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mercoledì 12 febbraio 2020

Quando Hollywood arrivò nella Valle del Serchio...

Sei nomination all'Oscar, un Oscar alla carriera nel 2015,
Una scena del film:
 "l'Omo Morto sullo sfondo"
un'ennesimo nel 2019 per il film "Blackklansman" consegnato per la miglior sceneggiatura non originale, altri film pluripremiati come: 
"Malcom X", "Jungle Fever", "La 25a ora", "Inside Man". Nel 2020 sarà presidente della giuria del Festival di Cannes, eppure... quando il regista Spike Lee venne in Garfagnana e nella Valle del Serchio arrivò certamente con tutti gli onori, ma se ne andò fra mille polemiche. Una storia complicata questa, di quando Hollywood, con l'H maiuscola giunse dalle nostre parti. Sono già passati dodici anni dall'uscita del film "Miracolo a Sant'Anna" e
La locandina del film
tutto cominciò sotto i migliori auspici. Nel 2007 già erano state scelte le location e le date per le riprese del film, le lettere per i vari permessi erano state già inviate ai comuni interessati: Borgo a Mozzano, Careggine, Stazzema, Camaiore, e Pescaglia e per quanto riguarda la Garfagnana il film sarebbe stato girato dal 15 ottobre al 15 dicembre del solito anno e in ogni caso la produzione rassicurava gli amministratori che l'uso che veniva fatto di ambienti e locali sarebbe stato ripristinato come in origine e sopratutto si diceva che sarebbe stata garantita la massima sensibilità nei confronti del dramma subito dalla gente, questo è quanto di più bello era nelle intenzioni. 
L'occasione poi sarebbe stata perfetta, finalmente la Valle del Serchio avrebbe avuto la sua opportunità di farsi conoscere al mondo attraverso uno dei mezzi di comunicazione più potenti: il cinema americano. La nostra storia, i nostri paesaggi e la nostra cultura sarebbero stati veicolati in tutto il pianeta. Una circostanza accolta con tutti i buoni propositi da amministratori locali e popolazione, ma purtroppo non è tutto oro quello che riluce...
Ma partiamo dall'inizio e analizziamo gli eventi dalla loro nascita.  Il film "Miracolo a Sant'Anna" fu tratto dall'omonimo
Lo scrittore James Mc Bride
libro di James Mc Bride che uscì nel 2000. James Mc Bride, scrittore di fama, già era stato nella Valle del Serchio quando all'epoca il sindaco di Barga Umberto Sereni ebbe l'occasione di invitare a Sommocolonia i reduci afro americani della 92a Divisione Buffalo, che nel paese, durante la seconda guerra mondiale, nella famosa battaglia di Natale del dicembre 1944 si misero in luce con atti eroici. Fu qui, che lo scrittore prese ispirazione per scrivere il suo romanzo, in quei luoghi che videro lo zio di Mc Bride combattere per la liberazione della Garfagnana:"E' stato Enrico Tognarelli, il figlio di un partigiano che ha combattuto a fianco di mio zio Henry su quella montagna, il primo a farmi conoscere Sant'Anna di Stazzema. Ci incontrammo a Sommocolonia nel 2000, io ero venuto in Italia con alcuni veterani della Buffalo. Sono molte le persone, partigiani, soldati, civili ad aver ispirato il mio lavoro. Non solo, ma i campi, i castagni, i boschi, i crinali, le montagne che descrivo nel libro sono quelli
Sommocolonia
che ho visto a Sommocolonia"
. Lo stesso Tognarelli raccontò come nacque l'incontro: "Alcuni rami della mia famiglia emigrarono in Inghilterra e negli Stati Uniti. La gente di Barga sapeva che parlavo inglese e allora mi presentò Mc Bride. Gli parlai così di mio padre Franco, partigiano nella brigata Pippo (n.d.r: gruppo partigiano comandato da Manrico Ducceschi, alias Pippo) e di mio zio Gianni e anche dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema". Rimase il fatto che una volta uscito questo libro fece breccia su un altro amico di James: il regista Spike Lee, che ne volle fare un film, sarebbe stata l'ennesima occasione di mettere in risalto un tema a lui caro, la condizione sociale dei negri d'America. Il film tratta infatti le vicende di una pattuglia di soldati afro americani della 92a Divisione Buffalo, dispersi nelle montagne della Garfagnana nell'autunno del '44. Il razzismo diffuso fra le truppe
Spike Lee
statunitensi, l'incontro fra culture diverse e il rapporto fra questi soldati e un bambino sopravvissuto alla strage di Sant'Anna di Stazzema è il filo conduttore della pellicola. Le riprese cominciarono così il 15 ottobre del 2007 e durarono undici settimane. Un periodo di tempo in cui Pian di Gioviano e il fiume Serchio diventeranno scene di battaglia fra americani e tedeschi, dove le montagne che compongono "L'Omo Morto" vigileranno su questi soldati come un attento osservatore e la brulla strada di Arni vedrà il radunarsi delle truppe naziste per prepararsi all'efferata strage, mentre il paese di Colognora di Pescaglia sarà la location dove si svolgerà tutta la triste vicenda, ma non solo, naturalmente anche Sant'Anna di Stazzema, la sua piazza e la sua chiesa dove ci fu il triste epilogo dei tragici fatti diventerà protagonista della pellicola, anche la villa che fu della duchessa Maria Teresa di Savoia a Capezzano Pianore si trasformerà nel quartier generale americano. Insomma, tutto era bello ed interessante, ma la cosa cambiò quando il film uscì nella sale
Scene di guerra sul fiume Serchio
nei pressi di Pian di Gioviano
cinematografiche, il 26 settembre 2008 negli Stati Uniti e il 3 ottobre in Italia. La critica lo stroncò inesorabilmente, ma altre diatribe, polemiche e accuse furono mosse dall'A.N.P.I (associazione nazionale partigiani d'Italia), dagli storici, dalla popolazione e dai sopravvissuti dalla strage di Sant'Anna di Stazzema. Ma andiamo per ordine ed analizziamo tutto. Partiamo da cose puramente di stile e di pronuncia delle nostre località, che d'accordo, saranno pure poca cosa, ma se ciò non viene fatto correttamente significa non aver rispetto del territorio e conoscenza dei luoghi: il Serchio viene menzionato la e chiusa, mentre il paese di Torrite, viene pronunciato con la I accentata, inoltre Valentina Cervi (che nel film interpreta la bella paesana Renata) nel film parla di Castelnuovo, Vergemoli, Torrite, Rontano, Barga e Pietrasanta come se fossero paesi a poca distanza fra di loro, raggiungibili in poco tempo e non eventualmente con ore e ore di cammino. Anche la tradizione e la leggenda garfagnina vengono usurpati nel buon nome del cinema americano, infatti si racconta la leggenda de "L'Omo Morto" (nel film è chiamato "l'Uomo che Dorme"!!!), 
una storia tutta diversa da quella che è, e poi, in una nota di colore non si è
Sul set del film
(foto gentilmente concessa
 da Graziano Salotti)
voluto nemmeno far mancare "un omaggio" a Giovanni Pascoli, dando un tocco di umanità ad un ufficiale tedesco che legge le poesie del poeta. Insomma, quello che ne esce è un calderone di argomenti mai approfonditi e trattati con superficialità, tanto che, anche gli storici a suo tempo ebbero da ridire: mai è esistito a Gallicano il comando generale della Divisione Buffalo e più che altro quello che ha fece sobbalzare sulla sedia gli studiosi fu l'intrecciarsi scollegato e confuso di due vicende di guerra locale distanti nel tempo e ben diverse per svolgimento dei fatti, come la Battaglia di Natale del dicembre 1944 avvenuta in Garfagnana e l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema che accadde il 12 agosto 1944. Non mancano nemmeno curiosità ed errori sui personaggi del film, che sono d'ispirazione a personaggi realmente esistiti, Peppi infatti non è altro che il capo partigiano Manrico Ducceschi, comandante dell'XI Zona Patrioti, ma a Sant'Anna non è mai stato, lo ribadì a suo tempo Tognarelli: "
Nel libro tante cose sono inventate di sana pianta.Ho raccontato io a McBride di
Pierfrancesco Favino
nel film interpreta
Peppi 
Pippo. La sua storia. Lui l’ha messo nel libro chiamandolo Peppi, su questo non ci sono dubbi. Ma non è mai stato a Sant’Anna. Da dov’era ci avrebbe messo giorni per arrivarci, mentre nel libro c’è un sentiero che non si sa come attraversa l’Uomo morto. Non so se ci fossero partigiani a Sant’Anna, non credo. Di certo non c’erano quelli dell’XI, non era zona nostra. Così come è fantasia il tradimento del suo braccio destro. Non so perché se lo sia inventato, però non ci sono rimasto così male. So benissimo che si tratta di un romanzo di fantasia".
A quante pare sembra realmente vissuto anche Angelo, il bambino protagonista del film, che nella pellicola una volta diventato adulto paga la cauzione ad uno dei reduci della Buffalo, infatti così affermò l'ex Sindaco di Barga Sereni:
"L’ho riconosciuto leggendo il libro, si tratta di Mario Ricci. Era un grande imprenditore, adesso è morto, per qualche anno ha vissuto alle Seychelles. Nel romanzo la scena si svolge alle
Matteo Sciabordi,
nel film è Angelo
Bahamas, ma non ho dubbi che sia lui
". Ma l'accusa più pesante venne dall'A.N.P.I, a suscitare le polemiche fu il modo in cui vennero descritti i partigiani e il fatto che fu uno di loro, con il tradimento, a determinare la carneficina di Sant'Anna, un episodio mai avvenuto nella realtà come sentenziato dal Tribunale militare di La Spezia nel 2005: "Non si trattò di rappresaglia (ovvero di un crimine compiuto in risposta a una determinata azione del nemico), si trattò di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore. L'obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona". Nei superstiti della strage fu forte la sensazione che il loro dramma fu usato nel film
La vera strage
di Sant'Anna di Stazzema
come un pretesto, perchè ciò che veramente interessava a Lee e a Mc Bride era mostrare il ruolo che ebbe un battaglione di soldati afro americani nella guerra di liberazione. 

