Visualizzazione post con etichetta ebrei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ebrei. Mostra tutti i post

giovedì 14 aprile 2022

"Giusti fra le Nazioni". La storia di Giuseppe Mansueto Rossi e di sua moglie Maria da San Pellegrino

Calcolare il numero esatto di persone che morirono a causa delle politiche naziste è un'impresa difficile. Non esiste alcuna documentazione tenuta da funzionari nazisti che contenga il numero dei morti causati dall'olocausto. Per stimare con maggior precisione le perdite umane, i ricercatori insieme a organizzazioni ebraiche e agenzie governative hanno usato, fin dal 1940, fonti diverse quali censimenti, archivi o indagini condotte dopo la fine della guerra. Man mano che venivano trovati nuovi documenti i dati venivano perciò aggiornati. Fattostà che senza l'intervento di persone di buon cuore il numero degli ebrei sterminati sarebbe stato di gran lunga maggiore. Fu proprio per questo motivo che nel 1953 venne fondato con un atto del Parlamento israeliano lo Yad Vashem, l'Ente nazionale per la memoria della Shoa con sede a Gerusalemme. Questo ente ha infatti lo scopo (fra gli altri) di nominare, ricordare e celebrare i "Giusti fra le Nazioni". La definizione "Giusto fra le Nazioni" va fatta risalire al "Talmud", testo fondamentale per la religione ebraica e Yad Vashem ha ripreso questo termine per rendere omaggio e commemorare coloro

che rischiarono la vita per salvare gli ebrei negli anni delle persecuzione nazifasciste. "Chi salva una vita, salva il mondo intero", così si legge nel Talmud. Nel memoriale di Gerusalemme è stato a loro dedicato un grande giardino, per ogni giusto veniva piantato un albero e ai piedi di questi alberi ogni visitatore lasciava un sasso. I sassi sono il simbolo del perpetuo ricordo, mentre l'albero è simbolo della vita che continua e che è  continuata grazie a questi  "Giusti fra le Nazioni". Fra quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra memoria non possiamo dimenticare Oskar Schindler, forse il più famoso, ma ci anche sono molti italiani (circa 700) come Gino Bartali, Giorgio Perlasca, Carlo Angela (padre del giornalista Piero)e Monsignor Angelo Riotta. Ma esistono anche personaggi meno illustri, e che hanno contributo in ugual maniera a salvare vite umane e che purtroppo non hanno mai avuto la ribalta della cronaca. Ebbene fra questi "Giusti fra le nazioni" abbiamo anche due garfagnini e queste che vado a trarre integralmente dal data base dello Yad Vashem sono le vicende che portarono Giuseppe Mansueto Rossi e sua moglie Maria di San Pellegrino in Alpe a fregiarsi di questa alta onorificenza. Nell’agosto del 1943 assieme alla madre Felicina Barocas, incinta della seconda figlia, Franca Sraffa si recò a Farnocchia di Stazzema, una località della montagna tra i boschi non lontana da Pietrasanta, dove i nonni Federigo Abramo Ventura e Ersilia Barocas possedevano un negozio di stoffe, in Via
San Pellegrino in Alpe
 Mazzini. E lavorava anche il padre, Aldo. Quella a Farnocchia doveva essere solo una breve vacanza consigliata dal medico a Felicina in vista delle sue condizioni di gravidanza e della calura estiva. Poi però con la caduta del regime fascista, e il precipitare degli eventi bellici, furono costrette a restarvi, dal momento che la situazione si era fatta particolarmente difficile in quanto la famiglia era ebrea sia dalla parte di Aldo Sraffa, che dalla parte di Felicina. Erano infatti comparse scritte antiebraiche in prossimità del negozio a Pietrasanta, e fu così che a Farnocchia arrivò anche Aldo. La famiglia Sraffa abitava in paese in una casa in piazza del Carmine, e fu a Farnocchia che il 18 ottobre 1943 nacque la piccola Donatella-Miriam. Purtroppo, l’ostetrica del paese, Siria Catelani, era di ideologia fascista, e dopo il parto si recò al comando tedesco per denunciare la presenza in paese di una famiglia ebrea.
Don Innocenzo Lazzeri
In questa condizione di grave pericolo, gli Sraffa furono accolti per alcuni giorni dal parroco di Farnocchia, don Innocenzo Lazzeri, che li nascose nella locale canonica. La stessa ostetrica tuttavia informò i nazifascisti del rifugio, e così una pattuglia arrivò a perquisire la canonica. In quel momento, l’intera famiglia Sraffa riuscì a nascondersi in un antro defilato della canonica, con Donatella-Miriam attaccata al seno materno in pieno allattamento, e l’alto rischio che se avesse smesso avrebbe potuto mettersi a piangere, permettendo così ai nazifascisti di trovarli. Dopo la perquisizione, gli Sraffa e don Innocenzo capirono che la canonica non era il posto più sicuro per loro, e così l’8 dicembre del 1943 si ritirarono a Greppolungo, un piccolo borgo del Comune di Camaiore, a circa 5 km di distanza da Farnocchia. Dopo un mese di permanenza su quelle montagne, nel corso del quale gli Sraffa cambiarono spesso luogo di residenza per evitare di essere scoperti, il dottor Mario Lucchesi, figlio del primario dell’ospedale di Pietrasanta, organizzò il loro trasferimento al Tendaio, località di montagna presso San Pellegrino in Alpe, nel comune di Castiglione di Garfagnana. Il trasferimento vide Aldo e famiglia scendere a Camaiore, ad attenderli trovarono Mario Lucchesi che con la sua auto li condusse a casa sua a Castiglione, dove trascorsero la notte e poterono rifocillarsi. La mattina seguente, all’alba alcuni membri della famiglia Rossi del Tendaio, tra cui Giuseppe Mansueto, venne a prelevare gli Sraffa per
Giuseppe Mansueto Rossi
 portarli presso la loro abitazione, a circa 15 chilometri da Castiglione. Al Tendaio, Aldo, Felicina, Franca e la piccola Donatella Miriam vennero accolti con grande generosità dalla famiglia Rossi, Giuseppe Mansueto, la moglie Maria, il figlio Franco e la sorella di Maria, Rosina. Gli Sraffa vennero raggiunti anche dagli zii Augusto Ventura e Giuseppina Trevi, e tutti rimasero dai Rossi per circa un anno e mezzo, fino al giugno del 1945, ovvero la fine della guerra, organizzando ogni notte dei turni di veglia per controllare l’eventuale arrivo di truppe nazifasciste. Allora, don Innocenzo Lazzeri aveva già trovato la morte, il 12 agosto 1944, trucidato dalle SS nel tristemente noto eccidio di Sant’Anna di Stazzema. 
L’8 dicembre 2015, Yad Vashem ha riconosciuto don Innocenzo Lazzeri, Mario Lucchesi, Giuseppe Mansueto Rossi e Maria Rossi come Giusti tra le Nazioni. Per far capire ancor meglio al caro lettore l'importanza e il significato di questo riconoscimento è giusto ricordare cosa poteva capitare a chi dava aiuto agli ebrei. Tali normative variavano secondo il Paese in cui veniva commesso il fatto. Innanzitutto le pene venivano date senza bisogno d'alcun processo e si andava dalla deportazione verso i famigerati lager, al carcere o alla fucilazione, le autorità naziste consigliavano però l'esecuzione di questi collaboratori sul posto. E' doveroso anche sfatare il mito di "italiani brava gente", non fummo tutti dei "Giuseppe Mansueto Rossi", ci furono molti "Siria Catelani", ossia dei delatori. Infatti, per quanto efficienti, i 
Maria Rossi
comandi della polizia tedesca avevano troppo poco personale e furono quindi costretti ad appoggiarsi ai funzionari della R.S.I.
Ma non fu soltanto la politica ufficiale della Repubblica a essere di aiuto. Anche la collaborazione spontanea di migliaia di «italiani comuni», di normali cittadini, fu fondamentale per l’arresto di migliaia di ebrei. I poliziotti tedeschi sfruttarono ampiamente i collaboratori italiani: spie, delatori, infiltrati, che agivano nei modi più diversi. Questo lavoro veniva pagato piuttosto bene, dato che su ogni ebreo, in media, veniva messa una taglia di 5.000 lire dell’epoca. Comunque sia come cita il Talmud: "Basta che esista un solo giusto perchè il mondo meriti di essere stato creato".


