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mercoledì 15 dicembre 2021

Viaggio alla scoperta delle parolacce e degli insulti garfagnini. Perchè si dice così...

Che il turpiloquio e le parolacce siano vecchie come il mondo, certo
non ve lo devo insegnare io, quello che però lascia perplesso un povero profano come me è che gli insulti in generale siamo stati fondamentali per lo sviluppo della società e questo non lo disse uno "scenziatello" qualunque in cerca di visibilità, assolutamente no, difatti Freud, il padre della psicanalisi asseriva che: "colui che per la prima volta ha lanciato all'avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà". L'etologo Irenaus Eibl Eibesfeldt invece avanzava un'ipotesi ancora più azzardata: "gli insulti sono stati il più importante motore nello sviluppo del linguaggio, perchè hanno aiutato a risolvere gli scontri in modo non cruento". Insomma, davanti a cotante affermazioni di esimi professori non mi rimane che togliermi il capello e vista l'importanza che questi termini hanno avuto nell'evoluzione dell'uomo non resta che intraprendere un piccolo e curioso studio sulle parolacce tipicamente (e non) garfagnine. Prima però di addentrarmi nell'argomento mi è doverosa un'introduzione, perchè niente venga lasciato al caso. Cominciamo con il dire che le parolacce o gli insulti in genere erano già nel vocabolario di egizi, greci e romani, questo per ribadire che il turpiloquio è vecchio quanto l'uomo, visto proprio che duemila anni prima della nascita di Cristo compare già nel più antico poema della storia: la saga del babilonese Gilgamesh, nel quale si dice che una
"baldracca" trasformò il bruto Enkidu in un essere civilizzato. Nello stesso periodo storico gli egizi non andavano tanto per il sottile e a quanto pare bestemmiavano senza nessun ritegno e remora. Stando all'interpretazioni di alcuni geroglifici e papiri gli studiosi deducono che Nefti, la dea dell'oltretomba, era definita "femmina senza vulva" e il dio Thot un essere "privo di madre". Tutto questo rimane però interpretabile, quello che non interpretabile è quello che scrisse a suo tempo il poeta greco Archiloco nel IV secolo a.C. Attraverso versi in rima (i cosiddetti giambi)componeva poemi che avrebbero fatto arrossire anche Rocco Siffredi, in compenso però i greci non bestemmiavano per paura di far infuriare gli dei dell'Olimpo. I nostri antenati romani da par loro a parolacce non erano da meno dei "cugini" greci. Anche il loro vocabolario conteneva termini che sono rimasti nel nostro dizionario degli insulti: "stercus" (merda) "mentula"(membro maschile), "futuere"(fottere)e "meretrix"(prostituta). Comunque sia per levarsi ogni dubbio su questo "forbito" dizionario consiglio una visita a Pompei e leggere sui i muri i graffiti di oltre duemila anni fa... Rimane il fatto che con l'andare dei secoli nel nostro bel Paese non ci siamo fatti mancare niente su questo argomento, nemmeno la singolarissima circostanza di avere dentro una basilica romana 
una iscrizione dell' XI secolo che riporta la più antica parolaccia in lingua volgare (volgare in tutti i sensi...). L'affresco in questione raffigura Sisinnio, ricco cortigiano di Nerva, che era convinto che Clemente (futuro Papa), lo
avesse stregato per sottrargli la moglie e convertirla. Ebbene, lo sdegno di Sisinnio fu talmente tanto che in una sorta di fumetto li rappresentato apostrofò Clemente con un sonoro: "Fili de pute".Insomma è inutile girarci intorno, la lingua italiana indubbiamente è quella che nel suo "campionario" contiene più di tutte le altre, insulti, imprecazioni e offese di ogni tipo. Se poi questa materia passa a gerghi specifici e soprattutto ai dialetti italiani, ecco che allora si apre una vera e propria babele. In Garfagnana da questo punto di vista abbiamo svariate ingiurie che hanno origine da molteplici ambiti: storia, natura, animali, altre ancora invece le abbiamo importate da città vicine o addirittura da altre nazioni. "
Bischero" ad esempio è una parola che non ci appartiene ma che sicuramente abbiamo fatto nostra, anche se la sua origine è più che mai fiorentina. La nascita di questa offesa (anzi in questo caso meglio definirla bonaria ingiuria)affonda le sue radici nella storia di Firenze e bisogna andare verso la fine del 1200  quando la Repubblica Fiorentina decise di costruire la Cattedrale di Santa
Maria del Fiore e offrì alla famiglia Bischeri, una delle più potenti al momento, una grossa somma di denaro in cambio del terreno su cui sarebbe poi sorto il Duomo. 
La famiglia, avida di soldi, rifiutò più volte e alla fine, per sfortuna o per dolo, un incendio devastò le loro proprietà radendole al suolo e lasciandoli senza soldi e senza terra. Da allora "fare il bischero" o semplicemente "bischero" significa comportarsi in modo poco furbo, proprio dal nome di quella sfortunata famiglia che, a causa di un comportamento poco assennato, perse tutto. Anche l'offesa tipica nostrale "sciabigotto" trae origini dalla storia "nobile", purtroppo l'ipotesi non è provata nè documentata, ma la tradizione dice che nel corso di una visita di Napoleone a sua sorella in quel di Lucca, il condottiero ebbe l'idea di affacciarsi dalla finestra di Palazzo Ducale per salutare la folla plaudente, non tutti però erano plaudenti e festosi e una parte di questa folla
cominciò a rumoreggiare in segno di protesta verso le imprese dell'imperatore francese, al che un po' sconcertato e arrabbiato si rivolse verso sua sorella Elisa e disse: "
Cosa vogliono questi chien bigots?"("Cosa vogliono questi cani bigotti?"), da qui le autorità italiane li presenti e che erano intorno a Napoleone presero ad intendere la parola "sciabigotto", intesa però da loro in riferimento a persone "buone a nulla", come quelle che erano in piazza a protestare. Fra tutte queste parolacce anche sentirsi dare del "loffaro" non è proprio edificante, essere trattati da vagabondi ed indolenti non è proprio il massimo della vita. Fattostà che questo termine dispregiativo non ha niente a che fare con la storia, ma trae origine dalla natura. La loffa infatti è quel fungo biancastro dalla forma sferica contenente una polvere impalpabile, schiacciandolo questo fungo produce un rumore che fa una cosa gonfia ma vuota, proprio le stesse peculiarità del carattere di un indolente. Puzzi come una "fojonco" è rivolto a tutte quelle persone che hanno poca confidenza con il sapone. Il fojonco infatti non è altro che la faina, animale semi-saprofago che si nutre anche di carne e sangue e il suo odore (vista la sua alimentazione) è a dir poco nauseabondo. Un'altra offesa (grave) non tipicamente garfagnina ma che è da considerarsi propriamente toscana è "budello". Insieme a questa brutta parola si possono anche annettere tutte le varianti che coinvolgono anche il parentato (madre, sorelle e via dicendo).
Naturalmente sappiamo tutti che questo sostantivo ha il significato di prostituta, quello che però è curioso sapere dove trae origine. Difatti, riguardo a questo è bene sapere che già in tempi rinascimentali esisteva una sorta di profilattico fatto proprio con budella di animale, era stato creato per scopi igienici, per difendersi soprattutto dalla sifilide, importata in Europa dal Nuovo Mondo. Quindi quando i lor signori frequentavano i bordelli dovevano (giustamente) munirsi del "budello" prima di affrontare la prestazione con la signorina di turno. E quando una persona viene apostrofato con la parola "locco", che significa? Il locco non è altro che una persona sciocca, un tonto insomma. La causa che ha originato questo epiteto tira in ballo l'incolpevole olocco, ossia l'allocco. Questo rapace simile al gufo è dotato di grandi occhi che quando vengono abbagliati dalla luce conferiscono all'uccello un'espressione sciocca. Il "chioccoron" invece è un insulto tipicamente garfagnino, la "chiocca" infatti è la testa e il chioccoron è un tipo particolarmente duro di comprendonio. Detto questo, è bene sapere che le nostre offese non nascono solamente dal nostro specifico dialetto, anzi, possono avere anche un non so che di internazionale. Sentite un po'. La parola francese "lorgne" significa pigro, ebbene, probabilmente questo termine lo facemmo nostro quando la valle andò sotto il dominio napoleonico. Anche se, ad onor del vero con il vocabolo "lornio" s'intende più specificatamente una persona impacciata nei movimenti. Come se non bastasse, senza essere da meno di altri dialetti, abbiamo anche una identica parolaccia dal significato ambivalente. Difatti di questa brutto termine esiste una versione maschile e una femminile dal senso però completamente diverso: "la potta" e "il potta". La provenienza e la sua origine
comunque sia è unica e viene dalla citta di Modena, antica capitale garfagnina e proprio per questo entrata in uso anche nel nostro modo di dire. La versione al femminile (la potta) come ben sappiamo fa riferimento all'organo genitale femminile, ma la "potta" da cui trae la genesi è nientepopodimeno che un bassorilievo scolpito all'esterno del duomo di Modena, chiamato appunto "la potta di Modena", li è raffigurato un bisessuato che nella realtà si credeva che fosse una tale Antonia che ebbe ben 42 figli... Nella versione maschile (il potta), il significato cambia completamente e infatti questo epiteto viene attribuito ad una persona altezzosa e boriosa proprio com'era nel carattere Lorenzo Scotti, podestà della città emiliana nel XVII secolo. "Scriveano i modanesi abbrevito pottà per podestà su le tabelle, onde per scherno i bolognesi allototal'avean tra lor cognominato il Potta". Come questo documento riporta, per gli avversari politici bolognesi, il soprannome con cui era conosciuto l'arrogante podestà Scotti era proprio "il potta" in riferimento (anche) al bizzarro
 bassorilievo. Che dire poi... Si potrebbe continuare ancora, ancora e poi ancora. Un semplice articolo come questo non riuscirebbe a catalogare tutte queste "volgarità", come
non si riuscirebbe ad inventariare tutto il repertorio lessicale quando uno vuole  veramente sfogarsi. Ora invece vanno tanto di moda quelle parolacce anglofone, secche, univoche e senz'anima: "fuck","shit"... Vuoi mica mettere la nostra bella lingua italiana: tutto un ginepraio di espressioni fiorite, fantasiose, orripilanti e allo stesso tempo oscene, con le quali puoi andare avanti un quarto d'ora di fila senza mai ripeterti...


