giovedì 7 marzo 2019

La storia di un re che venne a fare il frate in Garfagnana...

Sono storie queste che sembrano nascere da qualche romanzo del 1800,
Convento cappuccini Castelnuovo
sono storie che la memoria ha sepolto e che meritano di essere riportate a galla e fatte conoscere al grande pubblico e non solo ad una nicchia di storici gelosi. Le vicende che andremo a narrare hanno tutto quello che si cerca in un bel libro o in un coinvolgente film, una girandola di sentimenti e di situazioni fa da corollario a queste cronache di quasi 400 anni fa : potere, amore, pentimento, fede, guerra, omicidi, insomma un quadro globale di emozioni che coinvolge a pieno diritto anche la Garfagnana e nientepopodimeno che Alessandro Manzoni e i suoi "Promessi Sposi". 

Credo con questo di aver stimolato assai la curiosità del mio lettore, dal non potermi esimere di cominciare a raccontare gli eventi mirabolanti che videro protagonista sua maestà il Duca di Modena Alfonso III d'Este.
Tutto cominciò il 22 ottobre 1591, quando in quel di Ferrara vide la luce Alfonso, era figlio di Cesare d'Este e di Virginia de' Medici.
Alfonso III D'Este
Al tempo suo padre non era ancora Duca, dato che alla guida dello stato Estense c'era il cugino Alfonso II. Questi morì senza eredi e la reggenza passò allora a Cesare. Da qui in poi cominciarono le peripezie del piccolo Alfonso, che subito fu buttato dentro a spinose questione politiche e così a soli sei anni, senza nè colpa nè peccato fu messo nel mezzo nella cosiddetta "convenzione faentina", un vecchio accordo fra lo stato della Chiesa e la famiglia d'Este che diceva appunto che in caso di mancanza di eredi diretti, Ferrara sarebbe tornata in mano al Papa. Clemente VIII fece scattare subito la clausola (pertanto la capitale del regno fu trasferita Modena), a garanzia del buon esito degli avvicendamenti il Pontefice prese in ostaggio il piccolo Alfonso, trattenuto forzatamente a Faenza nelle mani del Cardinal Aldobrandini. Questo segnò molto il carattere del futuro sovrano. Una volta tornato a Modena Alfonso era cambiato, era diventato intollerante e violento, si intrometteva sempre negli affari di governo, approfittando del carattere debole del padre. L'anno della svolta fu il 1608 quando sposò a diciassette anni Isabella di Savoia, il matrimonio nonostante fosse combinato si rivelò felice, l'infanta di Casa Savoia da fonti dell'epoca fu definita "la più pia, la più magnanima, la più religiosa principessa del secolo", insomma questa donna come vedremo segnò in tutto e per tutto il destino del futuro Duca a partire dal numero dei figli nati, stavolta senza eredi non sarebbero rimasti...infatti i pargoli furono ben 14. Nel frattempo, fra un figlio ed un altro, Alfonso conobbe per la prima volta la Garfagnana (terra sotto il dominio estense), era il 1613 e fu mandato a difenderla dai bellicosi
Isabella di Savoia
lucchesi che se ne volevano impadronire, tornò ben presto a Modena colto da violente febbri. Nonostante il forte ascendente di Isabella sul marito, la principessa non potè però impedire che "la sua anima non fosse travolta da una disastrosa crisi spirituale, trascinato verso una vera e propria decadenza morale", così scriveva un suo biografo e continuava: "era entrato in dimestichezza con certi tipi spregiudicati il cui modo di pensare e di credere era assai più vicino a quello del Machiavelli che al Vangelo di Cristo", tutto questo lo portò ad avere molti nemici, accecato sempre di più dalla bramosia di potere, tanto da soprannominare il papà "Padre Eterno", alludendo al fatto che non ne voleva sapere di morire, ma non solo, anche l'onore degli Este andava secondo lui difeso contro chiunque si permettesse di disonorarlo; di questo ne pagò le conseguenze la famiglia Pepoli che rivendicava alcune terre nel ferrarese che il Duca non gli riconosceva, fu una lotta dura, carte bollate, giudici e azioni legali, ma l'Alfonso di quei tempi non portava pazienza e tanto meno era disposto a fare concessioni, ed ecco allora che "l'eclissi morale" tocco il suo apice. Una sera di dicembre del 1617 il futuro sovrano dette ordine ai suoi sgherri di assassinare il Pepoli. L'omicidio scatenò una serie di vendette, Alfonso scampò miracolosamente a diversi attentati, a pacificare tutto ci pensò il tribunale di Modena che sentenziò diverse pene capitali a dei poveri innocenti che dovevano fare da capo espiatorio: "la sanguinaria giustizia non potè aver tra le mani che quattro disgraziati su cui scaricarsi", in pratica
Modena al tempo degli estensi
l'omicidio del Pepoli e gli attentati contro Alfonso rimasero impuniti con buona pace di tutti. Arrivò così il fatidico 1628, l'anno in cui tutto cambiò, l'amata Isabella morì dando alle luce il quattordicesimo figlio, una bella bambina di nome Anna Beatrice, ma "l'annus horribils" continuò, anche il Duce Cesare dopo trent'anni di regno trovò la morte, tutto questo destò grande impressione in Alfonso che si ritirò in meditazione. Nel frattempo come tanto sperava e bramava era diventato il nuovo signore e duca di Modena, ma qualcosa non era più come prima, le ultime parole di Isabella (di riportare la pace nel Ducato) lo avevano colpito profondamente, c'era poco da fare doveva cambiare vita e comprese allora che solo abbracciando una rigorosa vita religiosa avrebbe placato i suoi tormenti...decise che prima o poi si sarebbe fatto frate cappuccino. Solo sette mesi durò il suo regno, dopodichè il 24 luglio 1629 abdicò a favore del figlio Francesco, abbandonando per sempre la lussuosa vita di corte. Prima di lasciare il regno dette l'ultimo ordine: lasciar decadere tutte le taglie sugli acerrimi nemici della famiglia Pepoli. In poco tempo Papa Urbano VIII accelerò i tempi del suo noviziato, Alfonso lasciò il Ducato e si diresse in Tirolo in un convento di cappuccini prendendo il nome di frate Giambattista da Modena. Cominciò così un
Frà Gianbattista da Modena
ossia
Alfonso III
lungo peregrinare: Trieste, Gorizia, Innsbruck, Vienna, a Modena fece ritorno nel 1632 facendo si che il figlio venisse in soccorso dei più bisognosi, la predica nel duomo di Modena raccontano le cronache dell'epoca fu memorabile, l'ex duca raccomandava l'elemosina "che libera da ogni peccato e dalla morte e non permette che l'anima, che spezza le catene dei peccati, dirada le tenebre, estingue il fuoco". Ad onor del vero sarebbe ingiusto far passare la figura di Alfonso come un mite predicatore, a quanto pare il suo "caratterino" tornava fuori quando c'era da convertire gli ebrei: "il suo zelo talora ad alcuni parve anche troppo impetuoso". Insomma Alfonso a Modena era diventato per tutti un personaggio scomodo, vuoi perchè anche lo stesso Duca sentiva la presenza del padre come un qualcosa di ingombrante, vuoi perchè anche la stessa gente non vedeva di buon occhio che un ex duca (seppur frate) fosse sempre in giro per la città. In soccorso a tutti allora venne la Garfagnana, capiamoci meglio, lo stesso ex Duca manifestò più volte il desiderio di abbandonare la città, voleva un convento tutto per se in un luogo lontano da tutti e tutto dove poter meditare e pregare, i possedimenti della Garfagnana facevano proprio a suo caso... A Castelnuovo infatti c'era una collinetta che sembrava fatta apposta per edificare un luogo sacro, era il 1632 e in soli quattro anni a spese del figlio Francesco I fu edificato il convento di San Giuseppe, meglio conosciuto come il convento dei Cappuccini. A sottolineare la bellezza del posto scelto ci pensò quattrocento anni dopo il poeta dialettale Pietro Bonini:
Convento dei Cappuccini Castelnuovo
"Che siano furbi i frati e molto intelligenti  lo dimostra il fatto che i loro conventi se l'enno costruiti sempre a metà collina duve non manca sole, duve c'è l'aria fina". Ad accorgersi della vita di padre Giambattista alias Alfonso III fu un altro scrittore e poeta di fama ben superiore del seppur valido Bonini, a quanto pare Alessandro Manzoni nei suoi "Promessi sposi" per il personaggio di Frà Cristoforo prese ispirazione dall'ex duca. Il Manzoni infatti era un assiduo lettore di Ludovico Muratori (storico vissuto nel 1700) che nel suo libro "Antichità estensi" parla proprio della figura di frà Giambattista da Modena, e infatti a onor del vero quello che il Manzoni racconta del personaggio del romanzo ricalcherebbe molto similmente la vera vita del monarca. Nel libro si racconta che Cristoforo era figlio di ricchi, che poteva permettersi gli agi e i lussi che voleva, inoltre si dice anche qui di un omicidio commesso su un signorotto locale e la successiva conversione alla vita monastica, insomma sono tante le coincidenze che fanno credere a più ricercatori che il personaggio manzoniano non si altro che Alfonso III. In ogni modo la vita di Giambattista da Modena nel capoluogo garfagnino scorreva tranquilla, qui diceva di voler ricercare quella pace che gli avrebbe consentito di prepararsi al grande passo della morte. E infatti non si
il quadro di Nicolò Azzi
ingannava...a soli 52 anni colpito da forti febbri, il 24 maggio 1644 morì nel convento da lui voluto. Nicolò Azzi, pittore garfagnino, lo ritrasse sul tavolo mortuario. 