Bibliografia

  • Data Base online Yad Vashem
  • "Chi salva una vita. In memoria dei giusti toscani" di Alfredo de Girolamo. Regione Toscana 
Fotografie

  • Le fotografie di Giuseppe Mansueto Rossi e di Maria Rossi sono tratte dal libro "Dalla Versilia alla Garfagnana Storia di ebrei e di Giusti" di Marco Piccolino

mercoledì 11 agosto 2021

Garfagnana (anche) terra di confino: dissidenti politici, ebrei e mafiosi...

Porto Ercole, Favignana, Ponza, Elba, Lipari, Pantelleria. Località
italiane stupende, di vacanza, di mare, divertimento e gioia. Oggi però! Durante gli anni del regime fascista furono luoghi di dolore e sofferenza. Furono infatti dei luoghi cosiddetti di "confino". Ma cos'era il confino? Con questa parola si definiva una misura di prevenzione prevista dall'ordinamento giuridico italiano durante il Regno d'Italia. Questa misura fu già introdotta in Italia fin dai primi anni della sua Unità. La legge Pica del 1863 la definiva "domicilio coatto". Successive modifiche (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 6 novembre 1926 n° 1848) la cambiarono profondamente trasformandola in "confino di polizia". Dopo la nascita della Repubblica tale legge fu dichiarata incostituzionale, introducendo però una misura simile: il 
"soggiorno obbligato". Naturalmente ognuna di queste modifiche di legge aveva le sue grandi differenze e se ai tempi del regime colpiva soprattutto dissidenti politici, oggi va a punire le associazioni mafiose e i soggetti pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza. Il "massimo splendore" di questa misura di prevenzione fu proprio durante il ventennio fascista, essa infatti mirava a inviare in soggiorno forzato in svariate località italiane tutte quelle persone ritenute socialmente pericolose. In questo caso il confino di epoca fascista si divideva in due tipologie: il confino comune, che colpiva omosessuali, prostitute e tutti quelli che erano nemici della morale pubblica. Esisteva poi il confino politico che
perseguitava tutti coloro che erano avversi e contrari al fascismo, fra questi "confinati" ricordiamo l'ex Presidente della Repubblica Pertini, Antonio Gramsci(fondatore del Partito Comunista Italiano)e gli scrittori Curzio Malaparte e Carlo Levi. Fattostà che la vita per questi malcapitati era tutt'altro che facile, seppur in libertà, nella maggior parte dei casi tutte queste persone venivano isolati dalla vita sociale, privati del loro lavoro, allontanati dalla famiglia e mandati nei posti più sperduti e isolati d'Italia. Si, perchè oltre ai ridenti e solatii luoghi sopra elencati esistevano posti ben più isolati che un isola e fra questi c'era anche la nostra Garfagnana. Pochi sanno che la valle in quel tremendo periodo e anche in tempi recentissimi è stata prima località per confinati politici e poi dopo soggiorno obbligato per esponenti mafiosi... Ma andiamo per gradi e cominciamo allora a raccontare questa storia. La Garfagnana, così come altri luoghi selezionati sulla terraferma secondo il pensiero del M.V.S.N (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale), era l'ideale per mandare al confino persone socialmente pericolose, era difatti un luogo "isolato", lontano dai confini di stato, lontano dalle principali strade di 
La Milizia Volontaria
collegamento, lontano dai grossi centri urbani, ideale poichè tale milizia riteneva la nostra valle "arretrata nelle condizioni di vita della popolazione e quindi non suscettibile da idee politiche fuorvianti e pericolose, impossibile quindi che ivi si possa covare dissenso politico e intellettuale". Da queste parti non capitarono mai quelli che diventeranno negli anni successivi esponenti politici di spicco, tanto meno vi giunsero personalità famose, ma è indubbio che nel corso di quei tremendi anni una ventina di confinati vi giunsero. I nomi non sono da me saputi, ma dai registri anagrafici comunali del tempo sono bene evidenziate le parole "confinato per motivo politico". Spesso anche gli stessi confinati non rivelavano il loro status, poichè il regime era riuscito a far considerare dalla gente malfattori comuni i confinati per ragioni politiche. Le regole da sottostare per questa povera gente erano dure, severe e rigide. Innanzitutto gli veniva elargita una misera diaria per il sostentamento, ma i Carabinieri dovevano ben vigilare ogni spostamento e guardare bene che non si ritrovassero in luoghi pubblici, per di più in ogni momento poteva capitare un'ispezione dell'alloggio e li veniva perfino vagliato quello che il confinato leggeva. La sua posta poi prima passava dalla censura dei Carabinieri, poi da quella della Milizia e poi (eventualmente)arrivava  nelle mani del destinatario e tutto questo sarebbe continuato per tutta la durata della pena, che poteva variare dal minimo di uno, al massimo di cinque anni (rinnovabili) e a parte casi eccezionali, la popolazione locale non ebbe rapporti di conoscenza con i confinati stessi e, il più delle volte non era nelle condizioni di poterne neppure conoscere l'identità. Caso diverso fu quando nella seconda metà del 1941 a Castelnuovo Garfagnana furono inviati 
dai vertici del Reich tedesco al confino coatto circa settanta ebrei. Uomini, donne e bambini provenienti dalle nazioni dell'Europa Centrale (Austria, Polonia e Ungheria) cacciati dalle 
Una famiglia ebrea di Castelnuovo
loro case e destinati in tutti quei Paesi alleati o occupati dai nazisti. I tedeschi chiamarono questa operazione "Vertrieb", ovvero "la ripartizione". Furono dapprima alloggiati in albergo(Il Globo, il Vittoria e L'Aquila d'Oro), poi si stabilirono presso case di privati che affittavano a loro una o due stanze, altri ancora trovarono sistemazione presso i locali della Fortezza di Mont'Alfonso, altre famiglie erano sparse per Torrite, Via Marconi, Via Farini e altre strade ancora. Nel loro regime d'internamento libero ben presto fraternizzarono con i castelnuovesi che si daranno da fare per aiutarli, così come la stessa Amministrazione Comunale 
