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mercoledì 27 gennaio 2021

Quando i cavatori garfagnini salvarono dalla distruzione lo splendore di Abu Simbel

L'Egitto, nella fantasia di ogni bambino rappresenta nell'immaginario
infantile la figura dell'esploratore e difficilmente possiamo dire il contrario visto che proprio quella terra è stata fonte di migliaia e migliaia di ritrovamenti e di scoperte archeologiche. Eppure, trovarsi di fronte al ritrovamento del tempio di Abu Simbel deve essere stata un'emozione unica, senza pari, superiore a qualsiasi sogno fanciullesco. Quel tempio fu eretto dodici secoli prima della venuta di Cristo sulla Terra e il faraone Ramses lo fece costruire per intimidire i nemici e per celebrare la sua vittoria nella battaglia di Qadesh. In effetti ancora oggi, vista la grandiosità e la magnificenza dell'opera, un po' di soggezione la mette ancora. Sulla facciata alta 33 metri e larga 38 spiccano le quattro statue di Ramses II, ognuna della quali è alta 20 metri e in ognuna il faraone indossa le corone dell'Alto e
Tempio di Nefertari
del Basso Egitto. Ai lati delle statue colossali ve ne sono altre più piccole, che rappresentano la madre Tula e la moglie Nefertari, mentre tra le gambe delle statue ce ne sono altre di alcuni dei suoi figli. Sopra le statue, proprio sul frontone del tempio ci sono altre 14 statue di babbuini che guardano verso est aspettando la nascita del sole per adorarlo, in origine  queste erano 22, quante erano le province dell'Alto Egitto. Insomma, possiamo dire senza ombra di dubbio che il complesso archeologico egiziano di Abu Simbel è uno dei più famosi e conosciuti al mondo, secondo solamente alle piramidi di Giza. Tuttavia quel 22 marzo 1813 quando l'esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt 
scoprì queste meraviglie, di quelle enormi statue spuntavano 
dalla terra solo le spalle: "Per un caso
Burckardt
fortunato mi allontanai di qualche passo verso sud e i miei occhi incontrarono la parte ancora visibile di quattro immense statue colossali, tagliate nella roccia alla distanza di circa duecento iarde dal tempio. Queste statue si trovano in un profondo avvallamento scavato nella collina
". Così lo studioso annotava ancora nel suo taccuino: "
Una delle statue ha ancora tutta la testa e una parte del petto e delle braccia fuori dalla sabbia. Di quella contigua non si vede quasi nulla, poiché il capo è rotto e il corpo è coperto di sabbia fin sopra le spalle. Delle altre due emergono solo le acconciature". Immaginatevi allora  l'entusiasmo per la scoperta. L'allegria e la gioia dell'esploratore svizzero era incontenibile, infatti furono informati i giornali di tutto il mondo e la fama di Burckhardt andò così alla stelle. Purtroppo questo entusiasmo durò poco e qualche mese dopo da quel mirabolante giorno tutto cadde un po' nel dimenticatoio. Fino al giorno in cui, alcuni anni dopo la scoperta, comparve sulla scena l'esploratore padovano Giovanni Belzoni, che rimase nella leggenda per aver riportato alla luce tutto il complesso di Abu Simbel. Le vicende ci narrano che Belzoni conobbe Burckhardt proprio in Egitto. Lo svizzero e l'italiano divennero amici e un bel giorno lo svizzero rivelò all'italiano di essersi imbattuto,
Giovanni Belzoni
