giovedì 17 ottobre 2019

Il cammino della storia: sentieri di guerra garfagnini, oggi sentieri di pace

La seconda guerra mondiale le oltraggiò, le sfregiò e ne deturpò la
Panchina Monte Rovaio
(Daniele Saisi Foto)
sua candida bellezza. Le Alpi Apuane fino a quel momento erano un oasi di pura natura incontaminata, una concordia di elementi: i suoi boschi, le sue aguzze vette e la sua umile gente, quei contadini e quei pastori garfagnini che su queste montagne trovavano il sostentamento per vivere. Da molti era definito l'Eden in terra. Di queste montagne se ne accorse la poesia per bocca di poeti come D'Annunzio: "...ecco s'indora d'una soavità che il cor dilania. Mai fosti bella ahime, come in quest'ora ultima, o Pania" e prima ancora Ludovico Ariosto che affermava: " La nuda Pania tra l'Aurora e il Noto, da l'altre parti il giogo mi circonda che fa d'un pellegrin la gloria noto" . Ma finì anche il tempo della poesia, del bello, del buono, ma finì sopratutto il tempo della pace. Le acque dei torrenti apuani si cominciarono a tingere di rosso sangue in quel fine estate 1944, il rumore pacifico delle foglie scricchiolanti sotto i piedi fu sostituito dal crepitio dei mitra MP 40 tedeschi, il soave vento fu rimpiazzato dai roboanti Thunderbolt americani, vere e proprie fortezze volanti. Il fronte si attestò proprio li, sulle Alpi Apuane per ben nove mesi, in quel tratto di terra che diventerà conosciuta a tutti come Linea Gotica (per saperne di più leggi: http://paolomarzi.blogspot.com/conosciamo-lalinea-gotica.html). Un fronte di guerra che toccava la sponda di due mari, il Mar Tirreno e il Mar Adriatico. Teatro di guerra, di battaglie
foto Associazione Culturale
 Italia Storica
cruente e di morte, questo era diventata la nostra terra.

Ma nonostante tutto, qualcuno in quei terribili mesi seppe guardare oltre; era l'inverno del 1945 e un corrispondente di guerra americano scrisse così: - Sono nel posto più bello del mondo-; i suoi connazionali avevano fallito da poco un incursione per sfondare la linea, eppure malgrado il tentativo fallito, la sconfitta, la sofferenza per le vite perdute, la penna sensibile di quel giornalista trovò una consolazione che solo la bellezza di un paesaggio come le Alpi Apuane poteva restituire davanti a -quell'arco di stupende montagne-. Fu per questo tragico evento che per la prima volta in assoluto le Panie si mostrarono al mondo intero. Fu un crogiuolo di persone di ogni razza e nazione a presentarsi di fronte all'imponenza delle nostre montagne: i brasiliani della F.E.B, gli afro-americani della 92a Divisione Buffalo, i Gurka nepalesi dell'8a divisione britannica e alle truppe di montagna tedesche della 148a. Questo primo incontro fu l'occasione per questi soldati di
92a Divisione Buffalo
svelare questi monti alla conoscenza dell'intero pianeta e sebbene la morte, il dolore e la sofferenza regnasse, rese comunque consapevoli tutti del valore estetico delle Alpi Apuane, non importava da che parte si fosse, non importava essere nazisti o americani, la bellezza in questo caso rimaneva un valore universale.

Ed era proprio su questi fitti sentieri di queste montagne, nati per collegare i paesi, i casolari e di li ancora ad altri tratturi, ad altre mulattiere che portavano nei boschi e nei luoghi di pascolo, che questi percorsi divennero improvvisamente la via privilegiata per attacchi, ripiegamenti, divennero luoghi di difesa in un connubio di morte e di vita. Oggi questi sentieri esistono ancora e fanno parte della nostra memoria storica: viottoli, stradine, trincee e bunker sono ancora visibili sulle cime delle Apuane che si aprono a panorami mozzafiato, ma non occorre nemmeno arrampicarsi tanto per sublimarsi davanti a tanta bellezza. Ecco allora che questo articolo vuol far conoscere questi sentieri che sono tornati ad essere percorsi di pace, vuole portare il lettore a fare una passeggiata nella memoria. 
Oggi questi percorsi sono chiamati "Sentieri di Pace", una bella pubblicazione del Parco regionale delle Apuane ne identifica ben sette in tutto il comprensorio apuano, io mi occuperò in questo articolo di farvene conoscere due, e cioè di quelli che ho conoscenza personale e quelli che sono legati maggiormente al territorio della Valle del Serchio.
Qui siamo sui passi del Gruppo Valanga, la famosa formazione
Sentiero della Libertà
partigiana garfagnina, e già il nome di questo percorso ad anello ci spiega di cosa stiamo parlando:"il sentiero della libertà". Questi luoghi furono testimoni dello scontro impari fra partigiani e truppe da montagna tedesche, superiori in numero ed armi. Il punto di partenza di questa passeggiata è il Piglionico(raggiungibile da Molazzana), appena si arriva, a ricordare gli eventi c'è una cappellina dedicata al comandante del Valanga Leandro Puccetti, caduto insieme ad altri partigiani nella famosa battaglia del Monte Rovaio: era il 29 agosto 1944 la formazione partigiana difendeva e presidiava la zona delle Panie, strategicamente importante per i lanci di armi e viveri da parte degli alleati. Per percorrere i sentieri e visitare i luoghi della battaglia bisogna imboccare il sentiero C.A.I n 138 e di li salire fino Colle Panestra (qui siamo 998 metri S.L.M), lo storico villaggio al tempo rappresentava l'insediamento più popolato intorno al Monte Rovaio, le case che ci sono ancora oggi sono tipiche degli
Colle Panestra
(Daniele Saisi Foto)
alpeggi e usate saltuariamente dai proprietari, lo spigolo roccioso dov'è situata la località è chiamato Colle del Gesù. Di qui il percorso esce dalla sentieristica del C.A.I, bisogna quindi proseguire verso sinistra e fiancheggiare la sponda occidentale del monte. Il percorso è agevole fino ad arrivare a Trescola, luogo dove abitava "Mamma Viola", la donna accolse e accudì i ragazzi del Gruppo Valanga mettendo a disposizione casa, stalla e i viveri, consapevole del pericolo che stava passando nel caso in cui fosse stata scoperta dalle forze germaniche. Oggi una lapide sulla parete della casa ricorda le
Lapide sulla casa di Mamma Viola
(foto Quelli che...la montagna)
vicende drammatiche di quel tempo. Da qui il percorso si fa un po' più arduo e in alcuni tratti franoso, occhi aperti quindi. Riprendiamo dunque il cammino seguendo la propria destra cominciando così a risalire il  monte Rovaio, intraprendiamo l'ultimo tratto che terminerà poi sulla panoramica cima del monte (1060 m), qui si apre un panorama strabiliante sul gruppo delle Panie e sul profilo dell'Omo Morto. La bellezza del posto,facendo un po' di attenzione, ci riporta alla cruda realtà della guerra che fu: le postazioni delle mitragliatrici ne sono testimonianza tangibile, ecco allora che sulla cresta sommitale c'è una delle quattro postazioni di difesa dei partigiani, una al centro e le restanti agli estremi nord-ovest e sud -est, un altro avamposto di
Sommità del Rovaio
Daniele Saisi Foto
mitragliatrice si trova anche poco sotto la prima, sul fianco della montagna. Di qui si torna indietro per un breve tratto per il sentiero già percorso,  si devia poi verso sinistra in direzione Casa Bovaio, arrivati qui sembra di fare un salto indietro nel tempo, una capanna con il tetto di paglia è silenziosa testimone del tempo che passa. Siamo adesso nel versante orientale del monte, dove i partigiani tentarono la ritirata verso l'Alpe di Sant'Antonio con gravi perdite, di qui si prosegue verso Pasquigliora, di li non resta che risalire fino a Colle Panestra prendendo il sentiero C.A.I 133 e completare così l'anello. Ritornando poi in auto a Molazzana consiglio di fermarsi in paese, visitate "Il museo della II guerra mondiale".