Bibliografia

  • "Dizionario garfagnino" di Aldo Bertozzi, edizioni  LIR, anno 2017
  • "Nuova Rivista di Letteratura Italiana"- "Il potta di Modena" precisazioni storico linguistiche attorno a un personaggio della "Secchia rapita" di Antonio Tassoni anno 2013
  • Raccolta di Proverbi Toscani di Giuseppe Giusti e pubblicato da Gino Capponi, Le Monnier Firenze, anno 1871

mercoledì 12 maggio 2021

Origine, significati e misteri dei "modi di dire" toscani e garfagnini

Cos'è tecnicamente "un modo di dire"? "Un modo di dire" è
quell'espressione che si dice essere una frase idiomatica, ossia una frase che spesso non può essere tradotta in nessun'altra lingua. In pratica è un modo con cui personalizziamo la comunicazione fra noi. Per capire ancora meglio, tale locuzione è classificata come “linguaggio automatico”, è una speciale frase o espressione dotata di un significato figurativo distinto dal suo significato letterale. Per dirla in maniera più semplice e poetica "un modo di dire" non è altro che la quintessenza di un popolo. La Garfagnana e la Toscana in genere di questi "modi di dire" ne hanno a bizzeffe e proprio dalle nostre parti hanno resistito più che nelle città, dove piano piano vengono sostituiti dallo slang giovanile. Tuttavia "un modo di dire" merita protezione e attenzione proprio come un animale in via d'estinzione, perchè queste frasi fanno parte della nostra storia e identificano quale era il nostro modo di essere e poichè taluni di questi oggi rischiano di risultare incomprensibili, mi è sembrato opportuno buttarne giù alcuni fra i più simpatici e divertenti. Ne è venuto fuori un viaggio curioso, particolare e inconsueto e mostra che nemmeno queste singolari locuzioni nascono a caso, trovando infatti origine nella storia e nel nostro modo di vivere. Quante volte abbiamo sentito dire dalla nostra mamma "roba da chiodi!", "un modo di dire" che alluderebbe ad argomentazioni insostenibili,
inconcludenti; a ragionamenti che non hanno nè capo nè coda, ebbene questa frase troverebbe origine dai fabbri, dato che un tempo proprio per fabbricare i chiodi si usavano gli avanzi del ferro, quindi in senso traslato "roba da chiodi" si riferisce ad un comportamento non corretto, quasi spregevole come era la materia di scarto con cui erano fabbricati. Altra ipotesi dice che tali ragionamenti sono talmente senza senso che per stare in piedi devono idealmente essere rinforzati con i chiodi. E cosa s'intende quando si dice "alla Carlona"? Per significare che una cosa è fatta senza pretese? Alla buona insomma. Bhè, tale Carlona non era una paffuta signora  che faceva le cose così tanto per farle, anzi, questa parola si riferisce nientepopodimeno che a "re Carlone", ossia a Carlo Magno in persona, che anche dopo l'incoronazione a Sacro Romano Imperatore non rinunciò mai alle sue abitudini e ai suoi abiti un po' grossolani. Pensate un po' questo modo di dire è antichissimo, è attestato nella letteratura italiana sin dal 1400 da Pietro l'Aretino. Sempre a proposito di re, regine e alti dignitari il detto "andare a Canossa" ci riguarda da molto vicino, poichè "Nostra Signora" Matilde di Canossa,
Matilde di Canossa
Grancontessa e Vicaria Imperiale, nonchè "padrona di tutta la Garfagnana" rientra a buon titolo in questa espressione, dato che tale frase deriva da un noto fatto storico e significa "umiliarsi, piegarsi di fronte a un nemico, ritrattare, ammettere di avere sbagliato, fare atto di sottomissione". Essa trae infatti origine dall'avvenimento occorso a Canossa (proprio nel castello di Matildenel rigido inverno del 1077, allorquando l'imperatore Enrico IV attese per tre giorni e tre notti, scalzo e vestito solo di un saio, prima di essere ricevuto e perdonato da Papa Gregorio VII, con l'intercessione della stessa Matilde di Canossa. Altri modi di dire traggono invece il loro concetto principale dalla vita contadina e se ormai nella desueta frase "consolarsi con l'aglietto" (a
ccontentarsi di poco. Deriva da "aglietto", cioè aglio giovane, non ancora formato, senza spicchi. Quindi contentarsi di cosa di poco valore), molte altre di queste espressioni sono ancora assai presenti nel nostro modo di parlare come: "fare di tutta un erba un fascio", ovvero generalizzare eccessivamente, un po' come facevano le nostre nonne quando per pulire i campi raccoglievano tutte le specie di erbacce in un solo fascio, senza distinguerle. E che dire poi di una cosa (o talvolta una persona) "fatta con il pennato"? Quello che è sicuro che per cesellare e fare un lavoro di
fino su un pezzo di legno non serve il pennato, questo attrezzo è adatto per lavori grossolani: sbozzare, sgrossare, tagliare... Sempre riferito al mondo rurale esiste ancora un'altra fase: "Oggi in piazza c'era un tritello, un si passava...", tradotto: "Oggi in piazza c'era talmente tante gente che non si passava", o si può anche dire "
fare un tritello" ("fare un macello"). Ma cos'è il tritello?. Il tritello è il sottoprodotto dei cereali, quello che i contadini ottengono rimacinando questi prodotti. Quindi, in sostanza, di un tritello non si riconosce più niente, tutti i cereali vengono sminuzzati insieme a mo' farina in modo da non distinguerli più. Non dimentichiamoci, sempre in questo ambito
