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mercoledì 19 settembre 2018

"Mamma" Viola. Storia di coraggio, umanità e guerra

Ebbene no...c'è chi crede che le donne nella seconda guerra mondiale
trascorressero il loro tempo a casa, in paziente attesa dei valorosi compagni e a badare alla casa e ai figli. In realtà non è così, il numero di coloro che si sacrificarono per il bene comune è altissimo. C'era infatti chi raccoglieva abiti, cibo e altri generi di prima necessità, chi si occupava dei feriti e chi si avventurava in pericolosissime staffette partigiane trasportando ordini a destra e a manca, superando i temutissimi posti di blocco tedeschi. D'altronde la storia è piena di eroi, di eroine un po' meno. I nomi spesso si dimenticano, ma i sacrifici di quelle donne che si adoperarono per la liberazione del nostro Paese, quelli hanno lasciato il segno tutt'oggi. Fra queste, giunte alla notorietà ricordiamo Nilde Iotti (prima donna a ricoprire il ruolo di Presidente della Camera),che divenne partigiana dopo l'8 settembre '43, o anche Tina Anselmi (prima donna ad aver ricoperto l'incarico di ministro della Repubblica)che
decise di entrate a far parte della Resistenza dopo che aveva assistito da parte dei nazisti all'impiccagione di trentuno prigionieri, anche lei fu impiegata come "staffetta". Ad ogni modo i numeri dovrebbero parlare da se; secondo l'A.N.P.I (l'associazione dei partigiani d'Italia)le donne coinvolte nell'ultima guerra furono migliaia e migliaia: circa 35.000 mila furono quelle coinvolte direttamente nelle battaglie, 70.000 in gruppi di protesta e ben 11.000 quelle uccise o deportate. La maggioranza di tutte queste donne è stata dimenticata dalla storiografia e dalla memoria pubblica, solo negli ultimi anni abbiamo ripreso coscienza di rendergli dignità storica e parità politica ed è in questo contesto che anche la Garfagnana ha la sua eroina da ricordare, non sarà al livello delle sue illustri colleghe, ma anch'essa lasciò un segno tangibile nella storia della Resistenza garfagnina. Lei era Violante Bertoni, ma da tutti conosciuta come Mamma Viola. La sua storia rimane indimenticabile e rimarrà fra gli episodi di guerra della valle, uno dei più grandi atti di coraggio e solidarietà. Viola nacque alle pendici del Monte Rovaio (comune di Molazzana) il 10 aprile 1891, la sua famiglia da generazioni coltivava quelle terre nei pressi dell'Alpe di Sant'Antonio e anche lei nel corso della sua vita continuò la solita attività. A 17 anni sposa Francesco Mori da cui avrà otto figli. La vita contadina per Viola è dura e faticosa, ma gli anni che seguiranno saranno fra i più tremendi che la storia ricordi. La seconda guerra mondiale è cominciata da anni, ma in Garfagnana il 1943 è fra gli anni più tragici.Le montagne dove sorge l'abitazione
l'abitazione di Mamma Viola oggi
(foto escursioni apuane9
  della famiglia Mori è proprio nel bel mezzo della Linea Gotica, nella zona contesa da partigiani, alleati e tedeschi. La presenza di nazisti proprio in quella zona è numerosa, d'altronde li c'è uno snodo cruciale, strategico per le sorti della guerra e questo i partigiani lo sanno bene, tant'è che anche loro cominciano a presidiare la zona, convinti più che mai di poter difendere quel territorio dal nemico con estrema risolutezza. Sono circa una settantina i ragazzi che formeranno la formazione partigiana denominata "Gruppo Valanga"(leggi anche http://paolomarzi.blogspot.com/la-storia-del-gruppo-valanga-battaglie.html), si sono attestati nella frazione Trescale, dove abita proprio Mamma Viola. La risolutezza però a volte non basta e gli uomini del Gruppo Valanga presto si accorgono che da soli non ce l'avrebbero mai fatta, non solo da un punto di vista militare, ma manca il riparo e la sussistenza, è così che Viola, con l'aiuto del marito decide che le sue provviste, la sua casa, il fienile e le stalle sarebbero stati messi a disposizione di quei ragazzi. Viola e la sua famiglia sono ben consapevoli del rischio che corrono, qualora fossero scoperti dai tedeschi per lei e per i suoi cari non ci sarebbe scampo. Viene così anche il 1944, in quell'anno il Valanga ha subito diversi attacchi, ma tutto culmina con la famosa battaglia del Monte Rovaio (per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.com/agosto-1944settantanni-fa-la.html). In
Monte Rovaio
(foto escursioni apuane)
risposta ad un agguato da parte di un uomo del Gruppo Valanga ad una pattuglia di tedeschi, c'è la travolgente azione repressiva germanica che uccide ben 19 giovani della formazione partigiana, proprio una parte di quei ragazzi che accudisce Mamma Viola non c'è più. Alla rappresaglia fortunatamente scampano i civili a cui però vengono incendiate le case e le stalle e uccisi gli animali, medesima sorte tocca a Viola, la sua abitazione viene fatta saltare in aria con la dinamite, si salva solamente la "casetta del formaggio". I giorni successivi all'attacco l'intera famiglia Mori passa le notti nelle grotte vicine, ma il carattere forte di Viola non viene piegato nemmeno stavolta.

Pietro Petrocchi da membro del Gruppo Valanga conobbe Viola e così ne parlava: "Quante sofferenze, quanti disagi materiali e sopratutto morali! Ma non ho mai sentito dalle labbra di Viola una parola di recriminazione, di rimprovero: l'unico suo grande dolore fu la morte di tanti giovani patrioti, che accomunava nel ricordo e nel
Parte degli uomini del Gruppo Valanga
(foto tratta dal libro "L'ALTRA FACCIA DEL MITO"
di Valiensi-Petrocchi)
rimpianto ai suoi figli Luigi e Alfredo, per questo che Viola divenne più che mai per i superstiti del Gruppo Valanga la Mamma dell'Alpe". 

Infatti quello che smuove la coscienza della povera donna e che la convince più che mai a contribuire alla lotta per la Resistenza è la partenza del figlio Luigi per la guerra in Russia e l'ingresso dell'altro figlio Alfredo nelle brigate partigiane, i due ragazzi non faranno mai più ritorno fra le braccia della loro madre, il primo muore nel 1945 in Germania, mentre l'altro trova la morte sul Monte Forato calpestando una mina inesplosa. In quei ragazzi del Valanga rivedeva allora i suoi figli e pensava magari che anche per loro, da qualche parte ci sarebbe stata un'altra Mamma Viola, che come lei avrebbe dato loro un riparo, del cibo, che avrebbe diviso le provviste della propria famiglia senza pensare proprio come lei a quello che andava incontro. Petrocchi la descriveva  ancora come una donna schietta e di rude franchezza montanara, dietro il suo dolce aspetto si nascondeva una figura granitica.
L'esempio di Viola incoraggiò molte famiglie a schierarsi dalle
partigiani
parte dei partigiani.