Ma come è giusto che sia anche Spike Lee e James Mc Bride all'epoca dissero la sua sulla squallida vicenda:"Mi sono chiesto se era più giusto scrivere un libro di storia o un romanzo- così disse lo scrittore-, poi ho optato per quest'ultimo perché volevo che la storia si trasformasse in una rivelazione. Mi interessava parlare non solo della guerra, ma anche di tutte le difficoltà che questa comportava per gli italiani. Avevo uno spazio limitato e ho trovato nei due personaggi dei partigiani dei simboli per far vedere come la guerra poteva distruggere anche i rapporti di amicizia. Mi dispiace
Veri soldati
della Divisione Buffalo...
se ho offeso in qualche modo la sensibilità dei partigiani e degli italiani e chiedo scusa. Noi come persone di colore ci sentiamo ancora più vicine a questa situazione e sappiamo come sia difficile avere a che fare con libri su di te scritti da altre persone, ma bisogna dire che anche noi abbiamo partecipato a quella guerra, non stiamo parlando di cose lontane da noi. La mia missione era portare questa vicenda al pubblico, poi le cose sbagliate si possono correggere ed è già una cosa buona se oggi le persone parlano di questo e non del Grande Fratello". 

Il regista fu molto meno accondiscendente dello scrittore: "Come regista del film non chiedo scusa a nessuno. Ci sono tante questioni ancora aperte, c'è un capitolo della storia italiana che non è stato ancora risolto e se vengono fuori queste polemiche significa che il periodo della resistenza è una ferita ancora aperta in Italia.
...e quelli del film
All'epoca i partigiani non erano amati da tutta la popolazione, come era anche per quelli francesi, che facevano quello che dovevano fare e poi si rifugiavano sulle montagne, lasciando la popolazione in balia delle rappresaglie tedesche. Ci sono diverse interpretazioni su ciò che è successo a Sant'Anna, ma la storia è che per un tedesco ucciso, dieci civili italiani dovevano morire, e nel mio film è chiaro il mio punto di vista sulla questione e non ci possono essere fraintendimenti in proposito".

Nonostante il titolo del film non fu un miracolo quello fra la Valle del Serchio (i nostri vicini) e Hollywood, anzi. Alcuni moderni benpensanti ci accusarono di provincialismo e di essere dei poveri illusi: "la legge del cinema
americano guarda solo al businnes, a loro non importa niente della storia e della tradizioni" così dissero. Ma d'altronde c'era e c'è poco da fare, in Garfagnana e nella Valle del Serchio alle nostre memorie e alle nostre usanze pretendiamo rispetto...in barba ai milioni di dollari Hollywood.



Bibliografia

  • "Il Tirreno" mercoledì 1 ottobre 2008 pagina 4 "Ecco il vero miracolo" Le stoie dei partigiani che hanno ispirato Lee

giovedì 30 gennaio 2020

I Gurkha nepalesi, soldati dimenticati nella storia della Garfagnana

Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda, Sud Africa,
Francia, Polonia, Italia, Brasile, India, Nepal, Belgio, Jugoslavia, Grecia, Terranova, Caraibi, Siria-Libano, Cipro, Senegal, Lesotho, Swaziland, Botswana, Seychelles, Mauritius. No, non è una sorta di "villaggio globale", ma fu lo stesso generale inglese Alexander che nelle sue memorie sui tragici fatti della Campagna d'Italia, durante la seconda guerra mondiale, elencò di avere avuto a sua disposizione contingenti militari di ben ventisei nazioni, una vera e propria Babele di razze e di lingue che si presentarono per la prima volta di fronte all'attonito popolo italiano. Anche i garfagnini per la prima volta si trovarono davanti a persone dalle fisionomie diverse dalla loro, molti furono presi da un vero e proprio senso di sbigottimento, lo stupore di trovarsi davanti persone "diverse" che parlavano un'altra lingua e avevamo abitudine differenti fu un vero shock, perdipiù (anche se alleati) la diffidenza aumentava: questi uomini erano armati fino ai denti. 
In Garfagnana, sul fronte della Linea Gotica si attestarono soldati
Soldati americani della
92a divisione Buffalo
di diverse nazioni, oltre ai tedeschi (che nelle loro truppe avevano austriaci, slavi e polacchi), c'erano americani (sopratutto gli afro-americani della 92a Divisione Buffalo) e i Brasiliani della F.E.B, che insieme furono i protagonisti assoluti dello scenario bellico garfagnino, ma ci furono altri soldati che quando furono chiamati a supporto della V Armata Americana si fecero trovare subito pronti e anche se il loro intervento nella valle fu marginale, non gli è stato mai riconosciuto il merito che probabilmente gli spettava, bene o male sarebbero stati pronti a morire per la liberazione della Garfagnana, proprio come gli stessi brasiliani e americani, il destino e gli eventi poi gli evitarono di scendere direttamente in battaglia, ma questo è un altro discorso. Questi soldati facevano parte dell' VIII Armata Britannica, ma erano tutt'altro che inglesi, erano i nepalesi della Brigata Gurkha.