risalendo il Nilo ai confini con la Nubia, nelle rovine di un tempio rupestre fronteggiato da quattro statue colossali e semisommerso dalla sabbia. Quei racconti stimolarono la curiosità di Belzoni e in seguito lo spinsero ad inoltrarsi nelle profondità nel paese, la sua intenzione era infatti quella di liberare il tempio di Ramses dalle migliaia di metri cubi di sabbia che lo circondavano. "Andammo al tempio di buon’ora, animati dall’idea di entrare finalmente nel sotterraneo che avevamo scoperto", scriverà Giovanni Battista Belzoni nel diario di viaggio. 
Dopo ventidue giorni di scavi, l'esploratore padovano sentiva che l’impresa era fatta e il mistero di Abu Simbel stava per essere svelato. Avevano spostato dieci metri di sabbia, lavorando col termometro che sfiorava i 50 gradi. La liberazione del tempio dalla sabbia avvenne il 1 agosto del 1817, fu un'impresa sensazionale. Difatti quella maledetta sabbia non bastava toglierla che quella ritornava. Belzoni aggirò l'ostacolo e con un colpo di genio gli venne l'idea di bagnare l'arenaria, innalzando al contempo palizzate di sostegno: "Togliere la sabbia ai lati perché potesse essere rimossa quella del centro". Fu così che quel giorno
Abu Simbel 1930
violarono il tempio maggiore, consegnando al mondo una vera e propria meraviglia. Trascorsero qualcosa come 142 anni da quel giorno e anche la Garfagnana entrò con Belzoni a far parte della storia del faraone Ramses e di Abu Simbel. Tutto cominciò nel 1959, quando il presidente egiziano Nasser diede il via alla costruzione della grande diga di Assuan, opera indispensabile per la modernizzazione del Paese. La costruzione della diga avrebbe comportato la creazione di un immenso lago a valle della diga (l'attuale lago Nasser), nel bel mezzo della regione storica della Nubia. Tale regione era disseminata di straordinari complessi faraonici di inestimabile valore storico e culturale, destinati però ad essere sommersi dalle acque del grande lago artificiale. Tra questi c'era anche l'immenso tempio di Abu Simbel. Cosa fare allora? Quale soluzione? L'otto marzo 1960 l'UNESCO per bocca del suo direttore generale Vittorino Veronese rivolse un appello a tutti i paesi del mondo perchè partecipassero a un'operazione d'emergenza: il salvataggio del patrimonio archeologico dell'Egitto che stava per essere sommerso dalla diga di Assuan. Una
La diga di Assuan
gara di solidarietà a cui il nostro governo (insieme a molti altri) aderì con estrema convinzione e generosità. Comunque sia rimaneva in molti la convinzione dell'impossibilità del salvataggio del ciclopico sito, era un'impresa quasi impossibile, considerando proprio le dimensioni e l'urgenza dell'operazione (l'inondazione era prevista per il 1966) e in più i dubbi degli ingegneri su quale procedimento eseguire per la salvezza di Abu Simbel erano molti. Nel 1963 si decise per la soluzione più improbabile e la più spettacolare, si decise 
che i templi sarebbero stati tagliati in più di mille blocchi, per essere trasferiti su un altopiano 65 metri più in alto e rimontati esattamente nella posizione originale. Nella pratica ciò significava rimuovere tonnellate di terra e trasportare centinaia di blocchi di pietra.
Lavori ad Abu Simbel
foto di Werner Emse
Era un’impresa senza precedenti e ancor oggi rappresenta 
