mercoledì 25 novembre 2020

I nostri fiumi e il significato dei loro nomi

Dal fiume al rubinetto... Quello che è certo che per i nostri nonni
fu un salto epocale. Per noi oggi è un gesto banale aprire quel rubinetto ed è altrettanto naturale che l'acqua arrivi ogni giorno a casa nostra pulita e potabile. Una volta in Garfagnana quando si era costretti a bere nei fiumi o nei torrenti, per scongiurare proprio il pericolo che quest'acqua non fosse buona da bere non ci si affidava alle sofisticate analisi di laboratorio, ma bensì si dava fiducia ad uno scongiuro in particolare, da ripetere per ben tre volte: "Acqua corrente ci beve il serpente, ci beve Iddio, ci bevo anch'io". Erano infatti quei fiumi e quei torrenti che fornivano acqua alle case quando ancora gli acquedotti non esistevano. I fiumi diventarono così un centro di vita sociale, al fiume ci si lavava, ci si giocava e le donne ci lavavano i panni. La situazione nei paesi migliorò con l'avvento delle fontane
pubbliche e l'arrivo dei pozzi dove lavare i vestiti. Fattostà che anche quest'acqua proveniva dai medesimi torrenti. Arrivò poi la fine degli anni 50 e gli inizi degli anni 60 (del 1900) e in buona parte delle case garfagnine giunse l'acqua corrente, ma il rapporto fra questa terra e i suoi fiumi(torrenti o canali che fossero)rimase per sempre speciale, un legame unico, fraterno, una sorta di ringraziamento quasi devozionale per quei lontani tempi. Per di più la ricchezza d'acqua che ha la nostra zona è fra le più alte in Italia, basta pensare che nella provincia di Lucca i corsi d'acqua contanti dal S.I.R.A (sistema informativo regionale ambientale)sono 1636. Insomma, una simbiosi unica, difficilmente riscontrabile da altre parti, tant'è che questa particolarità si può ravvisare nel nome che nei secoli e nei millenni è stato attribuito a questi corsi d'acqua. I nomi di questi fiumi è legato alle più svariate motivazioni e la maggior parte di queste denominazioni sono legate alla vita quotidiana della valle, quindi possiamo trovare torrenti il cui nome deriva da nomi propri di persona, magari si possono trovare dei fiumi il cui
appellativo è legato al nome di piante o di animali, esistono perfino dei nomi legati ai confini dei terreni e altri ancora ai mestieri e alle opere o addirittura al folklore. Naturalmente non poteva mancare una disciplina che analizzasse tali denominazioni e questa si chiama idronimia e l'idronomo è il vocabolo riferito al nome proprio del fiume. Bando a questo tecnicismi direi di andare ad analizzare il significato dei nomi dei nostri corsi d'acqua. Di questi 1636 ne analizzeremo... i più importanti e i più curiosi. Cominciamo con l'approfondire il contenuto della parola riferita al fiume principe della Garfagnana e della provincia in genere. 

Il Serchio è il terzo fiume per lunghezza della Toscana, il suo ramo principale scende dalle pendici del Monte Sillano e si riunisce poi al ramo denominato "Serchio di Gramolazzo". In antichità il suo nome era Auser. Una volta che però arrivava nei pressi di Lucca si biforcava nuovamente, creando un ramo minore denominato Auserculus (piccolo Serchio). Purtroppo il Serchio era un fiume capriccioso, le sue alluvioni creavano parecchi problemi alla città di Lucca e nel 561 il vescovo Frediano, esperto in idraulica fece convogliare le acque del corso principale nel ramo più piccolo: l'Auserculus. Da li in poi, il nome del corso d'acqua sarà Serchio, derivato dunque della suddetta parola. L'origine di tale vocabolo non è ben definita, lo storico latino Svetonio dichiarò che la parola Auser deriva dall'etrusco e significa Dio o divinità, alcuni glottologi moderni asseriscono che il nome deriva da una parola pre-ligure che significa sorgente.

"...Dove da diversi fonti/ con eterno rumor confondon l'acque/ la Turrita col Serchio fra due ponti". Nella V satira l'Ariosto nomina quello che forse è il fiume più caro ad una buona parte di garfagnini: la Turrite. Nella valle ce ne sono addirittura tre, ben distinte e tutte sono affluenti del Serchio: la Turrite Secca, che è quella che forma il lago dell'Isola Santa e che passa da Castelnuovo. La Turrite di Gallicano(o di Petrosciana)che nasce dalle pendici apuane per attraversare Fornovolasco e arrivare appunto a Gallicano. Infine c'è la Turrite Cava, il torrente attraversa tutta la Val di Turrite, formando il bacino idroelettrico del lago di Turrite Cava, per anni questo corso d'acqua segnò il confine di stato fra Modena e Lucca. Il termine Turrite si ritiene che sia fra i più antichi della lucchesia e apparterrebbe a uno strato pre romano che troverebbe radice nella parola latina "torrent", "torrente", riferito proprio alle caratteristiche particolari dei tre corsi d'acqua: corso breve di forte pendenza con variazioni di portata delle acque. Nello specifico, per quanto riguarda il vocabolo "cava" riferito alla Turrite posizionata più a sud nella valle, non significherebbe "vuota", ma bensì "che scava", come un corso d'acqua impetuoso che scava il terreno in profondità. 

Sempre e a proposito di Serchio esiste un altro fiume garfagnino che il suo nome potrebbe significare "piccolo Serchio", ed è l'Esarulo, il fiume di Castiglione. Un'altra ipotesi ci dice anche che questa denominazione deriverebbe da un nome proprio: Sauro, forse un contadino che aveva possedimenti proprio su quel fiume. Ad onor del vero questo corso d'acqua ha preso poi svariati nomi in base al territorio che attraversava: "fiume dell'Isola", "fiume di Valbona", "fiume di Pontardeto". Un'ulteriore torrente che troverebbe denominazione da un nome proprio di persona è il Ceserano(Fosciandora), da Cesare, Cesarino. L'alternativa si potrebbe trovare nella parola latina "Caesa", ossia "tagliato", in riferimento a un fiume dove nelle vicinanze si possono tagliare piante.

La curiosità poi ci spinge a trovare il significato di un nome che parrebbe quasi ebraico: Edron. Gli esperti dicono che la parola sia di difficilissima interpretazione. E' ragionevole pensare che vista la collocazione del fiume in piena zona ligure apuana (Vagli), possa trattarsi di un idronimo che ha avuto nascita da questa antica popolazione. La parola potrebbe anche avere una matrice greca: "hidor", ovverosia acqua. Un' ennesima interpretazione, la più bella, ma non so quanto vera ce la da una leggenda. Si racconta che un giovane pastore un giorno incontrò una giovane bellissima che si bagnava nelle acque di questo fiume. In paese già si sapeva che lassù vivevano gli spiriti delle acque che dovevano star lontani dagli esseri umani e rimanere invisibili al loro sguardo. Ma il pastore nonostante ciò s'innamorò della bella ninfa e gli chiese il nome: -Edron- rispose la ninfa e subito rimase silenziosa, si rese ormai conto di aver infranto una legge del bosco che non permetteva di rivolgere parola agli uomini. Il Dio del bosco accortosi del misfatto lanciò una folgore che pietrificò gli innamorati. Oggi quelle due grosse pietre esistono sempre, una accanto all'altra, si possono vedere proprio li, dove sgorga la sorgente.

Certe volte invece la poesia e il mito si fanno da parte lasciando spazio ad altri nomi più "tecnici" è il caso di quei torrenti la cui denominazione si rifà alla morfologia del corso d'acqua. Parliamo infatti della Covezza (San Romano), la parola deriverebbe dall'italiano "covo", nel senso di cavità, tana, rifugio sotterraneo. Altri fiumi o fiumiciattoli che traggono il proprio nome dalla loro geomorfologia sono la Corsonna e il fosso del Chitarrino(Barga). Il primo idronimo farebbe un possibile riferimento a Cursus (currere), corso, nel significato di acqua corrente, corso d'acqua che scorre veloce. Nel secondo caso (il Chitarrino) potrebbe essere riconducibile ad un idronimo metaforico sul particolare rumore emesso dall'acqua. Secondo gli esperti ad un cosiddetto idronimo metaforico è attinente anche il nome del fiume Lima (comune di Bagni di Lucca), la relazione sarebbe da attribuire al suo corso impetuoso che porta a molto consumo di suolo, nello specifico, limare.

