mercoledì 27 ottobre 2021

I mille modi per cucinare farina di neccio e castagne. Storia e curiosità di ricette secolari

Fu lei la prima a capire tutto e fu sempre lei a comprendere l'importanza
fondamentale di quel frutto autunnale: la castagna. Matilde di Canossa la possiamo considerare senza dubbio alcuno un personaggio di assoluto rilievo, in un'epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore. Era lei la Grancontessa, la Vice Regina d'Italia, che nel 1076 entrò in possesso di uno dei più vasti feudi italiani che comprendeva la Lombardia, l'Emilia, la Romagna e la Toscana. In quei luoghi cominciò a governare con pugno fermo, saggezza e lungimiranza. Quella stessa lungimiranza che la portò ad intuire il valore che poteva avere la coltivazione del castagno, come base per la sopravvivenza alimentare di quelle popolazioni che vivevano sulla montagna, proprio com'era la nostra Garfagnana, terra sotto i suoi domini. A favore di questa coltivazione emanò una serie di regolamenti che portarono al disboscamento delle querce già esistenti, che vennero poi sostituite dai castagni e da veri e propri castagneti che fornirono agli abitanti dei suoi possedimenti una fonte di sostentamento certa. Ma non solo, la Grancontessa si affidò anche alla sapienza dei monaci che con il loro dotto sapere studiarono misure agronomiche per una maggior produttività del 
Matilde di Canossa
castagno stesso, un criterio che ancora oggi viene definito "sesto d'impianto matildico", dove le piante di castagno allevate in forma libera sono disposte a vertici di triangoli sfalsati ad una distanza di circa dieci metri. Con questo sistema si poteva anche sfruttare l'erba del sottobosco quale pascolo per i greggi, in questo modo le pecore avrebbero tenuto pulita la selva e la raccolta delle castagne sarebbe stato più agevole... come si suole dire due piccioni con una fava, ed eravamo nel XI secolo. Insomma, in questo caso Matilde di Canossa fu la spinta per altri politici e regnanti che nei secoli e nelle guerra a venire si insediarono al comando della Garfagnana. Difatti un altro sovrano (in tal senso) illuminato fu Paolo Guinigi, Signore di Lucca, che istituì nel 1487 "l'Offizio sopra le Selve", questo nuovo ente doveva vigilare sui castagneti e doveva far si che queste piante dovessero essere curate con ogni dovizia e sotto ogni aspetto, dato che, in questo modo il castagno avrebbe dato "
cultivazioni più idonee alla produzione di farina buona e serbevole", infatti si riteneva, a giusta ragione, che tale squisitezza avrebbe sfamato una famiglia per gran parte dell'anno. Tutto considerato, visto quello che abbiamo letto possiamo sgombrare il campo da ogni dubbio e dire che la moltitudine di ricette in cui viene impiegata la farina di castagne nacquero proprio in quel
Paolo Guinigi
lontano periodo storico. Le svariate maniere con cui veniva trattata la farina di neccio trovò il bisogno naturale nel garfagnino di diversificare il più possibile la dieta alimentare con i prodotti che la natura offriva, la base sarebbe sempre rimasta la castagna o la sua farina, ma le varianti culinarie diventarono un'infinità. Così, in questo modo, le tullore, i bollocciori, la vinata (e tante altre preparazioni ancora) sono arrivate sulle nostre tavole. Oggi queste bontà della nostra cucina le possiamo considerare senza dubbio un di più, uno sfizio, nonchè una vera e propria golosità, ma in quei tempi andati furono vero e proprio pane per la gente di Garfagnana. Guardiamo allora la storia e i mille modi in cui possiamo trasformare in vera prelibatezza la farina di neccio e le castagne. Innanzitutto andiamo ad indagare sul termine principe e guardiamo il significato della parola "Neccio", riferito proprio alla ghiotta farina. Dobbiamo dire che la derivazione è incerta, è credibile pensare che (così come dice il dizionario etimologico)il vocabolo abbia un etimo latino da "castanea" o da "castaneccio".
Fatto il doveroso preambolo sulla provenienza di tale nome esaminiamo la preparazione per eccellenza: i
l Castagnaccio. Questa assoluta bontà è una fra le più diffuse in tutta Italia, ma è bene sottolineare che la paternità è nostrale. Di solito queste appartenenze culinarie ce le concediamo con "motu proprio", ma questa volta, questa ricetta ci venne attribuita nel 1553 dal frate agostiniano Ortensio Landi di Piacenza nel "Commentario delle più notabile et mostruose cose d'Italia e altri luoghi", infatti ci narra che "Pilade da Lucca fu il primo che facesse castagnazzi e di questo ne riporto loda". Quel Pilade il castagnaccio lo faceva sicuramente con la farina di castagne della vicina Garfagnana: stacciava un mezzo chilo di farina dolce (per una dose-famiglia) e la metteva in una zuppiera, aggiungeva un paio di
Castagnaccio
cucchiaiate d'olio d'oliva, un pizzico di sale e ci versava quasi un litro d'acqua fredda rimescolando sempre, fino ad ottenere una composto piuttosto liquido. Prendeva una teglia, l'ungeva d'olio e ci versava il suddetto composto. Generosa dose di zibibbo, pinoli e noci spezzettate e quindi in forno. Quando il colore era diventato di un bel "marrone castagnaccio" e la crosta croccante, il castagnaccio di Pilade era cotto. Diciamo che questo, come si direbbe oggi fu uno dei primi "street food", ossia del cibo da strada e a conferma di ciò Vincenzo Tanara (agronomo)nel 1644 ci parlava dei "castagnazzi da strada" 
elencando anche varianti oggi impossibili, che prevedevano l’aggiunta di grana grattugiato o di cacio grasso e tenero. Inoltre leggenda dice che lo stesso castagnaccio sia un dolce legato all'amore; che si comporti come un filtro magico e qualunque ragazza che lo porti in dono all'innamorato si assicuri il suo affetto e la sua fedeltà in eterno. Invece "Il Neccio", la classica frittellona arrotolata ripiena di ricotta, era il pasto freddo dei 
Il neccio
carbonai e dei boscaioli garfagnini. La più antica ricetta dei necci racconta che venivano cotti fra testi di pietra arenaria. Stessa finalità aveva "la Pattona di Trassilico", questa preparazione era la classica "merendina" dei trassilichini che andavano a lavorare nel bosco, la sua preparazione però differiva da quella dei necci, 
vedeva sempre un'impasto di farina di castagne, mele a pezzetti, noci, nocciole e fichi secchi sminuzzati. Del tutto si facevano delle palline che venivano poste dentro delle formine e infornate. Il giorno dopo sarebbero state pronte per la veloce merenda del taglialegna. Curiosa invece l'origine del vocabolo "pattona", pare che il nome derivi dal latino "pactus", ossia "compatto", compatte come le palline di questa ricetta. Questa invece è una ricetta per
La pattona
stomaci forti. Il nome è già un preludio: la Vinata. La sua preparazione è antichissima, di solito veniva offerta dopo cena quando gli amici venivano "a veglio" intorno al caminetto, serviva anche per combattere il freddo pungente della Garfagnana quando nelle case contadine il riscaldamento era una lontana chimera, ma non solo, i vecchi dicevano che avesse anche proprietà terapeutiche: "polpava (n.d.r: ammorbidiva) la tosse". Comunque sia l'antica ricetta diceva che nel paiolo bisognava fare una polenta "scria, scria" (n.d.r: molle, molle)di farina di neccio e vino picciolo (un vino rosso ottenuto 
dopo una brevissima fermentazione, di colore molto chiaro). Si faceva cuocere per circa mezz'ora e si versava bella fumante nella scodella. Per capire meglio quando la vinata sarebbe stata pronta da servire ci si rifaceva ad un antico adagio:" quando fa plotta, plotta la vinata è bella e cotta". E se nella vinata l'ingrediente di spicco era ed è il vino, nei Manafregoli il componente principe è il latte. Questa preparazione assume svariati nomi (tutti d'incerta origine) nella Valle del Serchio e Garfagnana: manafregoli, brugiaioli o manufatoli, la ricetta tutta via è la solita in qualsiasi modo venga chiamata: si fa bollire l'acqua nel abituale paiolo, si aggiunge poi la farina di 
I manafregoli
castagne, si mescola in maniera continua fino ad ottenere anche qui un composto piuttosto morbido. Dopo circa mezz'ora si serve in una ciotola condita a piacere con latte, ricotta o panna liquida. Adesso guardiamo invece le ricette che riguardano la castagna vera e propria. Un altro antico processo che si faceva per mangiarle era quello di farle essiccare, ed ecco allora nascere la preparazione delle Tullore. Le tullore sono castagne secche ammollate nell'acqua per circa due ore (così perdono bene la pecchia), fatta questa operazione vanno fatte bollire sul fuoco lento con acqua, latte e foglia d'alloro per altre due ore ancora. Si servono calde, o anche fredde nel latte. Questo strano vocabolo (a quanto pare) prende fondamento da un'altra pianta: la canapa (presente in Garfagnana nei tempi antichi)e da una sua parte detta "tiglia", che altro non è che quell'elemento legnoso del fusto che veniva conciato per farne tela, è possibile quindi che per quanto riguarda le castagne tale vocabolo venga inteso come "acconciate", per far si, che poi in tal modo  diventino morbide. Il Balluccioro o
I ballucciori
 Ballotta che dir si voglia è invece la castagna (buccia compresa) lessata nell'acqua con foglie d'alloro e un pizzico di sale. La bizzarra parola si presta a una interpretazione piuttosto esotica, infatti può darsi che il termine derivi dall'arabo "ballut", ossia ghianda. E delle Mondine cosa dire? Le mondine non hanno bisogno di presentazioni, in tutta Italia sono conosciute come caldarroste e in Garfagnana vengono cotte al fuoco dei camini nella classica padella bucherellata a manico lungo. Prima di essere messa al fuoco la castagna deve essere incisa per far si che poi una volta messa sulla fiamma non scoppi; verso la fine della cottura le castagne vanno bagnate con un bicchiere di vino rosso. L'origine del classico nome garfagnino "mondina" è facile a dirsi, difatti trova fonte dalla stessa parola dialettale "mondare", ovvero pelare, sbucciare, proprio quello che si fa una volta che sono cotte. D'altronde è presto detto nel capire perchè storicamente le castagne hanno fatto da vero e proprio pane per la nostra gente. Il valore calorico di questo frutto è difatti piuttosto elevato (165 Kcal/100g) a causa dell'alto contenuto di carboidrati (36,7 Kcal/100g). Il suo beneficio principale da tenere
in considerazione per il fisico è l'alta carica energetica che dà alla persona, per di più sono consigliate per anemia, apatia e stanchezza, inoltre l'alto contenuto di fibre può contribuire a migliorare la funzionalità intestinale. Non a caso Giovanni Pascoli nel 1908 sulle pagine di un quotidiano argentino dedicato ai nostri emigrati ebbe a dire: "Il castagno è il nostro albero del pane. Ci andrebbe messa, in ogni castagno, una croce, come si fa per gli alberi divenuti sacri". 


