mercoledì 28 ottobre 2020

Quello che fu il "vero" coprifuoco: Garfagnana 1943

Maledetta pandemia!!! Oltre al fatto principale di aver prodotto

oltre un milione di morti ed aver fatto ammalare una cospicua fetta della popolazione mondiale, hai infettato, oltre che noi poveri mortali, anche la nostra bella lingua: l'italiano. Hai introdotto nelle nostre bocche delle strane parole anglofone che fino a pochi mesi fa non ne conoscevamo l'esistenza e ne tanto meno il significato. Al posto della parola "chiusura" c'hai imposto quella strana parola: "lockdown". Il lavoro da casa si è invece trasformato in "smart working", le goccioline di saliva si sono trasfigurate nella parola "droplet" e qualcuno, non contento dello scempio linguistico in atto ha voluto deformare anche il "nobil parlare", trasformando la parola latina "virus" in un terrifico anglicismo che nel parlato comune l'ha portata a mutarsi nel termine "vairus"... Tale deturpamento lessicale non finisce però qui. Infatti come spesso accade (anche e soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria) usiamo determinate parole (stavolta italianissime) dandogli un significato non proprio consono al reale
contenuto della parola stessa. Il riferimento non è puramente casuale ed è attinente al termine più in voga in questa stagione autunno-inverno 2020, il vocabolo in questione è..:"coprifuoco". A certe parole, oltre che dargli il giusto significato, bisogna portargli il giusto rispetto, e noi, in Garfagnana, sappiamo bene cosa voleva dire "coprifuoco". Se si vuole capisco pure i signori politici, che questa parola incute paura e sgomento e lo sgomento di conseguenza porta al rispetto delle regole, però il riguardo a chi il vero coprifuoco l'ha patito sulla propria pelle direi che è a dir poco doveroso. La seconda guerra mondiale nella valle ha lasciato segni indelebili e seppur nel rispetto dell'attuale pericolo che stiamo correndo non è paragonabile a quello che per lunghi cinque anni accadde ai nostri nonni. Rimanere adesso chiusi in casa è un gioco da ragazzi: televisione, play station, termosifoni "a palla"... ma un coprifuoco in Garfagnana nel 1943 non era questo... Adesso vi spiego quello che succedeva...poi ditemi voi se è la solita cosa...

Prima di andare al nocciolo della questione è giusto però chiarire la genesi di questo termine, che non è figlia di quel tremendo periodico bellico, ma la sua nascita avvenne molto, ma molto tempo prima. Fu Guglielmo il Conquistatore, il primo re inglese che nel 1068 impose  lo spegnimento di tutti i fuochi del regno dopo il rintocco delle campane delle otto di sera. La maniera più usuale di smorzare queste fiamme era quella di "coprire il fuoco" con della cenere e il motivo ufficiale di ciò fu quello di prevenire ogni tipo d'incendio causale. Al tempo stesso però, non essendoci più luce nelle strade, costrinse i cittadini a rimanere chiusi in casa, vista la palese difficoltà che poteva esserci a camminare nel buio. Il termine fu "riesumato" e poi riutilizzato nuovamente (e stavolta con cognizione di causa) anche nella seconda guerra mondiale.

Era la mattina del 26 luglio 1943, il risveglio per gli italiani fu brusco e confuso. Il giorno prima era caduto il fascismo, lo stesso Mussolini era stato arrestato. La confusione e il subbuglio regnava in tutto il Paese. A riportare l'ordine, lo stesso giorno, fu un brevissimo comunicato stampa di sole due righe: "Il ministro Badoglio, succeduto a Mussolini ha indetto per l'Italia lo stato d'assedio con la legge del coprifuoco. In tutte le città viene creato il Commissariato Militare". Pertanto dalle otto di sera alle sei del mattino, tutti dovevano rimanere in casa e come se non bastasse, così come sottolineava il comunicato del Maresciallo Badoglio, vigeva anche lo stato d'assedio. Per quelli che non sapevano cosa fosse o come comportarsi dissipò ogni dubbio la circolare Roatta (Capo di Stato Maggiore): "Muovendo contro gruppi d'individui che perturbino ordine et non si attengono a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato dai reparti in posizione contro gruppi di individui avanzati. Non è ammesso tiro nell'aria, si tira sempre a colpire come in combattimento. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione. I caporioni e gli istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se colti sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario"... Alla faccia di qualsiasi d.p.c.m !!! Per farla breve i militari avevano l'ordine di sparare a chiunque fosse sorpreso nell'atto di violare il coprifuoco. Contestualmente furono vietati gli assembramenti di varia natura, inclusi gli spettacoli teatrali. Tutte queste prudenze e precauzioni erano messe in atto allo scopo di fronteggiare una temuta sollevazione dei fascisti. Ma in Garfagnana delle sollevazioni e degli spettacoli teatrali in tutta sincerità non importava un baffo, quello che ai

garfagnini importava era il lavoro nei campi, quel lavoro che poi avrebbe portato il pane in tavola, per cui quello che non tornava ai nostri nonni di questo coprifuoco era l'orario. Si, perchè cominciare a lavorare alle sei del mattino per buona parte dei contadini voleva dire ritardare su tutte quelle mansioni quotidiane che servivano al buon andamento dell'attività. Ad esempio gli animali si dovevano accudire ben prima delle sei del mattino, bisognava poi pulire la stalla, preparare il fieno, dargli da mangiare, mungerli e preparare gli attrezzi per affrontare il duro lavoro nei campi che cominciava proprio quando iniziava a fare giorno, per di più eravamo anche in estate e ogni ora di luce in più  era preziosissima. Fortuna volle che buona parte di discrezionalità sugli orari il governo centrale la affidò ai prefetti, era chiaro che le esigenze della popolazione variavano in base al luogo in cui si abitava, in città si poteva anche rispettare l'orario imposto dal governo, ma in Garfagnana sicuramente no. Perciò il commissario prefettizio di Lucca


Martinelli, decise (in maniera anche piuttosto tardiva)di accogliere le rimostranze dei sindaci garfagnini, portando l'orario di fine coprifuoco alle 4 del mattino, nell'ordinanza veniva comunque ribadita una norma fondamentale e a dir poco basilare...: "Sarà 
fucilato senza preavviso chiunque si trovi a transitare durante le predette ore". Ma questa non era l'unica paura per i garfagnini. Come ben si sa nella nostra bella valle proprio in quel periodo si attestò per lunghissimi mesi il fronte (Linea Gotica), gli alleati da una parte e i tedeschi dall'altra, eravamo quindi in piena zona di guerra e i bombardamenti se non erano all'ordine del giorno poco ci mancava e fu proprio per ovviare a questo pericolo che ai garfagnini (e agli italiani) capitò fra capo e collo una nuova ed urgente norma: l'oscuramento. Nelle ore notturne qualsiasi fonte di luce non doveva essere accesa in nessuna casa, bisognava "stompare" (chiudere in dialetto garfagnino) ogni porta e ogni finestra per evitare così di far uscire il benchè minimo filo di luce, facendo in questo modo s'impediva di essere bersaglio per eventuali aerei nemici che giravano la notte. Insomma, tanto per rendere  chiaro il quadro della situazione bisognava essere in casa alle otto di sera, al buio e poi anche al freddo (i termosifoni ancora non esistevano...), eventuali trasgressori sarebbero stati immediatamente passati per le armi. Questo se lo ricordava bene la Beppa di Gallicano, quando la notte si alzava per andare in bagno alla luce di una flebile fiamma di una consumata candela. Il ricordo del Mario di Castelnuovo è invece un altro e la memoria va a quelle notti insonni insieme al suo babbo, quando facevano a turno per dormire,
pronti a scappare e a svegliare tutta la famiglia in caso di attacco aereo. Era quella infatti l'unica eccezione che si poteva fare alla regola del coprifuoco, solo in occasione di un bombardamento si poteva fuggire di casa per arrivare a ripararsi alla più vicina cantina o al prossimo rifugio anti aereo. Non mancava nemmeno, chi come al solito, approfittava della situazione, rischiando veramente come non mai la propria pelle, difatti il buio totale e l'assenza dalle strade di persone e mezzi faceva si che coraggiosissimi ladruncoli entrassero a rubare nei negozi di alimentari. D'altronde le lontane memorie degli anziani garfagnini ricordano di altre persone che sfidavano la dura legge del coprifuoco, erano le loro mamme, che come topi uscivano di casa, svicolando da un cortile ad un altro e da un portone ad un altro ancora, quell'affannosa corsa "solo" per recapitare qualcosa di urgente o di necessario ad un vicino bisognoso. Tutto ciò andò avanti ancora fino al 1944. Più di un anno durò il coprifuoco. Nel corso di quel tempo anche il governo di Badoglio modificò più volte gli orari di inizio e fine, poi finalmente qualcuno capì che prolungando ancora questa disgraziata regola si rischiava di far morire 
sotto i bombardamenti centinaia di persone, così terminò e i garfagnini poterono allontanarsi dal pericolo, cominciando di fatto una nuova esperienza: lo sfollamento.