Finì così la vita di un personaggio dalle mille sfaccettature che della sua vita volle fare un romanzo.





Bibliografia:

  • "Alfonso III, l'estense che volle rinunciare al ducato per vestire il saio" di Luigi Malavasi in "La fine di un mondo che fu"
  • "Antichità estensi" di Ludovico Antonio Muratori

mercoledì 20 febbraio 2019

Il guerriero apuano: la sua vita, le sue armi e la sua divisa

"Panoplia"...e che parola sarà mai questa. In effetti finchè anch'io
Un fante ligure
disegno di Jhonny Shumate
non mi sono interessato di certe materie mai l'avevo sentita nominare, dato solo chi si interessa di specifiche argomentazioni storiche sa il suo significato esatto. Comunque sia per coloro che come me erano ignari di questo termine, ecco che "panoplia" è una parola di origine greca composta da "pan" (tutto) e "hoplon" (arma), letteralmente armatura completa. In parole povere e meglio comprensibili a tutti, questo vocabolo è usato per indicare l'insieme delle armi di offesa come la spada, la lancia e lo scudo, ma non solo dal momento che ci può descrivere anche l'elmo e la corazza che proteggeva il corpo. Gli studiosi e gli appassionati di questa branca della storia studiano tutte le armature antiche da quelle esistenti da prima della nascita di Cristo a quelle medievali, rinascimentali fino a quelle più moderne. Nelle memoria collettiva di tutti se si parla di armi e armature ci vengono subito in mente quelle dei valorosi legionari romani o quelle dei coraggiosi gladiatori, per non dire di quelle classiche in stile cavalieri della tavola rotonda. Rimane il fatto che non solo le grandi armate o i grandi eserciti che abbiamo studiato sui libri di scuola hanno avuto i loro valorosi guerrieri descritti di tutto punto dagli storici e dai film che tutti conosciamo, anche in Garfagnana abbiamo avuto i nostri valorosi combattenti che avrebbero difeso fino alla loro estinzione le proprie terre. Mi sento dunque di rendere omaggio al guerriero apuano conosciuto si di indole fiera e caparbia ma altrettanto poco conosciuto da un punto di vita prettamente circostanziato. Facendo questo anche noi finalmente ci potremo immaginare com'erano questi coraggiosi soldati.

Cominciamo con il dire che qui il lavoro degli storici è stato immane, mentre per tutti gli altri eserciti che hanno avuto maggior risalto nella storia è stato facile trovare documentazioni e descrizioni, per il popolo apuano gli studiosi hanno potuto fare riferimento a pochi storici antichi che sommariamente descrivevano armi, armature e quant'altro, in questo caso molto hanno aiutato anche i ritrovamenti nelle tombe di oggetti atti alla difesa come pugnali e punte di lancia.
Tutto cominciò(in questo senso) con questa frase:"Adeversus Liguras tunc primum exercitus promotus est" ovverosia: "Allora per la prima
La stele di Lerici
volta fu inviato un esercito contro i liguri"
, qui Tito Livio (storico romano)ci parla del 238 a.C, di quando Roma mosse ufficialmente per la prima volta guerra contro le popolazioni liguri ed è da questo momento che gli Apuani entrano di prepotenza nelle fonti letterarie latine, illustrandoci non solo le gesta belliche di questo popolo, ma anche le loro armi. A dire il vero già una stele del VII e VI secolo a.C rinvenuta a Lerici (La Spezia) nel 1992 ci descriveva il guerriero ligure d'elite con una spada ad antenne simile ad un giavellotto, una lancia, un elmo a calotta e uno scudo tondo, con i secoli però il corredo di guerra sarà destinato a cambiare, le influenze romane modificarono sostanzialmente l'armamento e il guerriero che andremo a descrivere e di cui parlano gli storici antichi è quello che visse sulle nostre terra tra il III secolo e il II secolo a.C. Diodoro Siculo (altro storico dell'epoca) ci dice che: 
"I Liguri hanno un armamento, per struttura, più leggero di quello dei romani; li difende infatti uno scudo ovale lavorato alla moda gallica ed una tunica stretta in vita, ed attorno avvolgono pelli di fiera (n.d.r: animale selvatico) ed una spada di media misura". Da questo punto di vista le fonti sono tutti concordi nel dire che gli Apuani avevano un equipaggiamento leggero (hostis levis) adatto al combattimento in luoghi montani, uno scontro fatto d'imboscate e scaramucce repentine. Gli Apuani non disdegnavano neanche lo scontro in campo aperto, proprio perchè abituati all'asprezza e alla morfologia della loro terra, sempre fonti latine citano la capacità di resistenza nel corpo a corpo, scontro a loro prediletto, dove dimostravano grande caparbietà: "Un nemico armato alla leggera, quindi veloce e mobile che non permetteva in nessun luogo di trovare un momento di tranquillità o una posizione sicura" (Tito Livio). Andando più nel particolare analizziamo quali erano gli elementi principali del guerriero apuano. Partiamo dall'elmo (i cui ritrovamenti sono scarsi e sporadici), sicuramente era un'oggetto di prestigio ad appannaggio esclusivo dei militari, di solito i normali fanti erano dotati di un
elmo in ferro o bronzo a calotta, simile al cappello di un fantino,
Elmo a calotta apuano ritrovato
alla Croce di Stazzana (Castelnuovo G.na)
il discorso cambiava per gli elmi cosiddetti "cornuti". Le corna avevano un significato particolare (e qui si entra nell'ambito antropologico)stavano a rimarcare la possenza virile e bellica di colui che lo indossava e molto probabilmente erano portati da individui di rango, da capi militari che sfoggiavano questo elmo come uno status symbol, sicuramente non erano usati in guerra visto il loro ingombro, l'utilizzo di questo accessorio era indicato
Elmo apuano "cornuto"
sopratutto in cerimonie ufficiali. Un altro elemento importante era lo scudo, sono poche però le fonti latine che ci parlano delle fattezze dello scudo, comunque sia quelle poche notizie sono tutte concordanti nel dire che era di forma oblunga, perdipiù anche i ritrovamenti nelle sepolture sono inesistenti dal momento che era abitudine dei Liguri di bruciare i loro morti, questo faceva si che anche i resti in legno dello scudo andassero inceneriti. L'arma preferita dagli intrepidi apuani era la lancia, questo fra l'altro è un elemento che che viene ritrovato molto spesso nelle tombe. Era difatti l'arma principe con cui si poteva affrontare anche una cavalleria, gli apuani con questa lancia cosiddetta "
da urto" con punte (o meglio detto in gergo esatto cuspidi) di oltre 45 centimetri potevano disarcionare dal cavallo e uccidere un cavaliere romano in men che non si dica, altri ritrovamenti in tombe ci fanno conoscere anche lance con cuspidi notevolmente più corte. L'altro "pezzo forte" del corredo da guerra apuano era la spada; l'influenza e gli spostamenti dei celti in Italia mutò fisionomia anche a questa arma, venne così adottata quella che gli esperti chiamano "spada lateniana", una spada a
Riproduzione di spada lateniana
doppio tagliente (che incide da ambedue i lati), la lama era di circa 80 centimetri, ma la vera rivoluzione di questa fu quella di soppiantare la vecchia spada che era simile  per lo più a un lungo coltello, la "lateniana" invece aveva la forza dirompente dei fendenti d'ascia e la penetrazione letale delle corte lame.