cercò in qualche maniera di essere comprensiva, nonostante le restrizioni e i divieti. Si formarono anche amicizie e relazioni e di nascosto (malgrado fosse assolutamente divieto per loro lavorare) qualche ebreo trovò impiego come fotografo, barbiere, sarto, meccanico e disegnatore. Questa povera gente passò 28 mesi nella cittadina garfagnina e ben presto si capì il perchè le autorità tedesche avevano permesso tutta questa fratellanza fra ebrei e popolazione locale. Il 4 dicembre 1943 arrivò l'ordine del OberKommando der Wermatch (il comando supremo delle forze armate tedesche), parlava chiaro: tutti gli ebrei residenti a Castelnuovo il mattino seguente
si dovevano riunire presso la caserma dei Carabinieri locale, destinazione campo di concentramento di Bagni di Lucca e poi trasferimento ad Auschwitz... Passarono poi gli anni, i regimi totalitari scomparvero e il confino di memoria fascista decadde e fu sostituito in età repubblicana dal "soggiorno obbligato". 
Il soggiorno obbligato era un provvedimento giudiziario consistente (proprio come nel caso del confino) nell'obbligo di soggiornare in una località ristretta, stabilita dal tribunale, per un certo periodo di tempo sotto la vigilanza delle forze dell'ordine. Introdotto come misura cautelare dalla legge 31 maggio 1965, n. 575 soprattutto come misura di contrasto alla mafia in Italia, venne poi abolita per effetto del referendum abrogativo del 1995; nell'ordinamento attuale ci sono disposizioni simili, contenute in varie norme. Comunque sia a parte queste doverose sottigliezze di leggi e decreti rimane il fatto che questo "soggiorno obbligato" era mal digerito dai comuni che dovevano ospitare (come nella maggior parte dei casi) esponenti mafiosi di un certo rilievo, si pensava, e a mio modo di vedere a giusta ragione, che questo fenomeno portasse a una sorta "d'inquinamento" mafioso in una parte d'Italia che fino a quel punto era rimasta fuori da ogni giro malavitoso. Dall'altra parte i vertici della Polizia affermavano che questa misura sarebbe stata opportuna, sarebbe stato uno smacco per il malavitoso perchè: "tutti coloro che vengono inviati al confino ricevono un duro colpo per il loro prestigio" Dati alla mano una delle regioni più interessate da ciò era proprio la Toscana, che dal 1961 al 1972 aveva accolto 228 persone a soggiorno coatto, che rappresentavano oltre il 9% di tutti i soggiornati d'Italia. Le province di Palermo, Reggio Calabria e Trapani stavano saldamente in testa a questa classifica e in Garfagnana fra gli anni '70 e i primissimi anni'80, di questi criminali ce n'erano ben tre, residenti nei comuni di Castiglione, Piazza al Serchio e Minucciano, tutti provenienti dalla provincia di Reggio Calabria e tutti esponenti di un certo spessore della 'Ndrangheta.
Se si vuole forse non era poi questo gran numero, ma ben presto si capì il perchè... Il Ministero dell'Interno si accorse che non era il caso di inviare altri delinquenti nella Valle del Serchio... Già, ce n'erano anche troppi... Difatti la Garfagnana durante gli anni di piombo fu indifferentemente, sia per terroristi di destra che di sinistra, centro di addestramento alla guerriglia e all'uso delle armi. Fra il 1974 e il 1979 la magistratura evidenziò fra interrogatori e intercettazioni varie che proprio la nostra valle era uno dei maggiori centri d'addestramento per il terrorismo italiano, nonchè rifugio e terra di latitanza per i maggiori esponenti dell'eversione armata. 
Probabilmente i primi a ripararsi fra le impervie montagne garfagnine furono i gruppi neo fascisti che avevano alcuni esponenti di spicco proprio nella provincia di Lucca, per di più in Toscana operava la colonna armata legata a Mario Tuti. A queste indagini fra Garfagnana e terrorismo lavorò molto il Procuratore di Firenze Pierluigi Vigna. Capirete bene allora voi il motivo per cui in quegli anni non furono più inviati altri mafiosi in soggiorno obbligato in Garfagnana. Mafiosi (seppure sotto sorveglianza) e terroristi sotto lo stesso tetto potevano creare pericolose alleanze, traffici e chi
sa cosa altro
 ancora. Insomma, questo per dire che sotto i nostri occhi di garfagnini amanti della propria terra, dei suoi paesaggi e delle sue tradizioni, esisteva o esiste (?) un "mondo sommerso", un mondo fatto di misteri, di segreti e di eventi nascosti. Un mondo di cui spesso ignoriamo la sua esistenza.


Bibliografia

  • "La criminalità organizzata in Toscana. Storia, caratteristiche ed evoluzione" di Enzo Ciconte, dicembre 2009, Centro Stampa Giunta Regione Toscana
  • "La Garfagnana tra brigate rosse e gruppi neofascisti durante gli anni di piombo" di Andrea Giannasi da "Il Giornale della Garfagnana" 2 febbraio 2017 
  • "Andare per luoghi di confino" di Anna Foa, editore "Il Mulino" anno 2018
  • "Il confino: come si mettevano fuori gioco gli oppositori" best5.it

mercoledì 23 gennaio 2019

1938: "Gli ebrei fuori dalle scuole". Testimonianze sulle leggi razziali in Garfagnana

Pochi lo sanno e forse altrettanto pochi se lo ricorderanno, ma
tutto cominciò ufficialmente nella nostra bella Toscana. Era il 5 settembre del 1938 nella reale tenuta pisana di San Rossore. Qui Vittorio Emanuele III re d'Italia passava insieme alla famiglia reale "il meritato" riposo estivo che andava da inizio giugno ai primi di novembre. Quella era una mattinata qualsiasi e come sempre con estrema naturalezza e indifferenza sua maestà aveva già fatto la sua passeggiata in riva al mare con i pantaloni rimboccati per non bagnarli, dopodichè si apprestò a tornare all'interno della tenuta, ma prima di pranzo lo attendeva una firma che sbrigò così, su due piedi, in quattro e quattro otto come se niente fosse, assecondando di fatto la volontà di Mussolini e di Hitler. La firma sanciva una legge dello Stato che si sviluppava su 7 articoli, la legge era la n°1390 e così titolava: "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista", solamente i primi tre articoli non lasciavano
Tenuta reale di San Rossore
dove furono firmate le leggi razziali
spazio a qualsiasi dubbio:

Art 1: All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all'assistentato universitario, nè al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza
Art 2: Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica
Art 3: Al datare dal 16 ottobre 1938 tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengono ai ruoli delle scuole di cui al precedente art 1 saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e i direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza nelle scuole elementari, Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio di libera docenza.
Benito Mussolini e
 re Vittorio Emanuele III

Di fatto da quel giorno diventarono ufficiali le leggi razziali,che cacceranno fuori dalle scuole italiane bambini e insegnanti ebrei, una macchia indelebile nel nostro Paese. Ma quale fu l'effetto di tutto ciò in Garfagnana? Non esistono documentazioni scritte (o almeno io non l'ho trovate)su particolari provvedimenti adottati nella nostra valle, ma in compenso possiamo attingere a fonti orali da cui si può trarre spunti di riflessione interessanti.
Le leggi razziali del 1938 non ebbero conseguenze fattive o significative in Garfagnana per il semplice motivo che ebrei non ve ne erano, la consolidata religione cattolica era presente più che mai in ogni famiglia, quello che è intrigante è vedere come apparirono agli occhi degli scolaretti innocenti di allora le leggi sulla razza. Questa testimonianza è di Adelina classe 1929 di Castelnuovo Garfagnana, al tempo frequentava la terza elementare nel capoluogo garfagnino e ricorda nitidamente tutto questo: 
"Tutta la scuola fu convocata nell'aula magna, se ricordo bene erano
Scuola fascista al saluto romano
i primi giorni, la maestra ci disse che il direttore ci doveva leggere una lettera del re...Come sempre entrammo nell'aula magna, prima di tutto si salutò rispettosamente il direttore e poi al saluto romano rendemmo omaggio al quadro del duce e di Vittorio Emanuele III. Il direttore ci disse che parlava non per se ma per bocca del re, questo frase mi rimase impressa nella testa, perchè fu ripetuta più volte, solo con gli anni capì il significato di questo ripetersi del direttore, probabilmente lui non era d'accordo con queste nuove leggi, ma comunque doveva leggerle visto che il suo ruolo glielo imponeva. Fattostà che cominciò a leggere passo passo tutta la legge, articolo per articolo...e io in questa "lettera" del re non c'avevo capito proprio nulla. Come me molti altri bimbetti, infatti una volta rientrati in classe si chiese spiegazioni alla maestra. Era la prima volta che sentivo parlare di ebrei, non sapevo neanche della loro esistenza o chi fossero, pensai solamente nella mia testa di bambina che la dovevano aver combinata grossa per essere cacciati da tutte le scuole del regno e invece povera gente...
"

Un altra bella testimonianza viene da Piazza al Serchio, lui è Rino, ottant'anni suonati, ma anche qui la mente è vivida: 
"Queste famose leggi sulla razza a noi le lesse il maestro in classe, in "quattro balletti", pochi ci capirono qualcosa, i bimbetti più curiosi chiesero spiegazioni, il maestro le liquidò dicendogli semplicemente di farsele spiegare dal prete, praticamente fece come Ponzio Pilato se ne lavò le mani e i piedi, a me non è che sinceramente me ne fregava più di tanto, io dopo la scuola dovevo pensare al pascolo delle pecore. Però un giorno passò il prete da casa, come al solito per "raccattare" qualche "ovo" e due pomodori freschi dell'orto, la mamma allora mi mandò nel campo a staccare qualche verdura per il prete e quando gli consegnai gli ortaggi mi ritornarono in mente le parole del maestro e allora così a bruciapelo gli domandai - Ma chi sono gli ebrei?- e lui senza batter ciglio così mi disse:-Sono quelli che hanno condannato Gesù alla croce perchè non riconoscevano in lui il figlio di Dio- e poi aggiunse questo passo della Bibbia: - E sarete maledetti voi, e i figli dei vostri figli, e tutta la vostra genia... e quello che succede in questi giorni sono le
conseguenze che pagano!-. Devo dire la verità, così come me la buttò giù questi ebrei mi fecero una gran rabbia e dentro di me pensai che ben gli stava di essere cacciati da scuola, loro erano i colpevoli della morte di quel Gesù che pregavo tutte le sere e poi le parole del prete a quel tempo erano prese come oro colato. Poi per fortuna si cresce e si comincia a capire molte cose ed ecco che allora a quel prete oggi risponderei con un altro passo della Bibbia: "Non c'è nè giudeo nè greco, non c'è nè schiavo nè libero, non c'è nè maschio nè femmina; poiche siete tutti una persona unitamente a Gesù Cristo".
Quest'ultimo ricordo che vado a narrare invece fa riferimento ad un'altra infamia: "Il manifesto della razza". Questo fogli pubblicati su "Il giornale d'Italia" divennero la base ideologica e pseudo scientifica della politica razzista dell'Italia fascista. La pubblicazione uscì il 14 luglio 1938 e anticipò di qualche mese le leggi razziali. Sul quotidiano furono  elencate dieci "regole" in cui ad esempio si affermava che: "esistono grandi razze e piccole razze", oppure, "La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana" e ancora, "E' tempo che gli italiani si proclami francamente razzisti" e poi, "Gli ebrei non appartengono alla razza italiana". 
"Il manifesto della razza"
 luglio 38
"Questi manifesti ed altri ancora erano affissi come da regolamento per le vie del paese -dice Luigi da Barga- a me personalmente non ricordo che a scuola mi abbiano letto le leggi razziali, ma ricordo bene questi manifesti perchè alcuni invece che essere scritti erano illustrati. Ne ricordo uno che diceva: "Non vi possono essere ebrei..." e poi c'era il disegno di una banca con una croce sopra come segno di diniego, oppure anche una scuola, o sennò un comune. Secondo me questi cartelli illustrati avevano maggiore effetto perchè rimanevano impressi anche nella memoria dei bambini proprio come al tempo successe a me. Un altro cartello invece aveva degli omini ritratti e descriveva che gli ebrei non potevano fare il servizio militare o che non potevano avere domestici italiani e altre cose ancora.
Quando uscì il "manifesto della razza" molti dei compaesani e sopratutto i ragazzi più grandi si convinsero veramente di essere una razza superiore, qualcuno dava la caccia perfino all'ebreo che assolutamente non c'era nella nostra zona, però qualcuno incredibilmente cominciava anche a seminare sospetti fra le persone che magari vedeva o conosceva da anni perchè secondo le caratteristiche fisiche imposte dal regime un ebreo doveva avere un naso aquilino, occhi color azzurro scuri e le "borse" sotto gli occhi e quando questi giovani esaltati vedevano qualcuno con simili caratteristiche fiorivano mille illazioni e mille diffidenze. Pensare che tutte queste norme questo era supportate anche da importanti scienziati e professori
italiani mi da ancora i brividi".
Come abbiamo letto da queste testimonianze bastava veramente poco per insinuare nelle persone il dubbio, la paura del "diverso". Bastava una parola di un prete o una firma su una legge per sancire una verità assoluta, e' proprio vero l'ignoranza ha fatto più morti che dei fucili. Oggi niente è cambiato nonostante tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per conoscere e sapere, ancora oggi ci fidiamo sempre e del solito "ho sentito dire...".



