mercoledì 17 febbraio 2016

I tesori nascosti sulle Apuane. Così ci dice la leggenda...

Diciamo la verità, chi adulto o bambino che sia in cuor suo non si è mai sentito il pirata Long Jhon Silver o un più attuale Indiana Jones? Una delle fantasie più grandi è andare alla ricerca di un tesoro perduto, libri e film ci hanno sempre aiutato a sognare in queste illusorie chimere di vivere in un  romanzo come quello di Luis Stevenson, "L'isola del tesoro", o essere protagonisti di un film come  "I predatori dell'arca perduta". Abbiamo visto in questi tesori lontani, scoperti in posti esotici l'apparente pacificazione dei nostri desideri più nascosti.Ma per partire alla ricerca di questi tesori ad esempio, bisogna andare per forza nelle Antille francesi? O magari in qualche recondito angolo dell'Africa nera? O forse nelle umide foreste equatoriali? Non c'è una soluzione più pratica per chi volesse far poca strada senza spendere tanto? In effetti qualcosa in tal senso per alcuni pigroni locali la Garfagnana e le nostre Apuane offrirebbero, non si tratta altro che di leggende per l'amor di Dio, ma come dico sempre io in ogni leggenda un fondo di verità c'è sempre, seppur minimo e infinitesimale ma c'è. Non per questo dico di partire zaino in spalla e via su per i monti, io dico sopratutto di leggere e apprezzare la bellezza, la poesia e la fantasia che hanno le nostre storie locali. Queste che vado a narrarvi sono tre leggende, quasi ormai perse (e per fortuna recuperate) dislocate in varie zone delle Alpi Apuane:la Tambura, la Pania e il Procinto e parlano tutte di ricchezze nascoste.

L'ORO DELLA TAMBURA
La vetta della Tambura

Lassù, in fondo a uno dei canali che fiancheggiano la Tambura si dice che vi sia un giacimento d'oro, ma c'è un altra suggestiva ipotesi che racconta di un consistente tesoro portato li dal mare, dai predoni che solcavano le coste versiliesi cinquecento anni fa. Ad avvalorare questa tesi c'è la storia di un cavatore di Vagli che un dì del 1915 a pochi giorni dallo scoppio della I guerra mondiale andò a refrigerarsi proprio in un pozzo in fondo a questi canali della Tambura e con grande meraviglia vide qualcosa che brillava alla luce del sole. Era una vera moneta d'oro,l'entusiasmo del cavatore andò alla stelle per quella moneta venuta da chissà dove e questo bastò per correre in paese e informare la famiglia dell'accaduto, ma come sapete nei piccoli paesi occhi e orecchie sono dappertutto e in meno che non si dica la voce del ritrovamento si era sparsa in ogni dove. La domenica successiva arrivarono uomini da ogni versante apuano per cercare il tesoro, le ricerche continuarono per giorni e giorni senza trovare nemmeno l'ombra di un centesimo bucato. I giorni passavano e il sogno del tesoro nascosto man mano si affievoliva, ma le credenze invece sono dure a morire e esiste ancora il mito di una buca nascosta e profonda nei pressi del Passo Tambura, all'entrata del quale è scolpita l'immagine di un diavolo che indica senza dubbio il punto preciso dove si trova il tesoro. Lascia perfino al fortunato avventuriero di impadronirsi della cospicua fortuna, ma a patto di fare in fretta poichè al primo udire di campane di qualsiasi paese nelle vicinanze, le rocce si richiuderebbero per non riaprirsi prima di sette lunghi anni. Qualcuno giura che invece la maniera per impossessarsi delle monete d'oro sia quella di contarle tutte, ma un'incantesimo rende impossibile la prova e così le monete sono ancora nel ventre della Tambura, ma profezia dice che un giorno qualcuno riuscirà a sciogliere l'incantesimo e sulle Apuane non ci sarà più nè fatica,nè povertà.

LE PATATE D'ORO
Costa Pulita (foto tratta dal blog Montagnatore)

Si è favoleggiato un tempo che dallo "sfasciume" di sassi che scende dalla Pania vi fosse qualche bagliore giallastro, chissà, monete d'oro o forse pepite.In effetti è la strana sensazione che ancora oggi colpisce il camminatore che passa per quelle aride "sassaraie", gli sembra di essere colpito da un lampo dorato. Eppure un fondo di verità ci deve essere se è vera quella leggenda che un tempo raccontava la gente di montagna di quel contadino di Fornovolasco che aveva un campo di patate poco sopra il paese, un posto quello dove in verità non ci passava nessuno perchè a quanto pare "ci si sentiva qualcosa".Una mattina di buon'ora il contadino andò a levare le patate per poterle andare a vendere in Versilia,dopo che le ebbe sistemate nelle ceste le caricò sul dorso del mulo e si incamminò. Per accorciare la strada prese in direzione della Costa Pulita passando per i prati di Valli, ma all'improvviso nell'inerpicarsi su per la montagna il mulo si fermò, non voleva saperne di avanzare neanche di un solo centimetro. Il contadino provò quindi a tornare indietro e la bestia si muoveva agilmente, ma come faceva per riprendere la salita si puntava inesorabilmente. Il pover'uomo si infuriò e cominciò a bastonare il malcapitato animale, ma si accorse però che il mulo a ogni piccolo passo, faceva un immane fatica, il contadino capì restando a bocca aperta che più l'animale saliva più il carico di patate aumentava. Intanto il pomeriggio diventava cocente e il sole cominciava a picchiava forte,l'uomo era esausto, il mulo ancor di più e la situazione era veramente difficile, il contadino allora si vide costretto a prendere l'amara decisione di vuotare le ceste, ma con grande meraviglia quelle che vide ruzzolare giù per il monte non erano patate, bensì delle grosse pepite d'oro.Invano l'uomo cercò di recuperarle ma ormai si erano tutte frantumate in polvere, non era possibile recuperarne neanche un pezzetto. Ecco perchè chi passa di li ha la sensazione di vedere i riflessi dell'oro è tutti ciò che rimane del tesoro del contadino.

IL TESORO NASCOSTO NELLA TORRE
Il Monte Procinto

C'è un solo giorno dell'anno, ad un'ora ben precisa che secondo leggenda il monte Procinto si trasforma in torre, dentro la quale è custodito un tesoro favoloso.Questa storia fu ascoltata una sera a veglia da un soldato che si trovava a casa in licenza e rimase sorpreso da quanto era successo a quel capitano che aveva sentito raccontare la medesima storia da un vecchio del paese e si era quindi voluto mettere alla ricerca del tesoro nascosto. A niente valsero però le raccomandazioni dei paesani che lo avvertivano di inquietanti presenze, figuriamoci se un soldato scampato a mille pericoli poteva avere paura di eventuali creature misteriose. Prese così la decisione di costruirsi una capanna di fronte al monte e stare accorto a ogni movimento. Passarono giorni senza nessuna sorpresa, ma una notte di luna piena i campanili nelle vicinanze rintoccarono l'ora più breve, all'improvviso il Procinto apparve ancor più svettante come una torre inespugnabile e da una porticina uscirono dei piccoli esseri vestiti da guerrieri che ripetevano:

Custodiamo il nostro oro
non cediamo il tesoro
a qualunque mortale
che non conosce il segnale

Il capitano corse verso la porticina, ma fu fermato dal sibilo di cento serpenti che erano avviluppati tutti intorno ad una statua che rappresentava un guerriero e gli chiesero così cosa volesse trovare:
- Il tesoro della torre- rispose il soldato 
e di tutta risposta i serpenti aggiunsero:
-E sai dare un segnale per entrare?-
- No!- ribattè il capitano -ma quando me lo direte lo saprò -
Un forte vento con furia inaudita lo sospinse fuori, ma il militare non si scoraggiò, aveva tutta la notte per risolvere l'arcano.
Intanto i folletti guerrieri si erano radunati in cerchio intorno ad un albero e allegramente ripetevano:

Custodiamo il nostro oro
non cediamo il tesoro
a qualunque mortale
che non sappia il segnale
Cento bastonate riceverà 
ed entrare non potrà

e fu proprio in quell'attimo che uno dei folletti si lasciò scappare una sibillina frase:
-Come farà mai a spezzare la lancia della statua del guerriero?-
e tutti i piccoli esseri cominciarono a ridere e a spassarsela al chiaro di luna. Svelto, svelto il capitano corse verso la porticina e cercò invano di spezzare la lancia della statua. Allora preso ormai dalla bramosia fece cadere la statua per terra che si frantumò in mille pezzi, rivelando clamorosamente al suo interno una chiave d'oro che l'uomo non riuscì a prendere perchè in men che mai i piccoli guerrieri gli saltarono addosso bastonandolo e malmenandolo di santa ragione.
Il povero militare si svegliò nella sua tenda davanti al Procinto, il sole era già alto, niente era rimasto della sera precedente, se non un brutto sogno e uno strana e dolorosa sensazione in tutto il corpo di ossa rotte...

