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mercoledì 5 giugno 2019

Italia- Germania, estate 1944: una partita di calcio fra nazisti e garfagnini in riva al Serchio

"Nonostante la guerra e le distruzioni anche noi ragazzi come quelli
La partita di Natale del 1914
di oggi avevamo i nostri sogni e i nostri eroi, le femminucce avevano come idoli gli attori come Gregory Peck o l'italiano Amedeo Nazzari, per noi bimbetti, i nostri modelli da imitare erano i calciatori, al tempo i Ronaldo,i Messi, non erano neanche nei pensieri della "su mamma", dato che nemmeno la loro mamma era nata... i nostri eroi si chiamavano Piola, Mazzola, Meazza e la squadra più forte di tutte... macchè Juventus !!!...era il Torino!... Ti devo dire di più, in quegli anni (n.d.r: anni 40) il calcio non fu solo passione e divertimento, in quegli anni per noi ragazzi fu un modo di fuggire dalla realtà della guerra, un modo per estraniarsi dalle crudeltà che stavano succedendo in ogni dove...tornare poi a casa e vedere la propria madre
piangere perchè bisognava fuggire da casa, sfollare, andare chissà dove, abbandonare i nonni al loro destino perchè troppo anziani per fuggire, lasciava nel mio cuore un dolore enorme
La mitica rovesciata di Piola
che dimenticavo solamente quando correvo dietro ad un pallone..."

Questa è la storia di Joe Rinaldi, nato in località la Barca vicino a Gallicano, ed emigrato negli Stati Uniti negli anni '50 del '900 e oggi pensionato felice dopo 45 anni di lavoro nella mitica Union Pacific Railroad (ferrovia U.S.A). La storia di questo arzillo novantenne garfagnino mi è arrivata via e-mail dai suoi figli. La storia di Giovanni (oggi Joe), come tante storie di emigranti è interessantissima, si narrano le mille peripezie fatte per farsi una posizione sociale degna di tale nome, si racconta ancora della fame patita prima di trovare un lavoro ma... io leggendo queste vicende non sono rimasto particolarmente attratto da quello che gli era capitato negli States, ma mi interessava molto di più un brano di questa mail dove raccontava della sua grossa passione per il calcio e... "di partite di pallone nella piana di Mologno contro i soldati tedeschi..."
Un'immagine del film
"Fuga per la vittoria
nella foto Ardiles,
Stallone, Pelè, Moore
Come? Mi sono domandato, ho capito bene? Ed ecco ritornarmi alla mente la celeberrima "partita di Natale": 25 dicembre 1914, I guerra mondiale, inglesi e tedeschi uscirono dalle trincee e in un segno di fratellanza  ormai persa cominciarono a giocare a calcio, facendo così tacere i fucili per un giorno e ancora come dimenticarsi il bellissimo film "Fuga per la vittoria", che ha come attori calciatori veri come Pelè, Ardiles e Bobby Moore? La storia fu presa da un fatto realmente accaduto, conosciuto meglio con l'appellativo di "partita della morte", giocata fra ufficiali tedeschi e prigionieri ucraini, ed ecco allora che queste partite nella piana di Mologno hanno stimolato il mio interesse e riportato Joe ai giorni memorabili di quella lontana estate del 1944.

"Eravamo sempre i soliti, io, il Mario, il Beppe, il Luciano e il
La Barca (Gallicano)
luogo di origine di Joe
Franco. La mattina ci sbrigavamo tutti e cinque a fare i lavori nei campi, tagliare il fieno e dare da mangiare alle bestie che avevamo nascosto per non farle trovare ai tedeschi o ai partigiani che sicuramente ce le avrebbero requisite, poi fatto quello che c'era da fare ci davamo appuntamento al fiume...per fare una cosa proibitissima dai nostri genitori...giocare a calcio. La proibizione veniva dal fatto che giocando a pallone c'era il rischio di potersi far male, se mi fossi fatto male chi avrebbe aiutato in tutti i lavori agricoli il babbo? Quanto sarebbe costato ai miei genitori farmi medicare? Per di più con la guerra in atto medicine non se ne trovavano e poi una cosa sarebbe stato farsi male mentre lavoravo o facevo qualcosa di produttivo e un'altra cosa sarebbe stato farselo per il semplice gusto di giocare. Ma la passione che avevamo per il calcio era superiore a qualsiasi pericolo, così in un campetto al di là del fiume fra Vizzano e Mologno inscenavano le nostre partite. Dentro

una buca avevamo nascosto anche il nostro pallone che era una vera e propria meraviglia, era una palla fatta con i "cenci" dismessi di casa, una pezza l'avevo portata io, l'altra il Mario, insomma ognuno aveva contribuito a fare il nostro pallone, fatto di stoffa "appallottolata" e legata insieme con un filo, il tocco in più a fare si che somigliasse ancora di più ad una vera palla l'avevamo dato con il grasso di maiale rubato a casa, si perchè una volta fatta la palla l'avevamo tutta cosparsa con il grasso, in modo che le pezze di stoffa rimanessero rigide, così non si sarebbero sfilacciate; il più era quindi fatto, per cominciare una partita a quel punto bastava poco, infatti la porta era fatta con due bastoni che fungevano da pali e siccome eravamo in dispari uno a turno stava in porta e gli altri quattro facevano la partita due contro due, non vi immaginate il divertimento, la spensieratezza, intorno a me non vedevo le nostre montagne ma vedevo spalti festanti a ogni mio gol, addosso non mi vedevo la pesante
Torino stagione 1943-1944
canottiera, ma mi vedevo la bella maglia granata del Torino. Finito di giocare però si tornava alla dura realtà e il rituale era sempre il solito: un bel bagno rinfrescante nel fiume e poi di corsa a casa zitti, zitti. Un bel giorno durante una di queste partite, il pallone rotolò in una"scarpatella"  arrivando quasi sul greto del fiume, mi apprestai di corsa per recuperare la palla, appena allungai le braccia per afferrarla rimasi di ghiaccio, era stata fermata da un mitra e da un elmetto tedesco, che erano li depositati a terra...alzai gli occhi e vidi un soldato che si stava bagnando i piedi nel fiume, girai lo sguardo e sotto una frasca ce n'erano altri quattro...è la fine pensai! Presi la palla facendo finta di niente e mi incamminai per tornare dai miei amici, appena fatti tre passi una frase in tedesco secca e perentoria mi gelò il sangue
Soldati tedeschi
nelle vene, in men che non si dica i cinque tedeschi si erano già alzati, ricomposti e imbracciato i mitra, nei loro occhi notai la stessa mia paura, io non sapevo le loro intenzioni  e d'altronde nemmeno loro sapevano chi eravamo, mi accompagnarono per quei trenta lunghi metri che mi distanziavano dal campetto e dai miei cinque amici, che appena videro la scena caddero a terra a piangere. I soldati non parlavano una parola di italiano, ma già avevamo capito che volevano comprendere chi eravamo e perchè eravamo li, insomma cercavamo di spiegarci a gesti o come si poteva meglio fare, poi ad un certo punto il Beppe fece un gesto che aprì le porte ad una totale serenità, di colpo prese la palla e con un calcio la tirò verso la porta, dopodichè esultò come facevano i grandi campioni del tempo, da li un tedesco prese la palla e fece cenno ad un mio compagno di andare in porta, in men che non si dica ci ritrovammo cinque contro cinque in un epica partita Italia -Germania.I nazisti si levarono il pesante giaccone, si misero in canottiera, l'altra porta la fecero loro, al posto dei pali avevamo messo due elmetti, la partita cominciò , noi eravamo un po' titubanti, ma man mano che i minuti passavano non esistevano più tedeschi, americani, francesi o
Foto tratte da La partita del Natale 1914
qualsivoglia soldato, ci stavamo divertendo tutti e dieci come dei matti, quei soldati poi in fin dei conti erano poco più grandi di noi, loro avranno avuto una ventina di anni, noi quattordici, quindici e sedici anni. Alla fine dell'incontro (che purtroppo perdemmo) ci salutammo con pacche sulle spalle e ognuno tornò da dove era venuto. Qualche giorno dopo si ripresentò l'occasione di tornare a giocare a calcio e ci trovammo con i miei compagni di gioco al solito posto, arrivati al campetto con grande sorpresa ritrovammo i soliti soldati che ci stavano aspettando per giocare, uno di loro batteva il dito indice sul polso ad indicare che eravamo in ritardo, ben presto tirammo fuori la palla di cencio e via un'altra partita, loro però giocavano con gli scarponi e noi con gli "scappini" (n.d.r:zoccoletti di legno)e in effetti la cosa era impari, da una parte loro con gli scarponi ci pestavano senza volerlo i piedi e dall'altra il loro portiere giocava con l'elmetto, perchè quando si calciava il pallone spesso partiva lo zoccolo, per farla breve trovammo l'accordo, si giocava tutti a piedi nudi. Era

molto bello perchè il calcio aveva buttato giù la barriera che idealmente ci divideva, anzi il gioco ci aveva uniti in una vera amicizia. Questi soldati da quel poco che si capiva venivano da Gallicano e anche loro scappavano per giocare a calcio, mentre noi fuggivamo all'insaputa dei nostri genitori, essi da quella del loro comandante, questo ci rendeva ancora di più amici e complici. Non mi ricordo quanti giorni durarono queste partite, sicuramente qualche settimana, ricordo ancora che a ogni partita c'era in palio un premio che loro portavano, quando una cioccolata, quando un pezzo di pane, quando qualche scatoletta... ma alla fine che si vincesse o si perdesse il premio ci veniva sempre lasciato... Un brutto pomeriggio tutto cambiò. La partita che stavamo giocando insieme agli amici tedeschi era in pieno svolgimento, ad un tratto dalle piante che davano verso Mologno ecco una decina di nazisti con a capo un comandante... non ti dico le urla  di questo comandante che inveiva contro i nostri amici; il piccolo plotone prese a calci le porte, gli elmetti e i giacconi dei giocatori tedeschi, noi eravamo impietriti ... che succederà?... una raffica di mitra ci fece scappare come il vento... un soldato aveva sparato in aria proprio con l'intento farci fuggire. Quel giorno li finirono per sempre gli incontri internazionali fra Italia e Germania. Un bieco ufficiale tedesco aveva interrotto per sempre un bella amicizia...da grande poi sono riuscito a capire ancor di più l'intervento di quel plotone in quel maledetto giorno, la spietata logica della guerra aveva i suoi perchè, fraternizzare con "il
Il monumento che ricorda la mitica partita
di quel lontano Natale 1914
nemico" avrebbe voluto dire avere pietà, comprensione e questo non era permesso dalle leggi non scritte della guerra. Nei giorni seguenti tornammo al campo, la palla era sparita, non so che fine abbia fatto, sperai solo che un nostro amico tedesco l'abbia portata via come ricordo. Quello che  mi rimase di quella lunga estate fu il gesto di quei cinque soldati, un atto di libertà, di unione che solo lo sport in ogni sua forma ha sempre trasmesso e voluto insegnare".



  •  Special thanks to Joe for his beautiful testimony (june 2019 Maine, U.S.A)

mercoledì 6 luglio 2016

La mirabolante vita del Beato Ercolano in Garfagnana: miracoli, pacificazioni e leggende

Predicazioni nel 1400
Diciamocelo chiaramente il mondo è stato e sarà sempre un mondo fatto da molta cattiveria, dove il più forte mangia il più piccolo, dove i mali che affliggono il nostro pianete da millenni sono sempre i soliti: carestie, povertà e guerre. Niente è cambiato, sicuramente la situazione è migliorata (forse...) con l'andare dei secoli, ma queste caratteristiche principali esistono sempre e sempre esisteranno. Infatti non era un mondo migliore (tutt'altro) quello dove nacque la voglia e la volontà di predicare la parola del Signore dei frati francescani e domenicani in giro per l'Italia. Siamo nel XV secolo e il quadro generale della situazione del mondo allora conosciuto era un vero e proprio disastro. L'Europa fatta di nazioni cristiane era molto spesso divisa. Re cristiani che non facevano altro che organizzare guerre per difendersi da altri Re cristiani per estendere il loro potere economico e bestemmia suprema, alcuni dicevano di agire nel nome di Dio. Anche la nostra "Italietta" era divisa: stati contro altri stati, città contro città. Dentro la Chiesa Cattolica poi regnava il caos assoluto, era il secolo del grande scisma, dei Papi a Roma e degli anti papi ad Avignone, per non parlare poi degli scandali all'interno di essa, con un clero non all'altezza del suo sacro compito. Proprio in questo grande "carrozzone" in quei decenni si sviluppò un movimento di predicazione che aveva come compito il risveglio spirituale ed ecclesiale attraverso il contatto diretto con la gente. Si andava quindi di città in città, di paese in paese e si predicava contro lo strozzinaggio, il lusso, contro la corruzione ed il gioco d'azzardo, inoltre contro lo sfruttamento e la perversione sessuale. In prima linea in questa predicazione erano gli ordini mendicanti dei domenicani e dei francescani. Questi organizzavano gruppi ambulanti di missionari, muniti di autorizzazione papale, mandati e  chiamati talvolta anche dai governanti locali che speravano con questa operazione in un ritorno positivo di immagine. Anche la Garfagnana ebbe i suoi predicatori e fra questi spiccava su tutti (in quel periodo) la figura del francescano Ercolano da Piegaro. Il beato
Il beato Ercolano
particolare di un dipinto di Azzi
del 1638
Ercolano lasciò un segno indelebile nella nostra valle, a lui si debbono fatti straordinari e pacificazioni che lo hanno portato ancora oggi ad essere venerato ed osannato dai fedeli. La sua vita vide luce appunto a Piegaro, un paesino in provincia di Perugia sui confini toscani intorno al 1390. Insieme al suo amico Alberto da Sarteano decise così in gioventù di entrare nell'ordine di San Francesco. Con il tempo insieme al beato Alberto passò dai frati conventuali (per intendersi quelli che sono sono nella basilica di Assisi) ai francescani osservanti, che sotto la guida di San Bernardino da Siena proponevano il ritorno ad antiche e rigide regole. Fu così che si incamminò per l'alta Toscana fino a raggiungere Lucca, quando nel duomo della città stava predicando la Quaresima, successe l'imponderabile. I fiorentini assalirono la città e la misero sotto assedio. I giorni passavano e Lucca ormai era allo stremo della sua resistenza, stretta inesorabilmente dai morsi della fame, fu a questo punto che il buon frate vista l'emergenza non esitò a dare il suo aiuto alla città delle mura. Si incamminò nelle campagne e riuscì a rimediare ed a introdurre oltre le mura, grano ed animali da carne, ma non solo, predisse l'imminente ritiro delle truppe fiorentine, cosa che puntualmente si verificò. Frà Ercolano divenne con questo episodio una figura intoccabile e in compenso i lucchesi gli donarono il convento di Pozzuolo. Ma non era qui nella piana lucchese dove sentiva di svolgere a pieno la sua missione, lui amava i poveri e con i poveri voleva stare e la Garfagnana a quel tempo faceva il caso suo.Arrivò così nella nostra valle nel 1414 e incoraggiato dall'amico Papa Eugenio IV fondò due conventi , uno nei pressi di Barga e uno a Pieve Fosciana. In uno di questi colli posti sopra le rive del Serchio venne a pregare. Le cronache riportano che le sue predicazioni preferite con le quali strappava lacrime alle folle riguardavano la Passione di Cristo e fu proprio su uno di questi colli dove arringava la gente che fondò il suo primo convento, proprio nei pressi del paese di Mologno (dove adesso sorge l'attuale chiesa di San Bernardino). Fu però
San Bernardino (Mologno)
costretto ben presto a fuggire da quel luogo malsano, vicino al fiume Serchio, il pericolo di malaria era tangibile e si trasferì a Barga nell'odierna chiesa di San Francesco (dove sorge l'ospedale).

A Pieve Fosciana decise invece di stabilire la sua base. La popolazione donò al fraticello un terreno dove sorse il suo secondo convento e lo storico Sigismondo Bertacchi nella sua "Descritione Historica della Provincia della Garfagnana" (XVII Secolo)così scriveva:"Si dice che il convento dei Frati dell'Osservanza di San Francesco fu fondato dal Beato Ercolano, nel 1435. Lo voleva erigere vicino a Castelnuovo, ma la comunità alla quale si era rivoltò glielo negò, allora ricorse agli uomini della Pieve Fosciana che glielo concessero. In cambio lui promise loro che non avrebbero mai avuto nè peste nè tempesta nel loro territorio. Infatti questo fu vero. Dove si mise a costruire il convento non c'era acqua. Il beato Ercolano prese la zappa e dette quattro zappate da una parte dove scaturì una sorgente...". Qui insieme al suo discepolo Jacopo da Pavia iniziò a costruire questo modesto conventino (- satis humilem et pauperem- assai umile e povero) che divenne metà di pellegrini e viandanti da ogni dove. Ma come detto erano tempi di guerre e di
Ex convento San Francesco Pieve Fosciana
(foto tratta dal blog Giro-Vagando)
lotte interne e la Garfagnana grazie all'intervento di Frà Ercolano riuscì a risparmiare molte vite. La parola di Ercolano era molto ascoltata anche dai potenti locali e diverse volte molte guerre interne alla nostra valle furono scongiurate per un suo intervento. La sua popolarità fra la gente povera aumentava a dismisura proprio grazie a queste guerre evitate, la gente lo adorava tanto che l'antico cronista dell'epoca tale Romano da Firenze (teologo e storico francescano) riferisce (fra altre cose) di questo umilissimo uomo che andava in giro per le strade della Valle del Serchio con il saio rattoppato e che da tutti era conosciuto come il "Padre Santo". Nel 1439,l'amico Papa Eugenio IV lo inviò però in Egitto ed in Terra Santa con una missione francescana che aveva il compito di promuovere l'unione con i cristiani orientali. Rientrò nel 1441 e di li a poco si ricorda forse la sua più spettacolare predicazione, quando a Pieve Fosciana si caricò di una croce pesantissima e seguito da tutto il popolo si inerpicò per San Pellegrino in Alpe. Ma ormai le fatiche e i lunghi pellegrinaggi avevano minato la salute di Frà Ercolano e nel 1451 (presumibilmente il 28 maggio) circondato da fama di grande santità morì. Nel 1456 fu sepolto nella chiesa del suo convento, ma quattro secoli dopo (1856)in seguito alla demolizione del convento
Processione per il Beato Ercolano
a Pieve Fosciana 1921
(foto archivio Silvio Fioravanti)
originale, le sue reliquie furono poste nella chiesa della Pieve. Nel 1860 Papa Pio IX ne riconobbe il culto pubblico di un uomo fra i più venerati di tutta la Garfagnana.

mercoledì 14 gennaio 2015

Cosa ci fa un arsenale navale del 1500 nella nostra valle circondata dai monti?

In questa mappa del XVI secolo si nota chiaramente nel cerchio rosso dov'era situato l'arsenale navale 
Percorrendo la strada regionale 445 della Garfagnana in direzione Ponte di Campia e passato il paese di Mologno ci imbattiamo in una località dal nome curioso per essere nella nostra zona. Ci siamo passati davanti decine e decine di volte, eppure quando ci troviamo di fronte a quel cartello stradale che indica la località "Arsenale" (comune di Barga) ci viene spontaneamente da porci una domanda: ma che ci faceva un arsenale nel bel mezzo della valle? Nel caso nostro non si riferisce al luogo dove si costruivano o si rifornivano armi, ma a ben altro di ancor più singolare per noi. Infatti (in questa circostanza) s'intende un luogo dove si costruivano e si riparavano navi. Si avete capito bene, in quella località risiedeva un arsenale navale! Strano, sbalorditivo... Chissà, forse il mare in qualche maniera e in qualche secolo passato aveva raggiunto le nostre terre? Niente di tutto questo, ma se si vuole la storia ha ancora di più dell'incredibile, direi che ha addirittura il sapore epico dell'impresa. Ma andiamo a raccontare gli eventi. Gli arsenali navali del Granducato di Toscana avevano bisogno di grandi quantità di tronchi lunghi e dritti per ricavarne alberi da innalzare sulle proprie galere, ma sopratutto avevano bisogno di remi. Figuriamoci, siamo fra il 
Galere del Granducato di Toscana,
 quei remi probabilmente
venivano dai nostri monti
1500 e il 1600 e la Marina del Granducato era in piena espansione. Le sue galere erano impegnate in tutto il Mediterraneo, nella difesa di Malta dagli Ottomani fino alla partecipazione con ben 12 navi nella celeberrima battaglia di Lepanto, combattuta sempre tra le flotte musulmane e quelle cristiane della Lega Santa, cui faceva parte il Granducato sotto le insegne pontificie. Pensiamo inoltre, tanto per rendersi conto del fabbisogno di legname che doveva avere una singola galera, che queste navi potevano portare a bordo ben più di mille schiavi, una buona parte di essi erano impiegati proprio ai remi. Tanto per snocciolare qualche numero "La Fiorenza" contava un equipaggio di 1055 schiavi imbarcati, per non parlare poi della "San Cosimo" che nel 1611 fra le sue forze aveva ben 1400 schiavi e allora dove approvvigionarsi di tutto questo legname se non sui nostri monti? Fu creata ad hoc la cosiddetta "Via dei Remi" (ancora oggi esistente) che partiva addirittura da Cutigliano (in provincia di Pistoia) e dall'Abetone (allora chiamato Boscolungo). Rimaneva però un grosso problema, come trasportare questi tronchi di abeti e faggi fino a Pisa, sede vera e propria dell'arsenale navale mediceo? Teniamo presente che all'epoca le strade erano tutt'al più delle mulattiere disagevoli, il sistema più "semplice" sarebbe stato far fluttuare i tronchi fino al mare. La Lima che era il fiume più vicino a queste luoghi non aveva però una portata per tale scopo e poi problema dei problemi questo percorso entrava nei possedimenti lucchesi, Stato con cui non correvano buoni rapporti. Studia che ti ristudia agli ingegneri fiorentini non rimaneva che una soluzione, l'unica alternativa possibile era rappresentata dal fiume Serchio, bisognava sfruttare le sue acque per tentare l'impresa, quale miglior occasione allora se non sfruttare l'enclave granducale di Barga? Era proprio giusto giusto quella striscia di terra che serviva. Una zona che andava dal fondovalle del Serchio fino ai crinali
Ecco la Via dei Remi oggi
appenninici. Fu siglato un accordo con gli Estensi (il Ducato di Modena), che concesse il permesso di tracciare una strada di alta montagna che correva parallela al crinale modenese e che permetteva di congiungere l'alto Sestaione (territorio toscano) con Barga aggirando così i domini lucchesi. I tronchi venivano trascinati dai buoi fino al Lago Nero, risalendo la Valle del Sestaione; da qui partiva la Via dei Remi che saliva fino al Passo della Vecchia, attraversava poi il Passo di Annibale e da li discendeva la Foce a Giovo, aggirando così il Monte Rondinaio, la strada continuava in direzione di Renaio, di li a Barga, e poi finalmente si arrivava in quella che oggi è la località chiamata Arsenale. Qui, questi tronchi venivano conservati in un apposito capannone, che si trovava esattamente alla 
confluenza fra il fiume Serchio e la Corsonna (suo affluente), era lungo 22 metri e largo 9 e da qui, in primavera quando il fiume raggiungeva la sua portata massima i tronchi venivano calati in acqua, raccolti in zatteroni chiamati "magliate" e condotti di li al mare. Evidentemente i lucchesi dovevano tollerare il passaggio di questi convogli fluviali o perlomeno non avevano modo di opporsi, in quanto appena lasciati i territori fiorentini il fiume si addentrava nello stato lucchese arrivando a sfiorare la stessa città di Lucca. Raggiunto il mare a Pisa qui era un gioco da ragazzi arrivare all'arsenale centrale. Successivamente la Via dei Remi fu modificata girando verso il Lago Santo, da qui si guadagnavano le pendici garfagnine degli appennini per il Valico della Boccaia fino a raggiungere il Colle della Bruciata ed iniziare la discesa verso Barga. Gli anni passavano e con gli anni anche le navi si modernizzavano ed è presumibile che la definitiva affermazione del veliero sulla galera e con il rapido declino di quest'ultima (conclusosi con la sua definitiva scomparsa alla fine del 1700) abbia ridotto notevolmente la richiesta di tronchi in quanto non era più necessario fare centinaia di lunghi remi (caratteristica principale di questo tipo d'imbarcazione). Nel 1741 l'intero Arsenale dei Remi, ormai quasi in disuso fu ceduto alla comunità di Barga che però doveva metterlo a 
L'arsenale mediceo di Pisa
 dove giungevano i legnami
disposizione dell'autorità governativa ogni qualvolta la Marina Militare Toscana ne avesse avuto bisogno. Con il 1819 un decreto granducale del 23 agosto autorizzava la vendita ai privati. Oggi di questo arsenale non rimane niente,rimane la Via dei Remi luogo di incantevoli passeggiate e di splendidi panorami.

lunedì 19 maggio 2014

21 febbraio 1916: Quando era un buon tempo raggiungere Lucca in due ore...

La Stazione di Mologno...o meglio Barga-Gallicano
 nei primi anni di vita dove si fa riferimento nella lettera

Quando era un buon tempo raggiungere Lucca in due ore...Questa bellissima ed esclusiva lettera è stata scritta nel febbraio 1916 da un signore di Gallicano che scrive a sua sorella donna di servizio presso dei signori nella "lontana" Lucca.


                                                              Gallicano 21 febbraio 1916
"...Eppure non lo avrei mai creduto mia cara,lo sai sono stato sempre contrario alla modernizzazione,vuoi per paura del nuovo,vuoi perchè sono un vecchio abitudinario.Ma finalmente questa nuova linea ferroviaria ci avvicina di più.Prima con mezzi di fortuna riuscivo a raggiungere Lucca certe volte anche in due ore e mezzo, anche se era un buon tempo e lo capisco per me rimaneva comunque sempre troppo per allontanarmi di casa per così molto tempo .Anche perchè come sai la mamma questo inverno ha avuto problemi di bronchiti e poi i miei affari li desidero fare di prima persona.Comunque sia raggiungendo la stazione dei treni in Mologno,calcolando l'attraversamento del fiume e il breve tratto a piedi (prendendo la scorciatoia del cavalcavia ferroviario) e il tempo di percorrenza del treno adesso riesco a raggiungerti in un ora e trenta minuti circa.Bella cosa questa ferrovia che ricongiunge velocemente gli affetti che prima il destino aveva diviso..."

La ferrovia in Garfagnana o meglio fino a Castelnuovo Garfagnana (25 luglio 1911) era presente nella nostra valle solamente da cinque  anni da quando questa lettera è stata scritta.Prima ci si muoveva veramente con mezzi di fortuna, magari a dor
Un biglietto del treno dell'epoca
(Bargarchivio)
so di mulo (anzi... "miccio "),in alternativa si trovava una carrozza che dava uno strappo per qualche chilometro, una bicicletta forse e tanto,tanto camminare... e pensare adesso che con lo stesso tempo che questo signore arrivava a Lucca (due ore e mezzo) ora in aereo possiamo raggiungere Londra,Parigi,Amsterdam...