Come abbiamo visto sono molteplici le ragioni per cui si da un nome ad un fiume e fra questi uno dei più consueti ha attinenza con i confini. I confini in Garfagnana sono sempre stati importanti, per cui il Fosso del Termine lo troviamo sia nel comune di Fabbriche Vergemoli che in quello di Camporgiano. Quel determinato fosso probabilmente segnava il preciso confine fra una proprietà o uno stato. Invece il Fosso della Bandita (Piazza al Serchio e Villa Collemandina) delimitava un'area dove era "bandita" la caccia, la pesca o magari un pascolo. Sempre ed a proposito di confini rimane curiosa l'ipotesi di alcuni ricercatori sulla genesi del vocabolo inerente al torrente Corfino. Dapprima si pensava infatti che l'origine derivasse da un nome proprio di persona, tale colono romano Corfinius, ma poi si è visto che la provenienza potrebbe avere un legame con "quadrifines", ossia "confine tra quattro possedimenti". Ma non solo confini e nomi delle persone sono all'origine degli
appellativi dei fiumi, anche i mestieri del tempo che fu fecero si che questi torrenti fossero battezzati con il nome delle attività lavorative che erano li vicine. Il Fosso del Battiferro (Fabbriche di Vergemoli) ne è l'esempio più pratico. Già da tempi lontanissimi(XIII secolo) la zona intorno Fornovolasco era luogo dedito alle attività siderurgiche vista la presenza in quei luoghi proprio di molte miniere di ferro. Stesso concetto vale per il torrente Acquabianca (Gorfigliano), la colorazione chiara di questo corso d'acqua è infatti dovuta dalle vicine cave di marmo, con particolare riferimento agli scarti di lavorazione presenti nel rio.

I termini con cui sono stati battezzati i nostri fiumi sono bizzarri curiosi e strani, ma credo che l'Oscar della bizzarria vada attribuito al Canale del Becchino (Molazzana), forse, chissà, li nei pressi esisteva la casa di qualcuno il cui mestiere era quello di seppellire i morti. Anche il Fosso della Cuccagna (Fabbriche di Vallico) rientra fra questi termini originali. In tutta questa lunga lista naturalmente non ci si poteva dimenticare degli animali, e qui ne abbiamo di tutte le specie: Fosso del Cane (Barga), Fosso della Granchia (Casabasciana), Rio Volpino (Piano della Rocca), Fosso dei Topi (Piazza al Serchio) e dulcis in fundo, il Fosso del Boddone (Fabbriche di Vergemoli).

Nonostante tutti questi nomi maschili o femminili che fossero, i vecchi dicevano che di un fiume si può riconoscere il suo sesso dal suo andamento. Ci sono fiumi maschi, nervosi e irruenti. E ci sono fiumi donna, che amano le curve e la varietà del paesaggio. Quello che le accomuna però è il solito destino, fra mille difficoltà il loro arrivo è ugualmente il mare... Sarà per questo che noi uomini siamo così legati ai fiumi: sono la metafora della vita...


Bibliografia

  • Tesi di Laurea in Linguistica Generale  Corso di Laurea Specialistica in Lingua e Letteratura Italiana  "Gli idronimi della Lucchesia Analisi dei nomi dei corsi d’acqua della provincia di Lucca" di Gabriele Panigada Relatore Anno Accademico 2012/2013
  • "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi edizioni Le Lettere
Fotografie

  • La foto di copertina (Isola Santa) è tratta da trekking.it
  • La foto del Serchio è tratta dal quotidiano on line Serchio in Diretta
  • La foto del Fiume Esarulo in località Valbona è tratta dal sito amalaspezia.eu
  • La foto del torrente Edron è tratta mulinoisola.it

mercoledì 18 novembre 2020

Chi l'avrebbe mai detto della presenza di una (simil) Stonehenge nel cuore della Valle del Serchio?

Stonehenge, le piramidi di Giza, il sepolcro di Maeshowe nelle Orcadi, non dimenticandoci nemmeno il complesso megalitico di Carnac in Francia o la tomba corridoio di Newgrange nella Repubblica d'Irlanda. Cosa hanno in comune tutte questi costruzioni? Innanzitutto l'età, la loro realizzazione risale intorno al 3000 a.C e analizzando bene vediamo che, chi li ha costruiti (egiziani o antiche popolazione nordiche) erano tutti popoli a stretto contatto con gli elementi della natura. Inoltre si è scoperto che tutte queste edificazioni avevano uno funzione fondamentale, quasi incredibile per l'epoca, erano monumenti connessi alle conoscenze astronomiche. Naturalmente questa teoria non è una teoria che si basa sulle loro leggende, tutt'altro, infatti tutto questo è avvalorato da uno studio scientifico moderno che rientra di fatto nella complessa disciplina dell'archeoastronomia: la cosiddetta scienza delle stelle e delle pietre. Spieghiamoci meglio, e vediamo qual'è la sua esatta definizione: "l'archeoastronomia si occupa di studiare gli avvenimenti celesti in rapporto alle civiltà del passato, cioè di comprendere le conoscenze astronomiche dei popoli antichi e le eventuali applicazioni che essi ne hanno ricavato". Insomma un campo difficilissimo e complicato, per veri esperti, ma comunque sia vale la pena di affrontare visto che ci tocca da vicino... Per meglio capire questo argomento facciamo subito degli esempi pratici. Guardiamo Stonehenge (nella pianura di
Stonehenge

Salisbury, Inghilterra), un sito ritenuto magico soprattutto nel momento del solstizio d'estate, quando il sole attraversa Hell Stone (uno dei famosi triliti a porta li presenti)e cade sull'altare centrale offrendo "il segno celeste" del passaggio stagionale. L'archeoastronomia ha visto che in tutto questo di magico non c'è un bel niente, anzi, questo sottolineava quello che fu lo straordinario investimento di tempo e sforzo umano fatto da queste arcaiche popolazioni per creare una sorta di osservatorio astronomico allineato con il movimento del sole, per regolare in questo modo il ciclo delle stagioni. D'altro canto le prime comunità agricole dipendevano interamente da questo ciclo, il cui corso implicava periodi di abbondanza di cibo (come in estate) e altri di carenza (come l'inverno). Altro esempio pratico lo possiamo notare anche nelle tre piramidi di Giza (Il Cairo): Cheope, Chefrem e Micerino. Ebbene, le tre piramidi pare che siano accuratamente allineate con le stelle che formano la cintura di Orione, creando di fatto una sorta di mappa stellare che farebbe parte di un progetto
astronomico realizzato dai faraoni nel corso del tempo, avanzando così l'ipotesi che gli antichi egizi conoscessero bene il fenomeno astronomico chiamato processione degli equinozi(n.d.r: movimento della Terra che fa cambiare in modo lento ma continuo l'orientamento del suo asse di rotazione rispetto al sfera ideale delle stelle fisse). Insomma, come potete leggere questa è una materia veramente ostica, difficoltosa ad esser compresa a noi uomini del 2020, infatti quello che sorprende ancor di più è pensare come civiltà tanto antiche abbiano avuto conoscenze così sofisticate, che spesso sfuggono alla comprensione dell'uomo moderno.


Questi affascinanti insegnamenti come abbiamo potuto leggere ci trasportano magicamente in luoghi remoti, fra popolazioni primitive e in teorie fantastiche, quasi irreali, non pensiamo però che queste lontane realtà facciano parte di un mondo a noi distante... Anzi, direi proprio che sono a due passi da casa. Gli studi che si sono incentrati su questa tesi "garfagnina" fanno perno su tre protagonisti in particolare: i Liguri Apuani, il Monte Forato e 
quattro chiese medievali della valle. Difatti si presume che il Monte Forato o meglio ancora il profilo di quello che è conosciuto come "l'Omo Morto"(nella foto qui sopra) fosse tenuto a riferimento dagli antichi Apuani per il calcolo dei giorni, a dimostrazione di questo c'è la singolare posizione di quattro chiese della Valle del Serchio, queste chiese (posizionate su delle sommità)sarebbero state
Il Monte Forato

poi costruite su quello che prima della nascita di Cristo era un vero e proprio osservatorio astronomico. Quello che vorrei sottolineare, prima di addentrarmi nell'argomento è nel dire che questo studio non è uno studio fondato su teorie cervellotiche, fatto da dei ciarlatani del momento, la ricerca è seria e concreta e nel caso specifico è stata analizzata dall'archeoastronomo Mauro Peppino Zedda, esperto di fama europea che proprio sull'argomento trattato ha scritto nel 2013 il libro
"Monte Forato e il Duomo di Barga. Tracce di un antico osservatorio dei Liguri Apuani"
. 

