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venerdì 1 aprile 2022

Storia di epiche battaglie, "mestaine" insolite e di intercessioni (quasi) miracolose nella Garfagnana del 1600

Le possiamo sentire chiamare in svariati modi: marginette, maestà,
madonnine, edicole, per noi in Garfagnana sono semplicemente le "mestaine". La Mestaina non è altro che una piccola cappella votiva  contenente un'immagine sacra di qualche santo, di Gesù ma in particolar modo è la figura della Madonna che prevale in tutte queste piccole architetture. L'origine del nome lo si deve proprio al fatto di ciò che rappresentano: "una maestà", parola derivante dal latino "majestatem" cioè "grande", in riferimento all'immagine iconografica cristiana di Maria seduta sul trono. Nella forma "garfagnina", il vocabolo diminutivo "mestaina" significa proprio "piccola maestà", che richiama di fatto la piccola dimensione dell'icona. L'origine di questi tempietti si perde nella notte dei tempi e molto probabilmente già gli etruschi avevano l'abitudine di costruire queste opere (che rappresentavano le loro divinità), in prossimità delle strade o negli incroci viari. I romani con il tempo non mancarono di fare loro questa tradizione, che trasformarono ben presto in una ricorrenza, nella quale si rendeva omaggio ai "Lares Compitales", le divinità protettrici della
famiglia. Con l'avvento del Cristianesimo le immagini pagane furono poi soppiantate in maniera definitiva dalle icone cristiane. 
Il gran numero di mestaine nella nostra Garfagnana ci induce però a pensare che non siano frutto  di occasionali iniziative, ma bensì di un rituale consolidato nei secoli e ciò va inserito nel fermento religioso che coinvolse la valle intorno al 1600-1700, sull'onda della fine del Concilio di Trento che portò una ventata di "modernità" e di rispolvero in tutto il cattolicesimo, che vide proprio in quell'epoca un vero fiorire di queste edicole. Questi tempietti venivano collocati di norma nei pressi di incroci stradali, perchè, come spesso accade in questi casi, il sacro e la superstizione si fondono in un'unica cosa, visto che era diffusa la credenza che in queste intersezioni si potessero generare energie cosmiche tali da richiamare un confluire di streghe e demoni; da qui l'importanza della presenza di un'immagine evocante un soggetto più forte del Diavolo: la Madonna, che notoriamente schiaccia il
serpente, simbolo del maligno. 
Questo però non era il solo scopo della loro esistenza, erano soprattutto luoghi di preghiera e quelle più grandi servivano anche da riparo di fortuna per i viandanti, ma non solo, queste costruzioni spesso delimitavano i confini, ed erano pure un punto di riferimento e di orientamento. Ne esiste una che però esula da tutto questo contesto e da queste funzioni. La sua storia è particolare e al contempo curiosa, tant'è che vale la pena di raccontarla, dato che, a mio avviso (vi prego semmai correggetemi) di questo tipo in Garfagnana credo che non ne esistano altre. Infatti lo scopo della sua erezione a quanto pare lo si deve all'intercessione divina della Santissima Vergine, che non permise alle soldatesche estensi di radere al suolo il Castello di Gallicano. Ma andiamo per gradi e raccontiamo questa intrigante storia dall'inizio. Era il tempo in cui gli Estensi, padroni assoluti di quasi tutta la Garfagnana, avevano perso l'amata Ferrara che, per questioni dinastiche avevano restituito al Papa. Il conseguente indebolimento della casata d'Este non passò inosservato nemmeno agli acerrimi nemici di Lucca che da sempre aspiravano a conquistare l'intera valle, non si accontentavano più dei soli possedimenti di Gallicano, Castiglione e Minucciano, si aspirava a molto di più. Così ogni futile pretesto diventava buono per rinfocolare scontri, battaglie e guerre. L'occasione per Lucca si fece propizia nell'anno di grazia 1603 quando il generale lucchese Jacopo Lucchesini inviò a Gallicano 500 soldati e attraverso i monti del Sillico ne inviò altrettanti a Castiglione. La risposta degli agguerriti Estensi non si fece attendere e il condottiero modenese, il marchese Bentivoglio, ai primi sentori di guerra inviò una parte delle sue truppe ad assediare Castiglione e il restante del suo esercito si attestò sulle colline sotto il paese di Cascio, qui vi piazzò due potenti cannoni che puntavano le loro bocche da fuoco
Sotto le colline di Cascio
direttamente su un forte che era posto nell'odierna località detta il Broglio. Questo forte era l'avamposto di difesa di Gallicano, da qui la strada per la conquista di quel castello si sarebbe fatta molto più facile. Ci possiamo quindi immaginare la battaglia che ne scaturì. Era il 15 maggio 1603, la scontro fu cruento e sanguinoso come non mai. Il forte del Broglio era al comando di un tale "Mone" da Gallicano che chiamò a difesa dell'ultima frontiera perfino i civili, fra questi diverse donne che  prestavano 
