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giovedì 22 luglio 2021

Un'antica e vera storia garfagnina: inquisizione, tesori, maghi e... un maledetto capitano

Chi da bambino non ha mai sognato di trovare un tesoro nascosto,
sepolto magari da qualche pirata o da un avventuriero di passaggio? Fantasie degne dei romanzi di Emilio Salgari o delle imprese del Corsaro Nero. Storie che hanno rappresentato per tutte le generazioni di ragazzi e ragazzetti un'irresistibile attrazione. Che dire poi di quell'avvincente mappa del tesoro? Simboli e parole indecifrabili che ancor di più stimolavano la creatività. Ma quelle che potevano sembrare le fantasie di bambini dotati di fervida immaginazione, per qualcun altro la cosa si poteva presentare ben più seria, tanto da scomodare forze occulte e misteriose. Questo accadeva veramente nella Garfagnana del XVII secolo, quando un personaggio d'alto lignaggio, per ritrovare il tesoro nascosto del padre affidò le ricerche a maghi e fattucchieri vari... Ma ben presto l'inesorabile scure della Santa Inquisizione di Modena non tardò ad abbattersi sui loschi protagonisti di questa fantasmagorica ed incredibile vicenda. Ma prima di addentrarsi nei fatti è giusto fare un doveroso preambolo, per far capire meglio al caro lettore gli avvenimenti di quel lontano 1668. Bisogna infatti fare un salto indietro nel tempo di qualche decennio dai suddetti misfatti e andare a quel 1586 quando Papa Sisto V emanò la bolla "Coeli et Terrae". Con questa bolla il Santo Padre operò una vera e propria rivoluzione
Papa Sisto V
sociale, non bastava più dare la caccia alla streghe. Nonostante il moltiplicarsi dei roghi in tutta Europa la guerra alla blasfemia si affinò, allargando la cerchia degli eretici agli astrologi, ai superstiziosi e ai trasgressori del riposo festivo, ma non solo a loro, con tale lettera papale si cercò soprattutto di colpire, e anche in maniera piuttosto energica, la magia rinascimentale, ossia la cosiddetta "magia dotta", fino a quel momento se si vuole tollerata. Ma cos'era questa "magia dotta"? A praticare la magia dotta(che a differenza di quella popolare di competenza femminile, era una specializzazione prettamente maschile) erano gli stessi prelati, i medici, gli avvocati e tutta la classe delle professioni in genere, che facevano uso di libri di formule magiche come "La Spada di Mos"(per la cura delle malattie), e "La Chiave di Salomone" (per trovare tesori nascosti). Spesso questi tomi circolavano nei paesi e nelle città in maniera clandestina, addirittura talvolta questi libri venivano trascritti a mano e ciò era dovuto soprattutto non tanto alla difficoltà di ottenere copie edite, ma bensì quello che spaventava di più era la paura di incorrere nell'accusa di possesso di materiale proibito. Rimaneva il fatto che per ottenere l'efficacia delle formule inserite nei libri bisognava che queste stesse pagine fossero riprodotte usando penne e carte consacrate dal mago di turno. Insomma per farla breve tale magia era usata principalmente per trovar tesori, pertanto se le classiche streghe si affidavano ad una tradizione orale, i sapienti vantavano un metodo "scientifico" e usavano nei loro riti tutte le
Chiave di Salomone
 risorse di loro conoscenza (alchimia, chimica e così via...). Quello che è sicuro che talvolta la bramosia di ricchezza e di prosperità di questi individui era ben superiore a qualsiasi altra paura, vorrei infatti rammentare a quei pochi che non se lo ricorderanno che le carceri di Regina Coeli in confronto a quelli dell'Inquisizione del XVII secolo erano un hotel a cinque stelle, perciò una volta scoperti  dovevano subire la condanna alla scomunica, sottoporsi "alle pene salutari" che consistevano a un lungo periodo di pane e acqua, alla quotidiana recita del rosario per mesi o anni (secondo la colpa commessa) e alla preghiera quotidiana (per cinque volte) del Padre Nostro davanti a un'immagine sacra, nonchè alla prigione e alla letali torture. Tutto perchè il potere di questi dotti maghi derivava esclusivamente dal demonio in persona. A tal proposito le vicende garfagnine del lontano 1668 che andremo a raccontare ricalcano perfettamente quanto finora è stato scritto. Questi singolari avvenimenti nostrani tornarono alla ribalta e all'interesse di tutti nel 2012, quando il professor Manuele Bellonzi pubblicò il suo bel libro "Il Castellano delle Verrucole". Dall'Archivio di Stato di Modena l'esimio studioso portò alla luce le carte processuali del Santo Uffizio di Modena che parlavano di un certo Francesco Accorsini di Puglianella, capitano militare e comandante dell'inespugnabile Fortezza delle Verrucole accusato di "superstizione qualificata",
Fortezza delle Verrucole