Fonte:

  • Testimonianze raccolte da me nei quaderni di scuola di Moni Albertina (mia mamma)
Bibliografia
  • "Il Tirreno" 3 settembre 2018 di Fabio Demui "5 settembre 1938: il re firma a San Rossore le leggi razziali, inizia il calvario degli ebrei"

mercoledì 24 gennaio 2018

Sfuggire ad Auschwitz. Dal memoriale di Leo Kienwald, ebreo internato a Castelnuovo

Leo Kienwald...un nome che ai più non dirà niente, ma è un nome legato a doppio filo con la Garfagnana e con una delle pagine più crudeli della storia dell'umanità. La famiglia Kienwald composta da papà Oscar, mamma Rachele Nadel e dai figli Erwin e Leonard (detto Leo), proveniva dalla Polonia occupata e faceva parte di quelle famiglie ebree internate coattivamente dalla Germania nazista a Castelnuovo Garfagnana dal 1941 al 1943. 
Chi è un mio assiduo lettore avrà comunque già letto più di un mio articolo riguardante questa famiglia, infatti ogni tanto nella mia mente riecheggiano le parole che a suo tempo mi disse Eli Kienwald (figlio di Leo) e che sono le stesse del filosofo George Santayana: - "Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo", quindi- continuò il dottor Eli, riferendosi a me- nei suoi articoli, ogni tanto continui a scrivere di questa tragedia, perchè la gente non dimentichi mai quello che è accaduto - e così puntualmente mi appresto a farlo.
Il rapporto fra me ed Eli Kienwald cominciò qualche anno fa, quando da Londra lo stesso Eli mi contattò dopo aver letto un mio articolo sulla tragedia della sua famiglia internata a Castelnuovo. Mi
L'articolo pubblicato sulla rivista
ebraica Hamaor: Escape from Castelnuovo
Garfagnana (Fuga da Castelnuovo Garfagnana)
propose di condurre ricerche più approfondite su quello che successe a suo padre Leo in quei terribili anni in Garfagnana, la nostra collaborazione sfociò poi in un bellissimo articolo pubblicato su una rivista ebraica a maggior diffusione (Hamaor), in più mi inviò un vero pezzo di storia, unico e toccante: il memoriale di suo padre che racconta la sua fuga per la libertà attraverso le nostre montagne, un diario bellissimo, particolareggiato, ricordi vivi e nitidi di quei tremendi giorni scampati al rastrellamento, evitando così di finire nelle camere a gas di Auschwitz.

Tutto cominciò quel maledetto 4 dicembre 1943 quando arrivò l'ordine dall'Oberkommando der Whermacht, dove si diceva che tutti gli ebrei stanziati in confino coatto a Castelnuovo Garfagnana si dovevano
Una pagina del memoriale di Kienwald
in mio possesso
presentare il mattino seguente presso la caserma dei carabinieri. Grazie ad una soffiata di un maresciallo dell'arma si capì presto il perchè di questa convocazione: l'indomani tutti gli ebrei residenti sarebbero stati arrestati e condotti nel campo di concentramento di Bagni di Lucca, per essere poi trasferiti nei campi di sterminio del nord Europa. Il maresciallo avvertì tutti  gli interessati e consigliò di darsi immediatamente alla fuga. Nonostante tutto a questa soffiata pochi vi credettero, fra questi pochi la famiglia Kienwald fu una di queste, cominciò così la sua fuga attraverso le Apuane.

Quelle a seguire sono stralci salienti del memoriale di Leo Kienwald, scritti nel 1996 poco prima che lasciasse per sempre la vita terrena.

L'inizio della fuga (N.D.R: i titoli dati ai paragrafi non fanno
Verbale della Prefettura del 1942
Corrispondenza censurata
degli ebrei di Castelnuovo
parte del diario stesso, sono stati aggiunti da me per dare ordine all'articolo).


Era il 5 dicembre 1943. Il cielo era grigio quasi un segno della tragedia incombente. Perchè gli altri sono tutti finiti ad Auschwitz. E sono morti. Noi, padre madre e due ragazzi camminavamo su una strada sterrata, nella Valle della Turrite, nella direzione opposta a quella della caserma dei carabinieri. Il giorno prima era stato impartito un ordine: presentarsi quella mattina alle otto. Un'ora prima ebbi ancora un fuggevole incontro con Elisabeth (N.D.R: Elizabeth era l'innamorata ebrea confinata anche lei a Castelnuovo). Tentai di convincerla a seguirmi. Non poteva abbandonare la madre. Qualche anno fa la ritrovai nel "Libro della Memoria". Ebbi così la conferma del tragico destino suo e degli altri internati a Castelnuovo Garfagnana. Che sarebbe stato il mio, il nostro.


La paura,le bugie e la prima sistemazione

Raggiungemmo infine alcuni casolari. Era Colle Panestra. Ci
Vecchia foto L'Alpe di Sant'Antonio
presentammo come sfollati. Non avevamo documenti ne soldi. Solo le ultime carte annonarie di Castelnuovo. Trasformai il cognome Kienwald scritto a mano in "Rinaldo". Un nome straniero poteva destare sospetti. Fummo infine accolti da una famiglia nei pressi di Fontana Grande a Piritano di Sotto. Allora sapevo solo che ci trovavamo sull'Alpe di Sant'Antonio. Mio padre e mia madre dormivano in una camera messa a loro disposizione. A noi ragazzi diedero una capanna nel bosco dove si raccoglievano le foglie secche di castagno. Ricevemmo una lampada ad acetilene e due coperte.


La fuga continua: una nuova sistemazione

Ricordo con commozione la bontà di quelle persone. Ma non potevamo
Rifugio Rossi...una volta
approfittare a lungo dell'ospitalità. Ci mettemmo quindi in cerca di un casolare disabitato. E lo trovammo a Pasquigliora, non lontano da Colle Panestra. Era il casolare di un pastore, che prima della guerra portava su le pecore dalla Versilia. Il casolare era giusto attrezzato per quattro persone, non mancavano materassi, coperte e cuscini. Il custode del Rifugio Rossi, sotto la Pania della Croce, abitava a Pirano di Sotto. Si offrì di salire al rifugio con noi ragazzi per prelevare quanto occorreva.