Bibliografia

  • "Commentario delle più notabili et mostruose cose d'Italia et altri luoghi" di Landi Ortensio, anno 1550
  • "L'economia del cittadino in villa" Vincenzo Tanara , anno 1665
  • "Dizionario garfagnino" di Aldo Bertozzi, edizioni L.I.R, anno 2017 

mercoledì 20 ottobre 2021

Il mistero del passaggio di Annibale e del suo elefante sugli Appennini: Garfagnana? Val di Luce? Passo della Porretta? O chissà dove...

 E' bene essere subito chiari, tutte le teorie che il mio caro
lettore leggerà in questo articolo saranno frutto di supposizioni, ipotesi e presupposizioni. Niente di quello che leggerete è avvalorato da fonti storiche certe o da documenti che convalidino le tesi in questione. Spieghiamo meglio però. In Italia e in tutto il mondo in genere esistono luoghi dove sono accaduti fatti storici di una certa rilevanza di cui però non si conosce l'esatta ubicazione, fattostà che di questi accadimenti, in mancanza di fonti certe, un po' tutti cercano di accaparrarsi la teoria di questo o quello studioso per determinare che lì, in quella precisa zona è accaduto questo o quel fatto. Di solito(quasi sempre direi) succede per avvenimenti storici antichissimi e nella Valle del Serchio di questi casi ne abbiamo addirittura due. Di uno ebbi già occasione di raccontare e narrava le vicende riguardanti la clamorosa sconfitta nel 186 a.C di Quinto Marcio Filippo e delle sue legioni romane contro gli indomiti Apuani. La scontro passò alla storia come la battaglia del "Saltus Marcius". Ma questo "Saltus Marcius" dov'era? Alcuni storici sostenevano che
si trovasse in Versilia nei pressi di Pontestazzemese, altri dicevano che in realtà poteva essere proprio a Marciaso (frazione del comune di Fosdinovo), altri ancora invece 
asserivano che il fattaccio accadde al "Marcione", località poco distante da Castiglione Garfagnana. Insomma, come vedete siamo proprio nel campo delle più svariate congetture, questo però non vuol dire che una delle teorie presupposte sia errata, ci mancherebbe altro, perciò anche le opinioni sull'impresa che andrò a raccontarvi meritano di essere esposte, poichè, anche se non certe, qualche studioso prima di me ha creduto che quella fosse la cosa giusta da asserire. La storia in questione tira in ballo nientepopodimeno che Annibale Barca, il condottiero cartaginese (definito da molti "il più grande generale dell'antichità") e l'ormai celeberrima spedizione di guerra che vide marciare verso Roma centomila soldati e trentasette elefanti. Ebbene, a tutti è noto il fatto dell'attraversamento delle Alpi da parte di Annibale, ma quando al valoroso, nonchè (sottolineerei) coraggioso condottiero gli toccò oltrepassare gli Appennini, da dove passò? Ecco qua che indirettamente, o forse direttamente, entrare in ballo la Valle del Serchio. Prima però di affrontare "il giallo" dell'attraversamento appenninico di Annibale e del suo elefante è doveroso illustrare brevemente l'antefatto che portò il cartaginese ad affrontare questa epica impresa. Quando (tanto tempo fa...) frequentavo la scuola, studiare le guerre puniche era di una noia unica, sarà stato perchè la voglia di applicarsi era poca e forse anche perchè tali vicende erano esposte in qualche maniera dal professore di turno, fattostà che rileggendo oggi quei fatti tutto assume un altro sapore e un
altro interesse. Eravamo infatti nel maggio dell'anno 218 a.C quando proprio agli inizi della seconda guerra punica Annibale lasciò la penisola iberica per puntare direttamente su Roma con 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti. Le cause belliche che spinsero a questa ardita guerra furono essenzialmente tre: 
lo spirito di rivalsa del padre di Annibale, che da bambino gli aveva fatto giurare di fronte agli Dei odio eterno a Roma, l'onta subita dai cartaginesi per la perdita della Sardegna e della Corsica e l'esaltazione per i numerosi successi in terra iberica delle armate africaneIn ogni caso l'attraversamento delle Alpi avvenne verso la fine del 218 a.C; il freddo e la fatica però si fecero sentire penalizzando fortemente uomini e animali, nonostante tutto e con mille sforzi gli indomiti guerrieri raggiunsero la Pianura Padana prima che le nevi bloccassero i passi. Annibale arrivò così in Italia dopo una ventina di giorni di aspri combattimenti con le popolazioni montanare, il risultato di tutto questo tribolo fu pagato a caro prezzo, dato che gli rimasero a sua disposizione "solo" 20.000 fanti e 6.000 cavalieri, con questi uomini nella primavera del 217 a.C il condottiero cartaginese decise malgrado ciò di continuare la spedizione. Oramai però di quei 37 elefanti da guerra il rigido inverno ne aveva uccisi 36 e quando fu deciso di valicare gli Appennini un solo elefante era rimasto vivo, l'animale si chiamava "Surus" ed era l'elefante personale di
Annibale rappresentato
sopra il suo elefante
 Annibale, il povero bestione anch'esso provato morì (come ricordò lo storico greco Polibio) proprio nel discendere queste montagne. In conclusione le perdite subite furono molte per l'esercito cartaginese, bisognava quindi oltrepassare l'Appennino nella maniera più indolore possibile. La scelta del luogo diventava quindi fondamentale per le sorti belliche. Questo fantomatico posto nei millenni e nei secoli che trascorrevano ha colpito molto l'immaginario collettivo, basta vedere solamente la toponomastica italiana, la penisola italiana è piena di ponti di Annibale, passi di Annibale e strade di Annibale, quasi come se ognuno volesse far parte di quella leggendaria impresa, rimane il fatto che sapere da dove i cartaginesi oltrepassarono l'Appennino (e anche le Alpi) rimane un mistero. Di ipotesi accreditabili ce ne sono alcune: una vuole che questo esercito fosse sceso dal Mugello e che avesse attraversato il fiume Sieve, un'altra dice che il passo di Collina presso Porretta fosse il posto giusto, di li raggiungere la piana pistoiese sarebbe stato piuttosto agevole, le altre due tirano in ballo anche le nostre terre. Ci sono infatti studiosi che indicano Foce a Giovo come luogo esatto, di li l'esercito sarebbe sceso nel fondovalle della Valle del Serchio e avrebbe raggiunto Lucca. La più accredita fra queste eventualità rimane però la località oggi propriamente conosciuta come "Passo D'Annibale", il valico a quei tempi era un passaggio già conosciuto e rodato dalle popolazioni