Fieri, coraggiosi, leali fino alla morte hanno combattuto a fianco degli inglesi in tutte le guerre, la regina Vittoria li chiamava "i miei piccoli orientali così prodi e fedeli". Fedeli, in quanto erano legati da un debito di gratitudine alla corona inglese che li aveva difesi durante un invasione cinese. 
"Ayo Gurkha!", era il grido di battaglia che da oltre un secolo e mezzo precedeva l'attacco che lanciavano ai nemici di Sua Maestà. La loro tipica arma era il kukri, un micidiale coltello dalla lama ricurva e il loro nome deriva dalla città nepalese omonima. Piccoli, robustissimi erano i figli della dimora dei ghiacci: L'Himalaya, il loro coraggio veniva proprio da quella terra, dallo dura lotta con la vita e in questo se si vuole e con le dovute proporzioni erano simili ai garfagnini, dato che fin dalla
Il Kukri arma tipica dei Gurkha
nascita i genitori abituavano i loro figli a non sentire la fatica, a camminare molte ore al giorno per cacciare e per procurarsi i beni essenziali. Fieri e sicuri di se si rivelarono combattenti ideali per situazioni disperate, quando ogni altro reparto sembrava ormai sconfitto e con il morale sotto i piedi, allora venivano chiamati i Gurkha, proprio come nel caso della celeberrima Battaglia di Natale che si svolse in Garfagnana tra il 26 e il 28 dicembre 1944. Un'offensiva tedesca che sbaragliò le posizione alleate respingendoli di diversi chilometri, che vide, nonostante la valorosa reazione, il pauroso sbandamento della 92a Divisione Buffalo. Gli afro americani si erano ritirati in maniera disordinata per oltre dieci chilometri, lasciando, armi, munizioni,viveri e attrezzature nelle mani del nemico. La situazione a questo punto era allarmante per gli alleati, bisognava tappare la falla che si era creata su quel tratto di Linea Gotica garfagnina. Già da giorni però gli americani avevano notato strani movimenti di truppe tedesche e fu deciso così di mettere in allerta anche l'VIII Divisione Indiana e i Gurkha che ne facevano parte. Nel solito mese infatti, la 2a Divisione Neozelandese, insieme alla Divisione

Indiana, liberarono Faenza sul settore Adriatico della Linea, di fatto la resistenza sul fronte si fece più tranquilla, fu così, per questo motivo che Gurkha furono mandati in supporto alla disfatta alleata che si stava compiendo in Garfagnana. Quando arrivano però i valorosi soldati nepalesi, i tedeschi si erano già ritirati sulle posizioni di partenza, pertanto non ci fu nessun intervento diretto nella battaglia, ci furono però casi sporadici di guerriglia contro uomini della San Marco che stavano ripiegando, alcune unità d'avanscoperta dei Gurkha furono attirate in un'imboscata che si concluse con la distruzione di due mezzi blindati e la perdita di diversi soldati da ambo le parti. Altra documentazione sulla loro presenza(almeno a me), oltre ai fatti nudi e crudi dei loro interventi in Garfagnana non rimane, rimangono però impresse nella mente le parole di un anziana e minuta donna nepalese, moglie di Santa Bahaudur Rai, soldato Gurkha, morto in Garfagnana per circostanze sconosciute: "Non ricordo quando mio marito si arruolò. Dopo circa sei anni seppi che era arrivata una lettera. Mio suocero non si preoccupò di spiegarmene il contenuto. Mi disse solo che mio marito non c'era più, e che avremmo dovuto
celebrare i riti funebri. Seguii semplicemente le istruzioni e feci quanto mi chiesero di fare. Non potevo credere che mio marito fosse morto. Non ho mai visto il suo cadavere. Mio padre avrebbe voluto che mi risposassi. Ma non sono mai riuscita a dimenticarlo. Mantengo ancora la speranza che un giorno possa apparire di nuovo. In più di un'occasione ho sentito dire che era ancora vivo ed era stato promosso capitano"(n.d.r.: testimonianza raccolta da Luca Villa dell'Istituto beni culturali).Di li a poco i valorosi nepalesi vennero trasferiti a Pisa per un periodo di riposo. Ma quello che non fecero in Garfagnana,fu fatto prima a Montecassino e poi sempre sulla Linea Gotica nella parte adriatica, fu li in quella zona d'Italia  che lasciarono un segno tangibile del loro valore, tanto che a Rimini esiste il "Rimini Gurkha War Cimitery" dove sono sepolti 790 "Royal Gurkha Rifleman", si stima che in Italia persero la vita circa diecimila uomini, tutti
"Rimini Gurkha War Cimitery"
giovani di età compresa fra 18 e 26 anni. Ci furono molti atti di coraggio, come accadde a Sher Bahadur Thapa insignito della Vittoria Cross, il massimo riconoscimento conferito ad un soldato al servizio di Sua Maestà Britannica, per aver tentato insieme ai suoi compagni di espugnare San Marino o Thaman Gurung che ebbe la stessa sorte due mesi dopo presso Monte San Bartolo. Oggi i Gurkha esistono sempre, sono 3640 soldati, facenti parte di uno dei più prestigiosi corpi militari del mondo. Ormai è dal 1815 che prestano servizio per la corona del Regno Unito, il loro ultimo compito è stato quello di sorvegliare lo storico incontro tra il presidente americano Trump e quello
nordcoreano Kim Jong-Un. Ma quello che non si può dimenticare è che furono inviati a combattere in un Paese lontanissimo da loro; si chiamava Italia e all'Italia donarono il loro coraggio, i loro sogni e la loro stessa vita.   




Bibliografia:

  • "Arrivano i Gurkha" di Luca Villa, casa editrice "Il Ponte" anno 2007
  • "Il Rimini Gurkha War Cimitery", oltremagazine.com, di Daniela Argiropulos, ottobre 2009

martedì 30 agosto 2016

Un partigiano scomodo: Manrico Ducceschi alias "Pippo". Un'ennesima storia che appartiene ai misteri d'Italia