 l'espressione "è grasso che cola", ovvero, quando le cose ci sono in abbondanza, anche se più precisamente fa riferimento ad un'impresa dalla quale si ricavano utili superiori al lavoro eseguito. Comunque sia il grasso in questione è il grasso del
maiale, una vera e propria ricchezza nella civiltà contadina, dal momento che, come si suole dire, "del maiale non si butta via niente", tanto meno il grasso, che veniva usato per una miriade di utilizzi come l'illuminazione, per ungere i "barocci", per cucinare e altro ancora. Adesso guardiamo quei modi di dire riferiti alla persona e più precisamente vediamo cosa s'intende quando da giovanotti si andava "
a fare franella", cioè quando andavamo a baciarsi con la fidanzatina, a farsi effusioni... per farla breve... a pomiciare. Insomma la parola "franella" è una storpiatura della parola francese "flaner", cioè "bighellonare", ma bighellonare dove... Anticamente si diceva quando i lor signori andavano in giro per bordelli e per "testare" le signorine di turno si prodigavano in effusioni amorose, scegliendo quella che poi avrebbero preferito. E quando si dice che quei due sono "culo e camicia" che significa? Non significa altro che queste due persone sono in perfetta sintonia fra loro, come al tempo che fu erano il culo e la camicia. Il riferimento risale all'epoca in cui le mutande non erano un granchè usate e nemmanco di moda  e per riparare le parti intime si usavano camicie abbastanza lunghe che restavano a contatto diretto anche con il culo. Vediamo adesso locuzioni prettamente legate a parole dialettali e così dal noto vocabolo garfagnino "uscio" nasce anche questa ennesima espressione: "secco come un uscio", ossia "magro come una porta". Naturalmente, in questa sfera che riguarda la persona e il dialetto "stretto" è impossibile tralasciare uno dei nostri detti principe, ossia "non fare lo sciabigotto" (riferito ad una persona buona a nulla, un incapace). Anche questa espressione trae origini dalla storia "nobile",
purtroppo l'ipotesi 
non è provata nè documentata, ma la tradizione dice che nel corso di una visita di Napoleone a sua sorella in quel di Lucca, il condottiero ebbe l'idea di affacciarsi dalla finestra di Palazzo Ducale per salutare la folla plaudente, non tutti però erano plaudenti e festosi e una parte di questa folla cominciò a rumoreggiare in segno di protesta verso le imprese dell'imperatore francese, al che un po' sconcertato e arrabbiato si rivolse verso sua sorella Elisa e disse: "Cosa vogliono questi chien bigots?"("Cosa vogliono questi cani bigotti?"), da qui le autorità italiane li presenti e che erano intorno a Napoleone presero ad intendere la parola "sciabigotto", intesa però da loro in riferimento a persone "buone a nulla", come quelle che erano in piazza a protestare. Come vedete di "modi dire" ce ne sarebbero moltissimi e stravaganti che verrebbe voglia di scriverli tutti, ma prima di chiudere l'articolo non posso esimermi di tralasciare quelli riguardanti Pisa. Simpatico e bizzarro è quel "modo di dire" che da bimbetto quando mi appisolavano sul divano di casa la mamma mi avrà detto centinaia di volte: "Ecco, arrivano i pisani!" e io mi domandavo sempre - Ma questi pisani che vorranno da me !-. Da me
niente, ma a Lucca, ai tempi delle annose lotte fra le due città si ricordavano spesso quella notte che in un'incursione notturna le armate pisane attaccarono i territori limitrofi di Lucca, quando i lucchesi stavano dormendo; la sortita riuscì proprio perchè gli avversari dei pisani, non riuscirono a tener gli occhi aperti dal sonno: dunque i pisani arrivano quando ci si sta per addormentare. Sempre su Pisa ne esiste un altro di "modi di dire" che dice
"fare come i ladri Pisa" e i ladri di Pisa cosa hanno di diverso dagli altri ladri? La tradizione toscana vuole che i ladri di Pisa andassero a rubare insieme durante la notte e poi di giorno litigassero fra di loro per dividersi il bottino. Oggi tale frase è riferita a coloro che nonostante liti e diverbi continui sono sempre uniti. Mi accingo allora a concludere questo scritto sperando che sia piaciuto a tutti voi e che non sia  "un fiasco", un fallimento insomma, non vorrei fare proprio come quell'attore che narrava di quell'episodio 
 avvenuto in un teatro di Firenze, dove un famoso artista era solito esibirsi con particolari smorfie e facce divertenti nei confronti di alcuni oggetti. Una sera decise di portare sul palco un fiasco da vino. Invece di divertirsi, il pubblico si annoiò e cominciò a fischiarlo rumorosamente. Da allora il "modo di dire" viene utilizzato quando si va del tutto contro le aspettative. Quindi chiudo con una riverenza ai miei lettori che ringrazio e saluto, brindando con "il bicchiere
della staffa
", cioè l'ultimo bicchiere (di vino) della giornata prima di congedarsi da un luogo qualsiasi o ancor più precisamente da un osteria, dove gli avventori del 1800 usavano bere l'ultimo bicchiere quando già avevano un piede nella staffa del cavallo, pronti per salire in sella e tornare a casa... Alla salute allora !!!