Arriva così anche la fine della guerra e le gesta di questa donna della montagna arrivano in tutta la valle, le sue azioni protettrici e la grande umanità dimostrata nei confronti di quei giovani spinge lo Stato ad assegnarle la Medaglia d'oro al Valor civile, che lei rifiuta motivando il suo diniego con l'assenza dei figli morti, avrebbe preferito averli accanto a lei piuttosto che ricevere quel tributo. Negli anni successivi Viola si trasferisce a Cardoso di Stazzema e nel 1969 muore. Ma la storia non finisce qui. Nel 1981 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini (anche lui partigiano) con l'appoggio della vice presidente della Camera Maria Eletta Martini decide di assegnare ai figli la medaglia al Valore per le azioni della loro mamma.
Ma non sono le medaglie che contano, quello che conta è il cuore, il
la piazza intitolata a Molazzana
cuore di una mamma, che dopo aver partorito otto figli, ne volle adottare altri settanta, e proprio come fa una vera madre mise a disposizione la sua vita per la sopravvivenza di quei ragazzi, per questo e per tutti è e rimarrà sempre la mamma dell'Alpe.





Bibliografia

  • Carla Guidi liceo Scientifico Michelangelo Forte dei MARMI
  • La Nazione 1 settembre 1981    

mercoledì 14 dicembre 2016

L'Organizzazione TODT in Garfagnana e nella Valle del Serchio

Fritz Todt era un uomo qualunque, un signore serio, schivo, nato nel 1891 a Pforzheim, città confinante con la famosa Foresta Nera, era figlio di una Germania borghese e benestante, quella stessa Germania che poi alcuni anni dopo si butterà a capofitto in due scellerate guerre mondiali che porteranno alla fame un intero popolo. Il padre di Fritz era proprietario di alcune industrie e lui non potè far altro che intraprendere gli studi di ingegneria civile che interruppe per partecipare alla prima guerra mondiale come ufficiale nell'aeronautica militare nel fronte occidentale. Finita quella maledetta guerra finalmente riprese gli studi che concluse brillantemente laureandosi nel 1920 a Karlsruhe. Nel 1921 entrò a lavorare come ingegnere nell'impresa di costruzioni Sager & Woerner per la realizzazione di gasdotti e strade.
Una storia questa uguale ad altre mille, una storia comune, insignificante, di un uomo medio, che però indirettamente legherà il suo nome ai destini di molti garfagnini(e non solo).
Tutto cambiò a metà degli anni '30 del 1900, quando conobbe il cancelliere del Reich germanico Adolf Hitler a cui fece subito un eccellente impressione, tant'è che fu messo a capo di un ufficio tutto nuovo per l'attuazione della grande rete autostradale tedesca che grazie all'imponente mole di lavoro si riprometteva di assorbire una parte della disoccupazione germanica. Ma non solo, allo scoppio
"Un uomo qualunque":Fritz Todt con la moglie
della seconda guerra mondiale Todt divenne progressivamente responsabile dell'attuazione logistica e infrastrutturale dello sforzo bellico del Reich: la rete stradale dei territori occupati, le linee ferroviarie, i rifugi di sottomarini e inoltre si doveva occupare di erigere fortificazioni, bunker e rifugi a protezione ed in difesa dei nuovi territori occupati: la linea Sigfrido, il Vallo Atlantico e la famosa Linea Gotica, da tutto questo nacque la famigerata "Organizzazione TODT", meglio conosciuta con l'acronimo di O.T.

L'organizzazione TODT sarà una struttura paramilitare che all'inizio riunirà operai di più di mille imprese di costruzioni private. La quantità di manodopera impiegata fu enorme, dagli iniziali 35.000 lavoratori in poco tempo si passerà a ben 340.000. La prima grande opera di questa organizzazione fu la realizzazione di una serie di fortificazioni lungo il confine francese per oltre 500 chilometri, in soli diciassette mesi questi uomini riuscirono a costruire il Westwall (n.d.r.: il muro dell'ovest), più comunemente conosciuto ai più come linea Sigfrido. Per questa costruzione verranno impiegate più di sei milioni di tonnellate di calcestruzzo, pari a più della metà della produzione annua di cemento della Germania. I giornali
Todt con Hitler mentre gli illustra la
costruzione di un ponte
esaltarono quest'opera, la propaganda celebrò l'avvenimento come un trionfo della TODT. L'onore della O.T crebbe ancor di più quando ebbe il privilegio assoluto di edificare in Assia il celeberrimo "Nido dell'Aquila" quartier generale di Hitler. La popolarità di Fritz Todt era alle stelle. Il 17 marzo 1940 fu nominato ministro degli armamenti, ispettore generale per le strade, ispettore per le acque e l'energia elettrica e plenipotenziario dei lavori edili e per non farsi mancare niente gli fu conferito il grado di Maggiore Generale della Lufwaffe. Nel frattempo la TODT era sempre più impegnata su tutti i fronti di guerra. Arrivò così nella nostra valle nel settembre 1943 per completare gli ultimi tratti della Linea Gotica, ultimo e fondamentale avamposto difensivo che gli alleati dovevano affrontare prima di giungere nella Pianura Padana(sulla storia della Linea Gotica. In quegli anni la TODT toccò il suo apice in quanto a manovalanza, ormai erano qui impiegati oltre un milione e mezzo di lavoratori, una cifra spaventosa, però raggiunta "grazie" al lavoro coatto. Molti garfagnini furono costretti a lavorare forzatamente, rastrellati nelle case e portati a dare di picco e mazza sui nostri monti per ore e ore a scavare trincee nella roccia, tale sorte toccò anche ai prigionieri di guerra e a chi l'8 settembre aveva abbandonato l'esercito e in maniera volontaria si presentava ai lavori,
"Il nido dell'Aquila" oggi, costruito dagli
uomini della TODT
altrimenti sarebbe stato deportato nei campi di concentramento del nord Europa. Intanto nel 1942 "l'uomo qualunque" Fritz Todt morì in un misterioso incidente aereo, il comando dell'organizzazione passò sotto la guida de "l'archietetto del Reich" Albert Speer, che come il suo predecessore non si risparmiò nell'impiego di uomini e mezzi. Oltre ad un numero spropositato di operai, l'organizzazione potè contare su un parco smisurato di autocarri e macchine speciali, riversati questi anche in buona parte nella Valle del Serchio, punto nevralgico del fronte. Già nel 1938 il Genio Militare Italiano ordinò la costruzione di fortificazioni nelle coste versiliesi e nelle montagne garfagnine, i lavori non furono completati ma vennero ripresi proprio dagli ingegneri della TODT che avevano a capo l'ingegnere Hosenfled, il quale collocò le sue sedi a Borgo a Mozzano: la sede tecnica a Palazzo Giorgi e la sede amministrativa a Palazzo Santini. In soli dieci mesi si riuscì a creare tutte le difese che partivano dal Piaggione, toccavano Domazzano e 
arrivavano fino a Borgo a Mozzano, era un intersecarsi di camminamenti, muri anticarro, postazioni armate, gallerie, campi minati e chilometri e chilometri di filo spinato, ma l'errore commesso fu però clamoroso, un vero e proprio smacco morale per gli infallibili ingegneri TODT e in effetti fu così e non si considerò che costruendo posizioni difensive in quel tratto di valle si rendeva possibile un eventuale incursione americana attraverso la Val di Lima (raggiungibile da Pistoia), rischiando in questo modo di essere presi clamorosamente alle spalle (per la storia della Linea Gotica "garfagnina" leggi: http://paolomarzi.blogspot.it//conosciamo-lalinea-gotica.html). Kesserling, capo supremo delle forze tedesche in Italia ordinò di far indietreggiare il
Palazzo Giorgi a Borgo a Mozzano
sede della TODT (Foto bargarchivio)
fronte di ben 20 chilometri, attestando gli avamposti nelle zone di Molazzana, Gallicano, Ponte di Campia, in questo arretramento furono distrutti, ponti, strade e gallerie. Così anche in quella zona furono impiegati nei lavori forzati altri garfagnini, che furono questa volta facilitati nei lavori dalla morfologia delle montagne, la linea fu modellata seguendo le postazioni vantaggiose che offriva la natura. Si calcola che in tutti questi bunker e gallerie costruite nella Valle del Serchio vi abbiano lavorato al servizio della TODT più di tremila abitanti delle zone circostanti, per dodici mesi circa. Lavori forzati, duri, interminabili, senza essere minimamente pagati se non con una inqualificabile brodaglia, perdipiù tutti i lavoratori catturati durante i rastrellamenti, una volta finito il turno di lavoro venivano trattenuti nel campo di concentramento di Anchiano (n.d.r:piccola frazione di Borgo a Mozzano), ideato proprio a questo scopo. Don Alberto Santucci scrive: "Avendo fatto i tedeschi un campo di
Coprifuoco a Borgo a Mozzano,
pena la fucilazione (foto Paolo Marzi)
concentramento alla Socciglia,nei pressi di Anchiano, il Proposto si recava ogni giorno la, a visitare e a confortare i concentrati e spesso otteneva dal comandante tedesco la liberazione di alcuni di essi"
. Nella messa della domenica si riusciva pure a portare qualche indumento contro il freddo pungente e perfino qualcosa da mangiare a questa povera gente. Accadde però un episodio drammatico, l'11 agosto 1944. Otto uomini del campo di Anchiano vennero portati a lavorare a Forte dei Marmi, quando nei pressi di una località versiliese assistono alla fucilazione da parte dei tedeschi di 31 rastrellati, per eliminare testimoni scomodi vennero fucilati anche loro, si salverà solo uno. Rimarrà invece eroica l'impresa del geometra Silvano Minucci di Borgo a Mozzano, 
che si arruolò volontario nella TODT per non finire negli spietati campi di concentramento. Con la sua professione infatti aveva contatto più con le carte che con la terra e riuscì in questo modo ad intercettare e ricopiare in tre copie un accurato rilevamento topografico delle opere di difesa, delle aree minate e in pratica di tutte le postazioni tedesche. La preziosa mappa fu in seguito recapitata a Lucca al comando militare alleato della V armata con l'aiuto di Annamaria Cheli e di altre staffette che portavano nascosti dentro la canna della bicicletta i preziosi documenti. Ma
Ricostruzione della mappa di Silvano
Minucci (Archivio Isrec Lucca)
di prezioso non c'erano solamente queste mappe, altra preda ambita 
dai partigiani locali erano i magazzini TODT, difatti questi magazzini erano ricchi di ogni ben di Dio, dalle cibarie, agli attrezzi da lavoro e perfino armi e questo è quello che a proposito successe a Franco Bravi che in quel 1944 aveva appena diciassette anni e che già aveva lavorato nella TODT sia all'Isola Santa (comune di Careggine) che a Borgo a Mozzano e proprio in quei giorni era fuggito dal campo di concentramento di Anchiano per paura della deportazione in Germania, unendosi di fatto ad una piccola formazione di partigiani: 