Manrico Ducceschi
Il mio amico Stefano mi ha sempre stimolato(giustamente) ad interessarmi alla vita di quest'uomo di cui andrò a raccontare e che proprio il 26 agosto scorso ricorreva l'anniversario di morte. Stimolato dalla curiosità mi sono messo sotto e dopo approfondite ricerche  ho avuto conferma per l'ennesima volta di una teoria che aveva un mio vecchio professore di storia e diceva pressapoco così: "...la storia è fatta dagli uomini, alcuni di questi uomini il fato (ma non solo...) vuole che rimangono agli onori della cronaca, altri ancora che questa storia hanno contribuito anch'essi a scriverla in maniera sostanziale, spesso e volutamente rimangono dimenticati". Per questo mi pare giusto e doveroso ricordare questi personaggi anche se hanno da raccontarci vicende fastidiose, poco chiare e a dir poco misteriose. Questo articolo ha infatti l'intento di riportare a galla la storia di un partigiano "anomalo" e scomodo allo stesso tempo: Manrico Ducceschi, nome di battaglia "Pippo", che attraverso le sue azioni contribuì anche alla liberazione della Garfagnana dal nazi-fascismo. Questi accadimenti che andrò a narrare fanno parte di quei fatti ormai (oserei dire) tipicamente italiani, dove tutto è sempre nebuloso e spesso manipolato, la storia d'Italia infatti è piena di queste vicende, dal delitto Moro,a Ustica per arrivare perfino al referendum monarchia Repubblica...Ecco, a questi fatti appartiene anche la storia di "Pippo".
Manrico nacque lontano dalle nostre terre, nacque a Capua in provincia di Caserta l'11 settembre del 1920, la sua nascita in terra di Campania è puramente casuale ed avviene durante un viaggio della madre. La famiglia infatti è di Pistoia, città in cui vive insieme al padre Fernando (agronomo di professione), alla mamma Matilde e alla sorellina Leila. La vita scorre tranquilla, il ragazzo frequenta l'antico liceo "Forteguerri", non si interessa di niente in particolare, gli stravolgimenti politici del tempo non lo toccano minimamente, il suo profitto a scuola per di più non è niente di eccezionale, il ragazzo indubbiamente è intelligente- ma come dicono i professori- il suo conformismo gli tarpa le ali.
"Pippo" in gioventù sulle nevi
 dell'Abetone
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
Comunque sia, finito il liceo gli si aprono le porte dell'università, la facoltà di lettere di Firenze lo aspetta e in questo caso anche con profitto. Il suo torpore sociale finisce in quegli anni, prende contatti con "Giustizia e libertà" (n.d.r: movimento politico liberal-socialista), non trovando però conformità di idee. Gli anni passano e arriviamo ai giorni seguenti all'armistizio dell'8 settembre, Manrico si trova a Tarquinia dove frequenta la scuola di allievi ufficiali nel V reggimento alpini. Il caos in quei giorni è totale,nonostante tutto fortunatamente riesce a sfuggire all'arresto dei nazisti che lo vogliono arruolare nelle milizie della R.S.I e così in qualche maniera riesce a tornare a Pistoia, poi a Firenze dove si mette in contatto con il Partito di Azione. In quel giorno nasce così la leggenda di "Pippo" che viene inviato subito sulla montagna pistoiese con pochi compagni dove dapprima assume il nome di battaglia di "Pontito", mostrando ben presto capacità organizzative notevoli. Nel settembre 1944 fonda la brigata "Rosselli" che prende anche contatti con il Comitato di Liberazione Nazionale di Lucca, costituendo di fatto una rete di nuovi combattenti e simpatizzanti e con l'aiuto di preti, pastori e qualche carabiniere riesce a tessere una rete di informatori di tutto rispetto, riuscendo così, grazie a queste informazioni a portare a termine le prime azioni di sabotaggio, preludio dei successi che otterrà nei seguenti mesi. L'entusiasmo per questa impresa è alle stelle, il nuovo nome di battaglia lo inorgoglisce:"Pippo", era di fatto anche il soprannome di Giuseppe Mazzini e questo è un motivo in più per proseguire la sua lotta. Il quartier generale d Pippo è sull'Alpe delle Tre Potenze, zona nevralgica fra le province di Pistoia, Lucca, e Modena, di li può coordinare tutte le azioni belliche sulla Linea Gotica, coprendo di fatto la Val di Lima, L'Abetone e la Garfagnana. Il 16 marzo 1944 la formazione partigiana da lui comandata assumerà la denominazione ufficiale di "Esercito di Liberazione Nazionale-XI Zona Militare Patriotti", prendendo l'impegno sempre gelosamente difeso dal suo capo in persona di darsi finalità assolutamente apolitiche, nelle divisioni di partito vedeva proprio un serio ostacolo per una rapida vittoria contro il nazi-fascismo, da qui si cominciò ad attirare le prime
Pippo dal balcone saluta i suoi uomini
 dopo una riuscita incursione
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona") 
forti antipatie... 
Vale la pena, a questo proposito, citare un brano scritto da Maria Luigia Guaita, inviata presso di lui dal CTLN (n.d.r: comitato toscano liberazione nazionale) per ottenerne una relazione:


"Pippo era uno dei comandanti più autorevoli e stimati di tutta la Toscana.Già a giugno aveva sotto di sé più di mille uomini ormai equipaggiati e armati, era la formazione più forte di tutto il pistoiese e dintorni.Era il migliore dei nostri comandanti.Lo ricordavo appena dieci mesi prima studente di lettere timido, serio, il più giovane fra gli amici, ora lo guardavo comandante partigiano, ancora più magro, più calvo, ma abbronzato e sicuro di sé, incuteva soggezione e affetto, gli dissi quello che volevano conoscere al comando militare. Tornò con le indicazioni richieste, allora gli mostrai varie copie dei punti programmatici del Partito d’Azione e altri opuscoli di propaganda. Per i politici era importante quanto il combattere che i partigiani maturassero nelle idee. Pippo sorrideva:-Non li butterai mica via?- gli dissi-Ci costano tanto di ansie e di soldi!- -E chissà quante discussioni- disse Pippo e rideva, mi accorsi che nel fondo era triste e deluso, scuoteva la testa".

La politica a lui non interessava per questo si distaccò sempre di più dai comitati di liberazione nazionale prediligendo di fatto la collaborazione con gli alleati. La scelta di Pippo era prettamente militare a lui non interessavano gli equilibri politici, a lui interessava la libertà del suo Paese e questo lo dimostrò in pieno con azioni militari precise e calibrate, vere e proprie battaglie venivano ingaggiate con i tedeschi, supportate anche dall'aviazione americana. I rapporti con gli alleati e con l'esercito brasiliano saranno sempre più stretti e porteranno al clamoroso successo dell'otto giugno 1944 nei pressi dell'Abetone dove dopo scontri a fuoco con i soldati della Repubblica Sociale vennero recuperati importantissimi documenti militari, alcuni dei quali ancora oggi secretati negli archivi statunitensi. Arriveranno anche i successi con la esse maiuscola in Garfagnana(coadiuvati sempre dalla V armata americana) con la liberazione di Bagni di Lucca il 28 settembre, poi Barga il 9 ottobre. Oramai la brigata partigiana di Pippo era un tutt'uno con gli americani tant'è che entrerà  a far parte in pianta stabile dell'esercito alleato prestando servizio "come truppe di linea inquadrata in forma di reparto regolare ed organico" indossando addirittura divise ed equipaggiamento americano. Presero parte anche nella famosa "Battaglia di Natale" (la battaglia più famosa di tutta la Valle del Serchio) dove persero parecchi uomini, riuscirono però a "tenere botta" alla prorompente forza tedesca,
Autocolonna brasiliana che scende
 la Val di Lima(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
dando così il tempo necessario alle truppe americane di potersi riorganizzare. Si era ormai però agli sgoccioli della guerra, i tedeschi battevano in ritirata e l'XI Zona di Pippo era una fra le poche formazioni partigiane (l'unica in Toscana) che fu mantenuta in piena efficienza (n.d.r: alle altre formazioni partigiane una volta liberato il territorio veniva imposto dagli alleati il disarmo e lo scioglimento della stessa), gli americani inoltre concessero l'onore a Pippo e ai suoi uomini di avanzare insieme a loro nell'offensiva finale partecipando fattivamente alla liberazione di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza per entrare poi trionfalmente a Milano. La fama di Pippo era alle stelle, gli alleati continuavano a dargli onori e gratitudine, venne infatti accordato ulteriormente di: "tenere le armi e combattere fino ai territori tedeschi", onore che non avrà il tempo di godere poichè la Germania capitolò. La storia partigiana di Pippo finì poco dopo, tutta la formazione dell' XI Zona rientrò all'Abetone con armi e automezzi e li ci fu lo sciogliete le righe. Gli americani a fine conflitto conferirono a Pippo l'alta onorificenza america della Bronze Star Medal, uno dei maggiori riconoscimenti militari degli Stati Uniti d'America, ma però nel contempo le più pericolose gelosie aumentavano...