Bibliografia 

  • "Dizionario Garfagnino, l'ho sintuto dì" di Aldo Bertozzi, edizioni L.I.R, anno 2017
  • Raccolta di Proverbi Toscani di Giuseppe Giusti e pubblicato da Gino Capponi, Le Monnier Firenze, anno 1871

mercoledì 30 settembre 2020

La "rivoluzione" dei cimiteri in Garfagnana. Quando il regno dei morti era sotto il pavimento delle chiese

Per chi non lo sapesse Saint Cloud è un amena cittadina francese

situata nella regione de L'Ile de France, dista solamente una decina di chilometri da Parigi e se un giorno qualcuno di voi capitasse da quelle parti non può mancare di visitare il suo parco: 463 ettari di pura bellezza, tanto da essere considerato uno dei giardini più incantevoli d'Europa, ma non solo, se si vuole si possono anche ammirare alcuni edifici di quello che fu uno dei castelli reali di Francia. Ad onor del vero bisogna però dire che non sono queste le cose che hanno reso famosa la città, gli eventi ci narrano che questa località è rimasta nella storia per due fatti: il primo fatto ci dice che il castello sopra citato fu la reggia di Napoleone Bonaparte e il secondo ci racconta che qui (sempre da Napoleone) fu emanato un'editto di un'importanza storica notevole, che cambiò finalmente e per sempre una malsana consuetudine: il 23 giugno 1804, qui venne vergato il
Il castello di Saint Cloud
documento meglio conosciuto come "editto di Saint Cloud", ovverosia "Decret imperial sur les sepoltures". Napoleone in Italia ne combinò di tutti i colori, diciamocelo chiaramente, con le sue riforme sconvolse tutta una vita sociale che ormai aveva un secolare impianto, impose da subito un regime autoritario abolendo la libertà di stampa, revocò le assemblee locali elettive nominando di fatto prefetti governativi, perdipiù fece riforme scolastiche che incrementarono ancor di più il popolo degli analfabeti. Però, questo famigerato editto di Saint Cloud fu una mano santa, sia da un punto di vista igienico sanitario e se si vuole anche da un punto di vista sociale. Insomma (a mio avviso) debellò quella che era una vera e propria indecenza. Era infatti pratica diffusa che i morti fossero sepolti all'interno delle chiese, o meglio, sotto il pavimento delle chiese
esisteva un vero e proprio cimitero. Questo decreto composto da 
cinque titoli principali  regolamentò in  maniera definitiva questa (orrida) usanza:  

  1. Delle sepolture e dei luoghi a loro dedicati
    Si specificava il divieto di seppellire all’interno degli edifici sacri e dentro le mura delle città; i terreni dedicati alle sepolture dovevano essere situati fuori dalle città, in posizione elevata, a 35-40 metri di distanza dagli abitati, circondati da mura di cinta alte almeno 2 metri. Ogni sepoltura doveva essere individuale e di questa ne venivano date anche le dimensioni della fossa e la distanza tra questa e le altre.
  2. Dell’istituzione dei nuovi cimiteri
    Tra le altre cose, si precisava che con le nuove costruzioni, i vecchi cimiteri dovevano essere chiusi
  3. Della concessione dei terreni
    In questo titolo si affermava che potevano essere dati in concessione terreni per l’edificazione di tombe di famiglia, con annessi monumenti e cripte.
  4. Della sorveglianza dei luoghi di sepoltura
    E’ interessante notare che si prendeva in considerazione la presenza di culti differenti e che perciò all’interno dei cimiteri dovevano esserci settori dedicati con il loro ingresso separato. Si doveva inoltra vigilare affinché si evitasse qualunque atto contrario al rispetto della memoria dei morti.
  5. Delle pompe funebri
    Si regolavano infine le modalità di trasporto dei defunti, gli ornamenti, eccetera.
E per chi non lo sapesse, anche nelle chiese garfagnine e della Valle del Serchio, al di sotto dei loro pavimenti esistevano (o ancora
esistono) cripte, tombe e fosse comuni, che contenevano (e in alcuni casi contengono ancora) decine e decine di morti... Diciamo che le finalità di questo editto erano sostanzialmente due: il primo obiettivo era sanitario, si rendeva infatti necessario evitare di continuare a stipare i morti nelle chiese con la conseguente diffusione di odori tremendi e malattie. Il secondo obiettivo era politico, le tombe dovevano essere tutte uguali fra loro, nel rispetto del principio rivoluzionario di uguaglianza. Pertanto il nuovo decreto imperiale in Italia entrò in vigore il 5 settembre 1806. Così, finalmente, dopo 800 anni anche in Garfagnana (come in altre parti) questa cattiva abitudine cessò per sempre... Dalla saggezza dei romani d'altro canto non avevamo imparato niente, infatti era loro costume seppellire i propri cadaveri lontano dalle città, fuori dalle mura e lungo le strade principali, all'aria aperta, zone circondate da cipressi, pini e altre piante balsamiche. Ma la religione come si sa con il passare dei secoli impose sempre di più il suo potere e il suo prestigio, tant'è che dapprima il
Cimiteri Roma antica

privilegio di essere seppelliti sotto le chiese era un'esclusività ad appannaggio di coloro che appartenevano ad un determinato ceto sociale: le autorità ecclesiastiche, i loro familiari, le autorità civili e i ricchi disposti a generosi lasciti testamentari a favore di Santa Romana Chiesa. Ma poi i "buoni propositi" della dottrina cattolica, intorno al X secolo si allargarono anche "ai comuni mortali", secondo il principio "ad sanctos et apud aecclesiam" (vicino ai santi e presso le chiese), in pratica il presupposto fondamentale di tale pensiero era che se un corpo veniva inumato in chiesa era presumibilmente più vicino a Dio e di conseguenza alla redenzione eterna. Ma anche in queste inumazioni si attuava una certa distinzione sociale e lo si può notare nella struttura sotterranea di molte chiese della valle. I ricchi infatti venivano sepolti in prossimità degli altari (più possibile vicini a Dio...), sotto l'altare stesso era pertinenza dei prelati, lungo i fianchi delle navate e presso gli altaretti dedicati ai santi solitamente venivano seppellite le nobili famiglie (che magari in vita avevano eretto gli altaretti succitati), verso l'uscita della chiesa
c'era la fossa comune dei bambini (poveri) e in mezzo c'era un'ennesima fossa comune dedicata al misero popolo. Tanto per aver chiara l'idea è bene capire che comunque sia non si seppelliva solo nelle chiese ma anche nelle sue prossimità, a patto che fosse luogo consacrato, quindi nel cortile, nel chiostro, nei pressi dell'abside, in ogni dove insomma. In questo caso, nota curiosa, lo spazio riservato sotto la gronda della chiesa era strettamente riservato alle prostitute e ai peccatori riconosciuti di grave colpa, si credeva che l'acqua piovana scesa dal tetto sarebbe servita a pulire la loro putrida anima. Ma qui, quello che c'era di putrido non era l'anima di queste persone e basta, anche quei poveri corpi sepolti li sotto erano in queste condizioni. Infatti queste fosse erano una delle cause principali della diffusione di malattie infettive e pestilenze varie e effettivamente i topi erano i padroni incontrastati di questi sotterranei. Si racconta che nelle abitazioni vicine a questi pseudo cimiteri il latte e il brodo imputridivano, il vino inacidiva e i cibi si deterioravano facilmente a causa dei gas fetidi che emanavano i cadaveri. D'altronde c'era poco da pretendere se tutto si svolgeva in questa maniera... Di solito il procedimento di sepoltura (per i poveri) consisteva che il misero morto fosse trasportato in chiesa con una bara cosiddetta "d'apparato" (cioè, che serviva solamente per la cerimonia funebre odierna, la
Botola di una fossa comune