”Il mattino dopo decisi di partire: Presi quattro o cinque fette di polenta di neccio e seguii la strada che mi aveva indicato (un conoscente di nome Amedeo Dini), e cioè: la Formica, via Nova, la Gatta. Quando arrivai era quasi mezzogiorno e fino ad allora non avevo visto nessuno. Mi sedetti sopra un sasso per riposarmi, perché ero assai stanco e mi misi a mangiare la polenta. Dopo pochi minuti sentii dei passi, mi girai e vidi un uomo con un fucile in mano che mi disse: -Cosa ci fai da queste parti?-. Allora io risposi: -Mi
Tunnel nella montagna,
linea gotica Borgo a Mozzano
(foto Paolo Marzi)
manda il Volpe- e allora lui mi domandò come mai il Volpe mi mandasse da loro. Gli raccontai la storia e mi disse di andare con lui. Dopo circa cento o duecento metri c’era una capanna coperta a piastre e una coperta a paglia, e dentro c’erano una decina di uomini. Mi presentò a uno che disse di essere il capo. Mi chiese il nome e quanti anni avevo. Gli dissi che mi chiamavo Bravi Franco e avevo diciassette anni e mezzo. Volle sapere dove avevo lavorato con i tedeschi e gli raccontai che prima lavoravo a Isola Santa, poi mi trasferirono a Borgo a Mozzano da dove ero scappato. Mi disse che per il momento non aveva armi da darmi, ma che nel giro di qualche giorno sperava di poterle avere, infatti dopo due giorni mi chiamò e mi consegnò un moschetto che disse di aver avuto dai carabinieri di Vagli. Mi insegnò come si caricava e mi disse di conservare bene le cartucce perché erano preziose perché poche.
 Verso sera mi chiamò di nuovo e mi domandò, sapendo che avevo lavorato a Isola Santa, se sapevo di preciso dove era il magazzino viveri della TODT e se era in un posto dove fosse facile attaccarlo per procurarsi dei viveri e se mi sentivo il coraggio di farlo. Gli dissi di sì e così il giorno dopo, verso le tre, si partì in sette compreso il capo che disse di chiamarsi “Lupo” (naturalmente come nome di battaglia). Gli altri rimasero lì a fare la guardia. Si arrivò sopra Isola Santa passando dal passo di Scala
Tunnel nella montagna,
linea gotica Borgo a Mozzano
(foto Paolo Marzi)
e da lì con il binocolo si osservavano gli operai che finivano il turno di lavoro. Appena venne buio si scese in paese, ma ci fermammo dietro un muro, perché si sentivano dei passi. Si vide un uomo che io riconobbi subito: era uno che lavorava con me prima che andassi a lavorare a Borgo a Mozzano. Lo chiamai per nome, si chiamava Bertoni, si fermò ed ebbe un po’ di paura vedendoci tutti armati. Gli dissi le nostre intenzioni e se sapeva quanti tedeschi c’erano. Mi rispose che erano solo due, i soliti che passavano tutti i giorni a controllare gli operai sul lavoro.

-Allora sono anziani- gli dissi -e uno parla abbastanza bene l’italiano-.
-Si, è proprio lui- mi rispose -ho saputo che è austriaco, non sparate perché ce ne sono altri alle baracche del cantiere. Speriamo che non se la prendano con noi paesani-
Ci si avvicinò al magazzino e si rimase alcuni minuti ad osservare cosa facevano. Finalmente uno venne fuori e accese una sigaretta. Allora il capo ed altri due partigiani, che erano i più vicini, gli intimarono di alzare le mani, lui le alzò subito e l’altro, nel sentire le voci, venne sulla porta e nel vedere tutti gli uomini armati, le alzò subito anche lui.
Bracciale per lavoratore TODT
(Foto Paolo Marzi)
Si entrò dentro, ma di viveri c’era poca roba. Si presero subito i fucili e una decina di pani e un centinaio di scatolette di carne. Quello che parlava italiano si raccomandò di non prendere le armi, altrimenti li avrebbero fucilati. Però noi per essere più sicuri, si presero i fucili e uno di loro, quello che parlava italiano, lo portammo fin sopra il paese. Gli rendemmo i fucili dopo aver tolto le cartucce e gli si disse di aspettare una mezz'oretta prima di tornare al magazzino.
Si seppe poi che il giorno dopo i tedeschi presero in ostaggio alcuni uomini del paese, ma visto che erano tutti uomini che lavoravano con loro e che non c’era stata violenza da parte dei partigiani, furono rilasciati lo stesso giorno “.

