giovedì 21 novembre 2019

Il dramma della steppa. Alpini garfagnini in Russia 1942-43.

"I russi erano dalla parte della ragione, e combattevano convinti di
difendere la loro terra, la loro casa, le loro famiglie. I tedeschi d'altra parte erano convinti di combattere per il grande Reich. Noi non si combatteva nè per Mussolini, nè per il Re, si cercava di salvare la nostra vita". Mario Rigoni Stern con questa frase inquadrò perfettamente lo spirito dei soldati italiani, quando in quel lontano 1942 furono inviati sul fronte russo in sostegno alle forze germaniche per l'occupazione dell'Unione Sovietica, in quella che l'alto comando del Reich definì con il nome di: "Operazione Barbarossa", d'altronde chi mal comincia... La logistica funzionò malissimo: indumenti inadatti, mezzi ed armi inefficienti fecero capire subito a Mario Rigoni Stern e ai soldati italiani (e anche a quelli garfagnini) che l'obiettivo principale sarebbe stato quello di ritornare a casa sani e salvi. Un numero mostruoso di esseri
umani non riuscirono però nell'intento, nella sua totalità si parla di un numero imprecisato di morti fra militari e civili nell'ordine di alcuni milioni. L'Italia ebbe un bilancio spaventoso e pagò un prezzo altissimo con la sua scellerata decisione di immischiarsi in quello che ancora oggi rimane il più grande scontro militare della storia. Trentamila soldati rimasero feriti, ottantamila furono uccisi, rimasero dispersi o furono presi prigionieri. Con il tempo l'Unione Sovietica restituì diecimila prigionieri italiani e di altri settantacinquemila non si seppe più niente. Fra tutti questi grandi numeri rimane però da analizzarne uno, il più piccolo, quasi insignificante di fronte a queste grosse ed incredibili cifre, ci furono quattrocento-cinquecento giovani che non fecero più ritorno a casa, erano gli alpini garfagnini. Può sembrare un inezia, ma questa perdita per una valle di trentamila persone fu una delle più grosse tragedie della sua storia.
Tutto cominciò quel maledetto 22 giugno 1941, quando i tedeschi, un po' a sorpresa oltrepassarono il confine russo. Con l'impiego delle grandi unità corazzate e dei micidiali Stukas travolsero tutto e tutti in modo da non dar respiro ai soldati russi. In poche
settimane i nazisti annientarono intere armate, avanzando per centinaia e centinaia di chilometri, la loro marcia era inesorabile e il successo sembrava sicuro. Di fronte a tutto questo Benito Mussolini non voleva rimanerne fuori e il 26 giugno arrivò la prima richiesta del duce a Hitler per intervenire al fianco dell'alleato germanico: "Sono pronto a contribuire con forze terrestri ed aeree e voi sapete quanto lo desideri. Vi prego di darmi una risposta in modo che mi sia possibile passare all'attività operativa", il Fuhrer era titubante: "Se tale è la vostra decisione, Duce, che io accolgo naturalmente con il cuore colmo di gratitudine, vi sarà abbastanza tempo per poterla realizzare, l'aiuto decisivo lo potrete dare col rafforzare le vostre forze nell'Africa settentrionale", ma Mussolini era più che mai deciso: "In una guerra che assume questo carattere, l'Italia non può rimanere assente". E così il 10 luglio 1941 partirono i primi soldati per la lontana Russia, si chiameranno C.S.R.I (corpo di spedizione italiano in Russia). La speranza era quella di un'operazione facile e rapida, nessuno badò all'inadeguatezza con cui furono mandati allo sbaraglio i nostri soldati; alcuni reparti
22 giugno 41 i tedeschi
 passano il confine russo
percorsero a piedi 1300 chilometri prima di raggiungere il fronte, non c'erano nè armi, nè mezzi, nè indumenti all'altezza dell evento. Il primo successo italiano si ebbe comunque nella battaglia di Kiev, sulla scia degli alleati tedeschi, ma con il tempo le difficoltà cominciarono a farsi avanti e peggiorarono con l'arrivo del più grande e temuto generale... "il generale inverno". I tedeschi cominciarono a rendersi conto di aver sottovalutato la potenza russa e il termometro sceso a -40 gradi fece il resto: dei sessantamila uomini del CSRI, quattromila rimasero congelati. A questo punto il comando tedesco che dapprima aveva guardato con sufficienza l'aiuto italiano, adesso chiedeva al duce l'invio di ulteriori uomini, il fronte da difendere era diventato estremamente vasto, urgevano rinforzi. Mussolini era comunque raggiante e ancora pieno di fiducia:"Al tavolo della pace peseranno più i duecentomila dell'A.R.M.I.R che i sessantamila del CSIR" . L'8 agosto 1942 Hitler scrive nuovamente al duce per avere le divisione alpine, partirono così le tre divisioni: Julia, Tridentina e Cuneense. Inizia così l'epopea in Russia degli alpini garfagnini.