La bronze star Medal
di Manrico (foto tratta
dal blog "Manrico Ducceschi
detto Pippo comandante XI Zona")
Qui, a guerra finita comincia un'altra storia,la più misteriosa, la più sporca e la più triste. Manrico nel dopoguerra si trasferisce a Lucca dove risiede in Piazza San Michele, non è un buon momento per il comandante, adesso che la lotta armata è finita sono le diatribe politiche quelle che tengono banco, quelle che lui aveva sempre odiato, per di più alcuni processi pendono sul suo capo per azioni e condanne decretate nei confronti dei fascisti colpevoli,da questi
processi esce comunque sempre assolto. Arrivano così i delicati anni fra il 1947 e il 1948, anni complicati, l'assetto politico è instabile e non certo privo di pericoli. Le elezioni dell'aprile '48 e il conseguente attentato a Togliatti portano l'Italia sull'orlo di un'altra guerra civile. Pippo viene contattato nuovamente dagli americani è pronto a tornare in gioco per scongiurare un eventuale "pericolo rosso", ma rifiuta poi di riprendere le armi perchè coinvolti in questa operazione anche ex fascisti, fattostà che Il 24 agosto 1948 Pippo deve recarsi a Roma ma al ritorno ha già preannunciato che denuncerà fatti e circostanze che offuscano l'operato di alcuni gruppi partigiani. Viene rinvenuto  in casa, impiccato con la cintura dei propri pantaloni da alcuni componenti della formazione a lui molto vicini il giorno 26,  e inizierà così il mistero relativo alla sua morte. Ecco quindi a tal proposito un articolo de "Il Tirreno" di Laura Poggiani nipote di Manrico:


"..In questo contesto la mattina del 26 agosto 1948, fu rinvenuto cadavere nella sua casa di Lucca il Comandante partigiano Manrico “Pippo” Ducceschi. Alle ore 14 di quel giorno infatti, i più stretti collaboratori di “Pippo” ossia Giuliano Brancolini, Mario De Maria e Enrico Giannini si presentarono  al Comando Guardie di P.S. per denunciarne la morte e successivamente gli inquirenti, recatisi sul posto, dopo i sopralluoghi di rito, decisero di procedere con l’autopsia. Questa, eseguita il giorno seguente, metteva in rilievo come la morte risalisse al giorno 24 e che fosse compatibile con l’asfissia per impiccagione. Se da un lato, però, le indagini sembravano preponderare per l’ipotesi di un suicidio, dall’altro risultavano falsate dalla mancata acquisizione agli atti dell’Autorità Giudiziaria dell’archivio rinvenuto in casa di “Pippo”. Malgrado ciò l’inchiesta portò all’individuazione, proprio nei più stretti esponenti od ex esponenti della formazione, di possibili responsabili fino
I funerali di Manrico Ducceschi
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
addirittura  al  fermo del segretario di “Pippo”, nonché suo vicino di casa, Franco Caramelli che fu poi rilasciato in mancanza di prove inconfutabili di omicidio. 
Per molti, anche storici, la vicenda della morte di “Pippo” si conclude qui ignorando o omettendo gli sviluppi successivi. L’inchiesta riprende, con maggior vigore, allorquando, negli anni ’70 gli inquirenti, su segnalazione di un carabiniere di Castelnuovo Garfagnana, riapriranno l’inchiesta per omicidio indagando, prevalentemente, sulla traccia, già evidenziata ma non percorsa nella prima indagine, della pista slavo/comunista. L’indagine, stavolta darà vita a un processo per omicidio che però porterà alle stesse conclusioni dell’inchiesta precedente, ossia che non vi sono prove certe di omicidio.
Si potrebbe pensare che a questo punto che la storia sulla morte di “Pippo” si esaurisca qui ma, come in ogni buon giallo, ecco il colpo di scena. Nel 1981 una segnalazione anonima ad un magistrato mette per la prima volta in correlazione la morte di “Pippo” con un ben noto faccendiere pistoiese: Licio Gelli (n.d.r:capo della loggia massonica P2). A lui , in questo anonimo, si attribuisce anche la morte di un altro noto Comandante partigiano: Silvano Fedi. Poiché  molti degli uomini  della formazione di Fedi confluirono nella formazione di “Pippo” si ravvisa che quest’ultimo conoscesse bene le circostanze e i mandanti della morte di Silvano. Si riapre quindi l’inchiesta con un teste di eccezione: il giornalista Marcello Coppetti che proprio in quegli anni aveva effettuato una ricerca certosina sull’argomento e così scriveva nei suoi appunti circa l’agguato a Silvano Fedi: “Durante l’agguato alcuni partigiani si salvano. Uno di essi ha la prova che Gelli è l’autore dell’agguato. Tale prova sarebbe stata contenuta nell’archivio in possesso di Manrico DUCCESCHI detto “Pippo”. Quando “Pippo” viene trovato morto nella
La tomba di Pippo
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
sua casa molti fascicoli del suo archivio sono “ripuliti”. Come mai? Pippo è morto naturalmente o l’hanno ucciso? Da chi viene ripulito l’archivio di Pippo? Per conto di chi?” 
Ancora una volta però il procedimento si conclude, per mancanza di prove certe, ma stabilendo un punto fermo: che possa essere stato effettivamente vittima di un complotto messo in atto da ambienti a cui dava fastidio la sua attività informativa..."


Nient'altro e niente più che un'altra storia, finita nel calderone italiano dei misteri irrisolti.

  • Il brano scritto da Maria Luigia Guaita è stato estrapolato dalla rivista "Patria indipendente" del 21 maggio 2006 da un articolo di Carlo Onofrio Gori
  • L'articolo tratto da "Il Tirreno" è del 22 agosto 2012 si intitola "La memoria violata del partigiano Pippo per assenza di prove" 

mercoledì 22 giugno 2016

Storie di guerra in Garfagnana. La Divisione Alpina Monterosa.

E' facile parlare e scrivere dei vincitori. I vincitori dall'alto
Alpini della Monterosa
del loro piedistallo hanno la possibilità di raccontarci anche di come hanno vinto, ma certe volte il vincitore si fa prendere la mano e spesso racconta la vittoria come meglio gli piace. Questo "fenomeno" accade spesso in storia e il detto "la storia la scrivono i vincitori" conferma la veridicità del concetto. Al contrario (sempre in storia) non è invece per niente facile scrivere dei vinti, si può passare per revisionisti, nostalgici e sospettati di faziosità estreme. Non dovrebbe essere così se colui che scrive, scrive con l'intento di raccontare i fatti per il semplice interesse della conoscenza. Per questo motivo che scrivere di "Divisione Monterosa" non è sempre così semplice. Molti conosceranno questa divisione di alpini, ma altri no e allora addentriamoci nei meandri della sua storia. La Divisione Alpina Monterosa fu una delle grandi unità allestite dalla Repubblica Sociale Italiana che si formò dopo l'armistizio sotto la guida di Benito Mussolini, operò anche in Garfagnana durante il secondo conflitto mondiale e nella nostra valle insieme alla Divisione americana Buffalo, ai reparti brasiliani della F.E.B, all'esercito tedesco e alle forze partigiane fu tra i protagonisti di battaglie e scontri violenti. Erano considerati i cattivi, i nemici, facenti parte di un regime che aveva portato guerra, distruzione e morte nelle case dei garfagnini. Arrivarono in Garfagnana nell'autunno del 1944 provenienti dalla riviera di levante ligure, operavano nella zona compresa tra Genova e La Spezia, dove avevano avuto il compito di impedire sbarchi alleati.Cessata l'emergenza in Liguria una buona parte di essa fu trasferita verso sud, nella nostra Garfagnana dove gli fu assegnata una nuova
il motto della
Monterosa
missione: sbarrare la strada verso la Pianura Padana ai reparti brasiliani e alla forze della V armata americana e pensare che quando arrivò nelle nostre zone era stata costituita da pochi mesi, esattamente il 1° gennaio 1944, formata per il 19% da ufficiali, sotto ufficiali e truppa che già facevano parte dell'esercito regio. Alla fine il numero di alpini arruolati fra i volontari e la chiamata alle armi(di quelli che risposero...) dalle forze di leva del 1924 e 1925 salirà a ben 20.000 unità. L'obiettivo iniziale della Monterosa unitamente alle altre grandi unità (Divisione Bersaglieri Italia, Divisione Granatieri Littorio, Divisione di Fanteria di marina San Marco con la Brigata di riserva) era (cito testualemte)"riprendere il combattimento al fianco dell'alleato germanico ed opporsi all'invasione della penisola da parte degli Angloamericani", per fare questo l'intera divisione venne spedita in Germania dove nei campi di Hetiberg, Feldstetten e Munsingen venne addestrata per sei lunghi e duri mesi all'intensissima esercitazione tedesca da istruttori nazisti. Al termine dei sei mesi la divisione si schierò a Munsingen dove il 16 luglio 1944 fu passata in rassegna da Benito Mussolini, che tenne poi un discorso che entusiasmò i reparti, cui segui la consegna delle bandiere da combattimento. Dalla consegna di quelle bandiere cominciò per questi poveri soldati una parentesi di morte che li porterà nel teatro di guerra garfagnino, dove furono