coraggiosamente il loro aiuto. I morti però oramai non si contavano da ambo parti, furono addirittura dati  alle fiamme gli indispensabili mulini di Vescherana e un cronista del tempo raccontò che le acque del canale che di li passava rosseggiavano del sangue dei contendenti. Insomma, tanta e tale fu la confusione nel tremendo scontro, che la tradizione orale racconta che nel furore della mischia i combattenti non si riconoscevano tra loro, così uccisero per fatale errore (imbroglio) amici e nemici. Questo "imbroglio" a quanto pare dette il nome alla località dove accadde questo fattaccio: "il Broglio". A dare fine alla battaglia ci pensarono però i due cannoni posizionati sotto il paese di Cascio: "fatti collocare due pezzi da cannone sotto la collina, lo spianò (n.d.r: il forte) alle fondamenta". Gallicano era ormai spacciato, la
Il castello di Gallicano
strada per la conquista era ormai aperta. Senza se e senza ma gli Estensi in men che non si dica avrebbero distrutto il borgo e non avrebbero risparmiato nessuno, d'altronde Gallicano rivestiva un'importanza fondamentale vista la sua posizione strategica, per di più all'interno delle sue mura era costudito una buona parte dell'arsenale lucchese. Rimane il fatto che tutto quello che si crede ineluttabile così non è. Il destino, la fede, o quello che volete credere spesso e volentieri ci mette lo zampino. Fattostà che calata la notte, quando ormai a Gallicano si stavano preparando al peggio, il Marchese Bentivoglio ritirò clamorosamente e inaspettatamente le sue soldatesche. Tridui ed orazioni di tutta la popolazione si levarono al cielo per lo scampato pericolo, stavolta a difendere le mura castellane non furono i moschetti, ma la buona sorte. Ma perchè il Bentivoglio decise di ritirarsi? Le possibili risposte sono due. Bisogna ricordarsi che in quel tempo gli Stati italiani erano più o meno dei satelliti della Spagna e che a Milano risiedeva il Vicerè. Furono sempre i rappresentanti di Milano a mediare le contese, per cui è probabile che il condottiero estense si accontentasse solamente di tenere desta l'azione militare senza strafare, cercando in questo modo di non urtare le autorità spagnole che miravano sempre a tenere "la barca pari". L'altra risposta ha una considerazione puramente militare. Come scritto in precedenza anche Castiglione Garfagnana era al contempo assediata, diventava perciò
Castiglione Garfagnana
difficile sostenere due assedi, che potevano forse rivelarsi inefficaci entrambi, sarebbe stato più saggio concentrare le forze su uno dei due e in questo caso fu deciso per Castiglione. Ci fu poi una terza ragione sostenuta dagli assediati ed è quella del perchè di questo articolo. Ebbene, in primis si volle credere che su questa incredibile decisione estense contribuì il comportamento dei difensori del forte. Figuriamoci se un piccolo forte era stato difeso con tanto vigore da infliggere numerose perdite al nemico, come sarebbe stata allora la difesa della roccaforte di Gallicano? Sicuramente un fondo di verità in tutto questo ci fu, difatti non bisogna dimenticare il sostegno avuto dalle donne in questa battaglia. Il loro aiuto fu a tal punto eroico che il Consiglio Generale di Lucca, ad una famiglia di queste valorose, morta negli scontri e che si era distinta particolarmente per il suo coraggio fu attribuita una dote: "...alla figlia di Lorenzo Moni da Gallicano per il riconoscimento dimostrato portando polvere d'archibugio ai soldati del forte del Brolio nel giorno che fu assaltato dai modenesi, ne fu ferita a morte con una archibugiata
La mestaina del broglio nel
 luogo della Battaglia
nella testa. Si intenda costituita una dote di scudi 50
..." . Ma in tutto questo si volle credere ancor di più che la mano che guidò questi eventi, fu una mano divina. Per i gallicanesi ci fu l'intercessione della Madonna, solo Maria Vergine con il suo santo intervento poteva far si che il castello e la sua gente scampassero all'ineluttabile destino. Si decise perciò di rendere atto devozionale perpetuo costruendo una "Mestà" dedicata alla Madonna e che si facesse ogni 15 maggio per i secoli a venire una processione dal paese di Gallicano fino alla mestaina del Broglio:" 
Quella Comunità deliberò solennemente che, pel pericolo da cui fu scampato il paese, si facesse in perpetuo, in detto giorno 15 maggio, una festa solenne con processione generale per la terra di Gallicano; e si dovesse costruire una Mestà, ossia piccola cappelletta, al Brolio presso il
canale, ove accadde il fatto sanguinosissimo, che a tutta ragione ritiensi essere avvenuto là dove anche attualmente vedesi una Vergine dipinta nel muro della casa presso al ponte su quel canale
"... La "mestaina" dopo quattro secoli è sempre lì, ma la processione, che doveva essere perenne, non si fa più... 

