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giovedì 14 aprile 2022

"Giusti fra le Nazioni". La storia di Giuseppe Mansueto Rossi e di sua moglie Maria da San Pellegrino

Calcolare il numero esatto di persone che morirono a causa delle politiche naziste è un'impresa difficile. Non esiste alcuna documentazione tenuta da funzionari nazisti che contenga il numero dei morti causati dall'olocausto. Per stimare con maggior precisione le perdite umane, i ricercatori insieme a organizzazioni ebraiche e agenzie governative hanno usato, fin dal 1940, fonti diverse quali censimenti, archivi o indagini condotte dopo la fine della guerra. Man mano che venivano trovati nuovi documenti i dati venivano perciò aggiornati. Fattostà che senza l'intervento di persone di buon cuore il numero degli ebrei sterminati sarebbe stato di gran lunga maggiore. Fu proprio per questo motivo che nel 1953 venne fondato con un atto del Parlamento israeliano lo Yad Vashem, l'Ente nazionale per la memoria della Shoa con sede a Gerusalemme. Questo ente ha infatti lo scopo (fra gli altri) di nominare, ricordare e celebrare i "Giusti fra le Nazioni". La definizione "Giusto fra le Nazioni" va fatta risalire al "Talmud", testo fondamentale per la religione ebraica e Yad Vashem ha ripreso questo termine per rendere omaggio e commemorare coloro

che rischiarono la vita per salvare gli ebrei negli anni delle persecuzione nazifasciste. "Chi salva una vita, salva il mondo intero", così si legge nel Talmud. Nel memoriale di Gerusalemme è stato a loro dedicato un grande giardino, per ogni giusto veniva piantato un albero e ai piedi di questi alberi ogni visitatore lasciava un sasso. I sassi sono il simbolo del perpetuo ricordo, mentre l'albero è simbolo della vita che continua e che è  continuata grazie a questi  "Giusti fra le Nazioni". Fra quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra memoria non possiamo dimenticare Oskar Schindler, forse il più famoso, ma ci anche sono molti italiani (circa 700) come Gino Bartali, Giorgio Perlasca, Carlo Angela (padre del giornalista Piero)e Monsignor Angelo Riotta. Ma esistono anche personaggi meno illustri, e che hanno contributo in ugual maniera a salvare vite umane e che purtroppo non hanno mai avuto la ribalta della cronaca. Ebbene fra questi "Giusti fra le nazioni" abbiamo anche due garfagnini e queste che vado a trarre integralmente dal data base dello Yad Vashem sono le vicende che portarono Giuseppe Mansueto Rossi e sua moglie Maria di San Pellegrino in Alpe a fregiarsi di questa alta onorificenza. Nell’agosto del 1943 assieme alla madre Felicina Barocas, incinta della seconda figlia, Franca Sraffa si recò a Farnocchia di Stazzema, una località della montagna tra i boschi non lontana da Pietrasanta, dove i nonni Federigo Abramo Ventura e Ersilia Barocas possedevano un negozio di stoffe, in Via
San Pellegrino in Alpe
 Mazzini. E lavorava anche il padre, Aldo. Quella a Farnocchia doveva essere solo una breve vacanza consigliata dal medico a Felicina in vista delle sue condizioni di gravidanza e della calura estiva. Poi però con la caduta del regime fascista, e il precipitare degli eventi bellici, furono costrette a restarvi, dal momento che la situazione si era fatta particolarmente difficile in quanto la famiglia era ebrea sia dalla parte di Aldo Sraffa, che dalla parte di Felicina. Erano infatti comparse scritte antiebraiche in prossimità del negozio a Pietrasanta, e fu così che a Farnocchia arrivò anche Aldo. La famiglia Sraffa abitava in paese in una casa in piazza del Carmine, e fu a Farnocchia che il 18 ottobre 1943 nacque la piccola Donatella-Miriam. Purtroppo, l’ostetrica del paese, Siria Catelani, era di ideologia fascista, e dopo il parto si recò al comando tedesco per denunciare la presenza in paese di una famiglia ebrea.
Don Innocenzo Lazzeri
In questa condizione di grave pericolo, gli Sraffa furono accolti per alcuni giorni dal parroco di Farnocchia, don Innocenzo Lazzeri, che li nascose nella locale canonica. La stessa ostetrica tuttavia informò i nazifascisti del rifugio, e così una pattuglia arrivò a perquisire la canonica. In quel momento, l’intera famiglia Sraffa riuscì a nascondersi in un antro defilato della canonica, con Donatella-Miriam attaccata al seno materno in pieno allattamento, e l’alto rischio che se avesse smesso avrebbe potuto mettersi a piangere, permettendo così ai nazifascisti di trovarli. Dopo la perquisizione, gli Sraffa e don Innocenzo capirono che la canonica non era il posto più sicuro per loro, e così l’8 dicembre del 1943 si ritirarono a Greppolungo, un piccolo borgo del Comune di Camaiore, a circa 5 km di distanza da Farnocchia. Dopo un mese di permanenza su quelle montagne, nel corso del quale gli Sraffa cambiarono spesso luogo di residenza per evitare di essere scoperti, il dottor Mario Lucchesi, figlio del primario dell’ospedale di Pietrasanta, organizzò il loro trasferimento al Tendaio, località di montagna presso San Pellegrino in Alpe, nel comune di Castiglione di Garfagnana. Il trasferimento vide Aldo e famiglia scendere a Camaiore, ad attenderli trovarono Mario Lucchesi che con la sua auto li condusse a casa sua a Castiglione, dove trascorsero la notte e poterono rifocillarsi. La mattina seguente, all’alba alcuni membri della famiglia Rossi del Tendaio, tra cui Giuseppe Mansueto, venne a prelevare gli Sraffa per
Giuseppe Mansueto Rossi
 portarli presso la loro abitazione, a circa 15 chilometri da Castiglione. Al Tendaio, Aldo, Felicina, Franca e la piccola Donatella Miriam vennero accolti con grande generosità dalla famiglia Rossi, Giuseppe Mansueto, la moglie Maria, il figlio Franco e la sorella di Maria, Rosina. Gli Sraffa vennero raggiunti anche dagli zii Augusto Ventura e Giuseppina Trevi, e tutti rimasero dai Rossi per circa un anno e mezzo, fino al giugno del 1945, ovvero la fine della guerra, organizzando ogni notte dei turni di veglia per controllare l’eventuale arrivo di truppe nazifasciste. Allora, don Innocenzo Lazzeri aveva già trovato la morte, il 12 agosto 1944, trucidato dalle SS nel tristemente noto eccidio di Sant’Anna di Stazzema. 
L’8 dicembre 2015, Yad Vashem ha riconosciuto don Innocenzo Lazzeri, Mario Lucchesi, Giuseppe Mansueto Rossi e Maria Rossi come Giusti tra le Nazioni. Per far capire ancor meglio al caro lettore l'importanza e il significato di questo riconoscimento è giusto ricordare cosa poteva capitare a chi dava aiuto agli ebrei. Tali normative variavano secondo il Paese in cui veniva commesso il fatto. Innanzitutto le pene venivano date senza bisogno d'alcun processo e si andava dalla deportazione verso i famigerati lager, al carcere o alla fucilazione, le autorità naziste consigliavano però l'esecuzione di questi collaboratori sul posto. E' doveroso anche sfatare il mito di "italiani brava gente", non fummo tutti dei "Giuseppe Mansueto Rossi", ci furono molti "Siria Catelani", ossia dei delatori. Infatti, per quanto efficienti, i 
Maria Rossi
comandi della polizia tedesca avevano troppo poco personale e furono quindi costretti ad appoggiarsi ai funzionari della R.S.I.
Ma non fu soltanto la politica ufficiale della Repubblica a essere di aiuto. Anche la collaborazione spontanea di migliaia di «italiani comuni», di normali cittadini, fu fondamentale per l’arresto di migliaia di ebrei. I poliziotti tedeschi sfruttarono ampiamente i collaboratori italiani: spie, delatori, infiltrati, che agivano nei modi più diversi. Questo lavoro veniva pagato piuttosto bene, dato che su ogni ebreo, in media, veniva messa una taglia di 5.000 lire dell’epoca. Comunque sia come cita il Talmud: "Basta che esista un solo giusto perchè il mondo meriti di essere stato creato".