una pietra miliare ineguagliabile nella storia dell’archeologia. Ecco allora entrare in scena la Garfagnana e la sua gente. Il governo italiano affidò gli stupefacenti lavori all'impresa lombarda "Impregilo", che si mise così a cercare manodopera in tutta Italia per il taglio dei blocchi di pietra. Fu così che gli ingegneri della ditta milanese si recarono anche in Garfagnana. A Gorfigliano esisteva il fior fiore degli intagliatori di marmo, furono reclutati così il meglio della specializzazione marmifera locale: Tonino Marchi e il figlio Carlo, Leandro Casotti, Ivano Paladini e Michele Ferri, tutti giovani ragazzi che avevano cominciato a lavorare il marmo fin da
ragazzetti, il Pisanino e la Tambura furono per loro una vera e propria palestra  d'esperienza, quell'esperienza che dovevano trasferire per salvare una delle più importanti opere dell'archeologia mondiale. Il loro compito sarebbe stato quello di tagliare, smontare, trasferire e riassemblare 1003 blocchi di pietra. Insieme a loro una poderosa squadra di altri cavatori di marmo, un nucleo decisivo di duemila persone fra tecnici e operai che dovevano riposizionare perfettamente il tempio, portandolo sessanta metri più in alto in perfetto allineamento solare, così com'era nella vecchia collocazione quando una lama di luce  all'alba di ogni 22 ottobre e 22 febbraio penetra nella profondità del tempio illuminando le statue divine. Al loro arrivo in Egitto gli operai garfagnini trovarono sul luogo di lavoro una vera e propria città abitata da tremila persone, costruita proprio per questa impresa, non mancava niente, negozi, bar, alloggi, mense e perfino una centrale elettrica. Il lavoro si doveva svolgere in quattro fasi e la prima di questi
foto di Georg Gerster 
 fasi era quella che impegnava gli operai di Gorfigliano. Gli uomini 
si dedicarono a rimuovere tonnellate di roccia attorno ai templi. Precedentemente era stata collocata al loro interno un’armatura d’acciaio per evitare frane, mentre le facciate furono ricoperte di sabbia per prevenire danni alle sculture. Quindi l’operazione più delicata: il taglio in blocchi degli ipogei. Si effettuarono delle sezioni di tre metri di altezza fino a cinque di lunghezza, con un peso di 20 tonnellate per pareti e soffitti e di 30 per la facciata. Il contratto stabiliva che i tagli dovessero essere di un 
foto di Georg Gerster
massimo di 6 millimetri, ma i marmisti si fecero un punto di orgoglio nel farli ancora più sottili, soprattutto negli elementi decorativi. Una volta tagliati, i blocchi venivano etichettati con un codice che ne indicava la posizione, venivano introdotti in contenitori di cemento rinforzato e trasferiti in un sito di deposito. I lavori durarono otto anni, dal 1960 fino a quel 22 settembre 1968, quando con una grande cerimonia si annunciò al mondo la rinascita dei magnifici complessi monumentali di Ramses II e di sua moglie Nefertari. L'Egitto nel ringraziare le ventidue nazioni che aderirono all'impresa decise che questi partecipanti avrebbero potuto conservare una parte dei pezzi rinvenuti negli scavi. Quattro Paesi ricevettero in omaggio perfino un tempio completo che fu inviato e smontato e poi ricostruito nel luogo di adozione, per questo che oggi a Torino troviamo il 
tempio di Ellesija, a New York quello di Dendur, a Leida quello di Tafa e a Madrid quello di Debod. Infine il governo egiziano dalla pagine de "Il Corriere della Sera" scrisse parole di ringraziamento
foto di John Keshishi
agli italiani, ricordando che: "
Era stato salvato il gioiello dei tesori della Nubia, il monumento più grandioso mai scolpito nella roccia, esaudendo in questo modo il sogno del faraone Ramses di rendere il suo tempio immortale", anche grazie, aggiungo io, agli operai garfagnini.


