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mercoledì 12 aprile 2017

La pasimata: la sua storia, i suoi segreti e il significato del suo nome

Non tutto si può comprare al supermercato. Ci sono qualità della
La pasimata
vita, come la pazienza e l'aver tempo per se stessi che non si trovano nel bancone dei surgelati. La pazienza può essere un pregio innato e l'aver tempo sicuramente non è una virtù che ci possiamo permettere in quest'epoca dove tutto corre veloce, ed è per questo che oggi viviamo in un mondo che si fonda sui sughi pronti, ricette di torte veloci e cene surgelate e proprio la cucina è un campo che richiede principalmente queste preziose qualità ed è in particolar modo una ricetta garfagnina su tutte, figlia di questo periodo che per la sua buona riuscita non può prescindere da questi due valori. Ecco allora a voi la storia della Pasimata. La pasimata per chi non lo sa e per chi legge questo articolo fuori dai confini garfagnini è un dolce tradizionale del periodo pasquale è una ricetta antichissima e naturalmente viene prima di uova e colombe varie, è un dolce fatto con ingredienti semplici, realizzato solo con farina, uova, lievito, zucchero, uvetta e tanto tempo, quello necessario per le cinque lievitazioni alle quali l'impasto è sottoposto. Parlare di pasimata richiama inevitabilmente ad un passo della Bibbia: "...e fu sera e fu mattina primo giorno...e fu sera e fu mattina secondo giorno...", questo brano della Genesi rievoca la lentezza dello scorrere del tempo, chi preparava questo dolce calcolava il tempo per iniziare l'impasto nel momento giusto per arrivare a sfornare tale bontà al sabato santo. Testimonianze di anziane massaie ancora oggi raccontano della laboriosa e antica preparazione, si narra di vere e proprie sfide con la pasimata stessa, perchè la riuscita di questa leccornia non è sempre scontata, anche per le mani più esperte una piccola variazione climatica ad esempio può compromettere la sua riuscita. Le massaie ricordano che nelle fasi più delicate della lavorazione tutti in casa dovevano stare attenti a non favorire correnti d'aria o ad abbassare troppo la temperatura dell'abitazione, lasciando
l'impasto della pasimata
porte e finestre aperte, addirittura si racconta che una volta nel giorno dell'ultima lievitazione i familiari di casa venivano "buttati giù" dal letto di buon ora e nei letti caldi appena lasciati venivano messe le pasimate per la fondamentale lievitazione prima di essere portate nel forno a legna. Nemmeno quando il dolce era nel forno le nostre nonne potevano tirare un sospiro di sollievo, poichè rimaneva la paura che la pasimata una volta uscita, dopo il conseguente raffreddamento non rimasse gonfia come doveva, se cedeva miseramente creando zone concave nel centro la delusione era grande e palpabile, in compenso il profumo che si sprigionava era unico, inebriante, un'odore avvolgente e ricco come oggi non si sentono più. Anticamente queste massaie preparavo questo dolce anche dietro compenso per le famiglie più ricche, e non era nemmeno difficile per queste donne scendere in competizione per chi faceva la pasimata più buona e morbida del paese, tale ricetta e varianti di essa si custodivano infatti segretamente nel grembo familiare, tanto da venire tramandati (questi piccoli accorgimenti) da madre in figlia. Riporto quindi qui di seguito la ricetta che Ivo Poli (esperto di tradizioni locali) conosce e che abitualmente si usa fare nei dintorni di Gallicano. Si noti comunque in maniera particolare la laboriosissima lavorazione...


