mercoledì 11 settembre 2019

Storie di razzismo di garfagnini emigrati.

"Data la loro abitudine di trasferirsi nel paese che li ospita nei 
Vignetta america del 1901 ci definiva
"la fogna del mondo"
mesi invernali per poi tornare in patria in autunno, gli immigrati si caratterizzavano per una scarsa volontà di integrarsi nella società locale, fatto confermato dai bassi livelli di acquisizione di cittadinanza e di apprendimento della lingua locale".
Questo stralcio di documento non è preso da un rapporto del Ministero dell'Interno sulle orde di migranti che stanno raggiungendo le nostre coste in questi mesi, ma bensì è una relazione del Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti d'America di inizi 1900, argomento trattato: l'emigrazione italiana...
Si, inutile nascondersi dietro ad un dito, una volta i discriminati razziali eravamo noi, o meglio, i nostri nonni e bisnonni che partiti dalla Garfagnana (e dall'Italia in genere) andavano a cercar fortuna in Paesi pronti ad accoglierli... ma questi Paesi, tanto
pronti non erano.

Prima di leggere testimonianze di garfagnini emigrati discriminati, la cui sola colpa era quella di essere italiano è bene che il mio caro lettore attraverso questo antefatto che andrò a narrare si faccia un'idea del contesto in cui si ritrovavano i nostri avi partiti dalla nostra amena (al tempo non troppo...) valle.
Il razzismo e i pregiudizi sugli italiani è bene chiarirlo subito accompagnavano i nostri compatrioti in tutto il globo, in qualsiasi terra in cui mettessero piede, dalle Americhe all'Australia e in tutto quel periodo storico che va dall'800 fino agli anni '70 del secolo passato. Su di loro pesavano un paio di secoli di stereotipi importati da decine di scrittori, letterati ed esimi professori che si erano recati nel nostro Paese in quello che in quel tempo era conosciuto come il "Grand Tours". "Grazie" dunque, anche a scrittori del calibro di Defoe, Shelley e Twain che fummo nell'immaginario 
Il tedesco Goethe definì l'Italia
"un paradiso popolato da diavoli
popolare d'oltralpe e d'oltreoceano subito marchiati a fuoco. Goethe definì l'Italia "un paradiso abitato da diavoli". Questo marchio fece ben presto il giro del mondo, quindi per gli altri eravamo come i vari scrittori ci avevano visto: sporchi, mendicanti e immorali, ma non era niente al confronto di altri tre preconcetti che costituivano il fardello che ogni singolo emigrante doveva sopportare: 
l'italiano era pericoloso socialmente, l'italiano è violento è un uomo dalla rissa e dal coltello facile, un po' come adesso noi vediamo gli immigrati provenienti dall'est Europa, fattostà che i nostri connazionali erano soprannominati nei paesi anglosassoni "dago", una storpiatura della parola "dagger"(coltello, pugnale). 
L'italiano è un terrorista: sovversivi ed anarchici per natura. Tale "bollo" accompagnò gli italiani sopratutto fra fine ottocento ed 
Luigi Luccherini
l'assasino della principessa Sissi
inizio novecento, sottoponendoli di fatto ad ogni tipo di controllo da parte delle autorità (immaginiamo grosso modo quello che succede oggi agli islamici in Italia), d'altronde ne avevano ben ragione, infatti in quel periodo gli anarchici italiani assassinarono: il presidente francese Sadi Carnot (1894), il primo ministro spagnolo Canovas del Castillo (1897), l'imperatrice Elisabetta d'Austria, la famosa principessa Sissi dei vari film, (1898)e il re d'Italia Umberto I (1900). 
Il terzo ed ultimo motivo ci accompagna ancora oggi...gli italiani sono tutti mafiosi...Fu un periodo quello di grande confusione sociale, l'opinione pubblica (specialmente americana) non riusciva più a distinguere tra minoranza criminale e una maggioranza onesta all'interno della comunità italiana. E' altrettanto innegabile che i bastimenti provenienti da Genova, Napoli e Palermo fecero sbarcare in America i Genovese, i Gambino, i Valachi e i Gotti.
Ma non finiva qui, c'era ancora un pregiudizio più grave nei 
Carlo Gambino uno dei più grossi
mafiosi d'America
confronti degli immigrati nostrali. Un motivo prettamente razziale. Esisteva difatti la convinzione che gli italiani non fossero del tutto bianchi, ma che avessero nelle vene quella che i razzisti americani chiamavano "la goccia negra". Quello che era ancora più grave, era che tutto ciò pareva supportato da un'analisi pseudoscientifica; all'esposizione universale di Buffallo nel 1901 (non alla fiera di Gallicano di settembre, per ben capirsi) venne elaborata una carta delle razze in cui venivano illustrate le diverse gradazioni di purezza biologica, insomma in tutto questo farneticare la razza italiana non era compresa fra quelle bianche, ma in un limbo situato fra i bianchi ed i neri. Tutto ciò farà si che i nostri emigrati furono i più maltrattati fra tutti gli immigrati nel suolo americano. 
Ecco, questo era il quadro che le migliaia di emigranti garfagnini si trovavano davanti e molti si troveranno suo malgrado in
spiacevoli storie di razzismo. La più delicata e fra le più clamorose testimonianze che ho raccolto riguarda Maria (nome inventato), partita dalla nostra valle negli anni 20 del 1900. Insieme al resto della famiglia raggiunse il papà che già era partito anni prima. La famiglia si stabilì in Alabama, la vita se vuoi era molto simile a quella della Garfagnana, l'attività che li prevalentemente si svolgeva era l'agricoltura e lo stile di vita campagnolo si addiceva  alla famiglia. Maria, dunque si invaghì di un giovanotto di colore- così ci racconta un suo parente- e dall'innamoramento a qualcosa di più "consistente" il passo fu breve. Peccato che in Alabama vigeva la legge della "miscegenetions", ovverosia il divieto di  mescolanza di razze fra bianchi e neri. Ci fu un processo che ebbe grossa rilevanza mediatica per il tempo, (il nostro testimone conserva ancora ritagli dei giornali americani del tempo), per farla breve l'uomo di colore riuscì a cavarsela poichè la ragazza con cui aveva avuto la relazione proibita era si americana, ma italiana di origine, dunque per il giudice: "non si poteva assolutamente dedurre che lei fosse bianca". Alla fine di tutto la famiglia garfagnina ritornò in Italia e il padre così disse: "meglio patire la fame che perdere la dignità".

C'è anche chi fu testimone di un fatto storico - razziale nei 
New Orleans la folla inferocita davanti
al carcere
confronti degli italiani. Alberico da Villa Collemandina emigrò negli Stati Uniti con una delle prime e forti ondate migratorie. Arrivò a New York e poi non si sa come raggiunge New Orleans- così racconta un bis- bis nipote-. Proprio in quel periodo a New Orleans fu ucciso il capo della polizia e a quanto pare oltre all'assassino (che era un italiano) furono arrestati altri 250 italiani. Il nostro Alberico che era presente in città in quel periodo si chiuse nella sua stanza d'albergo senza uscire, nè per lavorare, nè per mangiare, era cominciata di fatto una caccia all'italiano. La cronaca poi racconta che 11 di questi italiani furono assolti dal giudice, ma una folla fatta da migliaia di persone prese d'assalto il carcere dove erano ancora custoditi e dopo averli presi in consegna le uccise brutalmente, per molto tempo fu il più grave linciaggio della storia degli Stati Uniti. Alberico riuscì in qualche maniera a fuggire dalla città e raggiungere nuovamente New York, dove poi si stabilì definitivamente.
C'è ancora poi chi ricorda le paghe lavorative, Gianni veniva da
Ellis Island...prima di entrare italiani
negli Stati Uniti
 Castelnuovo e narra delle liste per le opportunità di lavoro sancite dallo stato (sottolineo lo stato) che erano divise per etnia "Bianchi 1,75$, neri 1,50$ e italiani 1,35$". Gli italiani prendevano meno dei neri, perchè si diceva che i neri erano arrivati prima- così racconta Gianni-, inoltre specialmente quando andavo a lavorare negli stati del sud degli Stati Uniti, spesso (dove sapevano chi ero) ero costretto a bere alle solite fontanelle dove bevevano gli uomini di colore.
Ma tutto questo non ci capitò solo nelle lontane Americhe, ma anche nella civile Europa (Germania, Belgio Svizzera) e non nel 1800, ma appena quaranta, cinquant'anni fa. Qui è difficile raccogliere testimonianze, che sicuramente ci sono e sono testimonianze dirette
di chi ha vissuto in prima persona queste brutte esperienze, forse la vergogna di quello che fu attanaglia ancora questi emigranti.

Eppure non fummo solo quello, nonostante le discriminazioni, gli stereotipi e i maltrattamenti, le nostre mani e il nostro lavoro ha fatto grande l'America e L'Europa e se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore,- disse un giorno George David Aiken- troveremmo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno...

Bibliografia:

  • MASSIMILIANO SANVITALE Quando essere Italiani era una colpa: razzismo, oltraggi e violenza contro i nostri immigrati nel mondo
  • Testimonianze orali

mercoledì 14 agosto 2019

Gallicano 1929: una singolare storia di una squadra ciclistica...nata non per correre, ma per soccorrere

Tempi epici quelli di Bartali e Coppi, ciclismo di un'altra epoca,
La squadra ciclistica della Misericrdia
gallicanese davanti alla sede al gran completo
una sfida infinita fra le strade d'Europa. Al tempo la rivalità tra i due campioni era vista come una metafora per la suddivisione politica e sociale del paese, diviso tra movimenti di ispirazione laica, impersonati da Coppi, e d'influenza cattolica, che Bartali rappresentava con la sua devozione e i suoi riti della tradizione popolare. Quegli anni fra il 1940 e il 1950 furono il momento di maggior popolarità del ciclismo italiano, anche se a onor del vero già nei decenni passati l'Italia annoverava nei suoi ranghi ciclisti di tutto rispetto: Girardengo, Binda, Guerra. Era il tempo dell'Italia in bicicletta e qualcuno in Garfagnana seppe andare oltre, oltre all'evento sportivo, oltre alla rivalità, anzi in tal senso fu fatta un operazione che aveva pochi esempi in Italia, dove la bicicletta rappresentava non divisione (seppur sportiva) ma unione, solidarietà e soccorso.

Tutto nacque dalla fulgida mente di un gallicanese, il geometra
Cavalier Luigi Paoli Puccetti detto
"il signorino" creatore della
squadra ciclistica
Luigi Paoli Puccetti, presidente della Misericordia di Gallicano, che in data 8 ottobre 1929  istituì alle dirette dipendenze della Misericordia locale una squadra ciclistica... Una squadra ciclistica direte voi!? Una squadra ciclistica sportiva nata dalle mirabili gesta del famoso Binda? No! Questa squadra non aveva intenti sportivi ma bensì umanitari. Negli anni '20 la bicicletta rappresentava un mezzo veloce nelle impervie stradine dei paesi garfagnini, ancor peggio le dissestate strade non permettevano l'accesso ad eventuali mezzi di soccorso più grandi, ed ecco che il Cavalier Paoli Puccetti pensò di creare una squadra ciclistica ad hoc, nata allo scopo di accorrere prima di tutti nei luoghi del disastro o di infortunio per segnalare e nel caso effettuare i primi soccorsi d'urgenza. La squadra naturalmente aveva bisogno di avere alle sue dipendenze aitanti giovanotti, forti, dalla pedalata veloce, infatti il regolamento prevedeva che la formazione fosse composta da 12 uomini di età compresa dai sedici ai trent'anni. Fra le altre cose si ebbe l'idea che la squadra fosse ben riconoscibile a tutti e quindi bisognava dotarla di una divisa, che era composta da una maglia bianca con l'iscrizione in color nero "Misericordia di Gallicano", calzettoni neri e berretto alla Raffaella (n.d.r: il berretto prendeva il nome dal pittore Raffaello Sanzio: era un largo basco
Raffaello Sanzio
con il classico basco oggi
detto "alla raffaella"
come quello indossato dal pittore nei suoi ritratti), non mancava nemmeno il vessillo, che non era altro che un gagliardetto viola con lo stemma e con anche qui scritto "Squadra ciclistica Misericordia di Gallicano". Ovviamente c'era anche una scala gerarchica ben definita, composta da un capo squadra, un vice capo squadra, un porta gagliardetto, che veniva scelto fra coloro che l'anno precedente avevano accumulato un punteggio maggiore (n.d.r.: esisteva una tabella in cui venivano assegnati dei punteggi in base ai soccorsi fatti e alle presenze),inoltre c'erano due porta cassette, adibiti proprio al trasporto delle cassette di pronto soccorso. Il servizio era presente 24 ore su 24, tutti pronti a salire in sella in un raggio d'azione di mille metri dalla piazza centrale di Gallicano (Piazza Vittorio Emanuele II). Furono molti gli episodi d'intervento che videro questi stoici ragazzotti sempre in prima linea, molti sono i documenti d'intervento che attestano le loro operazioni, salvarono molte vite con il loro pronto soccorso, sopratutto nei luoghi di lavoro, nelle selve, nei campi, dove non arrivava la bicicletta i ciclisti della Misericordia erano pronti a prendersela in spalla e raggiungere l'infortunato. Nei casi più gravi come terremoti e incendi la totale formazione ciclistica con le loro biciclette era tutta mobilitata e tutti indistintamente dovevano compiere il loro dovere. Proprio per questa loro abnegazione, dalla gente di Gallicano erano considerati dei veri e propri angeli, degli eroi su due ruote, la loro presenza
La squadra ciclistica della Misericordia
in mezzo alla gente
in Piazza Vittorio Emanuele a Gallicano
era il fiore all'occhiello delle Misericordia e i ciclisti passavano in parata con le loro biciclette in tutti i raduni regionali delle Misericordie. Le biciclette non erano proprietà della Misericordia ma erano personali, dei ciclisti stessi, che le dovevano mantenere sempre efficienti e ben oliate pronte all'uso, la divisa come già ho detto era di proprietà dell'Associazione e proprio la divisa e lo sviluppo industriale che avanzava sancì la fine della gloriosa squadra ciclistica. Dopo 12 anni di servizio impeccabile il 23 novembre 1941 il plotone fu disciolto. Il consiglio direttivo approvò (dopo una relazione del suo presidente) di adoperare la lana delle maglie per fare indumenti da inviare sul fronte russo ai soldati italiani, ma non solo, il progresso avanzava e le prime auto ambulanze vere e proprie soppiantarono per sempre i valorosi uomini su due ruote.

La locandina della bellissima mostra

Post scriptum: Per chi fosse interessato ad approfondire ancor di più la storia della squadra ciclistica della Misericordia gallicanese, consiglio a tutti di visitare la bellissima mostra allestita nella locale sede dell'attuale Misericordia di Gallicano (situata in Via Serchio). Mostra di foto e cimeli, nata per i 150 anni dell'associazione, organizzata dall'Associazione culturale L'Aringo (di cui faccio orgogliosamente parte).

giovedì 1 agosto 2019

Leggende garfagnine e personaggi storici, un mix tra mito e realtà

Le leggende garfagnine, (ma in genere un po' tutte) nella maggior
parte dei casi sono legate a personaggi di fantasia o a esseri sovrannaturali, oramai questi esseri (come già abbiamo avuto modo di raccontare) come il buffardello,gli streghi, il biscio bimbin e molti altri ancora sono entrati nel nostro immaginario popolare, per ognuno di essi viene raccontata la storia, l'origine e i miti che si sono sviluppati dietro questi personaggi, queste entità hanno influenzato la nostra fantasia facendoci viaggiare in un mondo senza tempo il cui fascino non si è mai spento. 
Gli esperti di antropologia hanno poi sempre sostenuto una correlazione fra leggenda e verità, per spiegare meglio, essi sostengono che in fondo ad ogni leggenda una base di verità esiste sempre, naturalmente il mitico buffardello non è reale, ma con ogni probabilità i danni, le carestie e gli impicci che si credeva che fossero causati da questa creatura, quelli sono veri. Il discorso sarebbe lungo e si vuole anche un po' complesso da affrontare, non basterebbe sicuramente un semplice articolo per essere esaurienti, ma però ad avvalorare ancor di più questa tesi sono le leggende che riguardano i personaggi realmente esistiti, in questo caso personaggi storici che nei secoli passati hanno vissuto o sono passati in Garfagnana. Facciamo allora un viaggio fra questi personaggi che il destino ha voluto ammantare la loro vita di un aurea leggendaria tutta garfagnina.

Annibale

Annibale, come tutti ben sappiamo, fu uno dei più abili condottieri
che la storia abbia mai avuto, riconosciuto come il più grande generale dell'antichità, famoso per le sue vittorie durante la seconda guerra punica, ma sopratutto ancor più famoso quando nel 218 a.C valicò le Alpi con ventiseimila cartaginesi e trentasette elefanti per conquistare Roma. Dopo aver valicato le Alpi, leggenda racconta che arrivò il momento di attraversare gli Appennini con questi mastodontici animali. Ma quale fu il passaggio? In quale punto degli Appennini riuscì a valicare le montagne per poi dirigersi verso Roma? Passò attraverso la Valle del Taro? Oppure scese a Lucca dal passo di Foce a Giovo? Sul nostro Appenino sono molte le località che narrano del passaggio di Annibale, tradizione vuole che ai piedi del versante nord occidentale del Monte Giovo nel tratto di sentiero che conduce alla Boccaia (Castiglione Garfagnana) si trova, in una zona sassosa formata da pietre di origine morenica, il punto in cui i cartaginesi fecero sosta con gli elefanti.

Matilde di Canossa

O meglio conosciuta come la Grancontessa o più correttamente Matilde
Matilde di Canossa
di Toscana, fu contessa, duchessa, marchesa, vicaria imperiale, nonchè vice regina d'Italia. Potente feudataria e ardente sostenitrice del papato, personaggio di primo piano assoluto specialmente in un'epoca (XI secolo) in cui le donne erano considerate di rango inferiore. Si racconta che da donna tanto potente quale fosse, ebbe l'ardire di chiedere il permesso al Papa di poter celebrare messa. Il Santo Padre non voleva naturalmente deluderla e non sapendo come fare ad uscire dall'imbarazzante situazione decise di prendere la cosa un po' per le lunghe e un giorno le disse:- Se farai costruire cento ospizi, allora potrai celebrare messa-. La contessa cominciò subito a darsi da fare, ordinò ai suoi vassalli di costruire ospizi per tutto l'Appennino. Ecco così nascere sia nel versante garfagnino e  sia in quello emiliano questi "hospitali", nati proprio per dare ospitalità (vedi la località di Ospitaletto) ai poveri viandanti. Purtroppo la contessa non potè coronare il suo sogno di celebrare messa, poichè morì dopo aver costruito il novantanovesimo ospizio.

Miglior sorte toccò ad un suo soldato. Si dice che questo soldato cantava benissimo ed allietasse molte delle serate della contessa. Un bel giorno la contessa gli chiese cosa desiderasse per ricompensare i suoi servigi di soldato e di cantante. Il soldato chiese allora delle terre in Garfagnana, la contessa era molto riluttante di fronte a questa richiesta, decise comunque di proporgli un patto e così gli disse:- Se riuscirai a raggiungere una vetta delle Apuane e da li a far sentire la tua voce alla gente e fin dove il tuo canto sarà udito, ti concederò le mie terre- Di buon mattino il soldato salì sulla montagna e cominciò a cantare, la sua voce rimbalzò da valle in valle, la contessa fu così costretta a cedere al soldato tutte le terre fin dove era stato udito il suo canto.

Ludovico Ariosto

Le leggende sull'Ariosto sono molteplici. L'Ariosto fu governatore
estense in Garfagnana per tre anni (1522-1525), la poesia e le odi nella nostra valle se le era dimenticate, il suo compito era combattere le orde di briganti che infestavano le selve.
Infatti un giorno mentre ispezionava con i suoi soldati i boschi delle Apuane settentrionali a caccia di questi ribaldi, i ribaldi stessi lo sorpresero e lo catturarono, lo condussero all'ingresso di una grotta e li lo legarono ad un albero e mentre proprio un brigante lo legava a questo albero, uno dei banditi cominciò a recitare versi del poema dell'Ariosto, storpiandoli a più non posso; il poeta all'udire tale obbrobrio intervenne subito, recitandoli con passione e sentimento, dimostrando così di essere l'autore che aveva composto i magnifici versi. Con stupore ed ammirazione i briganti liberarono il prigioniero e lo invitarono a declamare i versi de "L'Orlando Furioso", tale e tanto fu lo spettacolo che i banditi rilasciarono l'Ariosto con la promessa di non importunarlo mai più.

C'era un tale conosciuto con il soprannome di "Pretaccio". Era un uomo che non badava troppo per il sottile, era un losco faccendiere che commerciava a cavallo dell'Appennino. Aveva ottenuto in promessa sposa una giovane castelnuovese di buona famiglia. A pochi giorni dalla nozze, la ragazza si pentì e fuggì nel convento delle suore a Barga. Lo smacco per il "Pretaccio" fu grande, così si mosse verso Barga con cinquanta uomini per riprendersi la donzella. Detto fatto invase così le proprietà del monastero, dichiarando che non si sarebbe mosso di li finchè la promessa sposa non sarebbe tornata fra le sue braccia. La questione giunse all orecchio di Ludovico Ariosto, attraverso i suoi buoni uffici convinse il "Pretaccio" a desistere e a tornare a Castelnuovo.

I Conti di Gragna e i nobili di Dalli 

I conti di Gragna erano una potente famiglia feudale del XII secolo
da sempre in lotta con i feudi vicini, il suo castello era proprio dove oggi c'è la località di Gragna, vicino Ponteccio (Sillano). Nonostante le liti e le guerre continue con le consorterie vicine i nemici per eccellenza dei conti di Gragna erano i nobili di Dalli. Tra i conti di Gragna e i nobili di Dalli era una continua guerra, fra le più sanguinarie che la Garfagnana ricordi, si racconta di catapulte che lanciavano pietre da Gragna verso Dalli e si racconta di una battaglia epica; si narra che tanto fu il sangue versato che i sassi si tinsero di rosso, l'erba seccò e per anni e anni non crebbe più rigogliosa. Durante queste guerre naturalmente una delle prime cose da fare era proteggere il tesoro della casata e proprio sotto il castello il conte di Gragna aveva fatto costruire un cunicolo, dove si racconta che ancora oggi è sepolto il tesoro, protetto però da un mostruoso serpente.

Il bandito Cesare   

Il bandito Cesare era uno fra i tanti manigoldi che infestava la
Garfagnana in epoca rinascimentale. Questo malfattore non è sicuramente fra i più famosi che la Garfagnana ricordi, ma su di lui la leggenda ha posato i suoi occhi. Anno di grazia 1541, il bandito Cesare era ormai accerchiato dalle guardie, le vie di fuga erano rimaste ben poche, non rimase altro che rifugiarsi nella casa del rettore della chiesa di Vergemoli, insieme ad altri suoi sei compagni. Qui rimase sotto assedio per alcuni giorni, fino al momento in cui le guardie decisero di passare ad un deciso contrattacco. La casa era ormai circondata dalle guardie, le urla dei soldati invitavano i banditi ad uscire, se non fossero usciti le guardie avrebbero appiccato il fuoco alla casa. I briganti non si fecero spaventare e così si affacciarono alle finestre, cominciò un violento scontro a fuoco. La situazione era diventata tragica, al comandante delle guardie non rimase che una soluzione, trattare con i briganti. Se il brigante Cesare si fosse fatto arrestare i suoi compagni sarebbero stati liberi. Così i compagni tradirono Cesare che fu consegnato alle guardie, ma anch'essi a loro volta furono traditi dalle guardie che ben presto le legarono come salami e le condussero nelle prigioni di Barga. Non soddisfatte le guardie misero a fuoco anche la casa del rettore. Ci sono delle sere che quando il vento soffia forte si odono ancora le grida disperate, le parolacce e le maledizioni dei poveri diavoli che furono portati in prigione ed ancora si passa malvolentieri dov'era quella casa, si dice che mani invisibili bussano ancora alle porte in cerca di briganti.

"Cos’è la storia, dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia".
(Jean Cocteau)

mercoledì 5 giugno 2019

Italia- Germania, estate 1944: una partita di calcio fra nazisti e garfagnini in riva al Serchio

"Nonostante la guerra e le distruzioni anche noi ragazzi come quelli
La partita di Natale del 1914
di oggi avevamo i nostri sogni e i nostri eroi, le femminucce avevano come idoli gli attori come Gregory Peck o l'italiano Amedeo Nazzari, per noi bimbetti, i nostri modelli da imitare erano i calciatori, al tempo i Ronaldo,i Messi, non erano neanche nei pensieri della "su mamma", dato che nemmeno la loro mamma era nata... i nostri eroi si chiamavano Piola, Mazzola, Meazza e la squadra più forte di tutte... macchè Juventus !!!...era il Torino!... Ti devo dire di più, in quegli anni (n.d.r: anni 40) il calcio non fu solo passione e divertimento, in quegli anni per noi ragazzi fu un modo di fuggire dalla realtà della guerra, un modo per estraniarsi dalle crudeltà che stavano succedendo in ogni dove...tornare poi a casa e vedere la propria madre
piangere perchè bisognava fuggire da casa, sfollare, andare chissà dove, abbandonare i nonni al loro destino perchè troppo anziani per fuggire, lasciava nel mio cuore un dolore enorme
La mitica rovesciata di Piola
che dimenticavo solamente quando correvo dietro ad un pallone..."

Questa è la storia di Joe Rinaldi, nato in località la Barca vicino a Gallicano, ed emigrato negli Stati Uniti negli anni '50 del '900 e oggi pensionato felice dopo 45 anni di lavoro nella mitica Union Pacific Railroad (ferrovia U.S.A). La storia di questo arzillo novantenne garfagnino mi è arrivata via e-mail dai suoi figli. La storia di Giovanni (oggi Joe), come tante storie di emigranti è interessantissima, si narrano le mille peripezie fatte per farsi una posizione sociale degna di tale nome, si racconta ancora della fame patita prima di trovare un lavoro... ma io leggendo queste vicende non sono rimasto particolarmente attratto da quello che gli era capitato negli States, ma mi interessava molto di più un brano di questa mail dove raccontava della sua grossa passione per il calcio e... "di partite di pallone nella piana di Mologno contro i soldati tedeschi..."
Un'immagine del film
"Fuga per la vittoria
nella foto Ardiles,
Stallone, Pelè, Moore
Come? Mi sono domandato, ho capito bene? Ed ecco ritornarmi alla mente la celeberrima "partita di Natale": 25 dicembre 1914, I guerra mondiale, inglesi e tedeschi uscirono dalle trincee e in un segno di fratellanza  ormai persa cominciarono a giocare a calcio, facendo così tacere i fucili per un giorno e ancora come dimenticarsi il bellissimo film "Fuga per la vittoria", che ha come attori calciatori veri come Pelè, Ardiles e Bobby Moore? La storia fu presa da un fatto realmente accaduto, conosciuto meglio con l'appellativo di "partita della morte", giocata fra ufficiali tedeschi e prigionieri ucraini, ed ecco allora che queste partite nella piana di Mologno hanno stimolato il mio interesse e riportato Joe ai giorni memorabili di quella lontana estate del 1944.

"Eravamo sempre i soliti, io, il Mario, il Beppe, il Luciano e il
La Barca (Gallicano)
luogo di origine di Joe
Franco. La mattina ci sbrigavamo tutti e cinque a fare i lavori nei campi, tagliare il fieno e dare da mangiare alle bestie che avevamo nascosto per non farle trovare ai tedeschi o ai partigiani che sicuramente ce le avrebbero requisite, poi fatto quello che c'era da fare ci davamo appuntamento al fiume...per fare una cosa proibitissima dai nostri genitori...giocare a calcio. La proibizione veniva dal fatto che giocando a pallone c'era il rischio di potersi far male, se mi fossi fatto male chi avrebbe aiutato in tutti i lavori agricoli il babbo? Quanto sarebbe costato ai miei genitori farmi medicare? Per di più con la guerra in atto medicine non se ne trovavano e poi un cosa sarebbe stato farsi male mentre lavoravo o facevo qualcosa di produttivo e un'altra cosa sarebbe stato farselo per il semplice gusto di giocare. Ma la passione che avevamo per il calcio era superiore a qualsiasi pericolo, così in un campetto al di là del fiume fra Vizzano e Mologno inscenavano le nostre partite. Dentro

una buca avevamo nascosto anche il nostro pallone che era una vera e propria meraviglia, era una palla fatta con i "cenci" dismessi di casa, una pezza l'avevo portata io, l'altra il Mario, insomma ognuno aveva contribuito a fare il nostro pallone, fatto di stoffa "appallottolata" e legata insieme con un filo, il tocco in più a fare si che somigliasse ancora di più ad una vera palla l'avevamo dato con il grasso di maiale rubato a casa, si perchè una volta fatta la palla l'avevamo tutta cosparsa con il grasso, in modo che le pezze di stoffa rimanessero rigide, così non si sarebbero sfilacciate; il più era quindi fatto, per cominciare una partita a quel punto bastava poco, infatti la porta era fatta con due bastoni che fungevano da pali e siccome eravamo in dispari uno a turno stava in porta e gli altri quattro facevano la partita due contro due, non vi immaginate il divertimento, la spensieratezza, intorno a me non vedevo le nostre montagne ma vedevo spalti festanti a ogni mio gol, addosso non mi vedevo la pesante
Torino stagione 1943-1944
canottiera, ma mi vedevo la bella maglia granata del Torino. Finito di giocare però si tornava alla dura realtà e il rituale era sempre il solito: un bel bagno rinfrescante nel fiume e poi di corsa a casa zitti, zitti. Un bel giorno durante una di queste partite, il pallone rotolò in una"scarpatella"  arrivando quasi sul greto del fiume, mi apprestai di corsa per recuperare la palla, appena allungai le braccia per afferrarla rimasi di ghiaccio, era stata fermata da un mitra e da un elmetto tedesco, che erano li depositati a terra...alzai gli occhi e vidi un soldato che si stava bagnando i piedi nel fiume, girai lo sguardo e sotto una frasca ce n'erano altri quattro...è la fine pensai! Presi la palla facendo finta di niente e mi incamminai per tornare dai miei amici, appena fatti tre passi una frase in tedesco secca e perentoria mi gelò il sangue
Soldati tedeschi
nelle vene, in men che non si dica i cinque tedeschi si erano già alzati, ricomposti e imbracciato i mitra, nei loro occhi notai la stessa mia paura, io non sapevo le loro intenzioni  e d'altronde nemmeno loro sapevano chi eravamo, mi accompagnarono per quei trenta lunghi metri che mi distanziavano dal campetto e dai miei cinque amici, che appena videro la scena caddero a terra a piangere. I soldati non parlavano una parola di italiano, ma già avevamo capito che volevano comprendere chi eravamo e perchè eravamo li, insomma cercavamo di spiegarci a gesti o come si poteva meglio fare, poi ad un certo punto il Beppe fece un gesto che aprì le porte ad una totale serenità, di colpo prese la palla e con un calcio la tirò verso la porta, dopodichè esultò come facevano i grandi campioni del tempo, da li un tedesco prese la palla e fece cenno ad un mio compagno di andare in porta, in men che non si dica ci ritrovammo cinque contro cinque in un epica partita Italia -Germania.I nazisti si levarono il pesante giaccone, si misero in canottiera, l'altra porta la fecero loro, al posto dei pali avevamo messo due elmetti, la partita cominciò , noi eravamo un po' titubanti, ma man mano che i minuti passavano non esistevano più tedeschi, americani, francesi o
Foto tratte da La partita del Natale 1914
qualsivoglia soldato, ci stavamo divertendo tutti e dieci come dei matti, quei soldati poi in fin dei conti erano poco più grandi di noi, loro avranno avuto una ventina di anni, noi quattordici, quindici e sedici anni. Alla fine dell'incontro (che purtroppo perdemmo) ci salutammo con pacche sulle spalle e ognuno tornò da dove era venuto. Qualche giorno dopo si ripresentò l'occasione di tornare a giocare a calcio e ci trovammo con i miei compagni di gioco al solito posto, arrivati al campetto con grande sorpresa ritrovammo i soliti soldati che ci stavano aspettando per giocare, uno di loro batteva il dito indice sul polso ad indicare che eravamo in ritardo, ben presto tirammo fuori la palla di cencio e via un'altra partita, loro però giocavano con gli scarponi e noi con gli "scappini" (n.d.r:zoccoletti di legno)e in effetti la cosa era impari, da una parte loro con gli scarponi ci pestavano senza volerlo i piedi e dall'altra il loro portiere giocava con l'elmetto, perchè quando si calciava il pallone spesso partiva lo zoccolo, per farla breve trovammo l'accordo, si giocava tutti a piedi nudi. Era

molto bello perchè il calcio aveva buttato giù la barriera che idealmente ci divideva, anzi il gioco ci aveva uniti in una vera amicizia. Questi soldati da quel poco che si capiva venivano da Gallicano e anche loro scappavano per giocare a calcio, mentre noi fuggivamo all'insaputa dei nostri genitori, essi da quella del loro comandante, questo ci rendeva ancora di più amici e complici. Non mi ricordo quanti giorni durarono queste partite, sicuramente qualche settimana, ricordo ancora che a ogni partita c'era in palio un premio che loro portavano, quando una cioccolata, quando un pezzo di pane, quando qualche scatoletta... ma alla fine che si vincesse o si perdesse il premio ci veniva sempre lasciato... Un brutto pomeriggio tutto cambiò. La partita che stavamo giocando insieme agli amici tedeschi era in pieno svolgimento, ad un tratto dalle piante che davano verso Mologno ecco una decina di nazisti con a capo un comandante... non ti dico le urla  di questo comandante che inveiva contro i nostri amici; il piccolo plotone prese a calci le porte, gli elmetti e i giacconi dei giocatori tedeschi, noi eravamo impietriti ... che succederà?... una raffica di mitra ci fece scappare come il vento... un soldato aveva sparato in aria proprio con l'intento farci fuggire. Quel giorno li finirono per sempre gli incontri internazionali fra Italia e Germania. Un bieco ufficiale tedesco aveva interrotto per sempre un bella amicizia...da grande poi sono riuscito a capire ancor di più l'intervento di quel plotone in quel maledetto giorno, la spietata logica della guerra aveva i suoi perchè, fraternizzare con "il
Il monumento che ricorda la mitica partita
di quel lontano Natale 1914
nemico" avrebbe voluto dire avere pietà, comprensione e questo non era permesso dalle leggi non scritte della guerra. Nei giorni seguenti tornammo al campo, la palla era sparita, non so che fine abbia fatto, sperai solo che un nostro amico tedesco l'abbia portata via come ricordo. Quello che  mi rimase di quella lunga estate fu il gesto di quei cinque soldati, un atto di libertà, di unione che solo lo sport in ogni sua forma ha sempre trasmesso e voluto insegnare".



  •  Special thanks to Joe for his beautiful testimony (june 2019 Maine, U.S.A)

mercoledì 29 maggio 2019

Leonardo Da Vinci...la Garfagnana e la Valle del Serchio in due mappe

Certo, adesso è facile fare una carta geografica, tecniche come
Mappa di Leonardo con
rappresentata Barga
e la Pania
l'aerofotogrammetria consentono attraverso gli aerei una serie di scatti fotografici sul suolo terrestre, permettendo così una fedele riproduzione di coste, montagne e fiumi, altra pratica più precisa è il telerilevamento, che si effettua con l'uso dei satelliti che ruotano intorno alla Terra, in questo caso si usano radiazioni infrarosse; in entrambi i casi tutti i dati rilevati vengono trasmessi alle stazione di ricezione, qui grazie ai computer questi dati vengono elaborati... Ma una volta? Una volta non esistevano nè aerei, nè satelliti... e allora i primi cartografi riportavano sulla carta la posizione dei luoghi in base alle stime dei viaggiatori, oppure si facevano un'idea del territorio salendo sui campanili o sulle colline, le distanze venivano misurate in passi o in giorni di navigazione, insomma tutto veniva fatto "a naso", nell'antichità nessuno pretendeva la massima precisione di una costa o di una città, ma veniva considerato rilevante avere punti di riferimento ben visibili, così una mappa poteva avere dimensioni completamente sballate, ma magari c'erano evidenziati i promontori, dei fari o dei boschi, naturalmente poi c'era una base per così dire scientifica, per la lunghezza e la distanza ci si basava sula misura delle ombre e su principi trigonometrici. A queste tecniche si affidò anche Leonardo Da Vinci, si perchè Leonardo non fu "solo" architetto, pittore, scultore, anatomista,

botanico, ingegnere e progettista, fu anche cartografo. Da questo punto di vista Da Vinci è poco conosciuto e pensare che due delle sue carte geografiche rappresentano la Valle del Serchio e la Garfagnana... Leonardo iniziò la sua attività di cartografo dopo aver studiato la geometria di Euclide, introdusse anche qui tecniche cartografiche all'avanguardia, delle soluzioni del tutto innovative, sopratutto nella rappresentazione del territorio, anticipando l'idea della tridimensionalità. Da genio che era, era altrettanto consapevole che riportare una superficie sferica su una piatta non poteva avvenire senza errori con gli strumenti che aveva a disposizione, allora per rimediare a ciò e rendere a queste carte quel tocco di artistico ricorse alla tecnica dello sfumo a grafite  per rendere ben visibili i dislivelli delle montagne: "il lumeggiamento delle masse montuose", così come le chiamava lui. I suoi primi incarichi da cartografo li ebbe da Cesare Borgia che lo nominò suo "architecto e ingegnero generale", nel 1502 realizzò per il duca una carta con "i lochi et fortezze" conquistate. Dei servigi leonardeschi ne usufruiranno anche i Medici nella persona di Giuliano, che a Leonardo farà richieste analoghe, ed ecco allora entrare in scena la Garfagnana e la Valle del Serchio, infatti (come detto) esistono due mappe commissionate proprio dall'illustre famiglia fiorentina, sono carte rispettivamente del 1503 e del 1504, disegnate per mano di Leonardo, una di queste oggi è denominata RL 12685: in questa si risale il
Rl 12685 Barga cerchiata in rosso
ben visibile la Pania
corso del fiume Serchio e fra le altre cittadine segnalate si può ben notare  Barga, sullo sfondo e alle sue spalle si può osservare bene la Pania e le Rocchette di Vergemoli(disegnate perfettamente), nell'altra catalogata con riferimento Madrid II 
n° 12277 del Codice Atlantico, indica anche qui il Serchio che attraversa i comuni di Coreglia, Gallicano, Barga, Molazzana, Castelnuovo, San Romano, Camporgiano e Piazza al Serchio, da notare anche in questa la precisione di tutti i rilievi montuosi (la Pania è qui chiamata con il suo antico nome: Pietra Pana), perfino gli alberi sono disegnati, i laghi, i corsi dei fiumi e sempre a proposito di fiumi questa mappa fu creata con l'intento di studiare il territorio per realizzare un singolare e bellicoso progetto...come si può vedere Lucca è messa in bella evidenza, infatti il proponimento dei Medici era di deviare il corso del Serchio per inondare la città e farne conquista. Ma tutto questo tesoro
Madrid II N 12277 CODICE ATLANTICO
 dov'è conservato? Agli Uffizi? Nei musei Vaticani? Nei musei reali di Torino? Niente affatto, i disegni sono di proprietà personale di sua maestà la Regina Elisabetta II d'Inghilterra e sono custoditi presso la Royal Windsor Library. Sono proprio nel castello reale di Windsor, dove esiste una collezione di 600 carte geografiche, comprese le due carte "garfagnine", oltre a queste ci sono mappe sul Valdarno, sull'Italia del nord, sulla Toscana occidentale, sulle paludi pontine, in più una vista della Valdichiana. Rimane comunque il fatto che parte del nostro patrimonio artistico è (purtroppo) sparso in tutto il mondo e le vicende di queste mappe leonardesche(come al solito) fanno parte di quelle vicende poco note del perchè siano sparite dal loro "suolo natio". Nel tempo ci sono stati vari passaggi di mano. Si comincia proprio dalla morte di Leonardo (quest'anno ricorrono i 500 anni della sua scomparsa), dopo la sua morte i disegni entrarono in possesso del suo allievo Francesco Melzi che le conservò con sè fino al 1570, anno della sua dipartita , dopodichè passarono nelle mani dello scultore Pompeo Leoni che le acquistò dal figlio di Melzi, qui le mappe

vedono per l'ultima volta la propria patria e nel 1630 non si sa
Il castello reale di Windsor
dove sono conservate le mappe
come (ecco qui il mistero) arrivarono in Inghilterra come patrimonio di 
Thomas Howard conte di Arundel, da li il passo fu breve e in men che non si dica entrarono a far parte del prestigiosissimo patrimonio dei Windsor.
Non rimane altro che la magra consolazione di pensare che dalla mano e quindi dalla penna del più grande genio dell'umanità siano usciti  i nomi dei nostri paesi e che forse, non si sa mai, nei suoi viaggi non sia capitato almeno una volta nella nostra valle...Chissà... 

mercoledì 22 maggio 2019

Prima di Greta Thunberg... Giovanni Pascoli, ambientalista "Ante litteram"

Prima di Greta Thunberg, Al Gore, Chico Mendes e Erin Brockovich
c'era lui, Giovanni Pascoli... Tutti questi, qui sopra citati sono persone che hanno dato tanto per l'ambiente e sopratutto hanno dato il buon esempio, dimostrando che, il nostro pianeta lo dobbiamo proteggere sempre, e che i risultati prima o poi arrivano. Prima di tutti l'aveva capito Giovanni Pascoli, il primo ambientalista "ante litteram", da molti definito "il poeta contadino", amante della natura che nei suoi versi aveva uno spirito ecologista al di sopra di tutti. I riferimenti ideali nella testa del poeta erano Virgilio ed Orazio, veri poeti contadini che vivevano del loro lavoro, d'altronde la scelta di vivere in piena campagna a Castelvecchio rientrava proprio in questa ottica, si evidenziava ancor di più il rifiuto della città, vista come il male in persona, ad esempio nella poesia "L'Ora di Barga" si parla del ragno, del grano, del vento, tutti elementi naturali che aveva davanti e che una caotica città non poteva mai manifestare come in ambienti simili a quello della Valle del Serchio. I suoi migliori amici erano i contadini del luogo e quando qualche emigrante rientrava dalle Americhe per ricomprarsi la
terra da coltivare, da lui era visto come un nuovo eroe, colui che dava nuova vita e che invertiva il processo dell'abbandono delle campagne. Pochi infatti vedono il Pascoli da questo punto di vita, nessuno pensa a lui come un naturalista, ma come abbiamo visto la sua vita e la sua poesia non lasciano spazio a dubbi. Un contatto stretto con la natura lo possiamo trovare in moltissime sue poesie, dove le sue parole erano sempre ispirate da un volo di un passero, un cipresso, dal verso di un uccello notturno, da un lampo improvviso ed è proprio da questi versi che si possono trarre grandi insegnamenti, ed ecco allora che nel 1906 venne pubblicato "Odi e Inni" e nella poesia "Il Serchio", a margine di questa il poeta scrisse una nota davvero degna di essere letta, che ci ricorda due cose importanti, di quanto la
La poesia originale "Il Serchio"
natura si dia aiuto reciproco (al contrario dell'uomo) e di quanto siano importanti gli alberi, si perchè anche un secolo fa uno dei problemi era il selvaggio disboscamento e il Pascoli questo scrisse: "Gli alberi e le acque si amano e si aiutano con fraterna vicenda: gli alberi proteggono le acque, le acque alimentano gli alberi... L'Italia deve rivestire i suoi monti già spogliati dalla spensierata ingordigia dei possessori, se vuol da per tutto ciò che, per provvidenza, per disinteresse, per virtù dei maggiori, è qui in Val di Serchio"

La tomba di Merlino
un merlo dall'ala rotta
Non da meno fu il suo rapporto con gli animali, in loro trovava un amore disinteressato, di chi non vuole niente in cambio ed è anche per questo che possiamo considerare Giovanni Pascoli un antesignano animalista, non solo quindi un naturalista nel senso stretto del termine, ma un naturalista a tutto tondo, pronto ad amare e rispettare tutto quello che Madre Natura ha creato. Essere animalisti a quel tempo era ancora più difficile e se si vuole anche bizzarro, l'animale era considerato agli inizi del secolo scorso poco o niente, aveva un ruolo marginale nei sentimenti delle persone, l'animale "vero" era quello da lavoro e quello che si poteva mangiare, non così per il Pascoli, in lui trovavano amore e protezione e se invece Darwin in essi trovava l'espressione di sentimenti simili a quelli dell'uomo, il Pascoli ne coglieva una chiave poetica. Allora ecco che in casa Pascoli fu un susseguirsi di uccellini, tortone, merli, caprette, cani, alcuni di questi riposano nella loro piccola tomba nel giardino della casa del poeta a Castelvecchio; e sempre a proposito di animali e dell'intimo rapporto fra uomo e bestia rimarrà nella memoria di tutti la cavalla storna che trainava il calesse fino a casa, con sopra suo padre Ruggero assassinato. Nessuno vorrà dire chi è stato l'omicida, ma quando la madre del poeta ne fa il nome alla cavalla, lei emette un nitrito, un nitrito da brivido e di dolore disperato:
In piedi il padre di Giovanni,
 Ruggero Pascoli con la famiglia

"Chi fu? Chi è? 
Ti voglio dire un nome
E tu fa un cenno Dio t'insegni come...
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... sonò alto un nitrito".

Illuminante e d'ispirazione a questo articolo fu una pubblicazione di Matteo Cavezzali di qualche tempo fa su "Il Fatto Quotidiano", è sottolineato bene il fatto dell'importanza delle parole, di quanto le parole, specialmente quando si parla di natura debbano essere precise, perchè la natura non si inventa, la natura è natura perchè è così come è, e Giovanni allora rimprovera i colleghi poeti di averla maltrattata e trascurata, come può essere che nella poesia "San Martino" di Carducci la nebbia sia agli irti colli? La nebbia quando pioviggina non sale, ma scende! E il mare urla e biancheggia con il libeccio, non con il maestrale. Anche Giacomo Leopardi è caduto nella trappola, ne "Il sabato del Villaggio" si parla di rose e viole, ma le rose e le viole sbocciano in diversi periodi dell'anno, non si possono trovare rose e viole insieme. Con questo il Pascoli ci faceva capire che la natura non ha bisogno di essere forzata per rientrare in un ideale poetico, anzi questo la

rende goffa e irreale... Basta guardare e descrivere le cose come sono, perchè sono molto più affascinanti di come possiamo immaginarle noi, che in confronto alla Natura, siamo solo piccoli uomini...



Bibliografia

  • "Greta Thunberg, prima di lei era Giovanni Pascoli a lottare per l'ambiente" di Matteo Cavezzali "Il Fatto Quotidiano" 21 aprile 2019

mercoledì 15 maggio 2019

La Via Del Volto Santo: la sua storia, i suoi "ospitali" e il suo percorso medievale

"Nell'anno del signore 1215, il giorno 3 di Maggio, io Barna del fu

foto tratta da Trekking.it
Johannes de Neri, faccio testamento e parto. Questa volta non per un viaggio di affari, ma in pellegrinaggio al fine di ottenere il perdono dei peccati e sperare che il mio unico figlio, Maffeo, che viene con me e ha dodici anni, possa guarire del tutto. Ho salutato mia moglie Ludovica lasciandola alle cure di mio fratello Lapo e di mia cognata Maria. Alla mia penna d'oca e a questi fogli di pergamena affido il racconto del mio viaggio. Ho nel cuore la speranza di attraversare la terra di Garfagnana seguendo il corso del fiume Serchio e arrivare alla città di Lucca, nella cattedrale di San Martino, davanti al Volto Santo. Non ho mai percorso questa strada tra le montagne, meno battuta rispetto alla via di Monte Bardone; dicono sia più faticosa per i dislivelli. L'ho scelta per questo: perchè il nostro andare ci avvicini, passo dopo passo, a Dio".Questo è l'inizio di uno stupendo diario romanzato che gli alunni dell'istituto comprensivo di Camporgiano e la professoressa Lucia Giovannetti hanno scritto per far riscoprire, comprendere e coinvolgere maggiormente il lettore su quello che rappresentava la Via del Volto Santo, le speranze dei pellegrini, far conoscere la vita di quel tempo e le tappe di questa medievale via. Cominciamo con il dire che i luoghi principe del pellegrinaggio medievale erano tre: il Santo Sepolcro in Gerusalemme, le tombe
Santiago de Compostela
degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e in Galizia e per precisione a Santiago di Compostela la tomba di San Giacomo. Insieme a queste mete tradizionali 
 e imprescindibili (e meglio conosciute con il nome di "peregrinationes majores"), per i cristiani del tempo esistevano anche delle "stationes minori", dei pellegrinaggi più brevi per capirsi, e offrivano a tutti coloro che non erano in grado di fare viaggi così lunghi e faticosi delle esperienze devozionali non meno sentite e partecipate. Fra queste "stationes minori" c'era proprio la Via del Volto Santo, che non era altro che un ramo della ben più famosa Via Francigena (o via Romea) che collegava la Francia con Roma "Caput Mundi" (per approfondimenti 
http://paolomarzi.blogspot.com/le-antiche-strade-html), questo ramo passava dalla Lunigiana, attraversava la Garfagnana e arrivava a Lucca nella cattedrale di San Martino al cospetto del Volto Santo, statua lignea che la tradizione definisce "un'immagine acheropita"(non vi spaventate...vedremo dopo cosa significa), ma perchè direte voi questi poveri pellegrini invece di intraprendere la difficoltosa via delle montagne non si incamminavano sul ramo della Francigena che portava alla più agevole strada che passava dal mare? Si vede che qui i pericoli erano maggiori, a quel tempo la zona marittima era infestata da feroci pirati e per di più c'era il costante pericolo di contrarre malattie malariche, quindi si preferiva dirigersi fra le impervie montagne. Il cammino cominciava da
il percorso del Volto Santo
Pontremoli, una volta lasciata Pontremoli il pellegrino 
saliva ad Arzengio, da lì proseguiva per Ceretoli. Poi arrivava a Dobbiana (Filattiera) alla chiesa di San Giovanni Battista. Poi proseguiva per Serravalle, e si scendeva nel Bagnonese. Proprio dalla pieve di Sorano si fa iniziare la "Via del Volto Santo" che attraversa la Lunigiana toccava la pieve di Santa Maria di VeneliaLicciana Nardi, la Pieve di Soliera ApuanaFivizzanola Pieve di OffianoRegnano, San Nicolao di Tea. Un ramo di strada proveniente dalla bassa Lunigiana toccava invece la Pieve dei Santi Cornelio e Cipriano a Codiponte. Ecco poi che si entrava in Garfagnana, la prima meta era la Pieve di San Lorenzo (Minucciano)Minucciano, Piazza al Serchio. Il percorso toccava poi San Donnino, Camporgiano, Castelnuovo, Gallicano, superava il Ponte del

San Michele (Piazza al Serchio) 
Diavolo, Borgo a Mozzano e poi si immetteva definitivamente per l'antica via romana, 
toccava i paesi di Diecimo, Valdottavo, Sesto di Moriano per arrivare a Lucca. Il tracciato aveva una lunghezza di circa 149 chilometri. Consideriamo poi che il pellegrinaggio era molto diffuso e non tutti "pellegrinavano" per il solito motivo, infatti c'erano due tipi di pellegrinaggio, esisteva quello cosiddetto devozionale che aveva il suo scopo nel chiedere grazia al Signore, mentre l'altro era un pellegrinaggio di tipo penitenziale, ed era originato da una forma di dura condanna per una colpa molto grave che il pellegrino stesso aveva commesso, così in questo modo si auto condannava a vagabondare in continuazione per terre sconosciute e chiedere colpa dei propri peccati a Dio. Comunque sia questi devoti avevano tutti dei segni e delle caratteristiche che facevano si che venissero sempre riconosciuti, cosicchè portavano
Un pellegrino medievale
con sè il "bordone", ovverosia il bastone, vestivano con una "schiavina", soprabito lungo e ruvido e a tracolla avevano una bisaccia in pelle, dove all'interno erano custoditi soldi e cibo, segno inconfondibile era poi "la pazienza", un cordone messo in vita come quello dei frati e così messi si incamminavo nella grazia di Dio, ma esposti a pericoli di ogni sorta. A dare man forte a questi fedeli c'erano gli "ospitali", disseminati per tutte quelle strade che portavano verso i luoghi religiosi. Gli "ospitali" nel medioevo erano un posto destinato ad offrire ospitalità a chi ne avesse bisogno, in particolar modo proprio ai pellegrini che non avevano soldi per pagarsi un letto in una locanda, quasi sempre erano collocati al di fuori delle mura dei borghi, per permettere ai viaggiatori di trovare un giaciglio, anche se fossero arrivati a tarda sera, quando le porte dei paesi erano già chiuse. Erano istituzioni gestite da religiosi, quasi sempre adiacenti a una chiesa o a un monastero e vivevano di elemosine o di lasciti di cittadini, non erano certo un hotel a cinque stelle, anzi, generalmente offrivano un letto, spesso un pagliericcio in "cameroni" comuni e in qualche caso una minestra calda, in ogni modo erano fondamentali per il percorso che affrontava il pellegrino. In

Garfagnana ce n'erano molti e alcuni di questi erano proprio lungo la Via del Volto Santo, ma non vi furono solo "ospitali", nei pressi dei guadi dei fiumi o sui valichi garfagnini furono erette torri con stanze che accoglievano i viaggiatori, queste gestite però da guide a pagamento, di queste torri non c'è quasi più alcun segno è invece rimasto segno di questi "ospitali", come quello della Sambuca, qui sorgeva un monastero di suore che ospitava i viandanti, dall'altra sponda a Camporgiano c'è una chiesa dedicata a San Jacopo e che in antichità aveva anch'essa uno "spedale", unito a quello di San Pellegrino, poi arriviamo a Castelnuovo dove sul colle San Nicolao vicino all'attuale ospedale c'era proprio "un'ospitale", scendendo verso valle si arriva a Gallicano, qui si hanno notizie di un ennesimo "ospitale" adiacente alla chiesa di Santa Lucia, che dava alloggio ai viaggiatori per un solo giorno, tanta era l'affluenza di persone. Tutto questo peregrinare (mai vocabolo fu più azzeccato)come abbiamo visto, aveva come obiettivo finale il
Santa Lucia Gallicano
adiacente a questo
chiesa c'era un'ospitale
crocefisso del Volto Santo, collocato dentro la cattedrale di San Martino a Lucca. Ma perchè tutta questa venerazione millenaria per un crocefisso di legno? Tutto sta nella parola "acheropita", cioè fatto da mano non umana, ma bensì divina. Si crede infatti che tale opera sia stata scolpita da Nicodemo (citato nel vangelo di Giovanni). Nicodemo non era proprio uno scultore provetto e così si attentò nello scolpire nel legno la figura di Gesù, a quanto pare stanco dalla fatica si addormentò, lasciando da scolpire solo la testa, al suo risveglio il crocefisso era completato, gli angeli nella notte avevano lavorato per lui rappresentando su legno quello che sarebbe il vero volto di Cristo. Fra varie vicissitudini il manufatto arrivò a Lucca, che da quel giorno è venerato da tutti i lucchesi e non. La festa di Santa Croce si svolge il 13 settembre e per secoli i paesi e i villaggi che erano assoggettati a Lucca venivano obbligati a inviare rappresentanti in quel giorno di festa, i trasgressori avrebbero pagato con multe salatissime, si arrivava anche al pignoramento dei
Volto Santo nella
cattedrale di San Martino
beni. Nessuno a Lucca quel giorno poteva essere incarcerato e si concedeva amnistia per i reati minori. Anche il Sommo Poeta, Dante Alighieri nella "Divina Commedia" arrivò a citare il Volto Santo, gettando all'inferno tale Martin Bottaio anziano magistrato lucchese, che nel cercar salvezza dalla pece ardente invocò l'aiuto dell'immagine sacra, i demoni gli risposero che la pece dell'inferno non era come le fresche acque del Serchio a cui era abituato e di darsi pace che..."Qui non ha loco il Volto Santo"...   




Bibliografia

  • "Un viaggio nel medioevo lungo la Via del Volto Santo" Istituto comprensivo di Camporgiano Autori: Misia Casotti, Matteo Conti, Nicole Conti, Mauro Grandini, Alessia Lartini, Valerio Lorenzetti, Veronica Pardini, Francesco Pedri, Jarno Rocchiccioli, Monia Talani. Insegnante: Lucia Giovannetti
  • "Storia delle tappe in Garfagnana. La Garfagnana e la Via del Volto Santo" di Andrea Giannasi