Il passo di Annibale
presso Val di Luce
locali, in più questo cammino offriva alternative viarie diverse e di difficile individuazione da parte di eventuali nemici e in effetti ancora oggi è così, questo passaggio ai giorni nostri è meta di escursionisti e amanti della montagna, si trova a 1798 metri d'altezza e collega le provincie di Modena e Pistoia, da li si domina tutta la Val di Luce, la vista è mozzafiato, si può ammirare il Monte Rondinaio e il Monte Giovo, da qui si diramano una moltitudine di sentieri e uno di questi porta proprio a Foce a Giovo, chissà forse fu da quel punto che Annibale raggiunse Foce a Giovo per scendere poi fino Lucca, o magari è possibile anche che di lì abbia raggiunto altresì la Val di Lima, o come è stato ribadito è probabile che si fossero scelte altre strade alternative. Quello che è certo che l
a primavera di quell’anno fu particolarmente fredda e piovosa e la traversata dell’Appennino fu drammatica, quasi quanto quella alpina. Come narra Tito Livio (n.d.r: storico romano), ci fu un primo tentativo fallito per le terribili condizioni atmosferiche che costrinsero il condottiero a ritornare indietro con il suo esercito.  Il fatto incontestabile è anche un altro e ce lo descrive ancora Tito Livio e dice che una volta discesi gli Appennini "il punico" si trovò davanti a sè un altro ostacolo: il fiume Arno ("fluvius Arnus per eos dies solito magis inundaverat"), il fiume tanto caro a Firenze era straripato, bloccando così la strada da percorrere, malgrado ciò il suo esercito non potè invertire la marcia, dato che il cammino in quel tratto d'Arno era troppo stretto per far mutare "rotta" a ventimila soldati. Anche su questo particolare evento rimane però un alone di mistero, capire in quale punto fosse esondato l'Arno avrebbe potuto aiutare a comprendere da quale zona delle montagne 
Il percorso del Fiume Arno
 appenniniche i cartaginesi sarebbero eventualmente discesi, ma purtroppo anche questo non c'è dato da sapere. 
Tuttavia in tutto questo bisogna considerare che le varianti possibili per individuare il luogo esatto sono molte, conoscendo le indubbie qualità strategiche di Annibale che analizzava ogni cosa c'è da chiedersi quali strategie poteva aver adottato per valicare in tutta sicurezza l'Appennino? Sicuramente nell'ozio dei campi invernali dell'Emilia nell'attesa della primavera Annibale inviò in Toscana delle pattuglie a cercare le vie migliori per scegliere l'opzione più consona al suo cammino verso sud. Quello che è certo che furono scartate come possibilità di attraversamento i passi appenninici nei pressi di Arezzo e Rimini, più facili da attraversare vista la conformazione del territorio, ma per questo ben vigilati dalle legioni romane. Si può comunque dire che Annibale prima di partire per l'impresa, conosceva già perfettamente la situazione viaria per valicare il nostro Appennino. Certamente sapeva anche quali fossero le vie presidiate dai Romani e quali no. E in base anche a questa certezza l'attraversamento della Garfagnana dai suoi passi appenninici fu presa in considerazione? Io direi proprio di si, con ogni probabilità la Garfagnana fu presa in considerazione per questa ardimentosa operazione militare, il perchè è presto detto. Sappiamo che in questa seconda guerra punica i Galli e altre popolazioni del nord aderirono quasi in massa all'esercito cartaginese e fra loro c'erano anche i nostri lontani avi: i Liguri Apuani. Ad onor del vero molti di loro parteciparono come mercenari e altri ancora proprio come guide, assunte specificatamente per attraversare l'impervie montagne, è
Liguri Apuani
 plausibile poi che queste guide abbiano proposto ad Annibale la sua discesa nell'attuale Garfagnana. Gli Apuani vista la loro alleanza con i cartaginesi gli avrebbero garantito di passare nei propri territori in maniera indenne, visto che queste zone (in quel momento) erano libere da infiltrazioni romane, da lì raggiungere l'Arno (forse) presso Pisa sarebbe stato poi un gioco da ragazzi. Allora dove fu l'inghippo? Probabilmente l'inghippo fu puramente strategico, bisognava che questa marcia di valico fosse la più rapida possibile, appena fosse stata svelata la direzione da intraprendere bisognava fare questo viaggio in maniera velocissima, in tale modo il nemico non avrebbe avuto il tempo di organizzarsi e muovere contro lo stesso Annibale, per fare questo il tempo concesso era al massimo quattro giorni, in quei termini la missione doveva essere compiuta, infatti Tito Livio ricorda che i militari cartaginesi per attraversare l'Appennino marciarono di notte e in maniera celere: "le veglie sopportate quattro giorni e tre notti". La struttura del territorio garfagnino però non lo avrebbe permesso, considerando che quella stessa struttura territoriale che faceva da difesa per gli Apuani, per i cartaginesi sarebbe diventato un ostacolo insormontabile: le aspre montagne, le gole, i dirupi e l'assenza di strade ben marcate avrebbe fatto si che passare con un tale esercito ed un elefante in quelle zone sarebbe stato un compito praticamente impossibile da affrontare. Come poi andò a finire la storia lo sappiamo tutti. La seconda guerra punica durò ben 15 anni (218 a.C- 202 a.C), Annibale non raggiunse mai Roma, in quegli anni le sue scorribande colpirono in tutto il centro e sud Italia e nell'autunno del 203 a.C il senato cartaginese, sotto la pressione dell'invasione di Scipione, diede ordine ad
Scipione l'Africano
Annibale d'imbarcarsi e tornare in Africa, il condottiero apprese con amarezza queste decisioni e lo storico Howard Scullard scrisse che: "egli abbandonò l'Italia invitto, con più tristezza di un esule che la lascia la terra natale. Era fallita l'impresa a cui aveva dedicato una vita".

Bibliografia

  • "Ab Urbe condita CXLII". La storia di Roma dalla sua fondazione, Tito Livio, 1a edizione tra il 27 e il 14 a.C

mercoledì 13 ottobre 2021

Garfagnana: terra di lupi, briganti e... di preti. Vescovi, cardinali, esimi letterati e un quasi Papa