Ingredienti:

  •  1 kg di farina bianca tipo 0
  • 6 uova
  • 400 gr di zucchero
  • 200 gr di burro
  • 250 gr di uvetta
  • un cubetto di lievito di birra (una volta si usava il lievito madre)
  • un pizzico di sale, un cucchiaio di semi di anice, un bicchierino di vin santo, acqua o latte quanto ne richiede l'impasto.
Mattino del primo giorno: preparare il lievito unendo 100 gr di farina e il cubetto del lievito di birra sciolto in acqua tiepida e tenerlo a temperatura ambiente 

Sera del primo giorno:aggiungere al lievito 170 gr di farina, un uovo, 30 gr di burro, 65 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta, impastare e lasciare lievitare
Mattina del secondo giorno: aggiungere all'impasto 330 gr di farina, 2 uova, 70 gr di zucchero, 135 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta, impastare e lasciare lievitare
Sera del secondo giorno: aggiungere all'impasto 500 gr di farina, 3 uova, 100 gr di burro, 200 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta
Mattina del terzo giorno: aggiungere all'impasto 250 gr di uvetta fatta rinvenire nel vin santo la sera prima, il vin santo, il cucchiaio di semi di anice e una bustina di lievito per dolci. Mettere il composto in un contenitore di circa dieci centimetri e larga 25-26 e lasciarla lievitare al caldo. Nel pomeriggio quando la lievitazione supera il bordo del contenitore stesso , scaldare il forno fino a 180° circa, infornare e cuocere per 50-60 minuti.

Oggi come allora la pasimata viene consumata durante la Quaresima, fino ad arrivare alla sera sabato santo quando viene portata a benedire in chiesa. Nella sua versione originale a quanto pare sembra che fosse un normale pane, non dolce, che con il trascorrere del tempo è stato ingentilito dalla presenza dell'uvetta e dello zucchero. In termini religiosi questo dolce una volta aveva un particolare significato, infatti era considerato un cosiddetto "pane rituale", in tutte le parrocchie garfagnine la pasimata veniva benedetta e distribuita in chiesa, un pane da dividere fra tutti, ad ognuno la sua parte, nel significato di unione e fratellanza. Antiche testimonianze ci rimangono ancora oggi, che certificano la presenza di questa ghiottoneria nella nostra valle da (come minino) ben 400 anni. La ricetta originale a quanto pare risale al 1621, quando la Confraternita del Santissimo Sacramento di Castiglione Garfagnana ne stabilì la distribuzione a tutti i confratelli: 
" Archivio Arcivescovile di Lucca. Libro delle visite pastorali del Vescovo di Lucca vol 39. La compagnia ha di entrata staiuole 9 di
Castiglione Garfagnana
dove si dice abbia origine
la ricetta originale
grano, con obligo di distribuire 6 in tanto pane il Giovedi Santo, dandone uno per famiglia: et le altre 3 le consuma in dare pasimata et fare altro a loro beneplacito"

Sempre secondo Ivo Poli ci sarebbe un documento attestante la presenza della pasimata ancor prima di quello castiglionese e sarebbe presente nell'archivio parrocchiale di San Jacopo a Gallicano risalente al 1603 e riporta i vari pagamenti fatti dalla chiesa con grano ricavato dalle rendite dei suoi terreni:
"per i campanari, il maestro, il sacrestano, gli operai e per la pasimata ai poveri"
Rimane però ancora un grosso dubbio su questo dolce nostrale. Qual'è il significato del suo curioso nome? Guardiamo un po'. Intanto cominciamo con il dire che non in tutti i paesi garfagnini si chiama con il solito termine. Ad esempio in Alta Garfagnana viene chiamata "fogaccia pasquale", dalle parti di Piazza al Serchio invece è
vecchie cartoline pasquali
denominata "crescenta", nella zona di Barga "schiaccia" da probabili reminiscenze del periodo fiorentino, ma comunque sia se dici "pasimata" questo appellativo viene riconosciuto da tutti. Il nome ha un origine incerta e il suo significato non corrisponde nemmeno alle caratteristiche del suo impasto, difatti il "Dizionario etimologico" del 1907 ci dice che il vocabolo potrebbe derivare dal latino "passamatum" che troverebbe addirittura nel termine greco "paxiadi" un suo omologo che significherebbe "pane cotto sotto la cenere", alcuni esperti letterati attribuiscono invece il suo perchè alla parola bizantina "pasimet", vocabolo che significa "pane non lievitato", tutto ciò come detto non corrisponde però in ogni caso alle caratteristiche proprie della sua laboriosa lavorazione, il mistero dunque rimane, anche se permane un'ultima teoria sull'etimologia di questo bizzarro sostantivo, poichè si dice che dato che è una squisitezza tipicamente pasquale, la nascita del suo nome vada ricercata nel vocabolo "passio" derivante appunto dalla passione di Cristo.