Negli ultimi anni di guerra quando la sorte della Germania nazista
Tessera per lavoratore
TODT
era ormai segnata, molti gruppi della TODT furono richiamati a rafforzare le divisioni decimate da anni di combattimento. Ma il loro intervento, mentre tutto il mondo nazista stava crollando non servì in alcun modo a ritardare la fine del Terzo Reich.





Bibliografia:


  • "L'organizzazione TODT e le sue attività in Italia durante la seconda guerra mondiale" di Carlo Alfredo Clerici  "Uniformi e Armi"1995
  • "Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo guerra e resistenza" di Feliciano Bechelli, Pezzini Editore 2016
  • "Racconti di guerra vissuta" di Tommaso Teora, Banca dell'identità e della memoria 2014

martedì 30 agosto 2016

Un partigiano scomodo: Manrico Ducceschi alias "Pippo". Un'ennesima storia che appartiene ai misteri d'Italia

Manrico Ducceschi
Il mio amico Stefano mi ha sempre stimolato(giustamente) ad interessarmi alla vita di quest'uomo di cui andrò a raccontare e che proprio il 26 agosto scorso ricorreva l'anniversario di morte. Stimolato dalla curiosità mi sono messo sotto e dopo approfondite ricerche  ho avuto conferma per l'ennesima volta di una teoria che aveva un mio vecchio professore di storia e diceva pressapoco così: "...la storia è fatta dagli uomini, alcuni di questi uomini il fato (ma non solo...) vuole che rimangono agli onori della cronaca, altri ancora che questa storia hanno contribuito anch'essi a scriverla in maniera sostanziale, spesso e volutamente rimangono dimenticati". Per questo mi pare giusto e doveroso ricordare questi personaggi anche se hanno da raccontarci vicende fastidiose, poco chiare e a dir poco misteriose. Questo articolo ha infatti l'intento di riportare a galla la storia di un partigiano "anomalo" e scomodo allo stesso tempo: Manrico Ducceschi, nome di battaglia "Pippo", che attraverso le sue azioni contribuì anche alla liberazione della Garfagnana dal nazi-fascismo. Questi accadimenti che andrò a narrare fanno parte di quei fatti ormai (oserei dire) tipicamente italiani, dove tutto è sempre nebuloso e spesso manipolato, la storia d'Italia infatti è piena di queste vicende, dal delitto Moro,a Ustica per arrivare perfino al referendum monarchia Repubblica...Ecco, a questi fatti appartiene anche la storia di "Pippo".
Manrico nacque lontano dalle nostre terre, nacque a Capua in provincia di Caserta l'11 settembre del 1920, la sua nascita in terra di Campania è puramente casuale ed avviene durante un viaggio della madre. La famiglia infatti è di Pistoia, città in cui vive insieme al padre Fernando (agronomo di professione), alla mamma Matilde e alla sorellina Leila. La vita scorre tranquilla, il ragazzo frequenta l'antico liceo "Forteguerri", non si interessa di niente in particolare, gli stravolgimenti politici del tempo non lo toccano minimamente, il suo profitto a scuola per di più non è niente di eccezionale, il ragazzo indubbiamente è intelligente- ma come dicono i professori- il suo conformismo gli tarpa le ali.
"Pippo" in gioventù sulle nevi
 dell'Abetone
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
Comunque sia, finito il liceo gli si aprono le porte dell'università, la facoltà di lettere di Firenze lo aspetta e in questo caso anche con profitto. Il suo torpore sociale finisce in quegli anni, prende contatti con "Giustizia e libertà" (n.d.r: movimento politico liberal-socialista), non trovando però conformità di idee. Gli anni passano e arriviamo ai giorni seguenti all'armistizio dell'8 settembre, Manrico si trova a Tarquinia dove frequenta la scuola di allievi ufficiali nel V reggimento alpini. Il caos in quei giorni è totale,nonostante tutto fortunatamente riesce a sfuggire all'arresto dei nazisti che lo vogliono arruolare nelle milizie della R.S.I e così in qualche maniera riesce a tornare a Pistoia, poi a Firenze dove si mette in contatto con il Partito di Azione. In quel giorno nasce così la leggenda di "Pippo" che viene inviato subito sulla montagna pistoiese con pochi compagni dove dapprima assume il nome di battaglia di "Pontito", mostrando ben presto capacità organizzative notevoli. Nel settembre 1944 fonda la brigata "Rosselli" che prende anche contatti con il Comitato di Liberazione Nazionale di Lucca, costituendo di fatto una rete di nuovi combattenti e simpatizzanti e con l'aiuto di preti, pastori e qualche carabiniere riesce a tessere una rete di informatori di tutto rispetto, riuscendo così, grazie a queste informazioni a portare a termine le prime azioni di sabotaggio, preludio dei successi che otterrà nei seguenti mesi. L'entusiasmo per questa impresa è alle stelle, il nuovo nome di battaglia lo inorgoglisce:"Pippo", era di fatto anche il soprannome di Giuseppe Mazzini e questo è un motivo in più per proseguire la sua lotta. Il quartier generale d Pippo è sull'Alpe delle Tre Potenze, zona nevralgica fra le province di Pistoia, Lucca, e Modena, di li può coordinare tutte le azioni belliche sulla Linea Gotica, coprendo di fatto la Val di Lima, L'Abetone e la Garfagnana. Il 16 marzo 1944 la formazione partigiana da lui comandata assumerà la denominazione ufficiale di "Esercito di Liberazione Nazionale-XI Zona Militare Patriotti", prendendo l'impegno sempre gelosamente difeso dal suo capo in persona di darsi finalità assolutamente apolitiche, nelle divisioni di partito vedeva proprio un serio ostacolo per una rapida vittoria contro il nazi-fascismo, da qui si cominciò ad attirare le prime
Pippo dal balcone saluta i suoi uomini
 dopo una riuscita incursione
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona") 
forti antipatie... 
Vale la pena, a questo proposito, citare un brano scritto da Maria Luigia Guaita, inviata presso di lui dal CTLN (n.d.r: comitato toscano liberazione nazionale) per ottenerne una relazione:


"Pippo era uno dei comandanti più autorevoli e stimati di tutta la Toscana.Già a giugno aveva sotto di sé più di mille uomini ormai equipaggiati e armati, era la formazione più forte di tutto il pistoiese e dintorni.Era il migliore dei nostri comandanti.Lo ricordavo appena dieci mesi prima studente di lettere timido, serio, il più giovane fra gli amici, ora lo guardavo comandante partigiano, ancora più magro, più calvo, ma abbronzato e sicuro di sé, incuteva soggezione e affetto, gli dissi quello che volevano conoscere al comando militare. Tornò con le indicazioni richieste, allora gli mostrai varie copie dei punti programmatici del Partito d’Azione e altri opuscoli di propaganda. Per i politici era importante quanto il combattere che i partigiani maturassero nelle idee. Pippo sorrideva:-Non li butterai mica via?- gli dissi-Ci costano tanto di ansie e di soldi!- -E chissà quante discussioni- disse Pippo e rideva, mi accorsi che nel fondo era triste e deluso, scuoteva la testa".