Arriviamo poi a Borgo a Mozzano, qui a differenza del "Sentiero
Bunker Borgo a Mozzano
Paolo Marzi foto
della libertà" la natura lascia spazio all'ingegneria e all'immane lavoro degli operai della TODT. Ci troviamo davanti a delle vere e proprie opere fortificate conservate perfettamente: bunker, piazzole, camminamenti, sono ancora attestazione concreta della guerra. L'itinerario consigliabile consente prima la visita al museo della memoria e di conseguenza alle fortificazioni di Borgo a Mozzano e Anchiano. Infatti dopo aver visitato il museo, 
discendendo la strada Lodovica in direzione Lucca , si possono osservare alcuni siti del fondovalle. Lato strada sono visibili muri anticarro alti due metri e mezzo e a chiudere la valle c'erano e ci sono ancora due casematte sulla sponda destra e 
Postazioni mitragliatrice
Marzi Paolo foto
sinistra del Serchio. Con un accompagnatore del museo si possono visitare i bunker proprio della località Madonna di Mao e Pozzori. Di li in auto, ci si può dirigere verso Anchiano, dall'altra parte del fiume per percorrere le altre postazioni.

Ancora oggi forse non ci rendiamo conto di quello che successe nella nostra valle; la frenesia dei tempi moderni spesso ci offusca la mente su quello che è il nostro passato, ma basta fare una passeggiata attraverso verso questi percorsi per pensare che se oggi siamo quello che siamo lo dobbiamo in buona parte agli eventi che accaddero proprio su questi cammini.



Bibliografia:

  • "Linea gotica e sentieri di Pace nelle Api Apuane" brochure Parco delle Apuane, Apuan Alps Global Geopark e UNESCO. DICEMBRE 2018

mercoledì 9 ottobre 2019

Il delitto Pascoli: intrighi, poesia e il "nido" di Castelvecchio

Da uno schizzo di Giovanni Pascoli
"La cavalla storna"
"...Tu non sai, poverina; altri non osa. 
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come...
...Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome...Sonò alto un nitrito"
Questi sono gli ultimi versi di una delle poesie più belle e famose della storia della letteratura italiana, questi sono i versi de "La cavalla storna". Giovanni Pascoli scrisse questa lirica nel 1903 in riferimento all'assassinio del padre Ruggero avvenuto il 10 agosto 1867, fu ucciso sul suo carro, sulla strada di ritorno verso casa, quando Giovanni aveva appena dodici anni. Le parole di questo componimento sono piene di angoscia e di strazio. La madre del poeta si rivolge alla cavallina che trainava il calesse quasi fosse un essere umano, cercando di scoprire nei suoi occhi chi avesse ucciso il marito, lo spaventato animale infatti è l'unico testimone dell'assassinio di Ruggero e le parole della madre alla cavalla vengono fuori in un crescendo di tensione emotiva. La rivelazione
"Mia madre alzò nel silenzio un
dito/disse un nome,
sonò alto un nitrito"
finale è scioccante, l'animale al nome presunto dell'assassino pronunciato dalla donna emette un nitrito agghiacciante...

I fatti si svolsero lontani dalla Valle del Serchio, eravamo in terra di Romagna e più precisamente sulla via Emilia, nel tragitto che va da Cesena a San Mauro. Eppure questo tragico evento con ogni probabilità fu quello che spinse il poeta nella nostra valle, alla ricerca di un nuovo e ritrovato nido familiare, che lo porterà proprio a Castelvecchio, tra i nostri monti, lontano da amari ricordi e dai probabili sicari del papà e dove potè mimetizzarsi con la sua amata natura in un luogo tranquillo dove ricostruire con la sorella Mariù e il fido cane Gulì un mondo sgretolato dal traumatico assassinio del padre. 
Lasciare per sempre la propria casa e la propria terra per chiunque sarebbe difficile e fu così sicuramente anche per il Pascoli. La motivazione come avete letto fu forte e sofferta, per quello che il tempo considerò uno dei misteri d'Italia, dal momento che il movente e le responsabilità dell' omicidio ancora oggi non sono del tutto chiari.
Per comprendere meglio l'arcano guardiamo prima chi era Ruggero
Ruggero Pascoli
Pascoli, quello che a oggi è considerato il padre più famoso della letteratura italiana. Ruggero nacque nel 1815 e nel 1855 divenne amministratore del latifondo dei Torlonia, l'uomo era impegnato politicamente, negli anni giovanili la passione politica lo portò a far parte della Repubblica Romana, tanto da diventare Capitano della Guardia Civica nel comune di San Mauro, il fallimento di questa esperienza fece calare su di se alcuni anni di oblio, per poi farlo ricomparire sempre nell'amministrazione comunale di San Mauro, prima come sindaco, poi assessore e poi come consigliere, tutto questo dal 1859 al 1867, anno della sua morte. Nella veste di amministratore delle proprietà dei Principi Torlonia, lo zelo, lo scrupolo e l'onesta contraddistinguevano il suo lavoro. 