pazienza e tempo per la lievitazione
Sapori e tradizioni di un tempo che fu...Bisognerebbe andare a chiedere ai nostri vecchi, staccarli dai loro acciacchi e domandare a loro: - Ma com'era la pasimata ai tuoi tempi? Che ricordi ti riporta alla mente?...-
C'è poco da fare...è un dolce per riflettere sul tempo...




Bibliografia
  • L'Aringo- il giornale di Gallicano n 1 anno 2015. "412 anni di pasimata" di Ivo Poli
  • "Dizionario etimologico" 1907
  • "Castiglionegarfa.it" Pasimata della Garfagnana

mercoledì 29 giugno 2016

Superstizioni e credenze popolari garfagnine

"Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male".
Questa frase di Eduardo De Filippo racchiude tutto il concetto della superstizione stessa e delle credenze popolari.Tutti i popoli e le terre così come anche la Garfagnana hanno superstizioni e credenze che risalgono alla notte dei tempi. Hanno origine nelle tradizioni antiche, nell'ignoranza e nella paura, nate in tempi lontani dove il timore dell'ignoto prevaleva su quello della ragione. In questa ignoranza ci sguazzavano la Chiesa e gli stregoni di turno che facevano leva proprio su queste angosce riuscendo di fatto a ritagliarsi un ruolo importante e necessario nella società. Arrivati ormai nel XXI secolo queste primitive credenze le vorremmo ignorare, ma inevitabilmente influenzano ancora il modo di pensare e di agire delle persone. Ecco allora in questo poche righe un viaggio nelle superstizioni e nelle credenze popolari garfagnine, naturalmente non è possibile fare un elenco esaustivo di quali e quanti sono i gesti e le espressioni legate alle superstizioni, mi limiterò a ricordare quelli a me conosciuti e ricercati, argomentandoli per categorie.

CREDENZE RELIGIOSE

PERDONO
Una volta durante il Sabato Santo allo sciogliere delle campane (che erano state legate nel momento in cui Gesù era stato deposto nel sepolcro)chi si trovava a lavorare lontano in montagna, quando sentiva suonare le campane si inginocchiava e così recitava: - Terra bacio e terra sono, Gesù mio vi chiedo perdono-.

I NODETTI
Un tempo le donne ad inizio Quaresima prendevano un nastro colorato, con questo in mano cominciavano a recitare un Padre Nostro al giorno. Ad ogni Padre Nostro recitato, la donna faceva un piccolo nodo al nastro. Alla fine del periodo quaresimale il nastro contava così quaranta nodi (come i giorni della Quaresima) e il Sabato Santo lo avrebbero portato alla persona per la quale avevano chiesto la grazia.

BRUCIARE L'OLIVO
Quando si cominciavano ad addensare all'orizzonte nubi minacciose che presagivano bufera e che di conseguenza avrebbe messo in pericolo un raccolto, era abitudine dei contadini garfagnini di bruciare un ramoscello di olivo benedetto, in questo modo gli effetti del temporale sarebbero stati mitigati

LE CROCI SUL PANE
Al tempo che il pane si faceva in casa era abitudine fare una croce
sul pane che ancora doveva lievitare. Poi al momento di infornarlo ne veniva fatta un'altra sulla bocca del forno. Quando poi il pane veniva mangiato si faceva molta attenzione che non ne cadesse nemmeno una briciola per terra, perchè poi si sarebbe stati condannati a ricercarla nell'aldilà, facendosi luce solo con delle fiammelle che venivano accese sulla punta delle dita

LE PREGHIERE ALLA MADONNA
Quando si cominciano le litanie alla Madonna bisogna sempre finirle e mai lasciarle a metà, poichè si costringerebbe la Madonna stessa a finirle da sola e non è buona cosa.