Bibliografia

  • "Il Pettorale- la rocca di Gallicano" di Fabrizio Riva, edito MARIA Pacini Fazzi 2020
  • "Gallicano" - capitolo "Vicende storiche" dell'Ingegner Achille Fiorello Saisi- Maria Pacini Fazzi editore-anno 1995
  • "Descrizione geografica storica economica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli anno 1883
  • Gian Mirola- da La PANIA giornale del Comune di Molazzana

mercoledì 4 novembre 2020

Cronaca di un'assedio in terra di Garfagnana. Correva l'anno 1613...

E' anche grazie a  Miguel De Cervantes, Ludovico Ariosto e Chretien de Troyes che fin da bambini ci siamo innamorati di quei valorosi cavalieri medievali e delle loro epiche imprese. Sono questi autori fra i principali alfieri del "romanzo cavalleresco". Guerre e imprese militari sono sempre presenti in questo tipo di letteratura, dove il protagonista diventa il cavaliere senza macchia e senza peccato. Ma una cosa è leggere un romanzo e un'altra cosa ancora è leggere le reali cronache di quei lontani tempi. Per dirla tutta, talvolta, anche i libri di storia che studiavamo a scuola c'hanno stimolato questa curiosità, ma poi questo desiderio di sapere veniva ucciso da date, luoghi e nomi a dir poco noiosi e pesanti, non permettendoci mai di entrare nel cuore di quello che potevano essere le vicende e gli aneddoti che si celavano dietro a un'assedio o a una battaglia, non dandoci fra altro l'essenza, la percezione e il sentimento che passava per "il cor umano". Leggere oggi di queste battaglie accadute secoli fa è come leggere su un giornale un fatto di cronaca successo il giorno prima, con la differenza che questi antichi scritti hanno il potere di catapultarci in un mondo fiabesco, completamente diverso dal nostro, un mondo quasi irreale, ma che nella realtà dei tempi remoti era veramente fatto da epici cavalieri, sanguinosi combattimenti e da valorosi personaggi, cose queste che avevamo solamente visto

nei cinema o letto nei racconti d'avventura. Ecco allora, nella drammaticità di quei fatti quello che accadde in terra di Garfagnana, molto, ma molto tempo fa. Correva l'anno 1613 e quello che andremo  fedelmente a raccontare dai resoconti dell'epoca ci riporta  a quella che fu l'ultima guerra e una delle ultimissime battaglie fra il Ducato di Modena e la Repubblica di Lucca.

Antefatto 

La pace in Garfagnana regnava già da molto tempo, il re di Spagna era riuscito fra mille difficoltà a "mettere la briglia" sia ai lucchesi che hai modenesi, ma nonostante ciò ai lucchesi stessi non andava proprio giù il fatto che il ducato estense avesse in suo possesso una larga porzione della valle e difatti era secoli che la città della pantera rivendicava in questi luoghi svariati domini. Infatti ogni scusa era buona per rinfocolare smanie di guerra e minacce di occupazione di terre sotto il controllo di Modena. Destino volle, che di li a poco l'occasione capitò propizia. Come infatti avviene spesso ad accendere la miccia per il "casus belli" fu un'insulsa questione di confine: quattro stolte pecore "modenesi" che erano al pascolo avevano impunemente "invaso" i territori lucchesi in quel di Motrone. Questo bastò (e sottolineerei, avanzò...) per riattizzare quei fuochi che da anni erano sopiti sotto la cenere. Rimane il fatto che un branco di pecore ebbe la forza di smuovere migliaia di soldati e di dare il via a sanguinose e violente lotte.