Quel fatidico 10 agosto 1867 Ruggero si recò sul suo calesse alla

stazione di Cesena, da Roma sarebbe dovuto arrivare l'ingegner Petri, uomo dei Torlonia che avrebbe dovuto rendere ufficiale la sua nomina di amministratore. Il Petri non arrivò mai... tornando a casa senza l'uomo, sul tragitto di ritorno fu ucciso da una sola schioppettata sparata da dietro una siepe, lungo la via Emilia a circa due chilometri da casa. Alcuni abitanti del paese intercettarono la corsa della cavalla storna ormai senza guida con sopra il corpo senza vita di Ruggero. Probabilmente il suo corpo era ancora caldo quando a San Mauro cominciarono a girare le prime voci sul movente e i colpevoli dell'omicidio, anche gli stessi familiari si erano fatti un'idea: "il perchè del delitto stava nella bramosia di succedergli e di diventar ricco, dove a Ruggero Pascoli bastava restar galantuomo", queste sono le parole del Pascoli in una lettera del 1912. La morte del capofamiglia portò con sè la rovina economica di
Ruggero e tre figli.
Giacomo,Luigi
e Giovanni
tutto il nucleo familiare, la mamma Caterina e i suoi figli furono cacciati senza una lira dalle proprietà Torlonia. Da quel momento fu un susseguirsi di disgrazie e morti, negli anni immediatamente successivi si spensero, prima la sorella Margherita, la madre e altri due fratelli, Luigi e Giacomo. Nella testa di Giovanni la morte del padre fu la causa della morte degli altri fratelli: -tutta la famiglia fu spezzata, mia madre morì un anno e poco più dopo, tre fratelli più grandi di me morirono a non molta distanza-.

Nonostante le mille traversie affrontate l'obiettivo era dunque fare chiarezza su quello che secondo Giovanni avrebbe principiato tutte queste infelicità. Stando alla vox populi il mandante dell'assassinio era Pietro Cacciaguerra, un ricco possidente di un paese vicino: Savignano. La sua mira era quella di succedere nella gestione del latifondo Torlonia, posto che poteva garantirgli lauti guadagni se non fosse stato svolto in maniera limpida. I poliziotti fecero indagini superficiali e perdipiù fatte male, quasi non si volesse far luce sull'assassinio,
San Mauro Pascoli
per le autorità il delitto era ascrivibile a uno dei tanti fatti di sangue che travagliavano la Romagna post-unitaria, legato alle speculazioni del grano da parte dei proprietari terrieri. Fra le altre ipotesi fu fatta anche quella collegata al contrabbando di sale, forse era stato ucciso da qualche contrabbandiere, perchè impediva a loro di attraversare la tenuta. La più interessante fra tutte queste ipotesi rimane il movente politico (che la famiglia sempre scartò)che voleva punire un uomo che nel passato era un fervente e acceso repubblicano, ma che non esitò a passare nelle fila del neonato governo monarchico. Un traditore insomma...e in Romagna non c'era accusa più infamante che essere un traditore. A quanto pare questa accusa si lega a filo doppio con il Cacciaguerra, che usò come pretesto per alimentare una campagna diffamatoria, basando l'omicidio su moventi ideali e politici. Spieghiamoci meglio; il presunto mandante era pure lui un convinto repubblicano e come lui
La tenuta Torlonia
da questo partito venivano i due (presunti) killer: Luigi Paglierano (colui che sparò)e Michele della Rocca. Non fu quindi difficile aizzare gli animi dei compaesani contro colui (Ruggero) che in qualità di amministratore di un grande latifondo svolgeva incarichi a dir poco impopolari: l'escomio (n.d.r.: disdetta di affitto notificata ad un colono o a un mezzadro) o denunciare giovani alle autorità in età di leva, per questo motivo questa specie di "affamatore" doveva essere punito. Quello che non sfuggì a nessuno è che poco tempo dopo il crimine il Cacciaguerra prese posto come nuovo amministratore dei Torlonia, la cosa lasciò sbigottiti un po' tutti...ma in fondo questa sbigottimento era solo di facciata... Lo stesso Pascoli alcuni anni dopo in una pesantissima lettera ad un amico fece un quadro completo di quello che era il clima di quegli anni in Romagna: "La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non
Oggi nel Luogo esatto
dell'assassinio di Ruggero Pascoli
volle approfondire. In Romagna c'era allora uno spirito di setta, dall'apparenza politica e dalla sostanza delinquente, volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l'orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto. Quando giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le tracce disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione io"
.

Come detto le indagini furono condotte male e quel poco fatto si andò ad infrangere con la bocca chiusa dei sanmauresi. Nel corso
La bozza originale
de "La cavalla storna"
 a Castelvecchio
degli anni furono fatti tre processi farsa che naturalmente portarono al proscioglimento degli imputati. Il presunto mandante in questi tre processi non fu mai chiamato alla sbarra, nemmeno come testimone. Nel 1916 per decreto luogotenianzale gli incartamenti dei processi e delle indagini furono mandati al macero...

Oramai la famiglia Pascoli era isolata da tutto il resto della comunità, il silenzio omertoso dei sanmauresi dell'epoca era doloroso e frustrante. Per quello che rimaneva della vasta famiglia di Giovanni la paura la faceva da padrona, il timore di ritorsioni era tangibile, per il Pascoli fu chiaro che era arrivato il momento di cambiar aria. Il caso fece il resto. Giovanni era alla ricerca di una casa, un buen ritiro lontano da tristi ricordi e il caso di cui sopra detto ci mise lo zampino. Tutto nacque nel periodo in cui il poeta era insegnante a Livorno, due amici,  Giulio Giuliani di Filecchio (insegnante ad un liceo di Pisa) e Carlo Conti (amministratore di un collegio di Livorno) gli consigliarono di dare un'occhiata ad una casa che era proprio dalle loro parti e che forse avrebbe fatto il suo caso. Si recò così per la prima volta a Castelvecchio nel mese di
Castelvecchio. Casa Pascoli
settembre del 1895 a visitare una villa settecentesca di proprietà della famiglia Cardosi-Carrara. Al tempo non era facile raggiungere la nostra valle, la ferrovia si fermava a Lucca e il Pascoli si fece ben cinque ore di carrozza, ma ciò non importava, anzi era proprio quello che cercava. Ad ottobre del medesimo anno Giovanni con la sorella Mariù si trasferì a Castelvecchio, non scelse un giorno a caso, scelse il 15 di ottobre, il giorno della nascita di Virgilio, suo modello di poeta. Pascoli scelse quel giorno come sua seconda nascita, un nuovo inizio.