impegnati nell'ormai famosa "Battaglia di Natale" (per il resoconto della battaglia leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/il-piu-tragico-natale-che-la-garfagnana.html) , l'unica operazione di guerra lungo la penisola italiana nella quale le forze congiunte della R.S.I e tedesche riuscirono a far arretrare gli alleati. Ma nel corso della guerra furono comunque molti gli episodi che videro coinvolti questi uomini, uno di questi vide protagonista il Sotto tenente Paolo Carlo Broggi, nato nel 1923 a Lanciano arruolato volontario nell'esercito
Mussolini passa in rassegna la Monterosa
a Munsingen(Germania9
a soli 17 anni, croce di guerra al valor militare nelle campagne di Grecia ed Albania. Dopo l'otto settembre senza esitare decise di arruolarsi nelle forze armate repubblichine. Giunse così in Garfagnana quando il 30 ottobre 1944 durante un'attività di pattuglia, 
alla ricerca di un gruppo di partigiani colpevoli di aver depredato un camion di viveri della divisione,stava risalendo con i suoi uomini dall'Isola Santa verso Careggine, quando ci fu un tremendo scontro a fuoco con i partigiani della Lunense, nell'occasione morì un caporale della Monterosa mentre Paolo Carlo Broggi fu ferito e catturato. Dopo un frettoloso processo gli fu chiesto di rinnegare il giuramento di fedeltà fatto alla Repubblica Sociale (in cambio avrebbe avuto salva la vita),lui non accettò e il 7 novembre presso la foce di Careggine fu fucilato dal plotone d'esecuzione, fu sentito gridare: "L'italia può fare a meno di me, non del mio onore". Il fuoco gli stroncò la vita a soli ventuno anni. Il corpo venne gettato in una fossa comune, dove nel gennaio 1945 fu recuperato. Oggi alla Foce di Careggine, sul luogo del suo sacrificio è stata eretta dopo la guerra una croce in pietra in sua memoria, sulla quale sono scolpiti una piccozza ed un cappello alpino. Non ci si può nemmeno dimenticare di Umberto Lanzetta vent'anni, quando viene mandato sulla Linea Gotica, fronte Garfagnana, ad opporre l'ultima resistenza alle forze americane.
Paolo Carlo Broggi
Umberto (originario di Verbania) venne assegnato al plotone ciclisti della compagnia comando reggimentale con il compito di riferire degli spostamenti del nemico dal suo punto di osservazione, ciò voleva dire esporsi al fuoco nemico e fu così infatti che il 28 novembre 1944 mentre si trovava in linea a quota 832, la postazione degli alpini fu investita dal fuoco dei mortai americani. Umberto nonostante le esortazioni dei compagni di mettersi al riparo uscì dalla propria postazione per intercettare la posizione del fuoco nemico, in quest'attimo una granata esplose vicino a lui ferendolo gravemente. Ricoverato, subì l'amputazione del braccio ma la cancrena procedeva comunque inesorabile. Poco prima di morire aveva ricevuto una lettera dalla mamma a cui lui aveva risposto:"...Non importa se i nostri sacrifici non saranno riconosciuti e saranno dimenticati o derisi. Quale premio più grande della nostra coscienza di aver agito in una causa in cui credevamo...". Umberto non si riprese e morì il 13 gennaio 1945. Alla sua memoria gli è stata conferita la medaglia di bronzo al valor militare.

La chiesa di san Rocco a Palleroso
In ricordo dei caduti della Divisione Monterosa (forse pochi lo sapranno), in Garfagnana esiste un Sacrario nella piccola frazione di Palleroso (comune di Castelnuovo Garfagnana). Il paesino fra l'agosto e settembre 1944 e il marzo aprile 1945 fu sede della Divisione alpina. All'ingresso del centro abitato sorge infatti la Chiesa di San Rocco e fu proprio nei pressi della chiesa che prese postazione il comando del Battaglione Brescia del 2° Reggimento Alpini. La guerra non risparmiò gli abitanti di Palleroso e i bombardamenti ripetuti misero in ginocchio questa piccola comunità e solo il 18 aprile 1945 lo strazio ebbe fine, quando in paese giunsero le avanguardie delle forze alleate. Da quel momento l'unico pensiero degli abitanti fu quello di ricostruire e di dare degna sepoltura ai tanti morti. Passarono gli anni e nel 1970 grazie all'interesse di Don Adelmo Tardelli e
L'interno della chiesa
chiesa con le lapidi
dell'Associazioni Alpini Monterosa fu deciso di ospitare all'interno della chiesa di San Rocco il Sacrario alla memoria degli Alpini caduti. Delle grandi lapidi di marmo raccolgono i nomi di oltre 770 soldati in rigoroso ordine alfabetico.

Alla fine della guerra la Divisione contò 1100 caduti, 142 decorazioni assegnate, tra le quali una medaglia d'oro al valor militare, 89 encomi e numerose croci di guerra. Venne sciolta il 28 aprile 1945 dal maresciallo Rodolfo Graziani che emanò l'ordine di cessare le ostilità. 
Dal dopo guerra in poi la Monterosa non fu riconosciuta ufficialmente nei raduni degli ex alpini, pertanto coloro che avevano combattuto in questa formazione secondo l'A.N.A (Associazione Nazionale Alpini)non potevano fregiarsi del titolo di alpini, ma il 27 maggio 2001 l'associazione decise di annullare questa norma dichiarando di fatto: "di riconoscere che tutti i giovani che hanno prestato servizio militare in un reparto alpino, in qualsiasi momento della storia d'Italia e quindi anche dal 1943 al 1945, poichè hanno adempiuto il comune dovere verso la Patria, siano considerati Alpini d'Italia".
Sono passati molti decenni da quei tragici anni e per fare un'analisi completa dei fatti non basterebbero sicuramente queste poche righe. Possiamo dire che per questi ragazzi fu la scelta di un ideale. Quei giorni dopo l'armistizio furono fatte riflessioni e scelte difficili che ormai a distanza di settant'anni è impossibile giudicare. Distinguendo il bene dal male furono momenti problematici per tutti, per i graduati come per i semplici soldati di truppa, fagocitati dalla storia e da scelte politiche più grandi di loro.

mercoledì 27 aprile 2016

Garfagnana: i bambini e la II guerra mondiale. Memorie dimenticate...