Il "De mirabilibus auscultationibus" (n.d.r: un testo di aneddoti greco) racconta che: "... alcuni liguri tirano con la fionda così bene che quando vedono parecchi uccelli, stabiliscono tra di loro quale ciascuno debba prepararsi a colpire, perchè sono convinti di colpirli tutti facilmente". La fionda (o frombola)era l'arma più diffusa e a portata di mano a tutta la popolazione ligure apuana, veniva usata a scopo di caccia, oppure per la difesa propria.
Come qualsiasi altro rispettabilissimo esercito anche i liguri avevano le loro insegne militari, non raggiungeranno mai la fama del celeberrimo S.P.Q.R. ma a quanto pare Tito Livio non lascia dubbi su questo fatto: "Quando il console si accorse che le insegne dei liguri non si muovevano in nessuna direzione...ottantadue insegne militari furono conquistate", purtroppo qui Tito Livio si ferma, senza addentrarsi in nessuna descrizione e quindi non abbiamo
fionda o frombola apuana
informazioni su cosa potessero rappresentare, nè tantomeno di che foggia o materiale fossero. 

Popolo fiero ed indomito quello Apuano che aveva nel suo D.N.A la difesa della sua terra, che lo portò a scontrarsi con l'esercito più potente del mondo: i romani. Ma l'amore per quella che millenni dopo diventerà anche la nostra terra lo possiamo dedurre da queste parole degli storici: "...nello stesso tempo i Liguri, riunito un esercito con uno speciale giuramento sacro, di notte all'improvviso assalirono l'accampamento del proconsole Minucio". Un giuramento che impressionò anche gli stessi romani. Una "lege sacrata"(giuramento sacro) che gli Apuani facevano fra di loro, una promessa solenne di
difendere la propria terra e la propria nazione fino alla morte.


Bibliografia:

  • "La panoplia del guerriero ligure orientale tra il II e III secolo a.C" di Andrea Guareschi (https://biatec.wordpress.com/guerriero-ligure/)

mercoledì 13 febbraio 2019

Proverbi garfagnini: come conoscere le proprie radici

Si diceva una volta che i proverbi erano la saggezza del popolo.
Erano proprio in quei tempi in cui con un proverbio si metteva fine a una lunga discussione, ma non solo, il loro uso occupava tutti gli aspetti della vita, con i proverbi si insegnava ai figli le regole del viver quotidiano, con i proverbi si accettava una spiegazione a fatti naturali o anche sovrannaturali e addirittura chi parlava per proverbi veniva ritenuto una persona saggia. Insomma il proverbio era un pilastro del viver sociale, una specie di raccolta di leggi autorevoli e condivise. I proverbi non sono farina della storia contemporanea ma la loro conoscenza si ha da tempi lontanissimi, si trovavano già nelle culture primitive come parte fondamentale del sapere e in forma scritta vediamo che gli egizi, i babilonesi, gli assiri e cinesi ne facevano uso nei codici che riguardavano le varie branche delle attività e nei diversi aspetti del sapere. Per essere ben chiari il proverbio non è cosa da poco storicamente parlando, grazie ad un proverbio si possono ricostruire frammenti importanti della filosofia di vita di un popolo, dei suoi valori, del panorama sociale economico, in altre parole vi si può leggere tutto ciò che non è scritto nei libri di storia. La Garfagnana è ricca di proverbi più o meno conosciuti e anche qui come detto possiamo capire molte cose sul viver garfagnino di un tempo. La maggior parte di queste massime è infatti legata all'attività contadina e alle condizioni del clima che miravano ad avere un raccolto migliore, ma anche la devozione ai santi e alle loro auspicate grazie vede un'abbondanza di proverbi, quello che però traspare dai proverbi locali è la visione positiva di essi, volti comunque sia a trovare una soluzione positiva ad ogni problema che si presenta, questo ci dice molto anche sulla morale di vita dei garfagnini di una volta. Guardiamo allora di andare nello specifico e vedere un po' qualcuno di questi proverbi nostrali e di dare (dove mi è possibile) anche una spiegazione. 
Direi che il proverbio garfagnino per antonomasia è questo: "Quando
la Pania ha il cappello garfagnin prendi l'ombrello". In effetti niente di questo è più vero, quando le nuvole vengono dal mare e
La Pania con il cappello
(foto David Sesto)
sovrastano la cima della Pania (nostra montagna per eccellenza)in Garfagnana è bene prepararsi alla pioggia. Infatti a conferma di questo se si vuole c'è il proverbio
 inverso che lega a doppio filo la meteorologia con l'agricoltura:"Quando le nuvole vanno verso il mare prendi la zappa e vai a zappare"e così quando vediamo che nuvole tornano verso il mare oltrepassando le Apuane il contadino può preparare i suoi attrezzi per ricominciare a lavorare nei campi.Come visto molti dei proverbi della valle sono legati al tempo, proprio perchè una situazione meteo più o meno buona in Garfagnana faceva la differenza. La nostra valle nei tempi antichi e in parte anche oggi è una terra legata ai raccolti, all'agricoltura e ai prodotti del terreno da mettere in tavola per sfamare le numerose famiglie di una volta, ecco che allora i nostri vecchi erano sempre a scrutare il cielo e a vedere dai "movimenti" della natura cosa poteva più o meno influenzare il clima e allora vediamo nascere dei proverbi che ci dicono di come può evolvere il tempo: "Arcobalen della mattina tutto il giorno spiovicina, arcobalen della sera se è torbato rinserena"; i nostri antenati dicevano che se fosse apparso un arcobaleno al mattino, tutto il giorno probabilmente avrebbe fatto tempo piovigginoso, in caso contrario qualora si fosse mostrato sul far della sera il giorno dopo sarebbe stato sereno. "Quando torba sulla brina acqua o neve si avvicina"; questo è un proverbio assai conosciuto e dice che quando annuvola sulla brina non è difficile che in Garfagnana possa nevicare. Ce ne sono altri (sempre su questo tema) in dialetto stretto: "Cielo a pan o piove oggi, o piove diman", con il cielo coperto di nuvole compatte sicuramente se non piove il giorno stesso pioverà il giorno dopo. In dialetto è pure un altro:" Se piove per l'ascenzion va tutto in perdizion"; se pioverà il giorno dell'Ascensione (nel mese di maggio) tutto il raccolto ahimè andrà perso. Bellissimo e significativo il prossimo proverbio:"Quando tira la tramontana pane e vino in Garfagnana", in parole povere dice che se l'inverno sarà molto freddo, si avranno finalmente abbondanti raccolti.

