mercoledì 28 novembre 2018

La Garfagnana, la sua storia industriale e le sue vecchie fabbriche

Sembrerà strano e a molti suonerà come un termine incompatibile ma
L'ingresso della SMI a Fornaci di Barga

esiste anche l'archeologia industriale. Ci siamo sempre immaginati l'archeologia come una materia che studia e raccoglie documentazioni e materiali di tempi lontanissimi, risalenti a migliaia e migliaia di anni fa, ma come detto l'archeologia non è solo quella. Sono passati oramai oltre due secoli e mezzo dalla prima rivoluzione industriale e da quando verso la seconda metà del '700 la macchina a vapore prese il sopravvento. La rivoluzione industriale comportò una profonda ed irreversibile trasformazione della società, tanto da sviluppare lo studio di questa branchia dell'archeologia, meglio nota come archeologia industriale. L'archeologia industriale studia tutte le testimonianze inerenti al processo di industrializzazione, allo scopo di approfondire la conoscenza della storia e del passato industriale. Le testimonianze a cui fare riferimento sono molteplici: i luoghi dove sorgevano questi stabilimenti, lo studio delle vecchie macchine, i processi di lavorazione e le fonti fotografiche e orali. La prima volta che si sentì parlare di questa branchia di studi archeologici risaliva agli anni cinquanta del
Un paese ,una fabbrica
LA SMI a Fornaci 
'900, in Inghilterra e tale espressione venne usata nel 1955 da Michael Rix professore dell'università di Birningham, in un suo articolo pubblicato nella rivista "The amateur historian".

Ma questa disciplina si può anche applicare in Garfagnana? La nostra è stata terra prevalentemente agricola o dedita alla pastorizia, eppure anche noi abbiamo la nostra storia industriale di tutto rispetto. Faremo quindi un viaggio nelle vecchie industrie della Garfagnana, naturalmente questo articolo non vuole essere un saggio di archeologia industriale (nemmeno ci si avvicina) però per chi è curioso da queste poche righe può prendere ispirazione per qualche sua personale e più approfondita ricerca.

"...Mentre vedevasi l'Italia tutta camminare a gran passi per la via del progresso nelle associazioni e nelle industrie al fine di rendersi indipendente dagli stranieri ai quali fummo fin qui indirettamente tributari: nel mentre fuori di questa regione,
Prima dell'avvento dell'industria
 in Garfagnana si viveva così
sorgono ovunque società che fondano stabilimenti, opifici e stabiliscono nuove industrie; addolora il mirare questa bella parte della nostra terra italiana, fornita dalla natura di tanti doni per i quali altri sacrificherebbero ingenti tesori onde goderne, starsene neghittosa (n.d.r: pigra,negligente), non curante del presente e del bene che per l'avvenire può derivarle dall'uso di questi tesori. Non vi sarà alcuno che vorrà porre in dubbio essere la Garfagnana in generale un paese ricco d'ogni sorta di prodotti agricoli, di tesori nascosti nelle viscere dei suoi monti e sotto i letti dei fiumi e torrenti: ma nessuno vorrà poi niegare che questa Garfagnana sia la parte d'Italia che men siasi slanciata nella via del progresso rispetto all'agricoltura, al commercio ed all'industria..."

Questa impietosa analisi di fine'800 di Paolo Stella (maggiore del regio esercito che prese residenza nella nostra valle)non lascia scampo, descrive la Garfagnana come una regione ricca di risorse naturali che non riesce a sfruttare, per favorire la nascita di nuove industrie che porterebbero ricchezza e benessere. L'Italia ha intrapreso la via dell'industrializzazione e la Valle del Serchio è ancora indietro e non ne vuole sapere di uscire dal suo torpore. Eppure le sue acque e il suo marmo sarebbero veramente da sfruttare per favorire nuove industrie, come già fanno nel versante opposto della Apuane. Già delle cave infatti erano state aperte verso la
Operaie all'interno della SMI
metà dell'800 nella zona di Arni, addirittura i cavatori garfagnini andavano a lavorare nelle cave versiliesi e massesi. Ma perchè tutto questo? Mancanza di strade? Di capitali? O di spirito d'iniziativa? Non di meno la situazione era la medesima per lo sfruttamento delle acque del Serchio e dei suoi affluenti, possibile che in un momento in cui stava prendendo piede l'industria idroelettrica a nessuno fosse venuto in mente di sfruttare una zona ricca di acque come la Garfagnana? Volevamo forse rimanere una regione dedita ancora all'agricoltura? e coltivare il nostro orticello per il fabbisogno personale? D'altronde noi garfagnini siamo sempre stati un po' allergici alle novità, per indole siamo abitudinari, ma il progresso non si ferma e non si fermò nemmeno (e a maggior ragione)nel nascere del nuovo secolo, quando agli inizi dell'900 un fremito di rinnovamento scosse dall'apatia tutta la valle. Fu così che proprio nel 1900 i comuni di Vagli e di Minucciano dettero il via alla prima e vera propria industria nostrana, quando due contratti di concessione per lo sfruttamento del marmo locale furono dati ad altrettante società di estrazione, dove dietro di esse c'erano prestanome e capitali esterni di banche. Nell'anno successivo la "Società anonima marmifera di Minucciano" cambiò nome in "Società
Gorfigliano il trenino che trasporta il marmo
marmifera Nord Carrara"
acquisendo anche le concessioni sul bacino marmifero di Vagli (dal 1921 la Nord Carrara entrerà a far parte del Gruppo Montecatini). L'industria infatti non portò solo posti di lavoro per i garfagnini ma favori anche l'arrivo della ferrovia, la costruzione di nuove strade e cosa altrettanto importante la gente prese coscienza della propria posizione sociale, nacque così una classe operaia che ben presto diede luogo alla nascita di associazione ed enti per la tutela dei propri interessi, del resto l'incremento di questa nuova classe sociale (nel settore marmi)non era da trascurare dato che nel 1906 gli occupati erano circa 800 arrivando poi ai 3000 del 1920. Anche lo sfruttamento delle acque prese vita, quando fu operante la "Società idroelettrica garfagnina" che costruì gli impianti nel comune di Sillano, sorsero poi altre industrie idroelettriche "foraggiate" queste da capitali esterni, ecco allora nascere nel 1913 la diga di Corfino-Villa Collemandina e poi nel tempo gli impianti di Castelnuovo, Gallicano e Pontecosi. La diga di Vagli nascerà per ultima, nel secondo dopoguerra. Questa attività fu indubbiamente fonte di lavoro, ma ben presto nacquero disservizi, la gente protestava con l'impresa distributrice di energia, la S.E.L.T (SOCIETà ELETTRICA LIGURE.TOSCANA),
Centrale elettrica Gallicano
paradossalmente molti paesi non erano raggiunti dall'elettricità...e ciò continuò fino agli 60 del 1900. Non mancarono naturalmente le industrie manifatturiere, anzi queste furono la maggior parte. Già nel 1880 a Castelnuovo esisteva "la Fabbrica dei Tessuti"(nel tempo prenderà il nome di Valserchio tessuti) fondata dal Conte Carli, per molti e molti anni fra vicende alterne questa azienda darà occupazione a molte donne della valle. Sempre nel settore tessile a Gallicano nel 1904 nascerà anche la Cucirini che produrrà filati, ancora a Gallicano nei soliti anni la "S.I.P.E Nobel" porterà un suo stabilimento di polvere da sparo. Dall'altra parte del fiume, a Fornaci di Barga, ecco nascere la fabbrica per
Operaie e operai della Cucirini di Gallicano
eccellenza della valle. Era il 1916 quando la S.M.I (SOCIETà METALLURGICA ITALIANA)nacque per incrementare lo sforzo bellico producendo munizioni per la "Grande Guerra" che era in corso. Questa fabbrica cambierà per sempre il modo di vivere dei garfagnini, fu il più grande stabilimento industriale di sempre, presente in zona, arriverà ad occupare migliaia e migliaia di persone (fra le quali moltissime donne). Sembrerà strano ma proprio in quegli anni si comincerà a prendere coscienza che la Garfagnana poteva essere sfruttata anche da un  punto di vista turistico e sviluppare quindi una nuova risorsa economica. Sul finire dell'800 erano già presenti dei villeggianti e sui giornali locali si affittano case per vacanze. Nel 1904 proprio per sviluppare questo settore fu pubblicata una guida corredata da molte fotografie e da carte topografiche. La questione turistica cominciò anche ad essere dibattuta sui giornali locali, si cercò di dare linfa vitale a questa nuova "industria", proprio come dovrebbe succedere oggi, dove ancora questa risorsa non viene ancora messa a profitto come si deve. Questo stralcio di articolo del 1927 tratto dalle colonne de "La Garfagnana" sembra essere stato scritto ieri data la sua corrente attualità: "...l'industria principale, che parrebbe la più possibile ad essere sfruttata, quella turistica, è
1946 "La domenica del Corriere"
pubblicizza la Garfagnana
 turisticamente
purtroppo da scartarsi. Per varie ragioni...Mancano poi gli alberghi e i pochi esistenti non offrono il cosiddetto comfort moderno, che per i nuovi ricchi culmina nei divertimenti di ogni genere, leciti ed illeciti. La borghesia e la classe sociale più eletta inoltre hanno le loro ville altrove. Il ceto professionista trova la Garfagnana fuori mano a causa delle poco agevoli comunicazioni. Chi può dunque venire preso da noi? Non resta che il modesto impiegato".