Una volta si diceva che la Garfagnana era terra di lupi e di
briganti e io aggiungerei anche di preti... A questa affermazione corrisponde una ragione storica che non ha nulla a che vedere con un qualcosa di divino, non siamo stati e mai lo saremo una sorta di "terra promessa" scelta da Dio, da dove pescare anime pure e candide per diffondere la parola del Vangelo al mondo... Tutt'altro... Nei secoli scorsi in Garfagnana si sceglieva di fare il prete non solo per vocazione, ma per mestiere, avere un prete in famiglia era un risollevarsi dalla miseria quotidiana, avrebbe portato denaro e prestigio all'interno del proprio focolare domestico. Succedeva infatti che anche le famiglie garfagnine più povere spesso investivano tutti i propri averi sul figlio maschio dotato (fra tutti gli altri fratelli)di un intelletto un po' più spiccato. Si decideva allora di farlo studiare nei seminari di Massa e Castelnuovo nella speranza di vederlo tornare a capo di qualche parrocchia locale. Lo sappiamo bene che nei tempi andati le esimie personalità dei nostri paesetti erano il sindaco, il maresciallo dei carabinieri, il dottore e il prete... Difatti da censimenti fatti
nei tempi passati risulta che la maggioranza dei sacerdoti locali non veniva dalle famiglie abbienti, da li uscivano avvocati, medici e professionisti vari, dalle famiglie povere si generavano contadini e se quei figli non diventavano contadini sarebbero divenuti con buona probabilità dei preti. Questo fenomeno non fu un fenomeno temporaneo ma nacque secoli e secoli fa, fra tutti questi ci fu una moltitudine di preti locali che lasciarono il segno 
"solamente" nelle proprie parrocchie e di cui purtroppo talvolta non sono giunte notizie, ai posteri infatti sono arrivate informazioni su quegli illustri garfagnini diventate personalità all'interno della chiesa cattolica romana: vescovi, cardinali, dotti sacerdoti letterati e perfino un quasi... Papa. Guardiamo allora chi erano e partiamo dal lontano XV secolo. Se non il primo (in ordine di tempo) Nicola Sandonnini fu tra i primi prelati d'alto rango di marca garfagnina. L'illuminato (futuro) principe della chiesa nacque a Piazza al Serchio nel 1422, le sue prime notizie lo danno a Roma nella figura di segretario di Papa Paolo II. Riconosciute le sue doti il Papa lo nominò a soli 39 anni vescovo di Modena. La sua nomina però fu osteggiata dal duca modenese Borso d'Este che si oppose all'ingresso nell'arcivescovato per i pessimi rapporti fra Modena e la Repubblica di Lucca. Le minacce papali d'interdire Modena dai divini uffici fecero cambiare idea al regnante estense e 
Borso d'Este
dopo cinque anni di dissidi il Sandonnini prese possesso della diocesi. Abilissimo nell'arte della diplomazia svolse delicati incarichi per svariati papi. Non si dimenticò nemmeno della sua terra natia,  dove fece costruire la chiesa parrocchiale  nella quale si trova la lapide che lo ricorda. Alla sua morte nel 1499, al suo funerale erano presenti principi e re venuti da ogni dove, fra i presenti Ferdinando Re di Napoli. Non solo il Sandonnini, Modena fra le sue braccia accolse anche Pellegrino Bertacchi nato a Camporgiano nel 1567. Nominato prete giovanissimo nel 1610 divenne vescovo di Modena. Innamorato della sua terra, prima dell'insediamento nella citta emiliana ottenne il permesso dal Papa di celebrare la sua prima funzione da vescovo nel duomo di Castelnuovo. In quei due giorni che rimase nella cittadina garfagnina prima di raggiungere Modena amministrò il sacramento della Cresima a cinquemila fanciulli. A Modena venne accolto con altrettanto entusiasmo. Prese possesso così del suo alto mandato e si fece subito notare per le sue severe regole riguardanti il clero: si proibiva ai prelati il gioco delle carte e il possesso di qualsiasi arma. Unico suo neo, così si diceva, il canto ecclesiale, si racconta che fosse stonato come una campana . Mori nel 1627, le sue spoglie sono sepolte nella cattedrale di Modena. Questa invece è la storia del quasi Papa. 
Lui era Pietro Campori nato a Castelnuovo Garfagnana nel 1553.Pietro era un passo avanti a tutti i suoi coetanei, tant'è che si credette utile mandarlo a studiare a Lucca gli studi classici  e poi successivamente a Pisa dove ottenne la laurea in utroque (n.d.r: laurea che veniva conferita nelle prime università europee che indica i dottori laureati in diritto civile e in diritto canonico). Per uno con le sue capacità intellettive all'epoca una delle poche strade percorribili era dedicarsi al sacerdozio e così vocazione fu. Infatti fu una mirabolante escalation la sua, salì in maniera veloce tutti i gradini ecclesiastici, fino a sfiorare alla morte di Papa Paolo V, nel 1621, l'elezione a Sommo Pontefice. Ma andiamo per gradi
Pietro Campori
e cerchiamo di raccontare in maniera piuttosto breve come andarono le cose. Pietro giunto a Roma assunse una posizione influente nella potentissima famiglia Borghese, che già al soglio pontificio aveva un proprio componente, Paolo V (al secolo Camillo Borghese).Alla corte dei Borghese, il Campori assunse in un primo tempo la segreteria personale del cardinal 
Scipione Borghese, poi divenne  maggiordomo e con tale qualifica non solo ebbe conoscenza di tutti gli affari dei Borghese, ma addirittura assunse la gestione dei loro traffici. Era diventato il personaggio più importante di tutto l'entourage della famiglia. Le onorificenze per Pietro Campori si sprecavano, compreso il giorno in cui Papa Paolo V, il 19 settembre 1616, lo elevò alla porpora cardinalizia (si riferisce di ricchi omaggi al nuovo cardinale da Modena, Castelnuovo e Lucca).Arrivò poi il giorno (28 gennaio 1621) che Paolo V morì e qui si aprì una lotta fra famiglie per portare Papa un proprio rappresentante. Già il defunto Papa aveva fatto capire che il Campori doveva (e sottolineo doveva) essere eletto Papa, addirittura si credette che inizialmente il cardinale garfagnino avesse forze sufficienti per essere eletto per adorazione (n.d.r: senza votazioni) ma l'altrettanto influente famiglia Orsini mise il bastone fra le ruote. Il cardinale Orsini procedette energicamente a radunare un partito per l'esclusione di Campori, poteva contare su alcuni cardinali importanti e sull'appoggio dei rappresentanti di Francia e Venezia. Mentre Pietro poteva contare sugli ambasciatori di Spagna e Toscana. La cosa poi degenerò, si rincorsero voci gravissime contro il Campori che lo dipingevano uomo indegno, macchiato di gravi peccati giovanili e si disse addirittura che avrebbe comprato i voti dei cardinali d'Este, dandogli in cambio, una volta Papa, la restituzione del ducato di Ferrara. Comunque sia alla chiusura della porta del conclave la situazione era totalmente incerta. Per soli tre voti Pietro Campori non diventò Papa e così solo dopo un giorno di conclave Alessandro Ludovisi con il nome di Gregorio XV salì sulla cattedra di Pietro con buona pace di tutti. Ci furono poi quei prelati che dedicarono la loro carriera ecclesiale non alla scalata al potere, ma bensì all'intelletto e alla cultura, Don Domenico Pacchi ne è il classico esempio. Nacque a Villa Collemandina il 16 dicembre 1733. Rimasto da bambino orfano di padre, fu affidato alle cure dello zio Michelangelo Pacchi parroco a Molazzana, sotto la sua ala protettrice lo zio insegnò al piccolo il latino (a otto anni lo scriveva già correttamente). Insomma il piccolo Domenico era dotato di
un'intelligenza acutissima, tant'è che dapprima (a soli 15 anni) fu mandato a Firenze per approfondire gli studi e poi a Bologna dove si perfezionò in teologia e in filosofia. A 24 anni era già di ritorno in Garfagnana, venne ordinato sacerdote nel duomo di Castelnuovo. Numerose le opere da lui scritte fra tutte rimarrà la più famosa: "Ricerche historiche sulla provincia di Garfagnana", pietra miliare per chiunque s'interessi di storia locale. L'ultima sua ultima opera delle già 600 scritte la pubblicò ormai ottantanovenne. Mori a 92 anni nel 1825. E, se così come abbiamo letto, il Pacchi eccelleva nella scrittura, Monsignor Bartolomeo Grassi spiccava nella musica. Bartolomeo nacque nel 1846 alla Villetta (San Romano) i titoli a lui conferiti nel corso della sua carriera ecclesiale furono molteplici: Cameriere d'Onore di Sua Santità, Canonico di Santa Maria Maggiore ad Martyires, socio dell'Accademia Pontificia dei nuovi lincei, ablegato apostolico del cardinale Place arcivescovo di Rennes, decorato della Legion d'Onore in Francia e dell'Ordine di Leopoldo del Belgio. Ma la sua vera passione era la musica, anche questa passione venne nobilitata da altrettanti riconoscimenti, conquistando nel 1881 il Gran Premio di Milano, nel 1885 ad Anversa durante l'esposizione universale gli venne conferita la massima riconoscenza per l'insegnamento musicale. Ma il fiore all'occhiello fu una sua invenzione di una nuova tastiera cromatica e di un nuovo sistema di scrittura degli spartiti. Morì nel 1904 a soli 58 anni in un drammatico incidente durante i lavori di restauro della chiesa della Villetta. C'è anche chi fu amico di poeti, e che poeti! Di lui scrisse Giovanni Pascoli: "Mi ha scritto monsignor Sarti, dicendomi che, quando morirò, Gesù mi verrà incontro a braccia aperte". Andrea Sarti vescovo di Guastalla nacque a Rontano e morì durante la prima guerra mondiale. Molte persone invece si ricorderanno ancora del Cardinal Paolo Bertoli, nato a Poggio di Garfagnana nel 1908, l'alto prelato fu un vero giramondo, un vero e proprio globe trotters della chiesa cattolica. A ventitrè anni fu ordinato sacerdote e tre anni dopo lo troviamo già segretario della Nunziatura apostolica di Belgrado. Sarà l'inizio di un lungo peregrinare per tutti i paesi del mondo. Nel 1942 arrivò a Parigi dove strinse importanti conoscenze, alcuni anni dopo trovò incarico come addetto agli Affari Esteri ad Haiti, poi messaggero di Pace in Svizzera. Nel 1952
Cardinale 
Paolo Bertoli
 delegato pontificio in Turchia, l'anno seguente si insediò in Colombia per seguire da vicino lo sviluppo religioso della nazione. Lì rimase sei anni, lo ritroviamo nel 1959 in Libia come Nunzio Apostolico, dopodichè gli fu conferita la prestigiosa Nunziatura di Parigi. Il 1969 fu l'anno della nomina a cardinale, concessa da Paolo VI, successivamente fu investito del mandato di Prefetto della Congregazione dei Santi e Camerlengo di Santa Romana Chiesa. Alla morte di Paolo VI si parlò anche di una sua probabile elezione a Sommo Pontefice. Morì a 93 anni nel 2001. Per ultimo ecco Don Antonio Fiorani, il classico prete di campagna, portato d'esempio per tutti quei sacerdoti che rinunciarono a qualsiasi carriera per rimanere legati alla propria terra e alla propria gente. Antonio Fiorani nacque a Casatico nel 1876, poeta, commediografo, un personaggio celebre, le cui opere hanno interessato i maggiori intellettuali e critici nazionali. Nato da genitori contadini fu ordinato sacerdote agli inizi del secolo e inviato a Vergemoli dove rimase per per ben 40 anni. La sua fu una sorta di missione in quel piccolo paese che era privo di conoscenza delle più elementari cognizioni di cultura, dovute in buona parte all'isolamento geografico. Negli anni successivi fu chiamato come insegnante di latino e italiano nel seminario di Castelnuovo, rifiutò di trasferirsi in sede preferendo compiere per tre volte alla settimana, per ben 19 anni, una ventina di chilometri a piedi pur di rimanere a Vergemoli. Il destino lasciò un segno indelebile nella storia del piccolo borgo: Don Antonio arrivò nel paese il 17 giugno 1900 e lì vi morì il 17 giugno 1940. L'articolo poi potrebbe continuare ancora, molti altri preti locali lasciarono il segno del loro passaggio e non esiste un paese in Garfagnana che qualcuno non ricordi il prete di una volta...