La politica a lui non interessava per questo si distaccò sempre di più dai comitati di liberazione nazionale prediligendo di fatto la collaborazione con gli alleati. La scelta di Pippo era prettamente militare a lui non interessavano gli equilibri politici, a lui interessava la libertà del suo Paese e questo lo dimostrò in pieno con azioni militari precise e calibrate, vere e proprie battaglie venivano ingaggiate con i tedeschi, supportate anche dall'aviazione americana. I rapporti con gli alleati e con l'esercito brasiliano saranno sempre più stretti e porteranno al clamoroso successo dell'otto giugno 1944 nei pressi dell'Abetone dove dopo scontri a fuoco con i soldati della Repubblica Sociale vennero recuperati importantissimi documenti militari, alcuni dei quali ancora oggi secretati negli archivi statunitensi. Arriveranno anche i successi con la esse maiuscola in Garfagnana(coadiuvati sempre dalla V armata americana) con la liberazione di Bagni di Lucca il 28 settembre, poi Barga il 9 ottobre. Oramai la brigata partigiana di Pippo era un tutt'uno con gli americani tant'è che entrerà  a far parte in pianta stabile dell'esercito alleato prestando servizio "come truppe di linea inquadrata in forma di reparto regolare ed organico" indossando addirittura divise ed equipaggiamento americano. Presero parte anche nella famosa "Battaglia di Natale" (la battaglia più famosa di tutta la Valle del Serchio) dove persero parecchi uomini, riuscirono però a "tenere botta" alla prorompente forza tedesca,
Autocolonna brasiliana che scende
 la Val di Lima(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
dando così il tempo necessario alle truppe americane di potersi riorganizzare. Si era ormai però agli sgoccioli della guerra, i tedeschi battevano in ritirata e l'XI Zona di Pippo era una fra le poche formazioni partigiane (l'unica in Toscana) che fu mantenuta in piena efficienza (n.d.r: alle altre formazioni partigiane una volta liberato il territorio veniva imposto dagli alleati il disarmo e lo scioglimento della stessa), gli americani inoltre concessero l'onore a Pippo e ai suoi uomini di avanzare insieme a loro nell'offensiva finale partecipando fattivamente alla liberazione di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza per entrare poi trionfalmente a Milano. La fama di Pippo era alle stelle, gli alleati continuavano a dargli onori e gratitudine, venne infatti accordato ulteriormente di: "tenere le armi e combattere fino ai territori tedeschi", onore che non avrà il tempo di godere poichè la Germania capitolò. La storia partigiana di Pippo finì poco dopo, tutta la formazione dell' XI Zona rientrò all'Abetone con armi e automezzi e li ci fu lo sciogliete le righe. Gli americani a fine conflitto conferirono a Pippo l'alta onorificenza america della Bronze Star Medal, uno dei maggiori riconoscimenti militari degli Stati Uniti d'America, ma però nel contempo le più pericolose gelosie aumentavano...



La bronze star Medal
di Manrico (foto tratta
dal blog "Manrico Ducceschi
detto Pippo comandante XI Zona")
Qui, a guerra finita comincia un'altra storia,la più misteriosa, la più sporca e la più triste. Manrico nel dopoguerra si trasferisce a Lucca dove risiede in Piazza San Michele, non è un buon momento per il comandante, adesso che la lotta armata è finita sono le diatribe politiche quelle che tengono banco, quelle che lui aveva sempre odiato, per di più alcuni processi pendono sul suo capo per azioni e condanne decretate nei confronti dei fascisti colpevoli,da questi
processi esce comunque sempre assolto. Arrivano così i delicati anni fra il 1947 e il 1948, anni complicati, l'assetto politico è instabile e non certo privo di pericoli. Le elezioni dell'aprile '48 e il conseguente attentato a Togliatti portano l'Italia sull'orlo di un'altra guerra civile. Pippo viene contattato nuovamente dagli americani è pronto a tornare in gioco per scongiurare un eventuale "pericolo rosso", ma rifiuta poi di riprendere le armi perchè coinvolti in questa operazione anche ex fascisti, fattostà che Il 24 agosto 1948 Pippo deve recarsi a Roma ma al ritorno ha già preannunciato che denuncerà fatti e circostanze che offuscano l'operato di alcuni gruppi partigiani. Viene rinvenuto  in casa, impiccato con la cintura dei propri pantaloni da alcuni componenti della formazione a lui molto vicini il giorno 26,  e inizierà così il mistero relativo alla sua morte. Ecco quindi a tal proposito un articolo de "Il Tirreno" di Laura Poggiani nipote di Manrico:


"..In questo contesto la mattina del 26 agosto 1948, fu rinvenuto cadavere nella sua casa di Lucca il Comandante partigiano Manrico “Pippo” Ducceschi. Alle ore 14 di quel giorno infatti, i più stretti collaboratori di “Pippo” ossia Giuliano Brancolini, Mario De Maria e Enrico Giannini si presentarono  al Comando Guardie di P.S. per denunciarne la morte e successivamente gli inquirenti, recatisi sul posto, dopo i sopralluoghi di rito, decisero di procedere con l’autopsia. Questa, eseguita il giorno seguente, metteva in rilievo come la morte risalisse al giorno 24 e che fosse compatibile con l’asfissia per impiccagione. Se da un lato, però, le indagini sembravano preponderare per l’ipotesi di un suicidio, dall’altro risultavano falsate dalla mancata acquisizione agli atti dell’Autorità Giudiziaria dell’archivio rinvenuto in casa di “Pippo”. Malgrado ciò l’inchiesta portò all’individuazione, proprio nei più stretti esponenti od ex esponenti della formazione, di possibili responsabili fino
I funerali di Manrico Ducceschi
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
addirittura  al  fermo del segretario di “Pippo”, nonché suo vicino di casa, Franco Caramelli che fu poi rilasciato in mancanza di prove inconfutabili di omicidio. 
Per molti, anche storici, la vicenda della morte di “Pippo” si conclude qui ignorando o omettendo gli sviluppi successivi. L’inchiesta riprende, con maggior vigore, allorquando, negli anni ’70 gli inquirenti, su segnalazione di un carabiniere di Castelnuovo Garfagnana, riapriranno l’inchiesta per omicidio indagando, prevalentemente, sulla traccia, già evidenziata ma non percorsa nella prima indagine, della pista slavo/comunista. L’indagine, stavolta darà vita a un processo per omicidio che però porterà alle stesse conclusioni dell’inchiesta precedente, ossia che non vi sono prove certe di omicidio.
Si potrebbe pensare che a questo punto che la storia sulla morte di “Pippo” si esaurisca qui ma, come in ogni buon giallo, ecco il colpo di scena. Nel 1981 una segnalazione anonima ad un magistrato mette per la prima volta in correlazione la morte di “Pippo” con un ben noto faccendiere pistoiese: Licio Gelli (n.d.r:capo della loggia massonica P2). A lui , in questo anonimo, si attribuisce anche la morte di un altro noto Comandante partigiano: Silvano Fedi. Poiché  molti degli uomini  della formazione di Fedi confluirono nella formazione di “Pippo” si ravvisa che quest’ultimo conoscesse bene le circostanze e i mandanti della morte di Silvano. Si riapre quindi l’inchiesta con un teste di eccezione: il giornalista Marcello Coppetti che proprio in quegli anni aveva effettuato una ricerca certosina sull’argomento e così scriveva nei suoi appunti circa l’agguato a Silvano Fedi: “Durante l’agguato alcuni partigiani si salvano. Uno di essi ha la prova che Gelli è l’autore dell’agguato. Tale prova sarebbe stata contenuta nell’archivio in possesso di Manrico DUCCESCHI detto “Pippo”. Quando “Pippo” viene trovato morto nella
La tomba di Pippo
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
sua casa molti fascicoli del suo archivio sono “ripuliti”. Come mai? Pippo è morto naturalmente o l’hanno ucciso? Da chi viene ripulito l’archivio di Pippo? Per conto di chi?” 
Ancora una volta però il procedimento si conclude, per mancanza di prove certe, ma stabilendo un punto fermo: che possa essere stato effettivamente vittima di un complotto messo in atto da ambienti a cui dava fastidio la sua attività informativa..."