Tutti questi reparti faranno parte dell' A.R.M.I.R (armata italiana in Russia) con il CSRI raggiungeranno l'impressionante numero di
L'ARMIR in marcia
duecentoventimila uomini. Con l'aumento della richiesta di alpini, il reclutamento di forze fu esteso non solo agli abitanti di coloro che vivevano a ridosso delle Alpi ma anche a coloro che vivevano nelle zone più idonee dell'Appennino, così i montanari abruzzesi del Gran Sasso e quelli delle Alpi Apuane furono immediatamente richiamati. La maggior parte dei garfagnini fu in gran parte arruolata nella divisione Cuneense e in particolare nel battaglione Dronero, per molti di loro era la prima volta che uscivano dalla cerchia delle loro montagne, al massimo potevano essere andati alla fiera di Santa Croce a Lucca; per molti di loro 
la chiamata alle armi sarebbe stata la prima esperienza di vita, si sentivano orgogliosi e fieri di questa nuova avventura. Remo De Lucia di Sillicagnana cambiò presto idea quando arrivò a Dronero con un metro di neve, era partito da casa con i vestiti peggiori e con un paio di scarpacce, tanto l'avrebbe rivestito l'esercito, la divisa gli fu però data dopo otto giorni, racconta poi che già in quella caserma c'erano un migliaio d'alpini male alloggiati, con servizi igenici insufficienti e quello che era peggio l'atmosfera era già cupa, niente a che vedere con l'entusiasmo di qualche mese prima. Naturalmente non sarebbe andato tutto liscio nemmeno nel trasferimento dall'Italia in Russia, Luigi Grilli di Pieve Fosciana
narra che il suo treno si ruppe, altri commilitoni proseguirono a piedi mentre lui ed altri alpini rimasero sul vagone che una volta riparato fu trascinato da treno in treno fino al quartier generale italiano, una volta giunti lì, la vista di un cimitero fece tornare in mente ai soldati e al Grilli le vecchie abitudini di casa, era il 31 ottobre, il giorno dopo in Garfagnana era tradizione andare al cimitero a pregare per i propri morti, qualcuno volle dire un rosario, qualcun'altro ancora esclamò :- Allora anche in Russia si muore!-. Si, purtroppo si moriva e la battaglia di Stalingrado sarebbe stata il trionfo della morte, oltre un milione di vittime e i tedeschi vollero le nostre truppe proprio li. I nazisti concentrarono su Staligrado le forze più potenti, lasciando la riva destra del Don sorvegliata da caposaldi distanziati fra di loro da larghi vuoti, nei quali si potevano infiltrare i Russi, c'era quindi l'urgenza di costituire un fronte
continuo ed era qui che fu impiegata l'ARMIR. Ma quegli uomini che non uccise l'Armata Rossa, le uccise l'inverno. Nei ricordi degli alpini garfagnini rimase indimenticabile quella stagione e se per molti l'inferno è paragonato al fuoco, alle fiamme e al caldo, per quelle persone aveva un colore solo: bianco. Il termometro precipitava a -30 come se niente fosse, nella notte era poi anche peggio quando si alzava il vento della steppa, il conducente di un mulo vide le sue dita congelate nonostante avesse i guanti di pelliccia, poichè reggeva la catena metallica dell'animale. Le parti del corpo umano che erano a  maggior rischio di congelamento erano la punta del naso e delle orecchie e l'estremità delle dita, l'alpino Bastiano Filippi di Pieve Fosciana uscì per fare pipì, ebbe la sventurata sorte di toccare con la pelle nuda della coscia una parete di metallo, vi rimase clamorosamente attaccato e fu liberato a stento dai compagni, riportò una bruttissima ferita. Ma la tragedia si completò con i
viveri, il cibo diventava un blocco di ghiaccio: patate, formaggio erano duri come pietre, il vino ghiacciava, bisognava spaccarlo con l'accetta. Arrivò poi quel 16 dicembre 1942; un po' tutti ormai sapevano che i russi si stavano riorganizzando ma mai nessuno avrebbe immaginato il livello di potenza numerica e qualitativa che avrebbero raggiunto, tutto era quindi pronto per una controffensiva senza precedenti, così i sovietici dettero avvio sul Don all'operazione denominata "Piccolo Saturno". I russi sfondarono sul fronte della Cosseria e della Ravenna, travolgendo poi le divisioni Pasubio, della Torino, della Sforzesca, della Celere. Sul Don resistette ancora, perchè non attaccato direttamente il corpo d'armata alpino, che ricevette poi l'ordine di ripiegare a inizio '43. Quel 16 dicembre '42, portò allo
smembramento totale dell'intero ARMIR che si dissolse in una tragica ritirata. A questo punto lo scopo per gli alpini garfagnini e per tutto il resto degli italiani era uno solo: tornare a casa vivi. L'esperienza di Bastiano Filippi è emblematica; si radunarono sedici o diciassette garfagnini, tutti ragazzi poco più che ventenni, si organizzarono e decisero che l'Italia era a ovest e di li cominciarono una lunga marcia, camminavano con i piedi fasciati per evitare il congelamento, oramai erano senza armi , e niente dovevano temere gli italiani dalla popolazione locale. In un isba (tipica costruzione di legno russa), racconta Remo, che furono accolti da due donne che gli offrirono due tazze di latte ed un intero pane nero, però furono folgorati da un pensiero che la propaganda fascista aveva inculcato ai soldati... e se i cibi fossero stati
avvelenati? Le due donne capirono e prima le assaggiarono loro, gli chiesero poi se parlavamo la loro lingua, volevano parlare di Verdi, di Michelangelo, dell'Italia...il soldato si mise a piangere. La grande ospitalità della popolazione russa salvò molte vite, testimonianze "garfagnine" raccontano ancora che una vecchia non avendo altro dette loro un cetriolo e dei semi di girasole, un'altra pregava la Madonna perchè potessero tornare a casa dai loro cari. Nelle retrovie intanto partivano treni per il centro Europa, alcuni garfagnini fecero in tempo a salirvi fu un lungo tragitto fino a Vienna. Luigi Grilli racconta ancora la sua disperata ritirata, l'esercito ormai era in rotta e lui non sapeva più quale direzione prendere, non rimaneva altro che seguire la fiumana di gente. I suoi ricordi vengono fuori a sprazzi, i giorni e le notti di lunghe marce nella steppa sono rifiutati dalla sua memoria. La sciarpa che gli aveva inviato la mamma era ormai un blocco di ghiaccio , attorno a lui si muoveva tutto, la fame e la stanchezza diventarono sempre più pesanti, ormai sfinito stava per sedersi sul ciglio della strada,
inerme senza forze, lo salvò un tenente che lo sgridò, lo maltrattò e infine gli regalò una scatoletta di carne e letteralmente lo spinse avanti, il male ai piedi era insopportabile e l'errore più grosso fu quello di togliersi gli scarponi, non si li rimise più. La fame intanto non passava  e quello che sognava era una bella tazza di latte caldo delle sue vacche  garfagnine, ma la salvezza ormai era vicina, arrivò un treno, quel treno portava a Varsavia. Ma c'era anche chi tornò a guerra finita, fu il caso (fra i tantissimi)di Giovanni Bertolini, aveva ventitre anni, mancò da casa per tre lunghi anni. Per tornare alla sua terra partì dalla Russia con il treno insieme ad altri reduci, il 2 novembre 1945 raggiunse la Polonia, ad attenderli c'era l'ambasciatore italiano, consigliò a loro di fermarsi qualche giorno per rifocillarsi e riposare, ma la voglia di tornare a casa era tanta,
 ripartirono così senza accettare l'invito. Altra sosta fu in Germania, qui vennero accolti dagli americani e da una delegazione italiana, finalmente ricominciarono anche a mangiare, la sosta durò quindici giorni. Arrivati poi al Brennero si cambiarono d'abiti, di li ci sarebbe stato un autocarro che li avrebbe portati fino a
I percorsi della ritirata
Bologna. A Bologna infine un' ennesimo treno passeggeri li avrebbe attesi, il treno però era stracolmo, la guerra era finita tutti volevano raggiungere qualcuno, addirittura c'era chi non voleva far salire questi garfagnini, ma quando ai passeggeri fu detto che erano reduci dalla Russia molti si alzarono in piedi facendo posto agli ex soldati. Finalmente si arrivò a Lucca, da li con mezzi di fortuna il nostro Giovanni s'inoltrò per la Garfagnana dilaniata e sventrata dalla guerra appena conclusa, poi l'ultimo tratto di strada a piedi, la mulattiera che porta a Livignano (Piazza al Serchio); improvvisamente cominciarono a suonare le campane a festa, chissà perchè suonavano, a Natale mancavano ancora cinque giorni. Qualcuno dalle case del paese l'aveva visto, le campane suonavano per lui. Era il 20 dicembre 1945.
 

