mercoledì 29 giugno 2016

Superstizioni e credenze popolari garfagnine

"Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male".
Questa frase di Eduardo De Filippo racchiude tutto il concetto della superstizione stessa e delle credenze popolari.Tutti i popoli e le terre così come anche la Garfagnana hanno superstizioni e credenze che risalgono alla notte dei tempi. Hanno origine nelle tradizioni antiche, nell'ignoranza e nella paura, nate in tempi lontani dove il timore dell'ignoto prevaleva su quello della ragione. In questa ignoranza ci sguazzavano la Chiesa e gli stregoni di turno che facevano leva proprio su queste angosce riuscendo di fatto a ritagliarsi un ruolo importante e necessario nella società. Arrivati ormai nel XXI secolo queste primitive credenze le vorremmo ignorare, ma inevitabilmente influenzano ancora il modo di pensare e di agire delle persone. Ecco allora in questo poche righe un viaggio nelle superstizioni e nelle credenze popolari garfagnine, naturalmente non è possibile fare un elenco esaustivo di quali e quanti sono i gesti e le espressioni legate alle superstizioni, mi limiterò a ricordare quelli a me conosciuti e ricercati, argomentandoli per categorie.

CREDENZE RELIGIOSE

PERDONO
Una volta durante il Sabato Santo allo sciogliere delle campane (che erano state legate nel momento in cui Gesù era stato deposto nel sepolcro)chi si trovava a lavorare lontano in montagna, quando sentiva suonare le campane si inginocchiava e così recitava: - Terra bacio e terra sono, Gesù mio vi chiedo perdono-.

I NODETTI
Un tempo le donne ad inizio Quaresima prendevano un nastro colorato, con questo in mano cominciavano a recitare un Padre Nostro al giorno. Ad ogni Padre Nostro recitato, la donna faceva un piccolo nodo al nastro. Alla fine del periodo quaresimale il nastro contava così quaranta nodi (come i giorni della Quaresima) e il Sabato Santo lo avrebbero portato alla persona per la quale avevano chiesto la grazia.

BRUCIARE L'OLIVO
Quando si cominciavano ad addensare all'orizzonte nubi minacciose che presagivano bufera e che di conseguenza avrebbe messo in pericolo un raccolto, era abitudine dei contadini garfagnini di bruciare un ramoscello di olivo benedetto, in questo modo gli effetti del temporale sarebbero stati mitigati

LE CROCI SUL PANE
Al tempo che il pane si faceva in casa era abitudine fare una croce
sul pane che ancora doveva lievitare. Poi al momento di infornarlo ne veniva fatta un'altra sulla bocca del forno. Quando poi il pane veniva mangiato si faceva molta attenzione che non ne cadesse nemmeno una briciola per terra, perchè poi si sarebbe stati condannati a ricercarla nell'aldilà, facendosi luce solo con delle fiammelle che venivano accese sulla punta delle dita

LE PREGHIERE ALLA MADONNA
Quando si cominciano le litanie alla Madonna bisogna sempre finirle e mai lasciarle a metà, poichè si costringerebbe la Madonna stessa a finirle da sola e non è buona cosa.

LE METEORE O LE STELLE CADENTI
Le meteore o le stelle cadenti che solcano i cieli sono le anime che vanno in Paradiso

LA BUCCIA
Quando si riesce a sbucciare un frutto in modo che la buccia rimanga integra si toglie un'anima dal Purgatorio 

LA CROCE E L'ASINO
L'asino (o meglio il miccio) che ha una evidente croce sul groppone si dice che sia un asino discendente da quello di San Giuseppe che usò per portare Gesù Bambino lontano dalle persecuzioni di Erode

CREDENZE TRADIZIONALI

IL CUCULO
Chi abitualmente attraversava un bosco e sentiva il cantare del cuculo di solito recitava questi versi:- O cuculo dal buco tondo, quanto anni ho da stare al mondo?-. Contando i "cu cu" si conoscevano gli anni di vita che rimanevano.

IL GREMBIULE
Così si diceva nei lustri passati, che quando una moglie si toglieva il grembiule da cucina e inavvertitamente le cadeva per terra, significava che il marito era impegnato in cose poco serie... 

LA CIABATTA
Era usanza che nell'ultima notte dell'anno le ragazze in cerca di marito salissero in cima alle scale di casa e che con il piede lanciassero giù la ciabatta. Secondo la posizione di caduta (con la punta avanti o indietro, dritta o obliqua) avrebbero saputo fra quanto tempo si sarebbero maritate.

SPAZZARE I PIEDI
Bisogna stare ben attenti a non spazzare i piedi ai giovani, perchè si credeva che non avrebbero mai trovato un fidanzato/a

I FUNGHI 
Si dice anche tutt'oggi che nel periodo di funghi, molti "fungai" indossano la camicia o la giubba alla rovescia. Facendo così, si troveranno in quantità maggiore

I PANNI STREGATI
Era usanza delle massaie garfagnine di togliere dopo il tramonto i panni stesi al sole ad asciugare, perchè si credeva che gli streghi avrebbero potuto "segnarli" o fare qualche altra strana malia.

VERSARE IL VINO
Versare il vino con la mano sinistra ad un amico era segnale di tradimento.

LA SCOPA DIETRO LA PORTA
Tenere la scopa dietro la porta di casa portava a due credenze. Si pensava in questo modo di tenere gli spiriti maligni fuori dall'uscio e agli invitati si impediva di seminare  discordie e malumori in famiglia

CREDENZE LEGATE AI GIORNI DELL'ANNO

  • Se il Natale cade di venerdì, l'anno successivo sarà un buon raccolto
  • Il primo uovo che si toglieva dal pollaio il giorno dell'Ascensione (che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua) si credeva che, se fosse stato posto sopra il tetto avrebbe protetto la casa dalle intemperie dell'inverno
  • Nell'approssimarsi di una bufera c'era il concreto pericolo che la grandine rovinasse i raccolti allora si procedeva a mettere fuori di casa un sacchettino con un po' di cenere tolta dal ciocco di Natale, ciò avrebbe protetto (insieme a delle preghiere rivolte alla Madonna)le piantagioni.

QUELLO CHE NON E' UN BUON PRESAGIO

  • Se un cane nella notte abbaia sette volte
  • Mettere il pane in tavola alla rovescia
  • Spazzare la sera in casa allontana la fortuna
  • Il canto della civetta

QUELLO CHE E' UN BUON PRESAGIO

  • Sentire il canto del grillo
  • Vedere un ragno di sera 
  • Quando la fiamma del fuoco del camino è vivace e scoppiettante significa che stanno per arrivare buone notizie.
Finisce qui questo breve ed incompleto viaggio nelle credenze popolari garfagnine, senza dimenticarci che la superstizione è un modo irrazionale con cui l'uomo esorcizza le proprie paure e cerca nel contempo di esercitare un controllo sui fenomeni rari e misteriosi. Del resto noi tutti istruiti o ignoranti, giovani o vecchi, qualche volta abbia ceduto alla tentazione del dubbio: "Non è vero ma prendo le mie precauzioni...". 

La maggior parte delle notizie raccolte fanno parte del bel libro di Paolo Fantozzi "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane"

mercoledì 22 giugno 2016

Storie di guerra in Garfagnana. La Divisione Alpina Monterosa.

E' facile parlare e scrivere dei vincitori. I vincitori dall'alto
Alpini della Monterosa
del loro piedistallo hanno la possibilità di raccontarci anche di come hanno vinto, ma certe volte il vincitore si fa prendere la mano e spesso racconta la vittoria come meglio gli piace. Questo "fenomeno" accade spesso in storia e il detto "la storia la scrivono i vincitori" conferma la veridicità del concetto. Al contrario (sempre in storia) non è invece per niente facile scrivere dei vinti, si può passare per revisionisti, nostalgici e sospettati di faziosità estreme. Non dovrebbe essere così se colui che scrive, scrive con l'intento di raccontare i fatti per il semplice interesse della conoscenza. Per questo motivo che scrivere di "Divisione Monterosa" non è sempre così semplice. Molti conosceranno questa divisione di alpini, ma altri no e allora addentriamoci nei meandri della sua storia. La Divisione Alpina Monterosa fu una delle grandi unità allestite dalla Repubblica Sociale Italiana che si formò dopo l'armistizio sotto la guida di Benito Mussolini, operò anche in Garfagnana durante il secondo conflitto mondiale e nella nostra valle insieme alla Divisione americana Buffalo, ai reparti brasiliani della F.E.B, all'esercito tedesco e alle forze partigiane fu tra i protagonisti di battaglie e scontri violenti. Erano considerati i cattivi, i nemici, facenti parte di un regime che aveva portato guerra, distruzione e morte nelle case dei garfagnini. Arrivarono in Garfagnana nell'autunno del 1944 provenienti dalla riviera di levante ligure, operavano nella zona compresa tra Genova e La Spezia, dove avevano avuto il compito di impedire sbarchi alleati.Cessata l'emergenza in Liguria una buona parte di essa fu trasferita verso sud, nella nostra Garfagnana dove gli fu assegnata una nuova
il motto della
Monterosa
missione: sbarrare la strada verso la Pianura Padana ai reparti brasiliani e alla forze della V armata americana e pensare che quando arrivò nelle nostre zone era stata costituita da pochi mesi, esattamente il 1° gennaio 1944, formata per il 19% da ufficiali, sotto ufficiali e truppa che già facevano parte dell'esercito regio. Alla fine il numero di alpini arruolati fra i volontari e la chiamata alle armi(di quelli che risposero...) dalle forze di leva del 1924 e 1925 salirà a ben 20.000 unità. L'obiettivo iniziale della Monterosa unitamente alle altre grandi unità (Divisione Bersaglieri Italia, Divisione Granatieri Littorio, Divisione di Fanteria di marina San Marco con la Brigata di riserva) era (cito testualemte)"riprendere il combattimento al fianco dell'alleato germanico ed opporsi all'invasione della penisola da parte degli Angloamericani", per fare questo l'intera divisione venne spedita in Germania dove nei campi di Hetiberg, Feldstetten e Munsingen venne addestrata per sei lunghi e duri mesi all'intensissima esercitazione tedesca da istruttori nazisti. Al termine dei sei mesi la divisione si schierò a Munsingen dove il 16 luglio 1944 fu passata in rassegna da Benito Mussolini, che tenne poi un discorso che entusiasmò i reparti, cui segui la consegna delle bandiere da combattimento. Dalla consegna di quelle bandiere cominciò per questi poveri soldati una parentesi di morte che li porterà nel teatro di guerra garfagnino, dove furono

impegnati nell'ormai famosa "Battaglia di Natale" (per il resoconto della battaglia leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/il-piu-tragico-natale-che-la-garfagnana.html, l'unica operazione di guerra lungo la penisola italiana nella quale le forze congiunte della R.S.I e tedesche riuscirono a far arretrare gli alleati. Ma nel corso della guerra furono comunque molti gli episodi che videro coinvolti questi uomini, uno di questi vide protagonista il Sotto tenente Paolo Carlo Broggi, nato nel 1923 a Lanciano arruolato volontario nell'esercito
Mussolini passa in rassegna la Monterosa
a Munsingen(Germania9
a soli 17 anni, croce di guerra al valor militare nelle campagne di Grecia ed Albania. Dopo l'otto settembre senza esitare decise di arruolarsi nelle forze armate repubblichine. Giunse così in Garfagnana quando il 30 ottobre 1944 durante un'attività di pattuglia, 
alla ricerca di un gruppo di partigiani colpevoli di aver depredato un camion di viveri della divisione,stava risalendo con i suoi uomini dall'Isola Santa verso Careggine, quando ci fu un tremendo scontro a fuoco con i partigiani della Lunense, nell'occasione morì un caporale della Monterosa mentre Paolo Carlo Broggi fu ferito e catturato. Dopo un frettoloso processo gli fu chiesto di rinnegare il giuramento di fedeltà fatto alla Repubblica Sociale (in cambio avrebbe avuto salva la vita),lui non accettò e il 7 novembre presso la foce di Careggine fu fucilato dal plotone d'esecuzione, fu sentito gridare: "L'italia può fare a meno di me, non del mio onore". Il fuoco gli stroncò la vita a soli ventuno anni. Il corpo venne gettato in una fossa comune, dove nel gennaio 1945 fu recuperato. Oggi alla Foce di Careggine, sul luogo del suo sacrificio è stata eretta dopo la guerra una croce in pietra in sua memoria, sulla quale sono scolpiti una piccozza ed un cappello alpino. Non ci si può nemmeno dimenticare di Umberto Lanzetta vent'anni, quando viene mandato sulla Linea Gotica, fronte Garfagnana, ad opporre l'ultima resistenza alle forze americane.
Paolo Carlo Broggi
Umberto (originario di Verbania) venne assegnato al plotone ciclisti della compagnia comando reggimentale con il compito di riferire degli spostamenti del nemico dal suo punto di osservazione, ciò voleva dire esporsi al fuoco nemico e fu così infatti che il 28 novembre 1944 mentre si trovava in linea a quota 832, la postazione degli alpini fu investita dal fuoco dei mortai americani. Umberto nonostante le esortazioni dei compagni di mettersi al riparo uscì dalla propria postazione per intercettare la posizione del fuoco nemico, in quest'attimo una granata esplose vicino a lui ferendolo gravemente. Ricoverato, subì l'amputazione del braccio ma la cancrena procedeva comunque inesorabile. Poco prima di morire aveva ricevuto una lettera dalla mamma a cui lui aveva risposto:"...Non importa se i nostri sacrifici non saranno riconosciuti e saranno dimenticati o derisi. Quale premio più grande della nostra coscienza di aver agito in una causa in cui credevamo...". Umberto non si riprese e morì il 13 gennaio 1945. Alla sua memoria gli è stata conferita la medaglia di bronzo al valor militare.

La chiesa di san Rocco a Palleroso
In ricordo dei caduti della Divisione Monterosa (forse pochi lo sapranno), in Garfagnana esiste un Sacrario nella piccola frazione di Palleroso (comune di Castelnuovo Garfagnana). Il paesino fra l'agosto e settembre 1944 e il marzo aprile 1945 fu sede della Divisione alpina. All'ingresso del centro abitato sorge infatti la Chiesa di San Rocco e fu proprio nei pressi della chiesa che prese postazione il comando del Battaglione Brescia del 2° Reggimento Alpini. La guerra non risparmiò gli abitanti di Palleroso e i bombardamenti ripetuti misero in ginocchio questa piccola comunità e solo il 18 aprile 1945 lo strazio ebbe fine, quando in paese giunsero le avanguardie delle forze alleate. Da quel momento l'unico pensiero degli abitanti fu quello di ricostruire e di dare degna sepoltura ai tanti morti. Passarono gli anni e nel 1970 grazie all'interesse di Don Adelmo Tardelli e
L'interno della chiesa
chiesa con le lapidi
dell'Associazioni Alpini Monterosa fu deciso di ospitare all'interno della chiesa di San Rocco il Sacrario alla memoria degli Alpini caduti. Delle grandi lapidi di marmo raccolgono i nomi di oltre 770 soldati in rigoroso ordine alfabetico.

Alla fine della guerra la Divisione contò 1100 caduti, 142 decorazioni assegnate, tra le quali una medaglia d'oro al valor militare, 89 encomi e numerose croci di guerra. Venne sciolta il 28 aprile 1945 dal maresciallo Rodolfo Graziani che emanò l'ordine di cessare le ostilità. 
Dal dopo guerra in poi la Monterosa non fu riconosciuta ufficialmente nei raduni degli ex alpini, pertanto coloro che avevano combattuto in questa formazione secondo l'A.N.A (Associazione Nazionale Alpini)non potevano fregiarsi del titolo di alpini, ma il 27 maggio 2001 l'associazione decise di annullare questa norma dichiarando di fatto: "di riconoscere che tutti i giovani che hanno prestato servizio militare in un reparto alpino, in qualsiasi momento della storia d'Italia e quindi anche dal 1943 al 1945, poichè hanno adempiuto il comune dovere verso la Patria, siano considerati Alpini d'Italia".
Sono passati molti decenni da quei tragici anni e per fare un'analisi completa dei fatti non basterebbero sicuramente queste poche righe. Possiamo dire che per questi ragazzi fu la scelta di un ideale. Quei giorni dopo l'armistizio furono fatte riflessioni e scelte difficili che ormai a distanza di settant'anni è impossibile giudicare. Distinguendo il bene dal male furono momenti problematici per tutti, per i graduati come per i semplici soldati di truppa, fagocitati dalla storia e da scelte politiche più grandi di loro.

mercoledì 15 giugno 2016

La prima volta al voto delle donne garfagnine: 10 marzo 1946. Fatti e testimonianze

Purtroppo i tempi della ricerca e dello studio non vanno quasi mai
di pari passo con i tempi delle ricorrenze o degli eventi importanti, questo articolo doveva essere pubblicato ben due settimane or sono, ma la data era, ed è talmente importante e significativa  che ho deciso di portarlo avanti comunque, anche se fuori tempo massimo. Il mio omaggio alle donne a settant'anni della loro prima volta al voto non poteva mancare, ricordando tale avvenimento attraverso le testimonianze delle garfagnine che vissero quel giorno. Testimonianze ritrovate (finalmente!!!) negli appunti della mia mamma che da ottima maestra elementare quale era, già più di venticinque anni fa ai suoi alunni ricordava l'importanza di quel lontano 2 giugno 1946.
Dire oggi alle mie figlie che la mia nonna (e quindi la loro bisnonna) è nata e le donne non potevano votare, sinceramente mi fa un certo effetto. Pensiamo che l'Italia nella classifica mondiale dei paesi che per primi approvarono il suffragio femminile arrivava in un netto e clamoroso ritardo. Da apripista per tutti fu la Nuova Zelanda nel 1893, poi l'Australia, i paesi scandinavi e perfino la Russia nel 1917 (con la Rivoluzione d'Ottobre), a seguire la Gran Bretagna, la Germania dopo la I guerra mondiale, gli Stati Uniti nel 1920 e dopo tutti l'Italia nel 1946 (meglio tardi che mai), peggio di noi solo la Svizzera nel...1971. Fino a quel giorno quando arrivava il momento del voto, gli uomini uscivano a dare la loro preferenza sul partito e sulla persona che lo rappresentava. Rimanevano a casa solo gli animali, i bambini e...le donne. Purtroppo in Garfagnana tale consapevolezza era ben poco radicata in una società rurale dove l'uomo spesso la faceva da padrone, le nostre nonne (per alcuni bisnonne) avevano la
Manifestazione a New York nel 1912
per il voto alle donne in USA
convinzione che fosse una cosa naturale che tali oneri fossero ad appannaggio esclusivo dell'uomo, tutto questo spesso era dovuto all'ignoranza, alla poca istruzione, attaccate perciò a leggi non scritte e alla loro cognizione di donna, di rimanere a casa a riassettare e ad allevare figli. Questo praticamente era il quadro generale della condizione femminile in Garfagnana nella prima metà del 1900. Arrivò poi finalmente quel 2 giugno 1946 e (quasi) d'incanto le menti si aprirono, erano le prime elezioni libere dal lontano 1924 (escludendo il plebiscito a Mussolini del 1929) dopo la caduta del fascismo, dove tutta l'Italia fu chiamata al voto referendario per scegliere fra monarchia e Repubblica e per votare i membri dell'Assemblea Costituente, ma è però corretto dire che una parte della Garfagnana stessa ebbe l'onore di far votare le proprie donne (e i propri uomini) ben prima che nel resto d'Italia, quindi è giusto ribadire che per le nostre nonne quel 2 giugno fu la seconda volta che le vide al seggio elettorale.In buona parte della Valle del Serchio infatti fu il 10 marzo 1946 il reale giorno in cui le donne della nostra valle andarono a votare, dato che si svolsero le elezioni amministrative in Toscana. L'affluenza fu altissima, superiore all'89% nei comuni di Barga, Careggine, Castelnuovo
Il decreto legislativo
che sancisce il diritto
 di voto alle donne, firmato
dal Luogotenente del Regno
Principe Umberto di Savoia
Garfagnana, Castiglione Garfagnana, Fabbriche di Vallico, Gallicano, Piazza al Serchio, Vergemoli e Villa Collemandina. Ma come si arrivò a far votare le donne anche in Italia? Il 30 gennaio 1945 con l'Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto l'occupazione tedesca, durante una riunione del Consiglio dei Ministri si discusse del suffragio femminile che venne sbrigativamente approvato come qualcosa di ovvio ed inevitabile. Il decreto fu emanato il giorno dopo: potevano votare le donne con più di 21 anni di età ad eccezione delle prostitute che esercitavano "il meretricio fuori dai locali autorizzati". Nel decreto venne però dimenticato un particolare non da poco: l'eleggibilità delle donne, che venne stabilita con un decreto successivo, il numero 74 del 10 marzo 1946, appena in tempo per le amministrative che si svolsero quel giorno.

Quella data rappresentò una rivoluzione, per la prima volta la figura femminile sperimentò una prima e decisiva emancipazione. Ecco dunque le testimonianze dirette di chi visse quel giorno. La prima se mi permettete è della mia nonna Beppa di Gallicano che quel 10 marzo 1946 si mise cappello e guanti (l'ultima volta l'aveva fatto per la comunione delle figlie)e si preparò per uscire a compiere a 40 anni e per la prima volta il suo dovere di cittadina. Ricordava sempre che nell'attimo che aprì la porta di casa  per recarsi al seggio ebbe un attimo di esitazione, guardò il nonno che già era andato a votare e gli chiese: - Alfredo, cosa devo votare?- La cara nonna era stata impaurita dalla troppa libertà che gli si presentava in età adulta, lei che fino a quel giorno aveva accudito e pensato solo alla numerosa famiglia, mentre il nonno "si occupava di cose importanti,di cose da uomini".
Elena, sempre di Gallicano cambiò finalmente percorso, deviò strada del suo andar quotidiano, lasciò così la via che la portava da casa alla bottega e di li alla fabbrica, per avviarsi quella domenica 10 marzo'46 ai seggi: -Ho sentito un'emozione forte, perchè era la prima volta che le donne votavano. A dire il vero mi era subentrata anche un po' di paura, avevo il presentimento di sbagliarmi al momento del voto. Però la contentezza era il sentimento che prevaleva, mi ero fatta il vestito nuovo per un'occasione che credevo e credo importante poichè mi dette l'opportunità che la mia opinione contasse. Ma che emozione! Ricordo ancora che quando uscì dalla cabina elettorale, vi rientrai subito per controllare se avevo fatto giusto-
Qui i ricordi invece vanno a quel due giugno, la signora Augusta di Piazza al Serchio si recò al voto insieme alla nuora Maria Laura maestra elementare, che già aveva istruito la suocera su chi votare:
 -Prendi la matita, fai una croce sul simbolo della Democrazia Cristiana e scrivi il nome e il cognome di chi abbiamo scelto- Fattostà che dopo aver espletato le operazioni di voto nuora e suocera si ritrovarono fuori dal seggio per confrontarsi sulle emozioni di quel gesto: -Com'è andata?- chiese Maria Laura ad Augusta, la vecchietta rispose: 
Manifesto di propaganda della
Democrazia Cristiana che invita
le donne al voto

-Benissimo ho votato per me, fra tutti quei nomi a dire il vero non conoscevo nessuno, l'unica che conoscevo ero me stessa, per cui ero l'unica persona cui potessi votare e ho scritto il mio nome e
cognome: Augusta Vanni- Fu il gesto irriverente (e se si vuole anche logico)di una donna stufa di ricevere ordini ed imposizioni che stava subendo ormai da venti lunghi anni di era fascista. 
Nonostante il diritto accordato, le donne però erano talvolta considerate incapaci di poter capire e di conseguenza partecipare alla vita politica. La Garfagnana da questo punto di vista non si dispensava da questa stupida idea, per di più anche la chiesa nella nostra valle faceva sentire il suo notevole peso politico, incutendo paura sulle persone di macchiarsi di peccati gravi. In questo caso sentite allora la signora Maria di Barga: - Molti uomini sposati obbligavano le proprie mogli a votare per il partito a cui davano loro preferenza- e ricordava fra l'altro che nella primavera del 1946 infuriava più che mai la contesa per accaparrarsi i voti fra comunisti e democristiani.- I  preti in questo caso - affermava Maria - andavano a casa delle persone più anziane facendo aperta propaganda per la D.C  e qualora se qualcuno avesse dichiarato apertamente di votare Partito Comunista, la Chiesa avrebbe fatto in modo di non celebrare un eventuale matrimonio futuro, oppure se celebrato veniva fatto "fuori altare"-
Le madri costituenti elette quel 2 giugno
spiccano Nilde Jotti e Lina Merlin

Infine ecco l'ultima e bellissima testimonianza della signora Luisa nata nel 1923 a Castelnuovo Garfagnana, professoressa liceale trasferitasi in Versilia negli anni'50:- Fu una cosa meravigliosa che si potesse essere uguali nei diritti. Prima chi ne parlava di diritti! Non mi sono mai sentita inferiore ad un uomo, erano gli altri che non ti facevano contare socialmente, ed era così punto e basta, non si poteva fare niente- Gli anni durissimi della guerra sulla Linea Gotica avevano trasformato la sua vita in un inferno:
-Fino al settembre 1943 vivevamo secondo tradizioni ottocentesche, la donna era l'angelo del focolare e basta, poi all'improvviso tutto cambiò, bisognava far fronte ai bombardamenti, alla paura e alla distruzione. Poi venne la Liberazione che fu accolta non solo come speranza ma con la sicurezza che le cose non sarebbero più tornate come prima. Il voto alle donne fu un'importante conferma. Però a quel punto, dopo anni terribili di fame e sfollamento, s'aspettava il voto come un diritto non come un regalo o una concessione-
Anna Magnani al voto
Finalmente in quei giorni cominciava in Italia un epoca che porterà le donne a rivestire tutte le cariche più importanti nella vita di tutti i giorni. Come dimenticarsi allora di Rita Levi Montalcini nella medicina, Nilde Jotti nella politica, Oriana Fallaci nel giornalismo, Anna Magnani nel cinema, Margherita Hack nell'astrofisica o Maria Montessori nell'istruzione. Tutte figlie di quel lontano 1946.

mercoledì 1 giugno 2016

Quando la Garfagnana si ribellò a Napoleone Bonaparte: 1796 i giorni della rivoluzione

"L'immortalità è il ricordo che si lascia nella memoria degli
uomini. Questa idea spinge a grandi imprese. Meglio sarebbe non aver vissuto che non lasciare traccie della propria esistenza", colui che pronunciò questa frase lasciò (eccome) traccie indelebile di se in tutta Europa, sconvolse letteralmente questo continente, lo rivoltò come un calzino conquistando gli angoli più remoti di queste antiche terre,facendo arrivare le sue potenti armate perfino nella selvaggia e solinga Garfagnana. Lui è Napoleone Bonaparte e questa che andrò a raccontare è la storia di come il piccolo ed "insignificante" popolo garfagnino ebbe il coraggio di ribellarsi all'uomo e al condottiero più importante e potente del mondo.
Correva un lontano 7 maggio 1796 quando ormai le conquiste napoleoniche in Italia procedevano di gran carriera e vista persa ogni speranza di resistenza il vile Duca Ercole III D'Este padrone e signore (anche) di Garfagnana abbandonava il Ducato rifugiandosi a Venezia e lasciando al fratello don Federico Benedetto d'Este conte di San Romano la patata bollente di trattare la resa con Napoleone. La resa sarebbe stata ottenuta a caro prezzo con un atto di totale sottomissione e sborsando anche una cospicua indennità in denaro. In meno che non si dica anche il popolo volle dire la sua e Reggio Emilia sotto la spinta dei giacobini locali (n.d.r:i giacobini italiani erano coloro che appoggiavano le idee della rivoluzione
soldati napoleonici
francese) si ribellò ai vecchi governanti, dopo poco anche a Modena occupata dai francesi fu rovesciato il governo vigente, sotto gli auspici di Bonaparte instaurando di fatto un comitato di governo provvisorio di Modena e Reggio, fu a questo punto che balenò l'idea di far sollevare anche la Garfagnana e la Lunigiana per unirle alla nascente Repubblica napoleonica Cispadana. Ma la Garfagnana si trovava ancora all'oscuro dei fatti, le comunicazioni non viaggiavano come oggi attraverso le linee telefoniche, ma camminavano a dorso di mulo tramite lettera scritta, difatti fu solo il 6 ottobre che si venne a sapere di cotanti sconvolgimenti politici. Giuseppe Ricciardi commissario francese così scriveva e avvertiva Castelnuovo Garfagnana e i garfagnini tutti : -...poichè tengo inoltre molte case amiche costì, mi rincrescerebbe dovessero soffrire il minimo male...- invitando i castelnuovesi a non attendere i francesi per erigere l'albero della libertà (n.d.r: tale albero fu simbolo della rivoluzione francese, veniva collocato nelle piazze principali dei paesi, di fatto era un palo sormontato dal berretto frigio rosso e adornato di bandiere. Veniva usato per cerimonie civili e giuramenti) -...perchè se vengono costì dovete pagare le spese ed una contribuzione -. Insomma in un batter d'occhio e senza colpo ferire (il 9 ottobre 1796) Castelnuovo e la Garfagnana si trovarono ufficialmente sotto le egide napoleoniche. Nel frattempo l'albero della libertà fu eretto nella piazza principale della cittadina il 14 ottobre: - ...dopo mezzogiorno facendovi la guardia tutti i signori possidenti...-. Arrivò poi nei mesi successivi il solenne momento di incontrare il nuovo "padrone"
L'albero della Libertà
e una delegazione garfagnina partì per Modena, al Congresso Cispadano per discutere con Napoleone in persona del nuovo assetto amministrativo. Fu una delusione totale, le speranze garfagnine andarono subito deluse, la sospirata autonomia amministrativa garfagnina rimase un sogno poichè il sovrano francese era contrario ai frazionamenti dei territori in piccoli statarelli, in barba così a tutti gli ideali francesi rivoluzionari. I più rammaricati furono tutti quei giacobini di "casa nostra" che avevano esultato alla "nuova libertà", il popolo difatti cominciava già a rumoreggiare e molti erano ancora devoti alla Casa D'Este avendo goduto sotto questi regnanti ben tre secoli di pace e benefici sotto il suo mansueto governo, in pratica questi francesi con questi "strani" ideali e dalle abitudini e tradizioni bizzarre non furono congeniali a persone avvezze a tutt'altro modo di vivere e pensare. Con il passar dei giorni e delle settimane la situazione si faceva sempre più caotica,le piazze e le strade erano animate dalle grida dei ribelli, regnava praticamente il caos totale. L'anarchia si fece assoluta quando con uno scellerato provvedimento si decise di sciogliere le truppe dal forte di Mont'Alfonso e da quello delle Verrucole, lasciando così piena libertà d'azione ai facinorosi garfagnini, che di fatto sotto la guida del frate Pietro Paolo Maggesi(confessore del Duca d'Este) si rivoltarono agli eccessi della nuova dominazione. La rivoluzione vera e propria scoppiò nella notte del 25 novembre all'arrivo della posta, fu abbattuto l'albero della libertà e infrante le porte della rocca ariostesca. Il giorno dopo la ribellione continuò in tutta la sua violenza. Dal paese di Vagli giunsero ottocento persone armate di tutto punto e al grido di "Viva il duca" la rivolta ebbe il suo punto di non ritorno. Le grida della rivoluzione giunsero alle orecchie della gente delle località limitrofe che già si trovavano in paese (dato che era giorno di mercato),la prima azione clamorosa fu l'occupazione della Fortezza di Mont'Alfonso, i rivoltosi presero possesso di tutte le armi, alcuni cannoni furono trasportati in piazza pronti all'uso. Nei giorni seguenti giunse notizia che alcuni deputati napoleonici delle municipalità erano diretti a Castelnuovo per trattare con gli
Piazza Umberto I a Castelnuovo
insorti, per tutta risposta un manipolo di rivoluzionari garfagnini partì per Pieve Fosciana per catturarli, i deputati vennero a conoscenza degli intenti bellicosi degli insorti e ripararono nella rocca di Camporgiano, ma la caccia continuò e i castelnuovesi insieme ai vaglini raggiunsero anche Camporgiano, anche stavolta i napoleonici si salvarono fuggendo a gambe levate attraverso Sillicagnana,Massa e Sassorosso rientrando poi a Modena. Nel fuggire questi deputati come si suol dire lasciarono letteralmente "armi e bagagli" e in uno di questi bagagli furono rinvenute delle lettere di corrispondenza varia con alcune famiglie garfagnine  filo-Napoleone. Le famiglie in questione furono assaltate e costrette ad abbandonare la valle. I primi sintomi di cedimento però già si stavano facendo avanti, i giorni dell'entusiasmo man mano che il tempo passava si incominciavano ad affievolire, la notizia dell'insurrezione già si era sparsa in tutta la provincia, ma agli insorti non giunsero i rinforzi sperati, il resto della Garfagnana era quasi rimasto indifferente tranne che alcuni villaggi, la paura allora cominciò a prendere campo, ci si aspettava da un momento all'altro la dura repressione di Napoleone.Il nervosismo serpeggiava e i litigi e le discussioni fra i capi popolo si facevano sempre più duri e con la morte del cuore si giunse ad una clamorosa decisione: si stabilì di scrivere una lettera di pentimento, offrendo la restituzione del maltolto e chiedendo amnistia. I garfagnini avevano visto giusto perchè lo stesso Napoleone il 4 dicembre aveva già dato ordine di occupare la Garfagnana, liberare la Fortezza di Mont'Alfonso, fucilare  i capi della rivolta, bruciare qualche casa, disarmare la popolazione e poi concedere il perdono al resto dei rivoluzionari. Nel frattempo giunse la lettera in questione che chiedeva venia, ma ormai la spedizione militare era partita alla volta di Lucca il 18 dicembre, evitando volutamente il passo di San Pellegrino in Alpe per paura di agguati da parte dei rivoluzionari. La notizia che l'esercito napoleonico avanzava fece cadere nel terrore tutta Castelnuovo e la paura prese il sopravvento. Il solito fedele cronista dell'epoca così riporta: -...con destrezza i signori della Garfagnana e specialmente di Castelnuovo facendo apparire diverse staffette ben addestrate consigliarono il popolaccio a
Il generale
napoleonico Rusca
lasciare le armi e a riportare i cannoni in fortezza...-
. Si pensò inoltre (dato che la paura faceva novanta) di mandare una delegazione di prelati e notabili locali ad incontrare a Lucca il generale napoleonico Rusca per chiedere il perdono. Il perdono fu concesso e la mattina di quel lontano Natale del 1796 il generale Rusca al comando di settecento soldati fu accolto in Castelnuovo da grandi applausi. Cominciò però il regolamento dei conti, bisognava far capire a questi montanari garfagnini di non osare più di ribellarsi alla potente Francia.Con una serie di processi sommari furono eseguite cinque condanne a morte, fu disposto il saccheggio della casa del capo rivolta frà Pietro Paolo Maggesi e altre sentenze di morte furono pronunciate in contumacia per i capi rivolta che si erano già dati alla fuga. Dieci cittadini invece furono presi in ostaggio "garanti con la loro vita della fedeltà della popolazione e della provincia" e inviati a Milano. Rusca prima di lasciare la valle ricostituì le guarnigione militare a Mont'Alfonso e riordinò tutto la struttura amministrativa e politica, dopodiché con buona pace di tutti abbandonò definitivamente la Garfagnana. 

A questo punto della storia le sorti garfagnine seguiranno di pari passo le alterne vicissitudini di Napoleone. Infatti nel 1799 dopo le sconfitte francesi per opera degli austro- russi venne ripristinata a Modena la reggenza imperiale con il ritorno al potere (del vigliacco) duca Ercole. Nemmeno un anno (14 giugno 1800) la Francia torna padrona dei
La condanna a morte dei
rivoltosi garfagnini
destini garfagnini. Nel 1805 Napoleone costituisce il Regno d'Italia e l'antica Repubblica di Lucca viene trasformata in Principato con a capo la sorella Elisa, a questo principato verrà legata anche la Garfagnana. Ma poi arrivò anche il fatidico 1815 e con la definitiva

sconfitta di Napoleone a Waterloo e il conseguente esilio nell'isola di Sant'Elena anche la nostra valle vide la restaurazione delle antiche dinastie, restituendo il trono agli Estensi nella persona di Francesco IV d'Austria-Este.
Si conclude nuovamente una pagina di orgogliosa storia garfagnina, che vide in azione uomini coraggiosi confortati dalla forza delle idee. La forza di queste idee le portò impavidamente a sfidare anche l'uomo più potente del mondo... Oggi però come sarebbe?

mercoledì 25 maggio 2016

La carta annonaria e la "borsa nera" in Garfagnana. I duri anni della II guerra mondiale

La mamma si ricordava sempre di quella comica scena.Eravamo
nei primissimi anni '40 del 1900 a Gallicano,quando lei bambina andò dal suo babbo e candidamente gli chiese:-Ascolta babbo, perchè per comprare il pane bisogna sempre andare dalla signora Annona che abita in fondo a Via Cavour?-,la risata di suo padre fu fragorosa, ma volle però fare subito chiarezza per evitare qualche imbarazzante qui pro quo: -L'annona non è una donna ma è l'ufficio comunale che ci da delle carte per comprare il pane, il latte o la carne- a questa risposta la mamma sorridente se andò soddisfatta per aver chiarito il suo dubbio. C'era poco da ridere in quei tempi però. Negli anni duri della seconda guerra mondiale l'alimentazione dei garfagnini (e non solo) veniva regolata dalle tessere annonarie, tale bizzarro nome faceva riferimento alla Dea Italica Annona, che nella mitologia latina aveva il compito di proteggere i magazzini e le riserve alimentari, nome più calzante di questo non poteva essere dato, il nome però con cui dai più fu tristemente conosciuta era "tessera della fame". Tale tessera segnò la vita di grandi e piccoli, il cibo quotidiano veniva distribuito e razionato, erano questi i primi sintomi di una crisi economica che l'Italia accusò con l'entrata in guerra. La scarsità di generi alimentari e l'aumento dei prezzi fece in modo che fosse creata la carta annonaria, da quei rettangolini di carta dipendeva la sopravvivenza di ognuno, metronomi del rimanere in vita erano appunto gli uffici municipali dell'annona che provvedevano a fornire ogni due mesi il rinnovo carta, una per ogni membro della famiglia. Avevano diversi colori, un colore per una determinata fascia d'età: verde per i bambini fino agli otto anni, azzurre dai nove ai diciotto anni, mentre per gli adulti erano grigie. Depositarie di cotanto tesoro di solito erano le madri garfagnine, numi tutelari dell'appetito familiare, guai a smarrire quelle carte, pena il digiuno. Abitualmente il nascondiglio dove conservare queste carte era sotto il materasso, li si sperava di mantenerle ben stese e stirate e pronte all'uso prima di andare in bottega. In quei tempi le code davanti alle botteghe erano un fatto usuale, tutti in attesa del proprio turno.I 
In fila per il pane
bottegai prima di aprire facevano operazione di controllo sulle carte, nelle quali erano riportate con inchiostro indelebile tutte le generalità di ogni membro familiare. Con l'andare della guerra i razionamenti e i regolamenti sulla distribuzione di cibarie si fecero sempre più stringenti. La provincia di Lucca ordinava che nel mese di giugno 1940 lo zucchero fosse distribuito nella quantità mensile di 500 grammi a persona, nei mesi successivi ci furono restrizioni sul burro (anche qui 500 gr mensili cadauno), perfino le quantità di latte furono ridotte (tranne che per bambini e ammalati).Invece i detentori di maiali dovevano dichiarare il numero delle bestie in loro possesso, esclusi due per il fabbisogno familiare, il resto doveva essere consegnato all'ammasso (n.d.r: disposizione di legge che imponeva ai produttori di cedere allo stato ad un prezzo fissato d'autorità generi alimentari e merci varie), anche gli allevatori di bovini subirono le solite limitazioni. Nel 1941 sempre la provincia di Lucca regolò la vendita di carne,la distribuzione fu prevista esclusivamente nei giorni di sabato e domenica, per le frattaglie nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì. Sempre nel solito anno stessa sorte subì il pane che fu ancor più razionato,la razione giornaliera per famiglia fu portata a 200 grammi. Nel 1942 fu fatto divieto di vendere pane raffermo extra tessera, anche quello doveva essere ripartito fra la clientela che regolarmente esibiva la carta. Immaginate voi come era complicato districarsi fra tutte queste variazioni che si susseguivano a ritmi paradossali, talvolta
Manifesto del comune di Modena
che regolamenta la vendita
di farina di castagne attraverso
carta annonaria
venivano annunciate tramite manifesti e più raramente sui giornali. In tutta questa gran confusione emersero due cose, una bella ed una brutta:l'arte dell'arrangiarsi e la cosiddetta "borsa nera", il contrabbando. Sull'arte dell'arrangiarsi noi garfagnini siamo stati sempre superiori a tutti, difficilmente nei secoli abbiamo avuto una mano santa che potesse darci una mano a campar meglio e anche questa volta nel male fummo capaci di arrabattarsi in qualche maniera, eravamo avvantaggiati naturalmente dal vivere in mezzo alla natura e ai suoi frutti e l'inventiva ci portò ad esempio a sostituire il (raro) burro con un pezzo di grasso di maiale, mentre la solerzia delle mamme portò ogni genere di frutta a diventare una simil marmellata che divenne così il companatico per quietare i morsi della fame, sopratutto dei bimbetti. Anche le erbe selvatiche, ogni tipo di erbe commestibili vennero lessate per sfamare grandi e piccini, non parliamo poi della castagne che cucinate in mille modi diversi per l'ennesima volta salvarono letteralmente i garfagnini 
dai morsi della fame. L'arte dell'arrangio si contemplò anche in altri campi del viver quotidiano, sperare in abiti nuovi era a dir poco un'utopia, pantaloni, camicie, giacche venivano riadattate, rivoltate e passate da padre in figlio e da fratello a fratello, chi poteva permettersi delle scarpe, di risuolatura non se ne parlava, per fare ciò si ricorreva ai copertoni usati delle biciclette. La carta annonaria prevedeva anche la distribuzione del sapone che era stabilito in un pezzo al mese e per questo sempre insufficiente e così le donne impararono a lavare i vestiti con il "ranno" (n.d.r: miscuglio di cenere e acqua bollente).Purtroppo c'era chi di queste tessere ne faceva un uso poco accorto, infatti era abbastanza comune che la gente si facesse anticipare tutti i bollini del mese dal bottegaio, ma una volta terminati niente si poteva fare, bisognava solamente aspettare il mese successivo,questo accadeva perchè i prezzi variavano di mese in mese e tanti preferivano prelevare tutto quanto fosse possibile in un unica soluzione. Ma se tenevi in casa ciò che 
l'arte dell'arrangio...Un orto di guerra,
rispettatelo
avevi ricevuto, ovvio che eri tentato di consumarlo e quindi a rimanerne senza e fu così che abbienti contadini garfagnini si approfittarono di questa situazione facendo contrabbando di generi alimentari che erano stati nascosti all'ammasso di cui sopra detto. Questa è una pagina poco risaputa nella nostra valle ma è giusto dire che alcuni delinquenti in questa tragica situazione si fecero ricchi. La "borsa nera" in Garfagnana era già presente tra il 1941 e il 1942 nonostante ci fossero severissime sanzioni per chi praticava queste malefatte (n.d.r: il governo arrivò ad applicare la pena di morte per i casi più gravi). Chi disponeva di vari generi (sopratutto alimentari) senza scrupoli cominciò a venderli a prezzi elevatissimi, chi non aveva abbastanza soldi per pagare scambiava il cibo con anelli e catenine d'oro (n.d.r: questo fino al 1 agosto 1942 quando tutto l'oro doveva essere destinato alla Patria), nei casi più fortunati lo scambio avveniva con un iniquo baratto di merci. Da testimonianze locali questi accaparratori si facevano pagare cinquanta o sessanta lire quello che costava dieci. Una menzione particolare sempre secondo mie interviste invece andava rivolta a quasi tutti i bottegai della zona che si comportarono da veri amici della gente, furono solidali aiutarono tutti, assicurando un pezzo di pane in più, perchè tutti avevano diritto di mangiare,questo senza distinzione di censo e mestiere. Un occhio di riguardo veniva dato a quelle donne che avevano il figlio o il
"Noi tireremo diritto" Palazzo Comunale
Gallicano
marito caduto in guerra, vestite a lutto stretto, in testa un cencio nero e per mano un figlioletto scalzo con i calzoni rattoppati e il moccio al naso. La guerra poi grazie a Dio finì, ma fu un difficile e lento ritorno alla normalità, le carte annonarie restarono fino al 1949 a ricordare beffardamente l'immane tragedia che avevano subito i garfagnini e gli italiani in genere.

Quei giorni rimasero indelebili nella memoria di chi li visse e il pensiero di queste persone ancora oggi va al consumismo attuale e allo spreco, e quand'è così quei maledetti anni vengono prepotentemente sempre in mente. Impossibile dimenticare! 

mercoledì 18 maggio 2016

Dalle Zinabre alla Margolfa. Viaggio negli esseri fantastici della Garfagnana

Il gruppo delle Panie
Ogni popolo e cultura sulla Terra ha le proprie storie, tradizioni,
miti e credenze legate a mostri, creature leggendarie e animali fantastici. Quello che altrove si è perso in Garfagnana e sulle Alpi Apuane resiste, radicato ormai nella vita della comunità, sono echi ancestrali, di culti pagani è un mondo di mezzo questo, un qualcosa di fantastico che sta fra il sacro e il profano, popolato da creature dalle mille forme, tali esseri le possiamo trovare anche in leggende dell'antica cultura romana e greca o addirittura nei racconti dei popoli nordici. Quando si parla di queste creature innanzitutto dobbiamo tener presente che in una data cultura e in un determinato momento storico sono stati creduti esseri reali, quindi effettivamente esistiti. Oggi analizzeremo non quegli esseri che ormai tutti nella nostra valle conoscono e già sono stati frutto dei miei articoli come il buffardello, l'Omo Selvatico o le fate, ma andremo appunto ad esaminare alcune di quelle creature sconosciute a molti ma che una volta nelle notti d'inverno qualche anziano, al fuoco del camino raccontava e giurava di averle viste.
Questa ad esempio è la storia dell'OMO VERDE, si dice che fra le Alpi Apuane sia sempre esistito. Vive nelle grotte e negli anfratti più inospitali delle nostre montagne, si nasconde fra gli alberi e le rocce in modo tale da mimetizzarsi con l'ambiente circostante e rimanere invisibile a tutti, preferisce però celarsi dentro i castagni dai tronchi cavi in cui è capace di stare immobile per giorni interi. Così quando andrete a far passeggiate ed escursioni per le Apuane se vi sentite osservati è sicuramente l'Omo Verde che vi sta scrutando, ma non c'è da aver paura  e vano sarebbe se qualcuno lo volesse individuare o seguire, sicuramente non si farebbe nè vedere nè prendere. Un tempo era abbastanza usuale per pastori, carbonai e cavatori intravederlo, ma impossibile era avvicinarlo. Si racconta di un pastore di Vagli che da ragazzo lo vide quando con suo padre si recava ai pascoli sul Monte Fiocca.Narra così che quando l'ora era tarda e si era ormai sul far della sera,in lontananza su uno sperone di roccia del monte Sumbra lo vide, era seduto la in alto e seguiva il volo di un falco e ne seguiva la direzione muovendo un braccio, aveva anche uno zufolo che cominciò a suonare, ad un tratto una moltitudine di uccelli di ogni sorta e razza cominciarono volteggiare sopra la testa dell'essere facendogli festa e poi all'improvviso come erano comparsi altrettanto rapidamente se ne andarono dispersi nel vento. Gli unici che temevano l'Omo Verde erano i cacciatori, che pur non vedendolo sapevano che avrebbe avvertito gli uccelli della loro presenza. Ancora oggi nel profondo silenzio delle montagne, sia al sorgere e al tramontar del sole risuona un canto melodioso e sublime è l'Omo Verde che saluta tutti i volatili delle Apuane. 
Simili creature le possiamo trovare al femminile nelle ZINABRE, anche loro abitano nelle selve delle nostre montagne e sono fanciulle misteriose, dormono nelle grotte e per cuscino hanno dei tronchi ricoperti di muschio. Di muschio sono fatti anche i loro vestiti e anche loro (così come l'Omo Verde) difficilmente si fanno vedere. Da dove arrivino nessuno lo sa, si può pensare che siano le antiche abitanti del bosco e che da loro dipenda l'andamento dei raccolti e delle stagioni. Per tutto dire hanno un caratterino niente male, sono gentili si, ma anche permalose fuor di maniera. Ne sapeva qualcosa quella coppia di pastori marito e moglie che abitavano ai piedi della Pania. Un bel giorno una Zinabra gli venne a far visita e alla vecchia pastora donò un pane che mai sarebbe finito, ma la pastora di più non doveva chiedere, questi erano esseri che facilmente si indispettivano e senza esitare si sarebbero poi vendicate,infatti state a sentire quello che successe. Le terre di questi pastori erano fra le più fertili della zona e gli animali che vi pascolavano tra i più belli del circondario e ogni anno riuscivano ad ammassare grandi quantità di fieno e riempivano la cantina di ogni prelibatezza. Le Zinabre spesso si avvicinavano alle stalle dei pastori e si facevano pure vedere tant'è che la moglie lasciava loro delle ciotole di latte di cui erano golosissime, facendo in questo modo credeva di ingraziarsi queste creature che avevano appunto il potere di regolare raccolti e stagioni, ma un dì qualcosa andò storto, quando queste simil fate entrarono nella stalla e videro una serie di secchi di latte appena munto, prima ne bevvero uno, poi due, poi tre, fino a quando non le finirono tutti, improvvisamente entrò il pastore che indispettito le cacciò aamle parole e le cominciò ad inseguire con il forcone in mano, le Zinabre fuggirono avvolte dalla nebbia delle montagne. Passava il tempo e nonostante i due sposi lavorassero molto la terra non rendeva più come prima. Frequenti erano le grandinate che rovinavano i raccolti, mentre gli animali morivano di strane malattie, la cantina rimase così ben presto vuota come le
tasche della coppia. Le Zinabre non tornarono più in quel posto, la loro gentilezza era stata irrimediabilmente tradita.
Un altro essere inquietante è la MARGOLFA, questa donna non vive nei boschi o nelle montagne, ma vive in prossimità dei villaggi, dei borghi o dei paesi. Chi la vede la può riconoscere perchè è molto alta, in maniera spropositata e veste di una grande sottana dove solitamente nasconde i bambini che si sono comportati male, ma a differenza di altre credenze la Margolfa non è una paura unicamente dei piccoli ma bensì anche degli adulti, poichè conosce tutte le malefatte, gli inganni e le brutte azioni di ogni persona, difatti è sua abitudine nascondersi sotto le finestre e ascoltare quello che si dice in casa ed è pronta a ripetere ai quattro venti quello che sente con il suo tremendo vocione. Esiste una maniera sola per difendersi da questa donna recitare il Rosario e farsi il nome del Padre.
Non ci sono però solo figure umanoidi nelle nostre leggende, sono presenti anche animali mostruosi come quella lucertola grande come una volpe che vive fra le rocce del Pizzo delle Saette, essa è dotata di squame durissime e lucenti, talmente lucenti che quando è sui massi a prendere il sole il bagliore rossastro del suo riflesso se incrocia l'occhio umano può stordire la persona e
lasciarla inebetita per alcune ore. Chi ha subito questa sorte, nell'attimo in cui gli si è offuscata la vista ha potuto vedere nelle viscere della montagna un'enorme buca piena d'oro circondata da lingue di fuoco.
Sempre a proposito di bestie sovrannaturali nel vallone opposto al Pizzo delle Saette c'è la Pania Secca dove era antica abitudine dei pastori locali andare a distruggere i nidi delle aquile con lunghe pertiche uncinate per preservare gli agnellini da eventuali attacchi. Era un operazione molto pericolosa nella quale si poteva rischiare anche la vita, specialmente da quando questa montagna era dominata dalla grande aquila, questo volatile era enorme e si dice che avesse la forza di ghermire non solo agnellini, ma anche cani e capre, le mamme temevano addirittura per i bambini.I fatti vogliono che questo uccello non avesse la testa d'aquila, ma quella di donna, si diceva anche che fosse dotata di denti affilatissimi ed emetteva strilli
così acuti non sopportabili da orecchio umano. Un giorno una spedizione notturna formata da uomini provenienti da varie località arrivò sulla cima della Secca e fece rotolare dei massi infuocati cosparsi di pece, da quel giorno l'essere non si vide più.
Per ultimo analizzeremo non un animale mostruoso o una strana creatura ma piuttosto un fenomeno meglio conosciuto come il GALON DI RODE. Questo prodigio si rifà alla figura di Erode e alla leggenda dell'ebreo errante, nata a quanto pare nel basso Medioevo, secondo la quale questo ebreo ignoto negò (come Erode) l'acqua a Gesù lungo la strada che portava al Golgota. Per questo motivo il Signore lo avrebbe maledetto, costringendolo a vagabondare per sempre sulla terra senza riposo e senza poter morire. Sulle Alpi Apuane questa entità la descrivono come una scia luminosa che solca il cielo, c'è chi l'ha visto con la forma di una gamba o di uno stinco che attraversa la volta celeste lasciando una traccia lucente, oppure c'è chi giura che può prendere l'aspetto di un pezzo di legno infuocato che finisce la sua corsa nel mare.Tradizione narra che il fenomeno accada ogni cento anni, per
molti può essere portatore di sventure e di cattivi presagi, per altri invece può essere foriero di ingenti fortune.C'è pure  chi ancora ricorda l'ultimo passaggio di questa fiamma che sorvolava velocemente il canalone del Trimpello e la Pania.

Voglio chiudere questo viaggio negli esseri fantastici della Garfagnana, estrapolando una frase da una poesia francese di Patrice de La Tour du Pin intitolata "La quete de joie" del 1920 che dice pressapoco così: "I Paesi che non hanno leggende sono destinati a morire di freddo"...e la Garfagnana sicuramente non fa parte di questi.

mercoledì 11 maggio 2016

Le streghe di Soraggio. Un processo di stregoneria (dai clamorosi risvolti) del 1607

Il cinema (quello fatto bene) offre molti spunti per interessarsi e
La Santa Inquisizione interroga
una "strega"

approfondire i più svariati argomenti e l'altra sera come consuetudine mi sono comodamente seduto in poltrona dopo una lauta cena con la più ferma della intenzioni di vedermi un bel film e saltando da un canale all'altro il mio telecomando si è fermato(a mio avviso) in una bellissima pellicola dal titolo "La seduzione del male", un film del 1996 con un'ottima Winona Rider nel ruolo di Abigal Williams che interpreta una presunta e malefica strega. I fatti si svolgono nel 1692 nella cittadina americana di Salem(Massachussets), dove alcune giovani donne vengono accusate di stregoneria, strappate alle famiglie e processate. Alla fine del film queste vicende mi sapevano di storie già viste o perlomeno lette va a sapere dove e mentre ormai ero nel mio letto con un occhio ormai chiuso e l'altro aperto, la mia mente continuava a pensare...ecco l'illuminazione! Mi alzo repentinamente, vado a consultare la mia libreria ed eccolo lì.Eccolo li quel libro del professor Oscar Guidi che racconta proprio di un processo di stregoneria avvenuto in Garfagnana nel XVII secolo che ricalca verosimilmente proprio la trama di quel bel film e nonostante la tarda ora comincio a leggerlo...Quello che adesso andrò a raccontare non è frutto di fantasia ma è pura realtà e questi accadimenti rimarranno registrati dal Sant'Uffizio con l'intestazione de "Le streghe di Soraggio".
La chiesa di San Martino di Soraggio
La storia ha inizio nell'estate del 1607 quando il rettore della chiesa di San Martino di Soraggio (nel comune di Sillano) Joannes Paninius si reca in tutta fretta e alquanto allarmato dal vicario del Sant'Uffizio per la provincia della Garfagnana, tale padre Lorenzo Lunardi che risiede nel convento di San Francesco situato tra Pieve Fosciana e Castelnuovo. Il presbitero Joanness è agitato, quasi sconvolto e come un fiume in piena si sfoga e dice al padre inquisitore che nella sua parrocchia esistono almeno sessanta casi di persone "maleficate" e spiritate e senza esitare fa i nomi di quattro persone da lui individuate come streghe che sarebbero la causa di tutto questo. Si tratterebbe di Lucrezia moglie di Biagio dalla Villa di Soraggio, Jacopino di Luca da Brica, Maria di GiovAntonio frate da Brica e Maria già moglie di Francesco Cappa anche questa di Brica. Padre Lunardi è perplesso e dice al prete quali siano gli indizi a carico di questi individui per essere accusati del gravissimo reato di stregoneria, senza esitare il rettore di Soraggio risponde e ritiene che i nominati siano parenti o quantomeno discendenti di persone che sono in grado di compiere malefici e a confermare ciò ci sarebbe anche un cospicuo numero di testimoni, poi aggiunge che questi quattro miserabili quando incontrano un religioso per strada abbassano impunemente gli occhi per non incrociare il pio sguardo dei preti,ribadendo che più chiaro segno di colpevolezza di questo non ce n'è. Insomma secondo il prete è l'ora di far cessare queste stregonerie, sopratutto per salvaguardare le devote donne del paese costrette a subire esorcismi in continuazione, le quali in questi casi emettono grandi urla durante le preghiere.
L'emblema della Santa
Inquisizione 1571
Padre Lunardi è ormai convinto e il 3 luglio è nella canonica di Soraggio per ascoltare i testimoni su queste demoniache presenze. Comincia con Anastasia di Francesco di Villa Soraggio vicina di casa di Lucrezia presunta strega. La notte infatti i suoi figli la chiamano in continuazione ma lei non risponde, così ritiene che sia via con le streghe - imaginandomi che all'hora sia in stregaria- e alla sua domanda dove avrebbe passato la notte ella risponde vagamente di stare fuori a vegliare
Tocca poi a Lucia moglie di Francesco anche lei di Villa Soraggio che sempre a proposito di Lucrezia dice di averla incontrata una volta in località Canale e toccandogli la gamba così le disse - Oh la bella gamba che tu hai-, quasi immediatamente sulla gamba si formò un grosso livido, da quel momento si è sempre sentita la vita tutta travagliata, aggiunge inoltre di essere stata posseduta dal demonio per otto lunghi mesi, prima di essere stata risanata per grazia di Dio durante le quarantore della passata Quaresima, proprio nel momento della guarigione viene avvicinata dall'altra imputata Maria di GiovAntonio che così gli aveva detto - Figliuola no' aver più paura per l'avenire perchè se dirai la matina di bon hora 4 Pater Noster e altre tante Ave Maria no sarai più maleficata-
I testimoni continuano, una certa Antonia, moglie di Andrea Giovanni di Metello dice che una volta ha sentito Jacopino di ritorno alla messa pronunciare queste parole:-L'anima mia è spedita- e sempre su Jacopino vengono riferite altre accuse, infatti nel gelso che è vicino alla casa di Francesca di Francesco Ramella di Brica, l'imputato avrebbe piantato un chiodo nella radice facendo quindi un rito di fattura alla figlia di Francesca, la conferma di questo sta nel fatto che quando finalmente tolsero il chiodo dalla radice la povera piccola: -...faceva grandissimi strepiti ed urli bestiali, e poi era guarita. Lo Jacopino avrebbe minacciato di una malia Lucia figlia di Marco di Brica, ma sopratutto avrebbe insistentemente invitato Angiola figlia di Bartolomeo di Villa Soraggio ad andare con lui in stregaria promettendole gusti e piaceri, come di soni, canti, balli, cibi delicati e coito a gusto mio...-
Giuliano di Giovanni, un falegname di Metello invece è certo di avere la moglie "affatturata" poichè quando la sua consorte incrocia Maria di GiovAntonio comincia a sentire forti dolori e spavento.
Anche Battista Panini ha la sua da dire, infatti anche la figlioletta di due anni è maleficata e grande fu lo spavento quando
Torquemada, uno degli
inquisitori
più famosi al mondo
aprendo la porta di casa poco prima dell'alba si trovò dinanzi una moltitudine di animali, secondo lui però non erano dei veri e propri animali:-...ma malefichi streghi che volessero venire a far morire quella mia figliuola- di questo ne era sicura perchè alcune donne impossessate avevano detto che quella stessa notte sarebbero venute a casa sua per terminare il maleficio iniziato sulla sua bimba e gli dissero che tale maleficio era stato iniziato dai quattro imputati.

Da Modena richiedono ancora ulteriori e nuove testimonianza e a queste accuse se ne aggiungeranno ancora molte altre. Altri incontri poi avvengono fra la metà di agosto e quella di settembre, sempre nell'anno di Grazia 1607 e questa volta riguardano le discendenze di alcuni di loro, in particolare  la mamma di Jacopino,la Filippa e di Maria GiovAntonio,la Catalina.
Il 6 luglio il solerte Padre Lunardi, raccolte le testimonianze trasmette il fascicolo a Modena all'inquisitore generale Padre Serafino Borra di Brescia e per timore di fughe da immediato ordine di cattura per i quattro accusati. I quattro vengono così arrestati e condotti a Modena via Castelnuovo e Frassinoro dove vengono messi a disposizione della Santa Inquisizione. Nel tragitto verso Modena un soldato avrebbe perfino raccolto anche alcune confidenze compromettenti di Maria di Francesco Cappa che avrebbe stramaledetto la coimputata Maria di GiovAntonio perchè era stata accusata per causa sua:- la quale invece era davvero strega perchè sa bene conciari et guariri dilli amalati et li oppongono che va via a cavallo sopra un caprone in un luogo chiamato Pradaria (n.d.r:Pradarena?)- .
Una volta giunti a Modena i quattro disgraziati vengono rinchiusi nelle prigioni ducali, gli interrogatori cominceranno il 23 luglio, ma un particolare interessante e fondamentale è da riferire e avviene il 21 agosto a Brica, quando l'inquisitore generale Padre Serafino giunge in Garfagnana nei luoghi dei presunti misfatti per verificare personalmente il caso e gli viene consegnata una lettera da un certo Giovanni. La lettera ha un notevole interesse e farà finalmente luce su tutta la vicenda:

"Molto reverendo Padre Inquisitore

Faccio sapere a Vostra Signoria che quelli poveretti da Soraggio sono stati messi al Sant'Offizio per malignità del prete del detto loco di Soraggio. La causa è che i detti che sono impregioni da Vostra Signoria havevano ditto et parlato d'alcune donne che facevano le spiritate et andavano e vanno di continuo a darsi piacere co detto prete alla sua canonica et per haver scoperto questo, detti poveretti sono stati tribolati come Vostra Signoria sa, et questo lo significo a V.S perchè so che il Sant'Offizio nopersegue alcuno per vendetta, suplicando V.S a liberare detti carcerati sapendo io che loro so' boni christiani"

Non è dato sapere quanto peso ebbe questa lettera per il Padre
La tortura della corda
Generale, fattostà che la lettera fu comunque acquisita negli atti del processo e dei dubbi cominciarono a farsi largo.Ma prima di tutto questo gli interrogatori erano già cominciati, ed erano

veramente duri e si svolgeranno nei mesi che vanno da luglio fino alla fine di ottobre. Tutti gli imputati negano anche quando vengono sottoposti alla tortura della corda che consiste nel sollevare il malcapitato da terra, egli ha le braccia legate dietro la schiena, il carnefice darà dei forti strattoni alla corda stessa che causerà tremende distorsioni e dolorose fratture alle articolazioni. Una delle povere donne (la più anziana) Maria di Francesco Cappa perderà la vita in carcere, il duro regime della prigione e le torture furono determinanti per la sua morte che fu registrata il 18 settembre. Gli altri non mollano e non confessano nessun reato, vengono però condannati a penitenze varie, la più grave colpì Jacopino che fu esiliato da Soraggio per due anni mentre le due donne per un solo anno. 
Non c'è che dire, senza quella lettera i quattro sarebbero stati dati alla fiamme, il rogo sarebbe stato la loro pena capitale. Le reazioni in paese dopo i fattacci furono veementi, i parenti e la gente del luogo reagiranno in malo modo, il rettore Joannes Paninius verrà minacciato più volte di morte.Gli atti di questo processo sono ancora oggi conservati presso l'Archivio di Stato di Modena.


Una parte dei numeri della
caccia alle streghe in Europa
Una storia dei secoli bui questa, dove imperava ignoranza e credulità. In quel tempo risulta assai chiaro in quale clima sociale nascevano denunce che potevano portare alla morte di persone innocenti, come in questo caso che un religioso probabilmente per coprire uno scandalo che lo vedeva coinvolto non esitò con la collaborazione di alcuni abitanti del luogo  a fare incarcerare, torturare e condannare anime affidate alla sua cura. Ricordiamo che la "caccia alle streghe" durò per ben cinquecento anni, erano campagne ben organizzate finanziate ed eseguite dalla Chiesa e dallo Stato, fu un vero e proprio eccidio che portò alla morte nove milioni di persone innocenti(l'80% di questi erano donne e bambine).