Bibliografia

  • Data Base online Yad Vashem
  • "Chi salva una vita. In memoria dei giusti toscani" di Alfredo de Girolamo. Regione Toscana 
Fotografie

  • Le fotografie di Giuseppe Mansueto Rossi e di Maria Rossi sono tratte dal libro "Dalla Versilia alla Garfagnana Storia di ebrei e di Giusti" di Marco Piccolino

mercoledì 24 novembre 2021

Mummie, capelli, braccia e perfino il legno della Croce di Cristo... Viaggio fra le reliquie "garfagnine"

Dita, mani, lingue, cuori e anche capelli, senza farci mancare femori, sacre spine e piume di angeli... Signore e signori benvenuti nell'ingarbugliato e complicato mondo delle reliquie cristiane. "Reliquiae" in latino significa "resti", nella maggior parte dei casi queste si riferiscono al corpo di un beato o di un santo, o a un qualsiasi altro oggetto che abbia avuto con questi una  diretta connessione. Esistono poi anche le cosiddette "reliquie laiche", riferite nello specifico a persone famose: la chitarra di John Lennon, il cappello di Napoleone, senza parlare dei vestiti di Elvis e altro ancora. Rimane il fatto che il Medioevo rappresentò l'età d'oro delle reliquie cristiane, si venerava di tutto, dalla lancia che trafisse il costato di Gesù, alla tovaglia usata per lavanda dei piedi per gli apostoli, nonchè il bastone di San Giuseppe, o il latte della Vergine, fino ad arrivare... ai raggi della Stella Cometa. Questi resti viaggiavano da un luogo all'altro dell'Europa, con il loro carico di devozione e superstizione e molti di questi oggetti (presunti) sacri nel loro girovagare non mancarono nemmeno di raggiungere anche la remota Garfagnana. Ad ogni modo, è giusto dire che tutto quello che riguarda le reliquie va preso con le dovute cautele, alcune di esse senza ombra di dubbio le possiamo considerare autentiche e altre un po' meno. A conferma di ciò Papa Paolo VI fece raccogliere in tutto il mondo i denti di Sant'Apollonia, patrona dei dentisti (che fu proprio martirizzata togliendoli i denti con le tenaglie), ebbene, riuscì a raccoglierne circa tre chili... fu dato ordine di gettarli nel Tevere... Che dire allora? Senza paura di essere smentiti possiamo affermare che per secoli e secoli di questa pratica sussisteva un vero e proprio mercimonio, che portò ad una corsa per accaparrarsi ogni sorta,
specie e genere di oggetto che avesse avuto almeno un'apparente vicinanza ad una reliquia, nessuno però si preoccupò o si curò
, come sarebbe stato doveroso fare, della loro dubbia origine, anzi, in seno alle chiese fu portato veramente di tutto. La Valle del Serchio fu una delle zone maggiormente colpite da questa moda e i motivi di questo furono svariati. Il primo fu di ordine puramente superstizioso, si credeva infatti che i resti dei santi avessero proprietà curative e spirituali. Il secondo era naturalmente religioso, in quanto queste reliquie erano funzionali per avvicinare l'uomo alla fede. Il terzo era strettamente politico, ed era quello che più influenzava la Garfagnana, terra da sempre frammentata da poteri contrastanti, infatti possedere gli oggetti dei santi era strumento di rafforzamento dell'identità, ma non solo, per il popolo costituiva (anche) elemento di garanzia per una eventuale protezione divina contro guerre, pestilenze e miseria, inoltre poneva una salda base per le nascenti realtà locali. Era comunque il tempo  dei grandi pellegrinaggi, molti di questi percorsi che conducevano ai luoghi santi passavano proprio di qua e possedere un tale oggetto diveniva motivo di attrazione per quel determinato posto, facendo nascere così una sorta di turismo mistico-religioso. Con il passare degli anni questo singolare traffico di collezionismo sacro non diminuì, al contrario, aumentò e si ampliò così tanto che si rese necessaria una categorizzazione (ancora oggi in vigore). Esistono così reliquie di I classe: ossia tutti quegli oggetti associati direttamente alla vita di Gesù (il legno della Croce, i chiodi della crocifissione o la Sacra Sindone che tutti conosciamo). Le reliquie di II classe: oggetti che il Santo ha usato o indossato (un mantello, un anello o un vestito). Reliquie di IIIa, cioè ogni oggetto entrato in contatto con le reliquie di I classe. Infine reliquie di IV classe, qualunque oggetto che sia entrato in contatto con le reliquie di II... Insomma, questo dovrebbe chiarire bene che mondo tortuoso e complesso è quello di questi oggetti sacri, un mondo  che già in quei tempi lontani era fatto da creduloni, truffatori e da... "corpisantari", personaggi che non avevano il benchè minimo scrupolo nel devastare tombe e cimiteri alla ricerca di corpi di santi o beati o dei loro oggetti. A conti fatti ci si rese conto che era stato passato veramente ogni limite alla decenza e in qualche maniera andava messa la parola fine a questo indegno bailamme. Fu il teologo protestante Giovanni Calvino a scuotere Santa Romana Chiesa dal suo torpore e conseguentemente a pubblicare nel 1543 "Il Trattato delle reliquie", questo elaborato criticava e ridicolizzava il fervore religioso che esisteva intorno ad ossa e
tessuti del corpo umano, fece notare che alcuni santi avevano tre o quattro corpi diversi sparsi per tutta Europa o che una spugna veniva adorata come se fosse il cervello di San Pietro... Per la Santa Sede fu come aprire gli occhi su un qualcosa che già si sapeva e che più o meno era tacitamente consentito, da quel momento però, per autenticare una reliquia servi un certificato di autenticità che solo il vescovo poteva concedere. Ma allora le reliquie che abbiamo in Garfagnana sono vere o false? San Pellegrino e San Bianco mummificati sono proprio loro? e il legno della Santa Croce che è a Gallicano è proprio quello? Possiamo solamente dire che tutte queste reliquie possiedono un certificato d'autenticità. Gli studiosi però affermano che certi criteri di vecchie certificazioni erano per così dire un po' lacunosi. Infatti insieme a questi oggetti non è affatto raro trovare un piccolo cartiglio o un vero e proprio documento con tanto di sigillo in lacca rossa, in cui un alto prelato o un vescovo a suo tempo certificarono l'autenticità della reliquia secondo diritto canonico. Era però il metodo con cui venivano attribuiti questi certificati che lasciava un po' di perplessità, difatti spesso ci basava sulla tradizione orale o sulla cosiddetta "continuità", non mancava nemmeno che questa documentazione fosse assegnata per "adorazione": una determinata reliquia era ormai venerata dai fedeli da molto tempo, per cui era impossibile che non fosse vera... Quello che è certo che sono davvero pochi i casi in cui si è conservata traccia della reliquia fin dal suo nascere. In sostanza non rimane che fidarci delle cronache antiche e credere... Credere che la reliquia più nota di
tutta la Garfagnana:  i corpi mummificati di San Pellegrino e San Bianco, siano li in quella chiesa, quasi incorrotti da 1500 anni e custoditi da 600 in quel tempietto marmoreo di Matteo Civitali. C'è poi Pieve Fosciana che dal 31 agosto 1860 ricorda e festeggia il Beato Ercolano. Pochi anni prima, nel 1856, fu rinvenuta la sua tomba nei pressi del suo convento, da quel giorno i suoi resti mortali sono conservati dentro un'urna. E se di questi suddetti santi sono rimasti i corpi e pochi altri resti, di San Doroteo nella chiesa di Cardoso a lui dedicata non rimase che un braccio che era già venerato nel 1260: "Nel detto castello se ne fà in questo giorno gran solennità, portando in processione dalla chiesa maggiore al suo oratorio, il suo braccio tenuto amorevolmente in vaso d'argento". Fu invece alla "Compagnia della Santa Croce" di Castelnuovo, i fondatori di un nuovo ospedale, che verso la metà del 1500, proprio grazie al loro grande amore avuto verso i bisognosi, che il conterraneo Cardinal Pietro Campori donò a loro diverse e preziosissime reliquie: secondo la tradizione si sarebbe trattato del latte e di un pezzo del velo della Vergine Maria, alcune reliquie degli apostoli Pietro e Paolo (insieme ad altre) e a un pezzo della Santa Croce. Il solito pezzettino di legno della Santa Croce lo ritroviamo a Gallicano, questo nel 1728 fu donato alla comunità dal Reverendo Vincenzo Cheli, inoltre (sempre a Gallicano)non poteva mancare la
reliquia
della santa croce di
Gallicano
reliquia di San Jacopo, patrono del paese, e nella chiesa omonima insieme a quella del suddetto apostolo abbiamo una reliquia di San Giovanni Battista, Santa Scolastica, Santa Caterina e Papa Pio V queste (in parte) donate nel 1666 dal padre gesuita  Bartolomeo Santucci. Di fronte a tutta questa santità nostrana non poteva nemmeno mancare la reliquia del poverello d'Assisi, ossia San Francesco, questa è a Borgo a Mozzano, nel convento a lui dedicato, ma non c'è solo questa, fra pezzi di stoffa, capelli e ossa abbiamo reliquie di Santa Rita da Cascia, San Rocco, San Bernardino, Sant'Antonio da Padova e a seguire ancora una trentina fra santi e beati... Ah dimenticavo, anche a Borgo a Mozzano c'è un ennesimo pezzettino della Santa Croce... A proposito di questa santa e benedetta croce mi ritornano alla memoria gli scritti dell'umanista spagnolo Alfonso del Valdes che riguardo a questa disse: "
I chiodi della croce, come scrive Eusebio, erano tre... e adesso ce ne sono uno a Roma, uno a Milano e uno a Colonia, poi ancora un altro a Parigi, uno a León, e infiniti altri. E infine, i legni della croce: vi dico in verità che se riunissero tutti quelli che dicono esservi nella cristianità, basterebbero per riempire un carro". Va bhè, la fede è fede e questa non va discussa, sennò così non si chiamerebbe, comunque sia a corollario di questi resti sacri, sono i suoi contenitori, un vero portento di bellezza sono infatti i
reliquiari: magnifici e di uno sfarzo impressionante, delle vere  e proprie opere d'arte, alcuni sono in oro, altre in argento e taluni erano tempestati di pietre preziose. Tutti questi oggetti, sono oggettivamente affascinanti, misteriosi e forse a volte un po' patetici, però bene o male rappresentano una cultura, una tradizione ed una identità, valori oggi quasi del tutto scomparsi...