atta a trovare con l'aiuto dello spiritismo quelle monete d'oro a suo tempo nascoste dal defunto Ser Marco, padre del presunto colpevole. Del protagonista della nostra storia sappiamo ben poco, sappiamo che nacque in quel di Puglianella (Camporgiano), nel massiccio palazzo di famiglia (detto il castello), nel 1646 e che sposò Donna Chiara Micotti, facente parte anch'ella di una delle famiglie di notabili di Camporgiano. Gli Accorsini appartenevano a un antica progenie garfagnina, probabilmente originaria di San Donnino (Piazza al Serchio), di essa forse il più noto esponente fu tale Bartolomeo, primario medico a Ravenna agli inizi del 1600 e personaggio fortemente stimato dal Vallisneri. Da parte sua Francesco si dedicò fin da giovane alla carriera militare nell'esercito estense, ottenendo prima i gradi di tenente e successivamente quelli di capitano, questa nomina lo portò ad assumere il comando della Fortezza delle Verrucole (San Romano)e poi, a fine carriera, quella di Mont'Alfonso (Castelnuovo). Aveva ventidue anni il capitano Accorsini nei giorni in cui accadde il misfatto, fu Don Andrea Baldi a fare luce su strani accadimenti che coinvolgevano, a quanto pare, in un rituale magico perfino un bambino di 11-12 anni circa. Il parroco seppur in attesa di esercitare la funzione di delegato dell'inquisizione si dimostrò da subito particolarmente
Puglianella foto Amalaspezia.eu
attento a raccogliere testimonianze su quanto di strano succedeva in paese. Il tutto era infatti legato ad un altro processo svoltosi a Castelnuovo e poi concluso con un nulla di fatto. Fra gli imputati di questo processo c'erano personaggi di ogni risma... tale Conte Federico di Villanova, parigino, domiciliato a Lupinaia (Fosciandora), don Sebastiano Satti, Cristofano Danzi maestro di scuola a Pieve Fosciana, il caporal Giovanni e suo fratello Domenico Sabatini di Chiozza, servitori del (presunto) nobile parigino. Il Villanova infatti possedeva un libro manoscritto dal quale era sicuro di poter trarre istruzione per ritrovar tesori, il libro era intitolato "Cornelio Agrippa con aggiunta di secreti di Pietro Abano". Il creduto tesoro si immaginava fosse nella canonica del paese di Roccalberti, per cui il 18 aprile 1668, qui si ritrovarono i sopra menzionati, dopo che, per giorni si era proceduto ad un'opera di purificazione che lo stesso conte fece su di sè:"Prima si cominciò ad osservare per nove giorni continui la castità, poscia dentro nove giorni mi confessai e comunicai due volte, e fra tanto in questi nove giorni digiunai tre giorni continui in pane e vino, cibandomi solamente una volta il giorno". In quel giorno il rito continuò ponendo sotto la tovaglia dell'altare la spada rituale ed il pentacolo sul quale vi erano scritti e riportati simboli magici riconducibili al sigillo di Salomone. Il rettore Satti non partecipò al rito, il parroco lasciò la chiesa in mano agli altri figuri e dopo aver fornito a loro il sacro abbigliamento sacerdotale se ne andò a
pescare e poi si rifugiò nella casa del nostro capitano Francesco Accorsini. Fattostà che tutto il complesso cerimoniale non riuscì: "a tutti gli scongiuri fatti non avevamo visto che un ragnio (n.d.r: ragno)entrare in una apertura e il tutto si è risoluto in riso" . Detto fatto, finita tale messinscena tutta la schiera di loschi figuri si trasferì per la notte a casa dell'Accorsini per mettersi al suo servizio in quanto lo sapevano interessato a ritrovare il tesoro nascosto dal padre. A quanto pare il capitano non era nuovo a un simile tentativo di ricerca, circa un mese prima dei fatti vi fu in casa del militare una seduta spiritica fatta da fattucchiere locali, da testimonianze processuali si parlava di certe zingare, ritenute streghe, che in quella casa avrebbero fatto delle magie. Ma un altro teste parlò di fatti ben più gravi, nel tentato ritrovamento del tesoro di Ser Marco era stato coinvolto un innocente bimbetto del posto. Il fanciulletto (di nome Antonio) era stato chiamato dal capitano stesso mentre era a scuola. In tali accadimenti, è giusto dire, non fu coinvolto però il bizzarro Conte Villanova, poichè l'Accorsini non ebbe pazienza di aspettarlo e perciò furono convocati per il rituale il caporale Giovannini da Granaiola e Giuseppe Niccolai d'Anchiano "che sapevano fare l'alchimia" e ahimè, l'inconsapevole bambino. Il piccolo Antonio era infatti indispensabile al mago per la riuscita della magia, serviva proprio un "putto vergine" necessario per invocare gli spiriti. Interrogato poi dal tribunale del Sant'Uffizio il bambino rivelò il perchè ad un
Tribunale del Santo Uffizio
 primo interrogatorio non osò proferire parola: "Quello homini lucchesi che erano il caporale Giovannini da Granaiola e quel altro suo compagno mi dissero che non dicessi niente perchè mi haverebbero dato. Io non volsi dire cosa alcuna perchè havevo paura". Per il resto, sempre dalle parole del giovinetto continua l'incredibile storia dove si raccontò che il mago di turno fu il Giuseppe Niccolai, fu costui che in un rito propiziatorio costituito in una mistura di "raschiatura di capelli" e  d'olio d'oliva 