Bibliografia

  • "Profili di uomini illustri della Valle del Serchio e della Garfagnana" di Giulio Simonini, Comunità Montana della Garfagnan, Banca dell'Identità e della Memoria, anno 2009   

mercoledì 29 settembre 2021

Quando in Garfagnana il funerale misurava la scala sociale...

I sociologi la chiamano "stratificazione sociale", questa brutto e
specialistico termine indica semplicemente la cosiddetta "scala sociale" che non è altro, sempre parlando in termini tecnici, lo strato sociale calcolato in base alla ricchezza, al potere e al prestigio dell'individuo. Le classi sociali sono sempre esistite, ma man mano 
che la società si dirigeva verso un'era consumistica queste due parole assunsero il segno visibile della condizione economico sociale di una persona. Vance Packard nel suo libro del 1955 "The status seekers" (n.d.r: i cercatori di status)sottolineava questo fatto e aggiungeva che il possedere alcuni oggetti metteva in risalto l'appartenenza ad un determinato gradino di questa scala sociale. Ecco allora nascere i famosi "Status symbol" e se negli anni '60 lo "status symbol" era avere una televisione in casa, nei decenni a venire le cose cambiarono; negli anni '70 per le signore la pelliccia era una vera e propria icona, negli anni'80 imperava la moda e le scarpe della Timberland erano un "must", negli anni '90 i celeberrimi orologi della Swatch erano al polso di tantissime persone, arrivò poi l'era del telefonino e degli attuali smartphone della Apple che sono l'emblema dei nostri anni. Ma una volta esistevano questi marcatori di scala sociale? Direi che le esigenze erano altre, veri e propri oggetti di culto non esistevano, le condizioni economiche erano misere soprattutto in Garfagnana, dove il pensiero principale per molti era quello di mettere un tozzo di pane sul tavolo, se si vuole  solo le signore altolocate del tempo si potevano permettere qualche sfizio legato alle mode dei primi anni del 1900, forse un capellino particolare da sfoggiare per le feste paesane, un vestito fatto con stoffa pregiata comprata a Lucca, poco altro comunque... In barba però a qualsiasi condizione sociale che uno avesse esisteva un evento in cui tutti volevano fare bella figura e in cui si cercava di dare il meglio delle proprie tasche:... il funerale di un congiunto. Il funerale era bene o male un vero e proprio momento di aggregazione, uno dei pochi direi, quindi non bisogna mostrarsi troppo restii davanti alla gente... Detto ciò vi potete immaginare cosa implicava un rito funebre.
Fin 
dalle prime ore di lutto, nella piccola vita di un paese garfagnino anche il dolore era motivo di condivisione. Quando la gente ancora moriva in casa, la morte non era una livella (come diceva Totò nella sua celebre poesia) e anche se al tempo l'espressione non esisteva la morte diventava un vero e proprio misuratore di scala sociale. Usi e consuetudini scandivano i riti funebri marcando le differenze fin dalle prime ore di lutto. “Il marchese” e “o scupatore”, del grande Totò, non sono personaggi nati per caso. Nei nostri paesi il lutto era un evento abbastanza condiviso. Più che dal passaparola o dai manifesti funebri, l’annuncio veniva dato da un drappo nero. Adornava il portoncino d’ingresso e scendeva sui due lati. Era il primo triste messaggio di lutto alla comunità. Di norma quel lembo di stoffa era semplice e sventolante ma poteva essere anche drappeggiato, fermato con cordoncini e nappe dorate. E non era solo un problema di spesa. All’apparire del drappo, partiva il passaparola e iniziava il silenzioso via vai di gente per rendere omaggio al defunto. Del lutto era partecipe la comunità e la porta di casa rimaneva accostata. Era inimmaginabile che qualcuno della
famiglia, più che al dolore, dovesse pensare ad aprire e chiudere porte. 
Le tende alle finestre e ai balconi restavano chiuse per lasciare la casa in penombra. La luce e il sole sono segni di vita, incompatibili lì dove una vita si era appena spenta. La scelta della stanza funebre coincideva in genere con la camera da letto, illuminata da qualche fioca abat-jour e dalle fiammelle fumose e tremolanti delle candele accanto al letto. Gli specchi venivano coperti con teli neri, come si usava fare da generazioni anche se nessuno sapeva perché. Di certo evitavano lugubri riflessi o vanitose distrazioni. Quando si prevedeva che un gran numero di persone avrebbe reso omaggio alla salma, si sceglieva la camera più grande della casa e, scostati i mobili, la si faceva addobbare con paramenti, tappeti, coperte broccate e candelabri dorati. L’aria si saturava presto col profumo dei fiori e della cera ardente. Il religioso silenzio ero rotto solo dal pianto dei familiari e dalla nenia delle donnine in nero che recitavano il rosario sottovoce, scorrendo fra le dita i grani del rosario. L’arrivo delle suore era segno di rispetto per famiglie molto religiose o molto benefattrici. In qualche casa appariva il registro dei visitatori, destinato alla firma o a qualche affettuoso ricordo. Era il segno che distingueva i defunti più in vista. Nato per inviare i ringraziamenti agli intervenuti senza dimenticare nessuno, in realtà era utile per vedere non solo i presenti ma anche gli assenti. Prima che fosse sostituito da apposite automobili furgonate, il carro funebre, seguito da parenti ed amici a piedi, era davvero un carro in legno, imponente, con cocchiere e cavalli e
quello era il vero segno visivo di appartenenza ad una determinata classe sociale. Il numero dei cavalli variava a seconda del livello del funerale, di prima, seconda o terza classe. Variava anche la spesa (nel 1893 un funerale di Ia classe poteva costare anche 100 lire !!!) e in base a ciò cambiava naturalmente la sontuosità della carrozza e il numero dei cavalli. La carrozza di prima classe, scelta per prestigio e massima visibilità, era arricchita da colonnine, capitelli dorati e ganci per i cuscini di fiori. Aveva il cocchiere, con la livrea nera piena di bottoni dorati, e i cavalli, due o quattro, bardati con finimenti di lusso. Nel funerale di II, quello forse più accessibile a tutti, gli addobbi erano meno sontuosi, i cavalli (due e non di più) erano parzialmente bardati a lutto e con altri finimenti rispetto ai funerali più lussuosi, i pennacchi neri sulla carrozza erano solamente due e il cocchiere per il funerale di seconda era vestito semplicemente di nero. Per quello di terza classe non erano previsti
addobbi, i cavalli erano sempre due e 
tutto era al quanto spartano e semplice. Rimane il fatto che questi cavalli procedevano con andatura lenta e solenne e, nel silenzio della strada, si sentiva solo la preghiera del sacerdote e il tonfo e ritonfo degli zoccoli che risuonavano sul selciato. Il corteo era preceduto dalla sfilata delle corone. La quantità di corone era proporzionale all’importanza del defunto o al cordoglio della comunità per la sua scomparsa. Erano portate a mano, una dietro l’altra, da amici e volontari. A volte, per qualche funerale eccellente, partecipava anche la banda musicale, che si collocava in genere davanti al carro. I musicanti in divisa procedevano inquadrati, assorti nei loro pensieri. A un segno del capobanda approntavano gli strumenti e partivano struggenti marce funebri. Usi, costumi e tradizioni di un passato lontano quando la vita nella piccola comunità garfagnina di paese significava condividere gioie e dolori. L'unica certezza per tutti era che il misterioso viaggio per l’aldilà era sicuramente in classe unica e così diventa più vera l’amara saggezza di Totò: 

"Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo,

trasenno stu canciello ha fatt'o punto

c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme:

tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,

suppuorteme vicino-che te 'mporta?

Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:

nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"

"Un re, un magistrato, un grande uomo quando passano questo cancello hanno perso tutto, la vita e anche il nome, tu a questo non hai ancora pensato? Perciò stammi a sentire non essere restio, sopportami, che te ne importa? Queste pagliacciate le fanno solo i vivi, noi siamo seri... apparteniamo alla morte!"

mercoledì 22 settembre 2021

Com'era organizzato un comune garfagnino del 1461...

Nelle nostre piccole realtà di paesini e paesotti vari fatti da poche
anime, il comune, il sindaco e gli amministratori hanno da sempre fatto parte del nostro viver quotidiano. In Garfagnana non siamo certo nè a Milano nè a Roma e il sindaco lo possiamo incontrare (anche) al bar ed esporgli i nostri eventuali problemi senza nemmeno (in alcuni casi) passare per il suo ufficio e così tanto vale per gli altri componenti del consiglio. Questa infatti, dalle nostre parti, è un modo di fare molto diffuso da tempo immemore e tutti (più o meno) sappiamo anche come funziona un'amministrazione comunale, ogni quanto viene eletto un sindaco, cos'è una giunta comunale, cos'è un consiglio comunale e via dicendo. Sappiamo tutte queste cose proprio perchè il comune è l'ente locale a noi più vicino, quello che più ci rappresenta territorialmente e perchè frutto di un elezione diretta. Ma non sempre è stato così. Ad esempio in età napoleonica fu introdotto in Italia un sistema di organizzazione dei poteri di tipo piramidale. Il territorio era difatti ripartito in dipartimenti (la Garfagnana faceva parte di quello delle Alpi Apuane e poi andò a finire in quello del Panaro), in distretti e comuni. Al dipartimento era a capo un prefetto
(nominato dal ministro dell'interno), al distretto sovraintendeva un sotto prefetto e al comune era preposto un sindaco, scelto direttamente dal governo. Negli anni che passavano questo tipo di organizzazione amministrativa piacque, tant'è che dopo la caduta dell'imperatore francese, quando i vecchi ordinamenti monarchici ripresero il potere, tutto questo apparato fu  mantenuto. In età monarchica- sabauda la cosa cambiò, il sindaco inizialmente era nominato con Regio Decreto e doveva essere scelto fra i consiglieri comunali. Solo nel 1889 fu introdotta la sua elezione da parte del suddetto consiglio comunale(scelto tra i suoi membri); la durata del mandato era di quattro anni con possibilità di rielezione. A scompigliare le carte in tavola ci pensò Mussolini e infatti nel ventennio fascista fu introdotta la figura del podestà (l'equivalente del nostro sindaco), un'autorità cosiddetta "monocratica". Gli organi elettivi dei comuni furono soppressi e tutte le funzioni svolte in precedenza dal 
La divisa
di un
podestà
sindaco, dalla giunta comunale e dal consiglio comunale furono trasferite al podestà stesso, che era nominato direttamente dal governo. Il suo incarico durava cinque anni, poteva essere rimosso però in qualsiasi momento dal solo Prefetto, che eventualmente poteva anche riconfermargli la carica per altri cinque anni ancora. Con la caduta del fascismo e della monarchia il nuovo assetto repubblicano riesumò la presenza del sindaco. Il sindaco quindi veniva designato dal consiglio comunale regolarmente eletto dai cittadini. Con la legge del 25 marzo 1993, n°81 venne introdotta l'elezione diretta del sindaco, quella norma che ancora oggi è in vigore e che tutti conosciamo. Certo le cose erano ben diverse secoli e secoli fa e credo di far cosa gradita e a dir poco curiosa al mio lettore spiegando e illustrando la struttura amministrativa e le figure di un comune del 1461. Esisteva un sindaco? Com'era composto quello che oggi si direbbe un consiglio comunale?. Guardiamo allora com'era organizzato un comune garfagnino di 560 anni fa. Per chiarire ciò partiamo però da molto prima, ed esaminiamo in particolare quella che era la struttura amministrativa di Gallicano. Anno di Grazia 1342, la Garfagnana e la Valle del Serchio erano ormai da molto tempo terre di conquista per pisani, fiorentini, modenesi e chi più ne ha più ne metta. In quel preciso anno (il 4 luglio per l'esattezza), Lucca si arrese a Pisa, con questa resa la città della pantera si consegnò di fatto nelle mani dei suoi avversari: Pisa e Firenze. Nonostante ciò la guerra fra queste due città perdurò fino a che un bel giorno la pace sbocciò. Nel trattato di non belligeranza (fra le altre cose)fu sancito che anche i territori sotto l'influenza di Lucca  passassero sotto il dominio di Pisa. Gallicano quindi diventò pisana, in compenso, proprio per contrastare il dominio fiorentino di Barga, il paese nel 1343 venne nominato Vicaria, ossia, quello che in pratica oggi si direbbe un comune. Il territorio gallicanese era vastissimo e comprendeva:
Cardoso, Valico Sopra, Valico Sotto, Bolognana, Verni, Trassilico, Vergemoli, Calomini, Brucciano, Molazzana, Montaltissimo, Perpoli, Fiattone, Cascio, Riana, Treppignana e Lupinaia. Gli anni passavano e nelle seguenti e bellicose vicende storiche Gallicano tornerà sotto Lucca mantenendo comunque sia il titolo di Vicaria con a capo un vero proprio Vicario (ovvero l'odierno sindaco). Guardiamo però cos'era nello specifico una Vicaria. Nel 1460 il territorio di Lucca era diviso in Contado, tale Contado a sua volta era suddiviso in Vicarie. La Vicaria era un unità territoriale che, sotto il diretto controllo dell'autorità centrale (in questo caso Lucca), svolgeva un ruolo ispirato ad ampi principi di autonomia in materia di gestione amministrativa. A capo, come detto, c'era il Vicario che era delegato tale dal governo centrale, aveva l'onere dell'amministrazione della giustizia per la quale operava in linea immediata, senza alcun intervento di chicchessia. Dall'altro canto la gestione delle altre altre attività amministrative dovevano essere discusse ed approvate dai vari consigli interni. A Gallicano esisteva infatti un Parlamento Generale (una sorta di giunta comunale) che era legato direttamente alla persona del Vicario, il quale aveva la
facoltà di autorizzarne le convocazioni. A sua volta, al Parlamento Generale, spettava la nomina del Consiglio Generale
(una sorta di consiglio comunale). Questa nomina avveniva due volte, nei mesi di giugno e di dicembre di ogni anno, il Parlamento sceglieva così i sei uomini che avrebbero fatto parte del Consiglio Generale, a sua volta questi sei uomini insieme a due capitani e al Vicario stesso ne nominavano altri dieci (il cosiddetto Consiglio dei Dieci) che insieme ai sopracitati capitani avevano potere di "auctorità et potestà et jurisdittione". Il Consiglio Generale aveva poi capacità di procedere autonomamente all'assegnazione dei proventi del Comune, in collaborazione con i "Sindici". La convocazione del Consiglio Generale avveniva per "comandamento" del Vicario e dei Capitani a seguito del suono della campana e su richiesta del Messo. Le riunioni avevano validità purché fosse stata registrata la presenza di almeno tre quarti degli aventi diritto. Le votazioni avevano luogo a scrutinio segreto usando le fave o le pallottole, ed i consiglieri (fra cui non dovevano esistere particolari rapporti di parentela), al termine del loro mandato dovevano rimanere senza