Fu un cambiamento epocale quello dell'avvento dell'industria in Garfagnana, c'è chi ebbe a dire che i problemi per valle fossero finiti e che la povertà che ci affliggeva da secoli fosse definitivamente sconfitta, in parte fu vero...uno stipendio sicuro, la certezza di una continuità lavorativa...ma non era oro tutto quello che luccicava, ed in risposta a chi faceva notare la tanto decantata ricchezza metteva in evidenza che per il momento serviva "a due cose soltanto, a formare i dividendi delle imprese forestiere e versar quattrini nelle tasche dell'erario".



      
Bibliografia

  • "Dal fascismo alla resistenza. La Garfagnana fra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi. Banca dell'identità e della memoria anno 2014
  • "La Garfagnana" articolo pagina 2 anno 1927

mercoledì 17 ottobre 2018

Napoleone...ecco come cambiò il dialetto garfagnino (e non solo quello)

Eppure, lui parlava italiano...anzi il suo modo di esprimersi era
molto vicino al dialetto fiorentino e pisano, tuttavia la sua prorompente discesa in Italia lasciò un segno indelebile nel Paese, aggiungendo (fra le altre cose) alcuni vocaboli al nostro vernacolo garfagnino (così come ad altre parlate) inserendovi dei sofisticati francesismi...Chi era costui? Nientepopodimeno che Napoleone Bonaparte.
Facciamo chiarezza subito su questa cosa, che a molti potrà risultare strana e bizzarra.
Napoleone come tutti sappiamo nacque in Corsica (Ajaccio)nel 1769 quando ormai da poco più di un anno l'isola era stata ceduta dalla Repubblica di Genova alla Francia. La stirpe dei Bonaparte difatti vantava nobili origini toscane e a quanto pare si trasferì in Corsica nel 1567, entrando da subito a far parte della piccola borghesia corsa. In Corsica la lingua ufficiale era l'italiano e Napoleone nacque e crebbe parlando italiano, i suoi genitori erano italiani al 100%, tant'è che Carlo Maria Buonaparte (padre del futuro imperatore di Francia)si laureò avvocato all'università di Pisa e il casato della madre, Maria Letizia Ramolino, faceva parte della nobile stirpe toscana che porta tal nome. Non a caso nel suo esilio di Sant'Elena ebbe così a dire:"Io mi sento italiano o toscano piuttosto che corso".
Nondimeno si fece scrupoli della Patria dei suoi avi, quando nel
la casa dove nacque Napoleone ad Ajaccio
1796 (nella prima campagna d'Italia) mise a ferro e fuoco la nostra nazione sotto l'egida francese. A ciò non scampò nemmeno la nostra Garfagnana quando il 7 maggio 1796 il duca Ercole III d'Este padrone e signore (anche) della Garfagnana stessa, scappò a gambe levate a Venezia, lasciando la patata bollente di trattare la resa con Napoleone al fratello, Don Federico d'Este conte di San Romano. La resa fu ottenuta a caro prezzo con un atto di totale sottomissione, sborsando oltretutto soldi sonanti come indennità. Per farla breve la dominazione napoleonica e quindi francese anche nella Valle del Serchio durò circa quindici anni, influenzando la società italiana in tutti i suoi aspetti: politico, amministrativo, finanziario e addirittura anche linguistico...facendo penetrare la fine lingua francese, pure nel rude dialetto garfagnino. D'altra parte nel 1805 si costituì la Repubblica di Lucca a cui verrà annessa la Garfagnana con a capo
Elisa Bonaparte
l'augusta sorella Elisa Bonaparte, che teneva particolarmente a dare un'impronta transalpina al suo dominio (per saperne di più: http://paolomarzi.blogspot.com/quando-la-garfagnana-si-ribello.html). Ecco allora, che piano, piano, alcune parole francesi vennero adottate e "dialettizzate" nell'uso del parlar comune, giungendo inalterate fino ad oggi.