LE METEORE O LE STELLE CADENTI
Le meteore o le stelle cadenti che solcano i cieli sono le anime che vanno in Paradiso

LA BUCCIA
Quando si riesce a sbucciare un frutto in modo che la buccia rimanga integra si toglie un'anima dal Purgatorio 

LA CROCE E L'ASINO
L'asino (o meglio il miccio) che ha una evidente croce sul groppone si dice che sia un asino discendente da quello di San Giuseppe che usò per portare Gesù Bambino lontano dalle persecuzioni di Erode

CREDENZE TRADIZIONALI

IL CUCULO
Chi abitualmente attraversava un bosco e sentiva il cantare del cuculo di solito recitava questi versi:- O cuculo dal buco tondo, quanto anni ho da stare al mondo?-. Contando i "cu cu" si conoscevano gli anni di vita che rimanevano.

IL GREMBIULE
Così si diceva nei lustri passati, che quando una moglie si toglieva il grembiule da cucina e inavvertitamente le cadeva per terra, significava che il marito era impegnato in cose poco serie... 

LA CIABATTA
Era usanza che nell'ultima notte dell'anno le ragazze in cerca di marito salissero in cima alle scale di casa e che con il piede lanciassero giù la ciabatta. Secondo la posizione di caduta (con la punta avanti o indietro, dritta o obliqua) avrebbero saputo fra quanto tempo si sarebbero maritate.

SPAZZARE I PIEDI
Bisogna stare ben attenti a non spazzare i piedi ai giovani, perchè si credeva che non avrebbero mai trovato un fidanzato/a

I FUNGHI 
Si dice anche tutt'oggi che nel periodo di funghi, molti "fungai" indossano la camicia o la giubba alla rovescia. Facendo così, si troveranno in quantità maggiore

I PANNI STREGATI
Era usanza delle massaie garfagnine di togliere dopo il tramonto i panni stesi al sole ad asciugare, perchè si credeva che gli streghi avrebbero potuto "segnarli" o fare qualche altra strana malia.

VERSARE IL VINO
Versare il vino con la mano sinistra ad un amico era segnale di tradimento.

LA SCOPA DIETRO LA PORTA
Tenere la scopa dietro la porta di casa portava a due credenze. Si pensava in questo modo di tenere gli spiriti maligni fuori dall'uscio e agli invitati si impediva di seminare  discordie e malumori in famiglia

CREDENZE LEGATE AI GIORNI DELL'ANNO

  • Se il Natale cade di venerdì, l'anno successivo sarà un buon raccolto
  • Il primo uovo che si toglieva dal pollaio il giorno dell'Ascensione (che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua) si credeva che, se fosse stato posto sopra il tetto avrebbe protetto la casa dalle intemperie dell'inverno
  • Nell'approssimarsi di una bufera c'era il concreto pericolo che la grandine rovinasse i raccolti allora si procedeva a mettere fuori di casa un sacchettino con un po' di cenere tolta dal ciocco di Natale, ciò avrebbe protetto (insieme a delle preghiere rivolte alla Madonna)le piantagioni.

QUELLO CHE NON E' UN BUON PRESAGIO

  • Se un cane nella notte abbaia sette volte
  • Mettere il pane in tavola alla rovescia
  • Spazzare la sera in casa allontana la fortuna
  • Il canto della civetta

QUELLO CHE E' UN BUON PRESAGIO

  • Sentire il canto del grillo
  • Vedere un ragno di sera 
  • Quando la fiamma del fuoco del camino è vivace e scoppiettante significa che stanno per arrivare buone notizie.
Finisce qui questo breve ed incompleto viaggio nelle credenze popolari garfagnine, senza dimenticarci che la superstizione è un modo irrazionale con cui l'uomo esorcizza le proprie paure e cerca nel contempo di esercitare un controllo sui fenomeni rari e misteriosi. Del resto noi tutti istruiti o ignoranti, giovani o vecchi, qualche volta abbia ceduto alla tentazione del dubbio: "Non è vero ma prendo le mie precauzioni...". 

