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mercoledì 19 febbraio 2020

Soprannomi garfagnini. La loro nascita, il loro perchè

Un soprannome è come un diamante... lo è per sempre. Il soprannome
non è cosa di origine moderna, nemmanco antica, i nomignoli hanno genesi millenaria. Questa consuetudine non risparmia nessuno, nè il povero, nè il ricco, tantomeno il regnante di turno o il personaggio famoso. Alcuni esempi? Partiamo da lontanissimo, da due millenni fa... probabilmente se dico il nome di Gaio Giulio Cesare Germanico non dirà niente a nessuno, ma se dico Caligola la cosa cambia. L'imperatore romano rimase noto alla storia come un sovrano eccentrico e stravagante, ma il suo nomignolo risale a quand'era un bambino e viveva insieme al padre negli accampamenti dei soldati indossando le alte e robuste calzature dei militari dette "caligae", proprio per questo motivo le truppe chiamarono bonariamente il bambino Caligola, cioè "piccola scarpa". Risalendo nel tempo, che dire di Riccardo d'Inghilterra? La sua folta
Caligola
capigliatura rossa e il suo coraggio gli varranno il soprannome di Riccardo Cuor di Leone. Anche in tempi moderni, per citare altri casi, i soprannomi attribuiti ai potenti abbondarono: "Wustenfuchs" ovverosia "la Volpe del Deserto" non era altro che Erwin Rommel, feldmaresciallo tedesco, divenuto noto 
nella seconda guerra mondiale per la sua astuzia e temerarietà. In terra italica, sempre nello stesso periodo che visse Rommel, nessuno potrà dimenticare "Sciaboletta", alias Vittorio Emanuele III re d'Italia, così detto per la sua bassa statura (un metro e 53 centimetri), per la quale si rese necessario forgiare una sciabola particolarmente corta, che evitasse di strisciare in terra. Restringendo il campo, o meglio il territorio, si arriva nella nostra Toscana, patria dei soprannomi, e per rimanere nell'ambito delle personalità importanti ecco che svetta lui: Lorenzo de' Medici detto il Magnifico, definito così per la sua cultura e raffinatezza. Anche il giornalista e scrittore Carlo Lorenzini (l'autore di
Carlo Lorenzini detto
"Il Collodi"
Pinocchio) aveva il suo soprannome, dovuto al suo paese di origine: Collodi. Sempre in ambito toscano e letterario pure Luigi Bertelli avrà il suo nomignolo, per tutti lui sarà "Il Vamba" (pseudonimo tratto da uno dei protagonisti del romanzo Ivanhoe), con il suo soprannome firmerà la sua opera più famosa: "Il giornalino di Gianburrasca". Che dire della Garfagnana allora? Statistiche in questo ambito non ne esistono, ma credo che facendo un calcolo sommario, considerando quello che mi circonda, penso senza esagerare che il novanta percento della popolazione locale abbia un soprannome, anche perchè mi sono reso conto di conoscere molte persone solo per il loro soprannome e il nome... non lo ricordo. Non crediamo però che questo usanza abbia avuto un valore marginale nella nostra società, tutt'altro, un nomignolo aveva una valenza popolare notevole e non solo, ebbe la funzione di riconoscimento immediato delle persone ai tempi in cui le fotografie non c'erano. Negli archivi storici garfagnini, in documenti riguardanti proprietà di terre, di case e addirittura in processi penali viene riportato oltre che al nome e al cognome anche il soprannome come certezza assoluta d'identità. La sua funzione
Un soprannome sopra
 un atto ufficiale
maggiore era infatti quella di riconoscere le persone, ad esempio il soprannome serviva per distinguere i figli di due fratelli con lo stesso cognome e con lo stesso nome (dato che, come d'uso tipico garfagnino, ai figli maschi veniva attribuito il solito nome del nonno). Altre necessità pratiche erano dovute al fatto che il patrimonio dei cognomi nei nostri borghi era ristretto, buona parte delle famiglie nei paesi garfagnini portava il solito cognome, si vide quindi la naturale necessità di distinguere queste persone con un'appellativo. 