 Bambini che "giocano" con un
carro armato 
In ogni guerra i bambini sono le vittime più indifese. Brutalmente strappati a un mondo familiare e domestico e a loro volta catapultati in un mondo totalmente sconosciuto, fatto di privazioni, di paura, di fame e violenza. Sono costretti a seguire il destino degli adulti in una situazione che gli stessi adulti hanno creato e che loro di certo non hanno voluto. Nei libri di storia i bambini non hanno voce. Sono assenti, oppure spariscono dietro le cifre delle vittime o nelle ricostruzioni dei grandi eventi. Nella maggioranza dei casi la storiografia non si interessa del loro punto di vista, ritenendoli testimoni ingenui o poco affidabili, proprio per l'età in cui hanno visto compiersi il male, eppure nel loro sguardo rimangono tracce divenute incancellabili. Il mio articolo di oggi vuole ridare voce e luce a tutti quei bambini che in Garfagnana sono morti nella II guerra mondiale. Abbiamo sempre parlato e scritto (me compreso) di battaglie, di armate e partigiani proprio a riguardo della guerra nella nostra zona, ma i bambini dove erano? Cosa facevano? I bambini di quel tempo, fino a quel funesto 10 giugno 1940 (n.d.r: giorno dell'entrata in guerra) erano esattamente come i bambini di oggi, piaceva giocare, piacevano i dolci e non piaceva la scuola e la maestra, da quel giorno cessò la loro fanciullezza e divennero immediatamente adulti, molti di questi piccoli morirono e quelli che sopravvissero non se la passarono bene comunque, una buona parte di questi fanciulli rimasero brutalmente mutilati, altri ancora 
orfani e a quelli che non successe niente di tutto questo rimasero nell'anima e negli occhi immagini e sensazioni che nessuno dovrebbe mai nè vedere nè provare, per tutti questi il destino riservò in ogni modo un unica conseguenza, quella di non far tornare mai più i giorni della spensierata gioventù, sobbarcandosi da subito di enormi e insopportabili fardelli. Cercando e ricercando addirittura non si riesce nemmeno a trovare il numero dei bambini morti per guerra dal 1940 al 1945, sono inglobati nel numero totale delle vittime, di loro si sono perse le tracce e la memoria. Ma siccome la storia è anche memoria ecco allora come non ricordare Virgilio di otto anni di Nicciano (comune di Piazza al Serchio) morto sotto i bombardamenti insieme alla mamma Bertei Vittoria nell'inverno 1944, oppure è impossibile non rammentarsi di Pierluigi Bernardi bimbo di Treppignana (comune di Fosciandora) di età indefinita morto a causa di una granata esplosa. Non scordiamoci nemmeno di Giuliano Nardini di quattro anni che nella famosa battaglia di Sommocolonia muore in braccio alla madre colpito da una raffica di mitra provenuta da chissà dove e sempre nell'inverno di quel maledetto 1944 intere famiglie furono falcidiate sotto le bombe dei temibili cacciabombardieri alleati Thunderbolt, schiere di innocenti fratellini rimasero sotto le macerie dei bombardamenti che in quel drammatico 28 dicembre colpirono implacabilmente tutta la Garfagnana. Fu colpita così inesorabilmente la piccola frazione di Pontecosi (comune di Pieve Fosciana)dove incredibilmente morirono ben otto persone appartenenti alla famiglia Guidi, fra i quali i piccoli Michele di anni dieci, Francesco di nove, Maria Grazia di tre, e Pietro di un anno, di tutto il nucleo familiare rimase viva la sola madre(pensate lo strazio !!!). La stessa sorte il solito giorno colpì Cascio (comune di Molazzana)e la famiglia Prontelli, oltre al babbo e alla mamma rimasero senza vita anche i figli Davide di quattordici anni, Varno (?) di quindici, Gisella dieci, Sandro otto, Aurora sette e Loredano di due anni, in più le cuginette Carla di otto e Nada di due e che dire poi dei fratellini Kurt (di quattro anni) e Liliana Urbach di appena quindici mesi? Questi erano bambini ebrei deportati dall'Austria a Bagni di Lucca e morti poi nell'inferno di Auschwitz. Naturalmente questi nomi non sono che una goccia nel mare dei bambini morti per causa bellica in Garfagnana e se mi è concesso a futura memoria e in rappresentanza di tutti i bambini della valle periti in tutte le guerre vorrei ricordarne una su tutti: Ada Cassettari. Di questa bambina si ha una memoria precisa nel diario dell'allora tenente della Divisione Monterosa Cesare Fiaschi appartenente al Gruppo Artiglieria Bergamo. Si racconta in questa pagina di diario della ritirata delle forze tedesche e italiane dopo quella battaglia che passerà alla storia come la "battaglia di Natale"(per la storia della battaglia leggi: http://paolomarzi.blogspot.it/2014/12/il-piu-tragico-natale ) ma anche conosciuta con il nome in codice (tedesco) Wintergewitter (ovverosia Tempesta d'inverno). Nei giorni a ridosso del Natale ci fu una grossa offensiva delle forze dell'Asse che
Barga bombardata
sbaragliarono tutta la linea ricacciando gli americani indietro di una ventina di chilometri. Dopo pochi giorni i tedeschi non supportati da eventuali rinforzi tornarono nelle posizioni originarie, ma lo smacco e la paura fu grande per gli alleati che cominciarono a bombardare la Garfagnana senza pietà, ecco allora il racconto di quei giorni e la brutale vicenda della piccola Ada:


-Giorno 30 dicembre 1944
Prosegue ininterrottamente l'offensiva aerea. Gli americani vogliono far pagare a caro prezzo il successo dell'operazione Wintergewitter che, dati i mezzi di cui dispongono, li ha non poco ridicolizzati. Cacciabombardieri spezzonano e mitragliano la zona dove sono alloggiate le salmerie della linea pezzi della nostra batteria. Terminata l'incursione ricevo telefonicamente notizia dal sergente Rabitti loro comandante, che non vi sono state perdite. Felice scendo di corsa le scale per recarmi al piano terra e comunicare agli uomini la buona notizia, ma alla porta d'ingresso della costruzione incontro una giovane donna con un bambino in braccio. La mano destra della donna che sorregge la testa del piccolo è sanguinante e il bambino ha la testa sfracellata. La ragazza tutta coperta di sangue è venuta da chi sa dove per cercare soccorso. E' in stato di shock, certamente non si è resa conto che il bambino è morto. Questa improvvisa, inaspettata visione mi fa passare in un istante da uno stato di contentezza ad uno stato di sconvolgente
famiglie in fuga dai bombardamenti
costernazione; ho un capogiro, devo appoggiarmi alla costruzione per non cadere per terra, non riesco a guardare. Qualcosa in me rifiuta questa realtà, ho sopportato la visione di corpi straziati, divenuti irriconoscibili ma l'espressione di quella madre, impietrita dal dolore e dalla disperazione, non riesco a sostenerla. Per fortuna arriva l'ufficiale medico che immediatamente soccorre la sfortunata ragazza e la ricovera nell'infermeria. Senza l'intervento del dottore non sarei riuscito a combinare niente di positivo, in quanto in un istante la mia mente ha cessato di ragionare. Maledirei il mondo e le atrocità della guerra- 


Il piccolo bambino di cui si parla non era un maschietto, ma bensì una dolce femminuccia, era appunto Ada Cassettari figlia di Carlo e di Regoli Silvia, la giovane madre che la teneva in braccio. Ada aveva appena due anni e morì in località Tineggiori (nel comune di Fosciandora) il 30 dicembre '44 dopo un violento bombardamento e mitragliamento aereo. Una scheggia attraversava così il braccio della mamma che la sosteneva, conficcandosi nella testolina della povera piccola.

