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mercoledì 25 novembre 2020

I nostri fiumi e il significato dei loro nomi

Dal fiume al rubinetto... Quello che è certo che per i nostri nonni
fu un salto epocale. Per noi oggi è un gesto banale aprire quel rubinetto ed è altrettanto naturale che l'acqua arrivi ogni giorno a casa nostra pulita e potabile. Una volta in Garfagnana quando si era costretti a bere nei fiumi o nei torrenti, per scongiurare proprio il pericolo che quest'acqua non fosse buona da bere non ci si affidava alle sofisticate analisi di laboratorio, ma bensì si dava fiducia ad uno scongiuro in particolare, da ripetere per ben tre volte: "Acqua corrente ci beve il serpente, ci beve Iddio, ci bevo anch'io". Erano infatti quei fiumi e quei torrenti che fornivano acqua alle case quando ancora gli acquedotti non esistevano. I fiumi diventarono così un centro di vita sociale, al fiume ci si lavava, ci si giocava e le donne ci lavavano i panni. La situazione nei paesi migliorò con l'avvento delle fontane
pubbliche e l'arrivo dei pozzi dove lavare i vestiti. Fattostà che anche quest'acqua proveniva dai medesimi torrenti. Arrivò poi la fine degli anni 50 e gli inizi degli anni 60 (del 1900) e in buona parte delle case garfagnine giunse l'acqua corrente, ma il rapporto fra questa terra e i suoi fiumi(torrenti o canali che fossero)rimase per sempre speciale, un legame unico, fraterno, una sorta di ringraziamento quasi devozionale per quei lontani tempi. Per di più la ricchezza d'acqua che ha la nostra zona è fra le più alte in Italia, basta pensare che nella provincia di Lucca i corsi d'acqua contanti dal S.I.R.A (sistema informativo regionale ambientale)sono 1636. Insomma, una simbiosi unica, difficilmente riscontrabile da altre parti, tant'è che questa particolarità si può ravvisare nel nome che nei secoli e nei millenni è stato attribuito a questi corsi d'acqua. I nomi di questi fiumi è legato alle più svariate motivazioni e la maggior parte di queste denominazioni sono legate alla vita quotidiana della valle, quindi possiamo trovare torrenti il cui nome deriva da nomi propri di persona, magari si possono trovare dei fiumi il cui
appellativo è legato al nome di piante o di animali, esistono perfino dei nomi legati ai confini dei terreni e altri ancora ai mestieri e alle opere o addirittura al folklore. Naturalmente non poteva mancare una disciplina che analizzasse tali denominazioni e questa si chiama idronimia e l'idronomo è il vocabolo riferito al nome proprio del fiume. Bando a questo tecnicismi direi di andare ad analizzare il significato dei nomi dei nostri corsi d'acqua. Di questi 1636 ne analizzeremo... i più importanti e i più curiosi. Cominciamo con l'approfondire il contenuto della parola riferita al fiume principe della Garfagnana e della provincia in genere. 

Il Serchio è il terzo fiume per lunghezza della Toscana, il suo ramo principale scende dalle pendici del Monte Sillano e si riunisce poi al ramo denominato "Serchio di Gramolazzo". In antichità il suo nome era Auser. Una volta che però arrivava nei pressi di Lucca si biforcava nuovamente, creando un ramo minore denominato Auserculus (piccolo Serchio). Purtroppo il Serchio era un fiume capriccioso, le sue alluvioni creavano parecchi problemi alla città di Lucca e nel 561 il vescovo Frediano, esperto in idraulica fece convogliare le acque del corso principale nel ramo più piccolo: l'Auserculus. Da li in poi, il nome del corso d'acqua sarà Serchio, derivato dunque della suddetta parola. L'origine di tale vocabolo non è ben definita, lo storico latino Svetonio dichiarò che la parola Auser deriva dall'etrusco e significa Dio o divinità, alcuni glottologi moderni asseriscono che il nome deriva da una parola pre-ligure che significa sorgente.

"...Dove da diversi fonti/ con eterno rumor confondon l'acque/ la Turrita col Serchio fra due ponti". Nella V satira l'Ariosto nomina quello che forse è il fiume più caro ad una buona parte di garfagnini: la Turrite. Nella valle ce ne sono addirittura tre, ben distinte e tutte sono affluenti del Serchio: la Turrite Secca, che è quella che forma il lago dell'Isola Santa e che passa da Castelnuovo. La Turrite di Gallicano(o di Petrosciana)che nasce dalle pendici apuane per attraversare Fornovolasco e arrivare appunto a Gallicano. Infine c'è la Turrite Cava, il torrente attraversa tutta la Val di Turrite, formando il bacino idroelettrico del lago di Turrite Cava, per anni questo corso d'acqua segnò il confine di stato fra Modena e Lucca. Il termine Turrite si ritiene che sia fra i più antichi della lucchesia e apparterrebbe a uno strato pre romano che troverebbe radice nella parola latina "torrent", "torrente", riferito proprio alle caratteristiche particolari dei tre corsi d'acqua: corso breve di forte pendenza con variazioni di portata delle acque. Nello specifico, per quanto riguarda il vocabolo "cava" riferito alla Turrite posizionata più a sud nella valle, non significherebbe "vuota", ma bensì "che scava", come un corso d'acqua impetuoso che scava il terreno in profondità. 

Sempre e a proposito di Serchio esiste un altro fiume garfagnino che il suo nome potrebbe significare "piccolo Serchio", ed è l'Esarulo, il fiume di Castiglione. Un'altra ipotesi ci dice anche che questa denominazione deriverebbe da un nome proprio: Sauro, forse un contadino che aveva possedimenti proprio su quel fiume. Ad onor del vero questo corso d'acqua ha preso poi svariati nomi in base al territorio che attraversava: "fiume dell'Isola", "fiume di Valbona", "fiume di Pontardeto". Un'ulteriore torrente che troverebbe denominazione da un nome proprio di persona è il Ceserano(Fosciandora), da Cesare, Cesarino. L'alternativa si potrebbe trovare nella parola latina "Caesa", ossia "tagliato", in riferimento a un fiume dove nelle vicinanze si possono tagliare piante.