Altri proverbi ancora, invece puntano il dito sulla scaltrezza e la furbizia del garfagnino, ecco che allora a tutti è conosciuto il detto "Garfagnino scarpa grossa e cervello fino" , meno conosciuto 
l'altro che tira in ballo un bel pezzo di Toscana:"Per farla a un fiorentin ci vuole un lucchese, ma per farla a un lucchese e un fiorentino ci vuole un garfagnino"
Ci sono anche proverbi sulla vita quotidiana che insegnano come si suol dire "a stare al mondo". "Se vuoi star bene a questo mondo appoggiati a un campanile o a un sasso tondo"; i nostri vecchi dicevano in sostanza due cose, che per star bene su questa terra bisognava farsi prete o intraprendere il mestiere del mugnaio (il rimando al sasso tondo fa riferimento alla macina del mulino).Significativo pure quello che dice: "Penso e ripenso e a pensà vaneggio.Credevo di fa mejo e invece ho fatto peggio", insomma, certe cose bisogna farle senza pensarci troppo. Anche l'amicizia è importante e il proverbio ci rimanda a questo detto: "Se vuoi tradire l'amico acqua sulle cirage e vin sul fico"; se vuoi tradire o far star male un amico prova a fargli bere l'acqua con le ciliege e il vino con i fichi. I proverbi garfagnini mettono in guardia anche sull'amore, ed ecco che in questo caso la similitudine fra la castagna più preziosa (la carpinese) e una bella ragazza è ben azzeccata:"La carpinesa è vista ed  è presa". Attenzione anche a chi ha una bella moglie: "Se c'hai la moglie bella ti ci vuol la sentinella".
Non potevano mancare i proverbi riferiti ai mesi dell'anno."Gennaio
polveraio empie il granaio", un gennaio ventoso e asciutto fa si che l'anno porti dei  buoni raccolti di  grano. "Chi ha un ciocchetto nel cortile lo asserbi a marzo e aprile"; secondo questo proverbio sarebbe il caso di conservare un po' di legna per il camino per marzo e aprile, potrebbe fare ancora un po' di freddo. "Quel che fa a maggio fa a settembre", il tempo che farà a maggio lo farà anche a settembre. "Giugno ha la falce in pugno"."Luglio trebbiatore quanta grazia del Signore". "Agosto fa che il grano sia riposto". "Asciutto di settembre leva e un rende" . "Per i santi cappotto e guanti, ma se freddo non fa, aspettalo a febbrà", se non fa freddo a novembre, sicuramente lo farà a febbraio. "Dicembre imbacuccato raccolto assicurato".
Naturalmente una terra di forte tradizione cattolica come la Garfagnana non poteva far altro che affidarsi ai santi anche nei
Santa Barbara e il fulmine
suoi proverbi.
 "Per San Pellegrino la castagna è come un lupino"; a maggio la castagna è ancora piccolissima, mentre "Tra San Jacopo(ndr:25 luglio) e Sant'Anna (n.d.r:26 luglio) mette l'anima la castagna", oppure a "San Lorenzo gran calura e Sant'Antonio gran freddura, l'uno o l'altro poco duran". "Santa Barbara e San Simon liberateci dal lampo e dal tron", difatti Santa Barbara protegge dai fulmini e San Simone dai tuoni."Se piove per Santa Maria(n.d.r:15 agosto) il caldo porta via".
Siamo arrivati quindi alla fine di questo piccolo viaggio nella saggezza popolare garfagnina. I proverbi alle volte fanno sorridere, ma allo stesso tempo sono rivelatori di grandi verità e apprendere le perle di saggezza dei nostri nonni significa anche conoscere le nostre radici.



Bibliografia:

  • "La gente garfagnina dicea così" a cura dell'Unione dei Comuni della Garfagnana edito dalla Banca dell'identita e della memoria" anno 2005

mercoledì 30 gennaio 2019

Che lavoro facevano gli emigranti garfagnini del 1900?