Così diceva Charles Summer un lungimirante politico della metà del 1800:
"Datemi il denaro che è stato speso nelle guerre e vestirò ogni uomo, donna o bambino con un abbigliamento dei quali re e regine saranno orgogliosi. Costruirò una scuola in ogni valle sull'intera terra. Incoronerò ogni pendio con un posto di adorazione consacrato alla pace"

mercoledì 23 dicembre 2015

Natale di guerra...nei ricordi di una bambina

Ci sono delle storie che per tutta la vita rimarranno impresse nella nostra memoria. Sono avvenimenti lontani settant'anni quelle che vi andrò a raccontare e durante questo periodo di festività natalizie mi tornano puntualmente nella testa. Sono racconti a me cari perchè ascoltati in prima persona,sono i ricordi che ogni tanto la mia mamma riviveva,ricordi che riguardano un lontano Natale di guerra, fatto di cose semplici,di valori,di fratellanza, sembra proprio una storia uscita dalle pagine di qualche romanzo di Charles Dickens, invece è una storia vera e la mamma iniziava la narrazione sempre nella solita maniera:

"Questo è un fatto che accadde veramente tanto tempo fa, in un periodo in cui gli uomini stavano con le armi in mano e si battevano tutti ferocemente..."

La mamma volutamente non usava la parola guerra, aveva quasi una specie di repulsione per quella parola, lei l'aveva vissuta sulla propria pelle e al tempo dei fatti in quel tragico 1944 era una bambina di otto anni che decenni dopo raccontava al suo bambino di quell'anomalo Natale. Io la guardavo con aria perplessa, quasi incredula, raccontava di soldati neri,di freddo, di polenta e pensare che ancora mi sembra di sentire la sua voce:

"Ricordo che aveva nevicato di fresco ed ero tutta contenta perchè l'indomani non avrei dovuto andare a scuola, dato che era la
vigilia di Natale. Era un inverno rigido quello, come poche altre volte. Il vento gelido tagliava tutta la strada e la notte stava per calare ma la felicità superava i brividi del gelo e pensavo al presepio che avrei fatto con mia sorella, alle buone cose che avrebbe preparato la mamma e cercavo di individuare cosa ci avrebbe portato in dono il Bambino Gesù e mentre la mia testa era pervasa da mille pensieri mi ritrovai davanti casa. La casa dove abitavo era confinante con un'altra casa che l'esercito tedesco prima, e quello americano dopo usava da rimessa e da garage e proprio mentre m'infilavo nella porta di casa vidi che sul cancello della "casa rimessa" c'erano due soldati di guardia intirizziti, ed un terzo era appoggiato al muro caldo del forno a legna che era nell'aia dove qualche ora prima le donne del vicinato avevano cotto il pane e preparato qualche dolce per il Santo Natale.Il soldato mi guardò mentre entravo in casa e lo vidi sospirare, una volta entrata lo spiai dalla finestra per pura curiosità, erano le prime volte che vedevo dei soldati e questi per il mio stupore erano per giunta anche di colore e io un uomo di colore fino a quei giorni non sapevo neanche come era fatto,ce li avevano descritti sui manifesti come dei selvaggi,come uomini pericolosi,da diffidare sempre e comunque,da tenere lontani insomma(leggi:http://paolomarzi.blogspot.it92a-divisione-buffalo), ma io di tutto questo non vedevo niente,
Manifesto razziale fascista sui
soldati neri americani

vedevo che mangiavano,parlavano e sorridevano come tutti quelli che conoscevo, ma quel giorno in quell'uomo vidi di più, constatai una figura stanca e smunta e intanto che lo osservavo venne colpito da una tosse convulsa e mentre si copriva la bocca con la mano che reggeva il fucile, notai brillare la sua fede d'oro.Smisi così di guardarlo ed entrai in cucina, fui subito assalita da mia sorella anche lei tutta euforica, mi raccontava del presepe e sopratutto del dolce del Natale che la mamma aveva preparato con "farina vera". Dimenticai l'americano visto e mi dedicai la sera stessa e il giorno successivo alle mille cose della Vigilia. Finchè la sera del 24, tutti allegri, ci mettemmo a tavola. Non vedevo l'ora di mangiare, la cena era costituita da piatti speciali:polenta e baccalà, cavolo nero e fagioli bianchi. Dopo cena era il momento più bello quando il babbo tirava fuori i dolci e dava un goccino di vino dolce a tutti,compresi i bimbi, una volta servito tutti faceva così il consueto brindisi:
-In una notte come questa nacque il Redentore. Alleluja!-
ed alzò il suo bicchiere e mentre lo alzava l'anello che aveva al dito brillò. Questo mi fece ricordare il soldato americano nero che tossiva vicino al forno, allora mi domandai: come mai aveva un anello uguale a quello del mio babbo? Ma certo !!! Che sciocca!Lo aveva perchè tutti gli uomini sposati ce l'hanno...e tutti gli uomini sposati hanno dei bimbi. Chissà dove aveva i suoi bambini l'americano...e quanto soffriva a non essere loro vicino. Allora mi accorsi che solo io non avevo bevuto in onore al Natale e che
tutti mi guardavano perplessi. Dissi loro ciò che avevo pensato e quello che avevo visto un giorno prima. Il babbo mi guardò un po' serio, non è che fu molto affascinato dalle mie parole e poi con quello che si diceva...ma la carità cristiana prevalse su tutto, in fondo quei soldati non ci avevano mai fatto niente di male e allora il babbo disse
- Vai a chiamarlo se c'è ancora !-
C'era ancora ma non volle salire. Rimase ancora vicino al forno a scaldarsi e a fare il suo dovere di guardia, poi sicuramente non capiva l'italiano e non comprendeva come mai lo volessi far salire in casa. Tornai in cucina molto delusa, ma mio padre aveva già immaginato tutto e mi porse un piatto con il dolce della mamma ed un bicchiere di vino. Con queste cose mi presentai al soldato dicendogli:
Soldati neri in Garfagnana
- Buon Natale!- mi guardò sorpreso, poi sorrise e mi disse qualcosa nella sua lingua e mentre prendeva i doni mi fece una carezza proprio come il mio babbo. Si allontanò e vidi che divideva i dolci con i suoi commilitoni. Ripresi poi il piatto e il bicchiere vuoto e tornai su a raccontare com'era andata. Il babbo stette a sentire e mentre attizzava il fuoco borbottò emozionato:
- Bene,bene questo è proprio un buon Natale-"

I fatti sopra citati si svolsero a Gallicano.I giorni che seguiranno a questi accadimenti saranno ancora più tristi e drammatici. Di li a poche ore comincerà in Garfagnana la famosa Battaglia di Natale (per saperne di più: http://paolomarzi.blogspot.it//il-piu-tragico-natale-). Gallicano (come molti altri paesi) fu colpito da una serie di bombardamenti alleati devastanti. Quei giorni
di festa del 1944 verranno ricordati come il peggior Natale di cui la Garfagnana abbia memoria.

Da parte mia un sincero augurio di Buone Feste a tutti i miei lettori, nella speranza che questi ricordi rimangano per sempre solo e semplici ricordi, da non dimenticare e di cui fare tesoro.