Antica urna per votazioni
nessun'altro incarico per almeno un anno
Il Parlamento Generale era regolamentato con le medesime norme del Consiglio Generale. Vediamo però nel particolare le specifiche cariche che facevano parte di questi consigli e vediamo (dov'è possibile) di fare un parallelo con quelle attuali. Come già detto in precedenza la figura del Vicario era la figura principale, il sindaco odierno per capirsi, per importanza subito a ruota venivano i Capitani (in una sorta di sindaci aggiunti) i quali avevano una vera e propria funzione governativa, essi erano in due, rimanevano in carica tre mesi e si occupavano della gestione complessiva del comune: eseguivano deliberazioni consiliari, convocavano i vari consigli, imponevano condanne e si occupavano della riscossione delle imposte. La loro elezione era per mano del suddetto Consiglio dei Dieci che nel mese di dicembre di ogni anno provvedeva alla scelta degli otto nominativi al fine di coprire la necessità di tale carica per ogni trimestre a venire. L'elezione di questi avveniva in maniera a dir poco curiosa e singolare, infatti si procedeva a sorte fra i componenti del Parlamento Generale: "et scrivinsi li nomi lor in nelli brevi, cioè du nomi per cischedun breve et li ditti brevi si mettino in un sachetto o vero borsa apresso messer lo Vicario". I prescelti dovevano accettare, il rifiuto senza giusta causa  comportava la multa di un fiorino. Un'altra carica molto importante era quella dei "Sindici" che avevano una funzione piuttosto delicata e di notevole rilievo. Il loro compito basilare era quello di comparire davanti alle autorità (ai Signori Anziani del Governo di Lucca, al podestà della medesima città, al Vicario) e ogni qualvolta fossero stati chiamati: "et a risponder a ciascun giuramenti". La carica era svolta da due persone che venivano elette due volte l'anno (giugno e settembre).La delicatezza di questa funzione era tale che i Sindici concluso il loro semestre di attività non potevano essere rieletti alla solita funzione se non dopo un periodo di tre anni. Ruolo simile ma non uguale era quello degli "Imbasciatori", questo 
Ambasciatori
incarico aveva una breve durata nel tempo e difatti si protraeva giustappunto il tempo di due tre giorni, o per il periodo per svolgere la rappresentanza della Vicaria presso altre vicarie. Nonostante che il compito fosse di breve durata le persone che lo svolgevano avevano una posizione di un certo prestigio e venivano anch'esse scelte dai Capitani e dal Consiglio dei Dieci. Finito il suo mandato "l'imbasciatore" tornava ad essere un semplice cittadino. Quella che oggi invece si definisce la figura del segretario comunale, al tempo era ricoperta dal "Notaro", un funzionario di massimo rilievo che di fatto assisteva a tutte le attività della Comunità, da quelle legislative, a quelle di governo, da quelle amministrative per finire a quelle prettamente burocratiche. Differenza sostanziale con il l'incarico attuale è che al tempo il Notaro (per disposizione di legge) si spartiva gli introiti delle condanne imposte dallo Statuto con il Vicario, assegnando a lui un terzo delle medesime e trattenendo per sè i due
Il Notaro
terzi...  Qualora però si fosse comportato in maniera fraudolenta o indegna, al termine del suo mandato sarebbe incorso in una penale di dieci fiorini d'oro. Naturalmente non poteva mancare poi tutta la parte che riguardava la sicurezza di un comune, proprio per questo esistevano una serie infinita di guardie e guardiani vari, esattamente(più o meno) come oggi esistono i vigili urbani. C'erano allora le guardie adibite alla sorveglianza delle mura castellane. Fare la guardia era un obbligo per tutti gli abitanti maschi a partire dai quattordici anni d'età. Discorso diverso per i "Guardiani", essi erano tenuti:" ad andare alla guardia dello territorio dello Comune di Gallicano, et lo ditto territorio guardare et tutti così bestie come huomini o li quale trovasse a far danno denunsiare allo notaio et alli Capitani". C'era poi un altro guardiano, ossia il "Guardiano Forestieri", in pratica questo guardiano vigilava sugli altri guardiani, infatti questa figura era diciamo così un personaggio "super partes", poichè essendo "forestiero" non aveva rapporti di amicizia o di parentela con gli abitanti del borgo, poteva garantire così una maggiore severità nell'imposizione di multe o nella rilevazione di eventuali danni. Tutt'altro tipo di guardiano quello conosciuto come "Guardiano delli libri", tale personalità veniva scelta tra individui di buona fama e di buona condizione, aveva l'incarico di conservare "tutti li libri, scripture et tutte le ragioni et privilegi et lo sugello (n.d.r: il sigillo) del dicto Comune". Veniva perciò affidato a lui la custodia
di tutto l'archivio comunale, questo archivio poteva essere consultato solo chi avesse avuto espressa licenza dai Capitani. Altro carica importante era ricoperta "dall'Officiale sopra le vie, ponti et fonti", questa specie di assessorato ai lavori pubblici doveva provvedere alla manutenzione di tutte le infrastrutture presenti nel comune. Il ruolo era svolto da diverse persone che avevano il potere di incaricare qualsiasi cittadino per prestare opera e aiuto per ripristinare o aggiustare strade, ponti e qualsiasi altra cosa necessaria per mantenere il decoro urbano. Fra i cittadini inosservanti a tale chiamata si disponeva una multa salatissima. Concludendo possiamo dire che così era costituita la 
struttura amministrativa di Gallicano. Con alcune differenze tale organizzazione era molto simile negli altri comuni della Garfagnana. Rimaneva comunque il fatto che una sola regola (o meglio una legge) valeva per tutti i comuni della valle, difatti la durata di un mandato elettivo come si è potuto notare aveva una durata molto limitata nel tempo, al massimo un incarico poteva perdurare un anno, in molti casi alcuni mesi e in altri ancora
addirittura pochi giorni, tutto questo perchè si credeva che avere un ricambio frequente di persone in mansione pubbliche e in ruoli cosiddetti strategici evitasse accordi, vantaggi e favoritismi vari per se e verso gli altri. Insomma si cercava di sottrare le persone a quello che oggi è un malcostume dei più noti... l'attaccamento alla poltrona...