La regola è primordiale: lavorare per vivere, per vivere (nel senso
più stretto della parola)bisogna mangiare, per comprare da mangiare servono soldi e se vuoi i soldi devi lavorare. Questa è il principio base per cui lavoriamo. Prima c'era il baratto considerato la prima forma storica di scambio di beni: ad esempio il lavoratore arava il campo e in compenso il padrone del terreno dava al contadino generi alimentari con cui sfamare se stesso e la famiglia, poi la storia cambiò e subentrò "il vil denaro": allo stesso modo il contadino arava il campo, il padrone pagava con sonante moneta e il lavoratore con quei soldi poteva comprare il suo cibo dove voleva. Questa sistema basilare vale per ognuno, a patto che il lavoro ci sia per tutti...Questo è il fatto per cui molti garfagnini emigravano verso paesi più ricchi e con maggiori possibilità di lavoro, generalmente è il solito motivo per cui anche oggi molti immigrati raggiungono le coste italiche. D'altronde i dati forniti dal "Rapporto sull'economia dell'immigrazione" a cura della Fondazione Moressa parlano chiaro: gli extracomunitari regolari che lavorano svolgono una mansione di media e bassa qualifica, il 74% dei collaboratori domestici è infatti straniero, così come il 56% delle badanti e il 51% dei venditori ambulanti e ancora il 39,8% dei pescatori, pastori e boscaioli e d'origine immigrata, così come il 30% dei manovali edili e braccianti agricoli. Ad oltre un secolo di distanza è interessante fare un parallelo con gli emigrati garfagnini di un tempo e vedere le differenze sui lavori svolti dagli attuali immigrati in Italia, vedremo poi che in questo senso le difformità non sono poi molte. 
Per gli uomini della Valle del Serchio il mestiere qualificato più
figurinaio
praticato era quello del figurinaio. Siamo intorno al 1870, anno in cui fu svolta un'inchiesta industriale tra i lavori e i commerci degli italiani all'estero e appunto risultava al primo posto l'arte del figurinaio. A Parigi ad esempio ne esistevano una dozzina, con il tempo questi affinarono la loro arte diventando creatori di modelli, altri duecento circa erano operai figurinisti. A New York la cosa cambiava e vedeva la colonia garfagnina fatta prevalentemente da operai, furono circa undicimila che a a scalare diventeranno  agricoltori, muratori, scalpellini, marinai, pescatori, garzoni, cuochi, confettieri, figurinai in gesso, suonatori di organetto e commercianti. Una menzione particolare fra tutti questi lavoratori va ad Attilio Piccirilli, diciamo subito che con la nostra valle non ha niente a che fare, ma la vicenda va sottolineata perchè è poco conosciuta. I Piccirilli venivano da Carrara, dapprima erano impiegati nelle cave delle Apuane come cavatori, ma una volta emigrati in America si dedicarono alla scultura ornamentale. Il loro studio era a New York, nel Bronx, nel 1901 parteciparono ad un concorso con quaranta concorrenti dove si aggiudicarono il primo posto per scolpire la maestosa statua di Lincoln in quello che oggi
La statua di Lincoln
al Lincoln Memorial Washington
è appunto il Lincoln Memorial a Washington. Una volta che fu realizzata l'opera arrivò la delusione più grande, il pregiudizio anti italiano colpì la commissione che aveva delegato i lavori, il nome dei Piccirilli non comparirà mai sul piedistallo della statua, ma verrà apposto solo quello del suo ideatore Chester French. D'altra parte era dura la vita dell'Italiano emigrato, nel 1889 il console italiano Giampaolo Riva di New York diceva: "
Al loro primo por piede sovra questo suolo americano; ignari della lingua e degli usi, privi di appoggio e di direzione, creduli e fidenti in questa terra da loro vagheggiata come la fine di ogni miseria, come la soglia dorata di ogni prosperità, essi cadono in potere di bassi speculatori che li ingannano...". Chi riusciva a scampare al raggiro lo aspettavano comunque i lavori più duri. Dalla Garfagnana molti si adoperarono come sterratori, boscaioli, carbonai, minatori e tantissimi erano i contadini impegnati in lavori faticosissimi è il caso di Enrico Fiori che segui una colonia di abitanti di Piazza al Serchio e Giuncugnano, diretta negli anni '20 del '900 in Australia, nello
Tagliatori di canne
 di zucchero in Australia
stato del Queensland a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Stessa sorte toccò ad Angelo Fenili, lui andò a lavorare alla costruzione delle linee ferroviarie brasiliane nell'impresa dei fratelli Baccili originari di Vagli. Non furono comunque solo operai i garfagnini, molti si dedicarono anche al commercio. Nell'aprile del 1900 "La Domenica del Corriere" dedicò ampio spazio alla comunità italiana emigrata a Londra che risiedeva nel quartiere "italiano" di Saffon Hill, chiamato in modo spregiativo dagli inglesi "l'Abissinia", oltre a descrivere lo stato di degrado del quartiere il giornale diceva che oltre 2500 venditori ambulanti partivano di li ogni mattina per vendere la loro merce in centro città, molti di questi erano per appunto emigrati dalla Valle del Serchio che vendevano le castagne arrosto o i gelati. Da un rapporto della polizia di Coventry al viceconsole italiano si parla di un certo Giannotti di Castiglione Garfagnana, trovato morto d'infarto in giovane età nella sua casa inglese dove abitava da solo, oltre al povero cadavere gli inquirenti rinvennero anche il testamento, dove oltre a "due para" di mutande ed a un orologio in argento lasciava ai suoi cari, residenti nella lontanissima Garfagnana, anche un carretto per la vendita del gelato, uno sbatti uova e un mescolatore...tutto frutto del suo lavoro. Ci sono stati anche coloro che furono più fortunati, da semplici commercianti con il tempo passarono ad essere dei veri e propri industriali. Questo infatti è quello che successe alla ditta alimentare Gonnella. Alessandro Gonnella arrivò a Chicago nel 1886 e li riprese l'attività che aveva abbandonato a Barga, infatti riapri in città un piccolo forno in cui lavorava da solo. L'azienda cominciò a
il "forno" Gonnella a Chicago
svilupparsi quando gli venne la brillante idea di consegnare il pane a domicilio. Agli inizi del '900 gli vennero in aiuto i fratelli della moglie e nel 1915 fu costruita in Erie Street, quella che ancora oggi è la sede principale del gruppo industriale. Attualmente è fra le migliori cento panetterie americane.

Destini e storie che s'intrecciano con il passare dei secoli, oggi sui giornali sembra leggere le solite cose scritte su questo articolo: lavori duri, umili, pesanti, talvolta si sente parlare di migranti raggirati o truffati...insomma le storie purtroppo non cambiano, ma i protagonisti si... 



Bibliografia

  • Rapporto annuale sull'economia e l'immigrazione 2017 Fondazione Leone Moressa
  • "Storie di ieri, storie di oggi, di donne di Uomini. Migranti" Fondazione Paolo Cresci

mercoledì 23 gennaio 2019

1938: "Gli ebrei fuori dalle scuole". Testimonianze sulle leggi razziali in Garfagnana

Pochi lo sanno e forse altrettanto pochi se lo ricorderanno, ma
tutto cominciò ufficialmente nella nostra bella Toscana. Era il 5 settembre del 1938 nella reale tenuta pisana di San Rossore. Qui Vittorio Emanuele III re d'Italia passava insieme alla famiglia reale "il meritato" riposo estivo che andava da inizio giugno ai primi di novembre. Quella era una mattinata qualsiasi e come sempre con estrema naturalezza e indifferenza sua maestà aveva già fatto la sua passeggiata in riva al mare con i pantaloni rimboccati per non bagnarli, dopodichè si apprestò a tornare all'interno della tenuta, ma prima di pranzo lo attendeva una firma che sbrigò così, su due piedi, in quattro e quattro otto come se niente fosse, assecondando di fatto la volontà di Mussolini e di Hitler. La firma sanciva una legge dello Stato che si sviluppava su 7 articoli, la legge era la n°1390 e così titolava: "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista", solamente i primi tre articoli non lasciavano
Tenuta reale di San Rossore
dove furono firmate le leggi razziali
spazio a qualsiasi dubbio:

Art 1: All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all'assistentato universitario, nè al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza
Art 2: Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica
Art 3: Al datare dal 16 ottobre 1938 tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengono ai ruoli delle scuole di cui al precedente art 1 saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e i direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza nelle scuole elementari, Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio di libera docenza.
Benito Mussolini e
 re Vittorio Emanuele III

Di fatto da quel giorno diventarono ufficiali le leggi razziali,che cacceranno fuori dalle scuole italiane bambini e insegnanti ebrei, una macchia indelebile nel nostro Paese. Ma quale fu l'effetto di tutto ciò in Garfagnana? Non esistono documentazioni scritte (o almeno io non l'ho trovate)su particolari provvedimenti adottati nella nostra valle, ma in compenso possiamo attingere a fonti orali da cui si può trarre spunti di riflessione interessanti.
Le leggi razziali del 1938 non ebbero conseguenze fattive o significative in Garfagnana per il semplice motivo che ebrei non ve ne erano, la consolidata religione cattolica era presente più che mai in ogni famiglia, quello che è intrigante è vedere come apparirono agli occhi degli scolaretti innocenti di allora le leggi sulla razza. Questa testimonianza è di Adelina classe 1929 di Castelnuovo Garfagnana, al tempo frequentava la terza elementare nel capoluogo garfagnino e ricorda nitidamente tutto questo: 
"Tutta la scuola fu convocata nell'aula magna, se ricordo bene erano
Scuola fascista al saluto romano
i primi giorni, la maestra ci disse che il direttore ci doveva leggere una lettera del re...Come sempre entrammo nell'aula magna, prima di tutto si salutò rispettosamente il direttore e poi al saluto romano rendemmo omaggio al quadro del duce e di Vittorio Emanuele III. Il direttore ci disse che parlava non per se ma per bocca del re, questo frase mi rimase impressa nella testa, perchè fu ripetuta più volte, solo con gli anni capì il significato di questo ripetersi del direttore, probabilmente lui non era d'accordo con queste nuove leggi, ma comunque doveva leggerle visto che il suo ruolo glielo imponeva. Fattostà che cominciò a leggere passo passo tutta la legge, articolo per articolo...e io in questa "lettera" del re non c'avevo capito proprio nulla. Come me molti altri bimbetti, infatti una volta rientrati in classe si chiese spiegazioni alla maestra. Era la prima volta che sentivo parlare di ebrei, non sapevo neanche della loro esistenza o chi fossero, pensai solamente nella mia testa di bambina che la dovevano aver combinata grossa per essere cacciati da tutte le scuole del regno e invece povera gente...
"

Un altra bella testimonianza viene da Piazza al Serchio, lui è Rino, ottant'anni suonati, ma anche qui la mente è vivida: 
"Queste famose leggi sulla razza a noi le lesse il maestro in classe, in "quattro balletti", pochi ci capirono qualcosa, i bimbetti più curiosi chiesero spiegazioni, il maestro le liquidò dicendogli semplicemente di farsele spiegare dal prete, praticamente fece come Ponzio Pilato se ne lavò le mani e i piedi, a me non è che sinceramente me ne fregava più di tanto, io dopo la scuola dovevo pensare al pascolo delle pecore. Però un giorno passò il prete da casa, come al solito per "raccattare" qualche "ovo" e due pomodori freschi dell'orto, la mamma allora mi mandò nel campo a staccare qualche verdura per il prete e quando gli consegnai gli ortaggi mi ritornarono in mente le parole del maestro e allora così a bruciapelo gli domandai - Ma chi sono gli ebrei?- e lui senza batter ciglio così mi disse:-Sono quelli che hanno condannato Gesù alla croce perchè non riconoscevano in lui il figlio di Dio- e poi aggiunse questo passo della Bibbia: - E sarete maledetti voi, e i figli dei vostri figli, e tutta la vostra genia... e quello che succede in questi giorni sono le
conseguenze che pagano!-. Devo dire la verità, così come me la buttò giù questi ebrei mi fecero una gran rabbia e dentro di me pensai che ben gli stava di essere cacciati da scuola, loro erano i colpevoli della morte di quel Gesù che pregavo tutte le sere e poi le parole del prete a quel tempo erano prese come oro colato. Poi per fortuna si cresce e si comincia a capire molte cose ed ecco che allora a quel prete oggi risponderei con un altro passo della Bibbia: "Non c'è nè giudeo nè greco, non c'è nè schiavo nè libero, non c'è nè maschio nè femmina; poiche siete tutti una persona unitamente a Gesù Cristo".
Quest'ultimo ricordo che vado a narrare invece fa riferimento ad un'altra infamia: "Il manifesto della razza". Questo fogli pubblicati su "Il giornale d'Italia" divennero la base ideologica e pseudo scientifica della politica razzista dell'Italia fascista. La pubblicazione uscì il 14 luglio 1938 e anticipò di qualche mese le leggi razziali. Sul quotidiano furono  elencate dieci "regole" in cui ad esempio si affermava che: "esistono grandi razze e piccole razze", oppure, "La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana" e ancora, "E' tempo che gli italiani si proclami francamente razzisti" e poi, "Gli ebrei non appartengono alla razza italiana". 
"Il manifesto della razza"
 luglio 38
"Questi manifesti ed altri ancora erano affissi come da regolamento per le vie del paese -dice Luigi da Barga- a me personalmente non ricordo che a scuola mi abbiano letto le leggi razziali, ma ricordo bene questi manifesti perchè alcuni invece che essere scritti erano illustrati. Ne ricordo uno che diceva: "Non vi possono essere ebrei..." e poi c'era il disegno di una banca con una croce sopra come segno di diniego, oppure anche una scuola, o sennò un comune. Secondo me questi cartelli illustrati avevano maggiore effetto perchè rimanevano impressi anche nella memoria dei bambini proprio come al tempo successe a me. Un altro cartello invece aveva degli omini ritratti e descriveva che gli ebrei non potevano fare il servizio militare o che non potevano avere domestici italiani e altre cose ancora.
Quando uscì il "manifesto della razza" molti dei compaesani e sopratutto i ragazzi più grandi si convinsero veramente di essere una razza superiore, qualcuno dava la caccia perfino all'ebreo che assolutamente non c'era nella nostra zona, però qualcuno incredibilmente cominciava anche a seminare sospetti fra le persone che magari vedeva o conosceva da anni perchè secondo le caratteristiche fisiche imposte dal regime un ebreo doveva avere un naso aquilino, occhi color azzurro scuri e le "borse" sotto gli occhi e quando questi giovani esaltati vedevano qualcuno con simili caratteristiche fiorivano mille illazioni e mille diffidenze. Pensare che tutte queste norme questo era supportate anche da importanti scienziati e professori
italiani mi da ancora i brividi".
Come abbiamo letto da queste testimonianze bastava veramente poco per insinuare nelle persone il dubbio, la paura del "diverso". Bastava una parola di un prete o una firma su una legge per sancire una verità assoluta, e' proprio vero l'ignoranza ha fatto più morti che dei fucili. Oggi niente è cambiato nonostante tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per conoscere e sapere, ancora oggi ci fidiamo sempre e del solito "ho sentito dire...".



Fonte:

  • Testimonianze raccolte da me nei quaderni di scuola di Moni Albertina (mia mamma)
Bibliografia
  • "Il Tirreno" 3 settembre 2018 di Fabio Demui "5 settembre 1938: il re firma a San Rossore le leggi razziali, inizia il calvario degli ebrei"

mercoledì 16 gennaio 2019

Fuochi fatui: fra chimica e leggende garfagnine

Quello che sto per raccontarvi potrebbe realmente capitarvi...Se vi
fuochi fatui
dovesse succedere di fare una passeggiatina nei pressi di un cimitero nel buio della notte potrebbe accadere di vedervi all'interno fra una tomba e l'altra improvvise e fugaci fiammelle, mi immagino la paura e la fuga a gambe levate che prendereste...ecco, questo è quello che succedeva ai nostri nonni. Questa è stata una delle più grosse paure della Garfagnana che poco (anzi niente) aveva di esoterico ma tanto di chimico. A dire il vero adesso questo fenomeno conosciuto come fuoco fatuo perlomeno nei cimiteri non accade più, potrebbe succedere ancora nei pressi di fiumi, laghetti o acque stagnanti. Ma tutto questo al tempo non si sapeva, ed ecco allora un fiorire di leggende e credenze garfagnine su una paura questa volta vera e tangibile, qui non si parlava di streghi, buffardelli o esseri magici a cui volendo si poteva credere o non credere perchè esseri creati dall'immaginario popolare, a differenza il fuoco fatuo esisteva veramente, era presente, si poteva vedere, non era un mito, una favola o un sentito dire, c'era (e c'è), eccome!. Il fenomeno si manifesta sopratutto nelle sere estive in luoghi particolari, che