Bibliografia

  • "La storia delle SS reliquie della comunità gallicanese" Fabrizio Riva, Don Fiorenzo Toti, anno 2021
  • "Il traffico delle reliquie" di Jesus Callejo, National Geographic, anno 2020
  • La foto della reliquia della Santa Croce di Gallicano è tratta dal opuscolo "La storia delle SS reliquie della comunità gallicanese"

mercoledì 3 novembre 2021

Eremi ed eremiti in Garfagnana. Storie del passato e del presente

Parlare di eremiti nel XXI secolo è come parlare di cose fuori dal
mondo odierno, gli eremiti si ricordano se si ragiona su tempi antichissimi, facendo riferimento ai primi secoli del cristianesimo. Quanti e chi sarebbero quelli che oggi, in un mondo iper tecnologico e globalizzato vorrebbero allontanarsi da questo modo di essere e vivere una vita in mezzo al deserto e alle montagne? Eppure, nonostante le moderne comodità questi personaggi ancora oggi esistono. Ma chi sono gli eremiti del secondo millennio? Sono proprio quelli che vogliono allontanarsi dalla civiltà, dallo stress e dall'agitazione quotidiana, la maggioranza di loro si dedica a meditazioni profonde, vogliono vivere con uno spirito libero, distaccati dalle cose terrene, cercano Dio nelle profondità del silenzio di luoghi sperduti. Fra questi, i più noti sono l'eremita del Libano, un sacerdote colombiano: Dario Escobar, che vive in un eremo scavato nella roccia al santuario di Nostra Signora di Hauqa, ha 84 anni ed eremita da 18. Per non parlare poi di Gisbert Lippelt, figlio di un magistrato e di un architetto che vive nell'isola di Filicudi, è stato ufficiale di marina e ora vive di quello che produce la natura. Un altro caso emblematico è quello che fa riferimento ad un ex cantante di un gruppo rock; è diventato un monaco camaldolese e vive da eremita in uno sperduto monastero in Toscana. Di casi come questi ce ne sono molti altri ancora, di persone che per essere più vicino a Dio si ritirano in posti lontani, remoti, difficili da raggiungere, proprio com'era la Garfagnana secoli orsono. Ed infatti, proprio per conformazione geografica e naturale, la nostra valle fin da tempi lontanissimi è stata terra di eremi ed eremiti. Eravamo difatti verso la metà del XII secolo quando un po' in tutto il mondo religioso si affermò lo sviluppo delle istituzioni eremitiche. Fu proprio in quel periodo che fonti storiche testimoniano che nell' attuale territorio lucchese ci fu un fiorire di insediamenti eremitici, costituiti da piccole comunità o anche da singoli individui. Uno dei primi eremi
fu infatti il Santuario dell'Eremo di Calomini, conosciuto fin dal XII secolo con il nome di "Romitorio della Penna di Calomini" dedicato a "Sancta Maria ad Martyres". Non è certo, ma è probabile che fu intorno all'anno 1000, quando degli eremiti decisero di venire in questo luogo solitario, aspro ed impervio, tanto che lo ritennero perfetto per le loro preghiere. Iniziarono scavando delle grotte (che sono ancora oggi visibili), vivevano la loro vita di preghiera e di lode a Dio dedicandosi anche alla cura di un orto, tutto questo nel ritiro e nella solitudine assoluta. Di questi eremiti le prime notizie certe si hanno in documento del 23 luglio 1361; un certo Azzetto, del fu Orsuccio da Verni e sua moglie Vezzosa decisero di dedicarsi, in qualità di Conversi, alla custodia di una delle celle scavate nella roccia. Il converso fu una figura che prese ampia diffusione verso il XII secolo e non era altro che un laico che abbandonata la vita comune si dedicava al servizio di una chiesa rurale, di uno ospitale, oppure all'assistenza dei poveri e degli ammalati. Dal XVII secolo all'Eremo di Calomini risiederanno più conversi e si deve proprio a loro e a dei probabili miracoli la crescente devozione verso questo luogo. 
Secondo tradizione, nel luogo dove tutt'oggi scaturisce dalle rocce uno zampillo d'acqua purissima, l'immagine della Madonna che si venera nel santuario si rivelò ad una pastorella di Calomini. Il nome della ragazza non si conosce, ne si hanno notizie se la stessa Madonna parlò alla ragazza. Subito però la fama di questa Santa Madre si sparse nei vicini villaggi, tanto che mirabilmente crebbe tra quei popoli il desiderio di farle onore. Con devoto e numeroso accompagnamento fu portata quindi a Gallicano, in luogo ritenuto più onorevole. Ma, sebbene custodita con attenzione, non passarono ventiquattro ore che nuovamente fu ritrovata dove si era fatta vedere alla pastorella di Calomini. Conosciuto il volere di Maria con questo prodigio, nessuno ardì più rimuoverla dalla sua grotta. Fu così, che vista tutta questa popolarità tra il 1710 e il 1747 si perfezionò l'edificio in quello che oggi conosciamo. Più di un secolo dopo, precisamente nel 1871 si chiuse per sempre la secolare presenza degli eremiti, dato che la loro principale prerogativa di pregare in solitudine era finita, visto che la chiesa veniva aperta al culto popolare. Nel 1914 subentrarono i frati cappuccini che ebbero la custodia dell'eremo per 98 anni, fino al 2011. Poco distante da questo eremo c'è Cardoso e lì di un tale Doroteo o Tirosseo nel 1260 si raccontava che fece opere miracolose: "Ecclesia‘s tirossei de Cirognana. Villaggio allora di Cardoso ora distrutto, non essendovi rimasta che la sola Chiesa di San Doroteo o Tirosseo, distante circa mezzo miglio dal suddetto paese di Cardoso, e dove riposa il suo sacro corpo, dicesi che abitasse in una valle, dove separato da ogni
La fontana di San Doroteo
conversazione, 
in sante orazioni e contemplazioni impiegò la sua vita. Non era in quel luogo acqua da potersi reficiare nelle necessià del suo vivere; onde confidato in Dio ,conficcato in terra il suo bastone, divenne subito verde,ed il piede di questo scaturì un limpidissimo fonte, che si vede anche a giorni nostri appresso la chiesa del Santo, nè mai manca 
per gran siccità, e non pochi che bevono di quella, ne conseguiscono grazie del Signore". Si presume infatti, che questo frate nato in Palestina fosse un eremita ospedaliere, proprio dell'Hospitale di Colle Asinaio (n.d.r: Colle Acinaia) lì, vi giunse insieme a San Pellegrino, i due arrivati in quel luogo decisero di prendere strade diverse, così Pellegrino decise di proseguire e Doroteo di fermarsi: "San Doroteo era compagno di San Pellegrino, insieme col quale peregrinava visitando i Santuari e macerandosi le carni di aspre penitenze. Quando San Pellegrino seguendo l'impulso del cuore, che era impulso divino, si portò sulle alpi di Castiglione per liberare dalle fiere la gran selva tenebrosa. Doroteo lo seguì lungo la via risalendo il corso del Serchio. Giunti nelle selve di Cardoso, attraverso le quali passava la via Romana, i santi si baciarono, s'incoraggiarono l'un con l'altro  a sostenere con fermezza le lotte del demonio e della carne e si dettero l'addio per vivere una vita eremitica e caritativa nella contemplazione e nella penitenza. San Pellegrino proseguì il viaggio e San Doroteo rimase nella foltissima selva di Cardoso"