La vicenda

Era il 22 di maggio 1613 quando i lucchesi entrarono nei territori modenesi e precisamente nel borgo di Vallico, luogo di provenienza delle ignare pecore. Lì, misero a ferro e fuoco tutta la campagna, questi nefasti soldati arrivarono perfino a scortecciare i castagni affinchè seccassero e a tagliare tutti gli alberi da frutto. Il probo conte modenese Tiberio Ricci insieme agli abitanti del paese convinse gli assalitori a rinunciare a ulteriori e violente "imprese". Nello stesso tempo a Modena visto il pericolo che correva la provincia garfagnina stavano celermente riunendo le guarnigioni, pronte ad entrare nella valle a protezione delle loro terre: "Il duca spedì colà con grosso nerbo di gente il Marchese Ippolito Bentivoglio suo generale. Poco tempo dopo gli tenner dietro il Principe Alfonso primogenito del Duca e susseguentemente Luigi suo fratello per assistere a quella guerra. Condusse quelli seco fra le altre milizie altre quattro compagnie di cavalleria, composta la maggior parte di gente nobile, e gente che al foco d'altre più riguardevoli guerre avea data prova del suo valore. Sfilarono poi a quella volta migliaia di fanterie lombarde con artiglierie e gran salmerie di vettovaglie" . Dal canto suo anche il generale lucchese Lucchesini (così destino volle che si chiamasse...)fece altrettanto, riunì un gran numero di soldati a Gallicano e un'altra parte di essi (ben ottocento) fu destinato a rafforzare la già lucchese Castiglione. Fra una schermaglia e l'altra arrivò così il 22 luglio e i lucchesi decisero di sferrare un perentorio e forse decisivo attacco a Monte Perpoli, luogo di fondamentale importanza strategica. Da q
Monte Perpoli
uella sommità, infatti si apriva la strada per Castelnuovo e per il cuore della Garfagnana. Di questa eventuale conquista il primo paese a farne le spese fu Cascio. Il fato volle che quel borgo si trovasse proprio sulla medesima strada che portava all'agognata meta: "Giunto a Cascio, distrutta e senza alcun presidio, fu dagli abitanti, presi di sorpresa e col timore di essere uccisi, a persuasione del curato loro, che era anche lucchese, incontrato in processione con la Croce, il clero vilmente cedette la terra". Senza ormai più nessun ostacolo davanti, la strada per la conquista della collina di Monte Perpoli si spalancava alle orde lucchesi e Castelnuovo, capitale estense in Garfagnana, tremava dalla paura. Gli scontri continuarono violentissimi per giorni e giorni, perdere Castelnuovo avrebbe significato una sconfitta politica e militare senza uguali, perciò bisognava difendere con ogni mezzo e con ogni soldato il potenziale attacco alla cittadina. Con grande sorpresa a un certo punto della battaglia, Dio volle per gli Estensi, che i lucchesi forse soddisfatti delle vendette avute decisero di rinunciare nell'impresa, ritirandosi in men che non si dica nei loro forti, ma un fatto a dir poco curioso e casuale dette il "la" al contrattacco modenese: "Nel medesimo tempo della ritirata, una torricella, piena di polvere d'archibugio, inserita nel muro della fortezza di Gallicano (n.d.r: paese già sotto Lucca), prese fuoco esplodendo con grande rumore. Tutti furono convinti che Gallicano fosse stato tradito e preso. Da 
Mappa di Gallicano
con torri e mura
(foto tratta da"Il Pettorale"