Nient'altro e niente più che un'altra storia, finita nel calderone italiano dei misteri irrisolti.

  • Il brano scritto da Maria Luigia Guaita è stato estrapolato dalla rivista "Patria indipendente" del 21 maggio 2006 da un articolo di Carlo Onofrio Gori
  • L'articolo tratto da "Il Tirreno" è del 22 agosto 2012 si intitola "La memoria violata del partigiano Pippo per assenza di prove" 

martedì 27 ottobre 2015

92a Divisione Buffalo: i 15000 uomini di colore che liberarono la Garfagnana.1944

Non è come Hollywood ce la vuol sempre raccontare, anzi spesso e
Il loro simbolo
volentieri il cinema americano ci lancia degli stereotipi che ci portiamo appresso tutta la vita. Ad esempio nella II guerra mondiale coloro che ci liberarono dall'oppressione nazi fascista furono gli americani (ma non solo) e ce le immaginiamo arrivare nella nostra Garfagnana da liberatori trionfanti sulle jeep a ritmo di swing, distribuendo cioccolate e sigarette a destra e a manca fra ali di gente festante e ci ritornano alla mente quei soliti soldati americani visti nei film di guerra,un po' spacconi ma buoni come John Wayne ne "Il giorno più lungo"o Lee Marvin "In quella sporca dozzina", ma non fu così, almeno in Garfagnana.Gli americani che pensiamo nel nostro immaginifico non arrivarono mai, o meglio arrivarono quando la situazione nella valle era ormai pacificata. Oggi rendiamo merito e onore ai veri eroi, gli uomini della 92a Divisione Buffalo appartenenti alla Va armata americana.Una divisione composta da solo uomini neri, ben quindicimila, pochi conoscono i risvolti del doloroso ed eroico ingaggio di questi soldati che diedero le loro vite nel 1944 per la libertà della Garfagnana e per la loro stessa emancipazione dal razzismo.Questi erano i Buffalo Soldiers, i "soldati bufalo".

"Deeds not words", "fatti non parole" era il motto di questa divisione particolare
Una delle prime divisioni
della Buffalo
dell'esercito americano.Il soprannome "Buffalo" fu affibbiato a loro dai Cheyenne (tribù di Nativi Americani) nel 1867, in parte per il colore della pelle e per i capelli ricci di questi soldati che ricordava il mantello di un bisonte, ma sopratutto perchè questo nome per gli indiani significava rispetto, poichè come i bisonti, i soldati della Buffalo combattevano fino alla fine. Dopo la guerra civile americana (1865) Frederick Douglas (politico e abolizionista americano) ebbe a dire:

"I neri di America sono stati cittadini statunitensi tre volte nel 1766,nel 1812 e nel 1865. Nei periodi complicati i neri erano cittadini,nei momenti di pace erano degli alieni"
e la storia si ripete così nel 1941 a II guerra mondiale iniziata, il presidente Roosevelt firmò l'atto 8802 che riammetteva così i neri d'America nell'esercito. Seguirono poi leggi non scritte dove i neri dovevano restare in unità separate dai bianchi e in cui sempre i neri non potevano comandare i bianchi.L'altezzoso generale (bianco) Ned Almond, loro comandante così li accolse:
"Noi non vi abbiamo chiamato. I vostri giornali e politici neri assieme ai vostri amici bianchi hanno insistito per vedervi combattere e io mi impegnerò perchè voi combattiate e offriate la vostra parte di vittime".
Il comandante della V armata Mark Wayne
Clark passa in rassegna "La Buffalo"

Questo era il "buongiorno" con cui partirono per l'Italia.
Sbarcarono a Napoli nel 1944, poi di nuovo imbarcati per Civitavecchia e da li su convogli militari giunsero in Toscana. Avevano il compito di attraversare l'Arno e sfondare niente meno che la linea Gotica.La Garfagnana accolse così questi giovani, tutti desiderosi di far parte di un operazione militare vittoriosa. Molti di questi soldati si erano arruolati volontariamente per ottenere quell'integrazione civile e umana sancita a parole dalla Costituzione Americana, altri perchè senza lavoro,la maggioranza di loro erano contadini analfabeti, ma c'erano anche medici e professionisti. L'impatto con la nostra valle fu sconcertante da un punto di vista prettamente militare, per mesi e mesi i loro addestramenti si svolsero nelle lande semi desertiche del Texas che non avevano niente a che vedere con le montagne garfagnine, ma ormai non c'era più niente da fare, la loro missione doveva andare avanti.Dopo aver ridefinito le strategie cominciò l'avanzata verso la Garfagnana, iniziarono la loro risalita coadiuvati dai partigiani locali, infatti la loro più grande paura non essendo come detto abituati alla morfologia del territorio era di perdersi  per i
Una storica immagine:Lucca è liberata
dai soldati della Buffalo.
Foto ricordo con i civili
sentieri della valle e la collaborazione degli "amici paesani" (come i soldati della Buffalo chiamavano partigiani) in tal senso fu fondamentale. Giunsero così nel Morianese il 15 settembre 1944, gli scontri furono da subito duri con i tedeschi, questi scontri violenti durarono per quattro giorni, quando finalmente gli alleati riuscirono a sfondare ed entrare di fatto nella Valle del Serchio. Importantissimo fu anche per la Garfagnana l'apporto dell'esercito brasiliano,la F.E.B (Forza di Spedizione Brasiliana) che in quel momento si occupava della zona ovest, la zona che dava verso la Versilia, l'offensiva di entrambi gli eserciti continuava inesorabile tanto da giungere il 30 settembre del solito anno a Borgo a Mozzano stabilendoci il comando generale.Il 1° ottobre la 92a Buffalo liberò anche Bagni di Lucca, la loro marcia insieme ai brasiliani si protrasse ancora per 20 km liberando Barga, Fornaci, Gallicano, Sommocolonia, Ghivizzano e Pian di Coreglia e qui in questa linea si attestò il fronte.Rimane di quei giorni il ricordo singolare di un signore di Gallicano che all'epoca era un bambino di 9 anni :

Manifesto di propaganda fascista
contro i soldati negri
"Io non avevo mai visto un uomo nero se non nei manifesti della propaganda fascista che li dipingeva come degli scimmioni. Da principio fui titubante, ma poi mi feci conquistare dalla cioccolata che spesso mi offrivano".
Furono quelli sette mesi di guerra di trincea che in una maniera o nell'altra andava superata, l'inverno fu rigidissimo e solamente incursioni aeree su Castelnuovo e qualche episodio di guerriglia smossero in qualche modo la situazione.Vennero poi i giorni tragici e decisivi del dicembre 1944, i giorni dell'operazione "Wintergewitter",in italiano "Tempesta d'inverno", meglio conosciuta ai più come la "Battaglia di Natale". Le forze naziste il 26 dicembre a mezzanotte con un colpo d'ala riuscirono a sfondare le linee difensive statunitensi, cogliendo di sorpresa i soldati della Buffalo, in pochi giorni gli americani furono ricacciati indietro di 20 km, fu una disfatta.Nella memoria di tutti rimarrà l'estremo sacrificio del tenente di colore John Fox a Sommocolonia, paese nel quale vi furono fra i combattimenti più
Il tenente John Fox