Così la storia-leggenda narra che lo stesso San Pellegrino prosegui per quello che oggi è conosciuto come il Santuario di San Pellegrino in Alpe. Di questo complesso si ha notizia  già nel 1168 in una bolla di Papa Alessandro III, anche qui come nell'eremo di Calomini ad accogliere i viandanti non erano nè frati, nè monaci, ma dei conversi, guidati da un rettore laico. Per il resto, come sovente succede, il mito, la leggenda e la santità di quest'uomo fece si che anche questo luogo diventasse meta di pellegrinaggi e di devozione diffusa. Difatti la fantasia popolare elaborò una vita leggendaria di questo santo. San Pellegrina pare che fosse il figlio del re di Scozia Romano e di sua moglie Plantula. Trascorsa una fanciullezza di penitenza, rinunciò alla successione del regno e s’incamminò quindi verso la Terra Santa, accompagnato da una banda di ladri che aveva miracolosamente convertito. Tornato in Italia, giunge sui monti di San Pellegrino dove prese per abitazione una
San Pellegrino in Alpe
 caverna, qui venne visitato dagli animali selvatici, che gli diventarono amici. Passati molti anni vide un luogo adatto alla penitenza e vi si recò, rifugiandosi dentro un albero cavo. Arrivato all’età di oltre 97 anni San Pellegrino scrisse in una corteccia d’albero la sua vita, e poi morì. Due coniugi modenesi, avvertiti in sogno da un angelo, ritrovarono il suo corpo come fosse vivo, custodito da una gran moltitudine di animali. Accorsero sul luogo vescovi e popolazioni della Toscana e dell’Emilia. Sorse però una disputa, fra gli stessi emiliani che volevano portare il Santo in pianura, ed i toscani che lo rivendicarono, essendo morto nei loro confini. La salma venne posta così su di un feretro tirato da due torelli indomiti, uno toscano ed uno emiliano, che si fermano sul luogo detto “termen Salon”. Qui ora sorge la chiesa in onore di San Pellegrino. Dall'altro lato della valle, sempre in quei tempi lontani sorse l'Eremo di San Viano che si trova sulle balze orientali del Monte Roccandagia, proprio nei pressi del sentiero che conduce a Campocatino. Questo magnifico luogo incastonato nella roccia si può raggiungere solo a piedi, arrivando così a circa 1090 metri sul livello del mare. Le
 prime notizie di questa piccola chiesa si hanno in un documento risalente del 1568 che parla di una visita pastorale alle reliquie del santo che vi abitava, ma è probabile collocare la sua esistenza in epoca medioevale. Qui, in questo posto quasi inaccessibile Viviano(oggi patrono del Parco delle Alpi Apuane), viveva in completa solitudine. La maggior parte degli studiosi è concorde nel ritenere che questo personaggio fosse 
L'eremo di San Viano
un viandante proveniente da Reggio Emilia, il quale, non sopportando più gli uomini, si ritirò sulla cima di un monte. La sua scelta di vita da eremita entrò in contrasto con quelle di alcuni pastori del luogo che non videro di buon occhio la figura del futuro santo e tanto meno il suo atteggiamento spirituale. A quanto pare i suoi modi di fare poco ortodossi, lasciarono il segno in quella parte di Garfagnana, dal momento che le sue punizioni per coloro che peccavano erano a dir poco severe. Fra verità e leggenda si racconta che punì alcuni briganti del luogo, facendoli rimanere ciechi, castigò anche una spergiura facendogli ammalare il figlioletto, mentre il bestemmiatore precipitò rovinosamente nel fiume
. Il suo cibo quotidiano erano le preghiere e certi cavoletti selvatici, oggi conosciuti come cavoli di San Viano, che il Signore avrebbe fatto nascere per sfamarlo. Fu trovato morto nella grotta dove abitava, il 22 maggio (giorno in cui si festeggia la santità)  di un anno imprecisato, fu sepolto nel cimitero di Vagli di Sopra; ma per ben due volte la sua salma tornò miracolosamente all’amato eremitaggio. Cominciò così la sua venerazione, che portò alla costruzione della chiesina in quel luogo impervio dove egli si era ritirato dal mondo. Su uno sprone roccioso fu invece costruito l'Eremo di Capraia. Questo posto viene ricordato già nel 1168 in una
Eremo di Capraia
(foto Garfagnana dream)
delle tante guerre medievali fra lucchesi e pisani, quando il castello omonimo fu distrutto nella battaglia. Infatti qui si parlava di un romitorio intitolato a San Jacopo e San Cristoforo. In documenti successivi datati 1467 si racconta di una chiesa con la stessa titolazione che risultava essere però "destructa". Ulteriori documenti la menzionano nel 1658, e nel 1716 ad essa venne aggiunta la titolazione attuale di Santa Maria. All'interno ospita la bellissima "Madonna con bambino" attribuita a Pietro da Talada. Invece, a due chilometri da Minucciano, posto in luogo che un tempo era di passaggio obbligato per chi voleva scendere in Garfagnana sorge il Santuario della Madonna del Soccorso. L'attuale santuario risale al XVIII secolo che sostituiva un più antico eremo costruito fra il 1400 e il 1500 e sorto vicino ad "mestaina" che fu oggetto di venerazione popolare dato che, così si narra, in quel luogo la Madonna intervenne per salvare un bambino che il demonio si voleva portare via. Dall'altro canto la storia vera e propria riferisce che nel 1550 il vescovo della diocesi di Luni (a cui apparteneva territorialmente Minucciano) approvava una confraternita di laici a custodia del posto. I priori scelsero una persona adatta a costudire come eremita questo oratorio e da quel giorno gli eremiti non se ne sono più andati. Ebbene si, ancora oggi all'interno dell'eremo vivono tre eremiti. 
La piccola comunità osserva la Regola di San
Madonna del Soccorso
 Benedetto, vissuta nello Spirito degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona, e ha ottenuto il riconoscimento canonico dall’Arcivescovo Bruno Tommasi l’11 novembre 1994, come associazione pubblica maschile non clericale. E' rimasto così, l'unico dei 16 eremi sorti nei secoli in Garfagnana a essere ancora custodito proprio dagli stessi eremiti. 
L’eremita della Madonna del Soccorso ha la missione di custodire il santuario e di accogliere i devoti che vengono a venerare l'immagine della Madonna. Egli vive appartato, una vita di preghiera e si guadagna da vivere col proprio lavoro e con le offerte che i fedeli lasciano per lui. 