Dunque fu proprio quel curioso monte che destò l'attenzione dei nostri antichi avi. Quel foro in quella montagna non era li a caso
ed infatti gli Apuani lo usavano come una sorta di "gnomone". Lo "gnomone", per chi come me non è esperto in materia è quell'asticella presente sulle antiche meridiane, la cui ombra proiettata su un piano serviva per segnare le ore. Il Monte Forato per questa antica popolazione nostrale aveva più o meno la solita funzione, questa funzione permetteva lo studio dei moti della luna e del sole, creando, secondo le loro elaborazioni una tipologia di calendario arcaico. Nella vita degli Apuani il sole e luna erano importantissimi, erano difatti gli artefici del mondo agricolo e la loro osservazione per chi viveva dei frutti della
San Frediano Sommocolonia

natura diventava vitale. Questo metodo consentiva così di contare il tempo e di conoscere il ciclo degli astri, aver nozione di questi elementi aveva un'importanza fondamentale, significava prevedere o programmare i lavori nei campi. Tutto ciò poteva essere permesso da determinati punti d'osservazione, luoghi che Zedda ha identificato nel duomo di Barga, nella chiesa di San Frediano a Sommocolonia e 
nella chiesa di San Michele a Perpoli. Erano questi tre gli osservatori astronomici degli Apuani. Pertanto è da questi studi che si deduce che l'asse d'orientamento del duomo di Barga coincide con il mento dell'Omo Morto, stessa cosa con la chiesa di San Frediano di Sommocolonia, anche il suo asse d'orientamento è rivolto proprio sul medesimo mento. Ed è proprio da lì, da questi punti, che da dietro quel foro situato in quel monte che il sole tramonta perfettamente in determinati periodi dell'anno, è in quel momento che si può ammirare il celebre doppio tramonto, che per noi uomini moderni è un evento puramente
San Michele Perpoli

folcloristico, ma per gli Apuani aveva un valore diverso, questo avvenimento gli permetteva dei calcoli astronomici da applicare nell'agricoltura. Come si sa altrettanta importanza in questo campo lo avevamo i moti lunari e sempre in relazione al Monte Forato questa funzione la faceva la collina dove ora è situata la chiesa di San Michele a Perpoli, lo studio ci dice che da quel punto d'osservazione il tramonto della luna coincide con la fronte dell'Omo Morto. Un'ultima costruzione è stata presa in considerazione ed è la chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Fiattone (comune di Gallicano), essa guarda al tramonto di Venere, pianeta conosciuto dagli antichi popoli come Stella del Mattino.

Santi Pietro e Paolo
Fiattone

Un'ultima curiosità da trarre da tale studio è capire come da questi antichi punti d'osservazione astronomici siano nate poi delle chiese e questo trova risposta nelle cosiddette eredità culturali. Questo fenomeno si ha infatti quando una cultura si sovrappone ad un'altra. L'avvento del cristianesimo in particolare ha integrato dentro di se questi antichi luoghi di culti pagani, in quella continuazione di devozione di quei luoghi che già erano frequentati per l'adorazione di altre divinità. Tanto per essere chiari, i Santi e le Madonne si sono sostituiti in men che non dica agli antichi Dei, ma i luoghi di culto sono spesso rimasti invariati. Non rimane allora che stupirci ancora di tutti i segreti che la nostra terra ancora ci nasconde. Possiamo dire grazie a questi studiosi se ancora oggi continuiamo ad apprendere cose nuove e sorprendenti sulla nostra bella valle. Da parte mia mi scuso con questi ricercatori se in questo mio articolo non sono stato abbastanza meticoloso e diligente nel descrivere accuratamente e con i suoi precisi termini queste scoperte, ma non mi potevo esimere dal raccontare ancora una volta le meraviglie dei nostri luoghi.

Fotografie

  • Doppio tramonto sul Forato foto tratta da Daniele Saisi blog realizzata da "Barga in Fotografia"
  • Monte Forato foto tratta da https://finoincima.altervista.org/
  • L'oMo Morto foto tratta dalla testata giornalistica Serchio in Diretta
  • Chiesa di San Michele a Perpoli foto tratta da https://www.amalaspezia.eu/index.htm

Bibliografia

  • Per saperne di più e avere maggiori delucidazioni: "Monte Forato e il duomo di Barga-Tracce di un antico osservatorio dei Liguri Apuani" di Mauro Peppino Zedda, edito Agorà Nuragica, anno 2013

mercoledì 11 novembre 2020

Quello che (forse) non si è mai saputo sulla I guerra mondiale in Garfagnana (e non solo)

Perdonatemi... Non vorrei essere accusato di vilipendio alla Patria... ma quel 4 novembre 1918 non fu vera gloria. Quel lontano 4 novembre il generale Armando Diaz nel celeberrimo "Bollettino della Vittoria" annunciò agli italiani il trionfo dell'Italia nella I guerra mondiale: "...l'esercito austro- ungarico è annientato, esso ha subito perdite gravissime...". Ma le perdite gravissime non le subì solamente il nostro "nemico". Seicentocinquantamila soldati morti, 950 mila feriti, 345 mila orfani e 546 mila vittime fra i civili, questi erano i numeri italiani riguardanti la Grande Guerra. Forse una qualsiasi vittoria di una qualsiasi guerra vale questo sacrificio? Credo proprio di no. Ma che ci volete fare, c'era da celebrare una vittoria, c'era da glorificare con ogni enfasi possibile il compimento dell'unità nazionale e la realizzazione degli ideali risorgimentali, per il resto, per le bruttezze, le nefandezze e le ingiustizie che avevano generato questa scellerata guerra i governanti del tempo adottarono la medesima difesa che attua lo
struzzo contro i predatori: mettere la testa sotto la sabbia, o meglio ancora buttare la polvere sotto il tappeto, facendo in modo che nessuno sapesse  degli strascichi che portava dietro di sè questa guerra. Strascichi non solo legati ai numeri sopra citati (che già basterebbero)ma anche a tutta una serie di risvolti poco chiari e poco noti, accaduti prima, durante e dopo il conflitto e che purtroppo si rifletterono su tutto il territorio nazionale e in quella piccola porzione d'Italia che si chiamava (e si chiama ancora) Garfagnana. Tutto quello che andremo a raccontare è supportato da vecchie testimonianze di coloro che combatterono questa Grande Guerra, che di grande ebbe poco. 

Tutta questa brutta storia cominciò ben prima che la nostra nazione decidesse di entrare in guerra. L'Italia era infatti divisa fra interventisti (coloro che volevano la guerra) e neutralisti (coloro che non la volevano). Ma fra la fine del 1914 e il maggio 1915 tutto cambiò, si passò da un convinto neutralismo al più acceso nazionalismo, trascinando di fatto gran parte dell'opinione pubblica su posizioni belligeranti. Un risultato ottenuto attraverso una capillare organizzazione del consenso, una delle prime attuate in maniera così minuziosa in Italia, che avrebbe coinvolto scrittori, testate giornalistiche e intellettuali. La stessa cosa accadde anche in Garfagnana. La stampa locale non aveva più dubbi, dalle posizioni attendiste passò in men che non si dica ad un convinto si alla guerra: "...è l'occasione per la Garfagnana di inserirsi nella storia nazionale e prendere parte alla nascita della nuova società...", così scriveva "La Squilla Apuana". Dello stesso avviso "La Garfagnana" che

a tambur battente pubblicava poesie ed articoli interventisti. Ma chi era che spingeva un'intera nazione verso la guerra? Cosa c'era dietro a questo mutamento? L'industria italiana dalla guerra trasse profitti enormi. Qualche esempio? Fra le industrie più note l'Ansaldo fatturò due volte e si fece pagare due volte un'intera fornitura di cannoni o l'Ilva che al tempo investì una cospicua somma di denaro per finanziare la stampa nazionale e locale perchè creasse nell'opinione pubblica un clima complessivo di consenso alla guerra. Anche la S.M.I prese la palla al balzo e fiutando l'affare convertì la sua produzione in prodotti finiti per l'industria militare e in soli undici mesi (nel 1916) aprì una fabbrica di munizioni a Fornaci di Barga (l'attuale K.M.E). In barba a qualsiasi forma di malcostume da parte dei potentati del tempo "Il Camporgiano" rimase voce libera e rivolgendosi proprio ai ricchi industriali cosi scrisse: "...gli uomini garfagnini ignari nelle loro campagne non vogliono la guerra. Il popolo che lavora, dolora per avere un tozzo di pane da sfamare si e no i propri figli, la vita gli si presenta sotto un altro punto di vista, ha tutt'altro che per il capo i vostri grilli, le vostre chimere, le vostre utopie che l'oziosaggine vi fa passare per fantasia durante il chilo dei vostri lauti pranzi. Se c'è invero una guerra che va combattuta è una guerra interna: all'analfabetismo, alle terre incolte, alle zone malariche, che sono la causa prima della delinquenza". Nonostante questo il 24 maggio 1915 l'Italia entrò in guerra. Nei nostri libri di storia e nella maggior parte della letteratura che parla di questo conflitto si è sempre raccontato di battaglie, di soldati, del Piave che mormorava, di Caporetto e così via, tralasciando di fatto altre incredibili tragedie che i soldati italiani subirono. Infatti non era sufficiente combattere e vincere il nemico per portare a casa la pelle, bisognava salvarsi anche dal proprio esercito... Si, avete capito bene... Si aggiungeva così tragedia nella tragedia. Ma facciamo parlare ancora una volta i numeri: 870 mila militari denunciati, 470 per renitenza, 350 mila il numero dei processi
celebrati, 170 mila le condanne di cui 111 mila per diserzione, 220 mila pene detentive, tra le quali 15 mila ergastoli e infine ciliegina sulla torta, oltre 4 mila condanne a morte, 750 eseguite. Luigi Cadorna (Capo di Stato maggiore dell'esercito) era stato chiaro con i suoi ufficiali, aveva ordinato la massima severità onde mantenere rispetto e disciplina. Di questo se ne rese subito conto Mario di Castelnuovo Garfagnana(classe 1895): "I soldati che si rifiutavano di uscire dalle trincee durante un'assalto potevano essere colpiti alle spalle dai plotoni dei carabinieri". Il motto del generalissimo Cadorna d'altronde non lasciava dubbi: "Morire, non ripiegare". "Perdipiù le lettere che scrivevo a casa -
 continua Mario- mi venivano aperte e lette dagli addetti". Difatti se la lettera del soldato conteneva qualcosa di non pertinente si rischiava seriamente il carcere militare. L'aspetto più tragico furono comunque le condanne a morte. Fra l'ottobre 1915 e l'ottobre 1917 furono eseguite dall'esercito italiano 140 esecuzioni capitali contro i propri soldati. I motivi di ciò erano fra i più assurdi e disparati, si poteva essere fucilati per un ritardo dopo una licenza o per essere stato sorpreso a scrivere una frase ingiuriosa contro un superiore. Si può così anche capire i motivi per cui molti soldati disertavano. Anche perchè se non morivi durante un'assalto alla trincea nemica, rischiavi seriamente che il cervello partisse... La nota offesa "scemo di guerra" nacque proprio durante la I guerra
mondiale. Salvarsi da un assalto ad una trincea nemica lasciava segni psichici indelebili nella testa del povero soldato, altrettanto effetto lo facevano i bombardamenti. Per questi uomini parlavano le cartelle cliniche: "tremori irrefrenabili, ipersensibilità ai rumori, uomini inespressivi, che volgono intorno a sè lo sguardo come uccelli chiusi in gabbia, che camminano con le braccia a penzoloni e piangono in silenzio". Per 40 mila di loro si sarebbero aperte le porte dei manicomi e alcuni di loro erano garfagnini. Al loro rientro in Garfagnana buona parte delle loro famiglie preferì non farle ricoverare, sobbarcandosi di fatto tutte le difficoltà che comportava una persona del genere, ma l'onta non finì li, le autorità (militari)locali fecero visita a queste famiglie, ma non per una parola di conforto o per qualche aiuto, per loro questi uomini erano motivo di vergogna, qualcosa che andava nascosto, era meglio se non facevano vita di paese, erano persone da occultare alla vista dei civili e degli altri soldati che ancora combattevano. Quello che è certo, che alternative per questi soldati ce n'erano poche, quelli che non morivano o non diventavano pazzi venivano fatti prigionieri dagli austriaci. Erano 600 mila i prigionieri italiani, molti di loro (fra i quali anche garfagnini che non fecero più ritorno a casa) furono inviati nei campi di prigionia di Mauthausen (tristemente noto anche nella II seconda guerra mondiale) Theresienstadt (Boemia), Rastatt e Celle (Germania). E' giusto altresì chiarire che tutti questi italiani non furono catturati durante azioni militari, molti di loro si lasciarono catturare, sfuggendo in questo modo alla prima linea. Era una scelta
disperata, dettata dalla speranza di trovare nei campi di prigionia delle condizioni migliori rispetto a quella delle trincee. Ma così non sarà. Terribile fu il loro destino, reso ancor più crudele e beffardo dal nostro governo. Il trattato stipulato all'Aja nel 1907 all'articolo 7 così diceva: "... ai prigionieri deve essere garantito un trattamento alimentare equivalente a quello riservato alle truppe del Paese che li ha catturati". La situazione però anche da un punto di vista alimentare era drammatica. Le nazioni europee non avevano abbastanza cibo per sfamare la propria gente, figurarsi se lo avevano da dare ai prigionieri di un'altra nazione. Fattostà che questo famigerato articolo 7 andò eluso, ma per ovviare a ciò, grazie agli osservatori svizzeri fu deciso che ogni nazione doveva provvedere ai propri prigionieri nei campi di prigionia dove erano reclusi e così fecero Francia, Germania ed Inghilterra. E l'Italia? Il governo italiano in perfetta sintonia con il comando supremo dell'esercito, rifiutò sempre ogni tipo d'intervento statale per i prigionieri italiani, tollerando appena l'invio d'aiuti da parte dei privati cittadini. Questo mancato sostegno secondo le distorte menti dei governanti italiani doveva servire come deterrente per coloro che avessero intenzione di sfuggire alla durezza della vita al fronte con la resa al nemico. Questo "giochino" costò la vita a 100 mila nostri
connazionali, che da quei campi di prigionia non fecero più ritorno. Dall'altra parte, anche gli austriaci (legati dalla medesima motivazione) si lasciavano catturare dagli italiani e ben 500 di questi trovarono il loro luogo di detenzione a Castelnuovo. La loro prigione era nelle scuola "Giovanni Pascoli" e in località Carbonia presso la sede della S.E.L.T Valdarno. In Garfagnana vennero impiegati: "nel rimediare la deficienza delle braccia, dove questa minacci il buon andamento delle opere pubbliche e dei raccolti agricoli". 

Arrivò anche quel fatidico 4 novembre 1918 e la guerra finì. Non finirono però i dolori, le pene e le sofferenze. I soldati garfagnini che persero la vita in quella carneficina furono centinaia: nel comune di Castelnuovo 101 giovani non fecero ritorno, 42 a Piazza al Serchio, ma le salme continuarono ad affluire nella valle anche anni dopo la fine del conflitto, la continuazione del patimento andò avanti ancora per molto tempo. Tutta la Garfagnana si strinse intorno ai propri reduci, molti di questi tornarono a casa sfigurati e mutilati. Quasi un milione furono infatti i feriti gravi: 500 mila mutilati, 74 mila storpi, 21 mila rimasti senza un occhio, quasi duemila completamente ciechi, centoventi senza mani, quasi diecimila fra sordi e muti e oltre cinquemila sfigurati nel viso... Tutti ragazzi di vent'anni o poco più. Questi diventarono i cosiddetti "i grandi mutilati", che pretendevano (giustamente) dallo Stato una contropartita per il loro sacrificio: posti di lavoro, pensioni, assistenza alle vedove, agli orfani. Dopo anni di vita al fronte questi uomini non intendevano riprendere la vita di prima. Fu una speranza ben presto disillusa dal governo. Una delusione che aprirà le porte ad un'altra sventura: il fascismo, che furbescamente fece leva sul patriottismo e la rivincita sociale di queste persone. Rimane il fatto che i garfagnini e gli italiani in genere si resero conto dell'immane disgrazia accaduta quando tutto ormai era finito. Infarciti di propaganda bellica e di proclami interventisti la gente capì troppo tardi che la guerra,
quella vera non era affatto come la raccontavano i giornali e i manuali militari. Nemmeno l'ombra di grandi manovre, di generali paterni, di eroici combattimenti. Quello che rimase di questa assurda chimera furono orfani, vedove, mutilati, prigionieri e tanti morti.


Bibliografia    

  • "Gli ammutinati delle trincee" di Marco Rossi BFS Edizioni 2014
  • "La Grande menzogna" di Valerio Gigante, Luca Kocci, Sergio Tanzarella, editore Dissensi anno 2015
  • "Dal fascismo alla Resistenza, la Garfagnana fra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi. Banca dell'identità e della Memoria anno 2014
  • Appunti personali della maestra Moni Albertina
Sitografia

mercoledì 4 novembre 2020

Cronaca di un'assedio in terra di Garfagnana. Correva l'anno 1613...

E' anche grazie a  Miguel De Cervantes, Ludovico Ariosto e Chretien de Troyes che fin da bambini ci siamo innamorati di quei valorosi cavalieri medievali e delle loro epiche imprese. Sono questi autori fra i principali alfieri del "romanzo cavalleresco". Guerre e imprese militari sono sempre presenti in questo tipo di letteratura, dove il protagonista diventa il cavaliere senza macchia e senza peccato. Ma una cosa è leggere un romanzo e un'altra cosa ancora è leggere le reali cronache di quei lontani tempi. Per dirla tutta, talvolta, anche i libri di storia che studiavamo a scuola c'hanno stimolato questa curiosità, ma poi questo desiderio di sapere veniva ucciso da date, luoghi e nomi a dir poco noiosi e pesanti, non permettendoci mai di entrare nel cuore di quello che potevano essere le vicende e gli aneddoti che si celavano dietro a un'assedio o a una battaglia, non dandoci fra altro l'essenza, la percezione e il sentimento che passava per "il cor umano". Leggere oggi di queste battaglie accadute secoli fa è come leggere su un giornale un fatto di cronaca successo il giorno prima, con la differenza che questi antichi scritti hanno il potere di catapultarci in un mondo fiabesco, completamente diverso dal nostro, un mondo quasi irreale, ma che nella realtà dei tempi remoti era veramente fatto da epici cavalieri, sanguinosi combattimenti e da valorosi personaggi, cose queste che avevamo solamente visto

nei cinema o letto nei racconti d'avventura. Ecco allora, nella drammaticità di quei fatti quello che accadde in terra di Garfagnana, molto, ma molto tempo fa. Correva l'anno 1613 e quello che andremo  fedelmente a raccontare dai resoconti dell'epoca ci riporta  a quella che fu l'ultima guerra e una delle ultimissime battaglie fra il Ducato di Modena e la Repubblica di Lucca.

Antefatto 

La pace in Garfagnana regnava già da molto tempo, il re di Spagna era riuscito fra mille difficoltà a "mettere la briglia" sia ai lucchesi che hai modenesi, ma nonostante ciò ai lucchesi stessi non andava proprio giù il fatto che il ducato estense avesse in suo possesso una larga porzione della valle e difatti era secoli che la città della pantera rivendicava in questi luoghi svariati domini. Infatti ogni scusa era buona per rinfocolare smanie di guerra e minacce di occupazione di terre sotto il controllo di Modena. Destino volle, che di li a poco l'occasione capitò propizia. Come infatti avviene spesso ad accendere la miccia per il "casus belli" fu un'insulsa questione di confine: quattro stolte pecore "modenesi" che erano al pascolo avevano impunemente "invaso" i territori lucchesi in quel di Motrone. Questo bastò (e sottolineerei, avanzò...) per riattizzare quei fuochi che da anni erano sopiti sotto la cenere. Rimane il fatto che un branco di pecore ebbe la forza di smuovere migliaia di soldati e di dare il via a sanguinose e violente lotte.

La vicenda

Era il 22 di maggio 1613 quando i lucchesi entrarono nei territori modenesi e precisamente nel borgo di Vallico, luogo di provenienza delle ignare pecore. Lì, misero a ferro e fuoco tutta la campagna, questi nefasti soldati arrivarono perfino a scortecciare i castagni affinchè seccassero e a tagliare tutti gli alberi da frutto. Il probo conte modenese Tiberio Ricci insieme agli abitanti del paese convinse gli assalitori a rinunciare a ulteriori e violente "imprese". Nello stesso tempo a Modena visto il pericolo che correva la provincia garfagnina stavano celermente riunendo le guarnigioni, pronte ad entrare nella valle a protezione delle loro terre: "Il duca spedì colà con grosso nerbo di gente il Marchese Ippolito Bentivoglio suo generale. Poco tempo dopo gli tenner dietro il Principe Alfonso primogenito del Duca e susseguentemente Luigi suo fratello per assistere a quella guerra. Condusse quelli seco fra le altre milizie altre quattro compagnie di cavalleria, composta la maggior parte di gente nobile, e gente che al foco d'altre più riguardevoli guerre avea data prova del suo valore. Sfilarono poi a quella volta migliaia di fanterie lombarde con artiglierie e gran salmerie di vettovaglie" . Dal canto suo anche il generale lucchese Lucchesini (così destino volle che si chiamasse...)fece altrettanto, riunì un gran numero di soldati a Gallicano e un'altra parte di essi (ben ottocento) fu destinato a rafforzare la già lucchese Castiglione. Fra una schermaglia e l'altra arrivò così il 22 luglio e i lucchesi decisero di sferrare un perentorio e forse decisivo attacco a Monte Perpoli, luogo di fondamentale importanza strategica. Da q
Monte Perpoli
uella sommità, infatti si apriva la strada per Castelnuovo e per il cuore della Garfagnana. Di questa eventuale conquista il primo paese a farne le spese fu Cascio. Il fato volle che quel borgo si trovasse proprio sulla medesima strada che portava all'agognata meta: "Giunto a Cascio, distrutta e senza alcun presidio, fu dagli abitanti, presi di sorpresa e col timore di essere uccisi, a persuasione del curato loro, che era anche lucchese, incontrato in processione con la Croce, il clero vilmente cedette la terra". Senza ormai più nessun ostacolo davanti, la strada per la conquista della collina di Monte Perpoli si spalancava alle orde lucchesi e Castelnuovo, capitale estense in Garfagnana, tremava dalla paura. Gli scontri continuarono violentissimi per giorni e giorni, perdere Castelnuovo avrebbe significato una sconfitta politica e militare senza uguali, perciò bisognava difendere con ogni mezzo e con ogni soldato il potenziale attacco alla cittadina. Con grande sorpresa a un certo punto della battaglia, Dio volle per gli Estensi, che i lucchesi forse soddisfatti delle vendette avute decisero di rinunciare nell'impresa, ritirandosi in men che non si dica nei loro forti, ma un fatto a dir poco curioso e casuale dette il "la" al contrattacco modenese: "Nel medesimo tempo della ritirata, una torricella, piena di polvere d'archibugio, inserita nel muro della fortezza di Gallicano (n.d.r: paese già sotto Lucca), prese fuoco esplodendo con grande rumore. Tutti furono convinti che Gallicano fosse stato tradito e preso. Da 
Mappa di Gallicano
con torri e mura
(foto tratta da"Il Pettorale"

tutti fu creduto che tal fuoco fosse opera di una donna di Molazzana, maritata in Gallicano, che fu quella che avvisò li medesimi modenesi all'assalto di Gallicano con dirgli che non c'era chi lo difendesse, come in effetti era vero perchè infatti il primo assalto, lo sostennero i vecchi, i preti e le donne e se non fosse stato per le donne di Gallicano, le quali di tanto in tanto portavano qualche cosa da bere, risultando di grande aiuto rinfrancando gli assediati e caricandoli i loro moschetti".
Per ben capirsi, quattrocento "valorosi" soldati lucchesi messi a difesa del paese di Gallicano, al sentir lo scoppio casuale di una torre e credendo di conseguenza di essere attaccati, si dettero a precipitosa fuga, abbandonando così i gallicanesi al loro amaro destino. Detto fatto, di fronte a ciò il principe Alfonso d'Este, grazie anche anche alla soffiata della suddetta "signora" di Molazzana ottenne grande speranza di conquistare Gallicano, la presa del paese sarebbe stata decisiva per le sorti della guerra. In quel castello c'erano tutti gli armamenti lucchesi, nonchè tutte le provviste che avrebbero consentito il proseguimento di quella maledetta guerra. Ma come abbiamo letto l'intrepido popolo di Gallicano riuscì a resistere, intanto i lucchesi rinvennero e i modenesi furono costretti a ritirarsi dall'assedio in attesa anch'essi di rinforzi. Gli Estensi comunque sia non demorsero e una volta giunti a destinazione i suddetti rinforzi, nella stessa notte conquistarono il Monte Termina, posto proprio sopra Gallicano: "Nell'ardore della battaglia essendo sopraggiunta la notte riuscì ai soldati estensi d'impadronirsi d'un forte soprastante quel castello, dal quale con tiri di moschetto e più di cannoni cominciarono nel dì seguente a infestar cotanto la guarnigione di Gallicano, che non potevano nè guardar le mura, nè passar per le strade essendo troppo scoperti. Allora i lucchesi per riparar a questo disordine, con celerità mirabile piantarono in sito più
eminente un altro forte, chiamato Lo Zingaro, perchè fabbricato dal colonnello del borgo, che portava quello cognome, e soprannome, Soldato di molto valore
". Ecco che, come vuole la regola del romanzo cavalleresco, comparire nella nostra storia l'ardito cavaliere di turno: messer Giovanni Vitali da Pavia, colonnello nel borgo di Gallicano, da tutti semplicemente conosciuto come lo Zingaro... C'era poco da fare, se si voleva salvare Gallicano il forte dello "Zingaro"(posto in un'altura ancora superiore al forte del Monte Termina), avrebbe dovuto resistere fino all'estremo sacrificio di tutti i suoi uomini e questo lo sapevano bene anche i modenesi. Pertanto, al sorgere del nuovo giorno gli Estensi radunate tutte le forze investirono quel forte con tremendo assalto: "Durò il conflitto per quattro ore con grande ardore, e sprezzo della vita da ambedue le parti. Entrarono anche molti dentro arrampicandosi per l'erto monte fin sui bastioni, e si venne alle spade, ma furono ributtati e costretti finalmente gli assalitori a ritirarsi. Vi perirono molti de' lucchesi, ma molti più de' modenesi, perchè esposti alle grandine delle moschetterie, e tra i non pochi feriti vi fu Alberto Balugoli con due altri Nobili di Modena". 
Lo stesso Zingaro, seppur colonello, non rimase a guardare e si buttò impavido ed indomito a capofitto nei sanguinosi scontri: "Ci fu uno dei modenesi, che per
mostrare maggiore coraggio degli altri, azzardò di saltare sul bastione e metter la mano sopra un moschetto, per poi fuggire, ma Zingaro, afferrandolo per il collo, con il suo pugnale gli tagliò la gola".
Dall'altra parte stessa fortuna non ebbe l'altrettanto ardimentoso capitano estense Nicolò Ponticelli: "...e fra questi perirono il Capitano Nicolò Ponticelli da Castelnuovo colpito al collo da un tiro di moschetto". Viste le gravi perdite il morale dei modenesi era ormai sotto i tacchi, c'era da ricompattare le file e riorganizzare l'esercito, quello che però era ormai chiaro nelle teste degli estensi che ogni piano e ogni progetto di conquistare Gallicano era definitivamente fallito. Quello che invece non si era perso era il desiderio di fargliela pagare cara ai lucchesi e le mire modenesi si spostarono clamorosamente sull'obbiettivo più grosso: sull'enclave lucchese di Castiglione Garfagnana: "Pertanto veggendosi troppo difficile l'acquisto di Gallicano, di li a pochi giorni il Principe Luigi e il Bentivoglio determinarono di portarli all'assedio della forte Terra, e Rocca di Castiglione". Prima di
Castiglione

abbandonare la zona, i modenesi a ricordo di quello che i lucchesi fecero a Vallico mesi prima, decisero di lasciare anch'essi il medesimo "regalo", cosicchè tutti i castagni furono miseramente scorticati, in questo modo il prossimo autunno non avrebbero dato i loro preziosi frutti.

I giorni della gloria 

Furono due gli eroi di questa guerra a salire sugli altari della gloria: il generale Iacopo Lucchesini, che grazie a questo conflitto fu nominato Magistrato dell'Anzianato e il leggendario Zingaro, il vero e assoluto protagonista di tutta questa vicenda: "Consiglio generale del 7 novembre 1613. Dal consiglio generale fu decreto: che visto il valore dimostrato dal colonnello Giovanni Vitali da Pavia, detto lo Zingaro nell'ultima guerra di Garfagnana, contro il duca di Modena, si intenda costituita dote alle due sue figlie nate, di scudi duegento per ciascuna, da pagarseli dall'Uffizio delle entrate quando si mariteranno o si monacheranno, e a esso per aiuto di costà, si intenda fatto di donazione di scudi cento da pagarseli come sopra". 

Epilogo

La guerra come scritto continuò con altrettanti violenti scontri in altri lidi garfagnini, finchè un  bel giorno qualcuno si rinvenne che era arrivato il momento di chiudere questa inutile guerra e allora come due bambini capricciosi Modena e Lucca furono presi per le orecchie dalle potentissime autorità milanesi e spagnole che così decretarono: "Che i sudditi del Signor Duca di Modena continuino la possessione di tutti i loro beni che furono loro aggiudicati per il lodo del Signor Conte Fuentes, cioè quelli che possedevano prima della guerra. Che i lucchesi lascino i luoghi i posti occupati sul territorio estense, demoliscano tutti i loro forti fabbricati in questa occasione. Che il Duca Cesare anch'egli faccia demolire i posti che tiene in territorio lucchese"... Come si suole dire: tanto rumore per nulla... Dopo tutto lo spargimento di sangue, le lotte e i morti innocenti, ognuno dei contendenti si riprese le solite terre che aveva prima della guerra. Ringraziando Dio, però, per oltre tre secoli in Garfagnana non si parlò e non si fece più guerra. Tutto ricominciò un giorno di primavera inoltrata. Era il 10 giugno 1940, e qualcuno gridò: "Vincere e vinceremo"...


Bibliografia

  • Biblioteca Statale di Lucca: Manoscritto 754, 856
  • Archivio di Stato di Lucca Offizio Sopra le Differenze dei Confini n°454
  • "Ricerche Istoriche sulla Provincia della Garfagnana" di Domenico Pacchi, anno 1785
  • La foto della mappa di Gallicano è tratta da "Il Pettorale La Rocca di Gallicano" di Fabrizio Riva edito da Maria Pacini Fazzi anno 2020 

mercoledì 28 ottobre 2020

Quello che fu il "vero" coprifuoco: Garfagnana 1943

Maledetta pandemia!!! Oltre al fatto principale di aver prodotto

oltre un milione di morti ed aver fatto ammalare una cospicua fetta della popolazione mondiale, hai infettato, oltre che noi poveri mortali, anche la nostra bella lingua: l'italiano. Hai introdotto nelle nostre bocche delle strane parole anglofone che fino a pochi mesi fa non ne conoscevamo l'esistenza e ne tanto meno il significato. Al posto della parola "chiusura" c'hai imposto quella strana parola: "lockdown". Il lavoro da casa si è invece trasformato in "smart working", le goccioline di saliva si sono trasfigurate nella parola "droplet" e qualcuno, non contento dello scempio linguistico in atto ha voluto deformare anche il "nobil parlare", trasformando la parola latina "virus" in un terrifico anglicismo che nel parlato comune l'ha portata a mutarsi nel termine "vairus"... Tale deturpamento lessicale non finisce però qui. Infatti come spesso accade (anche e soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria) usiamo determinate parole (stavolta italianissime) dandogli un significato non proprio consono al reale
contenuto della parola stessa. Il riferimento non è puramente casuale ed è attinente al termine più in voga in questa stagione autunno-inverno 2020, il vocabolo in questione è..:"coprifuoco". A certe parole, oltre che dargli il giusto significato, bisogna portargli il giusto rispetto, e noi, in Garfagnana, sappiamo bene cosa voleva dire "coprifuoco". Se si vuole capisco pure i signori politici, che questa parola incute paura e sgomento e lo sgomento di conseguenza porta al rispetto delle regole, però il riguardo a chi il vero coprifuoco l'ha patito sulla propria pelle direi che è a dir poco doveroso. La seconda guerra mondiale nella valle ha lasciato segni indelebili e seppur nel rispetto dell'attuale pericolo che stiamo correndo non è paragonabile a quello che per lunghi cinque anni accadde ai nostri nonni. Rimanere adesso chiusi in casa è un gioco da ragazzi: televisione, play station, termosifoni "a palla"... ma un coprifuoco in Garfagnana nel 1943 non era questo... Adesso vi spiego quello che succedeva...poi ditemi voi se è la solita cosa...

Prima di andare al nocciolo della questione è giusto però chiarire la genesi di questo termine, che non è figlia di quel tremendo periodico bellico, ma la sua nascita avvenne molto, ma molto tempo prima. Fu Guglielmo il Conquistatore, il primo re inglese che nel 1068 impose  lo spegnimento di tutti i fuochi del regno dopo il rintocco delle campane delle otto di sera. La maniera più usuale di smorzare queste fiamme era quella di "coprire il fuoco" con della cenere e il motivo ufficiale di ciò fu quello di prevenire ogni tipo d'incendio causale. Al tempo stesso però, non essendoci più luce nelle strade, costrinse i cittadini a rimanere chiusi in casa, vista la palese difficoltà che poteva esserci a camminare nel buio. Il termine fu "riesumato" e poi riutilizzato nuovamente (e stavolta con cognizione di causa) anche nella seconda guerra mondiale.

Era la mattina del 26 luglio 1943, il risveglio per gli italiani fu brusco e confuso. Il giorno prima era caduto il fascismo, lo stesso Mussolini era stato arrestato. La confusione e il subbuglio regnava in tutto il Paese. A riportare l'ordine, lo stesso giorno, fu un brevissimo comunicato stampa di sole due righe: "Il ministro Badoglio, succeduto a Mussolini ha indetto per l'Italia lo stato d'assedio con la legge del coprifuoco. In tutte le città viene creato il Commissariato Militare". Pertanto dalle otto di sera alle sei del mattino, tutti dovevano rimanere in casa e come se non bastasse, così come sottolineava il comunicato del Maresciallo Badoglio, vigeva anche lo stato d'assedio. Per quelli che non sapevano cosa fosse o come comportarsi dissipò ogni dubbio la circolare Roatta (Capo di Stato Maggiore): "Muovendo contro gruppi d'individui che perturbino ordine et non si attengono a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato dai reparti in posizione contro gruppi di individui avanzati. Non è ammesso tiro nell'aria, si tira sempre a colpire come in combattimento. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione. I caporioni e gli istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se colti sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario"... Alla faccia di qualsiasi d.p.c.m !!! Per farla breve i militari avevano l'ordine di sparare a chiunque fosse sorpreso nell'atto di violare il coprifuoco. Contestualmente furono vietati gli assembramenti di varia natura, inclusi gli spettacoli teatrali. Tutte queste prudenze e precauzioni erano messe in atto allo scopo di fronteggiare una temuta sollevazione dei fascisti. Ma in Garfagnana delle sollevazioni e degli spettacoli teatrali in tutta sincerità non importava un baffo, quello che ai

garfagnini importava era il lavoro nei campi, quel lavoro che poi avrebbe portato il pane in tavola, per cui quello che non tornava ai nostri nonni di questo coprifuoco era l'orario. Si, perchè cominciare a lavorare alle sei del mattino per buona parte dei contadini voleva dire ritardare su tutte quelle mansioni quotidiane che servivano al buon andamento dell'attività. Ad esempio gli animali si dovevano accudire ben prima delle sei del mattino, bisognava poi pulire la stalla, preparare il fieno, dargli da mangiare, mungerli e preparare gli attrezzi per affrontare il duro lavoro nei campi che cominciava proprio quando iniziava a fare giorno, per di più eravamo anche in estate e ogni ora di luce in più  era preziosissima. Fortuna volle che buona parte di discrezionalità sugli orari il governo centrale la affidò ai prefetti, era chiaro che le esigenze della popolazione variavano in base al luogo in cui si abitava, in città si poteva anche rispettare l'orario imposto dal governo, ma in Garfagnana sicuramente no. Perciò il commissario prefettizio di Lucca


Martinelli, decise (in maniera anche piuttosto tardiva)di accogliere le rimostranze dei sindaci garfagnini, portando l'orario di fine coprifuoco alle 4 del mattino, nell'ordinanza veniva comunque ribadita una norma fondamentale e a dir poco basilare...: "Sarà 
fucilato senza preavviso chiunque si trovi a transitare durante le predette ore". Ma questa non era l'unica paura per i garfagnini. Come ben si sa nella nostra bella valle proprio in quel periodo si attestò per lunghissimi mesi il fronte (Linea Gotica), gli alleati da una parte e i tedeschi dall'altra, eravamo quindi in piena zona di guerra e i bombardamenti se non erano all'ordine del giorno poco ci mancava e fu proprio per ovviare a questo pericolo che ai garfagnini (e agli italiani) capitò fra capo e collo una nuova ed urgente norma: l'oscuramento. Nelle ore notturne qualsiasi fonte di luce non doveva essere accesa in nessuna casa, bisognava "stompare" (chiudere in dialetto garfagnino) ogni porta e ogni finestra per evitare così di far uscire il benchè minimo filo di luce, facendo in questo modo s'impediva di essere bersaglio per eventuali aerei nemici che giravano la notte. Insomma, tanto per rendere  chiaro il quadro della situazione bisognava essere in casa alle otto di sera, al buio e poi anche al freddo (i termosifoni ancora non esistevano...), eventuali trasgressori sarebbero stati immediatamente passati per le armi. Questo se lo ricordava bene la Beppa di Gallicano, quando la notte si alzava per andare in bagno alla luce di una flebile fiamma di una consumata candela. Il ricordo del Mario di Castelnuovo è invece un altro e la memoria va a quelle notti insonni insieme al suo babbo, quando facevano a turno per dormire,
pronti a scappare e a svegliare tutta la famiglia in caso di attacco aereo. Era quella infatti l'unica eccezione che si poteva fare alla regola del coprifuoco, solo in occasione di un bombardamento si poteva fuggire di casa per arrivare a ripararsi alla più vicina cantina o al prossimo rifugio anti aereo. Non mancava nemmeno, chi come al solito, approfittava della situazione, rischiando veramente come non mai la propria pelle, difatti il buio totale e l'assenza dalle strade di persone e mezzi faceva si che coraggiosissimi ladruncoli entrassero a rubare nei negozi di alimentari. D'altronde le lontane memorie degli anziani garfagnini ricordano di altre persone che sfidavano la dura legge del coprifuoco, erano le loro mamme, che come topi uscivano di casa, svicolando da un cortile ad un altro e da un portone ad un altro ancora, quell'affannosa corsa "solo" per recapitare qualcosa di urgente o di necessario ad un vicino bisognoso. Tutto ciò andò avanti ancora fino al 1944. Più di un anno durò il coprifuoco. Nel corso di quel tempo anche il governo di Badoglio modificò più volte gli orari di inizio e fine, poi finalmente qualcuno capì che prolungando ancora questa disgraziata regola si rischiava di far morire 
sotto i bombardamenti centinaia di persone, così terminò e i garfagnini poterono allontanarsi dal pericolo, cominciando di fatto una nuova esperienza: lo sfollamento.

In conclusione, non rimane che ricordare a chi usa le parole a vanvera, cosa si nasconde dietro ad un singolo vocabolo. Ogni termine ha il suo peso, il suo specifico significato e soprattutto la sua storia. Il sociologo francese Gustave Le Bon rammentava ai suoi alunni:" Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per le parole di cui non hanno mai compreso il significato..." . 

 

Bibliografia

  • "Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile" di Gian Franco Venè. Mondadori Editore
  • Testimonianze dirette da me raccolte 

mercoledì 21 ottobre 2020

Tre famosi condottieri romani che lasciarono il segno in Garfagnana...

Condottieri, comandanti e valorosi guerrieri, erano loro i veri eroi,

gli idoli incontrastati, nonchè le autentiche leggende viventi nell'antica Roma. Oggi questi idoli ne abbiamo sparsi un po' in tutti i campi dello spettacolo: sport, cinema, musica... Un colpo di tacco di Cristiano Ronaldo non manca di mandare in visibilio uno stadio intero. A Roma 2000 anni fa lo stesso effetto lo faceva il gladiatore più famoso di tutti: Spartacus, un fendente della sua spada generava un'esplosione d'entusiasmo in tutto il Colosseo e se nei cosiddetti "peplum" il famoso attore di turno si beatifica delle sue artificiali vittorie passando sotto un posticcio arco di trionfo, al tempo Scipione l'Africano in barba a qualsiasi finzione cinematografica, non recitava, lui attraversava veramente questi possenti archi, fra la folla stipata che lo acclamava come un vero e proprio Dio. D'altronde al tempo la popolarità si misurava in base alle terre conquistate, più conquiste si facevano più notorietà si acquisiva e più notorietà si acquisiva più potere si otteneva. Di questi condottieri bramosi di potere e di fama, alcuni ne sono passati anche in Garfagnana e tre di loro hanno lasciato un segno indelebile nella storia del paese a cui (a quanto pare) hanno dato il
nome. Infatti così fu  per un discendente della "gens" Minucia, riconosciuta da tempo immemore come un'antichissima famiglia patrizia, si parlava di essa fin dai tempi della repubblica e l'importanza di questa stirpe nei secoli a venire acquisì sempre più prestigio ed importanza, tanto da dare il nome a diversi monumenti dell'antica Roma: il Pons Minucius (un ponte lungo la via Flaminia), il Porticus Minucia e perfino una strada: la via Minucia, che collegava Benevento con Brindisi. Duecento anni prima della venuta di Cristo, un'ennesimo illustre figlio di questa progenie ebbe l'onore di dare il nome a un paese garfagnino. Lui era Quinto Minucio Termo e il paese in questione era Minucciano. La storia di questo condottiero cominciò ad adornarsi di gloria quando nel 202 a.C era al servizio di Scipione come tribuno militare nella campagna d'Africa. Da li in poi fu un continuo successo: nel 201 
a.C fu nominato tribuno della plebe, nel 197 a.C "edile curule" (il magistrato che aveva cura degli edifici, delle strade, degli spettacoli e della polizia urbana), successivamente venne incaricato di fondare sei nuove colonie lungo le coste italiane. Ma fu nel 196 a.C che la sua carriera toccò l'apice, quando da pretore gli fu affidata la provincia della Spagna Citerione, in men che non si dica riuscì a
Minucciano