Non ci fu comune della Garfagnana risparmiato da questa voluta tragedia. Gallicano come numero di deceduti fu la comunità che più di tutti fu colpita dal lutto di questa scellerata campagna, ma quello che conta non sono i più e i meno, quello che conta sono quei 437 uomini che non fecero mai più ritorno.



Bibliografia:
"Alpini di Garfagnana strage in Russia 1942-43" di Lorenzo Angelini. Banca dell'identità e della memoria. Unione dei Comuni della Garfagnana anno 2014




mercoledì 13 novembre 2019

Sulle orme di Pietro da Talada, un pittore del quattrocento in Garfagnana

Adesso l'Appennino ne segna il confine geografico fra le provincie
Il trittico di Borsigliana
di Lucca e quella di Reggio Emilia, fra la Garfagnana e la Valle del Secchia e il passo di Pradarena è il suo punto di passaggio, ma al tempo di Pietro da Talada questi territori erano un tutt'uno sotto il dominio estense, ma già nel 1145 queste terre erano legate sotto la famiglia Dalli, potente famiglia feudataria che dalla Garfagnana andò in terra reggiana ottenendo in feudo, Piolo, Busana e proprio Talada, terra natia di Pietro. Ma chi è Pietro da Talada? La domanda che pongo per molti 
fra storici e esperti d'arte può essere irriverente, ma per altri ancora questo nome può essere sconosciuto, nonostante che dal mio punto di vista sia il più grande pittore che abbia mai praticato nella nostra valle, lasciando in Garfagnana opere di inestimabile bellezza e valore. Negli ultimi anni grazie a Dio c'è stata una forte riscoperta di questo artista, alcuni libri come quello dell'amica Normanna Albertini (n.d.r:Pietro da Talada- un pittore del quattrocento in Garfagnana) lo hanno riportato agli onori che gli spettano, ma il suo oblio vero e proprio cessa nel 1963 quando Giuseppe Ardinghi (pittore lucchese)dimostra che è lui
l'autore del trittico che ancora oggi si può visitare nella chiesa di Santa Maria di Borsigliana (Piazza al Serchio), opera attribuita fino a quel tempo a Gentile da Fabriano. A fugare ogni dubbio è il ritrovamento di un inventario, dove viene recuperata la precisa descrizione della Madonna del bambino di Rocca Soraggio e per la prima volta compare il suo nome : "Hoc opus f...fieri Joannes Celasbarius de Soragio (n.d.r: committente)1463. Et pictus fuit
Il basamento con la firma dell'artista
(foto tratta dal sito news-art.it)
Petrus de Talata" .
Di qui comincia la storia di Pietro da Talada meglio conosciuto come il Maestro di Borsigliana.

Siamo in quegli anni che il ducato di Ferrara è retto da Ercole I
(1471-1505), il duca ne ha perse molte di guerre, ma nonostante tutto la sua fama di mecenate rimane intatta. Già con il duca Niccolò III d'Este la corte estense è fra le più raffinate in Europa, poeti e scrittori di fama si esibiscono nelle reggie del ducato e questo naturalmente non si ripercuote nella sola Ferrara ma anche in tutto il resto del regno, di questo rinascimento artistico ne risentirà anche lo stesso Pietro, pronto a divulgare la sua arte in quell'angolo di reame sperduto che si chiama Garfagnana. Borsigliana, Corfino, Camporgiano, Soraggio, Capraia, qui, in questi luoghi la sua arte trova compimento, in quella civiltà contadina tutta stretta intorno alla propria chiesa, pronta a sacrificare qualche denaro per abbellire questi luoghi di culto. Del Maestro di Borsigliana si sa poco e niente, della sua vita si sa solo il luogo di nascita, quella Talada anch'essa sperduta nell'Appennino reggiano e se si vuole molto simile a quella Garfagnana dove lui operò: terre agresti, fatte da gente semplice dove lo scorrere delle ore è scandito con i tempi
Talada (Reggio Emilia)
della natura. Del resto della sua esistenza rimangono alcuni misteri a cui purtroppo non daremo mai risposta; infatti molti storici dell'arte si domandano com'è stato possibile che un pittore dalle così umili origini abbia creato opere di cotanta bellezza e perfezione, probabilmente era andato a bottega. Non si poteva prescindere da questa regola, non esisteva un artista autodidatta o che potesse lavorare in solitaria. La bottega era il luogo dove si apprendeva e dove il maestro insegnava il mestiere, si, il mestiere, in quel tempo la parola artista era una parola vaga, un pittore come Pietro da Talada era considerato un mestierante, un artigiano, alla stregua di un falegname o di un orafo, insomma qui si imparava il lavoro manuale e i primi lavori erano quelli di addottrinarsi a tritare e ridurre in polvere i colori, cuocere le colle, triturare i gessi; il passo successivo
La bottega di un'artista
dell'allievo sarebbe stato quello di copiare le opere del maestro e accompagnarlo nei luoghi di esecuzione, pensiamo poi che un apprendistato del genere non si svolgeva in poche settimane, ma bensì in anni, poteva durare da tre a sei anni e spesso il giovanotto pagava per lavorare a bottega. Tutto però era organizzato in maniera perfetta e gerarchica: il maestro, gli assistenti e gli apprendisti e siccome in questo campo si maneggiavano i colori, i pittori erano iscritti alla solita arte dei medici e degli speziali. 