Storie antiche che nel 2021 ancora si ripetono come cose fuori dalla logica moderna, proprio perchè si è portati a immaginare gli eremiti come individui strani e solitari, ma i luoghi comuni, come sempre, non servono a nulla. Sono persone che hanno viaggiato moltissimo, hanno affrontato pericoli di ogni sorta e non rifiutano il contatto con il mondo, semplicemente il mondo, se lo sono lasciato alle spalle.


mercoledì 28 giugno 2017

I santi "garfagnini" e le loro leggende. Quando storia e mito si fondono

"Popolo di santi, poeti e navigatori". Con questa famosa frase Benito Mussolini definì gli italiani. Era il 2 ottobre 1935 e da poco era cominciata la conquista dell'Abissinia, le Nazioni Unite condannarono l'Italia per questa aggressione e Mussolini volle giustificare questa invasione parlando di un popolo italiano apportatore di civiltà nei secoli in tutto il mondo. Questa citazione rimase così impressa nella memoria di tutti che tre anni dopo !1938) fu scolpita a chiare lettere nel nuovo e moderno Palazzo della Civiltà Italiana, meglio conosciuto come Palazzo dell'EUR di Roma, ancora oggi campeggia fieramente nella sua facciata principale. Tutto questo per dire e confermare la tesi mussoliniana. In effetti non si può dire che in Italia manchino sublimi poeti, famosi navigatori e sopratutto una moltitudine di santi quasi incalcolabile ed è quindi impossibile che tutti questi santi non abbiano lasciato segno di se anche in terra di Garfagnana. Ecco allora nascere nella nostra valle racconti e leggende sul passaggio di questi santi uomini venuti da lontano, alcuni lasceranno segni indelebili della loro presenza tanto da essere ancora oggi venerati
e spesso queste leggende si confonderanno con la storia, tanto da creare una sorta di superstizione devozionale nei garfagnini. Ad esempio ecco tre storie che fanno proprio al caso nostro e fondono (come detto) al contempo storia e leggenda, tanto da non capire dove comincia l'una e finisce l'altra. La prima narrazione riguarda San Doroteo, amico fraterno del più famoso San Pellegrino

SAN DOROTEO
In tutta la Valle del Serchio, data la conformità del suo territorio
San Doroteo
era molto praticata la vita eremitica. Gli eremi sorgevano nella parti più impervie della Garfagnana e gli eremiti li stavano a scopo ascetico e spesso operavano in maniera caritatevole fondando degli "hospitali". A Cardoso infatti esisteva l'Ospedale di San Concordio di Colle Asinaio (oggi Colle Acinaia), successivamente venne sostituito dall'Ospedale di San Tiroteo nella pieve di Gallicano e questa è la prima testimonianza di culto di San Doroteo che potrebbe risalire intorno al X secolo. Si presume infatti che questo frate nato in Palestina fosse un eremita ospedaliere proprio dell'hospitale di Colle Asinaio, li vi giunse con San Pellegrino, uno decise di proseguire, mentre l'altro decise di fermarsi. A questo punto ecco cosa riporta lo storico Giuseppe Moriconi in uno scritto del 1928.

"San Doroteo era un compagno di San Pellegrino, insieme col quale peregrinava visitando i Santuari e macerandosi le carni di aspre penitenze. Quando San Pellegrino, seguendo l'impulso del cuore che era impulso divino, si portò sulle alpi di Castiglione per liberare dalle fiere (n.d.r:animale selvaggio o feroce)la gran selva tenebrosa. Doroteo lo seguì lungo la via risalendo il corso del Serchio. Giunti nelle selve di Cardoso, attraverso le quali passava la Via Romana, i santi si baciarono, s'incoraggiarono l'un con l'altro a sostenere con fermezza le lotte del demonio e della carne e si dettero l'addio per vivere solitari una vita eremitica e caritativa nella contemplazione e nella penitenza. San Pellegrino proseguì il viaggio e San Doroteo rimase nella foltissima selva di Cardoso, dalla quale poteva scorgere la selva tenebrosa dove il compagno si portava ad ammansire le fiere che dilaniavano gli uomini. Stanco dal lunghissimo viaggio, affranto dai disagi e dalle fatiche San Doroteo si adagiò sulla nuda terra, all'ombra pia di un castagno e fatta preghiera si addormentò. Doroteo la mattina dopo si risvegliò cullato dal canto soave degli uccellini. Cercò l'acqua ma non la trovò e ispirato dal cielo con il suo bastone fece un buco nel terreno dove cominciò a sgorgare acqua in abbondanza, si dice che quella è la fontana che zampilla ancora adesso presso la chiesa di Cardoso. Si costruì poi un rifugio di rami di albero ricoperti di terra. Nella selva di Cardoso il santo visse molti anni una vita rigidissima rivestito di pelli di animale e di corteccia di albero intessuta. Passava giorni e notti perlustrando la foresta per rimetere sulla buona via i viandanti che per disgrazia si erano persi. Li accompagnava presso i sentieri che portano a Valico e per quelli che portano verso la Palodina che conducono a Gallicano, talora li aiutava pure a guadare il Serchio. Si cibava di radici,
Cardoso
ghiande ed erbe selvatiche e si dissetava dalla fontana scaturita dalle sue mani sante. Spesso rivolgeva lo sguardo sul monte dove si trovava il suo amico San Pellegrino, non mancava nemmeno che i due santi si salutassero dandosi segnali con il fuoco dei falò che incendiavano nel cuore delle notti, dalle selve di Cardoso infatti si vede benissimo l'alpe di Castiglione. Arrivò anche il momento della morte per entrambi i santi che spirarono quasi lo stesso giorno. I funerali di San Pellegrino furono certo più clamorosi per la presenza di vescovi e da bestie feroci ammansite che scavarono la fosse per seppellire il santo. San Doroteo invece fu sepolto senza nessun clamore da alcuni abitanti vicini, forse proprio quegli abitanti che costituirono il primo nucleo del paese. Quasi subito si gridò alla santità e quasi subito eressero una chiesetta sulla sua tomba. Il Signore volle confermare la santità del buon Doroteo concedendo che sulla sua tomba molti infermi si ritrovassero risanati e che la fontana che non ha periodi di magra fosse salubre e prodigiosa nei malori. Una volta la chiesa di San Doroteo fu inondata da un ruscelletto che le corre vicino l'acqua raggiunse un metro di altezza ma lasciò incredibilmente asciutta la tomba del santo"
.