cassa sarebbe stata poi usata per un nuovo cadavere), dopodichè al "povero fagotto", senza bara, gli veniva cucito addosso una sorta di sudario. I seppellitori fatta questa operazione aprivano la robusta botola di legno (posta sul pavimento)e "gittavano" senza complimenti il meschino corpo sull'insano carnaio in decomposizione, un po' di calce veniva sparsa giù nella botola che dopo veniva chiusa rapidamente. Quando poi la fossa con il passar del tempo si sarebbe riempita di cadaveri, era sempre compito dei seppellitori entrare nella medesima fossa, svuotare il comparto con pale e secchi e infine raccogliere le ossa che venivano interrate nelle vicinanze delle chiese o nelle cappelle vicine. Immaginatevi allora il fetore, ogni volta che questa botola veniva dischiusa, l'aria talvolta era talmente irrespirabile da non permettere in certi casi le funzioni religiose. A tal proposito la testimonianza di un messo napoleonico in Terre di Garfagnana descriveva così nel suo rapporto mensile quella sconcezza: "...
regge ancora il costume osceno, insalutare e più che barbaro (i barbari meglio che noi dando sepoltura ai cadaveri) d'interrare nelle
fosse delle chiese, in mezzo ai paesi. E può tanto invecchiato errore, che non si tiene in pregio alzar tomba in sito ameno a corpi morti delle care persone, ma si vuole nella stessa comune lurida fossa confondere le spoglie di vergini figliuole o di pudiche consorti a quelle di ladroni, ribaldi e dissoluti. Vero è che i preti soffiano in quella ignoranza per non perdere il guadagno de' mortorii, né diminuire il raccolto del purgatorio, sempre più largo se in presenza della fossa che chiude ceneri adorate o venerande
". Il messo napoleonico mise così il dito su un'altra immoralità che non dava lustro nè alla chiesa nè ai suoi pastori, che in barba alla tanto sbandierata misericordia, pietà e compassione fece di ciò un lucroso affare. Il lucroso affare aveva un nome e si chiamava la "quarta funeraria". Già dal medioevo era pratica di pagare per ottenere degna sepoltura, e credetemi, questo interesse rappresentava una fonte di guadagno per il cosiddetto basso clero (i semplici preti) veramente notevole, tanto d'accendere varie dispute fra parrocchie e parrocchie per accaparrarsi la povera anima. La responsabilità della tumulazione dei cadaveri all'interno delle chiese spettava al parroco e rimase di sua
Un'illustre tomba
 esclusiva competenza fino al 1800, ciò rese i preti i diretti responsabili della pratiche relative alla morte e alla sepoltura che veniva così pagata in sonori quattrini. A dire il vero in origine l'inumazione sarebbe stata gratuita, così come stabiliva il Corpus Iuris Canonici (diritto canonico), ma poi le generose elargizioni che venivano dai ricchi signori per prenotarsi un posto di loro gradimento fece si che il diritto canonico andò a farsi benedire e la regola di pagarsi un posto in chiesa (attraverso doni ed elargizioni) divenne una consuetudine. In compenso rimase diritto dei poveri (ma bisognava essere poveri veramente...) di essere sepolti gratis. Fattostà che gli introiti derivanti da questa pingue faccenda iniziarono ad essere veramente significativi, tanto che nel corso dei secoli le autorità ecclesiastiche decisero di regolamentarla, stabilendo di fatto un vero e proprio tariffario. A rompere le uova nel paniere come avete letto  ci pensò lui, Napoleone, che con la chiesa cattolica non aveva un gran feeling già dai tempi in cui fece imprigionare Papa Pio VI(1797). Del resto furono sue le parole che stabilirono una grande verità: "Ci sono due modi per far muovere gli uomini: l'interesse e la paura". E difatti fu proprio l'interesse la motivazione che mosse il
clero in questa mercificazione della morte, ma fu la paura quella che la fece cessare per sempre...

mercoledì 1 luglio 2020

Garfagnana divisa e il dilemma delle carte da gioco...Perchè le "piacentine"? Come mai le "fiorentine"? E la storia dei giochi più famosi