Bibliografia

  • "Il trasferimento del Tempio di Abu Simbel" di Ester Pons Mellado, "Storica- National Geographic", settembre 2020
  • "Cinque operai da Gorfigliano in Egitto per salvare i tesori della Valle dei Re", "La Nazione- Lucca" di Amilcare Paladini. Anno 1960

mercoledì 16 dicembre 2015

I "Natalecci" di Gorfigliano, una tradizione nata cent'anni prima di Cristo...

Gorfigliano
Non credo sinceramente che ci sia una tradizione più antica di questa in tutta la Garfagnana e sinceramente penso che sia fra le più vetuste di tutta Italia, le sue origini potrebbero risalire addirittura 100 anni prima(circa) della nascita di Cristo, ed è così che con questo probabile record che nella notte del 24 dicembre a Gorfigliano torneranno ad incendiarsi i famosi "Natalecci",le imponenti torri di ginepro alte oltre 15 metri costruite secondo un particolare rituale. Da appassionato di storia non ho che potuto studiare questa usanza che affonda le sue radici nella notte dei tempi. 
Il Nataleccio prima e dopo

Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d'Europa hanno usato accendere falò in particolari giorni dell'anno, il perchè di tutto questo si deve ricercare in riti pagani sviluppati nella nostra valle prevedibilmente dai Liguri Apuani, molto prima dello sviluppo del Cristianesimo.Questi riti del fuoco avevano due particolari funzioni: la prima serviva da purificazione, bisognava distruggere tutte le influenze negative personali,come streghe,mostri e demoni e anche quelle impersonali, come malattie,fatture e infezioni e quindi attraverso il fuoco, elemento purificatore per eccellenza si distruggevano simbolicamente tutti i dolori e i dispiaceri accumulati durante l'anno e si guardava con rinnovata fiducia al nuovo ciclo delle stagioni che stava per iniziare. La seconda funzione era quella di fare festa al sole,queste cerimonie avevano luogo nel
Nataleccio in fiamme
solstizio d'inverno (come oggi a Gorfigliano) quando le giornate piano piano si incominciavano a fare un po'più lunghe, ci si voleva così propiziare attraverso questi fuochi rituali la benevolenza del Dio Sole per assicurarsi la luce del giorno e il suo calore. Molti erano i segnali divinatori che il Dio pagano offriva ai suoi fedeli attraverso il fuoco: dall'intensità dei bagliori delle scintille,dalla direzione del fumo,dal crepitio della pianta di ginepro, si traevano presagi sui raccolti, sulle epidemie e sulle carestie,mentre i tizzoni raccolti il giorno dopo venivano conservati come preziosi amuleti.Da rito pagano a rito simil-cristiano il passo fu breve.Con l'affermazione del Cristianesimo da prima la chiesa cercò di scoraggiare e di proibire questa tradizione del fuoco, non solo in Garfagnana, ma in tutti quei luoghi dove perdurava questa
Papa Leone I
"il Papa anti Natalecci"
usanza e fu così che Papa Leone I nel sermone tenuto nel Natale del 460 così diceva:

"E' così tanto stimata questa religione del sole e del fuoco che alcuni cristiani prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell'astro incandescente. Siamo angosciati e ci addoloriamo per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni appartenenza di ossequio a questo culto degli dei".
Ma sappiamo come vanno le cose e come dice un vecchio e saggio proverbio: "Non c'è nemico oggi, che non possa diventare amico domani" e così la chiesa cristiana cominciò ad associare il sole all'immagine di Gesù, si sottolinearono le frasi del vangelo dove Cristo era paragonato al sole, come ad esempio:"Il suo volto somigliava al sole quando splende con tutta la sua forza" (Apocalisse di Giovanni), si adotterà il monogramma IHS inglobato in un sole fiammante, gli ostensori prenderanno la forma di un disco solare e così ancora si potrebbero fare molti e molti altri esempi.
L'ostensorio e il monogramma IHS
inglobati nel sole

A testimonianza di tutto questo ecco allora entrare in scena Gorfigliano con i suoi Natalecci. Se si domanda oggi a qualche abitante del posto (anche fra i più anziani) quando ha avuto inizio questa tradizione risponderà che non lo sa, perchè probabilmente il tutto ha origine da questi fatti lontanissimi che vi ho appena narrato.Questa cerimonia magicamente vive ancora li e con il passare dei secoli il significato che è stato assegnato a questo rito è stato cambiato per diventare poi quello di riscaldare Gesù Bambino per la sua venuta al mondo. Ma in cosa consistono i Natalecci? Il Nataleccio è una costruzione di forma cilindrica ottenuta conficcando in terra un tronco di legno che nel dialetto locale prende il nome di "tempia" e che può essere di castagno, faggio o cerro, attorno al quale viene "tessuta" una gran quantità di rami di ginepro.Prima di intraprendere la
Nataleccio in costruzione
costruzione però viene individuato un posto in alto rispetto al paese da essere ben visibile a tutti e dopodichè comincia il grande lavoro, dove giovani e meno giovani saranno impegnati assiduamente per mesi, sudando e soffrendo.Va raccolto il materiale e costruito il cilindro che di norma può superare anche i quindici metri di altezza per un diametro di tre-quattro metri. L'abilità sta nel rendere il più stabile possibile questa struttura affinché non cada e altrettanta bravura sta nella "tessitura" del ginepro che garantisce una fiamma duratura poichè la fiamma deve durare oltre venti minuti,alta,ben visibile e senza fumo. Questi erano i criteri secondo i quali veniva giudicato il falò vincitore.Si, perchè questa in passato era una competizione fra quartieri (al tempo erano sette),adesso
Nel cerchio blu è raffigurata
la differenza
fra uomo e Nataleccio
sono tre quelli che tengono ancora viva l'usanza: Bagno, Culiceto e Fanalo. Arriva finalmente così la sera del 24 dicembre e al suono dell'Ave Maria si ha l'accensione dei Natalecci, sempre salutata da scroscianti applausi,urla di gioia e grida beneauguranti che inneggiano al fuoco. Cessate poi le fiamme tutti corrono in piazza dove si commenta l'esito, anche fra vivaci polemiche e anche qualcosa di più...Suggestioni, sensazioni ed emozioni che solo la notte di Natale e la Garfagnana possono dare.