come abbiamo visto possono essere paludi, stagni e cimiteri, difatti la combustione del metano e del fosfano (gas che si liberano da materiale organico in decomposizione) crea queste fiammelle color bluastro che vagano in qua e la, appena al di sopra del suolo portate in giro dal movimento dell'aria. Nel caso dei cimiteri sarebbero ovviamente i corpi in decomposizione a creare questi gas e succedeva sopratutto al tempo dei nostri avi, quando le bare non venivano sigillate e zincate come oggi si fa. Al tempo la cassa chiusa a stagno faceva aumentare la pressione interna alla bara, a tal punto da far uscire i gas da saldature fatte in qualche maniera, questi una volta fuoriusciti raggiungevano l'aria sovrastante che a contatto con l'ossigeno si incendiava dando luogo ai misteriosi fuochi fatui. Per quanto riguarda le acque ferme ciò è dovuto dalla presenza di animali morti. Questa è la spiegazione scientifica, ma una volta la scienza non era di casa in Garfagnana, la gente non studiava e ciò che non si spiegava o era frutto di Dio, del diavolo o dell'ignoto. Le credenze e le leggende sui fuochi fatui sono molte, si pensava infatti che queste fiammelle fossero la prova
dell'esistenza dell'anima e si diceva che più una persona era stata buona in vita, tanto più la sua anima si illuminava dando origine appunto ad una fiamma, da qui anche il nome alternativo e più popolare di "corpi santi". Naturalmente tutti i racconti tradizionali non davano la solita spiegazione e c'era anche chi credeva che fossero si delle anime, ma anime perse che avevano bisogno di preghiere per uscire dal purgatorio, o anche che fossero gli spiriti dei bimbi morti prematuramente(che all'epoca erano moltissimi), deceduti senza aver ricevuto il battessimo. Ma c'era chi, in ciò trovava il male e credeva che fossero spiriti malvagi che sviassero i passanti in luoghi pericolosi, come le paludi o in genere corsi d'acqua. Una Leggenda di Vagli ricalca questa credenza. I fatti si svolgono nel dopoguerra e racconta di un fabbro che non voleva far credito a nessuno. La guerra aveva distrutto oltre che le case anche gli attrezzi da lavoro: zappe, vanghe, martelli, falci. I soldi la povera gente ne aveva pochi e a questo fabbro ciò non importava, o soldi o niente!. Ma arrivò anche per lui il momento della fine dei suoi giorni, quando era sul letto di morte gli comparve San Pietro e gli dette l'ultima opportunità di pentirsi della sua avidità, ma neanche in fin di vita volle redimersi e fu
condannato a vagare sulla terra con in mano un solo carbone ardente della sua fucina. Fedele alla sua cattiveria con questo carbone ardente si raccontava che aveva l'abitudine di attirare gli inconsapevoli viaggiatori conducendoli dal lago del paese nelle selve soprastanti dalle quali era impossibile uscire. Un'altra spiegazione che si da dell'esistenze di questi fuochi e del loro apparire sopratutto nelle acque è una credenza gallicanese, nata all'epoca del passaggio della strada romana Clodia Nova e diceva che alla confluenza della Turrite con il Serchio compariva spesso un fuoco fatuo che non era altro che l'anima delle persone non battezzate, che attirava i viandanti verso l'acqua nella speranza di ricevere il battesimo. Un altra leggenda invece ci porta a Palagnana e ci narra di un ricco proprietario terriero che oltre alla sue di terre voleva anche quelle dei modesti contadini e dei pastori vicini. Un bel giorno sul far del buio mentre si recava da un pover'uomo a riscuotere l'affitto giunse in prossimità di un fiumiciattolo dove vi trovò schierati sopra ad un
Santa Lucia Gallicano
sulla via Clodia Nova
ponticello una moltitudine di fuochi fatui. Lì per lì pensò ad uno scherzo di qualche buontempone, ma all'avvicinarsi si accorse che le fiamme stavano a mezz'aria. La paura lo prese e più camminava e più queste fiammelle lo seguivano, la sua fuga diventò incalzante e precipitosa, il panico era tanto poichè i fuochi erano sempre più vicini. L'uomo si rifugiò nel bosco, ma niente, queste fiammelle erano sempre li, la situazione poi peggiorò quando volle fuggire verso il torrente, infatti le fiammelle aumentarono. Allora decise di riprendere la strada di casa, ma queste entità non lo mollavano, gli turbinavano d'intorno fino a sbarrargli la porta della sua dimora. In qualche maniera l'ingordo uomo riuscì ad entrare in casa, ma fu preso da febbri altissime e ciò lo fece ripensare a tutte le sue cattiverie e alle sue angherie fatte nei confronti della povera gente del suo paese, decise così di chiamare un prete e di confessargli tutto, desiderò inoltre restituire i terreni maltolti, facendo tornare così la pace nelle
Alpi Apuane.

Tutte le credenze come visto ruotano intorno alla paura e alla superstizione. La paura è la principale fonte di superstizione e la superstizione in fondo è la più tangibile delle fedi...



Bibliografia

  • "Dizionario dei simboli dei miti e delle credenze" di Corinne Murel, Giunti editore anno 2016
  • Cicap enciclopedia di Luigi Garlaschelli

mercoledì 9 gennaio 2019

Al cuor non si comanda...Ludovico Ariosto e "il mal di Garfagnana"

"L'amor che move il sole e l'altre stelle", così Dante chiude con
Ludovico Ariosto e Alessandra Benucci
quest'ultimo verso il Paradiso e la Divina Commedia, ma non ci occuperemo del Sommo Poeta, ma di un suo collega che verrà al mondo circa centosettanta anni dopo questo componimento. In effetti questa frase calza proprio a pennello all'illustrissimo Ludovico Ariosto, governatore della Garfagnana dal 1522 al 1525...e bando ai convenevoli, penso che lo possiamo dire chiaramente, lui in Garfagnana ci stava proprio male: "Ognuno dica quel che vuole, e pensi quello che gli pare: insomma ti confesso che qui ho perduto l'allegria, il divertimento e la felicità..." e (aggiungo io)l'amore, ma lui questo non lo poteva dire (e vedremo perchè).