SAN GUGLIELMO D'AQUITANIA
Questa è la meravigliosa e avventurosa storia di Guglielmo d'Aquitania, un santo poco conosciuto in Garfagnana, la sua storia
San Guglielmo d'Aquitania
però vale la pena di essere raccontata. Il Repetti sostiene che il santo vissuto in Toscana sia un certo Guglielmo il Grande, così detto per il suo imponente fisico, proveniva con ogni probabilità dalla buona società di Francia e la tradizione lo ricorda come San Guglielmo duca d'Aquitania. Condusse una vita dissoluta, peccaminosa, prima divenne brigante, poi ripudiò la moglie e infine parteggiò per l'antipapa Anacleto. San Bernardo di Chiaravalle lo ricondusse sulla retta via e alla conversione. Cominciò così un pellegrinaggio in Galizia a Santiago di Compostela, raggiunse poi Roma per arrivare al cospetto di Papa Eugenio III in persona dove chiese perdono dei propri peccati, il Papa gli impose un lungo pellegrinaggio in Terra Santa, al suo ritorno raggiunse la Toscana entrandovi dall'alta Garfagnana. A questo punto ecco fiorire svariate leggende popolari. Scendendo proprio dal nord della Toscana uno dei primi paesi che si incontra entrando in Garfagnana è Minucciano dove proprio si fermò Guglielm
l'erba di
San Guglielmo

o. Giunto in paese bussò alla porta della famiglia Sarteschi per chiedere ospitalità per la notte. Il pover'uomo  non mangiava da molti giorni, i componenti della famiglia Sarteschi gli diedero quindi da mangiare e da bere e lo fecero accomodare in casa presso il grande camino dove un fuoco ristoratore riscaldò le stanche membra del futuro santo. La mattina seguente Guglielmo era già partito di buon ora e aveva lasciato nel letto una carta con scritto a lettere d'oro il suo nome, si racconta che lasciò anche un'altro prezioso dono alla famiglia Sarteschi, una preziosa erba, conosciuta oggi come "erba di San Guglielmo", un erba che ha il privilegio di curare malattie come la foruncolosi, il "giradito" o il vespaio (n.d.r:malattia infiammatoria acuta della pelle). Per curarsi da questi malanni arriveranno a Minucciano da tutta la Garfagnana e anche dalla Versilia, quest'erba veniva prima essiccata e polverizzata e poi applicata sulla parte malata. Un forte fondamento di verità ci deve essere in questa leggenda, dato che la stessa università di Pisa nei trattati di medicina del 1600 e del 1700 parla di queste affezioni come di "Morbo Minuccianensis" e l'erba e riconosciuta scientificamente come "l'agrimuda eupaterica". Fattostà che negli anni la stanza dove aveva alloggiato il santo fu trasformata dal
la famiglia Sarteschi in una piccola cappella e ancora oggi in questa casa(in Via San Guglielmo n 11) è apposta una targa commemorativa:"Qui ospitato, qui ebbe oratorio S. Guglielmo. Casa Sarteschi questa memoria pose."

SAN GEMINIANO
Questa invece è la breve storia del vescovo che non volle diventare
San Geminiano
vescovo. Geminiano fu per molto tempo diacono del vescovo di Modena Antonio e quando questi morì Geminiano fu designato all'unanimità suo successore. Il sant'uomo non se la sentiva di caricarsi sulle sue spalle tanto responsabilità e fuggì da Modena nonostante le insistenze dei fedeli. I segni della volontà divina e la pressione delle persone fu talmente alta e fece si che Geminiano dovette accettare l'elezione. Le paure del nuovo vescovo ben presto sparirono, le cronache ci raccontano che il suo magistero fu davvero esemplare, riusci a convertire tutta la città di Modena al cattolicesimo, le sue doti di taumaturgo giunsero perfino alle orecchie dell'imperatore Gioviano che lo volle a Costantinopoli per liberare sua figlia dal demonio. Geminiano morì in odore di santità nel 397, sulla sua tomba fu costruita la prima cattedrale di Modena, il suo sepolcro non fu più aperto fino a quando non venne trasferito nel duomo in costruzione. Il 7 ottobre 1106 alla presenza di Papa Pasquale II e la contessa Matilde di Canossa la bara fu aperta, ne furono tolte delle reliquie e il Papa lo consacrò santo. Ma dove fuggi Geminiano per paura di diventare vescovo? Fuggì sulle pendici settentrionali dell'Alpicella delle Radici non distante da San Pellegrino, ancora oggi ci sono dei prati che si chiamano appunto i "prati di San Geminiano" e ricordano proprio i posti dove si rifugiò prima di essere notato da alcuni pastori del luogo, fu costretto così (come detto) a tornare ben presto a Modena per accettare la nomina . Prima di partire però volle mangiare un piatto di insalata, seminata il mattino stesso ma già cresciuta bella e lussureggiante. Ancora oggi in quei luoghi per dire che una cosa è successa in maniera molto rapida si dice che "è come l'insalata di San Geminiano" .

l'alpicella delle Radici

Queste sono solo alcune storie che legano i santi e la Garfagnana, ciò conferma il legame che la nostra terra ha con la Chiesa, un legame che nei secoli non sempre sarà apportatore di bene...

mercoledì 21 settembre 2016

"Il giro del diavolo". Un rito millenario fra storia vera, leggenda e religione

Come si suol dire "quando il diavolo ci mette lo zampino". Papa
"Il giro del diavolo"
(foto di Giorgio Galeotti)

Francesco ebbe a dire non più di due anni fa che la vita dell'uomo è una battaglia (e questo si sapeva...), ma sopratutto è una lotta continua contro il diavolo, spesso, continua Papa Francesco:- ci fanno credere che Satana è un mito, una figura, un'idea, ma il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui indossando l'armatura di Dio- e questo ben lo conosceva anche San Pellegrino quando abbandonò la corona (era figlio di Romano re di Scozia) e le terre di Scozia per andare a portare la parola di Dio in Europa e per l'Oriente, destino volle che il suo viaggio terminasse proprio nei pressi di "una selva ombrosa", luogo inospitale, selvaggio, dove i suoi inverni sono spazzati da gelide nevi e le sue estati sono fresche e tranquille. Questa zona della Garfagnana era conosciuta come Thermae Salonis, posta a 1525 metri d'altezza, terra di confine fra l'Appennino e la Pianura Padana (per tutta la sua storia leggi http://paolomarzi.blogspot.it/san-pellegrino-in-alpe-la-storia-del.html). Come ogni posto sconosciuto si immaginava che su questi monti si trovassero animali mitologici governati da forze del male e le forze del male si manifestarono proprio quando Pellegrino si stabilì in questo posto che con i secoli poi prenderà il suo nome.
Il paese di San Pellegrino in Alpe
La lotta con il demonio da quel momento fu incessante, ogni sorta di tentazione veniva propinata al sant'uomo e proprio a queste tentazioni si rifà un antico rito che ormai si ripete da secoli proprio a San Pellegrino. Questo rito è conosciuto come "Il giro del diavolo". La storia di questo rito (d
ati storici alla mano), misto fra tradizione e leggenda parte ben prima del 1110, anno in cui per la prima volta si cita in un documento la chiesa-ospizio di San Pellegrino e si rifà ad una vicenda reale e precisamente al fatto di erigere a scopo devozionale una chiesa dedicata all'ormai defunto e santo San Pellegrino (morto nel 643 d.C), naturalmente a quell'altezza reperire materiale per costruire la chiesa era quasi impossibile e allora il vescovo ebbe una bella pensata imponendo ai fedeli che salivano ad onorare il santo di recare ognuno con se una pietra per la costruzione dell'edificio, oltre a ciò e in questo modo anche i peccati sarebbero
la chiesa
stati espiati. Ben presto tutto il materiale fu raccolto senza ombra di spesa alcuna e il tempio (una caratteristica e massiccia costruzione medievale) sorse in ben poco tempo a sfidare i secoli, i rigidi inverni e gli sferzanti venti della montagna garfagnina. Ma una volta ultimata la chiesa l'afflusso di pellegrini con il masso in spalla non cessò e chi vuoi chi non abbia un peccato da farsi perdonare? Da allora i fedeli continuano a salire dal piano percorrendo talvolta anche quattro o cinque ore di strada a piedi, camminando per aspri viottoli e stradine disagevoli con una grossa pietra sulle spalle o sulla testa. A quella che era diventata un'antica tradizione prestò si innestò la leggenda, il tutto per dare quell'aura di santità a tutta la vicenda e che in effetti non guasta mai. Leggenda racconta che un giorno il demonio dopo aver provato vanamente in mille modi di tentare il santo per portarlo sulla cattiva strada, perse la pazienza e lo schiaffeggio impunemente, la sberla fu talmente forte che Pellegrino girò per ben tre volte su stesso ed è proprio grazie a quell'episodio che in quel punto esatto dello schiaffone ancora
la pietraia de "Il giro del diavolo"
(foto di Sergio Barbieri)
oggi si svolge questo percorso penitenziale che è fra i più originali di tutto il panorama italiano. Una tradizione religiosa che consiste nel compiere un pellegrinaggio portando sulle spalle o in testa un masso che andrà poi deposto nel luogo stesso delle tentazioni del santo non dopo aver compiuto però per tre volte (quanti i volteggi fatti dal santo) il giro del campo,che viene detto appunto "giro del diavolo". Cosa da non


trascurare ma da prendere eventualmente in considerazione è che il masso da trasportare può e deve avere grandezza variabile, più il peccato commesso da farsi perdonare è grande e più grande dev'essere la pietra da caricarsi in spalla. Figuratevi un po' nel corso dei secoli in questa pietraia si sono accumulati migliaia e migliaia di sassi trasportati dai devoti, basterebbero a questo punto per
Devoti depongo la propria pietra
costruire un'altro santuario e il mucchio continua a crescere. Un rito questo che si può compiere in qualsiasi giorno dell'anno (il momento che preferisco io è proprio in questo periodo), il picco dell'affluenza dei fedeli si registra però in estate e in particolare nel mese di agosto in cui ricorre la festa del santo, la partecipazione dei penitenti e grandissima, tuttavia specialmente nei decenni passati tale evento poteva risultare (a mio avviso) anche penoso, lo spettacolo di uomini e donne in età avanzata che portavano sulla testa veri e propri macigni era impressionante. Oggi si svolgono delle più amene escursioni che partono dal paese e arrivano fino alla pietraia stessa. Infatti prendendo il sentiero dalla piazza principale si intraprende una piacevole passeggiata (se fatta senza pietra in braccio...) ad anello di soli tre chilometri che attraversa una stupenda faggeta e continua a salire fino a giungere al "Giro" posto sotto la strada del saltello, per il ritorno si prosegue verso il passo dove si incontra (non ormai lontano dal paese)la fonte del santo dove secondo tradizione si andava a dissetare.

In fondo a questa storia mi rimane un unico dubbio quando nelle mie escursioni mi capita di osservare la ormai famosa pietraia. Qualcuno di peccati grandi ne
Vecchia foto di anziani con la pietra in testa
(foto tratta da "La domenica del Corriere"
deve aver compiuti, ma talmente grandi che talvolta con lo sguardo scorgo pietre tanto grosse da sembrar strano che qualcuno abbia potuto trasportarle fin quassù e basterebbe poco ormai per persuadere i pellegrini che la chiesa dedicata al santo è ormai costruita...dal Medioevo. Ma di mezzo c'è una grande forza, la forza della tradizione.

mercoledì 18 novembre 2015

Il Robin Hood dei briganti garfagnini: Filippo Pacchione, il brigante gentiluomo

Ci siamo mai domandati come mai il garfagnino dal carattere
Briganti
mite e socievole, cinquecento anni fa era considerato un brigante per eccellenza? Era così in quel tempo in Garfagnana, chi non faceva il contadino faceva il brigante. Ma quali furono le cause che portarono il mansueto garfagnino ad imbracciare lo schioppo e a depredare e ad uccidere la malcapitata vittima di turno? I briganti furono certamente dei fuorilegge, ladri e spesso e volentieri anche assassini e quindi ingiustificabili, ma nel XVI secolo rappresentarono anche l'unico veicolo di riscatto per chi annegava nell'emarginazione. Una lettura facile e superficiale di relazioni sul brigantaggio di funzionari estensi tende ad attribuire tale fenomeno all'indole dei garfagnini stessi (ma per favore!...). Al contrario dico io, una lettura attenta di quei documenti porta a ben altre considerazioni sulle cause del brigantaggio locale. Al tempo la pressione fiscale era altissima,ed oltre che altissima era anche cieca e tendeva a colpire le persone veramente più povere, non parliamo poi della giustizia che era amministrata con i dovuti "riguardi" da persona a persona, che diventava timorosa con i potenti per sfogarsi sui più deboli; anche il pregiudizio la faceva da padrone, dove il cittadino non vedeva di buon occhio il montanaro, che dire inoltre dell'ambiente ? La montagna diventava rifugio di quelli che venivano allontanati o fuggivano a vario titolo dalle città estensi e che di conseguenza andavano ad ingrossare le file dei manigoldi. Ma alla fine di tutto questo bel discorso, il brigante garfagnino era un criminale o un Robin Hood ? Senza ombra di dubbio era entrambe le cose
Le Apuane rifugio dei briganti
e nonostante fosse un malfattore, la natura buona del garfagnino comunque veniva fuori, tanto è vero che il maltolto delle loro vittime talvolta veniva ripartito anche fra la gente comune che a sua volta così garantiva una certa protezione ai fuorilegge.Andiamo a vedere allora chi era da considerarsi il più Robin Hood di tutti fra i briganti nostrani. Lui era Filippo Pacchione capobanda di San Pellegrino, che in più casi seppe distinguersi per la sua onorabilità, gentilezza e cavalleria, lo potrebbe testimoniare se fosse ancora oggi in vita Ludovico Ariosto stesso,commissario estense venuto in queste terre per combattere queste risme di delinquenti e proprio quando saliva il passo verso Modena (luogo privilegiato per questi assalti) insieme alla sua scorta fu assalito in un agguato e derubato dei suoi averi. All'improvviso uno della banda Pacchione pronunciò il nome Ariosto ed il bandito svelto domandò:

- Dov'è ? Dov'è Messer Ariosto?-
- Sono io- rispose il poeta
- Compagni udite- disse Filippo Pacchione- che non sia torto un capello al grande Ariosto!-
Tutta la merce fu restituita ed il brigante aggiunse:
-Messere, anche i banditi della Garfagnana, che sferzate nelle vostre satire, vi apprezzano e vi rispettano-
e si inchinò ossequioso per sparire nel folto dei boschi.

L'altra storia riguarda la nobildonna veneziana Bianca
La nobildonna
Bianca Cappello
Cappello colei che diventerà prima amante e poi attraverso intrighi poco chiari anche la moglie del Granduca di Toscana Francesco I de Medici. Bianca era una donna bellissima e come si direbbe oggi un'arrampicatrice sociale e cercava per se il più ricco marito che le potesse capitare e si "innamorò" (prima di Francesco de Medici) del fiorentino Pietro Bonaventura, impiegato a quel tempo al Banco Salviati di Venezia, ma i progetti dei genitori per lei erano diversi: la madre la voleva far suora e il padre la voleva dare in sposa ad un vecchio. Non rimaneva che fuggire a Firenze a casa del promesso sposo ed andare a celebrare il matrimonio. Arrivarono a Ferrara e li il segretario di Alfonso II  duca di Modena li fece sposare in fretta e furia (lei aveva 15 anni!!!) per proseguire poi di gran carriera verso Modena e di li a piedi con il freddo e la neve giunsero a San Pellegrino. In quell'inverno del 1573 era custode dell' eremo di San Pellegrino tale Pierone da Frassinoro che prima li accolse con diffidenza e poi saputo chi li mandava gli spalancò le porte del convento. La mattina di buon ora partirono verso Castelnuovo Garfagnana guidati da Pierone, giunti a Campori incontrarono lungo la loro strada proprio Filippo Pacchione che con fine sarcasmo e ironia così li accolse (vi riporto fedelmente le parole del brigante raccolte da Raffaello Raffaelli nel suo "Descrizione geografica storica della Garfagnana"):

-Madonna; ben conviene che importanti affari vi abbiano consigliata ad un viaggio che pochissimi si attentano in questa stagione di fare, e potete chiamarvi fortunata di non esser caduta nelle mani degli assassini che infestano questa strada.-
Pierone riconobbe il brigante e ormai anche se aveva passato gli 80 anni incuteva ancora timore. Ai novelli sposi come "regalia di nozze" Pacchione offrì la sua protezione attraverso le terre di Garfagnana e una volta rimandato a casa Pierone una scorta di briganti li accompagnò nei giorni
San Pellegrino in Alpe
a seguire attraverso Castelnuovo, Monte Perpoli, Gallicano e Borgo a Mozzano e li furono lasciati a rimuginare sullo scampato pericolo avendo sempre in mente le parole del brigante:
-Una gentil donna deve saper quant'è periglioso affrontar l'Appennino, onde fieri e spietati briganti non permettono a nessuno di passare indenni quelle strade...-

Così questa è la storia di Pacchione l'unico brigante che una volta morto venne reso l'onore delle armi dalle guardie estensi, gli venne riconosciuto "ossequio cavalleresco, lealtà e valore". 

Storie di un garfagnino di altri tempi...

mercoledì 3 giugno 2015

Le antiche strade garfagnine:La millenaria Via Francigena,una strada che cambiò il nostro modo di vivere

Mille anni fa e nei secoli successivi le vacanze non esistevano, anzi non erano proprio minimamente pensate e ci si spostava da casa per due motivi sostanziali considerati fondamentali per l'esistenza terrena e spirituale dell'uomo:per combattere le guerre o per fare pellegrinaggi. Una delle più importanti strade di pellegrinaggi passava anche dalla bella Garfagnana. Questa strada diventerà presto conosciuta a molti come la Via Francigena. La Francigena era una "selva" di strade,viuzze e di sentieri spesso paralleli,confusi, uniti e scissi dallo scorrere del tempo, in pratica qui vi si riversava un fiume di passione e di fede che trovava il suo passaggio anche in Garfagnana e nei suoi "hospitali".La Francigena o Franchigena, Francisca o Romea, come detto fa parte di un fascio di vie che conducevano dall'Europa centrale a Roma per fare pellegrinaggio e visita alla tomba dell' apostolo Pietro.Era nel medioevo una delle tre "peregrinationes maiores" insieme alla Terra Santa e a Santiago de Compostela.Per questo che l'Italia era percorsa da pellegrini di ogni sorta,molti si fermavano a Roma ma molti avrebbero poi proseguito fino al porto di Brindisi dove c'era l'imbarco per la Terra Santa.Nella maggior parte dei casi i
Le antiche direttrice della Framcigena
pellegrini seguivano le vecchie strade consolari costruite dagli antichi romani.Sopratutto i pellegrini,  provenienti dalla terra dei Franchi (la Francia), in età post carolingia cominciarono a passare le Alpi ed entrare in Italia in Val di Susa attraverso il colle del Moncenisio o del Monginevro, per questo motivo che il nome di questa strada fu "Francigena", cioè strada proveniente dalla Terra dei 
Franchi. Le notizie scritte più antiche della Via Francigena risalgono al 990 d.C, da una relazione dettagliatissima fatta da Sigerico arcivescovo di Canterbury di ritorno da Roma. L'arcivescovo inglese descrive 79 tappe del suo viaggio annotandole in un diario. Il testo originale della cronaca annota numerandole queste tappe toscane a noi vicine: 

"XXV Forcri, (oggi Porcari),XVI Luca, (oggi Lucca), XXVII Campmaior, (oggi Camaiore).XXX Aguilla, (oggi Aulla),XXXI Puntremel, oggi Pontremoli)"
Quindi si deduce che i primi itinerari scansavano la Garfagnana. Ma come ben detto e com'è importante sottolineare la Francigena non era propriamente una strada, ma piuttosto un fascio di vie, un sistema viario con molte alternative.Una di queste vie alternative al tracciato di Sigerico era appunto in Garfagnana,una direttrice del pellegrinaggio che portava in Pianura Padana e da qui su una delle varianti che conducevano nella Val di Taro (Parma), che scendeva poi in Lunigiana attraverso il Passo di Tea e in alternativa valicava il passo di San Pellegrino da Modena,dal quale fin dalla metà del 700 d.C salivano i pellegrini padani per giungere in Garfagnana .La via Francigena che passava in Garfagnana con il tempo prese sempre più importanza, per tre motivi:il primo perchè "saltava" tutta la costa
evitando così il pericolo di essere contagiati da febbri malariche derivanti dalle zone paludose vicine al mare, il secondo permetteva di evitare attacchi e saccheggi da parte di pirati ottomani che infestavano la costa in quel periodo e poi perchè questa garfagnina era la strada più breve per raggiungere tranquillamente Lucca ed andare a venerare anche il Volto Santo che si pensava nel medioevo rappresentasse il volto reale di Cristo. Attualmente infatti il tratto della variante "Francigena di Garfagnana" è chiamata "la Via del Volto Santo". Ogni paese in Garfagnana si trascina dietro di se il segno millenario di stirpi di "romei" diretti da San Pietro in Roma per il pellegrinaggio della vita,un interminabile impeto di fervore religioso che passava dai valici appenninici, collanti tra Lunigiana e Garfagnana,poi continuava negli "Hospitali" di San Michele,le Verrucole, oppure nel convento della Sambuca,procedendo sempre da nord si trovavano ben quattro spedali dipendenti dalla pieve di Fosciana (l’Hospitale S.Peregrini, L’Hospitale S. Reguli de Monteperpori, l’Hospitale S. Bartholomei de Saltello e l’Hospitale S. Marie de Buiti),da non dimenticare inoltre  Lo spedale “de Ysola Sancta” che era dipendente della pieve di Careggine, poi a Castelnuovo, Barga,il piccolo convento di San Bernardino (Mologno), due spedali erano anche nel plebanato di Gallicano (“Hospitale S. Concordii de Colle Ascinario e l’Hospitale de Garilliano”), tre nel plebanato di Loppia (l’Hospitale Pontis Populi, l’Hospitale de Calavurna” e la “Domus infectorum de Strignano”e infine l'antico monastero di Borgo a Mozzano. Sono molti quindi i luoghi che la storia ricorda come ospizi dove i pellegrini trovano conforto e preghiera oltre che un piatto caldo e un giaciglio accettabile. Anche gli ingegneri dovettero risolvere il fatto di agevolare il flusso di queste peregrinazioni in
Il Ponte di San Michele
Garfagnana,ed ecco che proprio in questo periodo nascono quei meravigliosi ponti a "gobba d'asino" che dovevano collegare le sponde di impetuosi fiumi e torrenti.Bellissimi sono i ponti di San Michele,di Pontecosi, Castelnuovo,Loppia. Lungo le strade il "romeo" diretto a Lucca incontrava decine di "mestaine" a cui affidare in preghiera la propria anima in viaggi così lunghi e pericolosi(per l'argomento leggi http://paolomarzi.blogspot.ii/un-patrimonio-artistico-.html).Curiosità delle curiosità mi piace evidenziare che proprio nel medioevo e proprio perchè eravamo una rotta della Francigena che abbiamo oggi in Garfagnana i nostri mercati settimanali.Segni di grandi passaggi sorti nel tempo,i mercati di Piazza al Serchio,Castelnuovo,Gallicano,Barga furono regolati rigidamente dai governi locali perchè ogni località un giorno alla settimana alternativamente potesse godere di scambi commerciali con i pellegrini che giungevano da ogni dove in Garfagnana, un vero momento di unione fra valligiani e forestieri,per cui si decise
Il Ponte di... Pomtecosi 
(foto di Mariani Pasquale)
il giorno settimanale che ogni paese potesse mettere in mostra le sue merci(mercoledì Gallicano,giovedì Castelnuovo e così via...).A

partire dal 1994 la Via Francigena è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d' Europa" assumendo alla pari del Cammino di Santiago dei Compostela una dignità sovranazionale. Tutti gli anni inoltre viene ripercorsa questa storica strada con una bella "passeggiata" da San Pellegrino
in Alpe a Gallicano. Un bel percorso attraverso la millenaria storia di una Garfagnana dai mille volti.