La curiosità poi ci spinge a trovare il significato di un nome che parrebbe quasi ebraico: Edron. Gli esperti dicono che la parola sia di difficilissima interpretazione. E' ragionevole pensare che vista la collocazione del fiume in piena zona ligure apuana (Vagli), possa trattarsi di un idronimo che ha avuto nascita da questa antica popolazione. La parola potrebbe anche avere una matrice greca: "hidor", ovverosia acqua. Un' ennesima interpretazione, la più bella, ma non so quanto vera ce la da una leggenda. Si racconta che un giovane pastore un giorno incontrò una giovane bellissima che si bagnava nelle acque di questo fiume. In paese già si sapeva che lassù vivevano gli spiriti delle acque che dovevano star lontani dagli esseri umani e rimanere invisibili al loro sguardo. Ma il pastore nonostante ciò s'innamorò della bella ninfa e gli chiese il nome: -Edron- rispose la ninfa e subito rimase silenziosa, si rese ormai conto di aver infranto una legge del bosco che non permetteva di rivolgere parola agli uomini. Il Dio del bosco accortosi del misfatto lanciò una folgore che pietrificò gli innamorati. Oggi quelle due grosse pietre esistono sempre, una accanto all'altra, si possono vedere proprio li, dove sgorga la sorgente.

Certe volte invece la poesia e il mito si fanno da parte lasciando spazio ad altri nomi più "tecnici" è il caso di quei torrenti la cui denominazione si rifà alla morfologia del corso d'acqua. Parliamo infatti della Covezza (San Romano), la parola deriverebbe dall'italiano "covo", nel senso di cavità, tana, rifugio sotterraneo. Altri fiumi o fiumiciattoli che traggono il proprio nome dalla loro geomorfologia sono la Corsonna e il fosso del Chitarrino(Barga). Il primo idronimo farebbe un possibile riferimento a Cursus (currere), corso, nel significato di acqua corrente, corso d'acqua che scorre veloce. Nel secondo caso (il Chitarrino) potrebbe essere riconducibile ad un idronimo metaforico sul particolare rumore emesso dall'acqua. Secondo gli esperti ad un cosiddetto idronimo metaforico è attinente anche il nome del fiume Lima (comune di Bagni di Lucca), la relazione sarebbe da attribuire al suo corso impetuoso che porta a molto consumo di suolo, nello specifico, limare.

Come abbiamo visto sono molteplici le ragioni per cui si da un nome ad un fiume e fra questi uno dei più consueti ha attinenza con i confini. I confini in Garfagnana sono sempre stati importanti, per cui il Fosso del Termine lo troviamo sia nel comune di Fabbriche Vergemoli che in quello di Camporgiano. Quel determinato fosso probabilmente segnava il preciso confine fra una proprietà o uno stato. Invece il Fosso della Bandita (Piazza al Serchio e Villa Collemandina) delimitava un'area dove era "bandita" la caccia, la pesca o magari un pascolo. Sempre ed a proposito di confini rimane curiosa l'ipotesi di alcuni ricercatori sulla genesi del vocabolo inerente al torrente Corfino. Dapprima si pensava infatti che l'origine derivasse da un nome proprio di persona, tale colono romano Corfinius, ma poi si è visto che la provenienza potrebbe avere un legame con "quadrifines", ossia "confine tra quattro possedimenti". Ma non solo confini e nomi delle persone sono all'origine degli
appellativi dei fiumi, anche i mestieri del tempo che fu fecero si che questi torrenti fossero battezzati con il nome delle attività lavorative che erano li vicine. Il Fosso del Battiferro (Fabbriche di Vergemoli) ne è l'esempio più pratico. Già da tempi lontanissimi(XIII secolo) la zona intorno Fornovolasco era luogo dedito alle attività siderurgiche vista la presenza in quei luoghi proprio di molte miniere di ferro. Stesso concetto vale per il torrente Acquabianca (Gorfigliano), la colorazione chiara di questo corso d'acqua è infatti dovuta dalle vicine cave di marmo, con particolare riferimento agli scarti di lavorazione presenti nel rio.

I termini con cui sono stati battezzati i nostri fiumi sono bizzarri curiosi e strani, ma credo che l'Oscar della bizzarria vada attribuito al Canale del Becchino (Molazzana), forse, chissà, li nei pressi esisteva la casa di qualcuno il cui mestiere era quello di seppellire i morti. Anche il Fosso della Cuccagna (Fabbriche di Vallico) rientra fra questi termini originali. In tutta questa lunga lista naturalmente non ci si poteva dimenticare degli animali, e qui ne abbiamo di tutte le specie: Fosso del Cane (Barga), Fosso della Granchia (Casabasciana), Rio Volpino (Piano della Rocca), Fosso dei Topi (Piazza al Serchio) e dulcis in fundo, il Fosso del Boddone (Fabbriche di Vergemoli).

Nonostante tutti questi nomi maschili o femminili che fossero, i vecchi dicevano che di un fiume si può riconoscere il suo sesso dal suo andamento. Ci sono fiumi maschi, nervosi e irruenti. E ci sono fiumi donna, che amano le curve e la varietà del paesaggio. Quello che le accomuna però è il solito destino, fra mille difficoltà il loro arrivo è ugualmente il mare... Sarà per questo che noi uomini siamo così legati ai fiumi: sono la metafora della vita...