Bibliografia

  • "La cavalla storna" Giovanni Pascoli (Canti di Castelvecchio) Zanichelli 1907
  • "Il delitto Pascoli, fra storia e poesia" di Alice Cencetti . Aprile 1912

mercoledì 2 ottobre 2019

Quale fu la sorte dei Liguri Apuani dopo la deportazione nel Sannio? Una fine che nessuno avrebbe mai immaginato...

Sinceramente non ne capisco molto...anzi nulla..: genetica, D.N.A,
Guerriero di Casaselvatica
 (Berceto,Parma)
cromosomi e "diavolerie" varie... ma facendo due "calcoli" per approssimazione(molta), e conoscendo un po' di storia posso affermare che nelle nostre vene del tanto sbandierato sangue apuano ce n'è ben poco. Ci sentiamo orgogliosi discendenti del fiero popolo dei liguri apuani, 
i primi veri abitanti della Garfagnana che qui si insediarono già dall'età del ferro e che più volte respinsero gli attacchi della potente Roma, ed è giusto così per l'amor di Dio, ma io credo, a mio modesto avviso, che nelle maggior parte di noi, nelle nostre vene scorra anche e sopratutto il sangue di quei coloni romani che presero possesso di queste terre dopo la deportazione degli Apuani stessi. Perchè se dovessimo cercare il D.N.A di un apuano, forse non lo troveremo solo in Garfagnana e in Lunigiana, ma sicuramente nella provincia di Benevento e Avellino precisamente seguendo il Regio Tratturo Pescaseroli-Candela che attraversa i territori di Morcone del Sannio, Circello e Reino. Non è una favola, ma una cruda realtà intrisa di sangue... e in effetti qualcuno poi quel sangue l'ha cercato veramente... È di questi ultimi anni la pubblicazione di uno studio genetico su alcune popolazioni italiane: "Linguistic, geographic and genetic isolation: a collaborative study of italian populations"  che afferma che sono state fatte analisi genetiche che paragonano la popolazione attuale di Vagli (zona di stanziamenti apuani)agli abitanti di Circello nel beneventano,
La campagna di Circello
 (Benevento)
(luogo di arrivo dopo la deportazione). Ebbene si, analizzando il DNA Y e mitocondriale delle linee maschili e femminili si è visto che i risultati sono in accordo con una storia genetica delle due comunità , secondo il modello LLM (Ligures Legacy Model). La conclusione dello studio è che non si può affatto escludere che gli abitanti di Circello siano in effetti (almeno in parte) discendenti degli apuani. 