Lo stile pittorico in cui si specializzò Pietro, era fuori dal tempo, era quel tardo gotico lontano dalla realtà sociale dell'epoca. Eravamo in epoca rinascimentale, le pitture cercavano la corposità degli oggetti, la prospettiva, la proporzione e l'attenzione ai paesaggi naturali, mentre il tardo gotico si caratterizzava per una direzionalità verticale, con figure allungate e diafane e con ricchezza di decorazioni e ornamenti, spesso i temi trattati da questo stile erano prevalentemente religiosi e le più volte il supporto preferito su cui dipingere erano le tavole. Anche il maestro di Borsigliana  preferiva dipingere su tavola. Le tavole migliori per dipingere erano di pioppo, di tiglio o di cipresso, assolutamente non il castagno, albero di cui era ricca la Garfagnana, poichè il tannino contenuto avrebbe alterato sicuramente i colori. Da queste tavole ecco nascere l'opera per eccellenza di Pietro da Talada: "il trittico di Borsigliana", un'opera magnifica,
Particolare del trittico
di Borsigliana
unica, al 
centro protagonista principale è la Madonna che mostra un fiore e il Bambino Gesù con una tunica verde (a quanto pare in origine la tunica era rossa) in piedi sulle ginocchia della madre, ai lati San Prospero (patrono di Reggio Emilia)in abiti sfarzosi e San Nicola. In alto sono raffigurati l'arcangelo Gabriele, Dio Padre in mezzo agli angeli e Maria Annunziata seduta su una costruzione, in basso i dodici apostoli sono ben evidenti. Questo splendore è l'unica delle opere di Pietro che nel corso dei secoli è giunta intatta fino ad oggi. Eppure anche lei aveva rischiato una brutta fine, eccome... Alla fine del 1800 il capolavoro fu venduto illegalmente da un antiquario romano, fortunatamente fu poi recuperato alla frontiera svizzera e riportato a Roma, da li cominciò un peregrinare infinito di oltre trent'anni tra Firenze e Roma, nel 1921 però ritornò finalmente alla sua parrocchia di origine, ma le sue tribolazioni non finirono, dal momento che alla fine degli anni trenta del '900 il trittico fu
La chiesa di Santa Maria Assunta
dove si trova il
 trittico di Borsigliana
ritirato dalla sovraintendenza delle Belle Arti di Firenze per un restauro, il tempo che scorreva e i successivi eventi bellici lo fecero definitivamente tornare a casa nel 1947. Se si vuole stessa fortunata sorte non toccò a quello che in origine era un altro trittico e che oggi è conosciuto come la Madonna con bambino 
(sul quale, come abbiamo letto, si trovò la firma di Pietro). Al tempo si trovava nella chiesa di Rocca Soraggio, quando dei delinquenti incalliti la rubarono e ne fecero scempio: dapprima i due "laterali" che rappresentavano San Pietro e San Giovanni Battista furono sezionati dalla stessa tavola centrale, successivamente lo smembramento continuò, furono ulteriormente tagliati altri trenta centimetri, eliminando così la famosa firma e la data di creazione, oggi la tavola si trova al
La Madonna con bambino
di Rocca Soraggio
oggi a Lucca
museo nazionale di Villa Guinigi a Lucca. Una curiosità invece spicca in un'altra opera di Pietro da Talada, qui basta andare all'eremo di Capraia (Pieve Fosciana) e guardare il dipinto, si può vedere Maria che insegna a leggere al piccolo Gesù; la Vergine tiene in mano un libro, aperto sulla pagina del Magnificat, mentre il Bambinello unisce vocali e consonanti su una tavola di legno. Le curiosità su questo artista non finiscono però qui, questa è venuta fuori grazie ad una nuova tecnica ultramoderna: l'imaging multispettrale, che non è altro che una radiografia ad intensità luminosa. Ebbene, dopo un indagine approfondita su una tavola raffigurante San Giovanni Battista (conservata alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca), ecco scorgere un "pentimento" di Pietro, che cambiò idea sulla posizione in cui disegnare la piegatura della veste del santo. Fra l'altro, curiosità nella curiosità, questo San Giovanni Battista non sarebbe altro che un "pezzo" rubato della Madonna di Rocca Soraggio, ricomparso miracolosamente anni dopo sul mercato dell'antiquariato internazionale e acquistato regolarmente dalla Fondazione stessa.
San Giovanni e
il pentimento
della veste

Una storia misteriosa quella di Pietro da Talada, una storia che si perde nei meandri del tempo e che diventa quasi leggenda, un pittore  dalla spirito quasi francescano che dipinge fra i poveri e per i poveri, non nelle grandi città rinascimentali, non fra le grandi signorie del tempo, ma fra la gente umile, abituata alla fatica e che realizza questa opere in chiese solitarie e sperdute. Capolavori per un popolo di boscaioli e pastori, un pugno di opere che ci fanno capire la levatura di un pittore prodigioso che qualcuno ha definito uno dei più grandi artisti del nostro tempo. 


Bibliografia:
"Pietro da Talada- un pittore del quattrocento in Garfagnana" di Normanna Albertini. Garfagnana editrice 2011



mercoledì 6 novembre 2019

Famiglie, guerre e alleanze... l'epico medioevo in Garfagnana

Sarò subito chiaro fin dall'inizio con il mio caro lettore,
Sullo sfondo la fortezza delle Verrucole
(foto tratta da cantiereestense.it)
l'argomento che affronteremo riguarda la Garfagnana medievale, e la storia medievale come ben si sa, in barba agli insigni storici pluri laureati, e di una noia terribile, sopratutto se spiegata così: "Rispetto al passato, ora si fa un uso più consapevole di termini quali “feudalesimo”, “signoria” e “territorialità” per illuminare l’enorme complessità dei veri rapporti di potere. La questione dell’incastellamento rientra perfettamente nella dinamica discussa. Il risultato è un quadro interpretativo estremamente efficace come modello globale, sebbene di per sé sia ormai troppo complesso per tenerlo a mente nella sua interezza per più di pochi minuti" Cosa, che, come ??? Per l'amor di Dio, tanto di cappello all'illustre professore che avrà affrontato così il tema della Garfagnana medievale a un folto pubblico di altrettanti illustri professori; ma la storia, se si vuole che la gente "comune" si appassioni anche al proprio passato va esposta in maniera totalmente diversa, specialmente su argomenti che hanno una maggior difficoltà di comprensione. Si, perchè il medioevo era un
Fortezza delle Verrucole
(foto di Lisa Mazzei)
intersecarsi di famiglie, discendenze, guerre, alleanze in cui uno difficilmente riesce a raccapezzarsi. Basta guardare la Garfagnana...Gherardinghi, Suffredinghi, Rolandinghi... no, non è uno scioglilingua, erano le potenti famiglie medievali che avevano in mano tutta la valle. Insomma, capirete voi... comunque niente spavento, proverò a raccontarla io, alla mia maniera, un po' di storia medievale garfagnina... con una raccomandazione però, non fate leggere questo articolo a qualche storico che "qui novit omnia" (ovverosia: che tutto sa), toglierebbe l'amicizia a voi e a me taccerebbe di superficialità e faciloneria (però alla fine qualcosina avrete capito)... Comunque sia; siamo in quei tempi che il valore della persona si misurava con la forza, la Garfagnana medievale era la mecca ideale per ogni avventuriero, d'altra parte i Longobardi erano caduti e la definitiva vittoria dei Franchi, nuovi regnati d'Italia, aprì nuovi scenari in tutta la Valle del Serchio (e in Italia in genere), ecco che allora per la prima volta la Garfagnana venne divisa in svariati territori con al comando potenti famiglie feudali comandate da personaggi come Gherardo di Gottifredo, dal quale derivano appunti i Gherardinghi, signori di Verrucole; Vinildo di Froalmo signore di Careggine; Ugolinello capostipite dei nobili di San Michele; tal Donnuccio dei Porcaresi signore di Trassilico e un non meglio identificato Cellabarotti
La rocca di Trassilico
(foto di Daniele Saisi)
signorotto con possedimenti in Castelnuovo, questi (insieme ad altri) faranno il bello e cattivo tempo in Garfagnana. "I lor" signori arrivarono un po' tutti alla spicciolata fra il settecento e l'anno mille, videro che qui c'era "buono" e dissero -C'è mio !!!- , spesso non dissero nemmeno niente e in maniera spiccia istituirono posti di blocco, pretesero obbedienza e imposero pedaggi, gabelle e contributi e... il garfagnino? Il garfagnino provò ad alzare la cresta... e il risultato? Nessuno, prevaleva la legge del più forte, pagare e silenzio, così il solco fra la misera gente e il potente di turno diventava sempre più profondo: il signorotto chiuso nel suo castello  e "il povero Cristo" a patire la fame. Dal castello allo stemma il passo fu breve e quindi ogni
Castiglione Garfagnana
stemma un castello e una storia diversa, anche se in linea di massima l'aspirazione di ogni feudatario locale era quella di non avere contatti con il prossimo, se non unicamente in funzione di difesa; difatti in mancanza di guerra le occupazioni maggiori di queste famiglie erano sostanzialmente tre: la caccia (lo svago preferito), la "pappatoria" e...la riscossione dei tributi. A rompere le uova nel paniere ai signorotti ci pensò Federico Barbarossa: il feudalesimo quello piccolo e spiccio era in crisi, l'imperatore aveva spazzato via tutti i potenti di Toscana, era il tempo delle riforme, il Papa rivendicava le sue terre e lui aspirava a un impero universale conteso proprio al papato stesso ...Insomma era venuto il tempo di affilare le armi, non per la caccia stavolta, ora bisognava affilarle per le guerre. D'altronde la Garfagnana era un boccone
Fortezza di Mont'Alfonso
Castelnuovo Garfagnana
(tratta da serchioindiretta.it)
ghiotto, stretta fra due catene di montagne era, ed è un orto chiuso e stuzzicava desideri di conquista, ed ecco allora che dalle montagne circostanti come lupi famelici si affacciarono i modenesi, i lucchesi  e perfino da Pisa e da Firenze si scomodarono, non sembravano però venuti in vacanza, infatti il problema è che tutti questi erano armati fino ai denti, dapprima però un po' tutti fecero gli gnorri e poi con la solita scusa vecchia di milioni di anni: "siamo venuti per proteggere... (o sennò salvare, o al limite vendicare...)", giù botte da orbi, se poi durante la guerra capitava qualcosa da mettere "al sicuro" che male c'era, un souvenir non si rifiutava mai, uno rubava e l'altro parava il sacco. E chi la faceva la guerra per difendere il proprio castello? Direte voi
il castello di Gallicano

l'esercito con a capo il signorotto locale...giusto per metà...bisognava infatti vedere l'esercito da chi era composto. L'esercito era fatto dalla gente comune che abitava all'interno del feudo, d'altra parte se i signori del luogo permettevano ai cittadini di abitare dentro le mura del proprio castello per proteggersi, dall'altra gli stessi cittadini dovevano ricambiare con un servizio di leva obbligatorio, che in barba al servizio militare odierno poteva arrivare anche con l'obbligo di guerreggiare fino al settantesimo anno d'età. In caso di guerra bella tosta allora ci si rivolgeva ai mercenari, ma quelli costavano e il popolo la guerra la faceva gratis. Sicuramente i Gherardinghi (signori di San Romano, Naggio, Vibbiana, Pontecosi, Sillico e chi più ne ha ne metta...)  non ne fecero uso intorno al 1170, quando tali signorotti si scocciarono dei lucchesi e preferirono ad essi i pisani; la pronta minaccia dei lucchesi di demolire castelli e casati ribelli fece ben
La rocca di Camporgiano
(foto tratta da amalaspezia.eu)
presto ritornare sui suoi passi la nobile famiglia che in men che non si dica giurò stabile fedeltà alla città delle mura ottenendone così anche il perdono. Se magari si fosse speso qualche soldino il destino (forse) sarebbe stato diverso. I mercenari , o meglio i soldati di ventura di scrupoli ne avevano pochi e combattevano esclusivamente per il bottino conquistato e per soldi, il tutto era regolamentato da cotanto contratto, dove si stabiliva i termini d'ingaggio: il numero dei soldati da assumere e anche la durata dell'impegno. Per capirsi bene oramai la guerra in Garfagnana era diventata un occupazione alla stregua del come andar per funghi e le nobili casate garfagnine secondo le convenienze sia alleavano a destra o a manca come se niente fosse, fulgido esempio i Suffredinghi, loro possedevano un vasto territorio che comprendeva la Cune, Chifenti, Borgo a Mozzano, Fornoli, Corsagna e arrivava ad
San Michele
(foto di Davide Papalini)
avere possedimenti fino a Gorfigliano e Careggine e giustappunto per continuare a mantenere la loro egemonia su tali terre dovevano appoggiarsi a dei potentati ben più forti che loro stessi e allora ci si "imbarcava" in guerre sanguinarie come quella fra Lucca e Pisa, una guerra che protrasse per tutto il XII secolo e che nel 1149 li vide protagonisti insieme ai lucchesi all'assedio del castello di Vorno presieduto dai pisani, dopo otto mesi d'assedio finalmente la tanto sospirata vittoria che portò a radere al suolo il castello... Nel 1170, gli equilibri erano cambiati e come banderuole al vento ecco che i Suffredinghi si alleano con Pisa nella difesa del castello di Castiglione posseduto a sua volta dai Gherardinghi suddetti, in
Isola Santa villaggio
medievale
sostanza sfido chiunque a capirci qualcosa, quello che però è evidente (e che ha poco bisogno di comprensione) è il capire che queste guerre erano veramente cruente, violente e spietate, basta vedere le armi con cui venivano combattute. L'arma più importante era la spada, compagna fedele più che di una moglie, tant'è che veniva tramandata da generazione in generazione ed era sostanzialmente lo strumento che ti poteva salvare la vita, subì importanti modifiche con il correre degli anni e se prima era larga e a doppio taglio, nel tempo e con il diffondersi di armature più spesse divennero lunghe sottili in modo che potessero penetrare nelle fenditure delle armature stesse. In questi ci si poteva
Richiamo alla difesa
del castello
difendere con lo scudo, che oltre a parare i colpi era un segno distintivo, dal momento che sopra vi erano disegnati i simboli del casato o il simbolo del cavaliere. Micidiale era la balestra, precisa, potente, usata sopratutto all'interno dei castelli, anche l'arco era una terribile arma, la sua freccia poteva essere scagliata fino a trecento metri di distanza e perforare tranquillamente una corazza di maglia, gli arcieri erano dei veri e propri atleti, scoccare una freccia richiedeva forza e l'allenamento doveva essere costante, l'arciere poi era tenuto in grande considerazione poichè non potendo portare lo scudo era il bersaglio preferito degli avversari. Diciamo che queste elencate erano armi professionali, ma come abbiamo letto spesso (e non
Tipico assedio a un
castello medievale
volentieri)combatteva anche la gente comune che abitava all'interno del castello e allora il garfagnin-soldato si armava con quello che trovano per casa e la scure (o il pennato) che normalmente era adibita al taglio della legna per il fuoco di casa si trasformava in arma micidiale, così come la mazza che aveva la potenza di sfondare armature e sopratutto di aprire teste come noci di cocco.