Il ritorno a Castelnuovo e il recupero dei vestiti per affrontare il rigido inverno 

A Castelnuovo vivevamo abbastanza tranquilli fino all'ordine
Castelnuovo nel 1930. Nel cerchio rosso
l'appartamento dove abitavano i Kienwald
in Piazza Umberto i
impartito dai carabinieri. Quando fuggimmo da Castelnuovo portammo quasi nulla con noi. Gli effetti personali erano rimasti in un baule lasciato nella casa a Castelnuovo. Non si poteva superare l'inverno senza quegli indumenti e bisognava in qualche modo recuperarli. Un abitante di Castelnuovo, con il quale mio padre si mise misteriosamente in contatto, andò in quella casa, ruppe i sigilli applicati dai carabinieri, prese il baule, lo caricò su un mulo e ce lo portò su. Mio padre gli regalò una parte del contenuto


La nuova vita e le nuove abitudini

Vivevamo dunque in quel casolare a circa mille metri di altitudine.
Sfollati in Garfagnana in tempo di guerra
La principale preoccupazione era procurarsi da mangiare e legna per riscaldarsi. Era compito di noi ragazzi. Mio fratello era minore di quattro anni e aveva sempre fame. I contadini erano generosi e la farina di castagne non mancava mai. Imparammo a farci la polenta nel paiolo, a versarla sul piatto di legno, a tagliarla con la cordicella. Non volevamo essere mendicanti. Facevamo vari lavori per loro, il più terribile era caricare sul collo il cesto di letame per andare a spanderlo sui campi. La sera bisognava sottoporsi ad un intenso lavaggio. Passarono i  mesi, passò l'inverno. Non sapevo nulla allora di Auschwitz. Avevo la sensazione di essere scampato, insieme ai miei, ad un terribile destino.


La vita è in pericolo

Nella primavera del 1944 ci trovavamo praticamente al fronte. La
Calomini, sul fronte della Linea Gotica
(foto Gruppo Linea Gotica Garfagnana)
linea gotica passava a qualche centinaio di metri da noi. C'era una strada sterrata a mezza costa del Monte Piglionico, che finiva ai piedi della Pania della Croce. Alle Rocchette poco sopra la strada, c'era una postazione. Li dovevamo passare per entrare nella terra di nessuno
(N.D.R: Per "terra di nessuno" si intende una porzione di territorio non occupata)


Una battaglia nella notte...bisognava fuggire e salvarsi

N.D.R: Qui si racconta della celeberrima battaglia del Monte Rovaio (o Colle del Gesù), fra i partigiani del "Valanga" e le truppe germaniche, dove i nostri protagonisti furono attenti testimoni, prima, durante e dopo i fatti. Ecco un piccolo brano di quel ricordo:

Sia arriva così alla fine di agosto, esattamente il 29 agosto 1944.
Il Monte del Gesù, luogo della battaglia
raccontato da Leo Kienwald
Quella mattina, era ancora notte, si sentì una forte sparatoria intorno a noi. Mi affacciai alla finestra e vidi dei razzi illuminanti salire verso il Monte del Gesù. Avevo la netta sensazione di essere circondati, Ci vestimmo in fretta ed uscimmo. Dovevamo allontanarci. Dietro il casolare una ripida discesa portava in un fosso, che ci copriva dai proiettili e in qualche modo ci nascondeva. Arrivati in fondo ci dirigemmo verso il mulino. Sapevo che il mugnaio aveva preparato una grande buca nel bosco. Egli ci accolse. Solo mia madre ed altre donne rimasero fuori. Entrammo carponi. Eravamo in 12 li dentro, sdraiati su un tavolato, uno accanto all'altro. C'era anche il giovane parroco de L'Alpe di Sant'Antonio. Lì restammo per tre giorni e tre notti. Le donne ci portavano qualche piatto di pasta senza sale. Devo ammirare il coraggio di mia madre. Era una donna fragile e timida. Ritornò al casolare per salvare qualcosa. Ormai bruciava. Si trovò faccia a faccia con i tedeschi. Terminata la battaglia nel corso della mattinata i tedeschi bruciarono infatti tutti i casolari.


La disperazione

A questo punto eravamo veramente soli. Il nostro casolare, tutti i
Il sentiero della libertà ripercorre
quasi le stesse strade che fecero i Kienwald
(foto Daniele Saisi)
casolari, erano bruciati. I residenti s'enerano in gran parte andati. I pochi rimasti cominciarono ad aver paura. Avevamo perso tutto. Non sapevamo dove andare. Non potevamo più contare su un eventuale assistenza di chi ancora si aggirava sull'Alpe. Risalimmo Colle Panestra e prendemmo un sentiero a destra, arrivammo a casa di una certa Viola.
(N.D.R: Viola Bertoni alias "la mamma dell'Alpe", nel 1981 gli verrà conferita una medaglia al valore civile per la sussistenza data ai gruppi partigiani). Questa fu la nostra dimora fino alla fine di novembre. Mi chiedo oggi come abbiamo fatto a vivere. Non ricordo i dettagli. Ogni sforzo mentale era concentrato sul modo di come uscire da questa situazione disperata. Intanto l'inverno avanzava 


I primi tentativi verso la libertà

Mi decisi di andare a chiedere aiuto ad una grossa formazione
Partigiani del Valanga
(foto tratta da il libro
"L'altra faccia del mito")
partigiana, comandata da un maggiore inglese, che si trovava sui monti di fronte, dall'altro lato della Turrite...
[continua]...Mi incontrai con il maggiore Oldham (N.D.R: il maggiore Oldham fu fatto prigioniero dagli italiani, fuggi dal carcere e si mise a capo della Brigata partigiana Lunense), al quale diedi informazioni sulle Rocchette, da dove poteva congiungersi con la V armata [continua]...All'occupazione della postazione sulle Rocchette mi avrebbero dovuto mandare una staffetta per passare il fronte. [continua]. Passarono i giorni e nulla successe.


Il terrore e poi...libertà, libertà !!!

L'attesa diveniva insopportabile e giorno dopo giorno la situazione
Castelnuovo bombardata
peggiorava. Un giorno decisi con mio padre di recarci direttamente sul posto consapevoli ovviamente del rischio. Ma non avevamo ormai scelta. Ci incamminammo e raggiungemmo la strada che passava sotto le Rocchette. C'era nebbia quella mattina e camminavamo in un silenzio irreale. Improvvisamente sbucarono dalla nebbia tre militari con i fucili spianati: alto là. Portavano l'elmo dei bersaglieri. Siamo proprio capitati male, pensai. Uno di loro urlò: "Sono ebrei, li conosco". Dopo qualche secondo si rivelarono. Erano partigiani, che avevano occupato la postazione e si erano messo in testa l'elmo dei prigionieri. Forti abbracci, profonda emozione. Quello che aveva urlato era di Castelnuovo e ci aveva riconosciuto. Chiedemmo se potevamo passare
[continua]


N.D.R: Le peripezie dei Kienwald continuarono, adesso bisognava recuperare il resto della famiglia, passare il fronte e consegnarsi nelle mani della V armata americana. Nella stessa notte però imperversò un'ennesima battaglia che mise a repentaglio la loro vita e il lieto fine di questa tragica avventura. La descrizione di quelle decisive e fondamentali ore è precisa e minuziosa, ma finalmente...

Ci trovammo nella terra di nessuno e ci fermammo in un piccolo
La V armata americana
villaggio, dove passammo la notte dormendo sul pavimento in una casa vuota. Era il 20 novembre 1944. Al mattino riprendemmo il cammino. Grande fu l'emozione quando incontrammo una pattuglia di americani che ci diedero della cioccolata e ci portarono al loro campo. Mio padre tolse dalle spalline della giacca il suo vecchio passaporto polacco. Ci portarono a Gallicano, nell'immediata retrovia poi a Viareggio.


N.D.R: Il diario continua con quello che accadde dopo la liberazione, le varie sistemazioni in altre parti della Toscana, la fame patita più da liberi che da ricercati e sopratutto la ricerca di una nuova Patria e di una nuova vita, ma comunque non era niente a confronto di quello che successe agli altri ebrei "castelnuovesi". Il diario si chiude con il perchè di questo scritto:


Qui finisce la nostra piccola odissea che, posso dirlo, è stata
Auschwitz. Una mia foto.
 Le scarpe degli ebrei uccisi..
splendida se paragonata a quella che sicuramente sarebbe stata senza il mio modesto atto di coraggio, prodotto da quella fiammella di Dio che, credenti o non credenti, c'è in ognuno di noi e che guida la nostra mente. Dopotutto, a dispetto della soluzione finale, sono qui con figli e nipoti. I genitori riposano nella terra d'Israele. Mio fratello vive in Israele, ha un figlio e tanti nipoti. Ho raccontato questa storia perchè la memoria non vada persa.


Leonard Kienwald 

Bibliografia

Per chi vuole sapere di più su questa famiglia e su gli ebrei in confino coatto a Castelnuovo Garfagnana può consultare i miei articoli cliccando su questi link:


mercoledì 27 gennaio 2016

Dal diario di Leo Kienwald, ebreo polacco internato a Castelnuovo Garfagnana...

Erano i primi giorni di febbraio dell'anno passato,erano trascorsi pochi giorni dalla pubblicazione di un mio articolo sugli ebrei internati a Castelnuovo Garfagnana (leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/2015/01/27-.html) ed è mia abitudine la sera dopo cena di mettermi comodamente sul divano a controllare tutte le e mail arrivate durante la giornata e fra le varie pubblicità e altrettante futilità nello scorrere con le dita il mio tablet scorgo un cognome familiare alle mie ricerche: Kienwald...Il dottor Eli Kienwald dopo aver letto il mio pezzo mi contattava da Londra. Eli era un discendente della famiglia ebrea omonima di origine polacca fuggita da Castelnuovo nel momento del rastrellamento, evitando così di finire ad Auschwitz. Non vi immaginate la mia meraviglia e il mio stupore.Il dottor Kienwald innanzitutto si complimentava con me per l'articolo, preciso nella narrazione storica dei fatti e stilisticamente ben fatto,inoltre ricercava ulteriori notizie sul soggiorno forzato della sua famiglia a Castelnuovo (notizie che con piacere gli fornì documentandolo anche con varie foto che furono poi pubblicate sulla rivista ebraica Hamaor)).Nel susseguirsi dei giorni a venire la nostra corrispondenza telematica si infittì e si instaurò anche un certo rapporto di fiducia,tale fiducia mi fu ripagata un bel giorno quando con mia grande soddisfazione e onore mi inviò un pezzo di storia veramente unico e toccante: il memoriale di suo padre Leo Kienwald scritto nel 1996, pochi anni prima della sua scomparsa. Il dottor Kienwald mi fece partecipe di questo suo intimo ricordo del padre,
Castelnuovo Garfagnana
fine anni 30
(foto archivio Fioravanti)
un diario bellissimo e particolareggiato nonostante fossero passati cinquantatre anni da quei giorni in Garfagnana. Raccontava di momenti tremendi, di giorni scampati alla morte e donati alla vita. Proprio oggi è "Il giorno della memoria", dove si ricorda l'immane tragedia dell'olocausto e questa è la mia testimonianza o meglio la testimonianza di Leonard Kienwald, attraverso un brano del suo diario dove racconta il girovagare suo e della sua famiglia attraverso le nostre montagne,il rapporto avuto con i garfagnini che lo tenevano nascosto e dove narra dei mille escamotage fatti per sfuggire dalle grinfie naziste.Ma prima un po' di antefatto è d'obbligo per inquadrare bene la situazione.

Tutto ebbe inizio quel disgraziato 4 dicembre 1943 quando arrivò l'ordine dall'Oberkommando der Wehrmatch (comando generale tedesco) dove si ordinava a tutti gli ebrei in domicilio coatto a Castelnuovo Garfagnana di presentarsi il mattino seguente presso la caserma dei carabinieri reali,il motivo non era spiegato. Molto probabilmente il giorno dopo tutte le famiglie ebree della zona si sarebbe presentate se non fosse stato per un maresciallo dei carabinieri che il giorno stesso confidò al dottor Meier (medico ebreo) l'imminente trasferimento della comunità ebraica presso il campo di concentramento di Bagni Lucca.Il maresciallo si raccomandò di avvertire tutti e di darsi alla fuga il prima possibile. In questa soffiata pochi vi credettero, fra questi pochi la famiglia Meier e la famiglia Kienwald che cominciò la sua fuga sulle montagne.

Dalle memorie di Leo Kienwald

"Eravamo arrivati a Castelnuovo in confino libero il 4 novembre 1941 da un campo internamento forzato in provincia di Cosenza. Personalmente vi rimasi solo un paio di mesi perchè nel frattempo ricevetti il permesso di recarmi a Padova per terminare gli studi. Ritornai a Castelnuovo dopo l'otto settembre '43 quando i tedeschi entrarono in Padova. A Castelnuovo vivevamo abbastanza tranquilli fino a quel maledetto 5 dicembre 1943. 
Il girovagare in Italia
da un campo d'internamento
all'altro della fam Kienwald
Il cielo era grigio,quasi un segno della tragedia incombente. Perchè gli altri sono tutti finiti ad Auschwitz.E sono morti.  Noi,padre,madre e due ragazzi,camminavamo su una strada sterrata,nella Valle Turrite,nella direzione opposta a quella della caserma dei carabinieri.Il giorno prima era stato impartito un ordine:presentarsi quella mattina alle otto.Un'ora prima ebbi ancora un fuggevole incontro con Elizabeth,tentai di convincerla a seguirmi,non poteva abbandonare la madre. Qualche anno fa la ritrovai nel "Libro della Memoria",ebbi così la conferma del tragico destino suo e degli altri internati a Castelnuovo Garfagnana. Che sarebbe stato il mio,il nostro.
Eravamo in fuga. In assoluto silenzio camminavamo su quella strada e non ci voltavamo,fuggivamo senza saperlo,dall'orrore, incontro all'ignoto,sapevo solo che dovevamo arrivare ad un certo punto dove si doveva attraversare il torrente. Ci arrivammo dopo circa quattro ore di cammino,attraversammo il torrente e cominciammo a salire nel bosco,al calar della notte arrivammo ad una capanna. Pioveva e ci sistemammo su paglia e foglie di castagno,il tetto tratteneva in parte la pioggia,bagnarsi non importava. C'era un solo pensiero salvarsi. Il mattino dopo ci rimettemmo in cammino salendo per la montagna senza precisa meta,raggiungemmo infine alcuni casolari. Era Colle Panestra. Ci presentammo come sfollati da una città bombardata in cerca di un rifugio,non avevamo nè documenti,nè soldi,solo le ultime carte annonarie di Castelnuovo. Trasformai il cognome Kienwald scritto a mano in "Rinaldo",un nome straniero poteva destare sospetti. Fummo infine accolti da una famiglia nei pressi di Fontana Grande a Piritano di Sotto,allora sapevo solo che ci trovavamo sull'Alpe di S.Antonio. Mio padre e mia padre dormivano in una camera messa a loro disposizione,a noi ragazzi diedero una capanna nel bosco dove si raccoglievano le foglie secche di castagno,ricevemmo una lampada ad acetilene e due coperte,scavammo un giaciglio nel cumulo delle foglie e ci avvolgemmo nella coperta. Il vento fischiava attraverso i tronchi della capanna,era dicembre, ma come era caldo quel letto naturale. Ricordo con commozione la bontà di quelle persone,ma non potevamo approfittare a lungo dell'ospitalità. Ci mettemmo quindi in cerca di un casolare abitato e lo trovammo a Pasquigliora non lontano da Colle Panestra. Era il casolare di un pastore, che prima della guerra portava su le pecore dalla Versilia. Il casolare era attrezzato giusto per quattro persone,ma non mancavano materassi,coperte e cuscini.Il custode del
Pasquigliora oggi, in inverno,
dove i Kienwald si stabilirono
(foto Emanuele Lotti)
rifugio Rossi, sotto la Pania della Croce abitava a Pirano di Sotto e si offrì di salire al rifugio con noi ragazzi per prelevare quanto occorreva per soggiornare. Fu un escursione memorabile, non avevamo le scarpe adatte. Lassù la neve era ghiacciata e non fui in grado di arrivare al rifugio,i cristalli di neve mi facevano girare la testa. Attesi il ritorno del custode e di mio fratello che portavano il materiale sulle spalle,presi anch'io una parte del carico ed iniziammo la discesa come meglio potevamo ed era inevitabile che scivolassi con il carico e solo per miracolo evitai di precipitare fermandomi all'ultimo secondo con i piedi contro le rocce,i pantaloni sul fondo schiena erano spariti. Potemmo così preparare i letti, ma non mi ricordo se abbiamo rimediato anche le lenzuola. La cucina sotto era grande e c'era un bel caminetto,c'erano paioli,scodelle e quant'altro serviva. Andammo nel bosco a procurare fascine di legna, imparammo a portare i carichi sul collo calzando sulla testa una specie di cuscino,occorreva tanta legna anche per scaldarci. Incominciammo a lavorare per i contadini che in compenso ci regalavano farina di castagne e qualche salsiccetta e addirittura fino all'esaurimento delle carte annonarie potevamo comprare un po' di pane,ma essenzialmente ci nutrivamo di castagne.

L'inverno incominciava ad essere veramente duro quando fuggimmo da Castelnuovo non portammo quasi nulla.Gli effetti personali erano rimasti in un baule lasciato nella casa e non si poteva superare l'inverno senza quegli indumenti, bisognava in qualche modo recuperarli.Un abitante di Castelnuovo con il quale mio padre si mise misteriosamente in contatto andò in quella casa, ruppe i sigilli applicati dai carabinieri,prese il baule,lo caricò su un mulo e ce lo portò su. Mio padre gli regalò parte del contenuto. Vivevamo dunque in quel casolare a circa 1000 metri di altezza,la principale preoccupazione era procurarsi da mangiare e la legna per scaldarsi era compito di noi ragazzi. Mio fratello era minore di
Castelnuovo Palazzo Littorio
attuale caserma dei carabinieri
(foto collezione Fioravanti)
quattro anni e aveva sempre fame,i contadini erano generosi e la farina di castagne non mancava mai,imparammo a fare la polenta nel paiolo, a versarla sul piatto di legno e a tagliarla con la cordicella. Non volevamo essere mendicanti,facevamo i lavori per loro,il più terribile era caricare sul collo il cesto di letame per andare a spanderlo nei campi,la sera bisognava sottoporsi ad un intenso lavaggio. Passarono i mesi,passò l'inverno,non sapevo nulla allora di Auschwitz,avevo però la sensazione di essere scampato insieme ai miei ad un terribile destino. Spesso mi chiedevo dov'era finita Elizabeth.Certo è difficile vivere come animali braccati, in condizioni estreme.Oggi posso dire che era bello. Ero libero,eravamo liberi, in mezzo alla natura. La dignità d'uomo non era persa, ne la propria identità,non sapevo però come sarebbe andata a finire. Si viveva per sopravvivere..."


Il memoriale continua ancora, arriveranno giorni bui e veramente difficili, ma fra mille peripezie e altrettante brutte avventure la storia avrà il suo lieto fine.A me comunque piaceva fra le altre parti del diario questo brano in modo particolare perchè denota la bontà d'animo del garfagnino, pronto ad aiutare chi ha bisogno, infatti una serie di personaggi rimarranno indimenticabili per la famiglia Kienwald: dal maresciallo dei carabinieri che fa la soffiata, ai contadini pronti a dividere il cibo con quelli che erano degli sconosciuti, per arrivare al custode del rifugio Rossi che rischia la vita insieme a loro per rimediare alcune coperte.

I Kienwald non fecero ritorno in Polonia,come ebbi a dire, ma proprio grazie alle notizie avute di prima mano dal dottor Eli, oggi posso finalmente chiarire la situazione. 
Una volta riusciti a consegnarsi agli alleati, la famiglia alloggiò in un campo di sopravvissuti a Lucca,poi a fine conflitto furono trasferiti a Roma. A quel punto l'intera famiglia pensò di andare in Israele e a questo scopo furono condotti in un campo di attesa(hachshara),dove molti ebrei aspettavano il loro turno per essere accettati nel nuovo Paese. Qui Leo incontrò quella che sarebbe diventata sua moglie (la signora Celeste De Segni) e si sposarono nel 1946, decidendo di fatto di rimanere a Roma, luogo di nascita del dottor Eli Kienwald e di sua sorella Tamara.
Nel 1966 Leonard Kienwald fu insignito dallo Stato Italiano della Croce al merito di guerra, ma il suo pensiero era sempre rivolto agli ebrei di Castelnuovo,tutti morti nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.