Insomma, tutta questa intrigante teoria per continuare a raccontare quello che capitò agli antichi garfagnini dopo la deportazione nel Sannio. Già scrissi tempo fa un interessante articolo sui tristi fatti che portarono all'esilio di questo indomito popolo (per chi lo volesse leggere clicchi qui: http://paolomarzi.blogspot.com/la-tragica-deportazione-di-un-popolo.html)... ma dopo che successe? Come se la passarono questi guerrieri? Cosa capitò a questa gente? Fecero la pietosa fine degli Indiani d'America? O la sorte fu più benevola nella lontana Campania? Analizziamo quello che fu secondo alcuni esimi studiosi.
"I Liguri prima che i consoli arrivassero non si aspettavano affatto
di dover riaprire le ostilità e, colti di sorpresa, si arresero in circa dodicimila. Cornelio e Bebio, dopo aver sentito l’orientamento del senato tramite lettere, decisero di farli scendere dalle montagne nella pianura, molto lontani dalle loro sedi, per intercludere loro qualsiasi prospettiva di ritorno...I romani possedevano una porzione di agro pubblico in territorio sannita, che era appartenuto ai Taurasini. Era lì che volevano trasferire i Liguri Apuani e a questo scopo bandirono un editto che li obbligava a scendere dai monti con le mogli e i figli portando con sé ogni loro bene. I Liguri più e più volte scongiurarono Bebio e Cornelio per mezzo di loro legati di non essere costretti a lasciare i loro penati, la patria in cui erano nati, i sepolcri degli antenati e si impegnavano a consegnare armi e ostaggi. Non ottennero nulla e, d’altra parte, non avevano le risorse per riaprire il conflitto e così finirono per obbedire all’editto". Così lo storico romano Tito Livio racconta il momento della resa totale dei Liguri Apuani. Era l'inizio della primavera del 180 a.C, l'inizio della fine dei Liguri Apuani. La deportazione assunse dimensioni bibliche e quello che infatti salta subito
all'occhio sono i numeri. Per alcuni storici prudenti la cifra di quarantamila deportati riportata da Tito Livio sarebbe comprensiva di donne e bambini che a quanto pare corrisponderebbe alla cifra di dodicimila guerrieri arresisi. Altri però parlano di numeri ben più impressionanti come lo storico Jhon Briscoe che nel passo in cui Tito Livio scrive "...cum feminis puerisque..." dice che non si può intendere con donne e bambini, ma bensì "insieme alle loro donne e bambini", ecco che allora i numeri si moltiplicherebbero raggiungendo la spaventosa cifra di centoventimila unità. 
Ma non finì qui, l'ultima stoccata ad ogni resistenza apuana fu data poi nello stesso anno da il console romano Fulvio Flacco, da Pisa marciò con due legioni dai Liguri Apuani che abitavano nella zona del fiume Magra, dove costrinse alle resa altri settemila uomini. 
L'impresa più grande dei proconsoli romani Cornelio e Bebio però doveva ancora cominciare, c'era da trasferire questa moltitudine di persone attraverso buona parte d'Italia, un' impresa epica a cui era impossibile sottrarsi, era evidente che senza sorveglianza militare la mesta colonna degli Apuani si sarebbe assottigliata, per non dire proprio dissolta, senza considerare poi il fatto della possibilità di mettere in pericolo i territori attraversati. Per gli Apuani catturati presso il fiume Magra la loro sorte fu diversa, la loro deportazione fu effettuata via mare, furono fatti salire su navi
romane e sbarcati a Napoli. A dare la misura dell'impressionante sforzo logistico di tale esodo basta fare un raffronto con quello che fu poi la colonizzazione romana nelle terre di Garfagnana, Lunigiana e dintorni, a spostarsi infatti furono (secondo lo studioso Cornell) 71.300 maschi adulti nell'arco di settant'anni (fondatori di diciannove colonie), al massimo in una volta sola si trasferirono seimila famiglie...
Intanto nel lontano Sannio si stava preparando tutto per accogliere i nuovi abitanti, il senato inviò in quei luoghi una delegazione che presiedesse alle assegnazioni delle terre, in più fu stanziata una somma pari centocinquantamila denari perchè nelle nuove sedi gli Apuani potessero procurarsi tutto il necessario per vivere. Su questa presunta benevolenza romana si sono sviluppate interessanti tesi che clamorosamente dicono che non fu deportazione, ma bensì un semplice trasferimento frutto di una trattativa diplomatica fra romani e Apuani. La teoria è avanzata dal professor Alberto Barzanò, ricercatore di storia romana nonchè docente dell'Università cattolica del Sacro Cuore, che asserisce che le parole di Tito Livio (quelle qui sopra riportate) non sono altro che da considerarsi una manipolazione letteraria del tempo, per meglio capirsi tutto fu scritto per rendere esclusivamente gloria ai due proconsoli Bebio e Cornelio, poichè ci sono alcuni fatti che non
Mappa stanziamento
 apuano nel Sannio
coincidono con quello che era la realtà romana del tempo, infatti la distribuzione delle terre agli Apuani fu gestita nello stesso modo che era riservato ai cittadini di Roma, ma non solo, la ragguardevole cifra di denari stanziata dal Senato per avviarsi a una nuova vita 
-sarebbero concessioni strabilianti- così afferma l'illustre professore, che continua dicendo che- è probabile che i trasferiti (n.d.r: non i deportati)non fossero poi così scontenti della loro sorte- ed effettivamente due erano le ragioni che allettavano particolarmente gli antichi "garfagnini" e cioè la possibilità di arruolarsi nelle file dell'esercito romano, d'altronde loro erano guerrieri abituati a vivere combattendo, per di più la paga sarebbe stata anche superiore a quello di un soldato romano, a sostegno di questa teoria il IV libro di Polibio (storico greco)dice che -mentre agli alleati la razione di grano era concessa, gratuitamente, ai romani il questore ne scalava il prezzo dalla paga- questa distinzione esisteva perchè la scelta di fare parte dell'esercito di Roma (per quelli che non erano cittadini dell'Urbe) era una scelta volontaria e quindi considerata come professione, pertanto retribuita maggiormente. L'altro motivo consolatorio di questa
deportazione-trasferimento fu la concessione di terre migliori, adatte a raccolti agricoli di tutto rispetto.
In conclusione quella che per i nostri Liguri Apuani sembrò una mezza vittoria o per meglio dire un appagamento, la storia con i secoli dirà che fu un ennesimo trionfo romano, diplomatico, strategico e sopratutto finanziario. Non so quindi dirvi se fu realmente trasferimento o deportazione (com'è dibattuto fra storici di tutto rispetto), quello che posso analizzare sono i fatti. I romani nel 180 a.C fecero arrendere gli Apuani con "nullo bello gesto", ovverosia senza aver condotto nessuna battaglia, inoltre gli illusi Apuani finirono nel tempo per diventare veri e propri cittadini dell'impero, per sempre cessò la loro vita di guerrieri liberi dal momento che erano entrati a far parte di uno Stato vero e proprio con obblighi militari e sopratutto obblighi fiscali (le tasse romane erano salatissime!). La vittoria romana fu di conseguenza doppia, essi non si comportarono come gli sciocchi americani che rilegarono gli indiani nelle riserve
lasciandoli a sopravvivere o a vivere di stenti, tutt'altro, da una parte le terre liberate dal nemico (Garfagnana e Lunigiana) furono occupate da nuovi coloni pronti di conseguenza a pagare nuove tasse, dall'altra il nemico fu trasformato in "amico" rendendolo cittadino a tutti gli effetti e se da una parte aveva dei sacrosanti diritti, dall'altra come gli altri cittadini sarebbe stato pronto anch'esso a combattere per la gloria di Roma, ma sopratutto pronto a pagare ennesimi e salati tributi...



Bibliografia:

  • "Ab urbe condita" Tito livio
  • Marginalità ed integrazione dei liguri apuani: una deportazione umanitaria?" Jhon Thornton 1992
  • "Linguistic, geographic and genetic isolation: a collaborative study of italian populations"

mercoledì 25 settembre 2019

Garfagnana: i più curiosi mestieri di una volta...