feroci. John Fox era un uomo cresciuto fra i campi di cotone, finito a combattere su una collina incastrata fra i monti della valle del Serchio per l'esercito di un paese che ancora lo chiamava "negro", è solo, asserragliato nella rocca medievale del paese, cerca riscatto, forse gloria, ordina ai suoi di scendere a valle prima che i colpi di cannone e le mitragliere della Kesserling raggiungano anche loro.Lo spettacolo è straziante case sventrate, campi intrisi di sangue, commilitoni morti e la paura della povera gente chiusa nelle cantine.Ormai Fox è accerchiato, ma  ha fatto la sua scelta,non fuggire ma rimanere, cercare in qualche modo di frenare l'operazione "Tempesta d'inverno", Fox capisce come. Nell'ultimo messaggio inviato ai suoi soldati ordina di colpire con il mortaio, le coordinate però corrispondono a quelle della sua posizione, il soldato che riceve il messaggio è stordito, perchè portare il fuoco proprio sul tenente? Avrebbe significato sicuramente la sua morte. Ma l'ordine di John Fox è perentorio, le sue ultime parole sono "Fuoco lo stesso", quindi ucciderlo perchè non si continui ad uccidere, infatti così fu. Il corpo del tenente Fox una volta riconquistato il paese dai soldati della Buffalo, insieme ai soldati nepalesi, il 2 gennaio 1945 fu ritrovato insieme a quello di un centinaio di tedeschi. Insieme a lui nella battaglia morirono circa 80 Buffalo Soldiers. Le cose non volgevano al meglio anche nel settore versiliese, la
92a Buffalo in azione in Garfagnana
Buffallo subì pesanti perdite per errori di strategia, come nel fallito attraversamento del torrente Cinquale, dove il già discusso (e già citato) generale Almond mandò i carri armati a bonificare il terreno, uno dietro l'altro con il risultato della loro facile distruzione da parte dei tedeschi, lasciando così senza supporto di corazzati una parte della 92a divisione, anche qui fu una strage.Cominciarono a piovere così pesanti ed ingiuste critiche verso questi uomini, le truppe della 92a Buffalo furono spostate in zone di guerra per così dire più tranquille e le accuse si fecero ancor più pesanti, si parlava di mancanza di coraggio e della riluttanza delle truppe afroamericane di combattere.L'azione dei neri della 92a fu messa in dubbio pure dalla gente comune con commenti del tipo:" I bianchi sono pronti a morire per la patria, i neri no".

Film,fumetti,documentari e canzoni.
Il giusto merito
Mestamente la storia dei Buffalo Soldiers finì al ritorno in Patria nel novembre 1945, la divisone fu immediatamente disattivata alla fine dello stesso mese.
Per molti anni ancora questi uomini torneranno ad essere cittadini di serie B, dovranno andare in scuole separate, salire negli ultimi posti degli autobus e il Ku Klux Klan darà per molti anni la caccia al negro, nessuno si ricorderà del loro sacrificio, non bastarono più di mille morti e 3500 tra feriti e dispersi nella sola Toscana per essere ricordati non come soldati ma come uomini.
Ma il tempo come si sa (ogni tanto...) è galantuomo e uno dei primi in assoluto a riconoscere il valore dei soldati della Buffalo fu il professor Umberto Sereni (ex sindaco di Barga) che negli anni 80 cominciò la sua lotta per avviare un processo di riconoscimento dei sacrifici fatti, fu elogiata la loro azione sostenendo che il gruppo tattico dei Buffalo meritasse di passare alla storia per il comportamento in battaglia e per aver aperto la strada al resto
della Va armata. Furono così gli anni della giusta rivalutazione, film,canzoni libri, documentari portarono alla conoscenza di tutti questi valorosi soldati. Bob Marley nel 1983 dedicò a loro una canzone famosissima intitolata appunto "Buffalo Soldier". Marley, identificò i Buffalo
13 gennaio 1997 il 
Presidente Clinton consegna la
Medal of Honor a Vernon Baker
Soldiers
 come esempio di uomini neri illustri che agirono con coraggio, onore e distinzione in un campo dominato dai bianchi. Sergio Bonelli disegnò un numero del famoso fumetto "Tex", il film di Spike Lee "Miracolo a Sant'Anna" ne esaltò le loro doti, per non parlare poi del memorabile docu-film Buffalo Inside di Fred Kowomu. Ma il cerchio si chiuse veramente quel 13 gennaio 1997 quando il presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton insignì il tenente John Fox (il tenente morto a Sommocolonia) e Vernon Baker sottufficiale della 92a Buffalo 
(all'epoca in vita)con il più grande riconoscimento militare americano: la "Medal of Honor"

lunedì 2 marzo 2015

Conosciamo la"Linea Gotica": avvenimenti,curiosità e numeri di una brutta pagina di storia garfagnina

Abbiamo sentito parlare sempre di "Linea Gotica".Per la nostra, Garfagnana sono due parole comuni che riportano a giorni tristi e lontani, giorni di morte,giorni di guerra.Per i nostri nonni questa linea di fortificazioni che tagliava in due l'Italia era conosciuta semplicemente con la parola "fronte".Per i garfagnini questa linea di morte era unicamente "il fronte".Ma cos'era nello specifico la Linea Gotica? Guardiamo com'era composto questo teatro di guerra,scendiamo nella curiosità e andiamo a cercare il perchè di questo nome e purtroppo andiamo a vedere che numeri tragici sviluppò.Insomma, conosciamola meglio.Il suo ideatore fu il feldmaresciallo tedesco Albert Kesserling, lo scopo di questa catena di fortificazioni difensive nata nel 1943 durante la II guerra mondiale era di rallentare l'avanzata alleata verso il nord Italia dopo lo sbarco in Sicilia del 9 luglio.Trecentoventi sono i chilometri della sua lunghezza totale.La Linea Gotica si estendeva dalla provincia di Massa Carrara a quella di Pesaro Urbino.Partendo dalle Alpi Apuane, proseguiva verso est lungo la Garfagnana, poi sui monti dell'Appennino modenese e bolognese, risaliva la Valle dell'Arno e quella del Tevere fino ad arrivare all'Appennino forlivese,poi discendeva ancora lungo il versante adriatico fino a Pesaro.Il progetto originale prevedeva la realizzazione di una fascia di fortificazioni larga ben 35 chilometri, ma non vi fu il tempo di realizzare ciò, gli americani premevano alle porte della Pianura Padana.Dodici anni i francesi impiegarono a costruire la linea Maginot, il complesso di fortificazioni che difendeva i confini orientali della Francia.I tedeschi invece ebbero a
Schieramenti sulla Linea Gotica
disposizione solo 10 mesi per dar vita alla Linea Gotica.I lavori iniziarono nel settembre 1943.Per la sua costruzione i nazisti reclutarono soldati e prigionieri italiani (circa 50.000 operai) e 2.000 soldati di una brigata slovacca che finirono a lavorare per la TODT (una grande impresa di costruzioni creata in Germania da Fritz Todt) e sotto il controllo diretto di 18.000 genieri germanici.Tutti coloro che lavoravano nella TODT non venivano pagati e avevano il compito di costruire bunker in cemento armato e campi minati, scavare fossi anti carro e posizionare tralicci di filo spinato.I lavori furono necessariamente interrotti nell'agosto del 1944, quando gli americani sferrarono il primo attacco.In soli dieci mesi però erano stati realizzati 3604 trincee,2375 nidi di mitragliatrici, 479 posti cannone, 16.000 postazioni di tiratori scelti,in più erano state posizionate l'impressionante numero di 95.689 mine antiuomo.I chilometri di fossato erano quasi 900 e quelli di filo spinato ben 117. Naturalmente,specialmente nelle nostre zone per costruire tutto questo la TODT fu facilitata dalla morfologia dei nostri monti, la linea fu modellata seguendo le posizioni vantaggiose che offriva l'ambiente naturale.Ma guardiamo adesso l'origine del suo nome. Perchè Linea Gotica? I tedeschi battezzarono inizialmente questa linea con il nome di Linea Gotica (Gotenstellung) in onore alla
Manifesti di propaganda
per lavorare nella TODT
antiche e impavide tribù germaniche dei Goti che invasero l'Europa centro meridionale,ma poi per volere dello stesso Hitler (che nonostante tutto sentiva odor di sconfitta) temendo ripercussioni propagandistiche negative e sbeffeggianti si decise di chiamarla semplicemente con un nome molto meno altisonante: Linea Verde (Grune Linie), nome dovuto questo dalla rigogliosa vegetazione che era presente in questi luoghi.Arriviamo quindi a quello che ci riguarda nello specifico e diciamo subito che già dal 1938 sulle alture della Garfagnana si cominciò a costruire fortificazioni di difesa dal Genio Militare Italiano, lavori interrotti quasi subito per poi essere ripresi nel 1943 dalla TODT con a capo l'ingegner Hosenfield il quale piazzò la propria sede a Borgo a Mozzano. Anche qui molti nostri concittadini furono impiegati in lavori forzati, d'altronde era l'unica via di scampo per non finire nei campi di concentramento.Una menzione particolare va rivolta ad un geometra italiano in servizio coatto nell'impresa di costruzioni tedesca,questo geometra operava nelle nostre zone e si chiamava Silvano Minucci il quale dei progetti delle difese naziste della zona faceva le copie che poi nascondeva nella canna della bicicletta e le faceva giungere al comando alleato a Lucca.La questione Linea Gotica in Garfagnana era unica perchè i tedeschi commisero un grosso errore da un punto di vista strategico,vediamo perchè. Cosa particolarissima  la linea difensiva in Garfagnana  e in Valle del Serchio era doppia e così si sviluppava:



  • La prima denominata Linea Verde I partiva dal Cinquale per poi giungere attraverso le Apuane in Valle del Serchio, tagliarla completamente fino a Borgo a Mozzano e risalire verso gli Appennini
  • La seconda denominata Linea Verde II partiva sempre dal Cinquale, proseguiva verso Seravezza,saliva il Monte Altissimo,la Pania della Croce,la Pania Secca, scendeva verso il Serchio all'altezza di Barga e del comune di Fosciandora dove la valle si restringe per poi risalire gli Appennini attraversando Sommocolonia                                                                                   
Castelnuovo bombardata 1944
L'errore commesso dagli ingegneri della TODT non tenne conto di una possibile incursione alleata attraverso Bagni di Lucca che si poteva raggiungere tranquillamente dalla montagna pistoiese rischiando così di essere colti alle spalle a Borgo a Mozzano (Linea Verde I).Perciò Kesserling dette l'ordine di indietreggiare di 20 chilometri fino all'altezza circa del Ponte di Campia (Linea Verde II).In questo arretramento i nazisti distrussero ponti,strade e gallerie.Nel frattempo gli americani agli ordini del generale Clark avevano dato il via alla fine dell'agosto '44 alla famosa "Operazione Olive",nome in codice del piano di attacco a tenaglia per sfondare la Linea Gotica.Per la valle cominceranno così giorni bui e tristi. Inizialmente la Garfagnana doveva essere risparmiata dagli eventi bellici, nei piani dei nazisti era considerata una "zona bianca"adibita a raccogliere gli sfollati dei territori interessati dagli scontri.Ma non fu così, si consumò una guerra di logoramento tipica della I guerra mondiale che durò 7 mesi. Il 30 settembre i brasiliani della F.E.B si aggregarono alla 92a Divisione statunitense Buffalo raggiungendo Borgo a Mozzano dove stabilirono il comando.Negli stessi giorni i partigiani coadiuvarono gli alleati conquistando le vette Apuane, "il Valanga" prese il Croce e il Matanna. Il 1° ottobre intanto fu liberata Bagni di Lucca,nella solita settimana i soldati brasiliani avanzarono ancora di 20 chilometri liberando Ghivizzano,Piano di Coreglia,
Borgo a Mozzano,
fortificazioni della Linea Gotica oggi
Fornaci,Gallicano, Barga (anche se era già stata abbandonata dalle forze germaniche da giorni) e Sommocolonia. Sembrava una cavalcata trionfale ma tutto il fronte si fermò li, bloccato per tutto l'inverno dalle pessime condizioni climatiche. Adesso il centro nevralgico delle operazioni di guerra diventò Castelnuovo. Durante questo tremendo inverno l'evento più rilevante fu l'operazione"Tempesta d'inverno" (per questa famosa battaglia leggi: http://paolomarzi.blogspot.it il-piu-tragico-natale) condotta dalle forze germaniche che respinsero gli alleati facendoli arretrare per oltre 20 chilometri (che dopo pochi giorni poi recupereranno), ma per il resto dei mesi la situazione rimase stagnante.Le scaramucce continuarono da una parte e dall'altra senza risultati importanti,gli unici a rimetterci erano i garfagnini ormai prostrati dalla guerra. I mesi passavano e lo sfinimento la faceva da padrone. Nelle forze tedesche della Wehrmacht e in quelle italiane della Repubblica Sociale (la Divisione Monterosa) cominciarono le diserzioni, molti si consegnavano al nemico,mentre dalla parte alleata il morale cresceva,la Linea Gotica aveva ceduto a Massa Carrara, 

mentre da nord stavano sopraggiungendo rinforzi. Il momento era
Borgo a Mozzano, Linea Gotica, bunker
propizio,era arrivata l'ora di dare la spallata finale alla linea e così fu. Il 18 aprile 1945 prese il via la decisiva azione di guerra denominata "Second Wind",un operazione combinata da pesanti mitragliamenti e bombardamenti e con l'aiuto dei partigiani risalendo da Gallicano fu sfondata la Linea Verde II e finalmente il 20 aprile Castelnuovo Garfagnana era libera. Nella fuga i nazisti continuarono la loro opera di distruzione,distruggendo anche il bellissimo Ponte della Villetta. La Garfagnana dopo la liberazione di Piazza al Serchio (e dei comuni circostanti) avvenuta il 25 aprile era definitivamente libera dall'oppressione nazista.La Linea Gotica in Garfagnana lasciò una pesante eredità. I danni subiti dalle infrastrutture e dalla popolazione furono ingentissimi.A quel tempo si contarono 360.000 sfollati fra garfagnini e versiliesi e 3200 morti civili (dato approssimativo). Le zone più colpite dai bombardamenti americani furono Gallicano,Barga,Molazzana, Camporgiano, Careggine, ma a
Il Ponte della Villetta 
fatto saltare in aria dai tedeschi
simbolo di tutti questi paesi c'era Castelnuovo che per il 95% della sua estensione fu rasa al suolo. Oggi le fortificazioni della Linea Gotica le possiamo ammirare a Borgo a Mozzano, sono praticamente intatte e le possiamo visitare prendendo appuntamento con la pro

loco del posto. Un appuntamento con la nostra storia da non perdere assolutamente.