lunedì 30 giugno 2014

Racconti a "veglio": la strega di Gorfigliano che non voleva morire...

                           Quando calavano le ombre
della sera,dopo il suono "dell'ordinotte" (n.d.r: suono della campana "a tocco" che avvisava dell'approssimarsi delle tenebre) le persone si riunivano per "andare a veglio" a trascorrere qualche ora insieme ai vicini.In cucine spesso annerite dal fumo,accostati al calore del camino si parlava della giornata trascorsa ,degli ultimi avvenimenti importanti,si sgranocchiava qualche noce,si mangiavano le mondine e si buttava giù qualche "bicchierotto".Via via che il vino "riscaldava" le parole,emergevano proprio le paure,racconti di fatti strani,esseri misteriosi che avvicinavano fra loro le sedie e che facevano affrettare il passo sulla via del ritorno per casa.Queste storie venivano raccontate da narratori molto abili che ti facevano vivere la storia come un film.Questa storia che vado a raccontare è una di quelle.Queste storie era spesso tratte da fatti perlopiù accaduti realmente,ma che poi l'immaginazione popolare ingrandiva ed arricchiva come era di abitudine.Il racconto è basato su un fatto veramente accaduto di presunta stregoneria, dove una donna di Gorfigliano nel 1643 fu accusata di tale maleficio,ma poi deceduta per cause naturali prima che si svolgesse il processo "per malefizi con sortilegio ereticale"e da qui in poi fu un fiorire di leggende e supposizioni che per secoli hanno appassionato le veglie di mezza Garfagnana,e  infatti per i "vegliatori" i fatti si svolsero così: A Gorfigliano in fondo al paese,al "Calcinaio" viveva un tempo una vecchia che era ritenuta una strega.Già, perchè in tempi antichi se c'era una vecchia brutta alta e magra quella era una strega anche se non era.Comunque fosse vero o meno, si diceva che questa donna dava con molta facilità il malocchio,che andava alla processione degli streghi,e così via Quando giunse a morire inizio per la vecchia una lunghissima agonia, sembrava che spirasse da un momento all'altro,ma invece continuava a vivere,fissando con quegli occhi così strani la gente che le stava intorno.La vecchia cercava di stringere continuamente la mano a qualcuno dei presenti come se volesse salutare compiutamente prima di trapassare,tutti però in virtù della sua fama avevano paura e si guardavano bene dal toccarla:
"Mi raccomando nessuno le dia la mano! Senz'alro sta cercando di trasmettere a qualcuno prima di morire il suo spirito di stregoneria.Lasciatela stare vediamo cosa accade"
I giorni passavano ed anche i mesi ma la vecchia non moriva In tutti lo sbigottimento ed anche la paura  aumentavano,anche perchè la donna non beveva e non mangiava assolutamente niente e non si capiva come potesse vivere.Alla fine il prete decise di intervenire.Si fece accompagnare a casa dalla moribonda, che stava là stesa sul letto ormai uno scheletro ma con gli occhi sbarrati, accesi da una inquietante luce, ed il braccio teso .Il prete si fece dare una scopa e, reggendola da un capo la fece stringere alla vecchia dall'altra parte.La donna quasi
Gorfigliano
istantaneamente morì.Allora si accese il fuoco,ed il prete vi gettò la scopa che, tra lo stupore generale schizzò via dalla fiamme e gli tornò in mano.Così accadde anche al secondo tentativo.Infine quando il prete la gettò nel fuoco per la terza volta dalla scopa si sprigionò una fiamma bluastra ed in pochi attimi si consumò..

