mercoledì 8 novembre 2017

Cent'anni fa l'influenza "spagnola" Morte e malattia nella Garfagnana del 1918

H1N1. Una sigla che non dice niente a nessuno, potrebbe significare
 molte cose...magari era una delle prime navicelle spaziali russe o americane che solcarono la volta celeste, o forse un nuovo tipo di cocktail, di quelli che vanno adesso in discoteca, è probabile che allora sia il nuovo motore della Ferrari per il prossimo campionato mondiale di Formula 1...niente di tutto questo. Questa sigla secondo studi scientifici uccise in un anno più persone che la peste nera del medioevo in un secolo e in ventiquattro settimane quanto l'AIDS ha ucciso in ventiquattro anni, il suo nome completo è "influenza virus A, sottotipo H1N1" meglio conosciuta come "influenza spagnola"  o semplicemente "la spagnola" che  tra il 1918 e il 1919 (solamente cento anni fa)colpì tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone e ne infettò oltre 500 milioni. Eravamo ormai alla fine della I guerra mondiale che da sola in cinque anni di conflitto causò 15 milioni di morti, molti di meno dell'influenza spagnola stessa. Si credeva ormai di vivere con la pace ottenuta una nuova prosperità, ma quello che si stava per abbattere sul mondo intero era niente a confronto. La Garfagnana non fu per niente risparmiata, morti su morti si accumulavano nei cimiteri dei nostri paesini, fu la peggior disgrazia di sempre che si abbattè sulle teste dei nostri nonni, peggio anche del famoso terremoto del 1920. Pensiamo che per la Valle del Serchio questo  fu uno dei periodi più bui e tragici della sua storia: prima il lungo conflitto mondiale che portò via dalle proprie case mariti, figli e nipoti, poi la sciagura della "spagnola" e poi quando sembrava debellata questa nefasta epidemia ecco che arrivò il devastante terremoto del 1920.
Ai primi di febbraio del 1918 l'agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso il seguente comunicato: "Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid...l'epidemia è a carattere benigno non essendo risultati casi mortali". Con queste poche parole di sottovalutazione fu dato il primo annuncio della più grave forma di pandemia della storia dell'umanità, in effetti dapprima si presentò come una semplice influenza, ma poi nell'agosto del 1918 l'influenza gettò la maschera mostrando il suo vero volto divenendo in poco tempo una vera e propria calamità. Fu chiamata impropriamente "spagnola" ma di spagnolo aveva veramente poco e in realtà questo nome trova il suo perchè nella stampa iberica che fu la prima a parlarne dal momento che la Spagna essendo neutrale nella
guerra in corso non era sottoposta a regime di censura. Negli altri paesi (compresa la nostra bella Italia)il violento diffondersi della malattia venne tenuto nascosto dagli organi d'informazione che tendevano a parlarne come di un'epidemia circoscritta alla sola Spagna, ma non solo, la censura colpiva anche le lettere inviate ad amici e parenti, la guerra era più importante non bisogna demoralizzare e mettere nel panico ancor di più una popolazione che veniva ormai da quattro anni di guerra, insomma la parola ordine era minimizzare, questo era il volere del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Quando si cominciò poi a diffondere veramente con tutta la sua virulenza e a colpire senza distinzione di ceto e di razza (fu infettato anche il re di Spagna Alfonso XIII)si cominciò a cercare il suo ceppo, che a quanto sembra fu trovato nelle truppe americane; a Fort Riley nel Kansas infatti 1100 soldati statunitensi furono costretti a letto dalla malattia, soldati del medesimo forte saranno quelli che sbarcheranno in Europa poco tempo dopo. La conseguente mancanza di igiene dovuta dalla guerra, lo spostamento dei militari e la forzata vicinanza degli stessi con le popolazioni locali fece il resto, contribuendo a far crescere a dismisura gli infettati, inoltre il rientro a casa dei militari alla fine della guerra decretò la massima diffusione del contagio. I classici sintomi erano febbre alta e vomito, ma ben presto il corpo reagiva riempiendo i polmoni di sangue, seguiti da sanguinamento dalla bocca, orecchie o dal naso, pelle che diventava
L'ospedale militare di Fort Riley,
da dove forse
partì il contagio
bluastra e morte susseguente che arrivava in un paio di giorni completavano il terribile quadro clinico.