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare e le vicende del medioevo garfagnino naturalmente non si limitano a queste "due righe", il discorso è molto più ampio e (se ben illustrato) affascinante,  ma l'aver dato le luci della ribalta a questo periodo storico poco amato e complesso farà
sicuramente si, che qualche lettore si appassioni a queste periodo storico poco conosciuto e questo per me  sarà come aver vinto la più grossa battaglia che qualsiasi altro cavaliere in arme possa aver vinto nel lontano medioevo.

Bibliografia

  • "Castelli, rocche e fortezze narrano la storia della Garfagnana" Gian Mirola
  • Savigni, Raffaele (2010) L'incastellamento in Garfagnana nel Medioevo: castelli signorili, villaggi fortificati e fortezze. In: Architettura militare e governo in Garfagnana. Atti del Convegno tenuto a Castelnuovo di Garfagnana, Rocca ariostesca, 13 e 14 settembre 2009. Biblioteca / Deputazione di storia patria per le antiche provincie modenesi. Nuova serie (187). Aedes Muratoriana, Modena, pp. 7-51.

mercoledì 30 ottobre 2019

La paura fa novanta...Credenze e tradizioni sulla morte in Garfagnana

Mosè ci racconta che era proprio nel "diciassettesimo giorno del
secondo mese", quello in cui Noè costruì l'arca in attesa del Grande Diluvio. Tale data farebbe riferimento proprio al mese di novembre, mese in cui oggi si commemorano i defunti e fu proprio in onore di quei defunti che Dio stesso aveva annientato, con il fine di esorcizzare la paura di nuovi eventi simili. Da qui in poi, la storia, che è ovviamente sospesa fra religione e leggenda diventa un po' più chiara e ci narra che questo rito nasce dall'abate benedettino Sant'Odilone di Cluny (Francia) che nel 998 fece risuonare le campane a morto dopo le preghiere del tramonto del 1° novembre, offrendo l'ecauristica "pro requie omnium defunctorum", ovverosia "per le anime di tutti i defunti". Un centinaio di
Sant'Odilone da Cluny
monasteri dipendenti da quello di Cluny contribuirono al diffondersi di questa nuova usanza che in breve tempo fu adottata in tutta l'Europa del nord e nel 1311 divenne ufficiale per tutta la chiesa cattolica. Da quel giorno, il due novembre riempiamo i cimiteri di ogni dove, si arriva fino a quelli più sperduti dell'alta montagna garfagnina e proprio quei cimiteri che per il resto dell'anno vengono visitati da qualche vecchietta devota, quel giorno diventano luoghi di aggregazione talvolta becera e maleducata. Ma d'altronde siamo terra di tradizioni e le tradizioni vanno rispettate... Il culto dei morti d'altra parte è dentro la natura umana e i garfagnini questo culto l'avevano ben radicato dentro di sè, come tutte le culture contadine
Gallicano inizi
secolo scorso
dei tempi che furono. Purtroppo negli anni andati le cause di morte in Garfagnana erano tantissime, le condizioni di vita delle fasce più basse erano miserevoli: la fame e condizioni igieniche scarse portavano a percentuali di morte altissime, per non parlare poi della forte mortalità infantile e sopratutto femminile: il parto era una delle maggiori cause e in pratica per tutto l'ottocento la