unse la mano destra del piccolo: "...mi disse poi alcune parole nel una e nel altra orecchia che io non intesi e poi me mise una candela di ferro (???) accesa fra le dita, mi disse che guardassi nella palma della mano e li dicesse cosa vedessi". Il povero piccolo Antonio venne così catapultato suo malgrado in un'esperienza sconvolgente dovuta all'ingenuità dell'età e alla giustificata impressionabilità del momento, tuttavia agli atti rimase il racconto di ciò che vide:"...io li dissi che vedevo deli homini me venevano nella mano... il detto giovine lucchese (n.d.r: il Niccolai)mi disse che domandassi ad uno di quelli se era ancor venuto sua Maestà". Sempre su richiesta del ragazzetto venne detto agli uomini li presenti nella visione di portare al sovrano (individuato come capo)  "la sedia e la corona reale e da mettere sotto i piedi una Bibia Sacra". Il racconto continuò dopo che il cosiddetto "sovrano" giurò di dire la verità in merito a quello che gli avrebbe chiesto "il putto": "...mi faccia vedere qui in questa mano quella stanza dove sono i denari nascosti e io vidi nella mia mano una camera con dentro due letti e io dissi: vostra Maestà facci venire fuori quei denari e vidi dui che lavoravano con un palo in mano...io dissi a quelli che lavoravano di fare presto, vi comando in virtù della mia verginità e del Nostro Creatore e che fate presto a metter fuori i denari e così vidi nella mano che votarono quel lavezzo e chi vi erano delli denari gialli e bianchi e poi comandai che ritornassero i denari e il
lavezzo dove erano prima"
. Il Capitano Accorsini a quel punto ordinò al bambino di ritornare a casa e di ripresentarsi la mattina dopo al palazzo. Il giorno seguente il rito continuò nella camera dei due letti: "quando quelli homini che erano nella mia mano lavoravano per tirar fuori il lavezzo come avevano fatto il giorno avanti, il caporale Giovannini andava toccando la muraglia con uno stiletto, mi disse che li sapessi dire il luogo dove lavoravano e quando il caporale con il detto stiletto fu arrivato al luogo con la mia mano dissi che lavoravano ivi et allora si fermarono et io andai a fare li fatti miei". Ecco,  è allora che a questo punto della storia un altro personaggio entrò a far parte di essa, era tal Lorenzo Angeli maniscalco di Sillano, che trovandosi anch'esso nella casa dell'Accorsini ed avendo sentito voci che raccontavano di un tesoro nascosto volle farsi raccontare direttamente come erano andate le cose e così narrò:"rompirono la muraglia dove haveva detto quella voce in luogo dove già altre volte vi era stato un finestrino e che nel aprir questo e veder la tavoletta che vi era per tener saldo detto finestrino il capitano stete alegro persuandosi d'haver ritrovato i denari, ma che in fatto non ritrovarono cosa alcuna e che il diavolo era bugiardo". Il capitano Francesco Accorsini oramai inchiodato alle sue responsabilità a sua difesa presentò la sua giovane età (22 anni), il fatto di essere
incensurato e una sorta di "fede-certificato", ossia un documento di cristianità conclamata, rilasciata da un penitenziere (n.d.r: sacerdote presente nelle cattedrali nominato direttamente dal vescovo) di Reggio Emilia, per di più si tentò la richiesta di grazia. Niente di tutto questo servì per evitare il severo carcere dell'Inquisizione che lo condannerà a più di un anno di reclusione, un fatto questo che segnerà il militare garfagnino per tutta la vita. Infatti negli anni a seguire le sue vicende non saranno ricordate per le sue imprese militari, ma bensì per le sue imprese criminali. Una volta subita la giustizia secolare del Santo Uffizio, dei suoi crimini si occupò la giustizia ordinaria modenese. Erano trascorsi ormai venti anni dai suddetti fatti e il capitano la sua vita l'aveva continuata fra sotterfugi e angherie varie, nel tempo furono molte le colpe di cui fu  imputato: concubinaggio ("Il Castellano Accorsini non abita mai con la moglie e vive in continuo concubinato con una vedova detta Maria nipote del sergente da Verrucole, dalla quale ha figliuoli,"), ma non solo questo, il suo comportamento era alla pari di quello di un padre- padrone del luogo. Non mancò infatti di far malmenare preti, militari e persone normali, ordinare delitti (non compiuti), intrallazzare in loschi affari realizzando di fatto alleanze sia familiari, oltre che politiche, civili e religiose, cercando in questo modo di speculare sui conti pubblici, si arrivò perfino a dire che la sua "patente" di castellano fosse stata negoziata, falsificando gli atti anagrafici dichiarandosi così cittadino di Reggio Emilia, insomma come si testimoniò nei processi a suo carico: "egli perseguita tutti quelli che non obbediscono ai suoi capricci". Francesco Accorsini finirà così ancora una volta imprigionato nelle carceri di Modena, era il 1688. Per il resto sappiamo che la sua ultima lettera scritta risale al 1691 e che da li a poco morì. Con ogni probabilità per lui si
aprirono le porte di quell'inferno, dove sicuramente avrebbe trovato il suo amico più fidato: il diavolo...