Patrice De La Tour Du Pin, poeta francese così diceva:
"I paesi che non hanno leggende sono destinati a morire di freddo"...

mercoledì 10 febbraio 2016

Una lunga storia d'amore (e odio), durata quattro secoli fra la Garfagnana e il Ducato di Modena

Fu una bella storia d'amore,fatta di corteggiamenti, ammiccamenti,
Particolare carta geografica del 1644
 Ducato di Modena (proprietà Marzi Paolo)
un amore nato e voluto fortemente da ambedue le parti che non poteva sfociare che in un matrimonio che durò più di quattro secoli,molti parlarono però di un matrimonio di interesse per entrambi (forse a giusta ragione), naturalmente in questo intimo rapporto ci furono alti e bassi per l'amor di Dio non ne discuto, ma comunque ci fu sempre fedeltà, almeno in apparenza, ma come si sa tutte le belle e durature storie d'amore finiscono purtroppo con la morte di un coniuge e fu così anche in questo caso.Questa praticamente è la storia d'amore fra la Garfagnana e il ducato di Ferrara prima e di Modena dopo. Ci siamo mai domandati come abbiano fatto i destini di Modena ad incrociarsi con quelli della Garfagnana? Sarebbe stato più naturale Lucca (che sfidò più volte Modena con fortune alterne), Pisa, Firenze, al limite Genova, ma da Modena seppur confinanti eravamo separati dagli Appennini, che interesse poteva avere questo regno per questa selvaggia regione? Ma questa storia d'amore come è giusto che sia cominciamo a raccontarla dall'inizio. 

Dopo alterne vicende guerresche intorno all'anno mille che non stiamo oggi qui a raccontare fra Papi, imperatori longobardi,nobili casate, alleanze varie e territori prima unificati e poi separati, prese stabilmente potere la Repubblica Lucca intorno alla fine del 1300 che si annesse la Garfagnana per aumentare il proprio potere nei confronti di Pisa e Firenze, così la nostra valle fu terra di conquista del famoso condottiero ghibellino e lucchese Castruccio Castracani. I lucchesi come è giusto dire diedero stabilità politica e sociale a tutta la Garfagnana, fecero "abbassare la testa" ai signorotti locali che pretendevano potere, a loro volta invece pretesero salatissime tasse dalla povera gente, tutto questo fino al 1328 quando l'impavido e forte condottiero Castracani muore. Lucca perde il suo uomo di punta e i suoi nemici limitrofi rincominciano a riprendere coraggio, così i fiorentini prendono piede nel barghigiano, i Malaspina forti di antichi diritti e di un recente privilegio avuto da Arrigo VII imperatore del Sacro Romano Impero si estendono nei vicariati lucchesi di Camporgiano e Castiglione, mentre nello stesso momento ecco spuntare dalle cime degli Appennini provenienti dai confinanti territori del Frignano le truppe estensi, convinte più che mai ad invadere e conquistare la Garfagnana.
Particolare della Garfagnana estense del 1527
(carta geografica in copia prop.Marzi Paolo)
Ritenevano infatti la nostra valle fondamentale per gli sviluppi dei loro commerci perchè i lungimiranti regnanti prima ferraresi e poi modenesi consideravano fra le altre cose la Garfagnana una perfetta testa di ponte per arrivare al mar Tirreno e ai suoi mercati (riuscirono in questo intento però molto tempo dopo nel 1741), così entrarono nella nostra bella valle senza (o quasi) colpo ferire e nel 1429 i comuni garfagnini fecero atto di dedizione agli Estensi e al marchese di Ferrara Niccolò III d'Este solo dopo infinite trattative diplomatiche che portarono a vari accordi, primo fra tutti la minor spettanza di tasse e gabelle varie da pagare non con scadenza fissa ma sopratutto da elargire in base al ceto sociale. Questa nuova intesa fu accolta da tutta la popolazione con estremo entusiasmo e così senza indugio i garfagnini strinsero metaforicamente la mano alla esosa Repubblica di Lucca dicendogli "arrivederci e grazie", buttandosi così senza se e senza ma nelle braccia dei modenesi.Gli Estensi presero quindi il potere stabilendo a Castelnuovo Garfagnana la residenza del governatore.Ma però non fu altrettanto per tutti i comuni, per alcuni di questi l'amore non sbocciò e applicarono la forse saggia regola  di "chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa cosa lascia ma non quello che trova",di questo motto si fecero forti i comuni di Minucciano e Castiglione che rimasero con Lucca, mentre Gallicano dapprima accolse con benevolenza i nuovi padroni e poi pentitosi della scelta, tempo dopo tornò al primo amore (Lucca).Da questo momento la Garfagnana si trovò divisa fra Lucca e gli Estensi con tutte le conseguenze che poterono derivare da queste terre di confine.Ma adesso per essere un po' più esaustivi facciamo una piccola parentesi e guardiamo velocemente un po' più da vicino chi erano questi Estensi che stabilirono il loro governo in Garfagnana per circa 430 anni. Gli Estensi, in passato detti Este o d'Este furono una famiglia che prese il nome da Este (comune in provincia di Padova) loro feudo fra il 1056 e il 1239, fu una famiglia molto scaltra perchè nonostante tutto seppe mantenere come si suol dire il piede in due staffe, da una parte non pestava i piedi all'imperatore, mentre dall'altra in certi casi riusciva anche ad accontentare il Papa di turno, tant'è che la sua prima capitale fu Ferrara, terra soggetta alla chiesa, mentre le sue altre due principali città Modena e Reggio erano influenzate al Sacro Romano Impero, ottenendo per questo titoli e favori sia da una parte che dall'altra. Ma arrivò anche il momento di restituire questi favori quando Papa Clemente VIII nel 1598 reclamò di rientrare in possesso del feudo di Ferrara, giustificando ciò con una questione di
Particolare cartina politica
 d'Italia del 1850
si può notare il Ducato di Modena
in verde chiaro (proprietà Marzi Paolo)
successione illegittima ed "impura" riguardante la famiglia d'Este. Ci furono un po' di diatribe sul caso, ma quando il Papa fece arrivare il suo potente esercito alle porte di Faenza,le truppe ducali si ritirano in buon ordine. Gli Estensi quindi rimasero titolari "solo" di Modena e Reggio e delle varie province(fra le quali la Garfagnana), l'imperatore Rodolfo II a differenza del Papa riconobbe legittima la successione in causa e così  Modena divenne la capitale del rinnovato stato.Finita questa parentesi torniamo ai fatti per dire che ormai passavano i secoli e fra illustri governatori (vedi Ludovico Ariosto e Fulvio Testi) e vicende più o meno belle, gli Este mantennero comunque saldo il loro potere fino al 1806 quando sull'Europa si abbatte come una furia il ciclone Napoleone e spezza la locale dominazione estense che durava ininterrotta ormai da 377 anni e il 30 marzo del medesimo anno con decreto imperiale i francesi ci inseriscono nel nuovo principato lucchese dei Baciocchi, sotto il diretto potere dell'illuminata sua sorella Elisa Bonaparte. Passano all'incirca otto anni e nel 1814 l'impero napoleonico si dissolve, le truppe britanniche comandate da lord William Bentinck si muovono alla volta di Lucca, provocando la fuga della sovrana e la fine del suo stato. Il congresso di Vienna instaurato per rimettere a posto tutti pezzi del puzzle nell'Europa sconvolta da Napoleone, riportò tutto ( o quasi) al suo posto e anche la Garfagnana potè tornare al suo originario amore(gli Estensi), ad esclusione ancora delle vicarie lucchesi di Castiglione, Minucciano e Gallicano che da amante fortemente indeciso e incerto tornerà però sotto il Ducato di Modena nel 1847 in base al Trattato di Vienna. Ma ormai i venti risorgimentali spiravano forte già da qualche anno.Il 1848 fu l'anno della svolta,in tutta la penisola cominciarono le rivolte contro i vecchi poteri,e le idee liberali di un Italia unita cominciarono a far breccia nelle teste dei garfagnini, rimasti fino a quel momento caparbiamente fedeli al Ducato di Modena. La scintilla della protesta scoccò definitivamente nell'aprile del 1859 quando il Piemonte savoiardo rinnovò la guerra all'Austria, all'unisono
 si rivoltarono le popolazioni di Massa Carrara e di Garfagnana. Il 26 aprile le truppe piemontesi invasero Massa ed esattamente un mese dopo (il 27 maggio) Vincenzo Giusti commissario straordinario del Re di Sardegna entrava in Gallicano e prendeva possesso in nome di Vittorio Emanuele del paese stesso e di tutta la Garfagnana. Francesco V ultimo duca estense si ritirò a Modena, ma l'undici giugno fu costretto ad abbandonare per sempre i suoi possedimenti. Fu così sancita la morte di un ducato che in Garfagnana durò per più di quattro secoli, più di qualsiasi altra dominazione, più della storia stessa della nostra Italia unita (solo 154 anni). Finì così per sempre questo amore fra il ducato e la nostra valle, ma è giusto e curioso dire che il flirt con Modena non terminò qui, ma continuò ancora con l'Italia quasi unita Spieghiamoci meglio però.
Una volta fatta l'unità bisognava ridisegnare amministrativamente le regioni, in previsione dell'annessione definitiva al regno di Sardegna.La Garfagnana con un decreto dittatoriale di Carlo Farini del 1859 fu incorporata proprio per tradizione e storia all'Emilia,
Quando la Garfagnana faceva parte dell'Emilia
carta geografica politica del 1863,
 si posso notare benissimo in rosa
 i confini emiliani
(proprietà Marzi Paolo)
suo capoluogo di provincia tornò ad essere Modena. La provincia di Modena si trovò così divisa in circondari (n.d.r: sotto province), uno di questi circondari faceva capo a Castelnuovo che sotto di se aveva altri tre mandamenti (n.d.r:comuni). Guardiamo come erano divisi:


Mandamento I di Camporgiano

Camporgiano,Careggine,San Romano,Vagli di Sotto 

Mandamento II di Castelnuovo Garfagnana

Castelnuovo,Castiglione,Fosciandora,Pieve Fosciana,Villa Collemandina

Mandamento III di Gallicano

Gallicano,Molazzana,Trassilico,Vergemoli

Mandamento IV di Minucciano

Minucciano,Giuncugnano,Piazza al Serchio,Sillano

Carta politica del 1920. La Garfagnana
 in Toscana ma in provincia di Massa
(proprietà Marzi Paolo)

Per farla breve si rimase emiliani e modenesi a tutti gli effetti per ben 11 anni, nel 1871 cessò per sempre il nostro rapporto con Modena e l'Emilia e finalmente questa revisione delle regioni fu compiuta e fummo così aggregati alla provincia di Massa (non ancora a Lucca,ci si arrivò solo nel 1923) e di conseguenza per la prima volta anche alla nostra bella e amata Toscana.

mercoledì 3 febbraio 2016

"Gli uomini della neve": un antico mestiere sulle vette delle Apuane

Cosa c'è di più semplice che aprire il proprio frigorifero nelle
Vecchissima foto.
I leggendari "uomini della neve"
 in azione nella Buca della Neve
ai piedi della Pania della Croce
giornate di calura estiva e bersi una bella e dissetante bibita ghiacciata? Cosa c'è di più naturale che aprire il proprio congelatore e scegliersi di farsi una bella e succulenta bistecca? Gesti,abitudini e consuetudini che oggi sono all'ordine del giorno,ma è stato sempre così? Direi proprio di no. Il problema di conservare il cibo è sempre stato un assillo per i nostri avi, già le cibarie non erano molte, figuriamoci poi se quel poco che c'era ci si poteva permettere di farlo andare in malora. Come fare allora? Premettiamo naturalmente con il dire che il frigorifero non esisteva e che i metodi di conservazione del cibo svariavano notevolmente. Un metodo assai usato in Garfagnana era la salatura,l'estrema salinità impediva la crescita di muffe e batteri, inoltre alcune spezie rallentavano la decomposizione delle carni (la preparazione dei salumi si basa su questo procedimento), un altro modo di conservazione era l'essiccatura,questo procedimento però veniva usato su alcuni alimenti come frutta o carne, infatti in assenza di acqua, muffe e batteri non crescevano. Un'altra opzione consisteva nell'affumicare gli alimenti,oltre che ad essiccarli più in fretta i residui di fumo ostacolavano ulteriormente il proliferarsi dei germi.Infine un ultima possibilità da attuare solo nelle zone di montagna come la Garfagnana era di seppellire il cibo nella neve, oppure raccogliere la stessa e riempire le cantine o delle piccole grotte naturali, realizzando di fatto una primitiva ghiacciaia, ed ecco così per questo motivo nascere nella nostra valle un antico e durissimo mestiere che vede le sue origini dai primordi dei tempi e la sua fine con l'avvento del frigorifero nel secondo dopoguerra. Le persone che intrapresero questo lavoro erano conosciute a tutti come "gli uomini della neve" e questa è la loro storia.