tutti fu creduto che tal fuoco fosse opera di una donna di Molazzana, maritata in Gallicano, che fu quella che avvisò li medesimi modenesi all'assalto di Gallicano con dirgli che non c'era chi lo difendesse, come in effetti era vero perchè infatti il primo assalto, lo sostennero i vecchi, i preti e le donne e se non fosse stato per le donne di Gallicano, le quali di tanto in tanto portavano qualche cosa da bere, risultando di grande aiuto rinfrancando gli assediati e caricandoli i loro moschetti".
Per ben capirsi, quattrocento "valorosi" soldati lucchesi messi a difesa del paese di Gallicano, al sentir lo scoppio casuale di una torre e credendo di conseguenza di essere attaccati, si dettero a precipitosa fuga, abbandonando così i gallicanesi al loro amaro destino. Detto fatto, di fronte a ciò il principe Alfonso d'Este, grazie anche anche alla soffiata della suddetta "signora" di Molazzana ottenne grande speranza di conquistare Gallicano, la presa del paese sarebbe stata decisiva per le sorti della guerra. In quel castello c'erano tutti gli armamenti lucchesi, nonchè tutte le provviste che avrebbero consentito il proseguimento di quella maledetta guerra. Ma come abbiamo letto l'intrepido popolo di Gallicano riuscì a resistere, intanto i lucchesi rinvennero e i modenesi furono costretti a ritirarsi dall'assedio in attesa anch'essi di rinforzi. Gli Estensi comunque sia non demorsero e una volta giunti a destinazione i suddetti rinforzi, nella stessa notte conquistarono il Monte Termina, posto proprio sopra Gallicano: "Nell'ardore della battaglia essendo sopraggiunta la notte riuscì ai soldati estensi d'impadronirsi d'un forte soprastante quel castello, dal quale con tiri di moschetto e più di cannoni cominciarono nel dì seguente a infestar cotanto la guarnigione di Gallicano, che non potevano nè guardar le mura, nè passar per le strade essendo troppo scoperti. Allora i lucchesi per riparar a questo disordine, con celerità mirabile piantarono in sito più
eminente un altro forte, chiamato Lo Zingaro, perchè fabbricato dal colonnello del borgo, che portava quello cognome, e soprannome, Soldato di molto valore
". Ecco che, come vuole la regola del romanzo cavalleresco, comparire nella nostra storia l'ardito cavaliere di turno: messer Giovanni Vitali da Pavia, colonnello nel borgo di Gallicano, da tutti semplicemente conosciuto come lo Zingaro... C'era poco da fare, se si voleva salvare Gallicano il forte dello "Zingaro"(posto in un'altura ancora superiore al forte del Monte Termina), avrebbe dovuto resistere fino all'estremo sacrificio di tutti i suoi uomini e questo lo sapevano bene anche i modenesi. Pertanto, al sorgere del nuovo giorno gli Estensi radunate tutte le forze investirono quel forte con tremendo assalto: "Durò il conflitto per quattro ore con grande ardore, e sprezzo della vita da ambedue le parti. Entrarono anche molti dentro arrampicandosi per l'erto monte fin sui bastioni, e si venne alle spade, ma furono ributtati e costretti finalmente gli assalitori a ritirarsi. Vi perirono molti de' lucchesi, ma molti più de' modenesi, perchè esposti alle grandine delle moschetterie, e tra i non pochi feriti vi fu Alberto Balugoli con due altri Nobili di Modena". 
Lo stesso Zingaro, seppur colonello, non rimase a guardare e si buttò impavido ed indomito a capofitto nei sanguinosi scontri: "Ci fu uno dei modenesi, che per
mostrare maggiore coraggio degli altri, azzardò di saltare sul bastione e metter la mano sopra un moschetto, per poi fuggire, ma Zingaro, afferrandolo per il collo, con il suo pugnale gli tagliò la gola".
Dall'altra parte stessa fortuna non ebbe l'altrettanto ardimentoso capitano estense Nicolò Ponticelli: "...e fra questi perirono il Capitano Nicolò Ponticelli da Castelnuovo colpito al collo da un tiro di moschetto". Viste le gravi perdite il morale dei modenesi era ormai sotto i tacchi, c'era da ricompattare le file e riorganizzare l'esercito, quello che però era ormai chiaro nelle teste degli estensi che ogni piano e ogni progetto di conquistare Gallicano era definitivamente fallito. Quello che invece non si era perso era il desiderio di fargliela pagare cara ai lucchesi e le mire modenesi si spostarono clamorosamente sull'obbiettivo più grosso: sull'enclave lucchese di Castiglione Garfagnana: "Pertanto veggendosi troppo difficile l'acquisto di Gallicano, di li a pochi giorni il Principe Luigi e il Bentivoglio determinarono di portarli all'assedio della forte Terra, e Rocca di Castiglione". Prima di
Castiglione

abbandonare la zona, i modenesi a ricordo di quello che i lucchesi fecero a Vallico mesi prima, decisero di lasciare anch'essi il medesimo "regalo", cosicchè tutti i castagni furono miseramente scorticati, in questo modo il prossimo autunno non avrebbero dato i loro preziosi frutti.