Sfido chiunque... In questi mesi di segregazione sociale dovuta alle note vicende, almeno una volta, almeno un giorno, sono convinto che dai nostri cassetti almeno una volta il mazzo di carte è uscito, magari per passare qualche momento di serenità familiare, forse per vincere la noia. Se si vuole è stato pure un passatempo per tenere impegnati i bambini, per insegnarli qualche gioco di carte, bene o male anche questo è un modo per preservare le vecchie usanze ed un momento in più da condividere con i più piccoli... Altro che playstation ! Certo quando si giocava a carte nelle osterie e nei vecchi bar garfagnini era un'altra cosa, d'altronde questo svago era uno dei pochi (o forse l'unico) che i nostri avi si concedevano. La sera dopo cena o nelle giornate di festa gli uomini si ritrovavano in questi "baracci", avvolti da nuvole di fumo denso delle sigarette, pronti a giocarsi il fiasco di vino in memorabili partite a briscola, tresette e magari anche a scopa. Per chi ha vissuto quei bar, nelle proprie orecchie saranno rimasti quel "fiorire" di moccoli che facevano tremare il crocefisso sulla parete, oppure quelle "bussate" vigorose sui tavoli che ti facevano sobbalzare sulla sedia e che dire poi delle urla e delle
arrabbiature per una giocata un po' troppo avventata del compagno? Ad ogni modo anche in questo campo la storia ha voluto dire la sua e questi giochi e le carte in genere (storicamente parlando)sono un passatempo piuttosto recente, la larga diffusione si è avuta tra il 1700 e il 1800 e anche qui la Garfagnana seppe differenziarsi... 
Come ben si sa di carte da gioco esistono varie tipologie che si suddividono per ogni zona d'Italia, ci sono quindi le carte napoletane, le bergamasche, le trevigiane, le siciliane, insomma regione che vai carte che trovi. Ma non crediamo però, che sia l'invenzione della carte da gioco che quella dei loro semi derivi da italiche pensate, tutt'altro, tutte queste carte "regionali" hanno la genesi da tre ceppi (principali) originari che sono ripartiti in
semi francesi
carte con semi francesi (cuori, quadri, fiori e picche), queste carte e questi simboli sono quelli più usati e quelli riconosciuti in modo internazionale, esistono poi le carte con semi germanici (ghiande, foglie, cuori e campanelli)e quelle con semi latini o per meglio dire spagnoli (spade, coppe, denari e bastoni). In Garfagnana, nonostante che la nostra valle sia piccola e poco abitata giochiamo con due tipi di carte. La parte
semi tedeschi
nord della valle gioca con le carte cosiddette "piacentine" (semi spagnoli) e la parte più a sud con le carte denominate "toscane"(semi francesi) e per spiegare questa stranezza e questa bizzarria bisogna appunto scomodare la storia, per chiarire il perchè queste carte
da Piacenza giunsero fino in Garfagnana. Ad onor del vero tali carte quel viaggio non lo intrapresero mai, non arrivarono infatti dalla ridente città emiliana, ma vennero con le truppe napoleoniche, quando nel 1796 giunsero nelle terre garfagnine. Difatti fra una cosa ed un altra i soldati francesi nel loro tempo libero giocavano ad un gioco di carte chiamato "Aluette"
semi spagnoli
(gioco di origine spagnola), questo divertimento era uno svago tipico delle zone contadine della Gironda e della Loira e si giocava proprio con carte con semi spagnoli(spade, coppe denari e bastoni)
È giusto pensare che l'uso di queste carte fosse già ben conosciuto dai francesi e che in Garfagnana, almeno all'inizio, non abbiano dovuto inventare un bel niente. Con un piccolo sforzo d'immaginazione si può considerare che i primi (soldati) giocatori che portarono le carte nella valle avranno dato vita ad animate partite, probabilmente in qualche osteria. Gli
Soldati che giocano a carte
spettatori, incuriositi dalla novità, si saranno prima limitati ad osservare i nuovi giochi e poco per volta li avranno imparati, diffondendoli a loro volta. I fabbricanti, ed ecco che entra in campo Piacenza, visto l'aprirsi di un nuovo mercato, le avranno copiate e adattate nei disegni, secondo la loro fantasia e l'iconografia del paese in cui venivano utilizzate. Per farla breve, questi soldati,
 le medesime carte  non le diffusero solamente in Garfagnana, ma anche nella Lombardia meridionale, nelle Marche, nell'Umbria, Lazio e sopratutto nelle province dell'Emilia e proprio a Piacenza la litografia Bertola ebbe occhio lungo e diversificò la sua produzione, cominciando a produrre anche carte da gioco (molto) simili a quelle che avevano importato i soldati di Napoleone, per questo poi con gli anni presero appunto la denominazione di carte "piacentine". Ben presto furono adottate in buona parte della Garfagnana, poichè affini a quelle di napoleonica memoria. Il discorso cambia se
Le prime carte piacentine
guardiamo alla bassa Garfagnana. Qui l'influenza di questi militari fu sentita molto meno, l'impronta toscana del vicino enclave fiorentino di Barga era molto più forte, tant'è che si manifestò proprio e anche sul gioco delle carte. Qui, giust'appunto si usavano carte puramente francesi, quelle con cuori, quadri, fiori e picche e a quanto pare si usavano già da un po' di tempo, tanto da considerarle già carte toscane o fiorentine (n.d.r: le fiorentine classiche sono di formato più grande in confronto alle toscane). A questo punto viene da domandarsi, perchè a Barga (fiorentina) e nei suoi dintorni (non fiorentini) si adottarono quel tipo di carte? Donare un mazzo di carte, creato per l'occasione di un matrimonio regale, per riempire le ore delle loro Maestà e al tempo stesso
Prime carte da gioco toscane
riprodurlo e metterlo in circolazione in tutto lo stato fiorentino, sarebbe stato sicuramente un bel gesto per ingraziarsi anche i favori del popolo, e a quello che sembra così fu e le occasioni furono molteplici visti i numerosi matrimoni fra la famiglia Medici e la nobilissima stirpe francese. Si cominciò nel 1533 quando Caterina de' Medici andò in sposa ad Enrico II re di Francia, si continuò con Ferdinando I de' Medici, nel 1598 convolò a nozze con Cristina di Lorena e ancora nel 1600 il terzo importante matrimonio franco- fiorentino fra Maria de' Medici ed Enrico IV di Borbone re di Francia anche lui. In pratica dal matrimonio di Ferdinando in poi la Toscana sarà amica della Francia e subirà il suo fascino (non solo nelle carte da gioco), fino all'avvento della casata dei Lorena nel 1737. 

Fra l'altro rimane il fatto che nemmeno i giochi tipici garfagnini
Giocatori di carte
 di Paul Cezanne
non hanno nulla dell'inventiva locale, nè regionale e nemmanco nazionale. La briscola ad esempio è francese, la parola "briscola" sembrerebbe derivi dal francese "brisque", che letteralmente significa "gallone". Il gallone era il grado indossato sull'uniforme dei soldati francesi che amavano passare il tempo giocando proprio a questo gioco. Il "tresette" ha origine spagnole risalenti al XVII secolo e così anche la "scopa". In Spagna era la "escoba", svago questo molto in voga fra i soldati iberici, contrabbandieri e pirati, che si giocavano il bottino conquistato, un pretesto per "ripulire" l'avversario.

Come abbiamo letto, tutto ciò non ebbe principio in Italia, ma in

men che non si dica la diffusione delle carte e dei loro giochi fu a dir poco rapida in tutto il Paese e vista la grande espansione  e popolarità lo Stato volle dire la sua...in che modo? Applicando sui mazzi di carte un bel bollo d'imposta. Nelle "piacentine" fino al 1972 era collocato sull'asso di denari, ed era posto sul ventre di quella bellissima aquila coronata, dapprima fu collocato sul quattro di denari, dove poi vi fu inserito lo stemma della città che aveva prodotto il mazzo. Nelle "toscane" il "privilegio" toccò all'asso di quadri. Ma le note negative purtroppo non finirono qui, si aggiunsero le lagnanze dei cosiddetti benpensanti che si lamentavano dei disordini che portavano questi immondi giochi: "Avviene in questa parrocchia, o sezione di Antisciana Comune di Castelnuovo che vendono acquavite anche senza i dovuti permessi,e, particolarmente in casa di uno, ove giocano alle carte e tante volte fino con disturbo e danno delle famiglie di ciascun giocatore, e alle volte hanno giocato anche in tempo delle

funzioni parrocchiali. Onde sono a pregare la bontà sua se emetterà avviso proibente la vendita dei liquori e parimente il giuoco delle carte"... Era il 1853, erano passati solamente cinquant'anni circa dalla loro piena fama, ed era già cominciata la dura vita delle carte da gioco.