"Gli uomini della neve" erano persone adibite a raccogliere la neve per poi venderla a chiunque ne avesse bisogno per mantenere i propri viveri, non svolgevano la loro professione in inverno(come si
I resti di un vecchio "frigorifero"
di una volta,
qui si conservava la neve e il cibo
potrebbe credere), quando più o meno la neve era a disposizione di tutti i garfagnini e i viveri si mantenevano comunque, ma il loro impiego si svolgeva in estate...Ma la neve d'estate dov'era? In estate conservare il cibo era un problema,le alte temperature che anche nella buona stagione si fanno sentire in Garfagnana non aiutavano i nostri nonni a conservare le cibarie, non bastavano le fresche cantine areate, serviva la neve e quale miglior posto esisteva che la famosa Buca della Neve? Questa cavità è una dolina che si trova nelle Alpi Apuane a 1680 metri di altezza, ai piedi (più o meno) della Pania della Croce,la si può raggiungere inerpicandosi per il Canale dell'Inferno,la troviamo sul fianco sinistro del vallone stesso, lì la neve c'è tutto l'anno(o meglio c'era...), adesso gli inverni miti e piovosi e le estati calde hanno fatto si che sia quasi scomparsa,ma una volta ci rimaneva abbondante anche in estate 
a causa proprio della sua posizione riparata e proprio grazie a questo squarcio nelle Apuane  come detto nacquero "gli uomini della neve".Già li troviamo citati in documenti del 1678 ma questa attività è sempre esistita e specialmente era rivolta a rifornire gli abitanti della bassa Garfagnana.Maestri in questo mestiere erano gli abitanti di Fornovolasco che spesso entravano in "concorrenza" e in litigio con gli uomini della montagna versiliese per problemi di "sconfinamento territoriale".I garfagnini
La "Buca della Neve" oggi in estate
sostenevano che la buca era dalla parte garfagnina appunto, mentre i versiliesi sostenevano a loro volta che la montagna era di chi la frequentava e che poi la neve era talmente abbondante che c'era per tutti, l'accordo con buona pace di tutti fu raggiunto concedendo anche a quelli di Fornovolasco di poterla vendere in determinati luoghi della Versilia, descrive bene di questo Francis Vane un baronetto inglese fra i fondatori del movimento scout nazionale nel suo libro del 1908 "Walk and people in Tuscany" (n.d.r:"Passeggiate e popoli in Toscana"), a dimostrazione di questo ancora oggi a 1700 metri d'altitudine esiste il "Passo degli Uomini della Neve" che ricorda il passaggio di queste persone che andavano e venivano dalla Garfagnana al mare con i loro carichi di coltre bianca. Il lavoro era faticosissimo e si svolgeva in parte anche in inverno, non per vendere ma bensì si cercava il modo e la maniera che la buca potesse raccogliere quanta più neve possibile,allora succedeva che cessate le giornate con grandi nevicate a turno un manipolo di uomini si avventurasse su per la Pania fino a raggiungere la famigerata apertura, una volta arrivati sul posto si entrava nella dolina e si cercava di pressare la neve fresca saltandoci sopra o battendola in qualche maniera, in questo modo il manto bianco si compattava e faceva si che l'estate successiva la buca ne conservasse ancor più. Ma il lavoro vero veniva con la buona stagione,vecchie testimonianze ricordano queste figure di uomini curvi sotto misteriosi carichi coperti di iuta, armati di accettino, con questo accettino si incominciava a tagliare la neve e a farci dei pani che venivano messi dentro balle di iuta con foglie e paglia,in modo da fare una sorta di isolante. Appena pronti si ripartiva per il fondovalle (superando dislivelli anche di 1300 metri)per venderla a chi ne avesse fatto richiesta.La neve infatti andava ordinata, naturalmente non la si poteva vendere al banco del mercato, ma veniva portata
Il Passo degli Uomini della neve 
direttamente a casa del cliente. Tanto per rendere bene l'idea, per portare a valle e quindi al cliente 10 kg di neve ordinata(che sono già molti) bisognava partire dalla montagna con ben 40 Kg sulle spalle poichè lungo il tragitto si sapeva grosso modo quanta se ne sarebbe sciolta, il tutto per due spiccioli, ma in tempo di magra anche quei due spiccioli erano fondamentali per la sopravvivenza della famiglia, pensiamo poi a tutto il lavoro che c'era dietro e le tribolazioni.Le faticose camminate talvolta erano anche pericolose spesso fatte con scarponi di fortuna ridotti al lumicino, ma le vere conseguenze di questo mestiere per questi uomini si rivelarono con gli anni quando la maggior parte di essi venivano colpiti alle mani da un abnorme gonfiore in corrispondenza delle nocche. Non ci voleva molto a capire che quello era il frutto dell'azione combinata di fatica e artrosi deformante per mani che non conoscevano mai estate.

Il boom economico degli anni 50 sancì definitivamente la fine di un mestiere che durava sicuramente da tempi remoti ad eccezion fatta per alcuni gelatai della Versilia che ancora desideravano fare il loro gelato con la neve della Pania.Nel 1951 l'Italia produsse 18.500 frigoriferi, nel 1957 la cifra era di 370.000 mila e nel 1967 di ben 3.200.000 mila. L'Italia era diventata il primo produttore europeo di elettrodomestici e già tutti c'eravamo dimenticati di chi per millenni con la loro fatica ci aveva permesso di conservare i nostri cibi.

mercoledì 27 gennaio 2016

Dal diario di Leo Kienwald, ebreo polacco internato a Castelnuovo Garfagnana...

Erano i primi giorni di febbraio dell'anno passato,erano trascorsi pochi giorni dalla pubblicazione di un mio articolo sugli ebrei internati a Castelnuovo Garfagnana (leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/2015/01/27-.html) ed è mia abitudine la sera dopo cena di mettermi comodamente sul divano a controllare tutte le e mail arrivate durante la giornata e fra le varie pubblicità e altrettante futilità nello scorrere con le dita il mio tablet scorgo un cognome familiare alle mie ricerche: Kienwald...Il dottor Eli Kienwald dopo aver letto il mio pezzo mi contattava da Londra. Eli era un discendente della famiglia ebrea omonima di origine polacca fuggita da Castelnuovo nel momento del rastrellamento, evitando così di finire ad Auschwitz. Non vi immaginate la mia meraviglia e il mio stupore.Il dottor Kienwald innanzitutto si complimentava con me per l'articolo, preciso nella narrazione storica dei fatti e stilisticamente ben fatto,inoltre ricercava ulteriori notizie sul soggiorno forzato della sua famiglia a Castelnuovo (notizie che con piacere gli fornì documentandolo anche con varie foto che furono poi pubblicate sulla rivista ebraica Hamaor)).Nel susseguirsi dei giorni a venire la nostra corrispondenza telematica si infittì e si instaurò anche un certo rapporto di fiducia,tale fiducia mi fu ripagata un bel giorno quando con mia grande soddisfazione e onore mi inviò un pezzo di storia veramente unico e toccante: il memoriale di suo padre Leo Kienwald scritto nel 1996, pochi anni prima della sua scomparsa. Il dottor Kienwald mi fece partecipe di questo suo intimo ricordo del padre,
Castelnuovo Garfagnana
fine anni 30
(foto archivio Fioravanti)
un diario bellissimo e particolareggiato nonostante fossero passati cinquantatre anni da quei giorni in Garfagnana. Raccontava di momenti tremendi, di giorni scampati alla morte e donati alla vita. Proprio oggi è "Il giorno della memoria", dove si ricorda l'immane tragedia dell'olocausto e questa è la mia testimonianza o meglio la testimonianza di Leonard Kienwald, attraverso un brano del suo diario dove racconta il girovagare suo e della sua famiglia attraverso le nostre montagne,il rapporto avuto con i garfagnini che lo tenevano nascosto e dove narra dei mille escamotage fatti per sfuggire dalle grinfie naziste.Ma prima un po' di antefatto è d'obbligo per inquadrare bene la situazione.

Tutto ebbe inizio quel disgraziato 4 dicembre 1943 quando arrivò l'ordine dall'Oberkommando der Wehrmatch (comando generale tedesco) dove si ordinava a tutti gli ebrei in domicilio coatto a Castelnuovo Garfagnana di presentarsi il mattino seguente presso la caserma dei carabinieri reali,il motivo non era spiegato. Molto probabilmente il giorno dopo tutte le famiglie ebree della zona si sarebbe presentate se non fosse stato per un maresciallo dei carabinieri che il giorno stesso confidò al dottor Meier (medico ebreo) l'imminente trasferimento della comunità ebraica presso il campo di concentramento di Bagni Lucca.Il maresciallo si raccomandò di avvertire tutti e di darsi alla fuga il prima possibile. In questa soffiata pochi vi credettero, fra questi pochi la famiglia Meier e la famiglia Kienwald che cominciò la sua fuga sulle montagne.