Altre ragioni storiche del perchè nella nostra terra sia così diffusa l'attribuzione del soprannome la si può ricercare semplicemente nel poco numero di abitanti che ha la valle. I nostri paesi sono piccoli, comunità quasi autonome, dove ognuno conosce del prossimo l'intero "curriculum", vizi, virtù, abitudini e hobby.
Viviamo in case di vetro, dove la vita privata ha limiti ristretti: azioni, comportamenti, modi di essere, difetti fisici, qualità morali, insomma tutto è notato e tutto ciò da occasioni infinite e le più impensate per attribuire un soprannome. Tali nomignoli nella cultura popolare garfagnina hanno radici antiche, ci sono alcuni soprannomi che addirittura vanno per diritto ereditario, da generazione in generazione, come se fosse una vera e propria scala dinastica, tanto antico può essere questo soprannome che il suo significato originario si può perdere nei meandri del tempo. Figuriamoci, talmente radicato è questo uso che non è difficile vedere nei manifesti mortuari delle nostre zone oltre al nome e al cognome anche il soprannome che ha accompagnato il defunto per tutta la sua vita terrena . Come rovescio della medaglia bisogna anche dire che esistono nomignoli talvolta crudeli, che la stessa persona a cui è rivolto nemmeno sa di avere, sono nomignoli derivanti spesso da credenze popolari, legate al fatto che una determinata persona porti sfortuna, altresì possono anche essere riferiti a gravi difetti fisici. Invece, da un punto di vista linguistico tutto ciò è accentuato dai vocaboli dialettali che portano la fantasia popolare al potere, creando fantasiosi e variopinti appellativi, talvolta comprensibili solo all'interno della comunità stessa. Alcuni casi ci dicono che "il Chioccoron", cioè il testone può essere dato alle persone per due motivi, o perchè tale persona ha la testa grossa o perchè sempre questa 
Un libro sui soprannomi
gallicanesi dell'amico
Daniele Saisi
persona risulta che abbia un po' di difficoltà nel comprendere. Esiste anche "l'Acciarin", riferito ad individuo che si arrabbia facilmente, infatti l'acciarino è quello strumento che provoca un'accensione tramite scintilla. O sennò c'è anche "il Mestaina", questo soprannome può essere dato ad una persona pia, che ad ogni immagine sacra che trova per la strada si ferma a pregare. Che dire poi dell'"Affuffigna"? Nomignolo dato a quelle persone "maneggione" e trafficone. Esistono persone a cui viene attribuito un soprannome perfino per i prevalenti stati d'animo che hanno: "il Logora", uno che se la prende troppo per le cose, "il Loffaro" persona particolarmente indolente, "lo Sconturba", un individuo sempre turbato, "Lo Stragina", persona sempre stanca, che struscia (straginare) i piedi in terra, "Lo Sciagatton", persona pigra e disordinata. Altri soprannomi vengono attribuiti alle diverse parti del corpo: "Il Culon", "Il Nappa" (naso grande), "Il Bazza" (mento pronunciato, "Il Tarpon"(piede grande), "Il Gambilon"(gambe lunghe). 

A ognuno quindi il suo soprannome e a conforto di quanti, leggendo il proprio soprannome dovessero sdegnarsi, premetto una
considerazione. I soprannomi sono sempre esistiti presso tutti i popoli. In tempi antichi avevano la validità del nostro cognome e quindi (se dati con rispetto), andiamone orgogliosi.

mercoledì 17 ottobre 2018

Napoleone...ecco come cambiò il dialetto garfagnino (e non solo quello)

Eppure, lui parlava italiano...anzi il suo modo di esprimersi era
molto vicino al dialetto fiorentino e pisano, tuttavia la sua prorompente discesa in Italia lasciò un segno indelebile nel Paese, aggiungendo (fra le altre cose) alcuni vocaboli al nostro vernacolo garfagnino (così come ad altre parlate) inserendovi dei sofisticati francesismi...Chi era costui? Nientepopodimeno che Napoleone Bonaparte.
Facciamo chiarezza subito su questa cosa, che a molti potrà risultare strana e bizzarra.
Napoleone come tutti sappiamo nacque in Corsica (Ajaccio)nel 1769 quando ormai da poco più di un anno l'isola era stata ceduta dalla Repubblica di Genova alla Francia. La stirpe dei Bonaparte difatti vantava nobili origini toscane e a quanto pare si trasferì in Corsica nel 1567, entrando da subito a far parte della piccola borghesia corsa. In Corsica la lingua ufficiale era l'italiano e Napoleone nacque e crebbe parlando italiano, i suoi genitori erano italiani al 100%, tant'è che Carlo Maria Buonaparte (padre del futuro imperatore di Francia)si laureò avvocato all'università di Pisa e il casato della madre, Maria Letizia Ramolino, faceva parte della nobile stirpe toscana che porta tal nome. Non a caso nel suo esilio di Sant'Elena ebbe così a dire:"Io mi sento italiano o toscano piuttosto che corso".
Nondimeno si fece scrupoli della Patria dei suoi avi, quando nel
la casa dove nacque Napoleone ad Ajaccio
1796 (nella prima campagna d'Italia) mise a ferro e fuoco la nostra nazione sotto l'egida francese. A ciò non scampò nemmeno la nostra Garfagnana quando il 7 maggio 1796 il duca Ercole III d'Este padrone e signore (anche) della Garfagnana stessa, scappò a gambe levate a Venezia, lasciando la patata bollente di trattare la resa con Napoleone al fratello, Don Federico d'Este conte di San Romano. La resa fu ottenuta a caro prezzo con un atto di totale sottomissione, sborsando oltretutto soldi sonanti come indennità. Per farla breve la dominazione napoleonica e quindi francese anche nella Valle del Serchio durò circa quindici anni, influenzando la società italiana in tutti i suoi aspetti: politico, amministrativo, finanziario e addirittura anche linguistico...facendo penetrare la fine lingua francese, pure nel rude dialetto garfagnino. D'altra parte nel 1805 si costituì la Repubblica di Lucca a cui verrà annessa la Garfagnana con a capo
Elisa Bonaparte
l'augusta sorella Elisa Bonaparte, che teneva particolarmente a dare un'impronta transalpina al suo dominio (per saperne di più: http://paolomarzi.blogspot.com/quando-la-garfagnana-si-ribello.html). Ecco allora, che piano, piano, alcune parole francesi vennero adottate e "dialettizzate" nell'uso del parlar comune, giungendo inalterate fino ad oggi.

Facciamo quindi questo curioso viaggio franco-dialettale lasciato in eredità  a tutta la Garfagnana (e alla provincia di Lucca in genere) da sua maestà Napoleone Bonaparte.
Cominciamo prima con una curiosità. Quante volte abbiamo sentito dai nostri nonni parlare di FRANCHI riferendosi alle vecchie lire? Ebbene, dopo la rivoluzione francese, in Francia venne adottato come moneta unica il franco che sostituiva la livre (la lira), anche in Italia con l'avvento di Napoleone, durante la seconda campagna d'Italia venne introdotta la lira (vecchio nome della moneta francese) e così in una sorta di confusione "monetaria" si confondevano le due valute che generalmente venivano appunto chiamate "franchi". Del TIRABUSCIO' che dire? Il vocabolo deriva da "tire-bouchon", ovverosia cavatappi. O sennò chi non ha sentito da qualche anziano l'esclamazione: TAMPI'? come a significare: pazienza! Questo termine nasce da "tant pis". Chi non ricorda invece il bel "COMO'" della
comò
nonna? In Francia era il "commode" i cassettoni dove si riponevano le profumate lenzuola, magari queste lenzuola rendevano il letto molto SCICCHE, cioè elegante e di gusto (da "chic"). La BUGIA invece non è solo una menzogna, ma è anche un piccolo candeliere basso dotato di manico, infatti in francese "bougie" significa proprio candela. Anche le signore altolocate nel farsi belle impararono un nuovo vocabolo: il farsi la TOELETTA, da "toilette" che si riferiva (in questo caso) al mobile usato in passato per pettinarsi e truccarsi e sempre a proposito di persone altolocate, a loro sicuramente non poteva mancare lo SCIOFFER, colui che conduceva le eleganti carrozze del tempo,con il passar degli anni lo "chauffer"
bugia
assumerà il significato più ampio di conducente. L'ultimo termine è quello più franco-garfagnino che esiste e la "cerise" francese non può altro che essere la CERAGIA garfagnina, nonchè la ciliegia italiana, anche se qui, ad onor del vero pare essere la radice latina che ha portato le varie modifiche a questo nome nei vari idiomi.

Insomma, questa è la prova di come le conquiste di questi valorosi condottieri non cambiano solamente la politica di una nazione e il suo modo di vivere, ma certe volte arrivano a modificare anche il modo di parlare. Da questo punto di vista, meglio di noi italiani non lo sa nessuno, dopo millenni ancora oggi le vittorie di Roma hanno segnato per sempre il modo di parlare di milioni e milioni di persone e proprio la lingua parlata dai romani, la lingua latina è il fondamento degli idiomi fra i più parlati (Francese, Spagnolo e Portoghese)...Roma docet...



Bibliografia


  • Un particolare ringraziamento a Giampiero Della Nina che mi ha permesso di attingere da un suo articolo per ricercare queste bizzarre parole

mercoledì 2 agosto 2017

Non solo Pascoli. Viaggio nei poeti garfagnini di una volta

Per l'amor di Dio, ci mancherebbe altro! Il Pascoli è sempre il
Pascoli e i paragoni che andrò a fare possono essere effettivamente irriverenti. Lungi da me quindi fare certi confronti impari, d'altronde certi versi come questo non s'inventano a caso:

Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano
il suon dell'ore vien col vento
dal non veduto borgo montano,
suono che uguale, blando cade,
come una voce che persuade
(L'Ora di Barga 1907)

Comunque sia, proprio al tempo del Pascoli e nei decenni seguenti la Garfagnana ha avuto la sua bella  schiera di poeti locali, conosciuti però solamente negli ambiti nostrali e poi purtroppo miseramente ed ingiustamente dimenticati. Questo articolo allora rivuole dare lustro a tutti quei cantori di versi che per lungo tempo sono stati all'ombra del grande Giovanni Pascoli. Eppure anche quelli nella loro modestia erano poeti di tutto rispetto, dotati di tecniche metriche innate, di fantasia e di sentimenti profondi. Il tutto nasceva dalla spontaneità poichè nessuno insegnava loro come fare versi e la loro lingua non era il forbito e melodioso italiano di inizio secolo ma bensì il dialetto garfagnino che per molti secoli fu l'unico mezzo di espressione. Ci si sentiva liberi così da ogni inceppo della cultura, la creatività non veniva ostacolata e la metrica scorreva spontanea. Molti di questi personaggi erano persone particolari, estroverse e divertenti come Luigi Prosperi nato a Careggine nel 1832 e semplicemente conosciuto come il "Chioccoron"(per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/03/il-chioccoron-il-poeta-che-oso-farsi.html). Di famiglia modesta, finita la scuola cominciò a lavorare nei campi, ma già il maestro
Careggine
elementare aveva visto in lui un'abilità innata nel comporre versi e la passione per la letteratura per il "Chioccoron" diventò quasi maniacale. Nelle osterie del paese non mancava occasione che gli amici lo invitassero a "poetare", riusciva a declamare "a braccio" poesie talvolta piccanti e irriguardose nei confronti delle autorità locali, tant'è che il sindaco un giorno mandò i carabinieri per riportarlo all'ordine, il Prosperi fuggì nel bosco e dalla cima di un colle cantò una quartina rimasta memorabile:


"Son venuti gli angioletti
per portarmi alle prigioni
non pensavano i minchioni
c'io passato avrei i colletti"  

L'apice il "Chioccoron" lo toccò quando menzionò in una sua poesia i quattro artefici dell'Unità d'Italia: Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini e Cavour, questa "composizione gravemente denigratoria" (come al tempo fu definita) giunse perfino a Roma dove fu pubblicata, arrivando addirittura nelle mani del Re d'Italia Umberto I che convocò al Quirinale il poeta garfagnino, fra un rimbrotto ed un altro il re lo perdonò regalandogli anche una banconota da 50 lire; - Comprateci il pane per la vostra famiglia!- affermò il re. Oggi al "Chioccoron" è dedicata la biblioteca comunale di Careggine.
Amico e nemico del "Chioccoron" era il "Boccabugia" di Vergemoli al secolo Andrea Jacopo Vanni altro poeta estemporaneo. Rimarranno epiche le sfide del giovedì mattina (giorno di mercato) nella piazza principale di Castelnuovo Garfagnana, quando a "colpi" di versi incantavano e meravigliavano una platea divertita e numerosa. Il
Il concorso di poesia
che si tiene tutti gli
anni a Vergemoli
 dedicato al Boccabugia
"
Boccabugia" era così chiamato per la totale assenza di denti, ma questo non lo fermava nel suo declamare. La sua figura ironica e beffarda aleggia ancora a Vergemoli, dato che dal 1972 ogni anno la seconda domenica di agosto un concorso di poesia estemporanea vive ancora nel suo nome.
Personalmente parlando, Pietro Bonini poeta castelnovese, aveva qualcosa di più degli ultime due citati. Per trenta lunghi anni scrisse versi in dialetto garfagnino, poesiole niente di più, ma avevano il pregio di essere immediate, aderenti ai fatti, alle persone e agli aspetti della natura. Nel 1916 pubblicò un libro con un titolo indovinatissimo che rispettava in pieno la sua arte popolare: "Cose da contà a vejo":

"Dico quello che penso e nulla più
vojo parlà come si parla qui, 
e se a qualcun qualcosa non va giù
che si ni vadi a fassi binidi"

Alcuni letterati parlavano del Bonini come se venisse da una famiglia agiata. Altri pensavano che non avesse nemmeno un titolo di studio e forse la tesi giusta è questa, dato che lui stesso in uno dei suoi componimenti diceva:

"Da cicco mi mandavino alla scòla
senza sapè che ci dovevo fà
e infatti c'imparai una cosa sola:
la strada per andacci e per tornà"

Giovan Battista Santini (nato a Castiglione Garfagnana nel 1882)
Santini mentre dipinge
invece era tutt'altro tipo, era un'artista a tutto tondo: era pittore, scrittore e poeta. Quando il tempo si faceva uggioso e la luce non era favorevole per dipingere i suoi quadri, allora si metteva a scrivere. Pubblicò un libro di poesie intitolato "All'ombra del torrione", anche questo libro in rigoroso dialetto garfagnino. Una poesia di lui (fra le tante) mi è piaciuta molto, perchè attuale e perchè ci fa capire che nonostante tutto i tempi cambiano ma la musica è sempre la solita:


Politica

"Se tu leci un qualunque manifesto
della schifa campagna'letttorale,
sia rosso, bianco, verde, o liperale 
non ci n'è un che s'appresenti onesto

Cambia 'l colore ma nun cambia 'l testo 
per via che la promessa è sempre uguale:
pace, lavoro; e, cosa principale,
lipertà d'esse porco e disonesto.

Se ci fai caso, vederai che questo
lo promettono avanti l'elezioni;
ma doppo, che votando, hai fatto 'l gesto
ditto sovran, di nominà i mangioni, 
abbadà di stà 'n guardia e d'esse lesto,
sennò ti pijn a calci ni cojoni"

Il "Togno della Nena", ovverosia Michele Pennacchi, benchè fosse
Il Togno della Nena mentre declama
nato nell'800 fra tutti i poeti garfagnini era il più attuale e al passo con i tempi. Il professor Guglielmo Lera (uno dei maggiori esperti di cultura locale)sul periodico "La Garfagnana" così scriveva di lui:" Come tutti i veri poeti dialettali il Pennacchi canta le cose che l'hanno colpito: le conquiste spaziali, la fame nel mondo, la guerra del Medio Oriente, quella del Vietnam, il...festival di Sanremo". A conferma di ciò la famosa legge sul divorzio del 1970 stuzzicò la fantasia del "Togno":


Il Divorzio

Bella robba davero! Ma dich'io,
in du èn finiti i poveri itagliani?
li vojen fa vinì peggiod'i cani,
che cambin sempre cagna, giuraddio?

E' inutile che adesso il parlamento 
facci la cuncurrenza al Padreterno
io arispetto le leggi del guverno
ma un sagramento è sempre un sagramento

(ndr: della poesia queste sono rispettivamente la terza e la decima quartina sulle undici dell'intera versione)

Fra tutti questi cantori non poteva mancare sicuramente Alfezio Giannotti di Eglio. La sua fu una vita tormentata, presto rimase orfano del padre e dovette quindi farsi carico di tutti i fratelli, questo non gli impedì di proseguire gli studi su Dante, Foscolo e Giusti. Nel 1911 dette alle stampe il suo primo libro di poesie, "Raffiche". Tre anni più tardi fu ammesso ad un concorso letterario di una nota rivista dell'epoca: "Juventus", al quale potevano partecipare solo poeti già affermati. Fu un vero trionfo, vinse su circa mille concorrenti. Dietro l'angolo però l'aspettava la prima guerra mondiale, tornò al paesello con una gamba amputata, nonostante tutto continuò a comporre poesie e a scrivere su dei quotidiani firmandosi con lo pseudonimo "il Grillorosso". La sventura si accanì definitivamente contro di lui il 7 ottobre 1944, durante un bombardamento una granata lo uccise mentre andava a soccorrere un ferito.
Questo poeta invece l'ho lasciato volutamente per ultimo, perchè è
Silvano Valiensi (il primo a sinistra)
insieme a mio padre (il terzo in piedi)
il mio preferito e perchè ho avuto l'onore di essere suo amico. Silvano Valiensi nato a Vergemoli nel 1923 (ma trasferito da sposato a Gallicano), in paese era conosciuto semplicemente come "il maestro", era una persona che tutti amavano per la sua bonarietà-burbera dei vecchi maestri elementari di una volta. La sua fu una vita spesa in gioventù nel gruppo partigiano Valanga, nella scuola, nell'amore che aveva per le Apuane e infine aveva una forte passione per la poesia, interesse quasi sempre celato, mai pubblicizzato, tranne che in alcune rare apparizioni ai concorsi poetici. Le sue poesie infatti girano intorno a quella che fu la sua vita, la mente per esempio ritorna alle lotte partigiane e ai compagni morti:


...cari compagni miei, tutti ventenni
caduti fra le rocce,in mezzo al timo
e alle gialle ginestre, arsi dal sole,
con su le labbra spente, le parole:
"Ho dato tutto per la libertà"

Non potevano mancare poesie rivolte alle sue montagne: le Apuane che amava scalare in ogni stagione:

...d'estate sotto il sole mi bruciavo;
d'inverno fra le raffiche del vento,
fra la tormenta e il ghiaccio ero contento;
di tutto il resto mi dimenticavo...

Tornava anche a galla la nostalgia dei tempi andati quando:

Sapeimo legge e scrice gnente male
e 'n più vangà 'na porca (n.d.r: lo spazio fra due solchi della terra) e segà 'l fieno

(per leggere ancora di Valiensi leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/05/silvano-valiensi-partigianomaestro-e.html)

Finisce qui questo breve viaggio nei poeti garfagnini di una volta,
un viaggio che ci ha fatto conoscere una porzione di gente di Garfagnana che forse in buona parte ignoravamo. Quindi non è vero come dicevano una volta che la Garfagnana era terra di lupi e di briganti...ma è più giusto dire: terra di lupi, briganti e poeti... 



Bibliografia:

  • "Il vernacolo garfagnino e i suoi poeti" di Gian Mirola. Nuova grafica lucchese 1973
  • "Profili di uomini illustri della Garfagnane della Valle del Serchio" di Giulio Simonini Banca dell'identità e della memoria 2009
  • "Faccio versi così come si cantas quando qualcosa dentro mi fa male" di Silvano Valiensi. Unione dei comuni della Garfagnana 2014

mercoledì 13 gennaio 2016

Lezione di dialetto garfagnino: da un quaderno del 1973 del Gian Mirola

"Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà", così scriveva Pier Paolo Pasolini. Pasolini vedeva nel dialetto l'ultima sopravvivenza di ciò che è ancora puro e incontaminato e come tale doveva essere protetto. Il dialetto garfagnino, come ho già affrontato tempo fa è un crogiolo di lingue che differisce da paese a paese e per questo va ancor di più tutelato,(leggi http://paolomarzi.blogspot.it/le-origini-del-dialetto.html) figuriamoci poi oggi, dove internet regna sovrano, dove le parole viaggiano nell'aria. Sms e whatsapp, hanno cambiato il nostro modo di comunicare, d'accordo è il progresso che avanza ma ci tolgono il piacere di comunicare guardandoci negli occhi, figurarsi poi parlare il dialetto.Si pensa che il dialetto sia ormai un qualcosa di vecchio,lo accusano di non essere al passo con i tempi, parlato solo dagli anziani o da gente di poca cultura, si considera perciò un qualcosa di non nobile e gretto, invece è la lingua delle nostre origini ed ha una funzione primaria: fa emergere i ricordi.Il dialetto è l'espressione di un popolo è come un abito fatto su misura è come una spugna che assorbe fatti, episodi e luoghi è quella lingua che ci fa capire che apparteniamo ad un certo posto è la nostra carta d'identità e veramente questa volta non potevo esimermi dal fare un articolo sul dialetto garfagnino.L'ispirazione a questo scritto mi viene per due motivi: la prima (pochi forse lo sanno) è che il 17 gennaio ricorre "La Giornata per salvare il dialetto", organizzata dalle Pro Loco d'Italia (UNPLI),pensate nel mondo ogni 14 giorni scompare una lingua locale,portando dietro di sè tradizioni,storia e cultura.La seconda motivazione è che giusto,giusto mi è capitato fra le mani un quadernetto con una simpatica ed ironica lezione di dialetto
Almiro Giannotti, il Gian Mirola
garfagnino del Gian Mirola(n.d,r:noto scrittore e studioso di Eglio, scomparso nel 2001)che non mi potevo tenere solo per me, tale opera andava 
assolutamente diffusa(anche se in parte).Questa infatti che andrò ad illustrare è proprio una lezione come quelle che si fanno a scuola,non manca la grammatica,tanto meno i verbi (a me in parte sconosciuti) e parole quasi ormai scomparse anche dalla bocca dei nostri anziani, il tutto rigorosamente in dialetto. Ecco qua dunque un piccolo sunto.

AVVERBI DI LUOGO

LICCUSI': lì,luogo determinato
LALLADILI':là, luogo indeterminato
DIREGGIO: laggiù, luogo non determinato
DIRESSU': lassù, luogo non determinato
DIRELLA': là, ma inteso per lontano (es: direllà per le Meriche)

MODI DI ESSERE

GRONCHIO: intirizzito, ma anche lento,maldestro
ANNIGHITO: arso dalla febbre, assetato
RINCUJONITO: rincitrullito
LUPPICOSO: cisposo
MACOLOTTATO O PIEN DI MACOLOTTI: tutto lividi

SEI VERBI

SCAGANCIA': sciupare
RUMBICA': ruminare
SPRILLOTTORA':(da prillo) girare intorno facendo perno su se stessi
SPIPINA':andare per il sottile
STINCURI': intirizzirsi
RIGUMBITA': vomitare

FENOMENI ATMOSFERICI

BRUSCIGNA':piovigginare
ROSCIO: rovescio d'acqua,acquazzone
BALFOIA: nevischio portato dal vento
ALBICA': albeggiare
SINIBBIO: vento

CAMPIONARIO PER RAGAZZE DA MARITO

MERENDON: uomo da poco, un sempliciotto
LOFFARO: svogliato
BRENDOLON: che veste male,disordinato sciatto
SCIABIGOTTO: sciocco o meglio un condensato di qualità negative
BISCARO: semplicemente uno sciocco
TESTACCHION o CHIOCCORON : duro di comprendonio

PARTI DEL CORPO UMANO

STOMBICO: stomaco
CUTRION: schiena
GOMBITO: gomito
GIRELLA : rotula
PINELLA: incisivo
UGNA: unghia

e potrei continuare ancora con questo quadernetto, un vero condensato di meraviglia e di parole,modi di dire,analisi fra il serio e il semi serio e quant'altro che solo il genio del Gian Mirola poteva elaborare e a proposito, solo un'altro genio come il castelnuovese Giovanni Giorgi che nel 1892 da il periodico "La Garfagnana" buttò giù d'impeto un'
ironica (è dir poco..) poesia, sottolineando la moda di quel tempo che esortava anche i più ignoranti ad esprimersi nella lingua ufficiale:l'italiano. Il modo di parlare è come il vestito, serviva a distinguere il montanaro dal cittadino:

"Quel che fa la città"

"Se tu vai per el mondo un po' a girare
nun torni,pijo giuramento, pijo:
che montagna è montagna, Baldassare,
e noi si puzza da lontano un mijo.

Ma va in città; s'impara anco a parlà:
chi è tonto nun pensà, diventa spijo.
Guarda le serve! Vanno via somare
e quando tornin su,san dar consijo.

La mi fiola? Nun seppe mai gnente
finchè stiede fra noi; ma nun pensà
fu un colpo solo andà e uno venì dalla città e artornò sapiente.

E adesso quando parla io sto a'scoltà,
se capiscio mi piji un accidente!
So che parla alla moda e un vo' a indagà"


Il dialetto è il collante che ci unisce alle nostre radici, il tenue filo che ci tiene legati alla cultura popolare e alla Nostra Storia. Difendiamolo!!!

venerdì 14 novembre 2014

Le origini del dialetto garfagnino...Praticamente una Torre di Babele

Il dialetto è la nostra anima, è il nostro modo di esprimerci
La torre di Babele
 simbolo del dialetto garfagnino
è un segno che ci contraddistingue ma la Garfagnana (più di cento paesi raggruppati in 16 comuni su una superficie di 54.928 ettari) non ha un vernacolo unico, definito e quegli aspetti fonici e morfologici che fanno regola fissa in altri dialetti come ad esempio a Pisa (se sei di Pisa o della provincia niente cambia nel vernacolo)e in altri, qui in Garfagnana cambiano non sono mai fissi, ma si accentuano o si attenuano e cambiano di luogo in luogo (fra il vernacolo gallicanese e quello di Gorfigliano c'è quanto dal giorno alla notte), insomma addentrarsi nel nostro dialetto è un groviglio di supposizioni, di teorie e di deduzioni da far invidia alla biblica Torre di Babele. Mica che siano mancati gli studiosi, ah no! Mezza Europa si è interessata al modo di parlare dei garfagnini. Ne hanno scritto l'illustre professor Rolhs dell'università di Monaco, il professor Hubert dell'università di Zurigo,la bavarese Erika Bonin che addirittura nel 1952 pubblicò un saggio sul dialetto di Gorfigliano, lo svizzero Fauch tanto per gradire ha snocciolato così come se niente fosse trecento pagine sul dialetto di Vagli. In Italia la lista si allunga, il professor Bolelli dell'università di Pisa, il Bottiglioni di quella di Bologna, Ambrosi, Pieri insomma tutti con il "prof" davanti e con quali risultati ? Così dicono loro "positivi". Accidenti! Tanto positivi che io tutt'oggi povero
Alta Garfagnana Lago di Vagli
diavolo di un garfagnino non so a chi devo la grazia delle mie espressioni. Da quel poco (pochissimo) che ci è dato sapere il dialetto garfagnino secondo il prof  Bertoni ha una matrice comune nei dialetti emiliani, il Giannarelli ci dice ha infiltrazioni lunigianesi, a mio modesto avviso l'esimio linguista Giannini è quello che ci si avvicina di più. Considera la Garfagnana un mosaico di dialetti e la divide in tre aree linguistiche ciascuna con un proprio carattere fonologico: alta Garfagnana, da Vagli in su;media Garfagnana, con centro in Castelnuovo; bassa Garfagnana per i paesi che confluiscono su Gallicano Il dialetto garfagnino fa parte del gruppo garfagnino-versiliese, un dialetto di transizione tra il lucchese e il massese-lunigianese,con forti richiami emiliano-liguri (mamma mia che confusione!!!) questo soprattutto nei paesi non situati in valle ma sui crinali: l'alto garfagnino, è infatti per molti aspetti ancora più simile al massese-lunigianese con influenze emiliane nei comuni addossati al confine di tale regione. Le influenze di questo dialetto si fanno meno evidenti man mano che si ridiscende il Serchio e ci avvicina verso Castelnuovo e Gallicano, allora qui abbiamo anche delle influenze del dialetto lucchese ed è presente anche un fenomeno detto "toscanizzazione" è una tendenza moderna che riguarda sopratutto tutta la bassa valle,dovuta questa al fenomeno del pendolarismo,verso quelle zone dove il dialetto
Bassa Garfagnana,Gallicano
toscano D.O.C la fa da padrone.Andiamo però a vedere alcuni casi in cui  una caratteristica accomuna tutta la Garfagnana, t
ipico del dialetto garfagnino  è la sonorizzazione della "c" che suona quasi come una 'g'.Altra regola comune è l'amputazione,chiamiamola così, per meglio capirci dei verbi all'infinito: mangiare-"mangià"; bere-"be" dormire -"dormì"  , non c'è "re" che tenga, tutti tagliati via "Ballà, cantà,pià,sedè,vedè,piacè".Nel perfetto i verbi in ere terminano in "etti"io lessi "io leggetti" io vidi "io vedetti" e quelli in ire in "itti" io sentii "io sentitti" e così via...Tale pronuncia ci accomuna con i versiliesi e massesi probabilmente per il comune ceppo apuano, in quanto in antico le nostre terre non erano abitate dagli etruschi (come le altre zone toscane) ma dai liguri apuani.

Oggi il dialetto sembra quasi anacronistico, merce di contrabbando.Non si parla più, ci si vergogna,lo si considera come qualcosa di inferiore impresentabile.Eppure fu per molti secoli l'unico mezzo d'espressione.Ci si sentiva liberi da ogni inceppo della cultura, la fantasia non veniva ostacolata perchè era il modo di esprimersi più spontaneo, più diretto ed efficace...