sedare ogni rivolta e a consolidare nuovamente il potere di Roma in quella parte di penisola iberica. L'anno dopo tornò a Roma dove gli fu tributato il trionfo... Ma con tutti questi luoghi lontani migliaia di chilometri dalla Garfagnana, Minucciano cosa c'entra? Minucciano, o meglio ancora quelle terre che diventeranno Minucciano, cominceranno a salire agli onori delle cronache verso il 193 a.C, quando da console a Quinto Minucio Termo fu affidata la Liguria come provincia, li, e in quelle vicine montagne era infatti scoppiata una rivolta, gli Apuani stavano mettendo a ferro e a fuoco ogni accampamento romano in terra di Garfagnana e anche in quei versanti che davano sul mar Ligure. Minucio Termo fu quindi inviato in questi luoghi per ripetere quello che anni prima aveva fatto in Spagna. Da subito il furbo console capì che questi "barbari" nostrali erano fatti di un'altra pasta in confronto agli spagnoli, tant'è, per paura di essere attaccato portò a Pisa il suo quartier generale, ben lontano dal centro delle rivolte. In inferiorità numerica fu costretto più volte sulla difensiva e 
nei boschi garfagnini in più di un'occasione  fu amaramente sconfitto. Nonostante le sconfitte il suo "imperium" fu rinnovato, furono inviati finalmente (per lui) dei rinforzi e l'anno successivo (192 a.C) grazie a questo ottenne delle vittorie decisive contro gli Apuani. A quanto pare, da fonti non documentate, fu proprio dove oggi sorge il borgo garfagnino che Quinto Minucio Termo, malgrado la vittoriosa battaglia, rischiò di veder distruggere le sue legioni. Il notturno e improvviso agguato perpetrato dagli Apuani
all'accampamento del celeberrimo condottiero fece seriamente vacillare i legionari romani, tuttavia i militi dell'Urbe seppero reagire e fecero propria la vittoria. Sembra proprio grazie a questo successo che il nome di Minucio Termo rimase legato a questa terra a perpetua memoria. Ma come spesso succede a una luminosa "stella", dopo anni di successi ed acclamazioni arriva anche il periodo ed il tempo in cui questa stella si oscura. Gelosie ed invidie furono le motivazioni principali per cui la stella di Minucio si smorzò definitivamente. Rientrato a Roma nel 190 a.C il console "garfagnino" chiese il trionfo per le vittorie ottenute, ma gli fu negato per la forte opposizione di Catone che lo accusava (si dice ingiustamente)di aver ucciso dieci uomini liberi in Liguria, di aver inventato false battaglie e di aver esagerato con il numero di nemici uccisi. Oltre a spegnersi la buona stella, nel 189 a.C si spense anche la vita di Minucio, morto in battaglia nella guerra contro i Galati.

Invece a questo generale romano bastarono alcuni mesi di sosta in Garfagnana, senza combattere nessuna battaglia o uccidere

chicchessia per dare il suo nome a ben quattro paesi. Ma, ad onor del vero, meno si aveva a che fare con questo personaggio e meglio era. In fatto a desiderio di potere e di fama (buona o cattiva che fosse non gli importava), Lucio Cornelio Silla non lo batteva nessuno. Tra i condottieri romani di epoca repubblicana fu quello che si avvicinò di più all'accecante bagliore del potere senza confini. Gli antichi lo descrivevano come uomo senza scrupoli, questa mancanza lo portava a tradire amici e ad eliminare chi, forse un giorno lo avrebbe potuto tradire. Rimase comunque un abilissimo generale, anche se il suo esercito non lo seguiva per fedeltà, ma solo per le laute ricompense che gli offriva. La vita di Silla fu segnata da una continua scalata alla gerarchia sociale, fin da piccolo, quando nacque da una famiglia nobile decaduta. La sua gioventù fu poi molto "chiacchierata", si diceva che si faceva mantenere da una prostituta greca che, a quanto pare gli lasciò in avere una cospicua eredità. I destini suoi e della Garfagnana s'incrociarono nel 102 a.C, quando partì da Roma con le sue legioni per aiutare Gaio Mario e i suoi legionari a sconfiggere nella lontana Gallia i Cimbri e Teutoni. Nel suo tragitto per arrivare nell'attuale Francia passò anche in prossimità dell'attuale borgo di Sillano e li si fermò. Il rigido inverno garfagnino e le abbondanti nevicate non permetteva all'esercito di Silla di attraversare le montagne, perciò il generale decise di svernare su questi monti in attesa di tempi migliori. Furono costruite così delle robuste capanne di legno per ripararsi dai rigori del freddo, in attesa della primavera. All'arrivo della buona stagione questa capanne furono abbandonate, l'esercito riprese la marcia verso la Gallia e coloro che abitavano quelle zone s'insediarono in queste baracche lasciate dai soldati. Non a caso un detto popolare dice che: "Sillano, Sillico, Sillicano e Sillicagnana sono i paesi più vecchi della Garfagnana". Fattostà che una volta giunto a destinazione, 
Silla sconfisse i nemici presso Acquae Sextie(oggi Aix en Provnce). Una volta tornato a Roma cominciò veramente a fare piazza pulita di tutti i suoi nemici e nell' 82 a.C, dopo la battaglia di Porta Collina entrava a Roma e assumeva pieni poteri, consacrandosi dittatore. 
Quando la sua figura sembrava ormai assimilata a quella di un monarca assoluto, Silla sorprese tutti e abbandonò il potere, ritirandosi a vita privata. Le ragioni di questa sua scelta non sono chiare: forse l'effetto della grave malattia alla pelle che lo portò alla morte nel giro di un anno, forse la voglia di godersi la vita al fianco di Valeria, la sua quinta moglie.

Il prossimo personaggio che vado a raccontarvi non raggiunse mai la celebrità dei suoi colleghi qui sopra citati e se si vuole la sua fama non è legata a conquiste, vittorie o a chissà quale epiche

imprese. Anzi, la sua notorietà assunse agli altari della gloria ben 1700 anni dopo la sua morte, quando nel 1747 nell'odierno comune piacentino di Lugagnano fu rinvenuta una gigantesca tavola di bronzo dalle misure stratosferiche: un metro e trentotto di altezza, due metri e ottantasei di larghezza, pari ad un peso di circa duecento chili. Questo ritrovato di epoca traianea (96 d.C-117 d.C) prese il nome di "Tabula alimentaria di Veleia". Il documento testimoniava un'antica forma di quello che oggi i politologi chiamerebbero "welfare", che non è altro che la fruizione dei servizi sociali ritenuti indispensabili al cittadino. L'imperatore Traiano difatti fondò "l'istituto degli Alimenta", questo istituto prevedeva un prestito ai cittadini da parte dello Stato per acquistare terreni o grandi appezzamenti di terra, dietro garanzia ipotecaria, i cui interessi venivano esclusivamente destinati al mantenimento dei giovani in situazione di difficoltà. L'iniziativa puntava ad un duplice scopo: sostenere e rilanciare l'agricoltura nell'Italia settentrionale e assicurare un futuro degno di tale nome a quelle
generazioni di giovani che non avevano i mezzi per sostenersi. Rimane il fatto che in questo vasto elenco di nomi trovati nella lastra bronzea spuntava anche un certo Cornelius Gallicanus, che come sembra, grazie a ciò, acquistò il suo appezzamento di terra nella futura Gallicano. Caio Cornelius Gallicanus a quanto pare non fu mai un militare, ma un solerte funzionario dello Stato, ricoprì molti ed importanti ruoli amministrativi nelle varie provincie dell'impero fino a che arrivò il giorno della meritata pensione... L'imperatore Traiano gli affidò però un ultimo compito quello di "curatore rei alimenta", un'ennesimo programma di fondi pubblici per la sussistenza ai bambini poveri. Fatto questo, Cornelius prese possesso da colono romano delle sue nuove terre in Garfagnana, le stesse terre che Roma incentivava a colonizzare attraverso forti sgravi fiscali, dopo che gli Apuani furono sconfitti e cacciati per sempre.
Gallicano

Ma la vita anche anche al tempo era effimera, breve e fuggevole e se per molti come concetto principale della propria esistenza valeva il successo e la bramosia di potere, altri ancora ricordavano a questi quanto era difficile vivere con questo pensiero fisso nella testa, perchè bene o male i filosofi latini ricordavano a tutti il riassunto universale della vita del "Veni, vide, vale"... "vieni, guarda e...saluta".


Bibliografia

  • - Mario Enzo Migliori - L’Origo Gentis Romanae. Ianiculum e Saturnia 2015
  • - Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - Libro VIII
  •  - Jérôme Carcopino - Silla o la monarchia mancata - trad. Alberto Consiglio - Roma - Longanesi - 1943 
Sitografia

  • https://wsimag.com/it/cultura/49982-la-tabula-alimentaria-di-veleia