Dalle memorie di Leo Kienwald

"Eravamo arrivati a Castelnuovo in confino libero il 4 novembre 1941 da un campo internamento forzato in provincia di Cosenza. Personalmente vi rimasi solo un paio di mesi perchè nel frattempo ricevetti il permesso di recarmi a Padova per terminare gli studi. Ritornai a Castelnuovo dopo l'otto settembre '43 quando i tedeschi entrarono in Padova. A Castelnuovo vivevamo abbastanza tranquilli fino a quel maledetto 5 dicembre 1943. 
Il girovagare in Italia
da un campo d'internamento
all'altro della fam Kienwald
Il cielo era grigio,quasi un segno della tragedia incombente. Perchè gli altri sono tutti finiti ad Auschwitz.E sono morti.  Noi,padre,madre e due ragazzi,camminavamo su una strada sterrata,nella Valle Turrite,nella direzione opposta a quella della caserma dei carabinieri.Il giorno prima era stato impartito un ordine:presentarsi quella mattina alle otto.Un'ora prima ebbi ancora un fuggevole incontro con Elizabeth,tentai di convincerla a seguirmi,non poteva abbandonare la madre. Qualche anno fa la ritrovai nel "Libro della Memoria",ebbi così la conferma del tragico destino suo e degli altri internati a Castelnuovo Garfagnana. Che sarebbe stato il mio,il nostro.
Eravamo in fuga. In assoluto silenzio camminavamo su quella strada e non ci voltavamo,fuggivamo senza saperlo,dall'orrore, incontro all'ignoto,sapevo solo che dovevamo arrivare ad un certo punto dove si doveva attraversare il torrente. Ci arrivammo dopo circa quattro ore di cammino,attraversammo il torrente e cominciammo a salire nel bosco,al calar della notte arrivammo ad una capanna. Pioveva e ci sistemammo su paglia e foglie di castagno,il tetto tratteneva in parte la pioggia,bagnarsi non importava. C'era un solo pensiero salvarsi. Il mattino dopo ci rimettemmo in cammino salendo per la montagna senza precisa meta,raggiungemmo infine alcuni casolari. Era Colle Panestra. Ci presentammo come sfollati da una città bombardata in cerca di un rifugio,non avevamo nè documenti,nè soldi,solo le ultime carte annonarie di Castelnuovo. Trasformai il cognome Kienwald scritto a mano in "Rinaldo",un nome straniero poteva destare sospetti. Fummo infine accolti da una famiglia nei pressi di Fontana Grande a Piritano di Sotto,allora sapevo solo che ci trovavamo sull'Alpe di S.Antonio. Mio padre e mia padre dormivano in una camera messa a loro disposizione,a noi ragazzi diedero una capanna nel bosco dove si raccoglievano le foglie secche di castagno,ricevemmo una lampada ad acetilene e due coperte,scavammo un giaciglio nel cumulo delle foglie e ci avvolgemmo nella coperta. Il vento fischiava attraverso i tronchi della capanna,era dicembre, ma come era caldo quel letto naturale. Ricordo con commozione la bontà di quelle persone,ma non potevamo approfittare a lungo dell'ospitalità. Ci mettemmo quindi in cerca di un casolare abitato e lo trovammo a Pasquigliora non lontano da Colle Panestra. Era il casolare di un pastore, che prima della guerra portava su le pecore dalla Versilia. Il casolare era attrezzato giusto per quattro persone,ma non mancavano materassi,coperte e cuscini.Il custode del
Pasquigliora oggi, in inverno,
dove i Kienwald si stabilirono
(foto Emanuele Lotti)
rifugio Rossi, sotto la Pania della Croce abitava a Pirano di Sotto e si offrì di salire al rifugio con noi ragazzi per prelevare quanto occorreva per soggiornare. Fu un escursione memorabile, non avevamo le scarpe adatte. Lassù la neve era ghiacciata e non fui in grado di arrivare al rifugio,i cristalli di neve mi facevano girare la testa. Attesi il ritorno del custode e di mio fratello che portavano il materiale sulle spalle,presi anch'io una parte del carico ed iniziammo la discesa come meglio potevamo ed era inevitabile che scivolassi con il carico e solo per miracolo evitai di precipitare fermandomi all'ultimo secondo con i piedi contro le rocce,i pantaloni sul fondo schiena erano spariti. Potemmo così preparare i letti, ma non mi ricordo se abbiamo rimediato anche le lenzuola. La cucina sotto era grande e c'era un bel caminetto,c'erano paioli,scodelle e quant'altro serviva. Andammo nel bosco a procurare fascine di legna, imparammo a portare i carichi sul collo calzando sulla testa una specie di cuscino,occorreva tanta legna anche per scaldarci. Incominciammo a lavorare per i contadini che in compenso ci regalavano farina di castagne e qualche salsiccetta e addirittura fino all'esaurimento delle carte annonarie potevamo comprare un po' di pane,ma essenzialmente ci nutrivamo di castagne.

L'inverno incominciava ad essere veramente duro quando fuggimmo da Castelnuovo non portammo quasi nulla.Gli effetti personali erano rimasti in un baule lasciato nella casa e non si poteva superare l'inverno senza quegli indumenti, bisognava in qualche modo recuperarli.Un abitante di Castelnuovo con il quale mio padre si mise misteriosamente in contatto andò in quella casa, ruppe i sigilli applicati dai carabinieri,prese il baule,lo caricò su un mulo e ce lo portò su. Mio padre gli regalò parte del contenuto. Vivevamo dunque in quel casolare a circa 1000 metri di altezza,la principale preoccupazione era procurarsi da mangiare e la legna per scaldarsi era compito di noi ragazzi. Mio fratello era minore di
Castelnuovo Palazzo Littorio
attuale caserma dei carabinieri
(foto collezione Fioravanti)
quattro anni e aveva sempre fame,i contadini erano generosi e la farina di castagne non mancava mai,imparammo a fare la polenta nel paiolo, a versarla sul piatto di legno e a tagliarla con la cordicella. Non volevamo essere mendicanti,facevamo i lavori per loro,il più terribile era caricare sul collo il cesto di letame per andare a spanderlo nei campi,la sera bisognava sottoporsi ad un intenso lavaggio. Passarono i mesi,passò l'inverno,non sapevo nulla allora di Auschwitz,avevo però la sensazione di essere scampato insieme ai miei ad un terribile destino. Spesso mi chiedevo dov'era finita Elizabeth.Certo è difficile vivere come animali braccati, in condizioni estreme.Oggi posso dire che era bello. Ero libero,eravamo liberi, in mezzo alla natura. La dignità d'uomo non era persa, ne la propria identità,non sapevo però come sarebbe andata a finire. Si viveva per sopravvivere..."


Il memoriale continua ancora, arriveranno giorni bui e veramente difficili, ma fra mille peripezie e altrettante brutte avventure la storia avrà il suo lieto fine.A me comunque piaceva fra le altre parti del diario questo brano in modo particolare perchè denota la bontà d'animo del garfagnino, pronto ad aiutare chi ha bisogno, infatti una serie di personaggi rimarranno indimenticabili per la famiglia Kienwald: dal maresciallo dei carabinieri che fa la soffiata, ai contadini pronti a dividere il cibo con quelli che erano degli sconosciuti, per arrivare al custode del rifugio Rossi che rischia la vita insieme a loro per rimediare alcune coperte.