La maggior parte delle notizie raccolte fanno parte del bel libro di Paolo Fantozzi "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane"

mercoledì 23 marzo 2016

"I Crocioni" di Castiglione. La Passione di Cristo in Garfagnana

La Processione dei Crocioni negli anni 20
(proprietà Vittorio Pieroni)
Le uova di Pasqua, le pasimate, le gite fuori porta il giorno di pasquetta, sono solo amenità della Pasqua moderna che allietano i primi giorni di primavera. Le Pasque antiche erano ben altra cosa, si festeggiava si la Resurrezione del Signore ma tutto era avvolto in quell'aura di solennità religiosa che la ricorrenza imponeva. Non parliamo poi dei giorni precedenti la Santa Festività e in particolar modo nella cosiddetta Settimana Santa, ricorrenze varie portavano alla espiazione dei peccati nei modi più incredibili e cruenti possibili a cominciare proprio dalle Sacre Rappresentazioni e anche la Garfagnana non sfuggiva da queste considerazioni.Il Concilio di Trento (il concilio che riformò la Chiesa Cattolica e che durò ben 18 anni: 1545-1563) dette una bella regolata a questi svariati
Un momento della
processione dei Crocioni
riti, alcuni di questi infatti furono addirittura impediti come le manifestazioni troppo rumorose, disordinate e becere che si celebravano all'interno delle chiese. Fu consentita però la sopravvivenza di queste rappresentazioni sacre, prime fra tutte quelle che riproducevano la Passione di Cristo e la vita e il martirio dei santi. Questa tradizione si consolidò nella nostra valle nel periodo che va dal 1600 al 1700, era l'epoca dei grandi predicatori gesuiti (e non solo) che percorrevano tutta la penisola in lungo e largo a predicare il Vangelo e il pentimento divino. Era con questo spirito che venivano organizzate interminabili processioni in Garfagnana in un clima e in un pathos di fervore religioso altissimo ed era proprio attraverso queste rappresentazioni che la fantasia popolare veniva colpita e faceva in modo che la fede diventasse un qualcosa di morboso, poi bisognava anche dire che  questi predicatori utilizzavano con maestria e sapienza le arti del teatro e della spettacolarizzazione. La partecipazione era dunque altissima e alcuni di questi partecipanti erano coperti sulla testa da vere corone di spine, altri portavano il cilicio (cintura uncinata e nodosa da portare di solito intorno alla coscia per penitenza)e altri ancora si flagellavano il corpo, il tutto si svolgeva in un clima surreale, in un atmosfera creata ad hoc dalla tremolante luce delle fiaccole, l'apoteosi si raggiungeva però quando si arrivava faticosamente sulla cima dell'ipotetico Monte Calvario, qui il predicatore e i teatranti inscenavano i momenti della Passione e si esortava la gente alla devozione assoluta in
Il Cristo incappucciato
dei Crocioni
(foto Matteo Pieroni)

caso contrario sarebbe stata la dannazione eterna. Tanto per fare un esempio a Castelnuovo già nel 1451 esisteva una confraternita di flagellanti che era proprio dedita a questi riti, era la Compagnia della Croce che fra le varie opere di misericordia verso i poveri e gli infermi aveva anche l'obbligo della fustigazione volontaria in pubblico. Altro che pasquette varie e uova benedette, qui non si scherzava affatto e queste rappresentazioni sacre ancora oggi esistono in Garfagnana nel periodo pasquale(con le dovute differenze...ma poi neanche tante a dire il vero) in perfetta continuità con il passato e fra le più suggestive e misteriose rimane la rappresentazione sacra di Castiglione Garfagnana, la ormai famosa "Processioni dei Crocioni".
La particolare rappresentazione ripercorre l'ascesa di Gesù al Calvario, una volta si svolgeva il Venerdì Santo, ma ormai da tempo viene fatta nella notte del giovedì.Il rito ha origine antichissime,
quasi ormai indefinite, tanto d'aver perso la precisa datazione della sua nascita, anche se un dato sicuro rimane dal momento che dagli archivi parrocchiali si evidenzia che sono almeno due secoli che l'Arciconfraternita del SS.Sacramento e Croce del
il bacio di Giuda
(foto Matteo Pieroni)
Castello di Castiglione
accompagna questa tradizione.
La caratteristica fondamentale di questo rito è il significato profondo che viene attribuito al voto o alla penitenza dell'uomo che impersonerà il Cristo, in effetti quello sarà un percorso duro e fisicamente doloroso per colui che ha scelto di purificarsi l'anima attraverso questo rituale.Ma scendiamo nel particolare e guardiamo come si svolge.
Dopo la rievocazione dell'Ultima Cena, l'uomo che interpreta Cristo comincia a percorrere secondo un prestabilito tragitto le vie del paese. L'usanza vuole che il Cristo sia vestito con una cappa bianca e il suo viso sia nascosto da un cappuccio anch'esso bianco coronato da irte spine, così messo fa il suo arrivo nella chiesa di San Michele dopo che si è celebrata la messa.Il suo arrivo è annunciato dal sinistro rumore delle catene poste alle caviglie dei nudi piedi, a quel punto entrato in chiesa l'uomo riceve il bacio da Giuda e viene caricato del gravoso peso di una croce di legno ed è a quel punto che
comincia la processione; il Cristo con la sua pesante croce comincia così il suo cammino di penitenza a piedi nudi per le lastricate vie del borgo scortato da guardie romane.Il corteo religioso si snoda così per le vie del paese,anticipano il suo arrivo gli uomini della confraternita con le loro torce e ogni rullo di tamburo annuncia le tre cadute (come Via Crucis vuole) nei punti più suggestivi del paese(il sagrato di San Pietro,Torricella e Porta del Ponte Levatoio). Ma fin qui, seppur tutto coinvolgente ed emozionante sembrerebbe di trovarci di un fronte ad un qualcosa di classico nel suo genere, ma invece no.L'elemento che rende unica nel suo genere questa rappresentazione è data dal fatto che nessuno (tranne il Priore della confraternita) conosce l'identità di colui che impersona Cristo, per far si che l'anonimato sia garantito la persona prescelta per il difficile ruolo viene chiusa dallo stesso Priore in un armadio della sacrestia prima dell'inizio del rito, sarà così al riparo da occhi indiscreti.Una volta conclusa la rappresentazione e la processione nel frattempo è tornata al punto di partenza(nella chiesa di San
Michele), il penitente viene nuovamente preso in consegna del Priore stesso che lo riaccompagna  in sacrestia fra mille difficoltà dovute alla difficile camminata,alle varie cadute e sopratutto ai piedi sanguinanti, e lì verrà ancora rinchiuso nell'armadio, mentre fuori due membri della confraternita vestiti da soldati romani si mettono di guardia, perchè il tutto si svolga nella massima tranquillità e nel massimo riserbo. Solo a notte fonda quando ormai tutto il paese è deserto e la gente dorme, l'interprete del Cristo potrà abbandonare il suo rifugio, sicuro ormai di non esser visto da nessuno.
Castiglione Garfagnana
Tradizione, storia e religione un mix che ancora una volta è presente più che mai nella nostra Garfagnana, una delle ultime terre che fortunatamente è legata ancora a doppio filo con il suo passato
Buona Pasqua a tutti!!!

sabato 4 aprile 2015

Garfagnana 1451:quando la Pasqua non voleva dire uovo di cioccolato,ma bensì autoflagellazione e corona di spine...