Bibliografia

  • Tesi di Laurea in Linguistica Generale  Corso di Laurea Specialistica in Lingua e Letteratura Italiana  "Gli idronimi della Lucchesia Analisi dei nomi dei corsi d’acqua della provincia di Lucca" di Gabriele Panigada Relatore Anno Accademico 2012/2013
  • "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi edizioni Le Lettere
Fotografie

  • La foto di copertina (Isola Santa) è tratta da trekking.it
  • La foto del Serchio è tratta dal quotidiano on line Serchio in Diretta
  • La foto del Fiume Esarulo in località Valbona è tratta dal sito amalaspezia.eu
  • La foto del torrente Edron è tratta mulinoisola.it

mercoledì 10 maggio 2017

C'era una volta la canapa. Testimonianze e fatti storici sulla coltivazione della canapa in Garfagnana

la raccolta della canapa
Vi prego, non facciamo la solita ironia da quattro soldi, non ci perdiamo nei consueti discorsi banali. Nel secolo scorso e ancor di più nei secoli passati la coltivazione di questa pianta è stata una cosa seria e il sostentamento di molti garfagnini, solo oggi ricominciamo a scoprire nuovamente la sua utilità negli svariati settori della vita quotidiana. Di cosa sto parlando? Naturalmente della canapa. Oggi sembra strano pensarlo ma l'Italia è stata per secoli (fino ai primi anni del 1900) il secondo produttore mondiale di canapa dopo l'Unione Sovietica. In tutta la penisola (ancora nel 1910) si coltivavano oltre 80mila ettari di terreni e il suon buon contributo a questa produzione lo dava anche la Garfagnana e la Valle del Serchio in genere. Questa coltivazione era una voce importantissima nell'economia contadina nostrale già nel XV secolo, tant'è che in Garfagnana si diceva che la canapa era come il maiale, non si butta via niente, ogni sua parte infatti veniva utilizzata e questo fino agli anni '50, quando poi rapidamente la canapa è sparita dalle nostre campagne "grazie" alla concorrenza del cotone e di altre fibre meno costose, l'invenzione poi delle fibre artificiali decretò il "de profundis" di questa produzione che richiedeva un enorme impiego di forza lavoro e un notevole tribolo. Ancora oggi però, c'è chi si ricorda di questi immani fatiche che servivano comunque a soddisfare le necessità della famiglia e l'allegro amico Giuseppe (quasi novant'anni, portati egregiamente) originario di Castelnuovo ed emigrato poi in Inghilterra, ricorda fase per fase tutta la lavorazione di questa pianta. I ricordi che affiorano alla mente di Giuseppe sono particolareggiati e pensare che sono passati circa settant'anni dall'ultima volta che a messo mano su questo arbusto:

- La canapa veniva seminata verso la fine di marzo e il campo dove
un "canipajo"
veniva seminata era chiamato il "canipajo" (in dialetto). Una volta finita la semina era usanza metter su lo spaventapasseri, di questo se ne occupavano i ragazzetti, ma di solito questa trovata non faceva desistere gli uccelli che erano voracissimi di questi semi, allora a scongiurare questo pericolo ci pensavano i soliti ragazzetti che fino a quando non spuntava la pianticella dal terreno facevano turni giornalieri
 per salvaguardare il canipajo dagli uccelletti. Era una vera e propria meraviglia questa pianta, credetemi,  che a cose normali cresceva rigogliosa e spesso superava i tre metri di altezza. A fine luglio, inizio agosto con una falce i lunghi steli venivano tagliati e posati a terra per l'essiccazione delle foglie. I "mannelli" (fasci di canapa) venivano così incrociati fra di loro con le foglie in
I mannelli messi a seccare a
cono rovesciato
alto in modo che si formasse un cono rovesciato e che in caso di pioggia l'acqua scivolava via meglio, inoltre in questo modo l'aria circolava intorno al fogliame e ciò permetteva alla canapa di non marcire. Una volte che le foglie erano secche i mannelli li sbattevamo in terra e le foglie cadevano dallo stelo velocemente, fatta questa operazione le portavamo a casa nel "riparo" (al coperto) e qui avveniva la selezione, ogni stelo doveva essere di lunghezza uniforme e allora per fare questo i fasci venivano disposti su un bancale e qui selezionati e uniti in altrettanti mannelli di misura pressochè uguale. Verso la metà di agosto avveniva un'altra importante operazione: il macero. Per tale scopo alcuni tratti del Serchio erano l'ideale, figuratevi che in quel periodo dell'anno c'erano per le sconnesse strade garfagnine molti "barrocci" (carri) trainati da buoi carichi di canapa che andavano verso il
il trasporto della canapa
nostro beneamato fiume. Immaginatevi voi che per fare questo lavoro venivano in parte deviate le acque del Serchio per formare delle 
"vasche" chiuse dove veniva totalmente immersa la canapa in due o più strati e per circa otto giorni. Questa fondamentale operazione permetteva lo scioglimento delle sostanze collanti che tengono uniti fibra tessile e stelo. Per tenerla bene sommersa ci si serviva semplicemente dei sassi di fiume, era importante che nessun stelo venisse in superficie, a controllare tutto questo ci pensava il custode del macero che prontamente in caso di bisogno prendeva la bicicletta e andava ad avvisare il proprietario dei fasci in questione. Passati i giorni di macerazione cominciava il duro lavoro
fasci di canapa estratti dall'acqua dopo
la macerazione
dell'estrazione dei mannelli dall'acqua, in compenso ci si consolava con qualche bicchiere di vino e ne approfittavamo anche di scherzare con le ragazze che erano venute a lavorare, in più era una buona occasione per vedere gente che non avevi più visto dall'anno prima, perfino i bimbetti venivano a dare una mano a noi contadini, in cambio davamo loro un mannello di canapa piccola. In questo modo tutti si portavano a casa un po' di canapa da filare durante l'inverno per poi tessere la tela per fare le lenzuola e asciugamani Insomma, nonostante tutto era una giornata di festa, sebbene il nauseabondo odore della canapa macerata non aiutasse tanto questo clima gioioso. Una volta che
la macerazione
tutta la canapa era stata poi tolta dal macero veniva riportata a casa e messa ad asciugare, seguiva poi la fase di lavorazione detta "l'ammaccatura" che consisteva nel battere con dei bastoni lisci gli steli, facendo in questo modo rimaneva solamente la fibra, mentre a terra restavano i "canapujori" che venivano ammucchiati da una parte per essere usati per accendere il fuoco nel camino. Infine per ripulire alla meglio la parte legnosa residua, dopo l'ammaccatura si passava alla gramolatura che veniva fatta quasi sempre da delle giovanotte svelte ed esperte. A questo punto sarebbero passati alcuni mesi prima di rimettere mano alla canapa lavorata in estate. A ottobre entrava in scena una figura fondamentale per la buona riuscita del prodotto finale, questa figura era conosciuta come il "canapino". Il canapino era colui che pettinava
i "canapini"
la canapa, aveva con se dei pettini particolari che passati più volte sulle fibre le rendeva più soffici e lavorabili. A seconda della pettinatura si ottenevano tre tipi di filo: quello più grossolano serviva per fare le corde per vario uso (per gli animali, per stendere il bucato e per usi domestici in genere), poi c'era quello per tessere sacchi, infine si arrivava a quello più pregiato che si usava per la tessitura della biancheria -.