familiarità con la morte andava a  braccetto con la vita che proseguiva, si moriva difatti più spesso nelle case che negli ospedali. Ed era per questo motivo che anche in Garfagnana si svilupparono credenze legate al triste evento. Esistevano quindi una serie rituali che si protraevano per giorni, mesi e anni a partire dall'usanza "di portare il lutto". Il lutto si distingueva in due categorie: il lutto stretto e il mezzo lutto. Tutto aveva delle regole precise e imprescindibili; il lutto stretto durava sei mesi, più altri tre di mezzo lutto in caso di perdita del coniuge, dei genitori, dei suoceri e dei figli, il periodo si riduceva "solamente" a tre mesi (di lutto stretto) per fratelli, nonni, cognati, generi e nuore. Tale uso comportava gli abiti neri per le signore, ma non solo: questi abiti dovevano essere chiusi, accollati e severi, non si
lutto stretto
potevano portare ornamenti vari e addirittura nei casi più estremi non si poteva nemmeno mostrare il volto che doveva essere coperto da una velina; gli uomini in effetti avevano meno problemi: bastava un nastro nero intorno al cappello, una fascia al braccio ed eventualmente portare una striscia nera sul bavero della giacca. Con il mezzo lutto finalmente si ricominciava a respirare dopo mesi di lacrime e solitudine, l'abbigliamento si modificava e le signore si potevano vestire con colori sobri: grigio, viola e bianco, si potevano rimettere anelli ed eventuali collane, ma sarebbe stato ancora disdicevole partecipare alla feste di paese (questo per entrambi i sessi). Sussistevano altre consuetudini che oggi ci possono sembrare curiose e strambe ma che fino all'inizio del secolo passato erano considerate una prassi, come quella che narra che per ben nove giorni nella casa dello scomparso si ricevevano visite di parenti e amici più e più volte, figuriamoci lo strazio per i "dolenti", che per lo stesso periodo non dovevano nemmeno cucinare, ma siccome dovevano pur campare ci pensavano i congiunti a portare cibi già pronti, una manifestazione d'affetto chiamata "consolazione". Quella che noi oggi considereremmo un'altra stranezza era quella 
di mettere una
Un vecchio funerale
moneta in tasca al povero defunto, infatti oltre al classico rosario o alla medaglietta di un santo usava mettere anche un soldo che sarebbe servito al morto stesso per pagare il traghetto del fiume Giordano, questo secondo tradizione cristiana, nel rituale pagano il soldo serviva a Caronte per attraversare il fiume acheronteo che divideva il mondo dei vivi da quello dei morti, ma per mollare la povera anima a Caronte o ancor più giustamente a Dio esisteva un'altra usanza tipicamente casalinga che consisteva nel lasciare per tre giorni aperte le finestre o almeno una finestra di casa, perchè si diceva che nei tre giorni successivi alla dipartita del caro estinto la sua anima sarebbe rimasta ancora in casa, in questo modo avrebbe avuto così la possibilità di uscire e di salire in cielo. Sarebbe rimasta ancora in casa, per poi farvi ritorno proprio nella ricorrenza del 2 novembre, secondo quella  tradizione che era chiamata
"Ben dì morti", si diceva che proprio
ogni ricorrenza dei defunti dal cimitero i morti tornavano nelle loro case uscendo dal cimitero in una lugubre fila, vestiti di cappa e cappuccio. Per accogliere le anime dei cari estinti nella case si accendevano i lumi e la mattina si abbandonavano di buon ora i letti per lasciare il posto alle loro anime stanche dopo il lungo viaggio dall'aldilà, proprio per questo motivo si lasciavano anche le finestre aperte per favorire le visite e si tirava la casa a lucido per fare bella figura, era abitudine lasciare delle mondine sul tavolo da cucina in modo che le buon anime si potessero anche sfamare e guai se per quei giorni si chiudevano a chiave cassapanche, armadi o cassetti, il morto in questo modo avrebbe avuto la possibilità di portare con sè qualcosa che si era dimenticato in vita. Anche i bambini venivano coinvolti a pieno titolo in questa ricorrenza e in una sorta di Halloween nostrano andavano di casa in casa a chiedere generi alimentari di ogni tipo
: arance, noci, castagne, in cambio avrebbero pregato per i morti di quella casa. Passato il 2 novembre rimanevano gli altri giorni dell'anno e in questo caso Sant'Agostino spiegava che bisognava continuare a pregare per i morti anche al di fuori dei rispettivi anniversari e così i familiari continuavano le visite al camposanto portando fiori e i cosiddetti "lumini" votivi. Quei fiori hanno una tradizione antichissima che parte da rituali funebri lontanissimi, i fiori sono connessi alla sfera del sacro in virtù del legame arcaico con gli dei, gli dei infatti si potevano placare
offrendo cibo e fiori, il significato cristiano naturalmente si discosta da credenze pagane e ci dice appunto che questo gesto ha un significato di tendere una mano a chi non c'è più: dire "ti penso", "ti voglio bene". C
osì poi come il lumino, anch'esso ha origini a dir poco remote, già gli etruschi e poi i romani accendevano candele sulle tombe e la loro luce era legata alla vittoria del bene contro il male, al trionfo
della vita sulla la morte.

Del resto in qualsiasi modo la pensiamo la morte fa paura, a volte è vissuta come una liberazione, al tempo stesso anche queste tradizioni erano legate dal sentimento principale della vita: l'amore, l'amore perpetuo per un distacco irreversibile dalla persona cara. Usi e costumi che non erano altro che un perpetuarsi della memoria, perchè anche chi muore se continua a vivere nella propria testa non muore mai. 