Ambite o pericolose, ricercate e più spesso sottopagate, ma sempre
di pubblica utilità, sono quelle occupazioni, quei mestieri che in Garfagnana non si fanno più, lavori estinti e di cui forse non avete mai sentito parlare. Ogni anno nascono nuove professioni, mai immaginate e gli analisti fanno a gara per stabilire quale sarà la più ricercata o la più pagata. Lavori come lo sviluppatore di app o l'insegnante di pilates, cent'anni fa non esistevano ed erano ben lontani dall'essere previsti. Ma chi si ricorda invece di quelle professioni che sono scomparse dalla Valle del Serchio? Scalzate dalle tecnologie, dalle macchine e dal progresso? Ben pochi credo e men che meno i più giovani. Questo articolo infatti lo dedico in parte anche a loro, penso infatti che saranno le nuove generazioni i più curiosi di apprendere l'esistenza di tanti mestieri diversi, alcuni molto strani o addirittura incredibili, d'altronde in queste
righe è impossibile catalogare tutti quei lavori che il tempo si è "mangiato" e quindi mi limiterò a scrivere di quelle attività che ai ragazzi (e anche a me)risulteranno per lo più sconosciute.
"La fame aguzza l'ingegno" dicevano i nostri nonni e loro d'ingegno ne avevano tanto, difatti era un continuo reinventarsi di mestieri, dove esisteva una possibilità di creare o inventare un nuovo lavoro, loro trovavano il modo di crearsi anche un occupazione duratura. La maggioranza della gente in Garfagnana certamente era occupata nell'agricoltura, nella pastorizia e più avanti con l'avvento dell'industrializzazione il garfagnino occupò in massa la fabbrica, pur non dimenticando "il campo", gli altri lavori gravitavano però intorno a quella cultura contadina e arcaica tipicamente nostrale fino a 60-70 anni fa.
Uno di questi mestieri era il chiodaio. Eppure stiamo parlando di un banale chiodo, ne troviamo a migliaia dentro una ferramenta. Al
tempo però venivano realizzati esclusivamente a mano. Dalle nostre parti tale arte veniva sviluppata sopratutto verso le zone di Vergemoli, Fornovolasco e dintorni, che erano luogo di miniere di ferro, qui si poteva reperire facilmente la materia prima. Per fare (all'apparenza) questo insignificante oggetto bastavano pochi attrezzi: un'incudine, un martello e naturalmente una forgia. Per prima cosa si prendevano delle piccole verghe di ferro che venivano tagliate in tanti pezzi quanto era la lunghezza del chiodo desiderato, dopodichè venivano messi nella forgia in modo di arroventarli, una volta estratti venivano lavorati per dargli la forma voluta, a questo punto si procedeva in maniera di formargli la testa che poteva essere piatta o sfaccettata (a diamante), servendosi di una matrice che era nell'incudine (detta chiodaia). Ma si fa presto  dire chiodo, c'era chiodo e chiodo. Ecco che per fissare le lamine di ardesia sui tetti si adoperavano chiodi specifici, poi c'era il chiodo da ruote per fissare queste ai barocci e alla carrozze, inoltre esistevano i cosiddetti brocconi servivano per bloccare il cuoio alla sella dei cavalli, oppure i calderai, chiodo per riparare paioli e padelle, insomma ne esistevano un'infinità per gli usi più disparati... dimenticavo un altro tipo di chiodo in "voga" nel XIX secolo, era fatto di una pezzatura più piccola e serviva per caricare i fucili, i suoi effetti erano devastanti.
Quest'altro lavoro che sia sparito sono felice... lo scrivano era colui che scriveva le lettere o documenti vari per terze persone. Fino agli inizi del 1900 la Garfagnana aveva un livello di
analfabetismo al di sopra della media nazionale (che già quella era alta), perdipiù la necessità di scrivere lettere aumentò di pari passo con l'incrementarsi dell'emigrazione. Lo scrivano lo si poteva incontrare specialmente nei giorni di mercato, che (come oggi) con cadenza settimanale si svolgeva nei principali paesi garfagnini. Aveva il suo banchino solitamente nella piazza principale, pronto a scrivere per l'innamorato di turno appassionate lettere d'amore, oppure a leggere anche le notizie inviate per lettera del caro parente emigrato nelle lontane Americhe, non mancava nemmeno di redigere anche missive di notevole importanza. Lo scrivano nella scala sociale del tempo aveva un posto di rilievo, esercitava un lavoro di prestigio e si faceva pagare pure bene. Si può dire che fosse considerato genericamente un impiegato: ben vestito con giacca e camicia, indossava manicotti neri muniti di elastici alle estremità, in modo cosi di non sporcarsi l'immacolata camicia con l'inchiostro del pennino.
E sempre a proposito di analfabetismo un'altra professione sempre legata a questa piaga era colui che era impiegato
come banditore. Non ci facciamo ingannare dall'uso odierno che si fa
di questa parola, poichè al giorno d'oggi il banditore è colui che in un'asta fa determinare il prezzo di un determinato oggetto. Al tempo no, tutt'altro, il banditore era la persona che a voce rendeva pubbliche le ordinanze delle autorità comunali. Si annunciava per le vie dei paesi del comune al suono del tamburo o di una trombetta e se nel caso gli annunci fossero stati più di uno, intercalava gli stessi da uno squillo di tromba: - Udite, udite...per ordine del podestà- oppure- il signor sindaco avverte...- e oltre alle ordinanze annunciava anche l'inizio dell'anno scolastico, annunciava l'entrata in vigore della possibilità di pascolare, la denuncia di furti e il periodo per condurre il bestiame al pascolo dove vigeva l'uso dei beni civici. Nella Valle del Serchio gli annunci dei banditori venivano dati all'imbrunire, quando i cittadini rientravano dal lavoro nei campi. Le doti per fare questa attività non erano speciali, bisognava avere molto fiato e buone gambe per percorrere quelle accidentate strade. Questo mestiere ha avuto lunga vita, nacque nel medioevo e terminò quando imparammo tutti a leggere e a scrivere... 
Avete mai notato nei nostri centri storici sui quei palazzi antichi
quei meravigliosi portali di pietra? Sopra ci sono scolpiti stemmi nobiliari e non solo, e che dire poi di quei bellissimi davanzali? E delle cornici delle finestre e le soglie delle porte? Tutto opera dello scalpellino,ovverosia colui che finemente cesellava, scolpiva e modellava queste pietre di granito che armonizzavano e davano quel tocco in più ai palazzi e alle case. Naturalmente anche qui si usava pietra più o meno pregiata in base alla disponibilità economica del cliente. Il culmine di questo lavoro in Garfagnana lo si raggiunse in epoca rinascimentale, quando l'arte del bello cominciò ad avere la sua importanza. Gli attrezzi dello scalpellino erano specifici e personalissimi, c'era una squadra per misurare gli angoli, una serie di scalpelli perfettamente affilati, mazze e mazzette. Ma l'arte di questo mestiere non si limitava ai soli infissi esistevano manufatti per la cucina: mortai, pestelli e perfino gli stessi lavandini di pietra
che oggi ammiriamo tanto nelle vecchie case.
E a proposito di case, una volta nei paesi, al di fuori delle abitazioni, nella pubblica via, venivano posti e fissati al muro delle lanterne che avevano il compito di illuminare la strada, facendo poi la funzione degli odierni lampioni . L'elettricità d'altronde in Garfagnana arrivò molto tardi, figuriamoci che in alcuni sparuti paeselli negli anni 60 del 1900 la corrente elettrica non era ancora giunta ed a far luce nelle stradine interne dei borghi c'erano ancora questi antichi lampioni che funzionavano ad olio, ed accenderli (e a spegnerli) c'era il lampionaio,lui era un
dipendente comunale ed aveva un ruolo di fondamentale importanza per tutta la comunità, lo si poteva notare perchè abitualmente aveva una giacca color turchino e un berretto municipale in testa, segno inconfondibile era la lunga pertica che aveva sempre con sè e sulla cui estremità era fissata una speciale lampada munita di gancio, questa gli consentiva senza l'aiuto di scale di aprire dal basso verso l'alto lo sportellino della lanterna e accendere la lampada, altro compito del lampionaio era quello di regolare lo stoppino della lanterna e approvvigionare l'olio all'interno di esse. E la mattina? Sempre il solito lampionaio si prendeva la briga di spegnere i lampioni al sorgere del sole...
Ma non esistevano solo lavori prettamente maschili come quelli che qui abbiamo letto, esistevano lavori anche esclusivamente femminili, talvolta più duri di quelli maschili. Il classico esempio era il mestiere della lavandaia, un duro lavoro,le mani costantemente a contatto con l'acqua del Serchio, al tempo non c'erano lavatrici ne tantomeno l'acqua nelle
case, bisognava andare al fiume o nei torrenti di acqua gelida a lavare i panni, sia d'estate che nei freddi inverni, ma se si vuole il disagio peggiore non era nemmeno questo, la vera sofferenza era stare costantemente piegate sulla riva, protese in avanti sui precari sassi a insaponare, sciacquare e strizzare i panni, ore e ore in ginocchio, la brutta postura portò a soffrire di quel classico processo infiammatorio meglio conosciuto come "il ginocchio della lavandaia". Questa occupazione veniva svolta dalle donne del popolo presso le famiglie benestanti del paese e presso le famiglie in cui la donna di casa era ammalata, si dice che principalmente questo lavoro fosse svolto da donne sole, gli uomini non permettevano che le loro mogli mettessero le mani nei panni sporchi di altre persone, ma in caso di necessità anche le maritate non esitavano a mettersi al servizio delle signore del paese per portare soldi alla propria famiglia. Anche per questa attività non serviva un'attrezzatura particolare, ma semplicemente dell'olio di gomito
il lavatoio di Campolemisi
(Fabbriche di Vergemoli)
e...della lisciva. La lisciva era il detersivo del tempo che fu, fatta di una soluzione di acqua e cenere che faceva diventare bianco, morbido e profumato il bucato, per i garfagnini era meglio conosciuta con il nome di "ranno". Per fortuna con il passar dei secoli la situazione dalle lavandaie migliorò, sul finire del 1800 anche in Garfagnana comparvero i primi lavatoi, costruzione coperte, dotate di vasche capienti e che permettevano sopratutto alla donna di lavare in posizione più o meno eretta.