Fino a qui arrivano le memorie di Giuseppe, ma la storia e la tradizione della canapa come già detto si rifà a secoli e secoli addietro, quando il Nardini, esimio storico di Barga racconta nel suo libro "Comunità parrocchiale San Pietro in Campo- Mologno" di lotte feroci fra barghigiani e gallicanesi per regimentare la correnti del fiume Serchio per l'irrigazione dei campi e sopratutto per creare le famose "vasche" per il macero della canapa. Si narra infatti che già nel Medioevo la piana di Mologno aveva una popolazione non stabile, dedita completamente all'agricoltura, nel giorno si adoperava nei
Il Serchio scorre
placido nella valle
lavori dei campi, mentre all'imbrunire rientrava nelle mura dei vicini castelli. In questa piana si effettuavano anche tre tagli di fieno che avrebbe poi alimentato un numeroso bestiame che pascolava beatamente ed in più si riferisce, che in apposite pozze nei pressi della Corsonna e sulle due rive del Serchio si macerava la canapa, queste pozze erano la fonte di interminabili diatribe, a complicare la situazione ci si mettevano anche problemi di confini, poichè il fiume era diviso fra tre stati:quello fiorentino, quello di Modena e quello di Lucca, insomma tutti cercavano di disordinarlo a proprio favore. Per secoli è stato lavoro delle varie Cancellerie dello Stato che cercavano di dirimere pacificamente le spinose questioni e nonostante la buona volontà dei giudici si arrivò anche al fattaccio. Era il lontano 1666 quando i barghigiani e i gallicanesi si presero ad
prodotti in canapa
archibugiate da una sponda all'altra del fiume, proprio per questioni legate alla canapa e in particolare al cambio di direzione delle acque. Come vedete la coltivazione di questa pianta era talmente importante che di canapa si poteva anche morire. Oggi i tempi sono cambiati e non ci rimane che dire che neanche la canapa è più quella di una volta...





Bibliografia:

  • Testimonianza diretta di Giuseppe (non vuole che si menzioni il cognome) di anni 89 abitante nel Regno Unito, ex coltivatore di canapa
  • " Comunità parrocchiale di San Pietro in Campo Mologno" di Antonio Nardini, stampato da tipografia Gasperetti, anno 2006
  • "Una vita fra la canapa" Museo della vita contadina

mercoledì 14 gennaio 2015

Cosa ci fa un arsenale navale del 1500 nella nostra valle circondata dai monti?

In questa mappa del XVI secolo si nota chiaramente nel cerchio rosso dov'era situato l'arsenale navale 
Percorrendo la strada regionale 445 della Garfagnana in direzione Ponte di Campia e passato il paese di Mologno ci imbattiamo in una località dal nome curioso per essere nella nostra zona. Ci siamo passati davanti decine e decine di volte, eppure quando ci troviamo di fronte a quel cartello stradale che indica la località "Arsenale" (comune di Barga) ci viene spontaneamente da porci una domanda: ma che ci faceva un arsenale nel bel mezzo della valle? Nel caso nostro non si riferisce al luogo dove si costruivano o si rifornivano armi, ma a ben altro di ancor più singolare per noi. Infatti (in questa circostanza) s'intende un luogo dove si costruivano e si riparavano navi. Si avete capito bene, in quella località risiedeva un arsenale navale! Strano, sbalorditivo... Chissà, forse il mare in qualche maniera e in qualche secolo passato aveva raggiunto le nostre terre? Niente di tutto questo, ma se si vuole la storia ha ancora di più dell'incredibile, direi che ha addirittura il sapore epico dell'impresa. Ma andiamo a raccontare gli eventi. Gli arsenali navali del Granducato di Toscana avevano bisogno di grandi quantità di tronchi lunghi e dritti per ricavarne alberi da innalzare sulle proprie galere, ma sopratutto avevano bisogno di remi. Figuriamoci, siamo fra il 
Galere del Granducato di Toscana,
 quei remi probabilmente
venivano dai nostri monti
1500 e il 1600 e la Marina del Granducato era in piena espansione. Le sue galere erano impegnate in tutto il Mediterraneo, nella difesa di Malta dagli Ottomani fino alla partecipazione con ben 12 navi nella celeberrima battaglia di Lepanto, combattuta sempre tra le flotte musulmane e quelle cristiane della Lega Santa, cui faceva parte il Granducato sotto le insegne pontificie. Pensiamo inoltre, tanto per rendersi conto del fabbisogno di legname che doveva avere una singola galera, che queste navi potevano portare a bordo ben più di mille schiavi, una buona parte di essi erano impiegati proprio ai remi. Tanto per snocciolare qualche numero "La Fiorenza" contava un equipaggio di 1055 schiavi imbarcati, per non parlare poi della "San Cosimo" che nel 1611 fra le sue forze aveva ben 1400 schiavi e allora dove approvvigionarsi di tutto questo legname se non sui nostri monti? Fu creata ad hoc la cosiddetta "Via dei Remi" (ancora oggi esistente) che partiva addirittura da Cutigliano (in provincia di Pistoia) e dall'Abetone (allora chiamato Boscolungo). Rimaneva però un grosso problema, come trasportare questi tronchi di abeti e faggi fino a Pisa, sede vera e propria dell'arsenale navale mediceo? Teniamo presente che all'epoca le strade erano tutt'al più delle mulattiere disagevoli, il sistema più "semplice" sarebbe stato far fluttuare i tronchi fino al mare. La Lima che era il fiume più vicino a queste luoghi non aveva però una portata per tale scopo e poi problema dei problemi questo percorso entrava nei possedimenti lucchesi, Stato con cui non correvano buoni rapporti. Studia che ti ristudia agli ingegneri fiorentini non rimaneva che una soluzione, l'unica alternativa possibile era rappresentata dal fiume Serchio, bisognava sfruttare le sue acque per tentare l'impresa, quale miglior occasione allora se non sfruttare l'enclave granducale di Barga? Era proprio giusto giusto quella striscia di terra che serviva. Una zona che andava dal fondovalle del Serchio fino ai crinali
Ecco la Via dei Remi oggi
appenninici. Fu siglato un accordo con gli Estensi (il Ducato di Modena), che concesse il permesso di tracciare una strada di alta montagna che correva parallela al crinale modenese e che permetteva di congiungere l'alto Sestaione (territorio toscano) con Barga aggirando così i domini lucchesi. I tronchi venivano trascinati dai buoi fino al Lago Nero, risalendo la Valle del Sestaione; da qui partiva la Via dei Remi che saliva fino al Passo della Vecchia, attraversava poi il Passo di Annibale e da li discendeva la Foce a Giovo, aggirando così il Monte Rondinaio, la strada continuava in direzione di Renaio, di li a Barga, e poi finalmente si arrivava in quella che oggi è la località chiamata Arsenale. Qui, questi tronchi venivano conservati in un apposito capannone, che si trovava esattamente alla 
confluenza fra il fiume Serchio e la Corsonna (suo affluente), era lungo 22 metri e largo 9 e da qui, in primavera quando il fiume raggiungeva la sua portata massima i tronchi venivano calati in acqua, raccolti in zatteroni chiamati "magliate" e condotti di li al mare. Evidentemente i lucchesi dovevano tollerare il passaggio di questi convogli fluviali o perlomeno non avevano modo di opporsi, in quanto appena lasciati i territori fiorentini il fiume si addentrava nello stato lucchese arrivando a sfiorare la stessa città di Lucca. Raggiunto il mare a Pisa qui era un gioco da ragazzi arrivare all'arsenale centrale. Successivamente la Via dei Remi fu modificata girando verso il Lago Santo, da qui si guadagnavano le pendici garfagnine degli appennini per il Valico della Boccaia fino a raggiungere il Colle della Bruciata ed iniziare la discesa verso Barga. Gli anni passavano e con gli anni anche le navi si modernizzavano ed è presumibile che la definitiva affermazione del veliero sulla galera e con il rapido declino di quest'ultima (conclusosi con la sua definitiva scomparsa alla fine del 1700) abbia ridotto notevolmente la richiesta di tronchi in quanto non era più necessario fare centinaia di lunghi remi (caratteristica principale di questo tipo d'imbarcazione). Nel 1741 l'intero Arsenale dei Remi, ormai quasi in disuso fu ceduto alla comunità di Barga che però doveva metterlo a 
L'arsenale mediceo di Pisa
 dove giungevano i legnami
disposizione dell'autorità governativa ogni qualvolta la Marina Militare Toscana ne avesse avuto bisogno. Con il 1819 un decreto granducale del 23 agosto autorizzava la vendita ai privati. Oggi di questo arsenale non rimane niente,rimane la Via dei Remi luogo di incantevoli passeggiate e di splendidi panorami.

venerdì 14 novembre 2014

Le origini del dialetto garfagnino...Praticamente una Torre di Babele

Il dialetto è la nostra anima, è il nostro modo di esprimerci
La torre di Babele
 simbolo del dialetto garfagnino
è un segno che ci contraddistingue ma la Garfagnana (più di cento paesi raggruppati in 16 comuni su una superficie di 54.928 ettari) non ha un vernacolo unico, definito e quegli aspetti fonici e morfologici che fanno regola fissa in altri dialetti come ad esempio a Pisa (se sei di Pisa o della provincia niente cambia nel vernacolo)e in altri, qui in Garfagnana cambiano non sono mai fissi, ma si accentuano o si attenuano e cambiano di luogo in luogo (fra il vernacolo gallicanese e quello di Gorfigliano c'è quanto dal giorno alla notte), insomma addentrarsi nel nostro dialetto è un groviglio di supposizioni, di teorie e di deduzioni da far invidia alla biblica Torre di Babele. Mica che siano mancati gli studiosi, ah no! Mezza Europa si è interessata al modo di parlare dei garfagnini. Ne hanno scritto l'illustre professor Rolhs dell'università di Monaco, il professor Hubert dell'università di Zurigo,la bavarese Erika Bonin che addirittura nel 1952 pubblicò un saggio sul dialetto di Gorfigliano, lo svizzero Fauch tanto per gradire ha snocciolato così come se niente fosse trecento pagine sul dialetto di Vagli. In Italia la lista si allunga, il professor Bolelli dell'università di Pisa, il Bottiglioni di quella di Bologna, Ambrosi, Pieri insomma tutti con il "prof" davanti e con quali risultati ? Così dicono loro "positivi". Accidenti! Tanto positivi che io tutt'oggi povero
Alta Garfagnana Lago di Vagli
diavolo di un garfagnino non so a chi devo la grazia delle mie espressioni. Da quel poco (pochissimo) che ci è dato sapere il dialetto garfagnino secondo il prof  Bertoni ha una matrice comune nei dialetti emiliani, il Giannarelli ci dice ha infiltrazioni lunigianesi, a mio modesto avviso l'esimio linguista Giannini è quello che ci si avvicina di più. Considera la Garfagnana un mosaico di dialetti e la divide in tre aree linguistiche ciascuna con un proprio carattere fonologico: alta Garfagnana, da Vagli in su;media Garfagnana, con centro in Castelnuovo; bassa Garfagnana per i paesi che confluiscono su Gallicano Il dialetto garfagnino fa parte del gruppo garfagnino-versiliese, un dialetto di transizione tra il lucchese e il massese-lunigianese,con forti richiami emiliano-liguri (mamma mia che confusione!!!) questo soprattutto nei paesi non situati in valle ma sui crinali: l'alto garfagnino, è infatti per molti aspetti ancora più simile al massese-lunigianese con influenze emiliane nei comuni addossati al confine di tale regione. Le influenze di questo dialetto si fanno meno evidenti man mano che si ridiscende il Serchio e ci avvicina verso Castelnuovo e Gallicano, allora qui abbiamo anche delle influenze del dialetto lucchese ed è presente anche un fenomeno detto "toscanizzazione" è una tendenza moderna che riguarda sopratutto tutta la bassa valle,dovuta questa al fenomeno del pendolarismo,verso quelle zone dove il dialetto
Bassa Garfagnana,Gallicano
toscano D.O.C la fa da padrone.Andiamo però a vedere alcuni casi in cui  una caratteristica accomuna tutta la Garfagnana, t
ipico del dialetto garfagnino  è la sonorizzazione della "c" che suona quasi come una 'g'.Altra regola comune è l'amputazione,chiamiamola così, per meglio capirci dei verbi all'infinito: mangiare-"mangià"; bere-"be" dormire -"dormì"  , non c'è "re" che tenga, tutti tagliati via "Ballà, cantà,pià,sedè,vedè,piacè".Nel perfetto i verbi in ere terminano in "etti"io lessi "io leggetti" io vidi "io vedetti" e quelli in ire in "itti" io sentii "io sentitti" e così via...Tale pronuncia ci accomuna con i versiliesi e massesi probabilmente per il comune ceppo apuano, in quanto in antico le nostre terre non erano abitate dagli etruschi (come le altre zone toscane) ma dai liguri apuani.

Oggi il dialetto sembra quasi anacronistico, merce di contrabbando.Non si parla più, ci si vergogna,lo si considera come qualcosa di inferiore impresentabile.Eppure fu per molti secoli l'unico mezzo d'espressione.Ci si sentiva liberi da ogni inceppo della cultura, la fantasia non veniva ostacolata perchè era il modo di esprimersi più spontaneo, più diretto ed efficace...

venerdì 7 novembre 2014

Le terme di Pieve Fosciana.Croce e delizia.Ecco la loro "fantascientifica"e incredibile storia...

Sorgente Lago Prà di Lama
(foto Route 324)
Altro che terme di Montecatini!!! Le acque termali le abbiamo anche in Garfagnana! Le abbiamo a due passi da casa, ma la differenza sta in una cosa, le nostre acque direi che sono un po' troppo  "vivaci" e quindi difficili da sfruttare, ma i benefici sono conclamati e comunque sia si trovano a Prà di Lama a due passi dal centro abitato di Pieve Fosciana per la strada che porta al Sillico. Appena arrivati a prima vista ci appare subito un piccolo e ameno laghetto dove nuotano tranquille e pacifiche oche e anatre. Il lago è di origine termale (per accorgersene basta toccare l'acqua calda che esce dal tubo che alimenta lo specchio d'acqua)e non è alimentato solamente da questa sorgente ma da diverse, alcune delle quali addirittura subacquee. Ma in realtà c'è dell'altro...Il colpo d'occhio quindi ci dice che è tutto normale, ma...
La nascita del lago di Prà di Lama è recentissima, nel 1826 al posto del lago c'era un bel prato verde, dove al centro vi era una copiosa sorgente termale, ci fu costruita una capanna,una casupola dove gli avventori facevano bagni ed abluzioni già a scopo terapeutico.Nel giro di pochi mesi la situazione mutò clamorosamente,la capanna venne inghiottita dal terreno ed il suolo sprofondò lasciando il posto ad uno specchio d'acqua non troppo grande.Ma non finì qui.Due anni dopo nel 1828, il 15 agosto un forte boato fece sussultare gli abitanti di Pieve
Vecchia foto di Prà di Lama
 delle Terme alla Pieve.Foto
fornita dall'amico Damiano Giuntini

Fosciana e delle zone limitrofe, alla base di una collina  si sollevò una gran quantità d'acqua fangosa, malsana e fetida, a quanto pare questi miasmi si liberarono nell'aria provocando una grave epidemia che arrivò a colpire i due terzi della popolazione locale facendo
così aumentare fortemente il tasso di mortalità. In quell'occasione il lago si ampliò e arrivò a misurare quaranta metri di circonferenza e undici di profondità.La cosa ormai aveva preso i contorni del dramma e la situazione si faceva davvero preoccupante,erano finiti i tempi dei bagni salutari,la situazione andava affrontata.Nel 1842 il lago da come era "miracolosamente" comparso improvvisamente scomparì quasi del tutto per poi nell'anno successivo (1843)un nuovo movimento del terreno provocò la nascita di altre dieci sorgenti che ingrandirono nuovamente il lago, tant'è che il Serchio a quanto pare fu colorato del suo fango per 25 chilomentri e così come successe quindici anni prima nella zona crebbero a dismisura le malattie e le morti misteriose. Gli anni passavano la cosa si normalizzò ed un secolo dopo, alla fine della II seconda guerra mondiale il lago si era ridotto a poco più che a uno stagno.Gli abitanti contavano per sempre di chiudere i conti con il "maledetto" lago e speravano di "bonificarlo" riempiendolo di macerie e rifiuti.Ma non è così che si ferma Madre Natura.La Natura non si lascia domare tanto facilmente, nuove "eruzioni" ricrearono il lago, sempre più grande.Negli anni a venire la cosa si calmò nuovamente, furono così create strutture di accoglienza per sfruttare i benefici dell'acqua, furono costruite vasche prima di pietra e poi di granito, spogliatoi, insomma tutto il necessario per delle vere e proprie terme.Gli affari andavano benone,le strutture erano sempre 
Lago termale di Prà di Lama
(foto di Aldo Innocenti)
occupate, sopratutto nei fine settimana.Tutto bello fino agli inizi degli anni '70 del '900, quando un giorno il lago si risvegliò ingoiando piante alte più di 10 metri,la distruzione continuò, il lago si "mangiò" anche buona parte degli edifici adibiti a bagno termale (oggi non vi è traccia alcuna di essi).Arriviamo poi ai giorni nostri e questa è cronaca recente.Nel marzo 1996 il lago ha subito ancora un repentino abbassamento di due metri, mentre l'anno scorso sono apparsi dei cosiddetti "vulcanelli" riconducibili forse all'attività sismica che colpì tutta la Garfagnana,tant'è che l'I.N.G.V( Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) venne a fare sopralluoghi e a monitorare la situazione.Nel frattempo illustri studiosi hanno accertato ancora una volta le ottime qualità terapeutiche delle acque sulfureo - radioattive della sorgente di Prà di Lama.