I giorni della gloria 

Furono due gli eroi di questa guerra a salire sugli altari della gloria: il generale Iacopo Lucchesini, che grazie a questo conflitto fu nominato Magistrato dell'Anzianato e il leggendario Zingaro, il vero e assoluto protagonista di tutta questa vicenda: "Consiglio generale del 7 novembre 1613. Dal consiglio generale fu decreto: che visto il valore dimostrato dal colonnello Giovanni Vitali da Pavia, detto lo Zingaro nell'ultima guerra di Garfagnana, contro il duca di Modena, si intenda costituita dote alle due sue figlie nate, di scudi duegento per ciascuna, da pagarseli dall'Uffizio delle entrate quando si mariteranno o si monacheranno, e a esso per aiuto di costà, si intenda fatto di donazione di scudi cento da pagarseli come sopra". 

Epilogo

La guerra come scritto continuò con altrettanti violenti scontri in altri lidi garfagnini, finchè un  bel giorno qualcuno si rinvenne che era arrivato il momento di chiudere questa inutile guerra e allora come due bambini capricciosi Modena e Lucca furono presi per le orecchie dalle potentissime autorità milanesi e spagnole che così decretarono: "Che i sudditi del Signor Duca di Modena continuino la possessione di tutti i loro beni che furono loro aggiudicati per il lodo del Signor Conte Fuentes, cioè quelli che possedevano prima della guerra. Che i lucchesi lascino i luoghi i posti occupati sul territorio estense, demoliscano tutti i loro forti fabbricati in questa occasione. Che il Duca Cesare anch'egli faccia demolire i posti che tiene in territorio lucchese"... Come si suole dire: tanto rumore per nulla... Dopo tutto lo spargimento di sangue, le lotte e i morti innocenti, ognuno dei contendenti si riprese le solite terre che aveva prima della guerra. Ringraziando Dio, però, per oltre tre secoli in Garfagnana non si parlò e non si fece più guerra. Tutto ricominciò un giorno di primavera inoltrata. Era il 10 giugno 1940, e qualcuno gridò: "Vincere e vinceremo"...


Bibliografia

  • Biblioteca Statale di Lucca: Manoscritto 754, 856
  • Archivio di Stato di Lucca Offizio Sopra le Differenze dei Confini n°454
  • "Ricerche Istoriche sulla Provincia della Garfagnana" di Domenico Pacchi, anno 1785
  • La foto della mappa di Gallicano è tratta da "Il Pettorale La Rocca di Gallicano" di Fabrizio Riva edito da Maria Pacini Fazzi anno 2020 

mercoledì 10 giugno 2020

Quando in Garfagnana la bandiera non era quella italiana... Ecco allora quali erano le tre bandiere...

Certo si fa presto a dire bandiera, ma quel pezzo di stoffa sventolante ha significati ben profondi è la più alta espressione dell'identità di una nazione, anche se ad onor del vero nacque in ambito militare per distinguere le proprie truppe da quelle nemiche, comunque sia anche li assumeva il solito significato: uniti, insieme nel medesimo scopo. D'altronde una bandiera che simboleggi una nazione, una città o una squadra di calcio, questo semplice drappo colorato scatena sempre delle forti emozioni e un grande senso di appartenenza e pensare che la prima canzone dedicata al nostro amato tricolore ha ben 161 anni e pressapoco diceva così: "La bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà". Era il lontano 1859, quando sul suolo patrio riecheggiavano le note di questa risorgimentale canzone. Due anni dopo quel componimento, circa 22 milioni di anime per la prima volta si ritrovarono uniti sotto quell'unica bandiera. Ma prima d'allora l'italiano a quale bandiera doveva dare onore? Sicuramente a quella del proprio stato d'appartenenza e nell'anno che fu composto questo canto ce n'erano ben sette che non si chiamavano
Il primo tricolore del 1797
Italia... A quel tempo poi, in Garfagnana se ci affacciavamo dalle finestre di casa di quei sette vessilli
 ne potevamo vedere ben tre, ognuno di essi rappresentava uno stato diverso. Quanto poi i nostri avi sentissero il senso d'appartenenza (credo poco...) a queste bandiere non lo saprei dire, ma quello che è indubbio è che la nostra valle era il crocevia di tre stati preunitari e proprio a Gallicano c'era la confluenza di questi tre: la Repubblica Lucca, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana. 
Gallicano (con vicende alterne), Castiglione Garfagnana (con una piccolissima parentesi fiorentina) e Minucciano facevano parte della Repubblica di Lucca, Barga già dal 1331 era sotto la potente
La mappa degli Stati Estensi 1850
famiglia Medici e il resto della Garfagnana era assoggettata dagli Este di Modena e ognuno di questi paesi e di queste terre era sotto la bandiera di questi stati. D'altra parte per capire bene quanto i suddetti Stati fossero lontani dagli ideali e dai pensieri della gente garfagnina di quel tempo (e non solo da quella garfagnina) basta analizzare il significato delle loro bandiere e sopratutto la loro evoluzione, questo fa capire la voglia e la bramosia di riconoscersi unicamente sotto un'unica insegna.