Bibliografia

  • Archivio storico Comune di Gallicano
  • Archivi Storici Comunali Italia


mercoledì 11 agosto 2021

Garfagnana (anche) terra di confino: dissidenti politici, ebrei e mafiosi...

Porto Ercole, Favignana, Ponza, Elba, Lipari, Pantelleria. Località
italiane stupende, di vacanza, di mare, divertimento e gioia. Oggi però! Durante gli anni del regime fascista furono luoghi di dolore e sofferenza. Furono infatti dei luoghi cosiddetti di "confino". Ma cos'era il confino? Con questa parola si definiva una misura di prevenzione prevista dall'ordinamento giuridico italiano durante il Regno d'Italia. Questa misura fu già introdotta in Italia fin dai primi anni della sua Unità. La legge Pica del 1863 la definiva "domicilio coatto". Successive modifiche (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 6 novembre 1926 n° 1848) la cambiarono profondamente trasformandola in "confino di polizia". Dopo la nascita della Repubblica tale legge fu dichiarata incostituzionale, introducendo però una misura simile: il 
"soggiorno obbligato". Naturalmente ognuna di queste modifiche di legge aveva le sue grandi differenze e se ai tempi del regime colpiva soprattutto dissidenti politici, oggi va a punire le associazioni mafiose e i soggetti pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza. Il "massimo splendore" di questa misura di prevenzione fu proprio durante il ventennio fascista, essa infatti mirava a inviare in soggiorno forzato in svariate località italiane tutte quelle persone ritenute socialmente pericolose. In questo caso il confino di epoca fascista si divideva in due tipologie: il confino comune, che colpiva omosessuali, prostitute e tutti quelli che erano nemici della morale pubblica. Esisteva poi il confino politico che
perseguitava tutti coloro che erano avversi e contrari al fascismo, fra questi "confinati" ricordiamo l'ex Presidente della Repubblica Pertini, Antonio Gramsci(fondatore del Partito Comunista Italiano)e gli scrittori Curzio Malaparte e Carlo Levi. Fattostà che la vita per questi malcapitati era tutt'altro che facile, seppur in libertà, nella maggior parte dei casi tutte queste persone venivano isolati dalla vita sociale, privati del loro lavoro, allontanati dalla famiglia e mandati nei posti più sperduti e isolati d'Italia. Si, perchè oltre ai ridenti e solatii luoghi sopra elencati esistevano posti ben più isolati che un isola e fra questi c'era anche la nostra Garfagnana. Pochi sanno che la valle in quel tremendo periodo e anche in tempi recentissimi è stata prima località per confinati politici e poi dopo soggiorno obbligato per esponenti mafiosi... Ma andiamo per gradi e cominciamo allora a raccontare questa storia. La Garfagnana, così come altri luoghi selezionati sulla terraferma secondo il pensiero del M.V.S.N (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale), era l'ideale per mandare al confino persone socialmente pericolose, era difatti un luogo "isolato", lontano dai confini di stato, lontano dalle principali strade di 
La Milizia Volontaria
collegamento, lontano dai grossi centri urbani, ideale poichè tale milizia riteneva la nostra valle "arretrata nelle condizioni di vita della popolazione e quindi non suscettibile da idee politiche fuorvianti e pericolose, impossibile quindi che ivi si possa covare dissenso politico e intellettuale". Da queste parti non capitarono mai quelli che diventeranno negli anni successivi esponenti politici di spicco, tanto meno vi giunsero personalità famose, ma è indubbio che nel corso di quei tremendi anni una ventina di confinati vi giunsero. I nomi non sono da me saputi, ma dai registri anagrafici comunali del tempo sono bene evidenziate le parole "confinato per motivo politico". Spesso anche gli stessi confinati non rivelavano il loro status, poichè il regime era riuscito a far considerare dalla gente malfattori comuni i confinati per ragioni politiche. Le regole da sottostare per questa povera gente erano dure, severe e rigide. Innanzitutto gli veniva elargita una misera diaria per il sostentamento, ma i Carabinieri dovevano ben vigilare ogni spostamento e guardare bene che non si ritrovassero in luoghi pubblici, per di più in ogni momento poteva capitare un'ispezione dell'alloggio e li veniva perfino vagliato quello che il confinato leggeva. La sua posta poi prima passava dalla censura dei Carabinieri, poi da quella della Milizia e poi (eventualmente)arrivava  nelle mani del destinatario e tutto questo sarebbe continuato per tutta la durata della pena, che poteva variare dal minimo di uno, al massimo di cinque anni (rinnovabili) e a parte casi eccezionali, la popolazione locale non ebbe rapporti di conoscenza con i confinati stessi e, il più delle volte non era nelle condizioni di poterne neppure conoscere l'identità. Caso diverso fu quando nella seconda metà del 1941 a Castelnuovo Garfagnana furono inviati 
dai vertici del Reich tedesco al confino coatto circa settanta ebrei. Uomini, donne e bambini provenienti dalle nazioni dell'Europa Centrale (Austria, Polonia e Ungheria) cacciati dalle 
Una famiglia ebrea di Castelnuovo
loro case e destinati in tutti quei Paesi alleati o occupati dai nazisti. I tedeschi chiamarono questa operazione "Vertrieb", ovvero "la ripartizione". Furono dapprima alloggiati in albergo(Il Globo, il Vittoria e L'Aquila d'Oro), poi si stabilirono presso case di privati che affittavano a loro una o due stanze, altri ancora trovarono sistemazione presso i locali della Fortezza di Mont'Alfonso, altre famiglie erano sparse per Torrite, Via Marconi, Via Farini e altre strade ancora. Nel loro regime d'internamento libero ben presto fraternizzarono con i castelnuovesi che si daranno da fare per aiutarli, così come la stessa Amministrazione Comunale 
cercò in qualche maniera di essere comprensiva, nonostante le restrizioni e i divieti. Si formarono anche amicizie e relazioni e di nascosto (malgrado fosse assolutamente divieto per loro lavorare) qualche ebreo trovò impiego come fotografo, barbiere, sarto, meccanico e disegnatore. Questa povera gente passò 28 mesi nella cittadina garfagnina e ben presto si capì il perchè le autorità tedesche avevano permesso tutta questa fratellanza fra ebrei e popolazione locale. Il 4 dicembre 1943 arrivò l'ordine del OberKommando der Wermatch (il comando supremo delle forze armate tedesche), parlava chiaro: tutti gli ebrei residenti a Castelnuovo il mattino seguente
si dovevano riunire presso la caserma dei Carabinieri locale, destinazione campo di concentramento di Bagni di Lucca e poi trasferimento ad Auschwitz... Passarono poi gli anni, i regimi totalitari scomparvero e il confino di memoria fascista decadde e fu sostituito in età repubblicana dal "soggiorno obbligato". 
Il soggiorno obbligato era un provvedimento giudiziario consistente (proprio come nel caso del confino) nell'obbligo di soggiornare in una località ristretta, stabilita dal tribunale, per un certo periodo di tempo sotto la vigilanza delle forze dell'ordine. Introdotto come misura cautelare dalla legge 31 maggio 1965, n. 575 soprattutto come misura di contrasto alla mafia in Italia, venne poi abolita per effetto del referendum abrogativo del 1995; nell'ordinamento attuale ci sono disposizioni simili, contenute in varie norme. Comunque sia a parte queste doverose sottigliezze di leggi e decreti rimane il fatto che questo "soggiorno obbligato" era mal digerito dai comuni che dovevano ospitare (come nella maggior parte dei casi) esponenti mafiosi di un certo rilievo, si pensava, e a mio modo di vedere a giusta ragione, che questo fenomeno portasse a una sorta "d'inquinamento" mafioso in una parte d'Italia che fino a quel punto era rimasta fuori da ogni giro malavitoso. Dall'altra parte i vertici della Polizia affermavano che questa misura sarebbe stata opportuna, sarebbe stato uno smacco per il malavitoso perchè: "tutti coloro che vengono inviati al confino ricevono un duro colpo per il loro prestigio" Dati alla mano una delle regioni più interessate da ciò era proprio la Toscana, che dal 1961 al 1972 aveva accolto 228 persone a soggiorno coatto, che rappresentavano oltre il 9% di tutti i soggiornati d'Italia. Le province di Palermo, Reggio Calabria e Trapani stavano saldamente in testa a questa classifica e in Garfagnana fra gli anni '70 e i primissimi anni'80, di questi criminali ce n'erano ben tre, residenti nei comuni di Castiglione, Piazza al Serchio e Minucciano, tutti provenienti dalla provincia di Reggio Calabria e tutti esponenti di un certo spessore della 'Ndrangheta.
Se si vuole forse non era poi questo gran numero, ma ben presto si capì il perchè... Il Ministero dell'Interno si accorse che non era il caso di inviare altri delinquenti nella Valle del Serchio... Già, ce n'erano anche troppi... Difatti la Garfagnana durante gli anni di piombo fu indifferentemente, sia per terroristi di destra che di sinistra, centro di addestramento alla guerriglia e all'uso delle armi. Fra il 1974 e il 1979 la magistratura evidenziò fra interrogatori e intercettazioni varie che proprio la nostra valle era uno dei maggiori centri d'addestramento per il terrorismo italiano, nonchè rifugio e terra di latitanza per i maggiori esponenti dell'eversione armata. 
Probabilmente i primi a ripararsi fra le impervie montagne garfagnine furono i gruppi neo fascisti che avevano alcuni esponenti di spicco proprio nella provincia di Lucca, per di più in Toscana operava la colonna armata legata a Mario Tuti. A queste indagini fra Garfagnana e terrorismo lavorò molto il Procuratore di Firenze Pierluigi Vigna. Capirete bene allora voi il motivo per cui in quegli anni non furono più inviati altri mafiosi in soggiorno obbligato in Garfagnana. Mafiosi (seppure sotto sorveglianza) e terroristi sotto lo stesso tetto potevano creare pericolose alleanze, traffici e chi
sa cosa altro
 ancora. Insomma, questo per dire che sotto i nostri occhi di garfagnini amanti della propria terra, dei suoi paesaggi e delle sue tradizioni, esisteva o esiste (?) un "mondo sommerso", un mondo fatto di misteri, di segreti e di eventi nascosti. Un mondo di cui spesso ignoriamo la sua esistenza.


Bibliografia

  • "La criminalità organizzata in Toscana. Storia, caratteristiche ed evoluzione" di Enzo Ciconte, dicembre 2009, Centro Stampa Giunta Regione Toscana
  • "La Garfagnana tra brigate rosse e gruppi neofascisti durante gli anni di piombo" di Andrea Giannasi da "Il Giornale della Garfagnana" 2 febbraio 2017 
  • "Andare per luoghi di confino" di Anna Foa, editore "Il Mulino" anno 2018
  • "Il confino: come si mettevano fuori gioco gli oppositori" best5.it