In conclusione, non rimane che ricordare a chi usa le parole a vanvera, cosa si nasconde dietro ad un singolo vocabolo. Ogni termine ha il suo peso, il suo specifico significato e soprattutto la sua storia. Il sociologo francese Gustave Le Bon rammentava ai suoi alunni:" Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per le parole di cui non hanno mai compreso il significato..." . 

 

Bibliografia

  • "Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile" di Gian Franco Venè. Mondadori Editore
  • Testimonianze dirette da me raccolte 

mercoledì 21 ottobre 2020

Tre famosi condottieri romani che lasciarono il segno in Garfagnana...

Condottieri, comandanti e valorosi guerrieri, erano loro i veri eroi,

gli idoli incontrastati, nonchè le autentiche leggende viventi nell'antica Roma. Oggi questi idoli ne abbiamo sparsi un po' in tutti i campi dello spettacolo: sport, cinema, musica... Un colpo di tacco di Cristiano Ronaldo non manca di mandare in visibilio uno stadio intero. A Roma 2000 anni fa lo stesso effetto lo faceva il gladiatore più famoso di tutti: Spartacus, un fendente della sua spada generava un'esplosione d'entusiasmo in tutto il Colosseo e se nei cosiddetti "peplum" il famoso attore di turno si beatifica delle sue artificiali vittorie passando sotto un posticcio arco di trionfo, al tempo Scipione l'Africano in barba a qualsiasi finzione cinematografica, non recitava, lui attraversava veramente questi possenti archi, fra la folla stipata che lo acclamava come un vero e proprio Dio. D'altronde al tempo la popolarità si misurava in base alle terre conquistate, più conquiste si facevano più notorietà si acquisiva e più notorietà si acquisiva più potere si otteneva. Di questi condottieri bramosi di potere e di fama, alcuni ne sono passati anche in Garfagnana e tre di loro hanno lasciato un segno indelebile nella storia del paese a cui (a quanto pare) hanno dato il
nome. Infatti così fu  per un discendente della "gens" Minucia, riconosciuta da tempo immemore come un'antichissima famiglia patrizia, si parlava di essa fin dai tempi della repubblica e l'importanza di questa stirpe nei secoli a venire acquisì sempre più prestigio ed importanza, tanto da dare il nome a diversi monumenti dell'antica Roma: il Pons Minucius (un ponte lungo la via Flaminia), il Porticus Minucia e perfino una strada: la via Minucia, che collegava Benevento con Brindisi. Duecento anni prima della venuta di Cristo, un'ennesimo illustre figlio di questa progenie ebbe l'onore di dare il nome a un paese garfagnino. Lui era Quinto Minucio Termo e il paese in questione era Minucciano. La storia di questo condottiero cominciò ad adornarsi di gloria quando nel 202 a.C era al servizio di Scipione come tribuno militare nella campagna d'Africa. Da li in poi fu un continuo successo: nel 201 
a.C fu nominato tribuno della plebe, nel 197 a.C "edile curule" (il magistrato che aveva cura degli edifici, delle strade, degli spettacoli e della polizia urbana), successivamente venne incaricato di fondare sei nuove colonie lungo le coste italiane. Ma fu nel 196 a.C che la sua carriera toccò l'apice, quando da pretore gli fu affidata la provincia della Spagna Citerione, in men che non si dica riuscì a
Minucciano

sedare ogni rivolta e a consolidare nuovamente il potere di Roma in quella parte di penisola iberica. L'anno dopo tornò a Roma dove gli fu tributato il trionfo... Ma con tutti questi luoghi lontani migliaia di chilometri dalla Garfagnana, Minucciano cosa c'entra? Minucciano, o meglio ancora quelle terre che diventeranno Minucciano, cominceranno a salire agli onori delle cronache verso il 193 a.C, quando da console a Quinto Minucio Termo fu affidata la Liguria come provincia, li, e in quelle vicine montagne era infatti scoppiata una rivolta, gli Apuani stavano mettendo a ferro e a fuoco ogni accampamento romano in terra di Garfagnana e anche in quei versanti che davano sul mar Ligure. Minucio Termo fu quindi inviato in questi luoghi per ripetere quello che anni prima aveva fatto in Spagna. Da subito il furbo console capì che questi "barbari" nostrali erano fatti di un'altra pasta in confronto agli spagnoli, tant'è, per paura di essere attaccato portò a Pisa il suo quartier generale, ben lontano dal centro delle rivolte. In inferiorità numerica fu costretto più volte sulla difensiva e 
nei boschi garfagnini in più di un'occasione  fu amaramente sconfitto. Nonostante le sconfitte il suo "imperium" fu rinnovato, furono inviati finalmente (per lui) dei rinforzi e l'anno successivo (192 a.C) grazie a questo ottenne delle vittorie decisive contro gli Apuani. A quanto pare, da fonti non documentate, fu proprio dove oggi sorge il borgo garfagnino che Quinto Minucio Termo, malgrado la vittoriosa battaglia, rischiò di veder distruggere le sue legioni. Il notturno e improvviso agguato perpetrato dagli Apuani
all'accampamento del celeberrimo condottiero fece seriamente vacillare i legionari romani, tuttavia i militi dell'Urbe seppero reagire e fecero propria la vittoria. Sembra proprio grazie a questo successo che il nome di Minucio Termo rimase legato a questa terra a perpetua memoria. Ma come spesso succede a una luminosa "stella", dopo anni di successi ed acclamazioni arriva anche il periodo ed il tempo in cui questa stella si oscura. Gelosie ed invidie furono le motivazioni principali per cui la stella di Minucio si smorzò definitivamente. Rientrato a Roma nel 190 a.C il console "garfagnino" chiese il trionfo per le vittorie ottenute, ma gli fu negato per la forte opposizione di Catone che lo accusava (si dice ingiustamente)di aver ucciso dieci uomini liberi in Liguria, di aver inventato false battaglie e di aver esagerato con il numero di nemici uccisi. Oltre a spegnersi la buona stella, nel 189 a.C si spense anche la vita di Minucio, morto in battaglia nella guerra contro i Galati.

Invece a questo generale romano bastarono alcuni mesi di sosta in Garfagnana, senza combattere nessuna battaglia o uccidere

chicchessia per dare il suo nome a ben quattro paesi. Ma, ad onor del vero, meno si aveva a che fare con questo personaggio e meglio era. In fatto a desiderio di potere e di fama (buona o cattiva che fosse non gli importava), Lucio Cornelio Silla non lo batteva nessuno. Tra i condottieri romani di epoca repubblicana fu quello che si avvicinò di più all'accecante bagliore del potere senza confini. Gli antichi lo descrivevano come uomo senza scrupoli, questa mancanza lo portava a tradire amici e ad eliminare chi, forse un giorno lo avrebbe potuto tradire. Rimase comunque un abilissimo generale, anche se il suo esercito non lo seguiva per fedeltà, ma solo per le laute ricompense che gli offriva. La vita di Silla fu segnata da una continua scalata alla gerarchia sociale, fin da piccolo, quando nacque da una famiglia nobile decaduta. La sua gioventù fu poi molto "chiacchierata", si diceva che si faceva mantenere da una prostituta greca che, a quanto pare gli lasciò in avere una cospicua eredità. I destini suoi e della Garfagnana s'incrociarono nel 102 a.C, quando partì da Roma con le sue legioni per aiutare Gaio Mario e i suoi legionari a sconfiggere nella lontana Gallia i Cimbri e Teutoni. Nel suo tragitto per arrivare nell'attuale Francia passò anche in prossimità dell'attuale borgo di Sillano e li si fermò. Il rigido inverno garfagnino e le abbondanti nevicate non permetteva all'esercito di Silla di attraversare le montagne, perciò il generale decise di svernare su questi monti in attesa di tempi migliori. Furono costruite così delle robuste capanne di legno per ripararsi dai rigori del freddo, in attesa della primavera. All'arrivo della buona stagione questa capanne furono abbandonate, l'esercito riprese la marcia verso la Gallia e coloro che abitavano quelle zone s'insediarono in queste baracche lasciate dai soldati. Non a caso un detto popolare dice che: "Sillano, Sillico, Sillicano e Sillicagnana sono i paesi più vecchi della Garfagnana". Fattostà che una volta giunto a destinazione, 
Silla sconfisse i nemici presso Acquae Sextie(oggi Aix en Provnce). Una volta tornato a Roma cominciò veramente a fare piazza pulita di tutti i suoi nemici e nell' 82 a.C, dopo la battaglia di Porta Collina entrava a Roma e assumeva pieni poteri, consacrandosi dittatore. 
Quando la sua figura sembrava ormai assimilata a quella di un monarca assoluto, Silla sorprese tutti e abbandonò il potere, ritirandosi a vita privata. Le ragioni di questa sua scelta non sono chiare: forse l'effetto della grave malattia alla pelle che lo portò alla morte nel giro di un anno, forse la voglia di godersi la vita al fianco di Valeria, la sua quinta moglie.

Il prossimo personaggio che vado a raccontarvi non raggiunse mai la celebrità dei suoi colleghi qui sopra citati e se si vuole la sua fama non è legata a conquiste, vittorie o a chissà quale epiche

imprese. Anzi, la sua notorietà assunse agli altari della gloria ben 1700 anni dopo la sua morte, quando nel 1747 nell'odierno comune piacentino di Lugagnano fu rinvenuta una gigantesca tavola di bronzo dalle misure stratosferiche: un metro e trentotto di altezza, due metri e ottantasei di larghezza, pari ad un peso di circa duecento chili. Questo ritrovato di epoca traianea (96 d.C-117 d.C) prese il nome di "Tabula alimentaria di Veleia". Il documento testimoniava un'antica forma di quello che oggi i politologi chiamerebbero "welfare", che non è altro che la fruizione dei servizi sociali ritenuti indispensabili al cittadino. L'imperatore Traiano difatti fondò "l'istituto degli Alimenta", questo istituto prevedeva un prestito ai cittadini da parte dello Stato per acquistare terreni o grandi appezzamenti di terra, dietro garanzia ipotecaria, i cui interessi venivano esclusivamente destinati al mantenimento dei giovani in situazione di difficoltà. L'iniziativa puntava ad un duplice scopo: sostenere e rilanciare l'agricoltura nell'Italia settentrionale e assicurare un futuro degno di tale nome a quelle
generazioni di giovani che non avevano i mezzi per sostenersi. Rimane il fatto che in questo vasto elenco di nomi trovati nella lastra bronzea spuntava anche un certo Cornelius Gallicanus, che come sembra, grazie a ciò, acquistò il suo appezzamento di terra nella futura Gallicano. Caio Cornelius Gallicanus a quanto pare non fu mai un militare, ma un solerte funzionario dello Stato, ricoprì molti ed importanti ruoli amministrativi nelle varie provincie dell'impero fino a che arrivò il giorno della meritata pensione... L'imperatore Traiano gli affidò però un ultimo compito quello di "curatore rei alimenta", un'ennesimo programma di fondi pubblici per la sussistenza ai bambini poveri. Fatto questo, Cornelius prese possesso da colono romano delle sue nuove terre in Garfagnana, le stesse terre che Roma incentivava a colonizzare attraverso forti sgravi fiscali, dopo che gli Apuani furono sconfitti e cacciati per sempre.
Gallicano

Ma la vita anche anche al tempo era effimera, breve e fuggevole e se per molti come concetto principale della propria esistenza valeva il successo e la bramosia di potere, altri ancora ricordavano a questi quanto era difficile vivere con questo pensiero fisso nella testa, perchè bene o male i filosofi latini ricordavano a tutti il riassunto universale della vita del "Veni, vide, vale"... "vieni, guarda e...saluta".


Bibliografia

  • - Mario Enzo Migliori - L’Origo Gentis Romanae. Ianiculum e Saturnia 2015
  • - Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - Libro VIII
  •  - Jérôme Carcopino - Silla o la monarchia mancata - trad. Alberto Consiglio - Roma - Longanesi - 1943 
Sitografia

  • https://wsimag.com/it/cultura/49982-la-tabula-alimentaria-di-veleia

mercoledì 14 ottobre 2020

Giacomo il mugnaio. La leggenda del più intrigante fantasma garfagnino

Quello che è indubbio è che di leggende in Garfagnana ne abbiamo

veramente tante, è un mondo vastissimo, un'infinità di storie che si rifanno alle nostre usanze, alcune spiegano l'origine di feste, riti e costumi, altre raccontano perfino l'origine di determinate ricette, altre ancora sono invece legate al paesaggio, magari inerenti ad una casa diroccata o forse a un antico ponte. Alcune leggende infine esaltano un personaggio, a volte famoso, a volte legato al misero "popolino". Difatti quando questi racconti narrano di persone veramente esistite scopriamo che la leggenda racconta una cosa e la verità storica un'altra, ma di tanto in tanto scopriamo qualcosa che appartiene ad entrambi, fondendosi così in un unica narrazione. Questo è il caso di questa leggenda che sto per raccontarvi è una leggenda nata a Gallicano ed ha la particolarità di riferirsi ad un fantasma. I fantasmi ad onor del vero non sono molto presenti nelle leggende garfagnine, spesso le nostre leggende sono legate a personaggi fantastici come il Buffardello, la Margolfa, gli streghi, altre ancora si rifanno ai cosiddetti luoghi della paura, altre si riferiscono ai santi, ma poche sono connesse a persone morte (realmente esistite) diventate in seguito (secondo leggenda) fantasmi. La nobildonna lucchese Lucida Mansi appartiene a questo
Lucida Mansi

stretto mondo, così come il capitano della fortezza delle Verrucole Francesco Accorsini, ma il più intrigante (a mio avviso) rimane il mugnaio Giacomo. La notorietà di questo fantasma non permane tanto nelle sue gesta da ectoplasma, ma rimane alquanto emblematica in quanto questa storia nel suo contesto principale è credibile ed eventualmente lascerebbe anche un ampio margine alla ricerca storica. La leggenda in questione è stata trascritta dall'amico Piero Angelini e grazie a lui siamo riusciti a salvarla dall'oblio dei tempi e al tempo stesso a consegnarla nelle mani esperte degli studiosi. Quello che lascia stupiti di questa narrazione (a differenza di altre leggende) sono i riferimenti precisi, che in questo caso sono moltissimi: date, orari e nomi fanno pensare che non possa essere tutto frutto di immaginazione e folklore, aggiungiamoci poi che il racconto è veramente  avvincente e coinvolgente, alla stessa maniera  di un romanzo di Edgar Allan Poe, ma qui non siamo nella tenebrosa e lugubre Inghilterra vittoriana di metà XIX secolo, siamo a Gallicano, in Garfagnana, nel 1876 e ora vi racconterò quello che accadde ad un povero mugnaio garfagnino.

Il vecchio mulino di Ponte alla Villa poggia le sue fondamenta

sulle rocce che costeggiano il letto del torrente Turrite. Lì, appena sopra il pelo delle acque, è sistemata la grande ruota ruota di legno che dava il moto alle macine. Dalla vicinissima strada provinciale si scorgono però soltanto il tetto e il piano più alto dell'edificio. Nelle due stanze poste su quel piano abitava solitario, nell'anno 1876, un anziano mugnaio di nome Giacomo. Era costui un tipo di poche parole, piuttosto scontroso, ed era anche noto per la sua avarizia. Ai ragazzi incuteva un certo timore anche per il suo aspetto fisico: alto e massiccio, sempre bianco di farina da capo a piedi, risaltava in modo truce sul suo volto una benda nera che gli copriva l'occhio sinistro. Nessuno conosceva le cause di quella ferita e circolavano in proposito vecchie storie. La maggior parte dicevano che in gioventù fosse stato imbarcato su una nave pirata; e sostenevano inoltre che si fosse procurato durante un arrembaggio la larga cicatrice che gli attraversava la parte destra del petto. Per questi motivi i ragazzi del paese, quando erano ben sicuri che non li potesse sentire, parlandone sotto voce fra loro, lo chiamavano “Giacomo il pirata”. In realtà il vecchio badava silenziosamente alle sue faccende e non dava noia a una mosca. Non sarebbe però esatto dire che non aveva nemici, perchè molta gente che si rivolgeva al suo mulino se ne
tornava scontenta perchè gli sembrava troppo pignolo quando tratteneva la molenda. E, in un'epoca in cui la gente lavorava dodici ore al giorno per guadagnare un tozzo di pane, anche un chilo di farina era una benedizione del cielo. L'unica persona con la quale Giacomo si mostrava affabile era un fratello minore, di nome Cesare, che faceva il ciabattino in Campilato. Non si sarebbe detto che i due fossero fratelli tanto erano diversi: per quanto Giacomo era serio e schivo, altrettanto Cesare era allegro ed espansivo, sempre pronto alla burla. Forse proprio perchè era così diverso da lui, forse perchè ormai era l'unico familiare che avesse, il mugnaio era molto affezionato al fratello e si considerava per lui come un padre. Per questo motivo gli abitanti del Ponte alla Villa rimasero impressionati quel giorno che udirono grida fortissime nel mulino e videro uscire il ciabattino sbattendo l'uscio ed andandosene verso Campilato su tutte le furie. Il mattino successivo Brigida, una giovanetta figlia del pastore che abitava allora “Sulla Valle”, se ne partì di buon ora, come ogni giorno, per portare a pascolare le pecore. Giunta al bivio detto
“del Brillo”, alla tenue luce dell'alba, le sembrò di vedere un essere umano sdraiato all'inizio del ponticello che conduce verso Campilato. La fanciulla si avvicinò piano piano, col cuore che gli batteva forte,
Campilato
e la prima cosa che vide fu la benda nera che copriva l'occhio del mugnaio. Allora provò a chiamarlo:
-Giacomo, Giacomo ! - ma l'altro rimase immobile e in silenzio. La pastorella si fece coraggio e si avvicinò ancor di più chiamandolo con un filo di voce. Ma quale non fu il terrore che la prese quando vide un lungo coltellaccio piantato nella gola del povero mugnaio ! Brigida lanciò un urlo e corse a perdifiato verso casa, piangendo e tremando. Così riuscì balbettando a spiegare quello che aveva visto, fece si che il padre scendesse fino al Brillo e si avvicinasse cautamente al corpo disteso nella strada. Il pastore si accorse subito che per il povero mugnaio non c'era più niente da fare. Dallo squarcio aperto nella gola del malcapitato, era uscito tanto di quel sangue da tingere di rosso la strada per tutta la sua larghezza. Il Prefetto Regio di Lucca inviò immediatamente a Gallicano il Commissario di Pubblica Sicurezza con una scorta di dodici carabinieri a cavallo, perchè svolgessero le indagini. Il Commissario interrogò a lungo gli abitanti del Ponte alla Villa e tutti riferirono della tremenda lite che era sorta il giorno precedente fra i due fratelli. Dopo tre giorni di indagini, sei
Loc. Il Brillo
il cerchio giallo indica
dove fu trovato
il cadavere del mugnaio
carabinieri si recarono in Campilato e, per ordine Commissario di Pubblica Sicurezza, arrestarono Cesare e lo condussero a Lucca, nel carcere di San Giorgio. Il processo fu celebrato il mese successivo nel Palazzo della Pretura di Gallicano, dove ora si trova il Comune, e, nonostante le sue disperate invocazioni ed i giuramenti di innocenza, fu dichiarato colpevole dell'omicidio del fratello e condannato a morte mediante l'impiccagione.

In una triste mattina invernale Cesare fu portato al patibolo, la forca era stata appositamente innalzata in Piazzetta, la gente per il macabro evento si era accalcata sul luogo dell'esecuzione, perfino dalle finestre delle abitazioni si aspettava il compimento. Probabilmente a tale vista il condannato cominciò a maledire i presenti e si lanciò nel peggiore degli anatemi: il fantasma del fratello Giacomo nelle notti di luna piena avrebbe vagato per il paese di Gallicano, partendo proprio dal luogo della sua uccisione. Queste minacce però non spaventarono il boia che, alle ore 6:15 del 13 novembre 1876, eseguì la sentenza alla presenza delle autorità. L'impressione che questo fattaccio ebbe sui gallicanesi fu sconcertante, si vociferava nei mesi e negli anni seguenti di strane presenze nel castello del paese, le persone

Piazzetta San Giovanni 
luogo dell'esecuzione
avevano sentore di essere sinistramente seguite per le strette viuzze, si diceva addirittura che si sentiva bussare alle porte o alle finestre, c'era anche chi giurava di averlo visto aggirarsi nei pressi della Pretura. Rimase il fatto che nel 1884 per scongiurare ogni paura, proprio lì, al Brillo, dove fu assassinato Giacomo fu eretta una mestaina, infatti era consuetudine nei luoghi maledetti costruire una marginetta con lo scopo di esorcizzare e proteggere, ricordando al contempo l'osservanza di una preghiera.

Dopo 136 anni quella "mestaina", oggi, 2020, è ancora lì, per esorcizzare ogni turbamento, nel medesimo luogo dove fu trovato cadavere il mugnaio Giacomo, anche quel ponticello che nel 1876 era

La mestaina oggi
intriso del suo sangue e che conduce in Campilato esiste sempre... Solo il fantasma di Giacomo può essere considerato un mito, per il resto sono troppe le attinenze, i legami e i riferimenti legati alla realtà per consegnare in modo totale questa storia fra le braccia della leggenda.

Ringraziamento

Rinnovo il ringraziamento a Piero Angelini per aver riportato in vita questa bella leggenda.

mercoledì 7 ottobre 2020

Le fattucchiere garfagnine e il potere delle loro erbe

"Esaudiscimi, ti prego, e favorisci i miei propositi; ciò che io

ti chiedo, dea, tu voglia garantirmelo. Le erbe, qualunque genera la maestà tua, per causa salutare affida a tutte le genti; ora, mi permetta la tua medicina". Ecco, nel XV secolo sarebbe bastato che qualcuno avesse udito un'evocazione del genere per finire dritti dritti sul rogo... Finire la propria esistenza nel bel mezzo delle fiamme "purificatrici" non era solo una prerogative da affliggere alle streghe, ma in tal maniera l'orrenda morte sarebbe toccata agli eretici, ai "non convertiti" (alla religione cattolica) e a coloro che di solito pronunciavano la suddetta supplica: le "herbarie". Di queste donne la Garfagnana ne ha sempre avute e sono convinto che ancora oggi ci sono, esistono e ancora esercitano. D'altronde la nostra valle è immersa nel verde, la natura la fa da padrona e a partire dagli Apuani per arrivare ai giorni nostri i malanni del corpo, della mente e del cuore si guarivano (forse...) con l'uso delle erbe nostrane e fu proprio a causa di questo sapere che queste garfagnine vissero tempi particolarmente duri, contro di loro ci fu una tremenda persecuzione che durò a lungo e che conobbe ben due significative ondate: una dal 1480 al 1520 e l'altra dal 1560 al 1650. Ma per ben capire l'immagine e la funzione di tali "donzelle" guardiamo chi erano le fantomatiche "herbarie". Queste povere donne  venivano identificate generalmente con la parola "strega". Le autorità sia civili e religiose che

dovevano giudicarle "facevano di tutta un'erba un fascio", strega era colei che faceva sortilegi in connubio con Satana e strega era anche chi attraverso l'uso delle erbe guariva, curava e alleviava il dolore a uomini ed animali, infatti il monopolio e la gestione della conoscenza delle erbe era per la stragrande maggioranza dei casi affidata al sapere delle donne. Questa simil scienza era tramandata di generazione in generazione, da madre in figlia da tempi lontanissimi e la prima regola che veniva insegnata a loro da quel remoto tempo, era quella di capire fin da subito il grande potere delle erbe e in realtà pochi lo sapevano come queste donne, che "gli erbi" avevano tre particolari peculiarità: gli erbi nutrivano, guarivano e...uccidevano e questa conoscenza spaventava moltissimo gli uomini. Con il trascorrere dei secoli queste guaritrici passarono dall'essere considerate sagge e rispettate, all'esser viste con sospetto, paura e superstizione, da "virtutes herbarum" a strega il passo sarebbe stato breve. In questo modo l'antico sapere diventò un nemico e uno strumento del diavolo. Era difatti per mano del demonio se queste guaritrici utilizzavano le loro erbe come analgesici, calmanti e medicine digestive, ed era sempre in virtù del maligno se così pure riuscivano a lenire le sofferenza degli uomini con altri preparati, e per la chiesa questo era inaccettabile, bisognava pregare  e... accettare il dolore. A contribuire alla loro fama di maliarde, ad onor del vero concorsero
anche loro stesse, solitamente queste donne erano schive, solitarie, si potevano vedere la notte nei prati a cogliere erbe e pianticelle e poi quella cantilena e quelle invocazioni incomprensibili in ogni loro intervento certamente non le aiutava a togliersi di dosso quell'aura di mistero che le ammantava. A sostenere poi la tesi di esseri malvagi collaborarono anche le livorose donne del paese, secondo loro la causa della perdita dell'innamorato era da attribuire a queste "medichesse" e alla loro "pozione amorosa". Furono queste le principali cause che portarono la loro popolarità e la loro reputazione al livello più basso mai esistito, tant'è che il loro elegante e importante nome di "herbarie" si mutò per sempre in quello perfido e maligno di "fattucchiera". L'etimologia di questa parola parla chiaro, fattucchiera da "fattura", era colei che poteva "fare" qualcosa che era in propria dote a fin di bene ma... anche a fin di male. La gente comunque sia ci si affida lo stesso, per il popolino garfagnino la medicina empirica risultava più credibile e comprensibile che della medicina ufficiale. Un' "herbaria" fra le più consultate era infatti Ida di San Pellegrino in Alpe, la più famosa "medichessa" garfagnina, nel 1587 sosteneva di essere in grado di sentire le voci delle erbe nei campi
e di coglierne i messaggi più reconditi e gli insegnamenti più segreti e nonostante che le gran signore di Modena avessero alla loro corte esimi medici e profumieri, era da lei che venivano, lassù, sul monte, per cercare la sua pozione fatta con la Belladonna.Quest'erba diluita con l'acqua (e utilizzata come collirio)provocava la dilatazione delle pupille, tanto da rendere lo sguardo di queste madonne languido, profondo e affascinante(da ciò probabilmente è derivato il nome della pianta). La Garfagnana ne aveva (e ne ha) in sovrabbondanza di queste erbe e di questo le fattucchiere ne erano ben consapevoli, difatti ne esistevamo di ogni sorta, dalle più innocue alle più letali, magari in alcune poteva ingannare il loro bell'aspetto o il loro splendido fiore, ma per alcune di esse, i loro semini se ingeriti o lavorati potevano essere letali alla salute umana. La cicuta ad esempio era una di queste. Resa famosa per aver causato la morte di Socrate, infatti si ritiene che la dose mortale per un'essere umano sia di qualche grammo di frutti verdi. La sua ingestione provoca anche
Cicuta Maggiore
problemi digestivi, cefalee e diminuzione della forza muscolare. L'altra erba "cattiva" è il Giusquiamo, erba utilizzata dalla maga Circe per trasformare in porci i compagni di Ulisse, infatti la sua caratteristica principale è quella di alterare la mente, grazie a sostanze in essa contenute come la scopolamina e la iosciamina. L'erba del diavolo per eccellenza però è lo Stramonio, pianta altamente velenosa. A Lucca nell'ormai lontano 1992 alcuni ragazzi per bravata ne provarono gli effetti, si salvarono per miracolo. La pianta infatti è allucinogena, altamente sedativa e narcotica e i suoi effetti portavano le persone (se indotte) a suicidarsi o a commettere omicidi. La Mandragola invece appartiene al regno delle piante "buone" e il suo luogo ideale è sulla cima del Monte Procinto,
Stramonio comune

sulle Apuane, lì esisteva la migliore per fare pozioni e medicinali. La pianticella veniva usata come erba afrodisiaca e utilizzata anche per curare la sterilità, era una pianta talmente magica da non essere considerata nemmeno un'erba, si riteneva infatti che fosse una via di mezzo fra una specie animale ed un vegetale, la forma antropomorfa della sua radice ne era la conferma. Fra le altre, l'erba gatta veniva usata per fare filtri d'amore, mentre la menta era perfetta per guarire dal mal di stomaco e veniva data anche alle donne in stato interessante che soffrivano di nausea, inoltre se messa sotto il cuscino, durante il sonno aveva il potere di far compiere sogni premonitori. L'ortica invece, per le fattucchiera era la pianta adatta per eliminare una maledizione e rispedirla al mittente. In compenso il biancospino aveva il potere di calmare le persone e tranquillizzarle. Insomma un mondo difficile, particolare e vastissimo, che comportava una conoscenza immensa del 
Mandragola
mondo naturale e di fatto queste fattucchiere niente lasciavano al caso. La raccolta degli "erbi" doveva avvenire sempre di notte, ma non per qualche misterioso motivo, ma perchè le piante dovevano essere raccolte in una certa fase lunare per mantenere il più possibile tutti i loro  principi attivi e perdipiù se si raccoglievano lontano dall'abitato meglio era, poichè si affermava che se cresciute nel loro ambiente naturale in equilibrio con gli altri vegetali il loro effetto sarebbe stato ben più potente, ma non solo, queste donne rammentavano che esisteva "un tempo balsamico" di raccolta che corrispondeva a quel periodo dell'anno nel quale questi "erbi" sono più ricchi di sostanza utili e in realtà non fu per caso se Paracelso (uno dei padri della chimica farmaceutica)un giorno ebbe a dire: "Ho imparato più da queste donne che dai libri di Galeno ed Ippocrate" e se lo diceva lui... 

mercoledì 30 settembre 2020

La "rivoluzione" dei cimiteri in Garfagnana. Quando il regno dei morti era sotto il pavimento delle chiese

Per chi non lo sapesse Saint Cloud è un amena cittadina francese

situata nella regione de L'Ile de France, dista solamente una decina di chilometri da Parigi e se un giorno qualcuno di voi capitasse da quelle parti non può mancare di visitare il suo parco: 463 ettari di pura bellezza, tanto da essere considerato uno dei giardini più incantevoli d'Europa, ma non solo, se si vuole si possono anche ammirare alcuni edifici di quello che fu uno dei castelli reali di Francia. Ad onor del vero bisogna però dire che non sono queste le cose che hanno reso famosa la città, gli eventi ci narrano che questa località è rimasta nella storia per due fatti: il primo fatto ci dice che il castello sopra citato fu la reggia di Napoleone Bonaparte e il secondo ci racconta che qui (sempre da Napoleone) fu emanato un'editto di un'importanza storica notevole, che cambiò finalmente e per sempre una malsana consuetudine: il 23 giugno 1804, qui venne vergato il
Il castello di Saint Cloud
documento meglio conosciuto come "editto di Saint Cloud", ovverosia "Decret imperial sur les sepoltures". Napoleone in Italia ne combinò di tutti i colori, diciamocelo chiaramente, con le sue riforme sconvolse tutta una vita sociale che ormai aveva un secolare impianto, impose da subito un regime autoritario abolendo la libertà di stampa, revocò le assemblee locali elettive nominando di fatto prefetti governativi, perdipiù fece riforme scolastiche che incrementarono ancor di più il popolo degli analfabeti. Però, questo famigerato editto di Saint Cloud fu una mano santa, sia da un punto di vista igienico sanitario e se si vuole anche da un punto di vista sociale. Insomma (a mio avviso) debellò quella che era una vera e propria indecenza. Era infatti pratica diffusa che i morti fossero sepolti all'interno delle chiese, o meglio, sotto il pavimento delle chiese
esisteva un vero e proprio cimitero. Questo decreto composto da 
cinque titoli principali  regolamentò in  maniera definitiva questa (orrida) usanza:  

  1. Delle sepolture e dei luoghi a loro dedicati
    Si specificava il divieto di seppellire all’interno degli edifici sacri e dentro le mura delle città; i terreni dedicati alle sepolture dovevano essere situati fuori dalle città, in posizione elevata, a 35-40 metri di distanza dagli abitati, circondati da mura di cinta alte almeno 2 metri. Ogni sepoltura doveva essere individuale e di questa ne venivano date anche le dimensioni della fossa e la distanza tra questa e le altre.
  2. Dell’istituzione dei nuovi cimiteri
    Tra le altre cose, si precisava che con le nuove costruzioni, i vecchi cimiteri dovevano essere chiusi
  3. Della concessione dei terreni
    In questo titolo si affermava che potevano essere dati in concessione terreni per l’edificazione di tombe di famiglia, con annessi monumenti e cripte.
  4. Della sorveglianza dei luoghi di sepoltura
    E’ interessante notare che si prendeva in considerazione la presenza di culti differenti e che perciò all’interno dei cimiteri dovevano esserci settori dedicati con il loro ingresso separato. Si doveva inoltra vigilare affinché si evitasse qualunque atto contrario al rispetto della memoria dei morti.
  5. Delle pompe funebri
    Si regolavano infine le modalità di trasporto dei defunti, gli ornamenti, eccetera.
E per chi non lo sapesse, anche nelle chiese garfagnine e della Valle del Serchio, al di sotto dei loro pavimenti esistevano (o ancora
esistono) cripte, tombe e fosse comuni, che contenevano (e in alcuni casi contengono ancora) decine e decine di morti... Diciamo che le finalità di questo editto erano sostanzialmente due: il primo obiettivo era sanitario, si rendeva infatti necessario evitare di continuare a stipare i morti nelle chiese con la conseguente diffusione di odori tremendi e malattie. Il secondo obiettivo era politico, le tombe dovevano essere tutte uguali fra loro, nel rispetto del principio rivoluzionario di uguaglianza. Pertanto il nuovo decreto imperiale in Italia entrò in vigore il 5 settembre 1806. Così, finalmente, dopo 800 anni anche in Garfagnana (come in altre parti) questa cattiva abitudine cessò per sempre... Dalla saggezza dei romani d'altro canto non avevamo imparato niente, infatti era loro costume seppellire i propri cadaveri lontano dalle città, fuori dalle mura e lungo le strade principali, all'aria aperta, zone circondate da cipressi, pini e altre piante balsamiche. Ma la religione come si sa con il passare dei secoli impose sempre di più il suo potere e il suo prestigio, tant'è che dapprima il
Cimiteri Roma antica

privilegio di essere seppelliti sotto le chiese era un'esclusività ad appannaggio di coloro che appartenevano ad un determinato ceto sociale: le autorità ecclesiastiche, i loro familiari, le autorità civili e i ricchi disposti a generosi lasciti testamentari a favore di Santa Romana Chiesa. Ma poi i "buoni propositi" della dottrina cattolica, intorno al X secolo si allargarono anche "ai comuni mortali", secondo il principio "ad sanctos et apud aecclesiam" (vicino ai santi e presso le chiese), in pratica il presupposto fondamentale di tale pensiero era che se un corpo veniva inumato in chiesa era presumibilmente più vicino a Dio e di conseguenza alla redenzione eterna. Ma anche in queste inumazioni si attuava una certa distinzione sociale e lo si può notare nella struttura sotterranea di molte chiese della valle. I ricchi infatti venivano sepolti in prossimità degli altari (più possibile vicini a Dio...), sotto l'altare stesso era pertinenza dei prelati, lungo i fianchi delle navate e presso gli altaretti dedicati ai santi solitamente venivano seppellite le nobili famiglie (che magari in vita avevano eretto gli altaretti succitati), verso l'uscita della chiesa
c'era la fossa comune dei bambini (poveri) e in mezzo c'era un'ennesima fossa comune dedicata al misero popolo. Tanto per aver chiara l'idea è bene capire che comunque sia non si seppelliva solo nelle chiese ma anche nelle sue prossimità, a patto che fosse luogo consacrato, quindi nel cortile, nel chiostro, nei pressi dell'abside, in ogni dove insomma. In questo caso, nota curiosa, lo spazio riservato sotto la gronda della chiesa era strettamente riservato alle prostitute e ai peccatori riconosciuti di grave colpa, si credeva che l'acqua piovana scesa dal tetto sarebbe servita a pulire la loro putrida anima. Ma qui, quello che c'era di putrido non era l'anima di queste persone e basta, anche quei poveri corpi sepolti li sotto erano in queste condizioni. Infatti queste fosse erano una delle cause principali della diffusione di malattie infettive e pestilenze varie e effettivamente i topi erano i padroni incontrastati di questi sotterranei. Si racconta che nelle abitazioni vicine a questi pseudo cimiteri il latte e il brodo imputridivano, il vino inacidiva e i cibi si deterioravano facilmente a causa dei gas fetidi che emanavano i cadaveri. D'altronde c'era poco da pretendere se tutto si svolgeva in questa maniera... Di solito il procedimento di sepoltura (per i poveri) consisteva che il misero morto fosse trasportato in chiesa con una bara cosiddetta "d'apparato" (cioè, che serviva solamente per la cerimonia funebre odierna, la
Botola di una fossa comune

cassa sarebbe stata poi usata per un nuovo cadavere), dopodichè al "povero fagotto", senza bara, gli veniva cucito addosso una sorta di sudario. I seppellitori fatta questa operazione aprivano la robusta botola di legno (posta sul pavimento)e "gittavano" senza complimenti il meschino corpo sull'insano carnaio in decomposizione, un po' di calce veniva sparsa giù nella botola che dopo veniva chiusa rapidamente. Quando poi la fossa con il passar del tempo si sarebbe riempita di cadaveri, era sempre compito dei seppellitori entrare nella medesima fossa, svuotare il comparto con pale e secchi e infine raccogliere le ossa che venivano interrate nelle vicinanze delle chiese o nelle cappelle vicine. Immaginatevi allora il fetore, ogni volta che questa botola veniva dischiusa, l'aria talvolta era talmente irrespirabile da non permettere in certi casi le funzioni religiose. A tal proposito la testimonianza di un messo napoleonico in Terre di Garfagnana descriveva così nel suo rapporto mensile quella sconcezza: "...
regge ancora il costume osceno, insalutare e più che barbaro (i barbari meglio che noi dando sepoltura ai cadaveri) d'interrare nelle
fosse delle chiese, in mezzo ai paesi. E può tanto invecchiato errore, che non si tiene in pregio alzar tomba in sito ameno a corpi morti delle care persone, ma si vuole nella stessa comune lurida fossa confondere le spoglie di vergini figliuole o di pudiche consorti a quelle di ladroni, ribaldi e dissoluti. Vero è che i preti soffiano in quella ignoranza per non perdere il guadagno de' mortorii, né diminuire il raccolto del purgatorio, sempre più largo se in presenza della fossa che chiude ceneri adorate o venerande
". Il messo napoleonico mise così il dito su un'altra immoralità che non dava lustro nè alla chiesa nè ai suoi pastori, che in barba alla tanto sbandierata misericordia, pietà e compassione fece di ciò un lucroso affare. Il lucroso affare aveva un nome e si chiamava la "quarta funeraria". Già dal medioevo era pratica di pagare per ottenere degna sepoltura, e credetemi, questo interesse rappresentava una fonte di guadagno per il cosiddetto basso clero (i semplici preti) veramente notevole, tanto d'accendere varie dispute fra parrocchie e parrocchie per accaparrarsi la povera anima. La responsabilità della tumulazione dei cadaveri all'interno delle chiese spettava al parroco e rimase di sua
Un'illustre tomba
 esclusiva competenza fino al 1800, ciò rese i preti i diretti responsabili della pratiche relative alla morte e alla sepoltura che veniva così pagata in sonori quattrini. A dire il vero in origine l'inumazione sarebbe stata gratuita, così come stabiliva il Corpus Iuris Canonici (diritto canonico), ma poi le generose elargizioni che venivano dai ricchi signori per prenotarsi un posto di loro gradimento fece si che il diritto canonico andò a farsi benedire e la regola di pagarsi un posto in chiesa (attraverso doni ed elargizioni) divenne una consuetudine. In compenso rimase diritto dei poveri (ma bisognava essere poveri veramente...) di essere sepolti gratis. Fattostà che gli introiti derivanti da questa pingue faccenda iniziarono ad essere veramente significativi, tanto che nel corso dei secoli le autorità ecclesiastiche decisero di regolamentarla, stabilendo di fatto un vero e proprio tariffario. A rompere le uova nel paniere come avete letto  ci pensò lui, Napoleone, che con la chiesa cattolica non aveva un gran feeling già dai tempi in cui fece imprigionare Papa Pio VI(1797). Del resto furono sue le parole che stabilirono una grande verità: "Ci sono due modi per far muovere gli uomini: l'interesse e la paura". E difatti fu proprio l'interesse la motivazione che mosse il
clero in questa mercificazione della morte, ma fu la paura quella che la fece cessare per sempre...

mercoledì 23 settembre 2020

1948: Cronaca di drammatiche elezioni. Democrazia Cristiana o Partito Comunista? Russia o America ? e in Garfagnana intanto...

Finalmente !!! Anche questa volta sono (da poco) passate queste benedette (o maledette...) elezioni. Effettivamente non ne potevo più, in ogni dove vedevi spuntare un candidato, aprivi facebook e zac eccone uno, ti rilassavi sul divano per vedere un film ma anche qui fra un canale ed un altro ecco che spuntava qualche simbolo di un partito, se aprivi i giornali allora non ne parliamo...e poi... e poi come al solito alla fine di questo gran circo politico risulterà che chi ha vinto ha vinto e anche chi ha perso troverà il modo di dire che in qualche maniera ha vinto anche lui... Succede sempre così. Non successe così però nell'ormai lontano 1948, alle prime  elezioni politiche dell'Italia repubblicana. Si, perchè diciamocelo chiaramente, anche in politica esistono elezioni ed elezioni, esistono elezioni più o meno significative ed elezioni più o meno fondamentali per la vita del Paese e proprio quelle del 1948 in questo senso furono le più importanti e decisive che l'italia repubblicana abbia mai avuto. Era il 18 aprile 1948 quando gli italiani furono chiamati a votare per la prima volta dopo l'entrata in vigore della Costituzione. L'affluenza alle urne ebbe cifre esorbitanti e mai più ripetute, il 92% degli italiani (quasi 27 milioni di persone)voleva decidere del proprio futuro. La posta in
gioco era altissima e due erano le aree politiche scese in campo pronte a vincere questa partita (erano poi le medesime forze che appena qualche anno prima avevano combattuto fianco a fianco contro un unico nemico: il nazifascismo), da un lato avevamo la Democrazia Cristiana e dall'altro il Fronte Democratico Popolare, una coalizione di partiti di sinistra rappresentata dal Partito Comunista e dal Partito Socialista. I protagonisti principali erano i volti di coloro che rimarranno per sempre nella storia repubblicana italiana: Alcide De Gasperi (D.C), Pietro Nenni (P.S.I) e Palmiro Togliatti (P.C.I). Ma in fondo a tutta questa situazione, la questione che pesava più di tutto su queste elezioni era un'altra, una scelta che avrebbe segnato in maniera netta le sorti future della Nazione. I risultati della tornata elettorale del 1948 avrebbero determinato l'appartenenza politica a uno dei due schieramenti che negli anni a venire cambieranno il modo di vivere e di pensare di tutto il mondo, bisognava allora scegliere fra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America. Fu dunque una campagna elettorale senza esclusioni di colpi, in confronto quelle che noi oggi definiamo campagne elettorali vergognose nel '48 potevano essere considerate
commediole dilettantesche. Il clima era esasperato, entrambi gli schieramenti avevano impostato la loro campagna sulla sistematica denigrazione dell'avversario, ma non solo, il nemico era visto come un vero e proprio traditore. D'altronde  il clima sociale in Italia era in una situazione di crescente allarme e tutti si rendevano conto di ciò, tanto che lo stesso De Gasperi ebbe a dire di "sentire un puzzo acre di guerra civile". A rinfocolare l'inquietudine ci pensarono 
(furbescamente) gli americani, a quindici giorni dal voto fu varato il famoso Piano Marshall, un piano di aiuti all'Europa per la ricostruzione post guerra di 14 miliardi di dollari. Nemmeno Papa Pio XII cercò di stemperare le tensioni, anzi, nel suo messaggio natalizio del 1947 a proposito di queste elezioni non esitò a dire:-Essere con Cristo o contro: è tutta qui la questione. Disertore e traditore sarebbe chiunque volesse prestare la sua collaborazione materiale, i suoi servigi, le sue capacità, il suo aiuto, il suo voto a partiti e poteri che negano Dio-. Il responso delle urne comunque sia non lasciò dubbi, il risultato fu clamoroso: la Democrazia Cristina si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti (48,5%) e quella assoluta dei seggi (305), il Fronte Democratico si fermò al 31% (183 seggi). Il che significava che l'Italia rinunciava a entrare nell'orbita
Papa Pio XII
dell'Unione Sovietica per buttarsi così nelle braccia americane. E in tutto questo trambusto, quell'angolo sperduto di mondo chiamato Garfagnana di fronte a queste epocali elezioni come si comporto? Si comportò seguendo il suo istinto conservatore di atavica memoria, dovuto in buona parte dalla sua posizione geografica: una valle chiusa fra due catene di monti non permetteva lo svilupparsi di nuove idee, come poteva accadere ad un altra zona della Toscana geograficamente più aperta e pronta a raccogliere nuove filosofie. Cosicchè qui la chiesa trovò vita facile, la tradizione cattolica garfagnina avrebbe pesato in maniera decisiva sulle sorti del voto. Di questo ne erano consapevoli anche a livello nazionale, la Garfagnana veniva additata come una di quelle zone in cui il clero si faceva sentire pesantemente, un clero ritenuto assai arretrato, un clero "medievale". A rinvigorire lo spirito cattolico dei garfagnini accaddero poi degli episodi sospetti che la D.C locale cavalcò in vista delle future elezioni. Eravamo proprio all'approssimarsi delle votazioni (dicembre 1947) quando a Gramolazzo ad una ragazza del paese (Anna Morelli) comparve la Madonna. La Vergine, con il suo tocco guarì la giovane  da una brutta ulcera, lasciandole poi sullo stomaco una croce come segno del suo passaggio (per saperne clicca sul link: http://paolomarzi.blogspot.com/2017/02/la-bernadette-di-gramolazzo-anna.html). A pochi giorni da quel fatidico 18 aprile 1948, la Madonna fece capolino dalla parte opposta della Valle: a Borgo a Mozzano, in località Mao. Una pastorella si fermò a pregare davanti ad una cappellina che conteneva una Madonnina in gesso,
Anna Morelli
(foto Corriere
della Sera)
ebbene, la pastorella testimoniò che gli occhi della statuina si muovevano e la guardavano. La "sindrome del miracolo" si sparse così per tutta la valle, un'ondata di religiosità popolare mista a superstizione coinvolse tutta la provincia, l'
apoteosi fu toccata quando Anna Morelli, "la miracolata di Gramolazzo" andò in visita alla "Madonna di Mao", le cronache raccontano che quel giorno migliaia di persone raggiunsero Borgo a Mozzano. Ma le apparizioni non si fermarono solamente qui, si diceva che anche la statua della Madonna, posta all'orfanotrofio di Santa Zita a Castelnuovo avesse mosso gli occhi. Stessa cosa, a quanto pare, accadde a Barga nella chiesa SS.Crocifisso. Insomma, segni della Vergine comparivano in tutta la valle, tant'è che (forse)casualmente comparirono anche Madonne trafugate tempo addietro, al Sillico infatti, fu ritrovato un quadro raffigurante un'ennesima Madonna del 1400 (il quadro era stato rubato l'anno prima...). Non solo Madonne però... Bisognava anche metter su un quadro sociale debole e precario, fu così che le forze dell'ordine cominciarono una caccia spietata alle armi, quelle stesse armi che qualche tempo prima erano servite per combattere i nazisti. La Garfagnana ne era piena, in ogni casa un qualcosa di ciò era rimasto sicuramente, qui difatti come saprete si era stabilito il fronte della Linea Gotica e nel momento del ritiro dei militari, su questa terra in tal senso fu lasciato ogni "ben di Dio". Era da anni però che i carabinieri sapevano (più o meno) chi possedeva le armi, ma si dice che dietro queste operazioni ci fosse un disegno per
dimostrare all'opinione pubblica come i comunisti fossero pronti ad imbracciare le armi in caso di una loro sconfitta alle elezioni. Per cui rinvenimenti ci furono a Barga e dintorni(fucili, mitragliatori STEN, fucili semiautomatici, munizioni e bombe a mano). A metà del mese di marzo 1948 in un fienile a Fosciandora fu ritrovato un vero e proprio arsenale: centinaia di bombe da mortaio, e un grande quantitativo di munizioni da mitragliatrice. In tutto questo caotico quadro sociale anche gli stessi industriali erano spaventati da una vittoria delle sinistre, la stessa S.M.I di Fornaci di Barga fece proiettare ai lavoratori all'interno della fabbrica un film che mostrava "il pericolo della dittatura del proletariato". Naturalmente anche la campagna elettorale di sinistra non era da meno in quanto ad accuse e sospetti e non lesinava affatto in "complimenti". Il P.C.I locale metteva in guardia tutta la popolazione della valle dicendo che: "...il governo della discordia che, favorendo la rinascita di movimenti fascisti , mette in pericolo la pace nel nostro Paese". La giunta d'intesa social-comunista di Castelnuovo andò giù ancora più pesante, in un manifesto affisso nei paesi garfagnini si faceva riferimento ai fatti di sangue avvenuti in quel periodo in Italia i quali venivano attribuiti "a sicari
prezzolati asserviti alle forze retrivie del capitale industriale e agrario
", accusando poi il governo democristiano di "parteggiare per gli oppressori del popolo". Venne infine il giorno di queste attese elezioni, elezioni che decretarono la provincia di Lucca come "un'isola bianca" in un mare rosso, proprio perchè terra in netta controtendenza al resto della Toscana che si affermò come uno dei capisaldi del Partito Comunista. I risultati a livello provinciale stabilirono un nettissimo successo della Democrazia Cristiana: 61,2% alla Camera e 61,7% al Senato. In Garfagnana l'affluenza alle urne fu dell'89%, ma altri numeri erano ancor più clamorosi. I democristiani sbaragliarono il campo: 74,1% alla Camera e 78,2% al Senato. I comuni più "bianchi" risulteranno Villa Collemandina (85,9% alla Camera),e Giuncugnano che segnava un 91,6% al Senato). Dove la sinistra si difese fu nei comuni di Gallicano, Pieve Fosciana e Vagli (percentuali intorno al 20%). D'altra parte lo spirito conservatore garfagnino si manifestò già due prima, nel 1946, nel referendum fra monarchia e repubblica, dove la monarchia stessa surclassò la repubblica ottenendo un'ottimo risultato (il 61,5%). Ma in quel 1948 ci fu un'altro risultato che confermò questo spirito tradizionalista e difatti saltò subito agli occhi di tutti: il Movimento Sociale Italiano(
partito nato dalle ceneri del fascismo), pur con un risultato contenuto (il 4,2%), ottenne in zona maggior consenso che da altre parti, dove si attestava intorno al 2%), a San Romano conquistò addirittura un clamoroso 21,1% alla Camera (un 6% a Camporgiano e un 6,7% a Trassilico, che al tempo faceva comune).
Insomma, così andarono le cose e nonostante tutte le invettive, gli alterchi e le dispute che avevano avvelenato il cuore della gente di Garfagnana a riportare tutti con i piedi per terra e con il cuore in pace ci pensò il poeta di Castiglione Giovan Battista Santini, che in vernacolo (perchè così tutti la capissero) scrisse una poesia e in un verso profetico così disse: "Se ci fai caso, vederai che questo lo promettono avanti l'elezioni; ma doppo che votando, hai fatto 'l gesto ditto sovran, di nominà i mangioni, abbadà di stà 'n guardia e d'esse lesto, sennò ti pijn a calci ni cojoni" ***


***Traduzione:

"Se ci fai caso, vedrai che molto prometteranno prima delle elezioni, ma dopo che avrai votato e hai fatto il gesto sovrano (votare) di nominare tutti quei mangioni, vai attenzione, stai in guardia, sennò ti prendono a calci nelle palle" 

Bibliografia:

"La Terra Promessa" Oscar Guidi edito Unione dei Comuni della Garfagnana, Banca dell'Identità e della Memoria anno 2017 (pp 146)

Per i risultati completi delle elezioni del 1948 consultare https://elezionistorico.interno.gov.it/index.php?tpel=C&dtel=18/04/1948&tpa=I&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S