Quello che c'è di bello però è che da almeno 150 anni non si sente più parlare di epidemie e di morti misteriose, anche se è molto probabile che tali morti la suggestione popolare le abbia legate ed ingigantite agli eventi bizzarri del lago. Vorrei chiudere con una morale che mi sembra calzi a pennello per queste terme. Robert Ingersoll politico  e studioso americano un giorno affermò: - In natura non ci sono ricompense o punizioni: ci sono conseguenze-

venerdì 29 agosto 2014

Il porto millenario più rinomato di tutta la Garfagnana....si avete capito bene...il porto...

La Garfagnana e il suo porto...Come direte voi il suo porto !? Si avete capito bene, il suo porto.Non mi mi sono bevuto il
Il traghetto a Ponte all'Ania
cervello,certamente la Garfagnana non è famosa per le spiagge e per arrivare al mare ci vuole almeno un oretta, e allora cosa si vuole intendere? Ebbene,spieghiamoci.E' dall' anno mille che si hanno le prime notizie di traghetti (
non immaginiamoci naturalmente i traghetti della Moby Lines per andare in Sardegna o all'Elba, ma delle semplici barche o chiatte di legno) atti all'attraversamento del Serchio (la cui rotta lineare era tenuta  da due corde legate a dei pali posti sulle due sponde)  e sono stati addirittura in uso fino  al secolo scorso (1920 circa) e servivano appunto per far attraversare da una sponda all'altra persone,cose ed animali.I ponti sul Serchio erano ancora una lontanissima chimera, non esisteva il ponte di Gallicano, ne quello di Campia, ne a Castelnuovo e così via e poi tanto per farci un idea non pensiamo alla portata d'acqua attuale del fiume, ma pensiamo ad una portata ben maggiore,l'acqua toccava le due rive tranquillamente e la sua profondità era superiore a quella di adesso,naturalmente a monte non c'erano le dighe e quindi il Serchio era un unico ininterrotto fiume. Lungo le sue rive  quindi c'erano questi "porti" o degli imbarcadero tanto per intendersi in piena regola,con il suo molo per far scendere e salire le persone e le cose sulle imbarcazioni.Fra i più conosciuti c'erano quello di Ponte all'Ania e di Borgo a Mozzano, ma il più rinomato e strategicamente importante era quello di Gallicano, e dove si trovava secondo voi? Non si poteva trovare in altro posto se non in quella località che oggi è conosciuta come"La Barca" (come detto nei post in precedenza i nomi non nascono mai a caso).Il suo servizio di traghetto ha una storia millenaria, era in funzione infatti già dal Medioevo e questo porto acquistò importanza con il passar dei secoli perchè si trovò ad essere il porto di collegamento per  tre stati.Era di fatto sulla congiunzione dello stato di Lucca (Gallicano) Modena (Castelnuovo) e Firenze (Barga) sull'altra sponda.Frequente era lo scambio di merci, tanto da formarvisi un grosso giro di affari.Per i commercianti dei tre stati era il porto di eccellenza. Ho tratto dal sito Bargarchivio questo particolare di questa bellissima mappa (in fotografia qui sotto) del XV secolo (una mappa da consultare con curiosità,possiamo vedere il torrente Corsonna che si butta nel Serchio, o l'antica fabbrica di remi in località Arsenale)che evidenzia (cerchiato in rosso) il traghetto in questione situato in località "La Barca" dove appunto faceva sede la cosiddetta "Barca di stato di Lucca", il servizio chiaramente non era 

gratuito, in quel tempo il ricavato andava allo stato (tanto per cambiare), con il tempo il servizio passò poi ai privati.Il personaggio principale di questo servizio era sicuramente il traghettatore e per chiudere questo è quello che si raccontava di lui...Uno degli ultimi traghettatori garfagnini

Com'è oggi la località "La Barca"
"Il traghettatore aveva con se un vecchio cane e nella sua baracca in riva al Serchio aveva un piccolo orto con malandate verdure.L'estate la baracca si riempiva d'insetti per colpa del fiume, ma il traghettatore non si poteva allontanare, era agosto arrivavano i forestieri...Andava e veniva da sponda a sponda,le sue braccia mi parean dure come il legno dei suoi remi...Nell'attesa dei clienti il traghettatore pescava e fumava e poi fumava e pescava."

lunedì 14 luglio 2014

Il Serchio,il nostro fiume.Storia e curiosità...