Si fa presto a dire Pasqua.Oggi quando si dice Pasqua ci viene subito in mente l'uovo di cioccolato,il luculliano pranzo del dì di festa o il seguente giorno del lunedì dell'Angelo quando andiamo a far "merendelle" per i prati.Ma non è stato sempre così, anzi, le ricorrenze di quei giorni della Settimana Santa in Garfagnana di qualche secolo fa erano lugubri e tristi,più che festeggiare bisogna pentirsi ed espiare attraverso le sacre rappresentazioni,anche se di rappresentazione avevano ben poco...qui si faceva sul serio.Il Concilio di Trento (1545-1563) ha costituito un momento importante per lo sviluppo  e l'evoluzione delle sacre rappresentazioni.Nei secoli passati in Italia avevamo avuto un nascere incontrollato di riti, si approfittava di ogni occasione e di ogni ricorrenza per manifestare la fede.In seguito alle decisioni di Trento furono limitate ed in alcuni casi anche impedite.Quelle manifestazioni erano diventate troppo rumorose e disordinate che il popolo riteneva giusto celebrare dentro gli edifici sacri.Si decise quindi per la sopravvivenza dei riti più importanti,fra questi appunto continuò a vivere la Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo da farsi durante la Settimana Santa. Questa consolidata tradizione intorno al 1600-1700 subì sopratutto in Garfagnana una spinta maggiore dovuta alle grandi predicazioni dei gesuiti che proliferavano in zona e pensare che di questa spinta ulteriore non ne avevamo proprio bisogno dato che il nostro fervore religioso era già a dir poco alto se nel 1451 a Castelnuovo venne costituita una confraternita di flagellanti:la Compagnia della Croce (n.d.r:gli antenati dell'attuale Misericordia di Castelnuovo) fondata dal francescano frà Francesco Corso, essi furono autori di meritevoli iniziative, dall'assistenza ai  bisognosi a quella dei malati che poi in seguito porteranno anche alla fondazione dell'omonimo (e attuale) ospedale, il"Santa Croce" di Castelnuovo Garfagnana, ma è anche giusto
l'autoflagellazione
ricordare che per il periodo pasquale ( e non solo) questa confraternita si attivava in estenuanti preghiere e addirittura nella fustigazione volontaria, questa autoflagellazione avveniva in pubblico nella piazza principale del paese e veniva considerata una forma di penitenza. Fu un movimento questo in Garfagnana che arrivava a organizzare processioni nel giorno del venerdì santo composte da un migliaio di persone, processioni interminabili, che coinvolgevano ogni strato sociale:dal povero al ricco e che attraversava e toccava ogni posto e località della cittadina garfagnina, i penitenti facevano uso di corona di spine,del cilicio (n.d.r: cinghia contornata da uncini e costellata di nodi che veniva stretta o intorno alla vita o alla coscia in modo da provocare un dolore forte e costante) e tutti i confratelli si frustavano a sangue, il tutto (dicevano) per soffrire come soffrì Cristo sulla Croce.Ma è bene dire ad onor del vero che questo strazio fu vietato da Papa Alessandro IV nel 1261 (e ribadito ancora nel Concilio di Costanza del 1417), ma che poi in barba alle leggi del Santo Padre fu continuato per secoli ancora e nel 1700 circa eravamo sempre alle solite.Come detto questa volta erano i gesuiti, predicatori in Garfagnana che affermarono ancora questa "tradizione" pasquale, convinti nel fatto che la fantasia popolare andasse colpita il più possibile, per garantire un attaccamento sempre maggiore, quasi morboso alla fede cristiana. I sapienti predicatori utilizzavano l'arte oratoria e con sapienza marcavano le loro gesta e i loro movimenti erano teatrali e queste processioni nonostante il divieto papale continuavano ad essere un supplizio: i partecipanti questa volta incappucciati ed incatenati continuavano a portare il cilicio e sopra il nero cappuccio la irta corona di spine, il tutto nella surreale atmosfera creata dall'oscurità, rotta sola dalla
Il cilicio
tremolante luce della fiaccole.Una volta arrivati nella cima di una collinetta nei pressi di San Carlo il predicatore si ergeva sul palco ed inscenava momenti della Passione e della dannazione dei peccatori...Che dire! Per fortuna una volta ogni tanto i tempi cambiano in meglio...


sabato 19 aprile 2014

La Pasqua di una volta in Garfagnana: 1938...

I tempi cambiano.La vita è frenetica,siamo sempre di corsa abbiamo perso sapori tradizioni e profumi di una volta quando lo scorrere del tempo era scandito dai ritmi naturali della vita.Ormai manca poco alla Santa Pasqua e questo racconto tratto dal libro "Stasera venite a vejo Terè?" di Fiorella Mazzanti ci riporta ad una lontana Pasqua del 1938 in Garfagnana.Una pagina emozionante di usanze e riti del tempo che fu...
    