Di lavori, mestieri e occupazioni ce ne sarebbero ancora tanti da
narrare, ma credo che,con queste poche righe di aver reso un omaggio
a tutte quelle generazioni che hanno svolto questi antichi mestieri, che hanno operato e vissuto nel buio le loro fatiche quotidiane e che per mezzo di questo modesto articolo voglio far riemergere, non facendo così perdere la coscienza della propria esistenza. 


Bibliografia:

  • Antichi mestieri della montagna italiana (Leonardo Ansimoni 1980 stampato in proprio)
  • I mestieri legati al primato della mano dell'uomo (mestieri artigiani . Associazione TRACCE DEL TEMPO)




mercoledì 11 settembre 2019

Storie di razzismo di garfagnini emigrati.

"Data la loro abitudine di trasferirsi nel paese che li ospita nei 
Vignetta america del 1901 ci definiva
"la fogna del mondo"
mesi invernali per poi tornare in patria in autunno, gli immigrati si caratterizzavano per una scarsa volontà di integrarsi nella società locale, fatto confermato dai bassi livelli di acquisizione di cittadinanza e di apprendimento della lingua locale".
Questo stralcio di documento non è preso da un rapporto del Ministero dell'Interno sulle orde di migranti che stanno raggiungendo le nostre coste in questi mesi, ma bensì è una relazione del Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti d'America di inizi 1900, argomento trattato: l'emigrazione italiana...
Si, inutile nascondersi dietro ad un dito, una volta i discriminati razziali eravamo noi, o meglio, i nostri nonni e bisnonni che partiti dalla Garfagnana (e dall'Italia in genere) andavano a cercar fortuna in Paesi pronti ad accoglierli... ma questi Paesi, tanto
pronti non erano.