Bibliografia

  • "Il Castellano delle Verrucole. Storie e misteri della Garfagnana del seicento" di Manuele Bellonzi, edito Garfagnana editrice, anno 2013

mercoledì 9 agosto 2017

Leggende medievali garfagnine: " Il cerbiatto bianco e la dama ripugnante"

-Ascolta Paolo, ti voglio raccontare una storia, in modo che quando
avrò finito di raccontarla ti sembrerà di averla vissuta veramente-. Con queste parole la signora Alma inizia a raccontarmi una delle leggende più belle che io abbia mai sentito, così mi affretto a prendere il mio smartphone dalle tasche e ad impostare la registrazione vocale. La leggenda si svolge intorno all'anno mille, quando la Garfagnana  
non aveva un padrone ben definito, ma era tenuta in scacco da una folta schiera di signorotti che con un semplice:-Qui c'è mio !- istituirono posti di blocco, pretesero obbedienza, pedaggi e contributi. La leggenda difatti coinvolge uno di questi signori locali, tale Gherardo di Gottifredo signore delle Verrucole (n.d.r: personaggio realmente esistito) ed un essere mitologico fra i più belli in assoluto: il cerbiatto bianco. Questo animale nelle leggende garfagnine lo sentiamo nominare solo due volte e ciò rende ancor più rara questa storia. I nostri racconti tradizionali di solito sono infestati di lupi, orsi, buffardelli, l'Omo Verde, personaggi tipici alla conformità geografica della valle. Il cerbiatto bianco invece  è fuori da questi canoni e fa parte di quegli esseri dotati di forza magica, nella tradizione celtica sono considerati messaggeri dell'aldilà e secondo leggende sono creature impossibili da catturare e la caccia dell'animale da parte dell'uomo rappresenta la ricerca della sua spiritualità. Si dice inoltre che coloro che riescono a vedere l'animale stanno per vivere un momento di grande importanza a conferma di questo ecco il racconto della signora Alma che parla di questa leggenda ritrovata in manoscritti risalenti al XIV-XV secolo:
Sulle pagine di questo antico testo leggiamo che Gherardo di
Lo stemma di
 Gherardo di Gottifredo
Gottifredo signore delle Verrucole, durante una battuta di caccia, si imbatte in un favoloso cerbiatto bianco, che nelle leggende celtiche è spesso preludio di fantastiche avventure nell’altromondo. Affascinato dalla sua bellezza, egli lo insegue a lungo e quando finalmente riesce a raggiungerlo, lo uccide. In quell’istante, però, un cavaliere dalla sfarzosa armatura gli appare dinnanzi e, rivolgendosi a lui in maniera aggressiva, lo rimprovera aspramente per aver concesso al proprio nipote Lorenzo alcune terre che invece erano di sua proprietà. Il misterioso uomo, che dice di chiamarsi Aldobrandino, minaccia di morte il signorotto locale per questo oltraggio, ma poco prima di mozzargli la testa decide di offrirgli la possibilità di riscattarsi. Se infatti Gherardo, trascorso un anno esatto, si presenterà nello stesso luogo dell’incontro con la risposta ad una misteriosa domanda postagli dal suo avversario, potrà avere salva la vita. La domanda del cavaliere è “Qual è la cosa che la donna desidera di più?”. Gherardo dalle Verrucole accetta il compromesso e, terminata la caccia, torna al suo castello. Nonostante cerchi di non far trapelare i suoi pensieri, il nipote prediletto Lorenzo si accorge della sua preoccupazione e gli chiede quale mai possa esserne il motivo. Gherardo risponde raccontandogli la sua avventura nel bosco e il timore di non riuscire a trovare la vera soluzione all’enigma, così il nipote decide di aiutarlo. Insieme partono all’alba, prendendo direzioni diverse per porre la domanda a più donne possibili. Queste, però, rispondono dicendo che desiderano abiti lussuosi, un uomo valoroso che le sposi, oppure denaro e piccole soddisfazioni materiali; tutte cose che non convincono i due cavalieri. Intanto l’anno trascorre velocemente e Gherardo, seppur abbia riempito due