Facciamo quindi questo curioso viaggio franco-dialettale lasciato in eredità  a tutta la Garfagnana (e alla provincia di Lucca in genere) da sua maestà Napoleone Bonaparte.
Cominciamo prima con una curiosità. Quante volte abbiamo sentito dai nostri nonni parlare di FRANCHI riferendosi alle vecchie lire? Ebbene, dopo la rivoluzione francese, in Francia venne adottato come moneta unica il franco che sostituiva la livre (la lira), anche in Italia con l'avvento di Napoleone, durante la seconda campagna d'Italia venne introdotta la lira (vecchio nome della moneta francese) e così in una sorta di confusione "monetaria" si confondevano le due valute che generalmente venivano appunto chiamate "franchi". Del TIRABUSCIO' che dire? Il vocabolo deriva da "tire-bouchon", ovverosia cavatappi. O sennò chi non ha sentito da qualche anziano l'esclamazione: TAMPI'? come a significare: pazienza! Questo termine nasce da "tant pis". Chi non ricorda invece il bel "COMO'" della
comò
nonna? In Francia era il "commode" i cassettoni dove si riponevano le profumate lenzuola, magari queste lenzuola rendevano il letto molto SCICCHE, cioè elegante e di gusto (da "chic"). La BUGIA invece non è solo una menzogna, ma è anche un piccolo candeliere basso dotato di manico, infatti in francese "bougie" significa proprio candela. Anche le signore altolocate nel farsi belle impararono un nuovo vocabolo: il farsi la TOELETTA, da "toilette" che si riferiva (in questo caso) al mobile usato in passato per pettinarsi e truccarsi e sempre a proposito di persone altolocate, a loro sicuramente non poteva mancare lo SCIOFFER, colui che conduceva le eleganti carrozze del tempo,con il passar degli anni lo "chauffer"
bugia
assumerà il significato più ampio di conducente. L'ultimo termine è quello più franco-garfagnino che esiste e la "cerise" francese non può altro che essere la CERAGIA garfagnina, nonchè la ciliegia italiana, anche se qui, ad onor del vero pare essere la radice latina che ha portato le varie modifiche a questo nome nei vari idiomi.

Insomma, questa è la prova di come le conquiste di questi valorosi condottieri non cambiano solamente la politica di una nazione e il suo modo di vivere, ma certe volte arrivano a modificare anche il modo di parlare. Da questo punto di vista, meglio di noi italiani non lo sa nessuno, dopo millenni ancora oggi le vittorie di Roma hanno segnato per sempre il modo di parlare di milioni e milioni di persone e proprio la lingua parlata dai romani, la lingua latina è il fondamento degli idiomi fra i più parlati (Francese, Spagnolo e Portoghese)...Roma docet...



Bibliografia


  • Un particolare ringraziamento a Giampiero Della Nina che mi ha permesso di attingere da un suo articolo per ricercare queste bizzarre parole

giovedì 4 ottobre 2018

Un mistero del tempo ancora irrisolto: le statue a stele

Vi ricordate di Obelix? Sicuramente si. Chi ha la mia età sopratutto
si rammenterà di quel fumetto su due irriducibili Galli, usciti dalla matita di Renè Goscinny e Albert Uderzo. Uno piccolo e biondo e l'altro grande e grosso. Ecco, quello grande e grosso era Obelix, la cui attività primaria era quella di malmenare romani, farne collezioni di elmi e divorarsi dei cinghiali arrosto interi. Oltre a quello, un'altra sua caratteristica era quella di trasportare sulle sue spalle giganteschi menhir. Menhir è una parola che deriva dall'antico bretone "maenhir", che significa pietra alta. Non solo in Gallia però si aveva l'uso di erigere queste enormi pietre, il loro impiego e la loro funzione è un mistero ancora oggi, così come sono un mistero le statue a stele(o statue menhir)rinvenute in piccola parte in Garfagnana e in buonissima parte in Lunigiana.
Ma cosa sono questi monoliti?
Come visto, tutti abbiamo in mente cosa siano questi menhir: pietre
Un vero menhir
verticali conficcate nel terreno migliaia di anni fa, esiste anche un'altra tipologia di menhir, dove su di esso sono scolpite forme umane (statue antropomorfe), ebbene le statue a stele sono una via di mezzo tra un menhir e una statua antropomorfa, infatti non

potevano reggersi da sole in piedi, poichè queste statue non hanno nè gambe nè piedi, di conseguenza anch'esse si dovevano conficcare nel terreno lasciando visibile solo la parte superiore. Questo fenomeno artistico singolare risale alla tarda preistoria e per meglio datare e inquadrare la situazione le possiamo far risalire in un lungo periodo di tempo che va dal III millennio prima di Cristo fino al VI secolo a.C. Con ogni probabilità le statue a stele rinvenute fino ad oggi sono una piccola parte rispetto a quelle ancora sepolte nei boschi o a quelle che adesso sono murate in vecchie case...d'altra parte ai nostri "nonni" a cosa potevano servire quelle buffe pietre? Infatti ciò che rimaneva osservabile all'occhio umano era questa strana figura scolpita in bassorilievo su roccia arenaria, formata da una particolare testa, un corpo tozzo, degli elementi umani quali braccia e mani che impugnavano oggetti come pugnali,punte di lancia, asce o indossavano collane o monili vari,con ogni probabilità questi raffiguravano dei guerrieri, le donne invece si distinguevano dalla presenza di seni ed ornamenti femminili. La prima statua stele (storicamente parlando) fu ritrovata molto tardi, durante dei lavori
Statua stele donna
nei campi nel 1827 (in provincia di La Spezia) vennero alla luce i primi reperti, seguirono poi interventi degli studiosi che nel corso dei decenni successivi portarono alla scoperta di nuove statue, ad oggi ne possiamo contare un'ottantina, si presume poi che con l'avvento del cristianesimo molti di questi manufatti siano stati decapitati, sotterrati o distrutti ritenendole frutto di culti pagani e ancor peggio fonte di superstizione. Quello che però affascina di più è il mistero che c'è dietro queste statue- stele, nonostante in molti abbiano tentato di interpretare il loro significato a tutt'oggi non sappiamo il perchè preciso della loro esistenza. Gli archeologi hanno provato a dare un perchè analizzando i luoghi dei ritrovamento; nel 1905 a Pontevecchio(nei pressi di Fivizzano) ne furono ritrovate ben undici, conficcate nel terreno e ciascuna con il volto rivolto verso il sorgere del sole, dal luogo della scoperta gli studiosi hanno ipotizzato che questi posti dovevano rappresentare per gli antichi punti di importanza particolare: forse guadi, luoghi di sosta o incroci di vie e strade principali. Un'altra fonte di studio porta in un'altra direzione e dice che questi manufatti rappresentavano delle divinità o antenati che nella società del tempo avevano
statue stele in Europa
lasciato un segno importante. A convalidare questa tesi secondo questi ricercatori è proprio la zona dei ritrovamenti: in radure boschive e quindi al di fuori dei centri abitati e dalle necropoli, e perciò in una sorta di santuario isolato all'aperto, che vedrebbe raffigurati nelle statue femminili la Dea Madre, simbolo di vita e fertilità e nelle figure maschili (contraddistinte da coltelli e asce) in divinità protettrici 

Per fare ulteriore chiarezza su questo preistorico mistero possiamo riassumere la questione in due direzioni: una civile e l'altra sacra:

  • Rappresentano personaggi realmente vissuti, probabilmente di
    Santuario della Madonna del Soccorso
    Minucciano. Luogo dei ritrovamenti
    garfagnini
    alto rango (come capi villaggio o antenati eroi)posti a memoria o a protezione dei villaggi stessi, delle zone di caccia o in particolari vie di transito o commercio
  • Raffigurano divinità immaginarie a cui viene data forma e anch'esse messe a protezione di punti significativi
Come detto in precedenza i ritrovamenti delle statue stele in Garfagnana sono
Statua denominata
Minucciano III
rari, infatti nel corso di tre anni (1964-1968)in un campo vicino al Santuario della Madonna del Soccorso a Minucciano sono state rinvenute per caso tre stele, risalenti al periodo compreso fra il Bronzo Medio e l'inizio dell'Età del Ferro. Oggi sono conservate nel bellissimo Museo delle Statue a Stele della Lunigiana nel castello di Piagnaro e con molta fantasia sono state denominate Minucciano I,II,III.

L'Italia è piena di misteri che la storia si porta dietro ,solo dallo studio dei ricercatori possiamo scoprire qualcosa, ma non tutto e grazie comunque a loro che dalle nebbie del tempo ogni tanto qualche raggio di luce riesce a penetrare. 




Bibliografia

  • Le misteriose statue stele della Lunigiana (duepassinelmistero.com)
  • Le statue stele (Archivio C.A.I)

mercoledì 26 settembre 2018

Così leggenda dice...la creazione delle Alpi Apuane

"- Che sono quei monti?- chiesi molto incuriosito, quasi impaurito.
Alpi Apuane al tramonto
(foto di Cristoforo Ravera)

-Sono le Alpi Apuane- mi fu spiegato. Ammirai a lungo lo spettacolo inconsueto che mi faceva pensare, non so perchè alla creazione del mondo: terre ancora da plasmare che emergevano da un vuoto sconfinato, color incendio"
Questa fu l'impressione di Fosco Maraini (scrittore, fotografo e alpinista)quando alla fine degli anni '20 si trovò per la prima volta di fronte a tanta magnificenza, del resto qui trovò il suo ultimo "rifugio", quando a Pasquigliora (Molazzana) nel lontano 1975 acquistò una casa isolata nel cuore delle Apuane. Quella casa fu infatti l'ultimo suo amore, il suo universo, in quei monti trovava qualcosa di magico e ancestrale, una concordia di elementi, una natura benigna: "la rivelazione perenne e la montagna come Chiesa", difatti quassù, tra le Panie, si aveva proprio l'impressione che Dio c'avesse messo la mano. Anche la tradizione orale dei racconti narrati al fuoco da vecchi sapienti e saggi confermava questa tesi. Per creare tanta grandiosità e bellezza servì infatti un intervento divino.
Era l'inizio di tutto, quando "in principio Dio creò il cielo e la
Dalla Pania della Croce
(foto Paolo Marzi)
terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso..." (Genesi).

Durante la creazione del mondo il Signore affidò ai suoi arcangeli prediletti di fare meraviglie del suo Creato, a due di essi affidò il compito di innalzare a uno le Alpi e all'altro gli Appennini, mise a loro disposizione tutto il materiale necessario, granito, calcare, rena, quarzo, gesso, argilla e un'altro materiale a dir poco prezioso, unico per la sua bellezza, il suo colore era di un bianco accecante, era il marmo. Nostro Signore considerava talmente pregiata questa pietra che si raccomandò di usarla con parsimonia, un po' qui e un po' là. Una volta date le sue disposizioni Dio se ne andò e i due arcangeli di buona lena si misero a lavoro. Il primo si occupò di costituire la cerchia alpina e l'altro si premurò di rafforzare la penisola italiana con una dorsale, prendendosi quindi il compito di plasmare gli Appennini.Il primo arcangelo era molto creativo, pieno d'ingegno e per le Alpi creò pareti vertiginose, picchi scoscesi e guglie acuminate, il secondo aveva un estro più moderato e semplice e modellando gli Appennini cercò forme più sinuose, delicate e lineari. Il brioso
Roccandagia
(foto Paolo MARZI)
arcangelo delle Alpi lavorò con tanto impeto ed entusiasmo da finire assai presto la propria opera, tempo ne rimaneva ancora e decise così di andare a trovare il suo compagno, vide che questi aveva cominciato il suo lavoro dal basso dello stivale e su, su, piano, piano era arrivato al punto in cui le coste occidentali dell'Italia cominciano a curvare sul Golfo di Genova. Il materiale a sua disposizione cominciava comunque a scarseggiare:

-Ho paura che con quello che ti rimane non giungerai alla fine del tuo compito- disse l'arcangelo delle Alpi all'altro - Se vuoi un consiglio interrompi da questa parte e continua dove io ho finito le Alpi, proprio nel punto in cui ridiscendono verso il mare, dopodichè una volta uniti gli Appennini e le Alpi procederai fino qui con il materiale che rimane-. L'arcangelo degli Appennini accettò di buon grado il consiglio e caricandosi sulle spalle pietre, massi e rocce
Monte Croce
(foto Paolo Marzi)
si recò nel punto in cui terminano le Alpi Marittime, creando di fatto l'Appennino Ligure. Rimasto solo l'arcangelo "alpino" vide da una parte che il mucchio di marmi era quasi intatto:

-Quanto marmo !- esclamò- D'accordo  che Dio aveva detto di usarlo con cautela ma qui abbiamo esagerato- pensò fra se e se - bisogna rimediare in qualche maniera- Pensa che ti ripensa ebbe un'idea che lo entusiasmò - Ma perchè non usare questo marmo per creare una catena di monti tutta nuova?-
Ecco allora che la fantasia dell'arcangelo riprese vita, cominciò ad ammassare i marmi sul luogo dove il suo compagno aveva interrotto gli Appennini,fu un vero e proprio prodigio e diede forma a una
Monte Procinto
(foto Daniele Saisi)
schiera di monti le cui coste finivano quasi al mare. Che cosa stupefacente ad osservarla da lontano era una meraviglia: i marmi brillavano di luce propria e formavano creste, torrioni, canali, gole e rupi immense, ma quando tornò l'arcangelo degli Appennini il suo entusiasmo si smorzò: - Ma che hai combinato!? Adesso il Signore ci sgriderà per aver utilizzato tutto il marmo in un unico luogo- Il Signore difatti arrivò, osservò le Alpi e disse che "era cosa buona", ma arrivato sugli Appennini si fermò e si girò stupito e sbalordito verso quella piccola catena di montagne bianche come il latte che somigliamo così tanto alle Alpi: - Cosa ci fanno qui questi monti? E tutto questo marmo?- I due arcangeli avevano gli occhi bassi, erano confusi e dispiaciuti, ma il buon Dio fu comprensivo, ascoltò le ragioni dei suoi fidati e sorridendo benedì queste montagne dando così il suo assenso a tale portento,
Pizzo delle Saette sullo sfondo
(foto Paolo Marzi)
si raccomandò però solo per un'unica cosa, di nascondere quelle luccicanti vette: -Non voglio che l'uomo veda subito tutto quel marmo, coprite tutto con prati, boschi e selve. Gli uomini dovranno scoprirlo lentamente e dovranno lavorare sodo per estrarlo-.

L'ordine fu eseguito e fu così che per migliaia d'anni il marmo sotto queste montagne rimase invisibile, lo scoprirono i romani che per sconfiggere il popolo degli Apuani disboscò quei monti facendo venire così alla luce i primi marmi.
Fu così che quella piccola catena montuosa prese il nome dal fiero popolo apuano, ma non furono chiamati Appennini Apuani (come forse
Monte Forato
(foto Paolo Marzi)
geografia direbbe), ma bensì Alpi Apuane visto che il loro "architetto" era proprio lo stesso che aveva modellato le Alpi.




  • Tratta dalla tradizione orale locale

mercoledì 19 settembre 2018

"Mamma" Viola. Storia di coraggio, umanità e guerra

Ebbene no...c'è chi crede che le donne nella seconda guerra mondiale
trascorressero il loro tempo a casa, in paziente attesa dei valorosi compagni e a badare alla casa e ai figli. In realtà non è così, il numero di coloro che si sacrificarono per il bene comune è altissimo. C'era infatti chi raccoglieva abiti, cibo e altri generi di prima necessità, chi si occupava dei feriti e chi si avventurava in pericolosissime staffette partigiane trasportando ordini a destra e a manca, superando i temutissimi posti di blocco tedeschi. D'altronde la storia è piena di eroi, di eroine un po' meno. I nomi spesso si dimenticano, ma i sacrifici di quelle donne che si adoperarono per la liberazione del nostro Paese, quelli hanno lasciato il segno tutt'oggi. Fra queste, giunte alla notorietà ricordiamo Nilde Iotti (prima donna a ricoprire il ruolo di Presidente della Camera),che divenne partigiana dopo l'8 settembre '43, o anche Tina Anselmi (prima donna ad aver ricoperto l'incarico di ministro della Repubblica)che
decise di entrate a far parte della Resistenza dopo che aveva assistito da parte dei nazisti all'impiccagione di trentuno prigionieri, anche lei fu impiegata come "staffetta". Ad ogni modo i numeri dovrebbero parlare da se; secondo l'A.N.P.I (l'associazione dei partigiani d'Italia)le donne coinvolte nell'ultima guerra furono migliaia e migliaia: circa 35.000 mila furono quelle coinvolte direttamente nelle battaglie, 70.000 in gruppi di protesta e ben 11.000 quelle uccise o deportate. La maggioranza di tutte queste donne è stata dimenticata dalla storiografia e dalla memoria pubblica, solo negli ultimi anni abbiamo ripreso coscienza di rendergli dignità storica e parità politica ed è in questo contesto che anche la Garfagnana ha la sua eroina da ricordare, non sarà al livello delle sue illustri colleghe, ma anch'essa lasciò un segno tangibile nella storia della Resistenza garfagnina. Lei era Violante Bertoni, ma da tutti conosciuta come Mamma Viola. La sua storia rimane indimenticabile e rimarrà fra gli episodi di guerra della valle, uno dei più grandi atti di coraggio e solidarietà. Viola nacque alle pendici del Monte Rovaio (comune di Molazzana) il 10 aprile 1891, la sua famiglia da generazioni coltivava quelle terre nei pressi dell'Alpe di Sant'Antonio e anche lei nel corso della sua vita continuò la solita attività. A 17 anni sposa Francesco Mori da cui avrà otto figli. La vita contadina per Viola è dura e faticosa, ma gli anni che seguiranno saranno fra i più tremendi che la storia ricordi. La seconda guerra mondiale è cominciata da anni, ma in Garfagnana il 1943 è fra gli anni più tragici.Le montagne dove sorge l'abitazione
l'abitazione di Mamma Viola oggi
(foto escursioni apuane9
  della famiglia Mori è proprio nel bel mezzo della Linea Gotica, nella zona contesa da partigiani, alleati e tedeschi. La presenza di nazisti proprio in quella zona è numerosa, d'altronde li c'è uno snodo cruciale, strategico per le sorti della guerra e questo i partigiani lo sanno bene, tant'è che anche loro cominciano a presidiare la zona, convinti più che mai di poter difendere quel territorio dal nemico con estrema risolutezza. Sono circa una settantina i ragazzi che formeranno la formazione partigiana denominata "Gruppo Valanga"(leggi anche http://paolomarzi.blogspot.com/la-storia-del-gruppo-valanga-battaglie.html), si sono attestati nella frazione Trescale, dove abita proprio Mamma Viola. La risolutezza però a volte non basta e gli uomini del Gruppo Valanga presto si accorgono che da soli non ce l'avrebbero mai fatta, non solo da un punto di vista militare, ma manca il riparo e la sussistenza, è così che Viola, con l'aiuto del marito decide che le sue provviste, la sua casa, il fienile e le stalle sarebbero stati messi a disposizione di quei ragazzi. Viola e la sua famiglia sono ben consapevoli del rischio che corrono, qualora fossero scoperti dai tedeschi per lei e per i suoi cari non ci sarebbe scampo. Viene così anche il 1944, in quell'anno il Valanga ha subito diversi attacchi, ma tutto culmina con la famosa battaglia del Monte Rovaio (per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.com/agosto-1944settantanni-fa-la.html). In
Monte Rovaio
(foto escursioni apuane)
risposta ad un agguato da parte di un uomo del Gruppo Valanga ad una pattuglia di tedeschi, c'è la travolgente azione repressiva germanica che uccide ben 19 giovani della formazione partigiana, proprio una parte di quei ragazzi che accudisce Mamma Viola non c'è più. Alla rappresaglia fortunatamente scampano i civili a cui però vengono incendiate le case e le stalle e uccisi gli animali, medesima sorte tocca a Viola, la sua abitazione viene fatta saltare in aria con la dinamite, si salva solamente la "casetta del formaggio". I giorni successivi all'attacco l'intera famiglia Mori passa le notti nelle grotte vicine, ma il carattere forte di Viola non viene piegato nemmeno stavolta.

Pietro Petrocchi da membro del Gruppo Valanga conobbe Viola e così ne parlava: "Quante sofferenze, quanti disagi materiali e sopratutto morali! Ma non ho mai sentito dalle labbra di Viola una parola di recriminazione, di rimprovero: l'unico suo grande dolore fu la morte di tanti giovani patrioti, che accomunava nel ricordo e nel
Parte degli uomini del Gruppo Valanga
(foto tratta dal libro "L'ALTRA FACCIA DEL MITO"
di Valiensi-Petrocchi)
rimpianto ai suoi figli Luigi e Alfredo, per questo che Viola divenne più che mai per i superstiti del Gruppo Valanga la Mamma dell'Alpe". 

Infatti quello che smuove la coscienza della povera donna e che la convince più che mai a contribuire alla lotta per la Resistenza è la partenza del figlio Luigi per la guerra in Russia e l'ingresso dell'altro figlio Alfredo nelle brigate partigiane, i due ragazzi non faranno mai più ritorno fra le braccia della loro madre, il primo muore nel 1945 in Germania, mentre l'altro trova la morte sul Monte Forato calpestando una mina inesplosa. In quei ragazzi del Valanga rivedeva allora i suoi figli e pensava magari che anche per loro, da qualche parte ci sarebbe stata un'altra Mamma Viola, che come lei avrebbe dato loro un riparo, del cibo, che avrebbe diviso le provviste della propria famiglia senza pensare proprio come lei a quello che andava incontro. Petrocchi la descriveva  ancora come una donna schietta e di rude franchezza montanara, dietro il suo dolce aspetto si nascondeva una figura granitica.
L'esempio di Viola incoraggiò molte famiglie a schierarsi dalle
partigiani
parte dei partigiani.

Arriva così anche la fine della guerra e le gesta di questa donna della montagna arrivano in tutta la valle, le sue azioni protettrici e la grande umanità dimostrata nei confronti di quei giovani spinge lo Stato ad assegnarle la Medaglia d'oro al Valor civile, che lei rifiuta motivando il suo diniego con l'assenza dei figli morti, avrebbe preferito averli accanto a lei piuttosto che ricevere quel tributo. Negli anni successivi Viola si trasferisce a Cardoso di Stazzema e nel 1969 muore. Ma la storia non finisce qui. Nel 1981 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini (anche lui partigiano) con l'appoggio della vice presidente della Camera Maria Eletta Martini decide di assegnare ai figli la medaglia al Valore per le azioni della loro mamma.
Ma non sono le medaglie che contano, quello che conta è il cuore, il
la piazza intitolata a Molazzana
cuore di una mamma, che dopo aver partorito otto figli, ne volle adottare altri settanta, e proprio come fa una vera madre mise a disposizione la sua vita per la sopravvivenza di quei ragazzi, per questo e per tutti è e rimarrà sempre la mamma dell'Alpe.





Bibliografia

  • Carla Guidi liceo Scientifico Michelangelo Forte dei MARMI
  • La Nazione 1 settembre 1981    

mercoledì 12 settembre 2018

Garfagnana e "Anni di Piombo": 1974-1979. Quando la valle era rifugio e centro di addestramento per tutto il terrorismo italiano

Quarant'anni esatti sono trascorsi da quando il terrorismo in Italia
Aldo Moro a Castelnuovo Garfagnana,
affacciato dalla Rocca Ariostesca (1967)
toccò il suo apice con l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Fu un periodo storico terribile, secondo solamente ai tragici anni del secondo conflitto mondiale. Questa epoca è meglio conosciuta sotto il nome di "anni di piombo", con questo termine si è soliti intendere quel periodo di storia italiana segnato da una escalation di terrorismo e lotta armata da parte di gruppi eversivi politicizzati, tale appellativo prende curiosamente la sua origine da un film del 1981  diretto da Margarethe Von Trotta, intitolato proprio "Anni di Piombo", che trattava appunto l'esperienza storica molto simile vissuta al tempo in Germania Ovest. Furono anni tremendi, che sparsero un'onda di terrore e di sangue nel nostro Paese fra il 1968 e i primi anni '80. Tutto nacque dal veloce sviluppo economico nazionale, che riuscì ad
Il manifesto del film
"Anni di Piombo"
aumentare ancor di più le differenze sociali, nel contempo a livello internazionale si era in piena "guerra fredda", uno scontro fra ideologia liberista U.S.A e comunismo sovietico, che divideva il mondo in d
ue blocchi contrapposti. In questa scia nacquero in Italia movimenti operai e studenteschi che lottavano per l'uguaglianza sociale, scontri fra fazioni opposte di estrema destra e estrema sinistra sfociarono in attacchi terroristici per mezzo di bombe e armi da fuoco. Furono eventi luttuosi di portata storica inimmaginabile, alla polizia furono dati poteri speciali in difesa della stabilità della Repubblica, minacciata non solo dai terroristi, ma ancor di più da infiltrazioni varie, da spie americane, da servizi segreti deviati e criminalità organizzata, appositamente insinuate per perpetrare nell'animo della gente comune la cosiddetta "strategia della tensione". 
Nonostante tutto in quegli anni la Garfagnana sembrava lontana anni luce da quelle tremende stragi che sconvolsero un Paese intero. Tutto questo si svolgeva nelle grandi città e il viver quotidiano della valle risentiva marginalmente di queste tragedie...ma le indagini degli inquirenti che seguirono negli anni scoprirono un altro mondo, che nessuno si sarebbe mai immaginato. La Garfagnana fu indifferentemente per anni rifugio per terroristi di destra e di sinistra, centro di addestramento alla guerriglia e fu usata come base per pianificare gli attentati più efferati che colpirono la Nazione.
Infatti un doppio filo rosso e nero attraversava la nostra valle.
foto simbolo degli anni di piombo
Fra il 1974 e il 1979 la magistratura ha evidenziato fra interrogatori e intercettazioni varie che la Garfagnana fu terra di incontri e addestramento del terrorismo italiano, nonchè rifugio  e terra di latitanza per i maggiori esponenti dell'eversione armata. Quello che rende ancor di più inverosimile questa vicenda è che qui si incrociarono indifferentemente terrorismo rosso e nero, in ugual maniera di qui passarono gruppi neofascisti come Ordine Nuovo (colpevole anche della Strage di Piazza Fontana) e le Brigate Rosse (responsabili del sequestro Moro). Probabilmente i primi a ripararsi fra le impervie montagne garfagnine furono i gruppi neo fascisti che avevano alcuni esponenti di spicco proprio nella provincia di Lucca, per di più in Toscana operava la colonna armata legata a Mario Tuti. A queste indagini fra Garfagnana e terrorismo lavorò molto il Procuratore di Firenze Pierluigi Vigna(che le cronache anni dopo lo portarono alla ribalta nelle inchieste sul mostro di Firenze), ricerche fatte dal
Per Luigi Vigna magistrato
magistrato evidenziarono che l'esplosivo negli attentati del 1975(scoppio di una bomba sui binari della Firenze-Roma, un ordigno all'ispettorato agrario di Lucca e altri ancora)era nascosto in Garfagnana dalla fine del 1974, due quintali di questo esplosivo era stato trafugato ad Arezzo proprio dai "neri" lucchesi, ma non solo, nello stesso anno nella nostra pacifica e innocente terra fu convocato l'elite del terrorismo nero nazionale, fra i maggiori esponenti presenti c'era tale Clemente Graziani. Per render ancor più chiara la portata della situazione che si era creata guardiamo bene chi era Clemente Graziani. Clemente Graziani conobbe la Garfagnana da giovanissimo poichè vi aveva combattuto come volontario nelle file della Repubblica Sociale nella II guerra mondiale, nel 1951 tentò di affondare la nave scuola "Colombo", destinata dallo stato italiano all'Unione Sovietica come riparazione ai danni di guerra, negli anni seguenti fu protagonista di vari attentati dinamitardi per le strade della Capitale, fra cui quello al Ministero degli Esteri, nel 1973 entrò in latitanza e vi rimase fino al 1996 quando morì in Paraguay e sembra che proprio per ordine del Graziani stesso nel vertice "nero" garfagnino fu dato mandato di organizzare gli attentati ai treni, con molta probabilità la strage del treno
il treno italicus e i suoi morti
Italicus che costò ben 12 morti innocenti (nel tratto Firenze Bologna) nell' agosto 1974 fu concepita durante quegli incontri.La valle non fu però solo terra di incontri segreti, la morfologia del territorio si prestava anche ad eventuali latitanti, difatti la "primula nera" Mario Tuti dopo aver freddato due poliziotti sulla porta della sua abitazione di Empoli(24 gennaio 1975) si dette alla"macchia", fuggendo prima verso Lucca e poi in Garfagnana dove trovò ben presto rifugio e protezione, così la sua vita da umile impiegato si trasformò in quella di un pluri ergastolano (pena poi commutata in semi libertà nel 2013)

Come detto però non fu solo il terrorismo "nero" ad insinuarsi nel
mite viver quotidiano garfagnino, il terrorismo "rosso" fece sentire più che mai la sua presenza nel nostro territorio con il suo esponente maggiore, quel Mario Moretti che pianificò il rapimento e
Mario Moretti, pianifico il rapimento e
la morte di Aldo Moro
l'esecuzione di Aldo Moro, anche Barbara Balzerani(facente parte della colonna romana) come fu evidenziato nel processo di Firenze venne più volte in Garfagnana per riunirsi con altri brigatisti, come i lunigianesi Luisa Aluisini e Paolo Neri, i due avrebbero dato coordinamento logistico alle Brigate Rosse toscane. 

D'altronde i brigatisti di qualsiasi fazione fossero niente lasciavano al caso e per preparare i sanguinosi omicidi in quei violenti anni avevano bisogno di una certa preparazione all'uso delle armi e com'è risaputo (anche se niente di questo è supportato da tesi ufficiali) nella valle esistevano dei veri e propri campi di addestramento all'uso delle moderne armi da
la mitraglietta Skorpion
guerriglia e sopratutto al maneggio della rinomata mitraglietta Skorpion (750 colpi al minuto), usata specialmente dalle Brigate Rosse e poi tristemente nota per essere l'arma che giustiziò il presidente Moro.

Quel duro periodo storico all'inizio degli anni '80 si concluse e così come se niente fosse, tutto questo passò sopra la testa degli ignari garfagnini che al tempo niente
Il "Corriere della Sera" titolava così
il giorno dopo la strage di Piazza Fontana
sapevano. Quella triste epoca della storia della Repubblica Italiana però non trascorse invano, l'assassinio di Moro, la morte del commissario Calabresi, del sindacalista Guido Rossa, le stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e della stazione di Bologna, quel sangue versato dai fautori della violenza rivoluzionaria provocò un profondo mutamento nei giovani del tempo, che capirono che nonostante tutti quei morti i problemi della società non si erano risolti, comprendendo  una volta per tutte che la violenza non avrebbe portato a niente.







Bibliografia

  • "La Garfagnana tra brigate rosse e gruppi neofascisti durante gli anni di piombo" di Andrea Giannasi da "Il Giornale della Garfagnana" 2 febbraio 2017 

mercoledì 14 febbraio 2018

"Il risotto romagnolesco". Una singolare ricetta (in versi) di Giovanni Pascoli del 1905

Mangiare piace un po' a tutti, è inutile negarlo. Ma da qualche
il risotto romagnolesco e il Pascoli
(foto tratta da leitv.it)

tempo, a quanto pare, ci piace più del solito. Per rendersene conto basta accendere la T.V, l'habitat naturale della nuova tendenza, il posto in cui il cibo ha mutato nome, assumendo il termine assai fashion di "food", dove i cuochi sono diventate delle vere e proprie stelle e la cultura del "mangiar bene" (a mio avviso) ha preso un'inclinazione un po' troppo sofisticata, tralasciando di fatto quella che è la consolidata tradizione dell'ottima cucina italiana, ciò ha creato quelli che oggi vengono chiamati "i gastrofighetti", cioè tutte quelle persone che sono diventate nel tempo dei radical chic del cibo, in pratica dei modaioli che seguono le tendenze del momento snobbando la cosiddetta cucina tipica, genuina, fatta come un tempo. 
"Il mio ingrediente segreto è la memoria. E' l'ingrediente che più di ogni altro caratterizza la mia concezione di cucina, non manca mai nei miei piatti. Ognuno dei miei piatti contiene sempre un pizzico di ricordi", così lo chef Pino Cuttai definisce la sua cucina, una cucina della memoria che vuole sempre raccontare una storia personale e collettiva allo stesso tempo. 
Proprio quello che cercò di fare Giovanni Pascoli dalla sua casa di Castelvecchio, scrivendo ad un caro amico una ricetta "romagnolesca", della sua terra, da provare e da far conoscere. La sua è una storia tutta particolare e fa riferimento ad un prelibato risotto: "...ecco il risotto romagnolesco che mi fa Mariù" (n.d.r: l'amata sorella). La
Mariù Pascoli
caratteristica principale di questa bontà è di essere stata scritta in versi, attraverso una curiosa sfida letteraria sui risotti, disputata contro l'amico Augusto. Augusto Guido Bianchi  era un cronista de "Il Corriere della Sera" con cui il Pascoli negli anni ebbe un lungo carteggio. Siamo nel 1905 e Bianchi racconta: "Una sera a Pisa, io gli parlai, durante un pranzo improvvisato in casa sua, del risotto alla milanese, che a lui pareva, con quel suo color di zafferano, una preparazione alchimistica. Gli promisi di inviargli la ricetta per farlo. E la promessa la mantenni. Dio me lo perdoni, come il Pascoli me lo perdonò, cercando di nobiltare la ricetta scritta da mia moglie con il tradurla nei seguenti versi...", e così il giornalista comincia a descrivere a mo' di poesia il delizioso risotto allo zafferano. La risposta del Pascoli non tardò  a venire e in una "singolar tenzone" a colpi di scodelle, cipolle e...versi, ecco la replica del poeta con una nuova ricetta, quasi inedita, in cui non manca lo zafferano ma che si arricchisce di nuovi sapori e profumi. Nelle prime righe della "poesia-ricetta" il Pascoli non manca di criticare bonariamente il giornalista milanese su delle mere questione di stile, "accusandolo" di aver utilizzato troppe volte il tempo futuro (tu farai, tu vorrai, tu saprai) per la sua poesia, e poi finalmente ecco declamare la sua ricetta:



Amico, ho letto il tuo risotto in …ai!
E’ buono assai, soltanto un po’ futuro,
con quei tuoi “tu farai, vorrai, saprai”!
Questo, del mio paese, è più sicuro
perché presente. Ella ha tritato un poco
di cipolline in un tegame puro.
V’ha messo il burro del color di croco
e zafferano (è di Milano!): a lungo
quindi ha lasciato il suo cibrèo sul fuoco.
Tu mi dirai:”Burro e cipolle?”. Aggiungo
Il risotto del Pascoli
(foto tratta da Massaie Moderne)
che v’era ancora qualche fegatino
di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.
Che buon odor veniva dal camino!
Io già sentiva un poco di ristoro,
dopo il mio greco, dopo il mio latino!


Poi v’ha spremuto qualche  pomodoro;
ha lasciato covare chiotto chiotto
in fin c’ha preso un chiaro color d’oro.

Soltanto allora ella v’ha dentro cotto
Il riso crudo, come dici tu.
Già suona mezzogiorno…ecco il risotto
romagnolesco che mi fa Mariù.
I provetti cuochi nostrani, oltre che avermi fatto una parafrasi di questa ricetta mi hanno anche cucinato questo risotto e garantisco sulla bontà, comunque sia bando ai versi questa è la
Giovanni Pascoli nel suo orto di Castelvecchio
preparazione. Il dosaggio degli ingredienti tanto per essere chiari è fatto ad occhio, la ricetta originale non contempla dosi, d'altronde poi questa era l'abitudine delle nostre nonne quando cucinavano, in ogni modo va fatto soffriggere un po' di cipolla con il burro, poi vanno aggiunti i fegatini di pollo, lo zafferano, qualche fungo (nel mio caso pioppini) e dopo qualche minuto la passata di pomodoro e la giusta presa di sale. Tutto poi deve cuocere per benino, dopodiché  "lo spirito pascoliano" ha sospinto il cuoco a buttarci dentro il riso, che ha diligentemente portato a cottura, aggiungendo del brodo caldo all'occorrenza.
E pensare che di questa eccentrica poesia era stata persa ogni
La pubblicazione del 1930 del risotto romagnolo
traccia, fino al giugno 1930 quando "L'Almanacco gastronomico di Jarro"(n.d.r: vecchio testo di gastronomia italiana) la ripropose al grande pubblico. In quell'anno infatti nella prima pagina della rivista si trovavano ogni mese delle ricette in forma di poesia, firmate da illustri poeti, così si poteva trovare il risotto patrio di Emilio Gadda o il risotto alle rose di Gabriele D'annunzio.
Sensazioni antiche e sapori della nostra terra, così come poi erano
La cucina di casa Pascoli a Castelvecchio
fatte le vecchie ricette. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederla Mariù nella vecchia cucina di Castelvecchio Pascoli che prepara questa squisitezza, doveva essere una cuoca eccellente. Mi sembra di sentire il gradevole profumo del risotto sprigionarsi nelle stanze della sua casa. Immaginate che piacere per il poeta sentirlo nell'aria dopo una mattinata di lavoro sui libri. Un occasione unica per tuffarsi in un'atmosfera tutta pascoliana.

Bibliografia:
  • "La cucina italiana- Giornale di gastronomia per le famiglie e i buongustai" 15 giugno 1930
  • "Giovanni Pascoli: la poesia del suo amatissimo risotto" Massaie Moderne archeologia culinaria