Per il vero amore, quello con la A maiuscola si farebbe ogni cosa, quante cose strampalate abbiamo fatto per amore, quante volte il
nostro cuore batteva allo spasimo per amori lontani...e questo era proprio il caso di messer Ariosto e del suo mal di Garfagnana. Partiamo dall'inizio e analizziamo allora perchè decise di venire in Garfagnana e lasciare il cuore oltre Appennino a battere per una gentil donzella e vediamo allora che nella vita non è solo l'amore che fa muovere il sole e le stelle ma anche... il "vil denaro", è si proprio così, Ludovico Ariosto aveva bisogno di palanche. L'anno prima del suo arrivo nella valle a suo detto fatta da "gente inculta, simile al luogo ove ella è nata e avvezza" aveva pubblicato la seconda edizione de "L'Orlando Furioso" esponendosi finanziariamente e aveva bisogno di uno stipendio sicuro che gli poteva offrire solo la corte estense. Così il 20 febbraio 1522 con solo nove soldati al seguito partì per Castelnuovo Garfagnana. Alfonso I d'Este duca di Ferrara e uomo d'arme lo avvertì, la Garfagnana non era la corte estense fatta di salamelecchi e riverenze e li non c'era tempo "...di scrivere quelle vostre coglionerie", lo sapeva anche lui d'altronde, che così disse: "Mi fecero da poeta a uomo di governo". La situazione infatti non era proprio delle migliori per un'inesperto; da un punto di
Alfonso I d'Este
vista politico il quadro globale era esplosivo, Lucca stava vivendo la paura per l'espansionismo di Firenze, altri Stati ancora vedevano di cattivo occhio il problema del papato e della donazione della Garfagnana agli Estensi, da un punto di vista sociale poi non se ne parlava: liti, furti, omicidi erano all'ordine del giorno, il comportamento dei preti che avrebbero potuto mitigare il problema era invece tra i più riprovevoli, tanto da macchiarsi anche loro di crimini e fornire poi protezione ai banditi, inoltre se ci vogliamo mettere anche l'aspetto morfologico: strade dissestate, impervie montagne e neve in quantità...Insomma aveva proprio ragione il duca, comporre versi per l'Ariosto era l'ultimo dei problemi e il suo buon stipendio se lo doveva proprio guadagnare. Possiamo immaginare allora lo stato d'animo del Signor Governatore, i sentimenti sicuramente che prevalevano nel suo animo erano solitudine, angoscia, paura e prendeva sempre più coscienza di ciò che aveva lasciato a Ferrara, sentiva la mancanza di Alessandra, gentildonna da lui amata in gran segreto.

"Questa è una fossa, ove abito, profonda, donde non muovo piè senza salire, del silvoso appenin la fiera sponda. O stiami in Rocca o voglio all'aria uscire, accuse e liti sempre e gridi ascolto, furti, omicidii, odi, vendette et ire". Tant'è che in tre anni di sua permanenza furono solo sei  le uscite che il poeta fece fuori dalla
La Rocca ariostesca a Castelnuovo,
casa dell'Ariosto negli anni del governatorato
Rocca (oggi a lui dedicata)e poi saremmo stati anche gente rissosa, ma l'Ariosto la mette giù dura, più di quanto in effetti fosse, ma come detto il problema era un altro: "chercez la femme". E che femmina!!! Lei si chiamava appunto Alessandra di nome e Benucci di cognome. Benucci era infatti il cognome da signorina (ed ecco qui l'inghippo...), da signora invece faceva Strozzi, moglie del mercante fiorentino Tito Strozzi che frequentava la corte estense per affari...e così siamo alla solita storia...I due innamorati clandestini si conobbero in quel di Firenze il 24 giugno del 1513, nel giorno dedicato a San Giovanni Battista e si conobbero niente di meno che nella casa del Vespucci e subito, se non fu amore a prima vista poco ci mancò: "Dico che l giorno che di voi m'accesi, non fu che l primo viso pien di dolcezza e li real costumi vostri mirassi affabili e cortesi", del resto lo Strozzi era sempre via per lavoro... Fortuna (per l'Ariosto) volle
Alessandra Benucci
che due anni dopo il primo incontro, nel 1515, messer Strozzi se ne andò all'altro mondo. Strada spianata allora direte voi, niente di più falso. Ludovico Ariosto da un punto di vista sentimentale si ammantò sempre d'ambiguità e stretto riserbo, aveva tenuto sempre nascosto i suoi amori e n'aveva ben donde dato che ebbe due figli da donne diverse ma dal mestiere uguale: governanti presso casa Ariosto, rimane il fatto di un piccolo particolare, un bimbetto fu riconosciuto l'altro no. E lo stesso riserbo fu riservato per Alessandra, anche se ad onor del vero stavolta pareva amore vero. Per farla breve il mal di Garfagnana come abbiamo visto aveva un nome, un cognome e sopratutto una sottana. Non sarebbe però neanche giusto ridurre tutto ad una sottana è anche equo e doveroso aggiungere due o tre "cosette"che influirono pesantemente sulla sua insofferenza. Si può notare anche nelle 156 lettere inviate a tutte le Signorie toscane e non, dove si lamenta che ai pochi soldati che ha a disposizione la paga mensile era a discapito personale e che nonostante i forti valori di onore, giustizia ed equità a cui lui credeva, quello che ci credeva un po' meno era proprio Alfonso d'Este duca di Ferrara e mentre da una parte l'Ariosto svolgeva una dura repressione contro i briganti, dall'altra il duca si dimostrava accomodante se non addirittura compiacente, al che, preso dallo sconforto più totale gli scappò detto:" Io non sono omo da governare gli altri omini". Alla fine dei conti però "il buon" duca si prese il cuore in mano e decise finalmente di toglierlo dall'inferno garfagnino offrendogli un ruolo di tutto prestigio: ambasciatore a Roma! Cavolo, evviva avrà detto lui! Macchè... e parafrasando Garibaldi...o Ferrara o morte...dalla bella Alessandra che "tien del mio cor solo la briglia". Rinunciava
Briganti Garfagnini
così a qualsiasi carica governativa tornando a fare quello che più gli piaceva: il poeta, attività quasi del tutto abbandonata negli anni garfagnini per "aver sempre villani alle orecchie". Così nella primavera del 1525 prese armi e bagagli e tornò dalla sua amata. Storia finita allora, ma certo che no! Ci fu invece la coronazione di tanti patimenti:le giuste nozze con Alessandra Benucci nell'imprecisata data del 1528, imprecisata perchè  gli sposini non contenti di aver avuto dapprima una relazione segreta, adesso avevano avuto la brillante idea di fare un matrimonio segreto. Segreto, perchè ciò evitava che la nobildonna potesse perdere la tutela e sopratutto il patrimonio dei (cinque) figli avuti dal matrimonio con lo Strozzi, morto (quel "disgraziato") senza aver fatto testamento. Dall'altro canto a Ludovico Ariosto non pareva vero, dato che anche a lui il finto celibato gli consentiva di non perdere i benefici ecclesiastici acquisiti a suo tempo. Quindi i due continuarono a vivere separati (e allora tutta 'sta voglia di fuggire dalla Garfagnana?), anche se il poeta a casa della
La casa della Benucci a Ferrara
 quando era già signora Ariosto
moglie andava spesso...li teneva denari, preziosi e copie dell'Orlando Furioso. Finalmente poi, Dio volle, nel 1533 dopo cinque anni di matrimonio lo sposalizio fu reso pubblico...peccato che l'Ariosto era morto...pertanto la gentildonna Alessandra Benucci così facendo ereditò denari e mobili del vate. Al figlio di lui, Virginio, andarono duecento scudi e le...copie del poema.



Bibliografia


  • "Ariosto l'amore nascosto" Corriere Fiorentino 3 maggio 2016 di Chiara Dino
  • "Lettere di Ludovico Ariosto con prefazione storico-critica, documenti e note" per cura di Antonio Cappelli editore Hoepli 1887
  • "E tien del mio cor solo la briglia. l'amore clandestino dell'Ariosto" di Pierluigi Panza, Corriere della Sera, 1 luglio 2018