Molti comuni della Garfagnana nonostante l'imperversare della pandemia inizialmente non riconobbero la gravità della situazione al punto che nei primi casi di decessi come causa di morte veniva scritto "morte improvvisa" o "improvviso morbo", i primi rimedi prescritti dai medici garfagnini si limitavano alla cura dell'igiene personale, alla somministrazione di pastiglie e sciroppi che magari forse potevano guarire un raffreddore, ma il tempo e le continue morti aprirono gli occhi a tutta la Valle. Nessuno in verità sapeva come gestire l'emergenza, le prime misure precauzionali prese dai sindaci furono quelle di gigantesche opere di disinfestazione degli
ambienti pubblici e di istituire una specie di coprifuoco per limitare i contagi, per cui furono sconsigliate le visite ai malati, i viaggi da un luogo ad un altro, furono sospesi mercati e fiere, la sera sera poi le osterie anticipavano la chiusura e i teatri non aprivano nemmeno. I sindaci comunicavano con i prefetti dichiarando che si stavano trovando di fronte a qualcosa di spaventoso e sconvolgente e che quello che stava avvenendo "era peggio della guerra". Decine e decine di morti colpivano i paesi garfagnini, a Vagli ad esempio la terribile spagnola fece ricordare al "Corriere della Garfagnana" le "stragi descritte dall'immortale Manzoni", seicento furono gli ammalati e ben 53 i morti. Verso la fine del 1918 era talmente alta la possibilità di essere contagiati che il prefetto di Massa diramò a tutti i comuni di competenza "misure estreme di contenimento e comportamento" al fine di evitare ulteriori diffusioni del virus:
A completamento delle misure profilattiche suggerite da questo ufficio con le precedenti circolari, comunicasi che per maggiormente salvaguardare l’incolumità delle persone ed impedire la diffusione dell’influenza, ha disposto quanto segue:
  1. Da oggi e sino a nuovo avviso sono proibiti tutti i cortei funebri
  2. Tutti i feretri, di qualunque categoria, dovranno essere
    trasportati direttamente dalla casa del defunto al Cimitero e sarà in permanenza un sacerdote per le assoluzioni di rito
  3. Potranno seguire il feretro soltanto un sacerdote e i rappresentanti della famiglia dell’estinto
  4. Tutti i Cimiteri resteranno chiusi al pubblico dal 27 Ottobre corrente all’11 Novembre inclusi, rimanendo così oppresse tutte le funzioni e le onoranze alle tombe, solite a farsi nei primi di Novembre per la commemorazione dei defunti
Venne perfino proibito il suonare delle campane a morto, avrebbero abbattuto lo spirito pubblico, non si trovavano più nemmeno le casse da morto, i falegnami non stavano dietro alla sequela di morti che si era abbattute sulla Garfagnana. Lettere ritrovate e scampate al taglio della censura parlano di morti "trasportati come sacchi di patate " e "seppelliti come cani", addii senza croci, senza fiori e senza gente. Altre lettere ancora:" Nel paese c'è una malattia che fa paura, ce ne muore di giovani nel fiore della vita. Tanti ammalati che fan paura, pare tutto un castigo di Dio un tempo per meditare e per pregare". A proposito di pregare rimase indelebile nei ricordi di una signora di quel episodio in cui un prete invitò i propri parrocchiani a pentirsi, perchè questa malattia arrivata sulla Terra era una punizione divina mandata da Dio per le cattiverie dell'umanità, per tutta risposta alcuni "amabili" parrocchiani lo picchiarono a sangue, ricoverato all'ospedale il parroco chiedeva la precedenza sugli altri ammalati, non accontentato chiamò i carabinieri, il dottore così si giustificò di fronte ai militi: -Ditegli che gli toccherà aspettare, adesso dobbiamo curare i malati. Intanto mentre aspetta ditegli che provi a pentirsi lui...-. 
Fra tutti questi dottori si distinse particolarmente Ubaldo Santini che i castelnuovesi insignirono nell'estate del 1919 di una medaglia d'oro e una pergamena per "...l'opera pietosa spiegata durante l'epidemia spagnola..."
Nel 1920 silenziosa così come arrivò, altrettanto silenziosamente la "spagnola" tornò via. Il conteggio dei morti e degli ammalati nella Valle del Serchio non fu mai stimato con precisione visto
Gallicano agli inizi
 del secolo scorso
l'emergenza e il caos regnante, lo possiamo calcolare approssimativamente (dati sulla media nazionale)in qualche centinaio di morti, contando che mediamente in un paese di 600 persone ne morivano 40/50. Ad esorcizzare la paura e il dolore ci provò alla sua maniera il poeta dialettale castelnuovese Pietro Bonini che in un verso di una sua poesia illuminò chiaramente la situazione di quel tempo:


"...Tanto più che s'un trovin alla lesta 
un velen che distruci tale malore
fortunato sarà chi vivo resta"

E come detto gradualmente l'emergenza cessò, ma per la Garfagnana le sofferenze non finiranno qui... Ad un anno circa dalla fine della tremenda pandemia lo sconvolgente terremoto del settembre 1920 porterà ancora morte e distruzione.


Bibliografia:

  • "Dal fascismo alla resistenza. La Garfagnana fra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi edito Banca dell'identità e della memoria
  • "Il flagello della spagnola" Sanità e grande guerra
  • Testimonianze riportate oralmente

mercoledì 1 novembre 2017

Quando (un simil) Halloween si celebrava anche in Garfagnana. Analogie fra la ricorrenza americana e le antiche tradizioni garfagnine

Alla fine dei conti la colpa è un po' anche nostra se adesso ce la
ritroviamo fra i piedi. Per nostra intendo di noi europei e se si vuole scendere nel particolare anche di noi garfagnini. La tanta vituperata ricorrenza di Halloween che crediamo tipicamente americana, tipicamente americana non lo è, gli americani hanno avuto semplicemente il "merito" di perpetuare nel tempo un'usanza e una tradizione di chiara origine europea, questa infatti era una ricorrenza che i primi emigranti europei si erano portati dietro dal vecchio al nuovo continente, d'altronde questa festa da noi nei secoli ha perso del suo significato pagano e macabro ed è andata presto nel dimenticatoio, assumendo poi un carattere prettamente religioso, in compenso si è sviluppata negli Stati Uniti attraverso un merchadesign e una pubblicità impressionante. Le sue origini sono da ricercarsi nell'Europa precristiana e nelle tradizioni celtiche. Nelle isole britanniche il 31 ottobre segnava la fine dell'estate e tale ricorrenza era chiamata "Samhain", il nome viene dal gaelico e indica precisamente la conclusione della stagione dei raccolti e l'inizio dell'inverno, una stagione dura dove le tenebre prendono il posto della luce ed è proprio in quella notte di passaggio fra due mondi e due modi di vivere che le anime dei morti tornano a vagare sulla terra. Per trovare ancora similitudini e analogie con Halloween non occorre scomodare nemmeno i rudi e rozzi celti se è vero come è vero che la potente e progredita Roma festeggiava i "Parentalia", una tradizione che si celebrava ogni anno in onore dei
Mosaico sulla morte dell'antica Roma
propri defunti. La differenza stava nella data di celebrazione, che cadeva fra le idi di febbraio (il giorno 13) e il 21 febbraio, giorno vero e proprio in cui si omaggiavano pubblicamente i morti (Feralia), in quel giorno c'era l'usanza di "portare" doni ai morti perchè si credeva che in quel periodo le anime dei defunti potessero girare liberamente insieme ai vivi. I doni che venivano portati alle tombe dei propri cari erano diversi: ghirlande di fiori, spighe di grano, un pizzico di sale e pane imbevuto nel vino e viole, semplici offerte forse introdotte da Enea che aveva versato vino e viole sulla tomba del padre Anchise. Erano guai seri se però ci si dimenticava di onorare i defunti; Ovidio narra che una volta quando i romani erano impegnati in una guerra si dimenticarono di questa consuetudine, i morti allora uscirono dalle tombe girovagando per le strade rabbiosamente. Insomma, tutti questi riti sparsi per l'Europa assumevano ovunque il medesimo significato che era quello di accogliere, confortare e placare le anime degli avi defunti, un modo quindi per esorcizzare la paura dell'ignoto e della morte. Figuriamoci che la ricorrenza era talmente radicata fra la gente che Santa Romana Chiesa la volle fare sua, plasmando e modificando tale aberrante significato pagano. Innanzitutto questa costumanza fu spostata di un giorno (il 2 novembre), poichè questa data faceva  riferimento all'evento biblico del diluvio universale, con particolare riferimento a quell'episodio in cui Noè costruì l'arca, che secondo il racconto cadde nel "diciassettesimo giorno del secondo mese" e che corrisponderebbe proprio all'attuale novembre. La Chiesa con ciò volle quindi dare onore a tutte quelle persone che Dio stesso aveva condannato alla morte al fine di scongiurare la paura di nuovi eventi simili. Nell'835 per sradicare ogni culto pagano residuo Papa Gregorio II spostò la festa di "Ognissanti" dal 13 maggio al 1 novembre e nel 998 Padre Odilo, abate di Cluny istituì ufficialmente nel calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti. Ma la Garfagnana in tutto questo che c'entra? Certo che c'entra, anche noi abbiamo dato il nostro contributo a

diffondere queste credenze che nascevano proprio dai quei lontani tempi. Con il passare dei secoli abbiamo amalgamato questo credo in una sorta di leggenda mista a religione che è arrivata fino ai giorni nostri. Testimonianze raccolte ricordano ancora che i morti tornavano silenziosi, rientravano nelle loro case, mangiavano e bevevano e tornavano a dormire nel loro letto, si cibavano sopratutto di mondine (n.d.r: caldarroste), che erano difatti uno dei loro cibi preferiti, le donne garfagnine così le lasciavano pronte per loro sul tavolo da cucina. La castagna si legava a filo doppio con la tradizione dei morti e così ricorre spesso nelle testimonianze orali di quel giorno in cui si rammentava che nelle aie garfagnine si festeggiava e si ballava intorno ad un grande fuoco dove venivano preparate scoppiettanti mondine e tradizione voleva che i partecipanti dovevano tingersi la faccia con il nero della castagne bruciate, tale "travestimento" già nel medioevo era in uso e era credenza che fosse utile per confondersi con le anime dei morti che il giorno dopo sarebbero tornate sulla terra e quel giorno in effetti cominciava molto presto. La messa per la commemorazione dei defunti solitamente veniva celebrata alle 4 della mattina, orario giustificato dal momento che con la luce del sole sarebbero cominciati i lavori nei campi e la raccolta della castagne. I bambini naturalmente erano i primi ad impressionarsi e alzarsi a quel ora  non era affatto facile, allora servivano delle "spintarelle" e un bambino di Sermezzana (Minucciano) di quell'epoca ricorda che i genitori dicevano di buttarsi giù dal letto il prima
possibile, sennò da li a poco sarebbero venuti i morti a tirarlo per i piedi, poi sarebbe toccato ai defunti dormire e riposarsi nuovamente nel proprio letto che avevano abbandonato in vita. Altre leggende e storie di paura garfagnine degne del miglior Stephen King fanno da corollario per il 2 novembre, un episodio forse accaduto a Nicciano (Piazza al Serchio) racconta che dopo la messa dedicata ai morti la gente riprendeva le sue opere e in quel periodo ancora si raccoglievano le castagne e nel tempo che serviva per dire la messa e la raccolta delle castagne stesse non si poteva assolutamente rientrare a casa, perchè era lì, nelle proprie case che i morti venuti dall'aldilà tornavano. Un uomo curioso volle sfidare la sorte per vedere se era vero che i defunti tornassero in vita per tornare nelle loro dimore, decise così di preparare delle mondine e di metterne un piatto sul tavolo, dopodichè si nascose, ad un tratto comparve nella cucina una fitta nebbia, una volta svanita il piatto con le mondine era vuoto... Un'altra testimonianza