I Kienwald non fecero ritorno in Polonia,come ebbi a dire, ma proprio grazie alle notizie avute di prima mano dal dottor Eli, oggi posso finalmente chiarire la situazione. 
Una volta riusciti a consegnarsi agli alleati, la famiglia alloggiò in un campo di sopravvissuti a Lucca,poi a fine conflitto furono trasferiti a Roma. A quel punto l'intera famiglia pensò di andare in Israele e a questo scopo furono condotti in un campo di attesa(hachshara),dove molti ebrei aspettavano il loro turno per essere accettati nel nuovo Paese. Qui Leo incontrò quella che sarebbe diventata sua moglie (la signora Celeste De Segni) e si sposarono nel 1946, decidendo di fatto di rimanere a Roma, luogo di nascita del dottor Eli Kienwald e di sua sorella Tamara.
Nel 1966 Leonard Kienwald fu insignito dallo Stato Italiano della Croce al merito di guerra, ma il suo pensiero era sempre rivolto agli ebrei di Castelnuovo,tutti morti nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

mercoledì 20 gennaio 2016

Una First Lady degli Stati Uniti d'America sepolta nella Valle del Serchio.La sua tormenta storia e il suo amore lesbo

La cartolina ufficiale di
Rose Cleveland
First Lady d'America
"Le vie del Signore sono ampie ed infinite",a conferma di questo come si può spiegare che una First Lady degli Stati Uniti d'America sia sepolta proprio nella Valle del Serchio? Ebbene è proprio così, è una storia quasi sconosciuta e come tale è giusto riportare a galla i fatti e ricollocare tutto al suo posto. Lei è Rose Elizabeth Cleveland più semplicemente conosciuta come miss "Libby", nata a Fayetterville,New York, il 14 giugno 1846 e morta il 22 novembre 1918 a Bagni di Lucca e lì sepolta. La sua è una storia controversa,irriverente,era una donna al passo con i tempi e forse anche di più,una donna letterata,sapiente e che probabilmente raggiunse la Valle del Serchio per vivere in pace il suo amore lesbo. Ma andiamo per ordine e incominciamo a raccontare la sua vita nel dire come assunse il ruolo di First Lady. Rose era la sorella di Grover Cleveland il 22°e il 24° presidente degli Stati Uniti d'America(unico nella storia U.S.A ad essere eletto per due mandati non consecutivi). Il democratico Cleveland fu eletto per la prima volta nel 1885 e sedette nella stanza ovale da uomo celibe e da protocollo l'incarico di prima donna spettò alla sorella Rose.Il tutto cominciò però molti anni prima nel 1853 quando la famiglia Cleveland si trasferì in Olanda dove il padre Richard faceva il pastore della chiesa presbiteriana. Sfortuna volle che lo stesso anno morì. Dopo pochi anni i due fratelli Grover e Rose decisero di ritornare negli Stati Uniti lasciando la madre in Olanda. Grover abbandonò gli studi e andò ad insegnare comunque in una scuola per ciechi, mentre la piccola Rose fu indirizzata alla Houghton School di Clinton (New York),dove poi divenne anche insegnante.La ragazzina crebbe in mezzo alla cultura,girovagò molte scuole americane come professoressa, dapprima in un collegio a Lafayette (Indiana), poi a Muncy in Pennsylvania in una scuola femminile, era ricordata da tutti come una donna
Il presidente USA
Grover Cleveland
anticonformista, dalla forte personalità e indipendenza.Ma nel 1880 ci fu la prima 
(di una lunga serie) grande svolta della sua vita.La madre in Olanda non stava bene,così Libby dovette nuovamente raggiungere i Paesi Bassi per prendersi cura di mamma Ann e cominciò di fatto una nuova vita insegnando letteratura in una scuola domenicana.Nel 1882 morì anche la madre, ma ormai la sua esistenza era li, in Europa, la culla della civiltà e della cultura.Scorreva le sue giornate nella lettura di autori greci e latini in una fattoria di proprietà, dimenticata dal resto mondo fino a quando il 4 marzo del 1885 Grover Cleveland fu eletto presidente della nazione più potente del mondo. Rose fu richiamata immediatamente negli States per assumere ufficialmente il ruolo di First Lady,dato che il fratello non era sposato. Un incarico questo è bene capire oggi come allora tutt'altro che di facciata, un incarico non ufficiale ma rilevante, "la padrona di casa" della White House è infatti responsabile di tutti gli eventi sociali presidenziali, ha sempre assunto un effetto dirompente sulla popolarità del presidente,assumendo difatti un ruolo di primo piano nell'opinione pubblica divenendo così una delle donne più importanti del mondo. Ma Libby come si sarebbe trovata in questo ruolo? Si sarebbe subito fatta notare al secondo ricevimento ufficiale alla Casa Bianca. Il New York Times all'epoca riportava:
"...la signorina Cleveland indossava un abito di raso nero,tutto contornato di pizzo spagnolo,il corpetto di raso nero aveva le maniche corte, il pizzo trasparente rivelava le spalle".
Rose Cleveland in un abito
non troppo consono per l'epoca

Insomma fu un grande scandalo nei rigidi schemi di un età vittoriana. Rose non si sentiva a suo agio nella mondanità di Washington, si diceva appunto che:
"Rose Cleveland è un intellettuale più interessata a perseguire gli sforzi accademici rispetto che all'intrattenere mogli di politici o dignitari stranieri".
Esisteva anche il rovescio della medaglia ed è giusto dire che non furono pochi i vantaggi che Rose potè fare suoi, pubblicò così due libri che le fruttarono molti soldi e dette sfogo alla sua passione per il teatro,non mancando mai a nessuna prima.Ma c'era poco da fare la sua vita non era quella,l'amore per suo fratello era molto, tanto da sopportare comunque i rigidi protocolli puritani del tempo.L'amore di Grover però non era soltanto per lei,quando dopo solo quattordici mesi di presidenza il 2 giugno 1886 decise di convolare a giuste nozze con Frances Folsom, quella che anche oggi è considerata la First Lady più giovane di sempre, aveva solo 21 anni.Per Libby fu la fine di una specie di tortura, sarebbe tornata a vivere come a lei piaceva, stavolta non si sarebbe fermata davanti a niente e a nessuno e così fu. La vita dunque continuava e Rose si
Frances Folsom, moglie
 del presidente Cleveland
la più giovane First Lady
di sempre: 21 anni
trasferì a Chicago dove teneva conferenze e dove cominciò a lavorare come redattore in una rivista letteraria,lo stipendio non era un granchè ma i ricavi dei suoi libri gli permettevano di vivere agiatamente,tanto da comprarsi una villetta nella soleggiata Florida e fu li che cominciò a 43 anni la sua storia d'amore.Fuori ormai da ogni pressione della stampa (così credeva) si sentiva libera e iniziò la sua relazione lesbica con Evangeline Simpson una ventiseienne già vedova di un ricchissimo industriale. Naturalmente non poteva che essere una storia tormentata,è difficile vivere la propria omosessualità oggi,figuriamoci alla fine del 1800.Ci furono vari tentativi di fare vita insieme, la loro relazione era osteggiata in ogni dove e andava avanti fra alti e bassi,tanto che ci fu la clamorosa decisione di Evangeline di risposarsi e sposò il settantaquattrenne Henry Whipple vescovo episcopale del Minnessota, nella speranza di mettere a tacere ogni voce e maldicenza, ma il rapporto epistolare fra le due donne continuava più appassionato che mai, cosi scriveva Rose:

"Oh Eva tremo al pensiero di te...Dolce,dolce,non oso pensare quando un giorno ritornerò fra le tue braccia..."
e il momento di ritornare fra le sue braccia ci fu nel 1901,quando il vescovo Whipple (marito di Eva) passò a miglior vita. A quel punto le due amanti erano decise più che mai,volevano vivere in pieno il loro amore, ma non negli Stati Uniti dove sarebbero stati sulla bocca di tutti. Ed è così, a questo punto che entra in scena la Valle del Serchio e Bagni di Lucca. Bagni di Lucca nel XIX secolo era chiamata "Terra di principi e poeti", presso le sue terme(che erano fra le più importanti in Europa)si curavano personalità del calibro di Da Montagne,Byron,Shelley,Heine, Lamartine, quindi quale miglior luogo dove vivere? Un posto ideale nella lontana Italia, una località nascosta fra le montagne,nonostante questo considerata fra quelle più alla moda di quel tempo,frequentata da personalità e gente di cultura, per di più di lingua inglese e fu così che nel 1910 a bordo di una nave della Cunard Line arrivarono in Italia.Dapprima le due donne si stabilirono al Hotel Continentale di Bagni di Lucca e poi
Le due innamorate: Rose Cleveland a sinistra
ed Eva Simpson Whipple a destra
acquistarono una villa in paese. Furono anni bellissimi e raggianti quelli vissuti nella nostra valle da Rose e da Eva, poterono vivere insieme senza problemi, ed anzi si prodigarono molto per la comunità, nel primo conflitto mondiale dopo la disfatta di Caporetto a Bagni di Lucca fu inviato un ingente numero di profughi, le due donne a sue spese misero su un collegio che accolse più di cento ragazzi,inoltre non mancava mai l'aiuto per tutte quelle famiglie che avevano i propri cari al fronte.Ma tutte le belle storie sono destinate a finire e così un triste 22 novembre 1918 Eva, dalle pagine del quotidiano "La Nazione" così annunciava:

"Evangeline Whipple, coll'animo straziato dal dolore annunzia la morte della Miss Rosa.E.Cleveland, sorella dell'ex presidente degli S.U.A (n.d.r:al tempo si usava l'acronimo italiano S.U.A,Stati Uniti d'America e non l'anglofono U.S.A), avvenuta dopo breve e violento morbo il 22 corr.a ore 22. L'adorata salma sarà tumulata nel cimitero anglicano di Bagni di Lucca".
Libby morì a 72 anni di febbre spagnola,l'epidemia che costò sei milioni di morti in tutta Europa.Eva continuò la sua vita a Bagni di Lucca a cui dedicò anche un libro: "A famous corner of Tuscany"(Un
Le tombe gemelle di Rose ed Eva
nel cimitero anglicano
 di Bagni di Lucca
famoso angolo di Toscana),ma i suoi pensieri e i suoi ricordi erano sempre rivolti alla sua amata Rose e alla loro storia d'amore. Eva si unì per sempre a Rose nel 1930 e trovò posto accanto alla sua amata come previsto dal testamento. Oggi le tombe gemelle di Rose ed Eva dominano la collinetta del cimitero inglese della cittadina termale.

Nonostante lo stato di First Lady d'America di Rose, nessuno, né parenti,né conoscenti richiese mai la sua salma di quella che per molti fu una donna scomoda, ma che riuscì nella nostra valle a vivere in pieno la sua libertà.                              
         


mercoledì 13 gennaio 2016

Lezione di dialetto garfagnino: da un quaderno del 1973 del Gian Mirola

"Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà", così scriveva Pier Paolo Pasolini. Pasolini vedeva nel dialetto l'ultima sopravvivenza di ciò che è ancora puro e incontaminato e come tale doveva essere protetto. Il dialetto garfagnino, come ho già affrontato tempo fa è un crogiolo di lingue che differisce da paese a paese e per questo va ancor di più tutelato,(leggi http://paolomarzi.blogspot.it/le-origini-del-dialetto.html) figuriamoci poi oggi, dove internet regna sovrano, dove le parole viaggiano nell'aria. Sms e whatsapp, hanno cambiato il nostro modo di comunicare, d'accordo è il progresso che avanza ma ci tolgono il piacere di comunicare guardandoci negli occhi, figurarsi poi parlare il dialetto.Si pensa che il dialetto sia ormai un qualcosa di vecchio,lo accusano di non essere al passo con i tempi, parlato solo dagli anziani o da gente di poca cultura, si considera perciò un qualcosa di non nobile e gretto, invece è la lingua delle nostre origini ed ha una funzione primaria: fa emergere i ricordi.Il dialetto è l'espressione di un popolo è come un abito fatto su misura è come una spugna che assorbe fatti, episodi e luoghi è quella lingua che ci fa capire che apparteniamo ad un certo posto è la nostra carta d'identità e veramente questa volta non potevo esimermi dal fare un articolo sul dialetto garfagnino.L'ispirazione a questo scritto mi viene per due motivi: la prima (pochi forse lo sanno) è che il 17 gennaio ricorre "La Giornata per salvare il dialetto", organizzata dalle Pro Loco d'Italia (UNPLI),pensate nel mondo ogni 14 giorni scompare una lingua locale,portando dietro di sè tradizioni,storia e cultura.La seconda motivazione è che giusto,giusto mi è capitato fra le mani un quadernetto con una simpatica ed ironica lezione di dialetto
Almiro Giannotti, il Gian Mirola
garfagnino del Gian Mirola(n.d,r:noto scrittore e studioso di Eglio, scomparso nel 2001)che non mi potevo tenere solo per me, tale opera andava 
assolutamente diffusa(anche se in parte).Questa infatti che andrò ad illustrare è proprio una lezione come quelle che si fanno a scuola,non manca la grammatica,tanto meno i verbi (a me in parte sconosciuti) e parole quasi ormai scomparse anche dalla bocca dei nostri anziani, il tutto rigorosamente in dialetto. Ecco qua dunque un piccolo sunto.

AVVERBI DI LUOGO

LICCUSI': lì,luogo determinato
LALLADILI':là, luogo indeterminato
DIREGGIO: laggiù, luogo non determinato
DIRESSU': lassù, luogo non determinato
DIRELLA': là, ma inteso per lontano (es: direllà per le Meriche)

MODI DI ESSERE

GRONCHIO: intirizzito, ma anche lento,maldestro
ANNIGHITO: arso dalla febbre, assetato
RINCUJONITO: rincitrullito
LUPPICOSO: cisposo
MACOLOTTATO O PIEN DI MACOLOTTI: tutto lividi

SEI VERBI

SCAGANCIA': sciupare
RUMBICA': ruminare
SPRILLOTTORA':(da prillo) girare intorno facendo perno su se stessi
SPIPINA':andare per il sottile
STINCURI': intirizzirsi
RIGUMBITA': vomitare

FENOMENI ATMOSFERICI

BRUSCIGNA':piovigginare
ROSCIO: rovescio d'acqua,acquazzone
BALFOIA: nevischio portato dal vento
ALBICA': albeggiare
SINIBBIO: vento

CAMPIONARIO PER RAGAZZE DA MARITO

MERENDON: uomo da poco, un sempliciotto
LOFFARO: svogliato
BRENDOLON: che veste male,disordinato sciatto
SCIABIGOTTO: sciocco o meglio un condensato di qualità negative
BISCARO: semplicemente uno sciocco
TESTACCHION o CHIOCCORON : duro di comprendonio

PARTI DEL CORPO UMANO

STOMBICO: stomaco
CUTRION: schiena
GOMBITO: gomito
GIRELLA : rotula
PINELLA: incisivo
UGNA: unghia

e potrei continuare ancora con questo quadernetto, un vero condensato di meraviglia e di parole,modi di dire,analisi fra il serio e il semi serio e quant'altro che solo il genio del Gian Mirola poteva elaborare e a proposito, solo un'altro genio come il castelnuovese Giovanni Giorgi che nel 1892 da il periodico "La Garfagnana" buttò giù d'impeto un'
ironica (è dir poco..) poesia, sottolineando la moda di quel tempo che esortava anche i più ignoranti ad esprimersi nella lingua ufficiale:l'italiano. Il modo di parlare è come il vestito, serviva a distinguere il montanaro dal cittadino:

"Quel che fa la città"

"Se tu vai per el mondo un po' a girare
nun torni,pijo giuramento, pijo:
che montagna è montagna, Baldassare,
e noi si puzza da lontano un mijo.

Ma va in città; s'impara anco a parlà:
chi è tonto nun pensà, diventa spijo.
Guarda le serve! Vanno via somare
e quando tornin su,san dar consijo.

La mi fiola? Nun seppe mai gnente
finchè stiede fra noi; ma nun pensà
fu un colpo solo andà e uno venì dalla città e artornò sapiente.

E adesso quando parla io sto a'scoltà,
se capiscio mi piji un accidente!
So che parla alla moda e un vo' a indagà"


Il dialetto è il collante che ci unisce alle nostre radici, il tenue filo che ci tiene legati alla cultura popolare e alla Nostra Storia. Difendiamolo!!!

mercoledì 6 gennaio 2016

Il canto della Befana: memorie lontane. Dai precristiani, passando dal Rinascimento, fino ai giorni nostri

"...Vi ringrazia la Befana che l'avete favorita, Dio vi lasci lunga
Incisione di Bartolomeo Pinelli
"La Befana"1821
vita, buone gente state sana ..."

Così si conclude il tradizionale canto della Befana, quando i cosiddetti questuanti ringraziano del dono ricevuto.
Il canto della Befana è una delle tradizioni più diffuse e radicate in tutta la Garfagnana, non c'è paese o paesino dove la sera del 5 gennaio sulla porta di casa non vengano cantate queste folcloristiche strofe. Le origini di questi canti si perdono nella storia più antica, fanno parte di quel bagaglio ancestrale di riti pagani e che i secoli(e qualche Papa furbone...)trasformeranno in culti religiosi. Ma partiamo dall'inizio e tutto è da ricondurre a quelle feste che prima del Cristianesimo indicavano le scadenze di un periodo agricolo (una infatti cadeva proprio in questi giorni), tutto era legato indissolubilmente al buon andamento del raccolto e alla sopravvivenza della comunità che per favorirsi nuovi e floridi raccolti procedeva liturgicamente con dei canti propiziatori e lo scambio di doni che significavano l'abbondanza, segno inequivocabile di ricchezza nella quantità di frutti che la terra avrebbe (forse) generato in quell'anno. Le cose cambiarono e nel II secolo dopo Cristo, fu istituita la festa dell'Epifania e la gente imparò a tenere il piede in due staffe (un po' come si fa oggi...) da una parte si festeggiava il suo significato religioso, ma dall'altra continuava il suo rito pagano benaugurante. Arriviamo così nel periodo rinascimentale e vediamo ancora che questi canti della Befana sono più che mai presenti nella Valle, si parla in certi
Canti della Befana (foto di Keane
 tratta da "Il giornale di Barga")
documenti che addirittura dopo i canti di questua vengono donate carni di maiale, infatti erano i giorni riconducibili all'uccisione dell'animale e alla conseguente abbondanza di carni che venivano poi redistribuite meticolosamente alle persone più povere. Eccoci così arrivare ai giorni nostri, guardiamo come si svolgevano e si svolgono adesso le befanate . La vigilia dell'Epifania verso il tramonto, giovani e meno giovani si riuniscono nella piazza principale del paese per partire per il giro di questua, naturalmente dopo che uno di loro avrà indossato i vestiti da Befana. Ma vi siete mai domandati perchè  la Befana nella stragrande maggioranza dei casi è sempre interpretata da un uomo? Qui si cade nel maschilismo e nel proibizionismo dei secoli cosiddetti "oscuri", quando alle donne era vietato assolutamente sia recitare che mascherarsi. Ma torniamo però allo svolgimento di questo rito. Almeno uno dei partecipanti doveva avere con se almeno uno strumento musicale, indispensabile  per accompagnare il canto, nella maggior parte dei casi una fisarmonica o un violino, fondamentale era anche la presenza dell'asinello che nelle grandi ceste che portava avrebbe conservato i doni ricevuti nella serata. Aveva così inizio il giro del paese e anche questo non si svolgeva a caso ma aveva un preciso itinerario , prima si cominciava dalle autorità locali e dal prete. Il tutto era guidato da un suonatore che precedeva di pochi passi la Befana e il somaro e dietro stava tutta la compagnia dei befanotti, ci si fermava così di porta in porta e si attaccava con il canto, al termine del quale il padrone porgeva omaggi appositamente preparati per l'occasione: costante era la presenza di noci, nocciole, mandarini e arance. L'ultima parte del rituale prevedeva il canto di una o più strofe di augurio o ringraziamento. Il cerimoniale è abbastanza consolidato ma poteva (e può) variare per alcuni situazioni particolari. Nel caso che la casa visitata fosse abitata da ragazze in età da marito, i cantori venivano fatti entrare e generalmente si improvvisava qualche giro di danza con le giovani. Anche se si capitava nelle
Le befanate (foto di
Feliciano Ravera,
Fotocine Garfagnana)
osterie e nei bar la situazione era soggetta a piccole variazioni, il proprietario faceva accomodare il gruppo e dopo aver fatto i doni offriva da bere a tutti. Il caso era totalmente diverso se la famiglia da visitare era stata colpita da un lutto. Giorni prima ci si informava se il padrone di casa avrebbe gradito la visita dei cantori, se la risposta era positiva il canto si limitava a poche strofe e se il responso fosse stato negativo la compagnia di befanotti si asteneva dal canto, transitando nelle vicine vie mantenendo il più rigoroso silenzio, anche se poi generalmente il padrone di casa colpito da lutto in qualche maniera faceva giungere il suo dono. Prendiamo poi in considerazione se in paese vi fosse stata una famiglia talmente povera che anche il più semplice dono sarebbe costato loro un enorme sacrificio, il canto propiziatorio si sarebbe svolto comunque. Perchè mai privare una famiglia di questo momento di aggregazione? Anzi i ruoli si sovvertivano completamente poichè i befanotti, buona parte di quanto regalato fino al momento, lo donavano in parte e con generosità alla misera famiglia. Molto raramente succedeva che qualcuno non aprisse la porta all'allegra brigata, sarebbero stati dolori... Un rifiuto era come non voler partecipare alla vita comunitaria, rompere un consolidato codice di comportamento, era punito con insulti e lanci di pietre. Figuriamoci un po', proprio per queste eccezioni ci fu un periodo che le befanate di questua furono proibite, ad esempio a Barga nel 1414, così si legge nel "Liber Maleficiorum" (l'attuale codice penale)

"...per ciascuna persona che ardisca, la notte della Befana, di andare alla casa di qualsiasi persona di Barga a dire quelle disoneste parole,le quali sono state dette per l'adietro,sotto pena di soldi dieci, a ribadire per ciascuna persona e per ciascuna volta che la vigilia dell'Epifania canterà quelle brutte cose che si usano da lungo tempo"
Particolare invece è la befanata di Sassi e di Eglio (comune di Molazzana). Solitamente il canto della Befana negli altri paesi garfagnini non varia di molto ed è quasi sempre uguale, mentre qui già dai giorni precedenti si preparano strofe specifiche per ogni componente della famiglia del paese. Si tratta di un modo di mettere in piazza tutti i peccati, ironizzare sui difetti di ciascuno, raccontare le disavventure occorse durante l'anno, ma la notte della Befana era tutto permesso, i padroni di casa facevano finta di gradire ingoiando amaro, comunque non si rifiutavano mai di donare. Ecco come Alcide Rossi (studioso locale) nel 1966 ricordava questi fatti:
"...al mio paese per il modo i cui venivano fatti i "rispetti"(n.d.r:le strofe dedicate), per
Giovanni Pascoli "La Befana"
quello spirito di spontaneità in cui nascevano tra il goliardico,lo scanzonato ed il rusticano, teneva in fervore tutti i canterini trenta giorni prima del 6 gennaio. Si diventava così tutti poeti...Dovevano essere rivolte affettuose,elogiative per chi donava molti "befanini"(n.d.r.:doni), invece mordaci, caustici, talvolta anche un po'
troppo sfacciati contro coloro a cui l'avara porta non si apriva".

Ma le strofe più belle rimangono quelle di Giovanni Pascoli nel 1897 che da Castelvecchio volle ricordare così la Befana, con il suo più celebre canto:

"Viene,viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda,
Com'è stanca!La circonda
neve,gelo e tramontana"