Questa è la storia della povera vecchia di Gorfigliano,la tipica storia,per le veglie garfagnine che la sua unica colpa era di essere brutta,magra ed alta...

venerdì 23 maggio 2014

Una leggenda struggente.La leggenda del Monte Pisanino,la vetta più alta delle Apuane

Il Pisanino con veduta dal Lago di Gramolazzo
Certe volte ci sono certe leggende che sembrano uscite da libri fantastici,da libri di poesie o di fiabe incantate, tanto che sono belle, romantiche, appassionanti e questa che vado a narrare a mio avviso  è tra le più belle in assoluto.Questa è la leggenda del Monte Pisanino, la vetta più elevata delle Apuane con i suoi 1946 metri.Nella sua parte lucchese si trova nel comune di Minucciano mentre l'altra metà la dividiamo con la provincia di Massa.Ma veniamo ai fatti.La leggenda parte dagli arbori del tempo.Ai tempi delle confederazioni etrusche (n.d.r:l'insieme di dodici città stato-etrusche che secondo tradizione costituirono in Etruria una potente alleanza economica, religiosa e politica) quando costantemente venivano insidiati i centri urbani più ricchi come Pisa ;in una di queste battaglie ormai Pisa era persa e il fuggi fuggi era generale,anche uno dei capi pisani,ormai perso,insieme a suo figlio si trovò costretto a fuggire verso nord.In una notte di un freddo dicembre si decise quindi di scappare.Padre e figlio si addentrarono nella silenziosa e buia campagna,nessun rumore,solo qualche fioco bagliore in lontananza,ma al guadare il fiume Serchio i guerrieri
tipico guerriero etrusco
di Lucumone (n.d.r:capo religioso e politico di ciascuna delle tribù facenti parte della confederazione etrusca) li sorpresero.Il padre fu ucciso dallo scoccare di una freccia mentre il figlio rimase ferito ma riuscì ugualmente a fuggire nei boschi.Passarono molti giorni e il giovane attraversò valli, boschi,paesi, montagne.Un giornò arrivò finalmente nel paese di Gorfigliano dove fu accolto nella capanna di un generoso pastore che viste le condizioni del ragazzo decise di farlo riposare e ritemprare facendogli infusi di erbe amare raccolte in montagna.Il buon pastore aveva una figlia che colpita dalla bellezza e dai modi gentili del giovane decise di prendersene cura.Il giovane non volle mai però dire il perchè fosse arrivato lassù ne tanto meno rivelò mai il suo nome, per questo venne chiamato il Pisanino.La giovinetta conosceva a perfezione l'arte medica e stette un intero inverno al capezzale del giovane ferito.Ma purtroppo il bel guerriero morì ! Padre e figlia distrutti dal dolore lo seppellirono in un prato, dove la ragazza si recava a piangere tutti i giorni che gli Dei mettesser
la vetta del monte
o in terra.Ogni lacrima con il passar del tempo si trasformava in pietra e poco a poco dove prima c'era un vasto prato si innalzò un impervia montagna ,la più alta di tutte le Apuane e che tutti chiamarono il Pisanino. Ancora oggi si dice che i cristalli che i cavatori trovano nel marmo sono le lacrime della ragazza.Tutto questo in ricordo di un giovane guerriero delle pianure pisane che è stato pianto abbastanza perchè se ne facesse un monte...