giovedì 24 ottobre 2019

"La scienza dei poveri". L'uso degli "erbi" nella medicina popolare garfagnina

"Il Signore ha creato i medicamenti dalla terra, l'uomo saggio non
li disprezza". La Bibbia parla chiaro, anche dai frutti della terra si possono trovare rimedi efficaci per la salute del nostro corpo. I vecchi garfagnini questo lo sapevano bene. La terra di Garfagnana è immersa nella natura e la natura stessa oltre agli "erbi boni" da mettere in tavola ne forniva altrettanti per la cura del corpo. Il tempo e la scienza moderna classificò queste pratiche con il nome di "medicina popolare", alcuni detrattori invece non esitarono a chiamarla "la scienza dei poveri". Ma fu proprio questa scienza povera a dare sollievo a dolori e ai malesseri fisici dei garfagnini, infatti, in tal senso la nostra terra era considerata una delle culle della medicina popolare. D'altronde esistevamo le
due caratteristiche principali per sviluppare questa attività: una moltitudine di erbe adatte e... la povertà. I medici erano una rarità e molti dei medicinali basici non erano ancora stati brevettati e quelli che esistevano costavano cari e allora la gente cercava di districarsi come meglio poteva nel complicato mondo medico, curando piccole e grandi malattie con rimedi rudimentali. I migliori "medici" erano gli anziani della casa (o del vicinato), gli eccellenti rimedi e le terapie più efficaci facevano parte del loro bagaglio culturale, erano usanze che si tramandavano da generazione in generazione e l'esperienza e l'osservazione della natura aveva fatto il resto. In effetti questi medicamenti vedono la sua origine dalla notte dei tempi. Il primo requisito che influì su queste usanze fu l'istinto dell'uomo stesso, che individuò e separò le specie delle erbe velenose da quelle mangerecce, in secondo luogo osservando gli animali riuscì a capire ancor di più quali fossero le erbe curative. Purtroppo con il passar dei secoli anche in questo campo, com'è brutta consuetudine (anche ai giorni nostri) ci si rivolse ai maghi "capaci di allontanare tutti i malanni della
terra", spesso con risultati drammatici, a riprova che pure la cosiddetta medicina popolare doveva essere praticata con sapienza. A discapito di questi maghi e fattucchiere ci pensò però Santa Romana Chiesa e se fino a quel momento (anche se con i pericoli che abbiamo letto) la medicina con gli "erbi" era prodigata e praticata, nel XVI secolo subì una brusca frenata: decotti, tisane, tinture ed unguenti vari furono messi al bando, secondo l'inquisizione certe medicine andavano a braccetto con la magia; il Concilio di Trento rubricò tutte le pratiche sanitarie e le cure popolari sotto la voce
l'inquisizione
"Superstitiones", per cui l'arte medica era vietata ai prelati, agli ebrei e alle donne, anche se a onor del vero la stessa Chiesa non disdegnava l'uso delle erbe per preparare potenti sedativi nei processi di stregoneria: la Belladonna e il Giusquiamo agivano sul sistema nervoso e costringevano le imputate a confessare ciò che si sarebbe voluto. Per grazia di Dio i tempi passarono e come sempre dopo la notte torna sempre il giorno e l'uso degli "erbi" per scopo terapeutico riprese auge, proprio grazie a quella Chiesa che prima l'aveva osteggiato. Sono i monaci che con una sorta di ufficializzazione impartirono il sapere delle erbe curative, vennero trascritti in dei Codici di rara bellezza e vennero realizzati giardini di erbe medicinali di tutto rispetto. Fu proprio in quel periodo che in Garfagnana, anche grazie alla sapienza di
questi frati si sviluppò pienamente l'uso delle erbe come rimedio per i malanni. Gli antichi rimedi della medicina popolare fatta con
le erbe e le piante erano tantissimi, alcuni efficaci, altri effettivamente inutili e alcuni se non trattati con dovizia risultavano anche dannosi alla salute, non era nemmeno casuale la raccolta di queste erbe che secondo tradizione garfagnina non potevano essere raccolte in tutti i periodi dell'anno; una buona parte di esse doveva essere selezionata nelle notti di luna piena o in ricorrenze di santi o festività religiose: ad esempio l'alloro doveva essere colto il primo venerdì di marzo, la camomilla il 17 maggio per San Pasquale, mentre una buona parte di esse doveva essere selezionata  tra il 21 e il 24 giugno, non era una scelta casuale o legata alla benevolenza dei santi, il raccolto degli erbi aveva infatti  un fondamento scientifico, dal momento che la maggior parte di queste aveva la sua massima concentrazione dei suoi principi attivi proprio in quel determinato periodo dell'anno. Le loro preparazioni erano molteplici, si passava da un semplice impacco, ai decotti, infusioni, sciroppi, tinture e oli vari. Impossibile quindi elencare la montagna di erbe mediche che abbiamo nella valle, proviamo però a fare un piccolissimo viaggio fra queste. 

Abbiamo parlato qualche riga sopra dell'alloro, ecco l'alloro è un
alloro
vero toccasana, le sue foglie sono ricche di principi attivi dalle proprietà antisettiche, antiossidanti e digestive, ma guardiamo nello specifico e vediamo che una volta le sue foglie venivano essiccate e sminuzzate e se si avevano disturbi digestivi importanti che creavano anche forti mal di testa, bastava versare un cucchiaino di queste foglie d'alloro in una tazza d'acqua, lasciarle riposare qualche minuto, filtrare il tutto e bere, il suo potere anti fermentativo avrebbe liberato sicuramente lo stomaco. La borraggine era invece l'aspirina del tempo che fu, infatti era ed è una pianticella che contiene una buona quantità di vitamina, in particolare vitamina C e sali minerali (sopratutto potassio), buon rimedio quindi per la tosse, inoltre ha proprietà antipiretiche e
la borraggine
sudorifiche, l'antica ricetta diceva che si doveva preparare un vino depurativo, mettendo in infusione le sue cime fiorite in mezzo litro di vino, si filtrava e se ne bevevano tre-quattro bicchierini al giorno, addolciti con un po' di zucchero (se c'era). Una pianta adatta un po' a tutti i mali era il ginepro, questo infatti è un arbusto dalle incredibili virtù. La corteccia di questa pianta veniva bruciata e con la sua cenere mescolata all'acqua si otteneva una sostanza che dava beneficio alla lebbra e alla rogna. In Garfagnana venne usato particolarmente nel XVII
il ginepro
secolo, quando la peste fece una vera e propria ecatombe. Finite queste pestilenze il suo uso fu per malattie ben più leggere e le sue bacche davano sollievo alle bronchite, la loro azione dilata i bronchi favorendo di fatto la respirazione; il loro uso era  poi particolarmente caro alle donne, si dice che regolarizzasse il ciclo mestruale e ne attenuava i fastidi, l'infuso di ginepro era ideale anche per le artriti e i dolori muscolari. Che dire poi dell'Erba di San Giovanni? Tradizionalmente quest'"erbo" veniva utilizzato in olio per trattare ferite e
l'erba di San Giovanni
ustioni, grazie al suo potere antinfiammatorio, cicatrizzante e rigenerativo della pelle, ma non solo, veniva utilizzato anche come disinfettante, a quanto pare aveva anche un'azione antidepressiva. Invece il nome di questa pianticella è tutto un programma; lo conosciamo tutti come "Piscialetto", in realtà si chiama Tarassaco, questa pianta stimola la diuresi e svolge un'ottima azione drenante, utile per le lievi infezioni delle vie urinarie. Ebbene si, non è scherzo ma il
il piscialetto
pungitopo può curare anche l'emorroidi, non certo con le bacche, ne tantomeno con le sue foglie appuntite, ma bensì con il rizoma (n.d.r: modificazione del fusto della pianta): si dice che alleviasse il prurito. Come se non bastasse il pungitopo (oltre che usarlo come ornamento natalizio), la medicina popolare garfagnina lo consigliava anche sotto forma di decotto (amarissimo a quanto si dice) come
il pungitopo
antiinfiammatorio o come rimedio per le gambe gonfie. Chiudiamo con il cosiddetto "cavolo di San Viano" (cavolo montano), erba tipica della zona di Vagli, il suo nome lo prende proprio da questo santo eremita, che abitava nelle aspre montagne sopra il paese, questa pianticella gli fu mandata in dono dal Signore per sfamarlo; il
il cavolo di San Viano
vegetale però non dava sollievo solo alla fame ma aveva un'altra curiosa particolarità, nei tempi lontani le sue foglie erano considerate come un vero e proprio cerotto naturale, infatti se leggermente pestate erano un ottimo cicatrizzante per le piccole ferite, era un toccasana anche per le punture d'insetti.


Insomma, potrei riempire pagine e pagine sui benefici degli erbi garfagnini, d'altra parte la saggezza dei nostri vecchi era infinita come questo sapere antico che si può riassumere tutto in un semplice detto: "l'acqua di monte e l'erbe di campo da tutti i mali ci danno scampo"...