Prima di leggere testimonianze di garfagnini emigrati discriminati, la cui sola colpa era quella di essere italiano è bene che il mio caro lettore attraverso questo antefatto che andrò a narrare si faccia un'idea del contesto in cui si ritrovavano i nostri avi partiti dalla nostra amena (al tempo non troppo...) valle.
Il razzismo e i pregiudizi sugli italiani è bene chiarirlo subito accompagnavano i nostri compatrioti in tutto il globo, in qualsiasi terra in cui mettessero piede, dalle Americhe all'Australia e in tutto quel periodo storico che va dall'800 fino agli anni '70 del secolo passato. Su di loro pesavano un paio di secoli di stereotipi importati da decine di scrittori, letterati ed esimi professori che si erano recati nel nostro Paese in quello che in quel tempo era conosciuto come il "Grand Tours". "Grazie" dunque, anche a scrittori del calibro di Defoe, Shelley e Twain che fummo nell'immaginario 
Il tedesco Goethe definì l'Italia
"un paradiso popolato da diavoli
popolare d'oltralpe e d'oltreoceano subito marchiati a fuoco. Goethe definì l'Italia "un paradiso abitato da diavoli". Questo marchio fece ben presto il giro del mondo, quindi per gli altri eravamo come i vari scrittori ci avevano visto: sporchi, mendicanti e immorali, ma non era niente al confronto di altri tre preconcetti che costituivano il fardello che ogni singolo emigrante doveva sopportare: 
l'italiano era pericoloso socialmente, l'italiano è violento è un uomo dalla rissa e dal coltello facile, un po' come adesso noi vediamo gli immigrati provenienti dall'est Europa, fattostà che i nostri connazionali erano soprannominati nei paesi anglosassoni "dago", una storpiatura della parola "dagger"(coltello, pugnale). 
L'italiano è un terrorista: sovversivi ed anarchici per natura. Tale "bollo" accompagnò gli italiani sopratutto fra fine ottocento ed 
Luigi Luccherini
l'assasino della principessa Sissi
inizio novecento, sottoponendoli di fatto ad ogni tipo di controllo da parte delle autorità (immaginiamo grosso modo quello che succede oggi agli islamici in Italia), d'altronde ne avevano ben ragione, infatti in quel periodo gli anarchici italiani assassinarono: il presidente francese Sadi Carnot (1894), il primo ministro spagnolo Canovas del Castillo (1897), l'imperatrice Elisabetta d'Austria, la famosa principessa Sissi dei vari film, (1898)e il re d'Italia Umberto I (1900). 
Il terzo ed ultimo motivo ci accompagna ancora oggi...gli italiani sono tutti mafiosi...Fu un periodo quello di grande confusione sociale, l'opinione pubblica (specialmente americana) non riusciva più a distinguere tra minoranza criminale e una maggioranza onesta all'interno della comunità italiana. E' altrettanto innegabile che i bastimenti provenienti da Genova, Napoli e Palermo fecero sbarcare in America i Genovese, i Gambino, i Valachi e i Gotti.
Ma non finiva qui, c'era ancora un pregiudizio più grave nei 
Carlo Gambino uno dei più grossi
mafiosi d'America
confronti degli immigrati nostrali. Un motivo prettamente razziale. Esisteva difatti la convinzione che gli italiani non fossero del tutto bianchi, ma che avessero nelle vene quella che i razzisti americani chiamavano "la goccia negra". Quello che era ancora più grave, era che tutto ciò pareva supportato da un'analisi pseudoscientifica; all'esposizione universale di Buffallo nel 1901 (non alla fiera di Gallicano di settembre, per ben capirsi) venne elaborata una carta delle razze in cui venivano illustrate le diverse gradazioni di purezza biologica, insomma in tutto questo farneticare la razza italiana non era compresa fra quelle bianche, ma in un limbo situato fra i bianchi ed i neri. Tutto ciò farà si che i nostri emigrati furono i più maltrattati fra tutti gli immigrati nel suolo americano. 
Ecco, questo era il quadro che le migliaia di emigranti garfagnini si trovavano davanti e molti si troveranno suo malgrado in
spiacevoli storie di razzismo. La più delicata e fra le più clamorose testimonianze che ho raccolto riguarda Maria (nome inventato), partita dalla nostra valle negli anni 20 del 1900. Insieme al resto della famiglia raggiunse il papà che già era partito anni prima. La famiglia si stabilì in Alabama, la vita se vuoi era molto simile a quella della Garfagnana, l'attività che li prevalentemente si svolgeva era l'agricoltura e lo stile di vita campagnolo si addiceva  alla famiglia. Maria, dunque si invaghì di un giovanotto di colore- così ci racconta un suo parente- e dall'innamoramento a qualcosa di più "consistente" il passo fu breve. Peccato che in Alabama vigeva la legge della "miscegenetions", ovverosia il divieto di  mescolanza di razze fra bianchi e neri. Ci fu un processo che ebbe grossa rilevanza mediatica per il tempo, (il nostro testimone conserva ancora ritagli dei giornali americani del tempo), per farla breve l'uomo di colore riuscì a cavarsela poichè la ragazza con cui aveva avuto la relazione proibita era si americana, ma italiana di origine, dunque per il giudice: "non si poteva assolutamente dedurre che lei fosse bianca". Alla fine di tutto la famiglia garfagnina ritornò in Italia e il padre così disse: "meglio patire la fame che perdere la dignità".

C'è anche chi fu testimone di un fatto storico - razziale nei 
New Orleans la folla inferocita davanti
al carcere
confronti degli italiani. Alberico da Villa Collemandina emigrò negli Stati Uniti con una delle prime e forti ondate migratorie. Arrivò a New York e poi non si sa come raggiunge New Orleans- così racconta un bis- bis nipote-. Proprio in quel periodo a New Orleans fu ucciso il capo della polizia e a quanto pare oltre all'assassino (che era un italiano) furono arrestati altri 250 italiani. Il nostro Alberico che era presente in città in quel periodo si chiuse nella sua stanza d'albergo senza uscire, nè per lavorare, nè per mangiare, era cominciata di fatto una caccia all'italiano. La cronaca poi racconta che 11 di questi italiani furono assolti dal giudice, ma una folla fatta da migliaia di persone prese d'assalto il carcere dove erano ancora custoditi e dopo averli presi in consegna le uccise brutalmente, per molto tempo fu il più grave linciaggio della storia degli Stati Uniti. Alberico riuscì in qualche maniera a fuggire dalla città e raggiungere nuovamente New York, dove poi si stabilì definitivamente.
C'è ancora poi chi ricorda le paghe lavorative, Gianni veniva da
Ellis Island...prima di entrare italiani
negli Stati Uniti
 Castelnuovo e narra delle liste per le opportunità di lavoro sancite dallo stato (sottolineo lo stato) che erano divise per etnia "Bianchi 1,75$, neri 1,50$ e italiani 1,35$". Gli italiani prendevano meno dei neri, perchè si diceva che i neri erano arrivati prima- così racconta Gianni-, inoltre specialmente quando andavo a lavorare negli stati del sud degli Stati Uniti, spesso (dove sapevano chi ero) ero costretto a bere alle solite fontanelle dove bevevano gli uomini di colore.
Ma tutto questo non ci capitò solo nelle lontane Americhe, ma anche nella civile Europa (Germania, Belgio Svizzera) e non nel 1800, ma appena quaranta, cinquant'anni fa. Qui è difficile raccogliere testimonianze, che sicuramente ci sono e sono testimonianze dirette
di chi ha vissuto in prima persona queste brutte esperienze, forse la vergogna di quello che fu attanaglia ancora questi emigranti.

Eppure non fummo solo quello, nonostante le discriminazioni, gli stereotipi e i maltrattamenti, le nostre mani e il nostro lavoro ha fatto grande l'America e L'Europa e se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore,- disse un giorno George David Aiken- troveremmo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno...

Bibliografia:

  • MASSIMILIANO SANVITALE Quando essere Italiani era una colpa: razzismo, oltraggi e violenza contro i nostri immigrati nel mondo
  • Testimonianze orali