E' il nostro fiume.
Castelnuovo Garfagnana
Donne che lavano i panni in fiume
Quante volte nella stagione estiva ci siamo refrigerati con le sue acque, ma è bene dire che nei millenni i suoi servigi sono stati ben più nobili.Il Serchio per la Garfagnana è stato croce e delizia, ci siamo serviti delle sue acque per difenderci dai nemici,per lavarci (il bagno non esisteva ancora...) e lavare i panni e nei tempi moderni con la sua acqua abbiamo prodotto energia elettrica, ma però quando madre natura l'ha scatenato è stato fonte anche di distruzione.Oggi voglio provare in maniera abbastanza esauriente  a raccontare un po' di storia di questo fiume,(ci sarebbe molto da raccontare, magari quello che non riesco a fare oggi lo farò in post successivi).Si parla del Serchio ancor prima che della nascita di Cristo, lo troviamo citato per la prima volta dal geografo greco Strabone vissuto nel 64 a.C nel suo trattato "Geographica" nel quale narra della nascita di Pisa, avvenuta tra due fiumi confluenti,l'Arno discendente da Arezzo e il Serchio discendente dall'Appennino... Come!? Direte voi, il Serchio non confluisce nell'Arno...Ed ecco qui la prima curiosità.In tempi antichi il nostro fiume seguiva appunto un altro corso confluendo appunto nell'Arno nei pressi di Bientina (Pisa).Nel corso dei secoli è stato poi regimentato decine e decine di volte.Il Serchio è il terzo fiume della Toscana per lunghezza (111 km) dopo l'Arno e l'Ombrone e il secondo per portata.Il ramo principale nasce dal monte Sillano (m1864) e si riunisce al ramo denominato "Serchio di Gramolazzo" e continua poi per tutta la Garfagnana e la lucchesia per poi sfociare nel mar Tirreno, nella zona del Parco di San Rossore (Pisa). Nell'antichità era chiamato Auser, poi con i secoli modificato in Ausercolo,Auserclo,Serculo,Serclo,Serchium
il placido scorrere del Serchio nella valle
e infine Serchio.Il significato di tale nome è da ricondursi all' etrusco e significa Dio,divinità mentre per altri glottologi moderni deriva da una parola Ausa (pre ligure) che significa sorgente.Si narra anche di un miracolo avvenuto in queste acque quando il vescovo di Lucca Frediano deviò il corso del fiume salvando la città da sicura alluvione.La realtà in questo caso è un altra e afferma che il vescovo  Frediano (in carica dal 561 al 589) era un esperto di idraulica ed esegui dei lavori per deviare il corso principale del fiume che costantemente minacciava Lucca  e fece convogliare le sue acque nel mare (dove sfociano adesso) e non più in Arno come detto prima.Ricordiamo poi le sue tragiche alluvioni.Il fiume per la sua posizione e conformazione è storicamente esposto a repentine piene in seguito ad abbondanti precipitazioni.Fra le più rovinose ricordiamo quelle 1812 (7 morti) l'acqua entrò addirittura nella città di Lucca,quella del 1836 che ha il record di portata pari a 3200 metri cubi al secondo.Il Serchio è stato poi menzionato da grandissimi poeti come Dante,Ariosto,Pascoli,
l'antico mestiere del
 traghettatore sul Serchio
D'Annunzio,però io voglio chiudere così,con quello a me personalmente più caro: Giuseppe Ungaretti ( i genitori era originari di Lucca) che ricordava il Serchio in questi bellissimi versi della poesia


" I Fiumi " (1916)

"Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil'anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre"



giovedì 17 aprile 2014

La porta della valle: il Ponte del Diavolo...(storia e leggenda)

Vecchi disegno del Ponte...Quante cose cambiate !
Chissà quanti ponti del diavolo ci sono nel mondo, ma sono certo che pochi, se non nessuno, possano eguagliare il fascino del Ponte del Diavolo,la porta della nostra valle.Le notizie storiche certe sulla costruzione del ponte sono scarse. Nicolao Tegrimi (scrittore lucchese del XV secolo) nella sua biografia di Castruccio Castracani (1281-1328) ne attribuisce la costruzione alla contessa Matilde di Canossa (1046 – 1115), “veramente virtuosa e donna bellissima”.Secondo le ipotesi di Massimo Betti (ex sindaco di Borgo a Mozzano)durante il governo di Castruccio (fine '300) furono realizzati gli archi minori del ponte sostituendo precedenti strutture in legno Ciò spiegherebbe la differenza tra l'arco maggiore e quelli minori, e anche la diversa pendenza della via sul lato sinistro del ponte, costruito a partire dall'arco preesistente.Il ponte comunque sia fu edificato per consentire l’attraversamento del fiume Serchio ai viaggiatori che desideravano recarsi a Bagni di Lucca.Subì  poi altri maneggiamenti, tra i quali l’apertura di un nuovo arco(1899) per il passaggio della linea ferroviaria Lucca Aulla. Si chiamò dapprima “Ponte di Chifenti”, poi, non più tardi del 1526, fu chiamato “Ponte della Maddalena”, in relazione ad un oratorio che si trovava ai piedi del ponte.Il consiglio generale della Repubblica di Lucca nel 1670 poi ne proibiva di passarvi sopra con ceppi e macine da mulino con l'intento di preservare il ponte nella sua integrità Tutti, però, lo conoscono come “Ponte del Diavolo”, perché la sua leggenda è più forte della storia.Come è già noto, una leggenda racconta che in un borgo sulle rive del Serchio, ad un capomastro bravo e apprezzato fu affidato il compito di costruire un ponte tra i due borghi. Passarono i giorni e siccome il lavoro procedeva lentamente, fu preso dallo sconforto e dalla disperazione per il disonore che sarebbe derivato nell'ultimare il lavoro fuori dal tempo pattuito. Gli sforzi effettuati non contrastavano il veloce passare del tempo e una sera, quando scoraggiato si era fermato a vedere il suo lavoro, apparve un rispettabile uomo d'affari sotto le cui sembianze si nascondeva il diavolo. Quest'ultimo si avvicinò al capomastro promettendogli
di terminare il ponte in una sola notte. Egli, dopo aver ascoltato un po' sbigottito le parole del diavolo, accettò la proposta. In cambio di questo favore costui voleva l'anima della prima persona che avrebbe attraversato il nuovo ponte. Il giorno successivo gli abitanti di Borgo a Mozzano si svegliarono e trovarono il ponte terminato. L'artigiano ricevendo i complimenti delle persone, raccomandò loro di non oltrepassare il ponte prima del calar del sole e si recò a Lucca per consultarsi con il Vescovo. Egli lo tranquillizzò e gli suggerì di far sì che passasse un maiale per primo: il Diavolo arrabbiato per essere stato giocato si buttò nelle acque del Serchio e da allora non se ne hanno più notizie.