Bibliografia:

  • "Usanze,credenze,feste e riti e folclore in Garfagnana" di Lorenza Rosso, Banca dell'identità e della memoria anno 2004
  • "Il rosso e l'azzurro" di Euro Gazzei, Carlo Cambi editore, anno 2001

mercoledì 6 maggio 2020

Il prete che portò la patata in Garfagnana... Storia di guerre, carestie e superstizione

In origine era "potati", poi "papa", "batatas", dopodichè la sua
Re Federico il Grande controlla la
coltivazione della patata
dipinto di Robert Muller
diffusione portò l'avvicendarsi di altri nomi ancora. In Italia all'inizio fu chiamata "tartifola", vista la somiglianza che aveva con il tartufo, per lo stesso motivo in Germania la denominarono "kartoffel" e in Francia, culla della sua divulgazione in tutto il Vecchio Continente, in principio fu elegantemente chiamata "pomme de terre", ossia mela di terra. Oggi è conosciuta semplicemente con l'appellativo di patata ed è il quarto alimento più consumato al mondo. Checchè se ne pensi non fu il solito Cristoforo Colombo ad esportare il tubero in Europa, ma bensì i suoi accoliti spagnoli una cinquantina di anni dopo la scoperta dell'America. I conquistadores si accorsero della presenza della patata nelle loro scorribande sulla cordigliera andina: Perù, Cile, Bolivia, nonchè  Messico e Colombia. Fu proprio nella lontana Colombia che si ebbero le prime testimonianze scritte

della sua presenza, quando nel 1536 gli uomini di Gonzalo Jimenez de Quesada aprirono un varco nella foresta della Valle Magdalena ed irruppero nell'attuale villaggio di Sorocotà; gli indigeni, poveri sventurati, scapparono a gambe levate mentre i conquistadores saccheggiavano le loro capanne. In una di queste capanne trovarono del cibo: fagioli, mais e una sorta di "tartufo". Nel suo resoconto Juan de Castellanos lo descrisse dettagliatamente: "piante con scarsi fiori viola opaco e radici farinose di sapore gradevole...". Fattostà, che nel tardo cinquecento lo strano tubero fece il suo ingresso in Europa. Il suo arrivo non fu accolto con manifestazioni di giubilo e tripudio, anzi, il suo esordio nelle tavole della gente non fu del tutto facile, tant'è che questo alimento non fu preso come fonte di nutrimento umano e fu relegato a cibo per animali da fattoria. La povera patata con il tempo fu quindi accusata di ogni nefandezza inimmaginabile, si arrivò a dire che era una delle cause della diffusione della lebbra, d'altronde che alimento può essere quello che il suo frutto nasce sotto terra? Addirittura nell'Enciclopedye del 1765 si asserisce che si tratta di "cibo flatulento"... A decretare il suo quasi "de profundis" ci furono poi dei casi d'intossicazione, infatti qualche scellerato mangiava non il prelibato tubero, ma bensì le foglie e i suoi frutti velenosi. La decisione dei governanti di costringere a mangiare tale
Van Gogh "I mangiatori di patate"

"schifezza" ai soldati e ai galeotti portò poi la sua "fama" ai minimi storici. Fu proprio grazie però ad uno di questi soldati che la patata ebbe la sua riscossa. Il francese Antoine Augustine Parmentier, durante la guerra dei "Sette Anni" fu fatto prigioniero e nella sua cella fu cibato proprio a patate, l'uomo ne apprezzò il sapore e perdipiù constatò anche la sua facilità di crescita in terreni poveri. D'altra parte Parmentier parlava con cognizione di causa, visto che il suo lavoro non era fare il soldato, ma bensì l'agronomo, difatti ritornato in patria propose "la pomme de terre" allo studio dei più facoltosi personaggi di Francia, presentando il tubero come "pane già fatto che non richiedeva nè mugnaio, nè forno". L'alimento suscitò il
Parmentier
con il fiore di patata in mano
grande interesse di tutti, tanto è vero che il re Luigi XVI, dopo la grande carestia del 1785, impartì l'ordine ai nobili di obbligare i propri contadini a coltivare la patata. Fu proprio a causa della carestia, della miseria e della povertà che qualcuno decise di introdurre la coltivazione della patata anche in Garfagnana. Esiste infatti un nome ed un cognome di colui che portò "il pomo di terra" all'attenzione dei contadini garfagnini, così come esiste anche una data. Lui era un prete, si chiamava Don Pietro Salatti, parroco di Metello (oggi comune di Sillano Giuncugnano), nonchè cappellano militare alle dipendenze di Napoleone Bonaparte. Fu appunto in una di quelle faraoniche campagne militari che il parroco conobbe la patata, era difatti la protagonista principale del rancio dei militari. Vide poi che era un alimento sostanzioso,
Metello
abbondante, facile da coltivare e di poco costo, insomma, il 
nutrimento ideale per la sua gente di Garfagnana, sarebbe stato una valida alternativa alla castagna, un cibo perfetto in tempi di magri raccolti, per giunta sui monti garfagnini poteva crescere in prosperità. Fu allora, in quel lontano 1815, quando il prete tornò nella sua amata Metello che la storia della patata ebbe il suo inizio nella nostra valle. I sogni di gloria napoleonici erano terminati e Don Pietro portò all'attenzione di tutti i suoi compaesani questo frutto della terra, lo portò a loro come un dono di Dio, una vivanda in più da mettere sulle già povere tavole garfagnine... Ma l'ignoranza come si sa non conosce limiti e anche in Garfagnana si riaffermarono fantasie e credulonerie che si credevano ormai sopite: -... è il frutto del diavolo !!!-, qualcuno ebbe a dire, o sennò qualche altro benpensante affermò: -Questo frutto non è nemmeno citato nella
Fiori e foglie velenose della patata
Bibbia...-
. Si disse perfino che era il cibo prediletto degli streghi, infatti come era già successo in Europa, qualcuno pensò bene di mangiarsi pure le foglie della pianta della patata, foglie che contengono solanina e scopolamina, due alcaloidi che possono provocare effetti allucinogeni e che secondo credenza popolare poteva permettere il cosiddetto "volo stregonico". Non solo questo però, il Pievano di Gallicano così scriveva: "Gran parte dei contadini della montagna, sono intimamente persuasi che l'irregolarità delle stagioni sia effetto della coltivazione delle patate"...  