Le bandiere non rimangono sempre le solite e cambiano secondo gli eventi storici che si susseguono negli anni. Il più chiaro esempio l'abbiamo con il nostro tricolore, fino al 1946 al centro della nostra bandiera campeggiava lo stemma di Casa Savoia, con il
L'evoluzione della bandiera italiana
referendum del 2 giugno e la caduta della monarchia decade la casata e con essa anche lo stemma sulla bandiera. Quindi anche le bandiere subiscono dei mutamenti, così come fu per il vessillo del Ducato di Modena e Reggio e se tutto fosse rimasto immutato in buona parte della Garfagnana al posto del bianco, rosso e verde avremmo inizialmente avuto un'aquila (d'argento) estense in campo azzurro, questa era risalente al

primissimo stemma della dinastia (ai tempi del marchese Rinaldo (1168) e la bandiera in questione fu adottata nel 1598 con la costituzione del regno e perdurò fino al 1796, quando poi Napoleone entrò di prepotenza sia sul palcoscenico della storia che in Italia, dove abolì (anche) questa  bandiera. Questo fino al 1814, quando terminate le scorribande napoleoniche tale bandiera tornò a sventolare per una quindici d'anni. Nel 1830 ecco il cambiamento, la bandiera di stato prenderà le sembianze di quella austriaca, il rosso e il bianco saranno i colori principali. D'altronde c'era poco da fare, dopo la restaurazione la lunga mano dell'Austria si allungherà sulla Penisola italica. Difatti nel 1803 con la morte di Ercole III(ultimo duca di Modena e Reggio) e il
susseguente matrimonio di sua figlia Maria Beatrice Ricciarda d'Este con Francesco d'Austria ebbe inizio il nobile ramo degli Asburgo d'Este. Nella nuova bandiera si fonderanno (come detto) i colori austriaci con quelli estensi bianco e azzurro, al centro avremmo lo stemma ducale con le armi d'Asburgo d'Austria, di Lorena e d'Este. Arrivò però anche il fatidico 1859, il duca austriaco fu deposto, la bandiera sparì e nel 1860 il ducato fu annesso al Regno di Sardegna.
L'enclave fiorentino di Barga in fatto di bandiere (di stato) ebbe storia più difficile, sotto il proprio naso ne vide passare quattro. Chissà che confusione per i poveri barghigiani. D'altra parte la cittadina era fiorentina dal 1331 e in mezzo secolo di "fiorentinità" molte cose cambiano, figuriamoci le bandiere. La prima risalente al Granducato di Toscana è del 1562 e durerà per 175 anni. Il vessillo se si vuole è abbastanza semplice: lo scudo mediceo(con tutti i suoi significati) spicca su un fondo bianco. Nel 1737 fu sostituita da una bandiera di "transizione" detta appunto "di Toscana",
probabilmente ciò avvenne tra l'avvento dei Lorena e l'introduzione delle bandiere imperiali da parte di Francesco II, questa se si vuole somiglia alle attuali bandiere dei paesi del nord Europa,la sua croce ha forse origine da quella dell'ordine di Santo Stefano, per allungamento delle braccia fino al drappo. Quel 1737 fu per Firenze l'anno della già suddetta "lunga mano austriaca". La morte  di Giangastone dei Medici (che morì senza lasciare eredi), fece cessare per sempre il potere della dinastia dei Medici in Toscana e nonostante le opposizioni in vita di Gian Gastone a cedere il Granducato ad una potenza straniera, il matrimonio tra Maria Teresa d'Asburgo e Francesco di Lorena, vanificò per sempre il suo desiderio, cosicchè le truppe austriache entrarono in Toscana giurando fedeltà al nuovo granduca. Iniziò così la dinastia dei Lorena, diventava quindi necessario cambiare anche la bandiera, che naturalmente prese