viene dalle Verrucolette(Minucciano): “Nel giorno dei morti alla mattina io mi alzavo alle 5, chiudevo la finestra, bella ‘stricca’ (stretta) e poi dopo m'alzavo e lasciavo il posto; dicevan così i nostri vecchi,bisognava che i morti tornassero nel loro letto. Allora io alle 5 della mattina m'alzavo, venivo giù in casa, stavo laggiù a fare le mie faccende e con le finestre sempre chiuse per far dormire questi morti. Io ci credevo perchè facevano così il mio babbo, la
mia mamma e i miei nonni mi raccontavano così. Poi ci si preparava, s'andava alla messa,  pigliavo un po’ di fiori nell'orto, li portavamo lassù alla chiesa. Dopo quando il prete aveva detto la messa, la funzione dei morti, la benedizione e tutto, si ritornava a casa. Si veniva a casa a piedi e s'andava tutti insieme, si facevano le mondine, si cantava e si stava lì. Avevamo paura. Avevamo paura perchè c'erano questi morti, allora un po’ si pregava e un po’ si cantava e si stava tutti insieme e così si passava la giornata. Alla sera quando si tornava a letto si aveva un po’ di timore perché i morti erano stati li e non si voleva andare, così si stava in cucina e dopo, a una cert'ora, quando non ci si faceva più s'andava a dormire. Io andavo a letto con la mia mamma e col mio babbo perché avevo paura che questi morti mi venissero addosso”. Fra tutte queste testimonianze ci sono alcune in cui traspare anche affetto e tenerezza, come l'episodio di quella moglie che tutti i 2 di novembre apparecchiava la tavola con la tovaglia bianca e preparava il cibo preferito da suo marito morto: maccheroni, pane, formaggio e vino. 
A tagliare la testa al toro sul fatto delle affinità e delle somiglianza fra Halloween e le tradizioni locali basterebbe leggere una vecchia e ormai sparita usanza garfagnina chiamata "ben dei morti" che si svolgeva non nel giorno dedicato ai cari estinti, ma bensì nella notte fra l'ultimo giorno dell'anno e il primo, le ultime testimonianze risalgono ormai a cavallo fra le due guerre mondiali, quando i bambini andavano di casa in casa a chiedere generi alimentari di ogni tipo: arance, noci, biscotti, castagne secche, a queste donazioni i bambini promettevano di pregare per l'anima dei defunti del gentile benefattore. 

I tempi passano e certe superstizioni e leggende sono belle da ricordare, ognuno è libero di fare e credere ciò che vuole, ma  rimane il fatto che l'unico posto dove rimarranno sempre vivi i nostri cari sarà nel profondo del nostro cuore.


Bibliografia:

  • Umberto Bertolini http://museoimmaginario.net
  • "Usanze, credenze, feste  riti  e folklore in Garfagnana" di Lorenza Rossi, edito Banca dell'identità e della memoria, anno 2004