Ma il tempo come si sa è galantuomo e finalmente anche in Garfagnana ci si rese conto della bontà del prodotto. Oggi la patata è uno dei nostri prodotti d'eccellenza, la patata rossa di Sulcina è di una
Il pane di patate della Garfagnana
prelibatezza unica, che dire poi del nostro pane di patate (per saperne di più clicca 
http://paolomarzi.blogspot.com/2017/08/una-storia-antica-il-pane-di-patate.html) e le squisite torte sono impareggiabili. 
In definitiva, come abbiamo letto, mai nessun alimento al mondo come la patata ha dovuto penare così strenuamente per affermarsi sulle nostre tavole. La sua definitiva consacrazione gli fu data perciò dal premio Nobel per la letteratura Knut Hamsun quando nel suo libro "I frutti della Terra" così la descrisse: "La patata è un vegetale senza paragoni, che resiste alla siccità come all'umidità e cresce ugualmente; che sfida le intemperie e ripaga al decuplo le poche cure che l'uomo le concede. La patata non ha il sangue dell'uva, ma possiede la carne della castagna; si può cuocere
sotto la cenere, o nell'acqua bollente, o friggerla. Chi ha la patata può fare a meno del pane. Non occorre aggiungervi molto, ed ecco preparato un pasto; la si mangia con una tazza di latte, con un'aringa: è sufficiente. Il ricco la mangia con il burro; il povero si accontenta di condirla con un pizzico di sale".



Bibliografia:

  • "Italiani mangiapatate. Fortuna e sfortuna della patata nel Belpaese" di Davide Gentilcore . Il Mulino 2013
  • Studi interdisciplinari su varietà di patate di Stefano Martino e Arturo Alvino , maggio 2010, Lulu edizioni

mercoledì 17 ottobre 2018

Napoleone...ecco come cambiò il dialetto garfagnino (e non solo quello)

Eppure, lui parlava italiano...anzi il suo modo di esprimersi era
molto vicino al dialetto fiorentino e pisano, tuttavia la sua prorompente discesa in Italia lasciò un segno indelebile nel Paese, aggiungendo (fra le altre cose) alcuni vocaboli al nostro vernacolo garfagnino (così come ad altre parlate) inserendovi dei sofisticati francesismi...Chi era costui? Nientepopodimeno che Napoleone Bonaparte.
Facciamo chiarezza subito su questa cosa, che a molti potrà risultare strana e bizzarra.
Napoleone come tutti sappiamo nacque in Corsica (Ajaccio)nel 1769 quando ormai da poco più di un anno l'isola era stata ceduta dalla Repubblica di Genova alla Francia. La stirpe dei Bonaparte difatti vantava nobili origini toscane e a quanto pare si trasferì in Corsica nel 1567, entrando da subito a far parte della piccola borghesia corsa. In Corsica la lingua ufficiale era l'italiano e Napoleone nacque e crebbe parlando italiano, i suoi genitori erano italiani al 100%, tant'è che Carlo Maria Buonaparte (padre del futuro imperatore di Francia)si laureò avvocato all'università di Pisa e il casato della madre, Maria Letizia Ramolino, faceva parte della nobile stirpe toscana che porta tal nome. Non a caso nel suo esilio di Sant'Elena ebbe così a dire:"Io mi sento italiano o toscano piuttosto che corso".
Nondimeno si fece scrupoli della Patria dei suoi avi, quando nel
la casa dove nacque Napoleone ad Ajaccio
1796 (nella prima campagna d'Italia) mise a ferro e fuoco la nostra nazione sotto l'egida francese. A ciò non scampò nemmeno la nostra Garfagnana quando il 7 maggio 1796 il duca Ercole III d'Este padrone e signore (anche) della Garfagnana stessa, scappò a gambe levate a Venezia, lasciando la patata bollente di trattare la resa con Napoleone al fratello, Don Federico d'Este conte di San Romano. La resa fu ottenuta a caro prezzo con un atto di totale sottomissione, sborsando oltretutto soldi sonanti come indennità. Per farla breve la dominazione napoleonica e quindi francese anche nella Valle del Serchio durò circa quindici anni, influenzando la società italiana in tutti i suoi aspetti: politico, amministrativo, finanziario e addirittura anche linguistico...facendo penetrare la fine lingua francese, pure nel rude dialetto garfagnino. D'altra parte nel 1805 si costituì la Repubblica di Lucca a cui verrà annessa la Garfagnana con a capo
Elisa Bonaparte
l'augusta sorella Elisa Bonaparte, che teneva particolarmente a dare un'impronta transalpina al suo dominio (per saperne di più: http://paolomarzi.blogspot.com/quando-la-garfagnana-si-ribello.html). Ecco allora, che piano, piano, alcune parole francesi vennero adottate e "dialettizzate" nell'uso del parlar comune, giungendo inalterate fino ad oggi.

Facciamo quindi questo curioso viaggio franco-dialettale lasciato in eredità  a tutta la Garfagnana (e alla provincia di Lucca in genere) da sua maestà Napoleone Bonaparte.
Cominciamo prima con una curiosità. Quante volte abbiamo sentito dai nostri nonni parlare di FRANCHI riferendosi alle vecchie lire? Ebbene, dopo la rivoluzione francese, in Francia venne adottato come moneta unica il franco che sostituiva la livre (la lira), anche in Italia con l'avvento di Napoleone, durante la seconda campagna d'Italia venne introdotta la lira (vecchio nome della moneta francese) e così in una sorta di confusione "monetaria" si confondevano le due valute che generalmente venivano appunto chiamate "franchi". Del TIRABUSCIO' che dire? Il vocabolo deriva da "tire-bouchon", ovverosia cavatappi. O sennò chi non ha sentito da qualche anziano l'esclamazione: TAMPI'? come a significare: pazienza! Questo termine nasce da "tant pis". Chi non ricorda invece il bel "COMO'" della
comò
nonna? In Francia era il "commode" i cassettoni dove si riponevano le profumate lenzuola, magari queste lenzuola rendevano il letto molto SCICCHE, cioè elegante e di gusto (da "chic"). La BUGIA invece non è solo una menzogna, ma è anche un piccolo candeliere basso dotato di manico, infatti in francese "bougie" significa proprio candela. Anche le signore altolocate nel farsi belle impararono un nuovo vocabolo: il farsi la TOELETTA, da "toilette" che si riferiva (in questo caso) al mobile usato in passato per pettinarsi e truccarsi e sempre a proposito di persone altolocate, a loro sicuramente non poteva mancare lo SCIOFFER, colui che conduceva le eleganti carrozze del tempo,con il passar degli anni lo "chauffer"
bugia
assumerà il significato più ampio di conducente. L'ultimo termine è quello più franco-garfagnino che esiste e la "cerise" francese non può altro che essere la CERAGIA garfagnina, nonchè la ciliegia italiana, anche se qui, ad onor del vero pare essere la radice latina che ha portato le varie modifiche a questo nome nei vari idiomi.

Insomma, questa è la prova di come le conquiste di questi valorosi condottieri non cambiano solamente la politica di una nazione e il suo modo di vivere, ma certe volte arrivano a modificare anche il modo di parlare. Da questo punto di vista, meglio di noi italiani non lo sa nessuno, dopo millenni ancora oggi le vittorie di Roma hanno segnato per sempre il modo di parlare di milioni e milioni di persone e proprio la lingua parlata dai romani, la lingua latina è il fondamento degli idiomi fra i più parlati (Francese, Spagnolo e Portoghese)...Roma docet...



Bibliografia


  • Un particolare ringraziamento a Giampiero Della Nina che mi ha permesso di attingere da un suo articolo per ricercare queste bizzarre parole