grossi libri con le risposte di tutte le donne del feudo, non ne ha ancora trovata una che sia veramente soddisfacente. Sulla via che conduce al luogo dell’incontro, in cui Aldobrandino lo attende, egli incontra una dama che cavalca un mulo, con un liuto appeso in spalla. La donna, di nome Lodovica, è davvero terrificante, indescrivibilmente brutta, con la faccia tutta rossa, i denti gialli e storti, le guance enormi, gli occhi simili a quelli di un gufo e il corpo completamente deformato. Ella dichiara che nessuna delle risposte che egli porta con sé è quella giusta, perché l’unica che conosce quella esatta è lei. Tuttavia gliela comunicherà volentieri, a patto che egli le prometta di recarla in moglie al suo caro Lorenzo, in cambio del qual gesto potrà avere salva la vita. Indeciso sul da farsi, data la tremenda bruttezza della dama, Gherardo torna di corsa al castello per confidare a Lorenzo l’accaduto. Il giovane e splendido combattente accetta senza esitazione di sposare Lodovica, nonostante il suo brutto aspetto; così Gherardo, ripresa la strada per il bosco, raggiunge la dama per riferirle la decisione e ricevere la risposta. Ludovica, allora, gli rivela che la cosa che la donna desidera di più è la sovranità. Il riconoscimento completo della sua sacra ed innata Libertà. Recatosi da Aldobrandino, Gherardo risponde alla sua domanda, così l’uomo lo risparmia. Di ritorno al castello delle Verrucole vengono subito
Gherardo di Gottifredo
Signore delle Verrucole
messi in atto i preparativi per le nozze, che la sposa desidera ricchi di cerimonie e festeggiamenti, perché tutti possano conoscere e vedere con i propri occhi qual è stata la scelta di Lorenzo. Dopo il matrimonio i due sposi si ritirano nelle loro stanze e Lodovica chiede gentilmente a Lorenzo di darle un bacio. Il giovane non esita un momento e, anzi, dice alla sua sposa che non farà solo questo, ma adempierà pienamente al suo dovere di marito, giacendo amorevolmente con lei. Ma non appena pronuncia queste parole, voltandosi verso la donna, scopre che al posto della tremenda dama ripugnante vi è la fanciulla più bella mai vista sulla Terra. Sorridendo al cavaliere, Lodovica gli svela di essere stata vittima di un incantesimo, una maledizione terribile che si sarebbe spezzata soltanto quando un uomo fosse riuscito a guardare oltre la sua bruttezza e l’avrebbe sposata. L’incantesimo però non è ancora del tutto spezzato e la fanciulla dice che solo per una metà del giorno potrà essere così bella, mentre per l’altra metà tornerà ad essere la dama ripugnante. Spetta a Lorenzo decidere se la vorrà bella di notte, tra le morbide coperte, oppure di giorno, di fronte a tutta la corte; ma il cavaliere, dopo averci riflettuto, lascia a lei la libertà di scelta, l’unica che può scegliere per se stessa. A tali parole la splendida dama esulta raggiante, poiché questa era la risposta che come d’incanto avrebbe rotto definitivamente il maleficio. Riacquistata la sua sacra Libertà, Lodovica potrà rimanere sempre bella, come ella stessa desidera. E la sua Sovranità investirà dolcemente Lorenzo fino alla fine dei suoi giorni.
 


Interrompo la registrazione, la storia è finita... ecco che piano, piano ritorno al mondo reale. Eppure ero lì, il cerbiatto bianco l'ho visto anch'io, e ho vissuto momenti di paura reale mentre Aldobrandino sta per tagliare la testa a Gherardo e che bella che è Lodovica adesso...Peccato, spariti i cavalieri e i castelli salgo mestamente in auto verso casa, ringrazio Alma per il bellissimo racconto e nonostante tutto torno a casa soddisfatto, perchè anche questa leggenda garfagnina è stata salvata dall'oblio dei tempi. 

mercoledì 13 aprile 2016

L'infelice storia del "Papa buono" e del soldato garfagnino

La vita di un uomo è fatta anche di incontri con altre persone, sono
Papa Giovanni XXIII, il Papa buono
esistenze che si intrecciano, sono destini che certe volte fanno parte di un unica trama e che nella maggior parte dei casi la sorte le rende ineluttabili e quando una cosa è segnata nel fato state sicuri che prima o poi accadrà. Questa vicenda che andrò a raccontare è la conferma di tutto ciò e me l'ha riportata alla mente un caro amico alcuni giorni or sono ed è la storia del "Papa buono" e del soldato garfagnino. Non è una storia qualunque o un sentito dire, ma sono fatti che rimarranno indelebili nella mente di colui che quarantuno anni dopo quei tragici eventi che narrerò diverrà Papa con il nome di Giovanni XXIII,uno dei Papi più ben voluti di tutta la millenaria era della chiesa cattolica, conosciuto appunto con l'appellativo di "Papa buono". Gli avvenimenti a dire il vero si ridurrebbero a poca cosa, per scrivere questo articolo basterebbero ben poche righe, ma qui il cronista in questo racconto vuole riportare a galla i fatti per cercare ulteriori notizie su questa vicenda incredibile e toccante,infatti purtroppo nelle mie ricerche non sono riuscito a dare un seguito a questi accadimenti,ad esempio non sono riuscito a trovare i discendenti di questo povero soldato di cui parlerò e non sono riuscito a trovare nemmeno il luogo di sepoltura e chiunque fosse in grado di darmi notizie in tal senso sarei ben lieto di aggiornare questo racconto e dare completezza a questa vicenda che merita veramente di avere gli onori della cronaca.Ma partiamo dall'inizio e poniamoci questa domanda: cosa c'entra un futuro Papa con un soldato? In questo caso molto e diamo allora ordine ai fatti.


Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII) nasce il 25 novembre del 1881 a Sotto il Monte in provincia di Bergamo da un umile famiglia contadina, a dieci anni vieni mandato in seminario dove si distingue per il rendimento agli studi ed è a vent'anni quando era ancora chierico che si avvicina per la prima volta al mondo militare, quando chiamato al servizio di leva viene mandato al 73° reggimento fanteria (Brigata Lombardia) a Bergamo destinato alla compagnia reggimentale di Sanità e lì conseguirà il grado di caporale.Venne poi congedato nel 1902 e nel 1904 Angelo divenne sacerdote. 
Angelo Roncalli soldato

Gli anni passavano e all'orizzonte venti di guerra cominciavano a spirare sull'Italia. La prima guerra mondiale cominciò così nel 1914 ma il nostro Paese ne era ancora fuori, ma ormai gli equilibri erano fragili. L'Italia come sempre è divisa su tutto e anche questa volta la scelta o meno di entrare in guerra fu condizionata dalle decisioni delle masse popolari, separate fra interventisti nella quali file si trovavano tutti coloro che vedevano in questa guerra un completamento del Risorgimento e dall'altra parte i neutralisti con a capo i liberali, i giolittiani e sopratutto i cattolici. Non basteranno quindi gli appelli alla pace di Papa Benedetto XV, l'Italia scenderà in guerra il 24 maggio 1915. A questa chiamata alle armi non scampa nemmeno don Angelo Roncalli che viene richiamato alle armi il 23 maggio 1915 nel Regio Corpo della Sanità Militare con il grado di sergente e così scrive nel suo diario quel giorno:
- Domani parto per i servizio militare in sanità. Dove mi manderanno? Forse sul fronte nemico? Tornerò a Bergamo, oppure il Signore mi ha preparato la mia ultima ora sul campo di guerra? Nulla so; questo solamente voglio, la volontà di Dio in tutto e sempre, e la sua gloria nel sacrificio completo del mio essere. Così e solo così penso di mantenermi all'altezza della mia vocazione e di mostrare a fatti il mio vero amore per la Patria e per le anime dei miei fratelli. Lo spirito è pronto e lieto. Signore Gesù mantenetemi sempre in queste disposizioni. Maria mia buona mamma aiutatemi ut in omnibus glorificetur Christus -
Affidando così l'anima alla gloria di Cristo, Angelo partiva per Milano dove fu dislocato all'Ospedale Militare Principale,
Corriere della Sera
successivamente fu trasferito a Bergamo al "Ricovero Nuovo" dove si trovò ad assistere sia spiritualmente ma sopratutto materialmente la marea di feriti che provenivano dal fronte trentino. Era un vero strazio questo continuo arrivare di questi poveri soldati mutilati, sfigurati e smembrati, sgombrati in fretta e furia sotto il fuoco nemico e trasportati fino alle retrovie lombarde per essere sottoposti ad interventi chirurgici, medicazioni e cure specifiche. La situazione cambiò drasticamente nel 1917 quando questo ospedale accolse centinaia di prigionieri italiani  rimpatriati dai Kriegfangenlager austriaci (n.d.r:campi di concentramento) , e qui se mi è permesso voglio aprire una parentesi più che doverosa, perchè abbiamo sempre sentito parlare degli spaventosi lager tedeschi solo a riguardo della II guerra mondiale, ma è bene e giusto sottolineare che molti di questi erano presenti anche nella "Grande Guerra", tanto per "snocciolare" qualche numero e rendersi bene conto delle proporzioni del massacro nei campi di concentramento austriaci (specialmente dopo la disfatta di Caporetto) i prigionieri italiani erano oltre seicentomila, ma ancora e più impressionante è la cifra dei morti che superava le centomila unità, molti dei nostri connazionali morivano per le
Soldati italiani rimpatriati
dai campi di prigionia austriaci
ferite riportate in battaglia, ma la maggior parte periva sopratutto per malattie varie: per tubercolosi, polmonite e per fame. Qualcosa però si mosse per salvare da sicura morte questi prigionieri e grazie all'iniziativa della Croce Rossa fu creata a Ginevra l'Agenzia di soccorso a favore dei prigionieri di guerra che d'accordo con le nazioni belligeranti faceva in modo che vi fosse uno scambio fra eserciti di tutti quei prigionieri malati o feriti. Ed è qui che molto probabilmente entra in scena il soldato garfagnino Diani Egidio, originario delle Verrucole (comune di San Romano).Plausibilmente Egidio proveniva da uno di questi campi di concentramento austriaci e rientrò in Italia attraverso la Svizzera proprio grazie alla Croce Rossa e a questo accordo per la salvaguardia dei prigionieri malati. Infatti il povero Egidio era stato colpito da polmonite e per questo trasferito all'ospedale di Bergamo "Banco Sete".Nel frattempo don Angelo Roncalli era stato promosso Sottotenente e nominato cappellano militare, coordinava di fatto le varie attività delle Case del Soldato e naturalmente non
Campo di concentramenti austriaco
mancava mai l'assistenza spirituale a tutti gli ammalati e ai feriti e fu proprio durante questo peregrinare da un ospedale all'altro per dare conforto e aiuto che don Angelo conobbe Egidio Diani. Quest'uomo garfagnino rimase talmente impresso nella memoria e nel cuore del futuro Papa che divenne con ogni probabilità amico e confidente, addirittura fino all'estremo momento della morte del soldato, tanto che Don Angelo su una fotografia che ritraeva Egidio vergò di suo pugno le seguenti parole:

"Diani Egidio di San Romano Garfagnana (Verrucole) distretto di Lucca, 3° artigl. da Montagna-classe 1898: morto di polmonite violenta e da me assistito all'Osped. Mil. "Banco Sete" in Bergamo, la notte del 19 aprile 1917. Anima eletta e pura, carattere schietto ed amabilissimo, era troppo degno di abitare con gli angeli prima che i contatti profani potessero contaminare il cristiano candore. Nelle ore estreme promise di ricordarsi di me in Paradiso"
Lapide commemorativa sui morti
della I guerra mondiale
 sul campanile delle Verrucole
compare anche il nome di Diani Egidio
L'episodio toccò l'anima di don Angelo che ricordò il fatto anche nel discorso del 1920 al VI Congresso Eucaristico Nazionale in cui egli fra l'altro ricordò anche: "...le lunghe notti vigilate fra i giacigli dei cari e valorosi soldati..." e rievocava quando: "...mi buttavo in ginocchio a piangere come un fanciullo  per le morti di quei poveri figli del nostro popolo, modesti lavoratori dei campi..."  e nemmeno quando diventò Papa si dimenticò di quella circostanza, quando parlava di guerra ricordava sempre il garfagnino Egidio Diani a conferma di ciò si vada a leggere alcune delle sue biografie ("La storia di Papa Giovanni raccontata da chi gli è stato vicino" oppure "La vita del Papa buono nelle sue parole" e altre ancora) dove questo triste accadimento viene sempre citato. Il Papa conservò sempre fra le sue cose più care questa foto dei fatti sopracitati e oggi questo ritratto di Egidio è sempre fra noi ed è conservato nel museo dedicato a Giovanni XXIII a Sotto il Monte a sottolineare l'importanza morale che ebbe per il Santo Padre questa immagine.
Ricorrono fra pochi giorni i 99 anni della morte del soldato Egidio Diani di colui che il Papa definì-anima eletta- e sarebbe bello ricevere nuove notizie su questa vicenda.Dagli archivi del Ministero della Difesa sui caduti della Grande Guerra non risulta nemmeno il luogo di sepoltura anche se sul campanile della chiesa delle
Dall'Archivio dei morti della Grande Guerra
compare il nome di Diani Egidio
 ma...niente di più
Verrucole nella lapide commemorativa dei morti della prima guerra mondiale compare il suo nome. Beh, io sono qua in attesa di notizie per concludere degnamente la storia del Papa buono e del soldato garfagnino...

mercoledì 19 agosto 2015

Il Moro del Sillico:le gesta di uno dei più spietati briganti che la Garfagnana ricordi

Il Sillico
In estate di feste e sagre in Garfagnana ce ne sono molte, tutte feste coinvolgenti, simpatiche e originali, dove si mangia bene e in ottima compagnia. Ma c'è una festa fra tutte che riporta ad antiche lotte cinquecentesche fra il governatore della Garfagnana Ludovico Ariosto e i briganti locali, questa festa si svolge al Sillico ed è dedicata al leggendario bandito detto "Il Moro" diventato famoso in epoca recente proprio grazie a questa tradizionale festa estiva. Molti persone infatti nell'approssimarsi di questo percorso enogastronomico ambientato nel 1500 mi chiedono lumi su questi briganti locali e infatti per soddisfare queste richieste mi sono dato da fare per cercare proprio notizie sul Moro del Sillico. Questi briganti spesso rimangono avvolti da un alone di leggenda e le loro gesta e malefatte hanno dato origine a storie e racconti rimasti a lungo nella memoria della gente.
Molte notizie su questo brigante che andrò a narrare sono tratte dalle lettere che (anche) l'Ariosto stesso inviava al duca di Modena, oltre che ad amici e conoscenti.
Il Moro del Sillico è indubbiamente il sillichino più famoso di tutti i tempi, sebbene la sua fama sia frutto di attività non sempre lecite...anzi, fu infatti uno dei banditi più temuti della zona e la sua origine sillichina gli valse la libertà più volte. Giuliano così si chiamava "il Moro" faceva parte come ben si sa della banda del Sillico, che da come si legge era così composta:

" I figli del Peregrin del Sillico, in primo luogo il Moro, poi Giugliano (che abita Ceserana in casa della moglie, che è sorella della moglie del Moro), Baldone".


La cosa perlopiù si svolgeva in famiglia.Il Peregrin era il babbo del Moro, mentre Baldone e Giugliano erano i due fratelli. Il Moro e il Giugliano avevano sposato due sorelle di Cigerana (Ceserana) ed essi soggiornavano spesso in quel luogo. Pare che entrambi ci vivessero quasi abitualmente, ma essi erano banditi ed era espressamente vietato per le comunità ospitare un bandito. Così l'Ariosto, quando accadde che il Moro e i suoi fratelli in combutta con altri manigoldi del luogo "assassinarono un prete pisano" proprio in quei luoghi, dovette infliggere al Comune di Cigerana una multa di 300 ducati. Ma se ne angustiava, perchè era consapevole che quel comune era vittima di quei ribaldi e non era certo in grado di arrestarli o di cacciarli perchè costoro " ...con li banditi loro seguaci, si son fatti tiranni e signori di quel luogo". D'altra
La casa natale del Moro del Sillico
parte, bene o male bisognava risarcire il prete assassinato per "l'onore di vostra eccellenzia", per cui non potendo catturare i colpevoli, si era penalizzato il povero comune di ben 300 ducati per aver tollerato la presenza del Moro, più altri 100 di risarcimento per il prete pisano

Per l'Ariosto quindi fu molto difficile dare del filo da torcere al Moro proprio perchè la banda godeva protezione dal duca in persona Alfonso I d'Este, tutto ciò perchè il Sillico e i suoi abitanti godevano di particolari attenzioni presso il duca in quanto prima comunità della Garfagnana a chiedere di passare nel ducato e sopratutto perchè oltre ad essere dei malfattori il Moro e compagnia bella erano mercenari al soldo di sua eccellenza Alfonso I, e più di una volta senza problemi non esitarono a difendere le effigia ducali, come nel caso nella campagna che consentì alla morte di Papa di Adriano VI (n.d.r: 19 settemmbre 1523) di riappropriarsi della città di Reggio Emilia o perchè no, non ricordare quando i briganti difesero la Fortezza della Verrucole dagli attacchi delle truppe di Papa Leone X (n.d.r:1520) quando volle togliere la provincia della Garfagnana agli Estensi. Figurarsi il povero Ludovico Ariosto in questi casi come era felice, più questi delinquenti erano lontani dalla Garfagnana impegnati nelle battaglie e meno problemi creavano in giro per la valle e alla povera gente nella speranza poi che il duca li tenesse il più a lungo possibile al di fuori dei confini nostrali, addirittura in una lettera del 20 novembre 1523 in cui si fa riferimento proprio al Moro e ai suoi fratelli, l'Ariosto in persona invita lo stesso duca ad assoldarli nel suo esercito e si scusa poi con lo stesso duca per il ritardo con cui l'ultima volta si sono presentati al cospetto di sua altezza, ma purtroppo (come si legge fra il serio e il faceto) sono poveri e non avevano i soldi per il viaggio e solo dopo aver raccolto le castagne sono stati in grado di farlo, "comunque stia tranquillo che avrà buon servizio, perchè credo che sieno valenti e fidelissimi a chi servono".
Alla fine della storia, che che se ne dica, L'Ariosto riuscì a catturare il Moro e nonostante che si pensi il contrario, il povero Ludovico non fece la fine di Willy il coyote che non riesce mai a catturare Beep-Beep, infatti nel 1523 il Moro è in carcere in attesa dell'estremo giudizio che non può essere altro che la pena di morte in pubblica piazza, ma già corre voce che gli amici del Moro abbiano chiesto la grazia al duca, ma lo stesso duca di fronte alle evidenze e come si suol dire "per non farla troppo sporca" difficilmente concederà la grazia, ma in qualche maniera la pelle al Moro bisognava salvarla, così notte tempo il figlio di Bastian Coiaio (n.d.r: signorotto, capofazione di Trassilico nonchè protettore politico della banda del Sillico) senza colpo ferire entra in
Briganti in azione
carcere con la scusa di visitare l'amico Moro, lasciandogli però un coltello con il quale indisturbato potè scassinare l'uscio della cella e fuggire, in barba alle "distratte" guardie. Ludovico Ariosto appresa la notizia va su tutte le furie e in una lettera al duca del 29 agosto 1523 lo informa fra l'altro del contegno sprezzante di Bastian Coiaio il quale "con la sua solita insolentia ha detto parole assai altiere"
, dicendo che lui è perfettamente informato di ciò che l'Ariosto scrive al duca, cercando di intimorirlo affinchè la smetta di scrivere cose negative sul Moro e sui suoi fratelli.
Insomma erano tempi difficili per la Garfagnana, il Moro e la sua banda ( ma non solo loro) mettevano a ferro e fuoco la valle. Non si può dimenticare allora quando due figli di Ser Evangelista del Sillico (n.d.r: noto personaggio di rilievo e colluso con la banda del Moro) erano scesi a Castelnuovo tentando di violentare una donna, che fra l'altro era l'amante di un altro importante personaggio tale Acconcio, che si salvò solamente per l'intervento del Capitano di Ragione di Castelnuovo, per tutta risposta uno zio dei due violentatori tale prete Iob (sottolineo prete) spaccò la testa alla madre della povera ragazza che denunciò al vescovo il prete, ma senza risultato. Si, perchè altra categoria di personaggi che turbavano e disturbavano con i loro discutibili comportamenti erano proprio i preti, avevano comportamenti assolutamente delinquenziali (è giusto dirlo) e in più erano fra i grossi protettori del Moro (e di altri briganti). Erano i preti stessi che nascondevano i furfanti all'interno dei campanili delle chiese, essi infatti approfittavano della legge che diceva che i prelati non potevano essere condannati dalle autorità civili, ma solo da quelle ecclesiastiche, ma il fatto grave (come poi succede oggi...) che i vescovi punivano i preti in maniera molto blanda o non li punivano
Il Duca Alfonso d' Este, un duca
dalla manica larga
affatto. L'Ariosto voleva (giustamente) che anche i preti cadessero sotto il rigore della legge come qualunque cittadino e aveva scritto ai vescovi perchè "li dessino autorità sopra li preti"... ci possiamo immaginare la risposta. Rimane il fatto che
 la fine che fece il Moro e la sua banda a me non è dato sapere, comunque nel tempo la figura del Moro è stata variamente romanzata nei racconti popolari, ed oggi è visto come una sorta di Robin Hood, un bandito più vicino alla povera gente di quanto non lo fossero le autorità, ma non era così, ed è giusto che la storia lo ricollochi al posto che merita: come uno dei più terribili e spietati briganti che la Garfagnana abbia mai conosciuto.