"La mia Pasqua"
"Mi piace iniziare lo scritto in questo modo,mi fa tornare un po' bambina.Cerco di ritrovare e di risentire profumi e usanze (che pur sforzandomi di mantenere)vanno sempre più perdendosi nel tempo.L'avvicinarsi delle feste,quanta felicità!Se il Natale ci riuniva intorno al fuoco cantando (Tu scendi dalle stelle) ,la Pasqua era proprio un esplosione di gioia .Come fare a spiegare ciò che sentivo?Io che non sono una scrittrice? Chi come me ha vissuto quel tempo certamente capirà.Si viveva la Settimana Santa giorno per giorno facendo i preparativi per la festa.Prima di tutto si partecipava alle funzioni in chiesa.Non eravamo così dei bacchettoni,ma almeno a Pasqua la mamma diceva di soddisfare l'obbligo cristiano.C'era semplicità nei nostri cuori,forse questo era dovuto al vivere più a contatto con la natura,ad apprezzare tutto ciò che ci circondava.Il lavoro che ci dava da vivere era arare i campi e tagliare la legna.La settimana Santa i contadini si davano un gran da fare a seminare gli orti,mentre le donne accendevano il forno per cuocere il pane e le pasimate spandendo nell'aria un buon profumo casalino.Il giovedì santo legavano le campane, per richiamare i fedeli in chiesa il parroco suonava le "traccole"(n.d.r: la traccola è uno strumento in legno che produce rumore tramite la rotazione di una lamella che viene raschiata da una ruota dentata.Veniva usata durante la settimana santa,dal giovedì al sabato,in sostituzione delle campane).Questo suono particolare metteva dentro di noi un po' di tristezza ,si sentiva nell'aria e nel cuore quello che la chiesa faceva rivivere.Eravamo così genuini.Al mattino del sabato santo tutto era pronto, le pasticche di potassio (già ridotte in polvere e mescolate con lo zolfo) si deponevano sotto i sassi formando dei mucchietti più o meno grossi, a seconda delle pasticche che potevamo comprare.Era una gara fra noi ragazzi a chi riusciva a fare i colpi più grossi(n.d.r:era usanza all'epoca di accogliere la Pasqua con i botti,come adesso facciamo con l'ultimo dell'anno e dal momento che ancora i petardi non erano commercializzati si usavano mezzi artigianali piuttosto pericolosi come le  pasticche di potassio con zolfo)  ... E poi finalmente la Pasqua! Eravamo in attesa quando alle 10,30 si udiva il suono delle campane,tutti fuori, uscivamo dalle case grandi e piccoli,persino i neonati venivano tolti dalle loro culle.Così tra il vocio delle persone e i colpi che fendevano l'aria sembrava che anche le rondini in volo con il loro cinguettio partecipassero con gioia al suono festoso delle campane.Mi svegliavo presto la mattina di Pasqua,la mamma anche se con molti sacrifici riusciva a prepararmi qualcosa di nuovo :una sottanina ,magari un paio di scarpette,così la mia ansia di indossarle era tale che non mi faceva dormire.Festa! Questa parola si notava ovunque ,dall'aia spazzata,pulita,agli uomini che vi sostavano con le camicie bianche di bucato,le scarpe lucide per l'occasione si scambiavano pareri e cortesie.Persino gli alberi a quel tempo sembravano più felici.I loro fiori erano più splendenti,più vivi non soffrivano certo l'inquinamento di adesso .Ed ora? Cos'è la Pasqua ora? Si,andiamo ancora in chiesa,non ci manca certo il pane,ma ci manca quello spirito di solidarietà,di comprensione e di rispetto verso le cose e le persone.Abbiamo trasformato il mondo.Ci obbligano a vivere come una corsa all'oro."
Fiorella Mazzanti
Castelnuovo anni 30,è il giorno di festa ,la gente è in piazza

AUGURI DI UNA FELICE E SERENA  PASQUA A TUTTI I MIEI LETTORI (E NON SOLO)