in effige le insegne imperiali, solamente per pochi anni però, fino al 1765, quando la bandiera cessò di vivere insieme al suo mentore. L'arrivo sul trono di Leopoldo I (figlio di Francesco) portò con sè il nuovo vessillo del Granducato che oggi è a noi più noto. Anche questo come quello di Modena prenderà su di sè i colori austriaci. Fatto al quanto singolare è che il bianco e rosso austriaco (i colori dell'arciducato) furono adottati dal Granducato ben vent'anni prima che le utilizzasse la stessa Austria nella sua bandiera nazionale (1786). Ad ogni modo, sopra questi colori, (leggermente spostato verso sinistra) spiccava cotanto scudo coronato, inquartato con le
armi d'Ungheria, di Boemia, di Borgogna antica e di Bar, sul tutto uno scudetto con le armi di Lorena d'Austria e dei Medici. Arrivò dappoi il solito Napoleone, cancellerà pure questa ennesima bandiera, che rivedrà vita in seguito (dal 1814 al 1859).
Come si può notare tutte queste bandiere sono accomunate dal medesimo destino in due date precise e fondamentali: il 1800 (circa)con le Campagne d'Italia di memoria napoleonica e il 1859, anno in cui queste potenze straniere piegarono la testa davanti alla forte spinta dell'unità nazionale.
La prima bandiera della
Repubblica di Lucca
Leggermente diversa (in questo caso)era la situazione per la Repubblica di Lucca: Gallicano, Castiglione e Minucciano ebbero governi più stabili e quindi bandiere più durature. Il più antico drappo lucchese portava la scritta "Libertas", in quella parola c'era l'orgoglio della piena indipendenza che durerà dal 1369 al 1799, tale scritta era in oro su fondo azzurro. Spesso questa bandiera si poteva unire con quella comunale bianca e rossa (che stavolta niente aveva a che fare con l'Austria), la bandiera scomparirà poi con la solita
La bandiera durante
l'occupazione francese
occupazione francese che scelse come vessillo di stato  quello comunale bianco e rosso, tralasciando di fatto quella azzurra. Fino al 1805 però, anno in cui la Repubblica diventò un Principato: il Principato di Lucca e Piombino, retto nientepopodimeno che da Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone. La bandiera allora prese i colori della Francia, le bande anzichè verticali erano collocate orizzontalmente e il blu non era proprio un blu, ma quasi un celeste. Caduto in disgrazia Napoleone e tutto il "parentame", il
Bandiera del Principato
Congresso di Vienna con la celeberrima restaurazione decise che dopo Repubblica e Principato, Lucca sarebbe diventata un ducato e nel 1815 subentrò come reggente Maria Luisa di Borbone- Spagna, quindi dopo i francesi, ecco gli spagnoli e così anche la bandiera prese il giallo e il rosso della "madre patria", al centro di essa lo stemma della sovrana faceva da padrone. Con la morte dell'augusta duchessa nel 1824 gli succedette Carlo Lodovico, il quale per l'ennesima volta cambiò nuovamente la bandiera di stato, sostituendo lo stemma della madre
Bandiera del Ducato
con il proprio. Nel 1847 tutto cambiò, i destini della città delle mura divennero comuni con quelli del Granducato a cui fu annessa in quell'anno.

Insomma era una bella confusione...Francia, Austria, Spagna, come poteva un garfagnino sentire sue quelle bandiere, tutto riportava a quelle lontane terre straniere... Non a caso fu in Garfagnana e per la precisione a Pieve Fosciana che nel 1831 degli impavidi rivoluzionari "nostrani" sventolarono per la prima volta in Toscana il futuro
Il tricolore di Pieve Fosciana
tricolore nazionale... Ma quella è un'altra storia...

(per saperne di più clicca sul link:  http://paolomarzi.blogspot.com/2015/10/pieve-fosciana-la-rivolta-del.html)


Sitografia: