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mercoledì 14 luglio 2021

Quello che potevano e NON potevano fare le donne garfagnine (e non solo quelle garfagnine) nell'Italia del secolo passato...

"Compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere a
capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un'accessione(n.d.r: un accessorio), un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata" e poi: "La donna, insomma, è in un certo modo verso l'uomo ciò che è il vegetale verso l'animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da sè". Ebbene si, nonostante possa apparire così, questi non sono i pensieri o le parole di qualche integralista islamico riportate da qualche quotidiano sui fattacci di cronaca che stanno riempiendo le pagine dei giornali in questi giorni. Questi concetti erano espressi dai maggiori intellettuali e filosofi italiani del tempo che fu, in questo caso rispettivamente ad Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti. D'altronde è innegabile e tantomeno incontrovertibile, dire che le donne fino a poco tempo fa erano purtroppo considerate cittadine di serie B. Quando oggi ci schifiamo e giustamente alziamo la voce contro quelle nazioni che negano i diritti alle donne, pensiamo bene che fino al secolo scorso (storicamente parlando è come se fosse trascorso il tempo di un batter d'occhi), la nostra Italia si trovava più o meno (in fatto di diritti civili) nella approssimativa situazione di quei Paesi e se andiamo a vedere ancor di più nello specifico, ancor peggio andava alla nostre bisnonne, che seppur inconsapevolmente vivevano una situazione ancor più deficitaria in
confronto alle altre donne che vivevano nella città, dove bene o male una possibilità, seppur minima di emancipazione poteva essere trovata. In Garfagnana sotto questo punto di vista era ancor più dura: una donna nasceva esclusivamente per lavorare nei campi, fare figli e accudire casa. Rimane il fatto che per tutte le donne italiane parlavano le leggi dello Stato. Uno Stato che a partire dall'Unità d'Italia, fino ad arrivare al suffragio universale del 2 giugno 1946, conoscerà la sola voce dell'uomo in fatto di diritti e di leggi. Così fu che il nuovo Stato unitario, nonostante l'esaltazione della madri e delle spose risorgimentali, non concesse un millimetro di emancipazione al sesso femminile, malgrado ci fosse stata la possibilità attraverso il nuovo, nonchè il primo Codice Civile del neonato Regno d'Italia, di dare il "de profundis" ai vecchi e retrogradi codici degli stati preunitari. Pertanto alle donne garfagnine (e italiane in genere)il nuovo codice non concesse un bel niente, anzi, tali leggi erano improntate sulla supremazia maschile, precludeva alla donna, attraverso la sola "autorizzazione maritale", ogni decisione di natura giuridica o commerciale. Quindi, tanto per chiarire bene la situazione nel cosiddetto "codice di Famiglia" del 1865 le donne non avevano diritto di esercitare la tutela sui figli,
nè di essere ammesse ai pubblici uffici, per di più le donne sposate non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro (la cosa spettava al marito), da questo ne nacque quella che fu chiamata la suddetta "autorizzazione maritale", per vendere o meno dei beni mobili ed immobili (fino al 1919). La ciliegina sulla torta la metteva invece l'articolo 486 del codice penale che prevedeva la galera da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di  concubinato, ossia di convivenza. Non rimaneva allora che una sola strade alle donne per emanciparsi e ottenere una coscienza civile: la scuola, lo studio. Anche qui però le nuovi leggi ben ne guardavano di dare questa opportunità al gentil sesso, anche se (solo) nel 1874 alle donne fu consentito l'accesso e l'iscrizione ai licei, anche se in realtà molte di queste scuole continueranno a respingere queste adesioni (nel 1900 le donne iscritte alle università italiane saranno 250, mentre ai licei 287...). E in Garfagnana sotto questo punto di vista come eravamo messi? La situazione era ben peggiore. Anche qualora le ragazze avessero potuto avere facile accesso alle scuole superiori, nella valle tali scuole non esistevano; addirittura bisognava considerare il livello di alfabetizzazione che nel 1901 contava il 43% di analfabeti di ambosessi. Sia le bambine che i bambini del tempo non frequentavano la scuola elementare, figurarsi i licei. In un resoconto giornalistico del 1911 sulle condizioni  sociali della Garfagnana si cercò anche di trovare un perchè a questo malcostume: "Quindi si presenta molto frequente il caso che paesetti di 100 o 150 abitanti siano distanti a 3 -4 chilometri dalla scuola più vicina ed è impossibile che fanciulli di 6-12 anni le frequentino a causa delle pessime strade di montagna, d'inverno con neve e gelo.
Le famiglie sono poi libere di mandare o di non mandare i figli a scuola, preferiscono impegnare le femmine nei lavori domestici e nei campi e i maschi negli esclusivi lavori campestri. L'ultima preoccupazione di questi contadini è di mandare i loro figli a scuola
". Figuriamoci allora se in Garfagnana la condizione femminile era considerata un problema (anche dalle stesse donne). Rimane il fatto che nel 1902 fu approvata una prima legge per proteggere il lavoro delle donne "le ore giornaliere di lavoro sono limitate al massimo a 12 ore..."(!!!).A proposito di lavoro femminile è interessante analizzare dei dati riguardanti il censimento del 1901 che ci dava sotto questo aspetto un quadro dettagliato del panorama garfagnino dove si riscontrava che la maggior parte del gentil sesso era impiegata nei lavori agricoli (3912 femmine). Nell'industria, nei mestieri e nell'artigianato si potevano contare 501 donne (maschi 2416), il piccolo commercio era composto da 17 lavoratrici (uomini 501). Impiegate dello Stato e maestre erano 12 (maschi 608). Da notare le così poche maestre (in realtà erano molte di più) perchè risulta che questo non era il loro lavoro ufficiale, tali donne risultavano in buona parte sotto un'altra categoria, forse proprio in quella delle "cure domestiche" dove si annoverava la cifra di ben
8998 donne. Insomma, in Garfagnana circa dodicimila donne lavoravano nei campi e nelle cure domestiche e buona parte di esse non sapeva nè leggere, nè scrivere. Quale futuro ci poteva essere allora?
  Nel 1912 per la prima volta si parlò di dare il voto anche alle donne, il Presidente del Consiglio Giolitti gelò la questione definendola "un salto nel buio". Bhè, direte voi, il tempo passa, le menti si evolvono, qualcosa sarà pur cambiato. Certamente dico io... in peggio. Il nascente partito fascista ebbe da subito una posizione ambigua, da un lato dichiarava il suo favore per il voto alle donne, dall'altro accusava le stesse di togliere il lavoro ai reduci di guerra. L'ambiguità fu comunque dissipata da una serie di Regi Decreti che propendeva da una sola parte: Regio Decreto 1054, 6 maggio 1923, con la riforma Gentile si proibiva alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie. Regio Decreto 9 dicembre 1926 n°2480, vietava alle donne l'insegnamento nei licei, dando l'esclusività femminile all'istruzione negli istituti magistrali. Il 20 gennaio 1927 furono dimezzati per decreto i salari femminili rispetto a quegli degli uomini, una legge fatta ad hoc per disincentivare il lavoro femminile a tal proposito l'esimio economista Ferdinando Loffedo nella sua "Politica della famiglia" del 1938 diceva: "Il lavoro femminile crea al contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e la disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe" e sempre in quest'ottica con la legge 22/1934 venne concesso alla pubblica amministrazione di discriminare le donne nelle assunzioni, escludendole di fatto da una serie di pubblici uffici. La posizione del fascismo a riguardo della condizione femminile venne poi
rafforzata dalla Chiesa che nel 1930 ribadiva il ruolo primario della donna come madre e si condannava come "contro natura" ogni idea di parità tra i sessi. A chiudere miseramente il cerchio su tali leggi fu l'approvazione dell'articolo 587 del codice penale che prevedeva la riduzione di un terzo della pena per chiunque uccidesse moglie, figlia o sorella per difendere l'onore suo o della famiglia. Fu istituito in questo modo il cosiddetto "delitto d'onore" (quello che è più grave) rimasto in vigore fino al 1981. Arrivò poi la guerra e qui, se mai ce ne fosse stato bisogno, le donne assunsero il ruolo di protagoniste assolute. Svani per sempre l'immagine della donna come angelo del focolare e anche e soprattutto in Garfagnana, quando mariti, figli o nipoti partirono per la guerra o per la lotta partigiana, la donna prese su di sè tutto il carico della società, sostituendo il lavoro fatto in fabbrica degli uomini (vedi la S.M.I di Fornaci di Barga e la Cucirini di Gallicano), sostituendo sempre gli stessi anche nei lavori della terra, al contempo non fecero mancare il sostentamento agli altri familiari nei lavori casalinghi. A questa situazione la donna garfagnina non era nuova, non era infatti la prima volta che si sobbarcava sulle spalle tutta la responsabilità familiare, era già accaduto negli anni passati quando nella valle l'emigrazione raggiunse il suo apice, la donna oltre ai suoi
tradizionali compiti, assunse anche quelli dell'uomo che era emigrato in terre lontane, il fenomeno è evidente in documenti degli anni 20-30 del 1900, dove negli atti notarili è ben evidenziato che i contraenti di accordi di ogni tipo e di compravendite varie  sono in prevalenza firmati con nomi di donne. D'altra parte fu proprio dalla fine di quella maledetta guerra mondiale che le donne, grazie alla loro forza e alla loro caparbietà presero in mano il proprio destino. Quel 2 giugno 1946, quando finalmente anche loro poterono votare, fu vissuto da quelle "ragazze del '46" proprio come l'inizio vero del cambiamento. Un cambiamento, se si vuole vissuto anche con timore, quel timore reverenziale di chi non ha mai assaporato una certa autonomia. A tal proposito rimasero impressi nella mia memoria di bimbo i ricordi della mia nonna Beppa di Gallicano, che di quel giorno rammentava: 
"Misi cappello e guanti (l'ultima volta l'aveva fatto per la comunione delle figlie)e mi preparai per uscire a compiere a 40 anni e per la prima volta il mio dovere di cittadina". Ricordava sempre che nell'attimo che aprì la porta di casa  per recarsi al seggio ebbe un attimo di
esitazione, 
guardò il nonno che già era andato a votare e gli chiese: - Alfredo, cosa devo votare?- La cara nonna era stata impaurita dalla troppa indipendenza che gli si presentava in età adulta, lei che fino a quel giorno aveva accudito e pensato solo alla numerosa famiglia, mentre il nonno (come diceva lei) "si occupava di cose importanti, di cose da uomini"...


Bibliografia

  • "Il sogno realizzato" di Umberto Sereni, Banca dell'Identità e della Memoria, anno 2011
  • Biblioteca digitale ISTAT . Censimenti 1901-1911
  • "La Garfagnana" di Augusto Torre, articolo pubblicato su "La Voce" il 26 ottobre e il 2 novembre 1911

mercoledì 15 giugno 2016

La prima volta al voto delle donne garfagnine: 10 marzo 1946. Fatti e testimonianze

Purtroppo i tempi della ricerca e dello studio non vanno quasi mai
di pari passo con i tempi delle ricorrenze o degli eventi importanti, questo articolo doveva essere pubblicato ben due settimane or sono, ma la data era, ed è talmente importante e significativa  che ho deciso di portarlo avanti comunque, anche se fuori tempo massimo. Il mio omaggio alle donne a settant'anni della loro prima volta al voto non poteva mancare, ricordando tale avvenimento attraverso le testimonianze delle garfagnine che vissero quel giorno. Testimonianze ritrovate (finalmente!!!) negli appunti della mia mamma che da ottima maestra elementare quale era, già più di venticinque anni fa ai suoi alunni ricordava l'importanza di quel lontano 2 giugno 1946.
Dire oggi alle mie figlie che la mia nonna (e quindi la loro bisnonna) è nata e le donne non potevano votare, sinceramente mi fa un certo effetto. Pensiamo che l'Italia nella classifica mondiale dei paesi che per primi approvarono il suffragio femminile arrivava in un netto e clamoroso ritardo. Da apripista per tutti fu la Nuova Zelanda nel 1893, poi l'Australia, i paesi scandinavi e perfino la Russia nel 1917 (con la Rivoluzione d'Ottobre), a seguire la Gran Bretagna, la Germania dopo la I guerra mondiale, gli Stati Uniti nel 1920 e dopo tutti l'Italia nel 1946 (meglio tardi che mai), peggio di noi solo la Svizzera nel...1971. Fino a quel giorno quando arrivava il momento del voto, gli uomini uscivano a dare la loro preferenza sul partito e sulla persona che lo rappresentava. Rimanevano a casa solo gli animali, i bambini e...le donne. Purtroppo in Garfagnana tale consapevolezza era ben poco radicata in una società rurale dove l'uomo spesso la faceva da padrone, le nostre nonne (per alcuni bisnonne) avevano la
Manifestazione a New York nel 1912
per il voto alle donne in USA
convinzione che fosse una cosa naturale che tali oneri fossero ad appannaggio esclusivo dell'uomo, tutto questo spesso era dovuto all'ignoranza, alla poca istruzione, attaccate perciò a leggi non scritte e alla loro cognizione di donna, di rimanere a casa a riassettare e ad allevare figli. Questo praticamente era il quadro generale della condizione femminile in Garfagnana nella prima metà del 1900. Arrivò poi finalmente quel 2 giugno 1946 e (quasi) d'incanto le menti si aprirono, erano le prime elezioni libere dal lontano 1924 (escludendo il plebiscito a Mussolini del 1929) dopo la caduta del fascismo, dove tutta l'Italia fu chiamata al voto referendario per scegliere fra monarchia e Repubblica e per votare i membri dell'Assemblea Costituente, ma è però corretto dire che una parte della Garfagnana stessa ebbe l'onore di far votare le proprie donne (e i propri uomini) ben prima che nel resto d'Italia, quindi è giusto ribadire che per le nostre nonne quel 2 giugno fu la seconda volta che le vide al seggio elettorale.In buona parte della Valle del Serchio infatti fu il 10 marzo 1946 il reale giorno in cui le donne della nostra valle andarono a votare, dato che si svolsero le elezioni amministrative in Toscana. L'affluenza fu altissima, superiore all'89% nei comuni di Barga, Careggine, Castelnuovo
Il decreto legislativo
che sancisce il diritto
 di voto alle donne, firmato
dal Luogotenente del Regno
Principe Umberto di Savoia
Garfagnana, Castiglione Garfagnana, Fabbriche di Vallico, Gallicano, Piazza al Serchio, Vergemoli e Villa Collemandina. Ma come si arrivò a far votare le donne anche in Italia? Il 30 gennaio 1945 con l'Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto l'occupazione tedesca, durante una riunione del Consiglio dei Ministri si discusse del suffragio femminile che venne sbrigativamente approvato come qualcosa di ovvio ed inevitabile. Il decreto fu emanato il giorno dopo: potevano votare le donne con più di 21 anni di età ad eccezione delle prostitute che esercitavano "il meretricio fuori dai locali autorizzati". Nel decreto venne però dimenticato un particolare non da poco: l'eleggibilità delle donne, che venne stabilita con un decreto successivo, il numero 74 del 10 marzo 1946, appena in tempo per le amministrative che si svolsero quel giorno.

Quella data rappresentò una rivoluzione, per la prima volta la figura femminile sperimentò una prima e decisiva emancipazione. Ecco dunque le testimonianze dirette di chi visse quel giorno. La prima se mi permettete è della mia nonna Beppa di Gallicano che quel 10 marzo 1946 si mise cappello e guanti (l'ultima volta l'aveva fatto per la comunione delle figlie)e si preparò per uscire a compiere a 40 anni e per la prima volta il suo dovere di cittadina. Ricordava sempre che nell'attimo che aprì la porta di casa  per recarsi al seggio ebbe un attimo di esitazione, guardò il nonno che già era andato a votare e gli chiese: - Alfredo, cosa devo votare?- La cara nonna era stata impaurita dalla troppa libertà che gli si presentava in età adulta, lei che fino a quel giorno aveva accudito e pensato solo alla numerosa famiglia, mentre il nonno "si occupava di cose importanti,di cose da uomini".
Elena, sempre di Gallicano cambiò finalmente percorso, deviò strada del suo andar quotidiano, lasciò così la via che la portava da casa alla bottega e di li alla fabbrica, per avviarsi quella domenica 10 marzo'46 ai seggi: -Ho sentito un'emozione forte, perchè era la prima volta che le donne votavano. A dire il vero mi era subentrata anche un po' di paura, avevo il presentimento di sbagliarmi al momento del voto. Però la contentezza era il sentimento che prevaleva, mi ero fatta il vestito nuovo per un'occasione che credevo e credo importante poichè mi dette l'opportunità che la mia opinione contasse. Ma che emozione! Ricordo ancora che quando uscì dalla cabina elettorale, vi rientrai subito per controllare se avevo fatto giusto-
Qui i ricordi invece vanno a quel due giugno, la signora Augusta di Piazza al Serchio si recò al voto insieme alla nuora Maria Laura maestra elementare, che già aveva istruito la suocera su chi votare:
 -Prendi la matita, fai una croce sul simbolo della Democrazia Cristiana e scrivi il nome e il cognome di chi abbiamo scelto- Fattostà che dopo aver espletato le operazioni di voto nuora e suocera si ritrovarono fuori dal seggio per confrontarsi sulle emozioni di quel gesto: -Com'è andata?- chiese Maria Laura ad Augusta, la vecchietta rispose: 
Manifesto di propaganda della
Democrazia Cristiana che invita
le donne al voto

-Benissimo ho votato per me, fra tutti quei nomi a dire il vero non conoscevo nessuno, l'unica che conoscevo ero me stessa, per cui ero l'unica persona cui potessi votare e ho scritto il mio nome e
cognome: Augusta Vanni- Fu il gesto irriverente (e se si vuole anche logico)di una donna stufa di ricevere ordini ed imposizioni che stava subendo ormai da venti lunghi anni di era fascista. 
Nonostante il diritto accordato, le donne però erano talvolta considerate incapaci di poter capire e di conseguenza partecipare alla vita politica. La Garfagnana da questo punto di vista non si dispensava da questa stupida idea, per di più anche la chiesa nella nostra valle faceva sentire il suo notevole peso politico, incutendo paura sulle persone di macchiarsi di peccati gravi. In questo caso sentite allora la signora Maria di Barga: - Molti uomini sposati obbligavano le proprie mogli a votare per il partito a cui davano loro preferenza- e ricordava fra l'altro che nella primavera del 1946 infuriava più che mai la contesa per accaparrarsi i voti fra comunisti e democristiani.- I  preti in questo caso - affermava Maria - andavano a casa delle persone più anziane facendo aperta propaganda per la D.C  e qualora se qualcuno avesse dichiarato apertamente di votare Partito Comunista, la Chiesa avrebbe fatto in modo di non celebrare un eventuale matrimonio futuro, oppure se celebrato veniva fatto "fuori altare"-
Le madri costituenti elette quel 2 giugno
spiccano Nilde Jotti e Lina Merlin

Infine ecco l'ultima e bellissima testimonianza della signora Luisa nata nel 1923 a Castelnuovo Garfagnana, professoressa liceale trasferitasi in Versilia negli anni'50:- Fu una cosa meravigliosa che si potesse essere uguali nei diritti. Prima chi ne parlava di diritti! Non mi sono mai sentita inferiore ad un uomo, erano gli altri che non ti facevano contare socialmente, ed era così punto e basta, non si poteva fare niente- Gli anni durissimi della guerra sulla Linea Gotica avevano trasformato la sua vita in un inferno:
-Fino al settembre 1943 vivevamo secondo tradizioni ottocentesche, la donna era l'angelo del focolare e basta, poi all'improvviso tutto cambiò, bisognava far fronte ai bombardamenti, alla paura e alla distruzione. Poi venne la Liberazione che fu accolta non solo come speranza ma con la sicurezza che le cose non sarebbero più tornate come prima. Il voto alle donne fu un'importante conferma. Però a quel punto, dopo anni terribili di fame e sfollamento, s'aspettava il voto come un diritto non come un regalo o una concessione-
Anna Magnani al voto
Finalmente in quei giorni cominciava in Italia un epoca che porterà le donne a rivestire tutte le cariche più importanti nella vita di tutti i giorni. Come dimenticarsi allora di Rita Levi Montalcini nella medicina, Nilde Jotti nella politica, Oriana Fallaci nel giornalismo, Anna Magnani nel cinema, Margherita Hack nell'astrofisica o Maria Montessori nell'istruzione. Tutte figlie di quel lontano 1946.

mercoledì 9 marzo 2016

La guerra vista dagli occhi delle donne garfagnine

Non limitiamoci ad un semplice mazzetto di mimose,la festa della
Anni 50, donne sul Ponte di Gallicano
donna è ben altro ed è caduta anch'essa (come ormai tutte le feste) nel vortice delle celebrazioni super commerciali. Ristoranti e gadgets vari la fanno da padrona, dimenticando il vero significato della ricorrenza. La Giornata Internazionale della Donna o più comunemente detta festa della donna ricorda ogni anno le conquiste sociali, politiche ed economiche della donne, sia le discriminazioni e le violenze cui sono state oggetto (e lo sono ancora) in tutte le parti del mondo. In America la ricorrenza veniva già celebrata nel 1909, in Italia solo nel 1922.Per questo oggi (anche se con un giorno di ritardo), con questo articolo voglio rendere omaggio alle donne, ricordando la vita tribolata delle nostre nonne in Garfagnana in uno dei periodi più neri per l'umanità: la seconda guerra mondiale. Già durante il ventennio fascista e per la retorica di quel tempo la donna garfagnina doveva dedicarsi al lavoro domestico e provvedere esclusivamente alla riproduzione e all'amministrazione della casa. La numerosa famiglia fascista era infatti al centro della propaganda del partito, il ruolo che spettava alla donna era quello esclusivo di moglie e madre, ma in una posizione subordinata all'uomo, il suo corpo praticamente era come se fosse "nazionalizzato", la maternità così si trasformava in un dovere nei confronti della Patria. La cosa cambiò drasticamente e in peggio il 10 giugno del 1940 quando dal balcone di Palazzo Venezia Benito Mussolini annunciò trionfalmente l'entrata in guerra dell'Italia, a quel punto le donne garfagnine continuarono la loro attività di "angeli custodi" del focolare domestico ma inoltre cominciarono a sostituire l'uomo (che partiva soldato) anche nei lavori più duri. Non bastava più assolvere i compiti relativi alle faccende domestiche, oltre a quello di crescere i figli e curare gli anziani che erano in casa,ma bisognava anche coltivare, arare e zappare la terra per provvedere al mantenimento della famiglia stessa, ma non solo, dovevano
Donne in fabbrica alla SMI di Fornaci
(foto tratta da Bargarchivio.it) 
occupare anche quei posti lasciati vuoti dall'uomo nelle fabbriche, ecco allora salire alle stelle l'occupazione femminile alla S.M.I di Fornaci di Barga e nello stabilimento di Gallicano della Cucirini .Le nostre nonne non si risparmiarono nemmeno quando ci fu da dare un contributo nella resistenza partigiana, dove svolgevano la mansione di
"staffetta", era un compito difficilissimo e molto pericoloso, consisteva nel portare ordini, vestiti,cibarie e munizioni da una località all'altra riuscendo a superare i posti di blocco tedeschi, queste missioni erano spesso affidate a ragazzine di 16-18 anni che si pensava potessero destare meno sospetti. Ma il peggio venne dopo l'otto settembre 1943,alla firma dell'armistizio fu il caos totale.
Queste sono due testimonianze viste con gli occhi di donne garfagnine durante quei tremendi giorni, tratte dal bel libro di Tommaso Teora "Racconti di guerra vissuta".

Così raccontano le sorelle Settimia,Lola e Marilù Del Cistia di Sassi(Molazzana)

A settembre del 1944 eravamo tutti a casa. Vedemmo passare un gruppo di persone e ci chiedemmo cosa facessero li. Andammo tutti al piano di sopra e dalla finestra vedemmo un ragazzetto che veniva picchiato e sbattuto contro un ciliegio. Sapemmo solo in seguito che il ragazzo era stato trovato con una radio mentre ascoltava "Radio Londra" e chi inveiva contro di lui erano le camicie nere di Castelnuovo. Verso i primi giorni di ottobre del '44 tutta la nostra famiglia era impegnata nella raccolta delle castagne nelle nostre
selve di Rosceto, località sotto il campanile di Sassi. Al ritorno,a fine giornata la Lola e la Settimia andavano a mungere la vacca che era nella capanna sotto la nostra abitazione. Una sera una cannonata picchiò molto vicino, tanto che il secchio del latte si riempì di terra. Sparavano da Calavorno ed era la prima cannonata che arrivava a Sassi.Il papà per sicurezza ci portò a dormire in un cijere (n.d.r:una cantina) del paese. Il giorno dopo andammo tutti in Focchia, località sotto la Foce di Eglio, dove avevamo un metato. Rimanemmo li per circa un mese, poi nostra madre disse che voleva morire a Sassi e tornammo tutti in paese a casa del Pieroni. La notte dormivamo in cantina. Il 15 novembre fu segnato dalla morte di tredici orfanelle e di una suora sotto il bombardamento americano. Dopo tre o quattro giorni arrivarono i tedeschi, si impadronirono della casa e portarono tantissime munizioni, tra cui mine anticarro che furono messe nel corridoio. Dormivamo con le bombe a pochi metri. La sera del 27 dicembre '44 nostro padre ci disse:
- Domani non state in casa c'è pericolo di bombardamenti -.
Purtroppo non lo ascoltammo e il giorno dopo, mentre in sei o sette donne eravamo intorno al fuoco, cominciò un bombardamento aereo che dalla paura ci fece scappare tutte senza meta e direzione. Ci trovammo con molte altre persone nel bosco, alla capanna dell'Italo Rossi. Poi, insieme ad altri parenti ritornammo al nostro metato di Rosceto. Siamo rimasti lì finchè non fu dato l'ordine di andare tutti sulla riva sinistra della Turrite (febbraio 1945). Ci rifugiammo nella capanna sopra "Calorino". Siamo rimasti li per un certo periodo poi ritornammo a Rosceto fino alla fine della guerra. Quando sentimmo suonare le campane cominciammo ad incamminarci per
tornare a casa. Nel via vai di gente incontrammo molti soldati neri, che ci davano le cioccolate, ma non capivamo il motivo della loro presenza. Un particolare del gennaio '45 quando eravamo ancora a Rosceto, arrivò Pietro Tognocchi chiedendo aiuto a nostra madre Anna, poichè la moglie Maria stava per partorire. Nostra madre che era già pratica di parti, andò da loro a far nascere Giuseppe.

Questa invece è la drammatica testimonianza  della signora Valentini Letizia nata a Gragliana (Fabbriche di Vallico) nel lontano 1917, all'epoca dei fatti abitava a Castelnuovo Garfagnana.

Quando bombardarono per la prima volta Castelnuovo era il 2 luglio del 1944, io ero alla messa in San Pietro con mia figlia Maria Rosa di due anni e mio nipote. Scappammo immediatamente salvandoci per un pelo. Nel settembre '44 i tedeschi e gli alpini dopo, vennero a stabilirsi a casa mia. A noi ci lasciarono solo una stanza in cui vivere. Ci sequestrarono tutto: vino, cinque vacche e un maiale. Passammo tutto l'inverno in quella maniera. Certi alpini erano brave persone, ci portavano da mangiare ed io e mio marito lavavamo i loro panni, che erano pieni di pidocchi. I militari italiani di solito mi trattavano bene e mi davano anche buoni consigli per come comportarmi con i tedeschi; uno di loro addirittura tornò a trovarmi un paio di anni dopo la fine della guerra. Durante l'inverno che quell'anno fu particolarmente rigido, i soldati intirizziti dal freddo,cominciarono a bruciare tutto il legno che avevamo in casa, compresa la mia camera di noce. Quella volta non riuscì a
trattenermi e mi arrabbiai tantissimo, ma questo provocò un caos.
Castelnuovo bombardata
Due militari mi presero e mi portarono via per fucilarmi verso Pieve Fosciana e così gli chiesi:

- Dove mi portate? E come faccio a camminare nella neve senza scarponi?-
Allora un alpino ebbe compassione e mi dette i suoi e così ci si incamminò. Ma cosa volevano da me? Ero incinta della Silvana, che poi è nata nel luglio del '45. Arrivati in località Merlacchia ci raggiunse un soldato italiano che ci disse di tornare subito indietro, perchè il comandante tedesco aveva saputo della mia gravidanza e aveva avuto un ripensamento. Quando finalmente tornai a casa, un soldato italiano medico mi dette alcuni consigli per come rispondere durante l'interrogatorio che mi avrebbero fatto. Fui portata dentro una stanza con tre militari e un comandante tedesco di cui non ricordo i gradi, che mi fece una lunga serie di domande con una cattiveria indescrivibile. L'avevo scampata perchè ero in stato interessante, ma se potessi ritrovare quel tedesco! Nonostante la mia età lo strangolerei! Era odioso. Tra i militari a casa mia c'era anche un ragazzetto di quattordici anni, con il padre e sparavano tranquillamente insieme. Nel marzo del '45 ci mandarono via di casa dicendo che era pericoloso stare là. Il primo trasferimento fu in un metato poco sopra, poi ci trasferimmo al casello ferroviario di Volcascio. In seguito andammo sotto Bargecchia, a Rondanecchio e da li molto spesso sono tornata a Volcascio a portare da mangiare alle famiglie rimaste. Avevamo portato con noi l'ultima vacca rimasta. Quando tornammo a casa dopo la guerra, trovammo la casa vuota e tanta sporcizia. Dovemmo rimboccarci le maniche e ricominciare tutto da capo.

Di li a poco l'Italia tornò ad essere un Paese libero.La guerra finì dopo
Gallicano. La guerra è finita. Donne
ragazze e bambine in posa
cinque lunghi anni di strazio e tormenti infiniti. La guerra era persa, ma da questa tragedia uscì un vincitore: la donna, che ebbe un ruolo fondamentale in questo maledetto conflitto. Eroina rimasta anonima che si sacrificò per il valore più alto:la famiglia.