunque finita, ma il
desiderio di salutarlo per un ultima volta era grande. Il soldato non passò mai da quel cancello.Cinque giorni dopo i tedeschi si ritirarono di nuovo sulle montagne, gli alleati con l'aiuto dei Gurkha nepalesi dell' 8^ divisione Indiana e di un massiccio bombardamento ricacciarono indietro il nemico e con quella anche l'ultima speranza di rivedere Lucky fu miserevolmente persa.Nella primavera del 1945 le sorti della guerra erano segnate, nelle file naziste e in quelle della Repubblica Sociale si moltiplicarono le diserzioni, molti si consegnarono anche agli alleati. Il 18 aprile gli americani fecero scattare l'operazione "Second Wind", un azione combinata di mitragliamenti e bombardamenti che risaliva da Gallicano verso la Garfagnana. Il 20 aprile '45 Castelnuovo fu liberata, gli ultimi baluardi di resistenza ci furono verso Piazza al Serchio, ma entro il 25 aprile tutta la valle era definitivamente libera dall'oppressione nazista. Albertina anche quando diventò grande non smise mai di pensare e pregare per quel soldato, nel sogno che un giorno abbia fatto ritorno sano e salvo a casa dalla sua piccola Elga.
"Questo racconto lo dedico a colei che a quel tempo era la piccola Albertina e che purtroppo oggi non c'è più.Dopo 27 anni da quei fatti Albertina diventò la mia mamma".
In seguito la mamma, nonostante le insistenze dei familiari non volle mai fare ricerca di Lucas (pur sapendo abbastanza notizie per identificarlo) per paura e il dispiacere di
La Divisione Buffalo (composta da solo negri)
furono i primi americani
ad entrare in Garfagnana

saperlo morto nella ritirata.Lei lo voleva immaginare a casa, in Germania vicino al camino acceso con la sua piccola Elga sulle ginocchia che raccontava che in Italia durante la guerra aveva conosciuto una bimba come lei, graziosa e vivace di nome Albertina.

lunedì 1 settembre 2014

29 agosto 1944.Settant'anni fa la controversa battaglia del Monte Rovaio.Una brutta storia fatta di morte e (presunti) tradimenti

Il Monte Rovaio
 al centro della foto
Questi erano i giorni della battaglia del Monte Rovaio (nel comune di Molozzana, ai piedi della Pania).Ricorrevano i settant'anni esatti alcuni giorni fa, il 29 agosto per precisione.Questa battaglia della II guerra mondiale è fra le più famose della Garfagnana insieme a quella di Sommocolonia e anche ad altre. Devo dire però la sincera verità, scrivo malvolentieri questo articolo, con una certa riluttanza perchè questa battaglia, anche se non è in assoluto la più famosa nella nostra zona è sicuramente in assoluto la più controversa.Più versioni sono state dette e scritte su questo scontro, personalmente ho anche conosciuto chi ha partecipato a questo scontro fra partigiani locali del Gruppo Valanga e l'esercito tedesco e provare a farsi raccontare di questo fatto era come farsi raccontare del diavolo in persona,l'interessato da me surclassato di domande cambiava umore e si trincerava dietro il mutismo più assoluto.Tutto nasceva infatti da alcune testimonianze incrociate sull'andamento della battaglia, si parlava di alcuni "volponi" (così detti all'epoca) facenti parte del Gruppo Valanga che essendo rimasti ai piedi del Monte Rovaio non salirono sulla sua cresta meglio detta "Il colle del Gesù" a combattere con i compagni,ma anzi trovarono il modo di allontanarsi e sfuggire al combattimento,l'altro motivo parla di alcune discordanti opinioni proprio nelle ore precedenti la battaglia sempre all'interno della formazione partigiana;il quesito era appunto se era il caso di sottrarsi o meno allo scontro con la soverchiante potenza tedesca (e in caso di battaglia andare incontro alla morte quasi certa) o far rischiare in caso di ritirata la pelle alla popolazione (la ritorsione contro i civili sarebbe avvenuta sicuramente).Quindi, capirete, come
Partigiani in azione
fare a scrivere di questa battaglia? Il pensiero che mi attanaglia è: avrò detto le cose giuste? Avrò offeso la sensibilità di qualcuno? Ma poi ho pensato fra me e me  che è sempre meglio raccontare che nascondere  e allora però concedetemi un escamotage e in un certo qual modo faccio come Ponzio Pilato (me ne lavo le mani e piedi) e mi affido fedelmente alla bella ricostruzione che fa di quel 29 agosto 1944 l'Istituto Storico della Resistenza della provincia di Lucca (fonte più autorevole e appropriata di questa...):

"Sono le 23 del 27 agosto 1944,di sentinella,,è Tarzan, nome di battaglia di Gualtiero Montanari, partigiano emiliano del gruppo Valanga.Tarzan sente rumore di passi lungo un sentiero che da Col di Favilla porta all’Alpe di Sant’Antonio: intima l’altolà e chiede la parola d’ordine. Gli viene risposto in un italiano stentato.Tarzan capisce di avere di fronte una pattuglia nemica in avanscoperta e spara con il suo Sten,al buio. Un ufficiale tedesco, Rolf Bachmann, viene ucciso, gli altri fuggono.I partigiani sanno da giorni di essere stati localizzati dai tedeschi.Dopo l’episodio della sera precedente, i partigiani del gruppo Valanga non sanno bene cosa fare. Tra l’altro, il comandante Leandro Puccetti e il suo vice Mario De Maria non sono al campo. Abbandonare la posizione? Rimanere lì e organizzarsi in vista della sicura reazione nemica? Cresce anche la preoccupazione che i tedeschi, in caso di loro fuga, possano prendersela con la popolazione civile. Nel tardo pomeriggio rientrano Puccetti e De Maria. La decisione è presa: si rimane lì. Gli abitanti dei dintorni no, loro fuggono
Artiglieria tedesca nell'agosto'44 in Garfagnana
nascondendosi in paesi vicini o in grotte.La sera la tensione è palpabile, l’attacco tedesco potrebbe scattare da un momento all’altro.Sono le 3 del 29 agosto 1944.I partigiani del Valanga hanno approntato le loro postazioni difensive sul monte Rovaio.I tedeschi giungono da nord, dalla valle della Turrite Secca, e da sud, da Piglionico. Con loro anche italiani della Guardia Nazionale Repubblicana. Il loro numero è imprecisato: alcune centinaia di soldati, probabilmente, ma c’è chi dice addirittura duemila.Alle 3.30 inizia la battaglia.
Poco prima dell’alba i partigiani sono tutti in postazione sulla cresta del Rovaio (n.d,r: Colle del Gesù). Ma sono in difficoltà. Alle 9 i tedeschi iniziano a risalire sul Rovaio e ad avanzare verso il centro della cresta.I partigiani non hanno scelta: alle 10 Puccetti ordina “il si salvi chi può” e di sganciarsi per gruppi verso il bosco sottostante, cercando di sfondare l’accerchiamento buttandosi in un canalone con un salto. Ma, così facendo, si espongono al fuoco nemico. E tanti vengono colpiti, alcuni in maniera mortale.Non è ancora finita: chi non è riuscito a mettersi in salvo si nasconde nella boscaglia, mentre i tedeschi continuano ancora per ore a sparare, spesso a casaccio.Quanti uomini muoiono nel corso della battaglia? Non conosciamo il numero di perdite tedesche. Probabilmente nessuna. Conosciamo però il nome delle vittime partigiane e il numero, diciannove in tutto,(circa un terzo del gruppo)ricordati oggi nella chiesina del Piglionico.”
La chiesina del Piglionico che
commemora i caduti del Monte Rovaio

Fu questo l'episodio più sanguinoso e il combattimento più impegnativo sostenuto dai partigiani in Garfagnana. E il gruppo "Valanga" visse un momento di grande sbandamento.A fatica il già vice-comandante del gruppo Mario De Maria, riuscì a riunire a Vergemoli alcuni superstiti. Comunque il gruppo continuò ad esistere e ad operare.Una menzione particolare e un post interamente dedicato (che farò nei prossimi giorni) merita Leandro Puccetti comandante del Gruppo Valanga deceduto il 3 settembre '44 a soli 22 anni a causa delle ferite riportate in questa battaglia.

martedì 11 marzo 2014

Quando volevano far esplodere il Ponte del Diavolo...

 soldati alleati salgono sul ponte dalla strada Lodovica
Questa è una delle più belle storie di guerra (II guerra mondiale) della nostra valle che forse in pochi sanno ma che vale la pena essere raccontata:Si narra di un ufficiale tedesco in forza al comando germanico nella zona di Borgo a Mozzano.Sembra che questo ufficiale andasse molto orgoglioso di tutti i ponti e ferrovie che aveva ordinato di distruggere e quando vide la maestosità del Ponte del Diavolo pensò che solo uno spirito superiore potesse aver creato tale opera e provò enorme soddisfazione nell'aver la possibilità di distruggerlo.Un giorno mentre stava studiando la collocazione delle mine sul ponte, vide una giovane donna, che era andata a prendere l'acqua ad una vicina fontana.Fu immediatamente colpito dalla sua bellezza, tanto che se ne innamorò.La maggior parte degli abitanti avevano abbandonato le loro case per andarsi a nascondere in luoghi più sicuri, visto che oramai l’esplosione del ponte era imminente. La giovane donna, invece, non abbandonò la sua casa ne tanto meno i suoi anziani genitori ,tra l’altro questa casa si trovava nelle vicinanze del ponte.Le forze alleate stavano arrivando per cui il ponte doveva essere distrutto al più presto.La sera in cui era prevista l’esplosione del ponte, l’ufficiale entrò nella casa della giovane donna e la implorò di abbandonare la casa La giovane donna si rifiutò di dare ascolto all'ufficiale e di abbandonare la casa. L’ufficiale, poiché se ne era innamorato, per salvarla, non fece esplodere il ponte per non mettere a repentaglio la vita della ragazza e decise di restare li con lei e aspettare l’arrivo degli Alleati per poi caderne prigioniero.Questa è la versione romanzata ma da testimonianze locali che personalmente vissero gli avvenimenti si dice certa la presenza dell'ufficiale tedesco che era, in realtà, un capitano. Esisteva anche la ragazza che abitava in una casa tutt'ora esistente che si trova sul lato destro del Ponte. Il capitano tedesco, oltre a nutrire un forte interesse per la ragazza, sembra sia stato amante dell'arte e ammirasse profondamente la bellezza e in particolare l'architettura del Ponte del Diavolo e questo fu il  motivo perchè il capitano rinunciò a farlo esplodere.Non cadde prigioniero delle forze alleate, ma proseguì la ritirata con i suoi uomini, e sembra che morì in combattimento contro i partigiani, in alta Garfagnana.