mercoledì 15 maggio 2019

La Via Del Volto Santo: la sua storia, i suoi "ospitali" e il suo percorso medievale

"Nell'anno del signore 1215, il giorno 3 di Maggio, io Barna del fu

foto tratta da Trekking.it
Johannes de Neri, faccio testamento e parto. Questa volta non per un viaggio di affari, ma in pellegrinaggio al fine di ottenere il perdono dei peccati e sperare che il mio unico figlio, Maffeo, che viene con me e ha dodici anni, possa guarire del tutto. Ho salutato mia moglie Ludovica lasciandola alle cure di mio fratello Lapo e di mia cognata Maria. Alla mia penna d'oca e a questi fogli di pergamena affido il racconto del mio viaggio. Ho nel cuore la speranza di attraversare la terra di Garfagnana seguendo il corso del fiume Serchio e arrivare alla città di Lucca, nella cattedrale di San Martino, davanti al Volto Santo. Non ho mai percorso questa strada tra le montagne, meno battuta rispetto alla via di Monte Bardone; dicono sia più faticosa per i dislivelli. L'ho scelta per questo: perchè il nostro andare ci avvicini, passo dopo passo, a Dio".Questo è l'inizio di uno stupendo diario romanzato che gli alunni dell'istituto comprensivo di Camporgiano e la professoressa Lucia Giovannetti hanno scritto per far riscoprire, comprendere e coinvolgere maggiormente il lettore su quello che rappresentava la Via del Volto Santo, le speranze dei pellegrini, far conoscere la vita di quel tempo e le tappe di questa medievale via. Cominciamo con il dire che i luoghi principe del pellegrinaggio medievale erano tre: il Santo Sepolcro in Gerusalemme, le tombe
Santiago de Compostela
degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e in Galizia e per precisione a Santiago di Compostela la tomba di San Giacomo. Insieme a queste mete tradizionali 
 e imprescindibili (e meglio conosciute con il nome di "peregrinationes majores"), per i cristiani del tempo esistevano anche delle "stationes minori", dei pellegrinaggi più brevi per capirsi, e offrivano a tutti coloro che non erano in grado di fare viaggi così lunghi e faticosi delle esperienze devozionali non meno sentite e partecipate. Fra queste "stationes minori" c'era proprio la Via del Volto Santo, che non era altro che un ramo della ben più famosa Via Francigena (o via Romea) che collegava la Francia con Roma "Caput Mundi" (per approfondimenti 
http://paolomarzi.blogspot.com/le-antiche-strade-html), questo ramo passava dalla Lunigiana, attraversava la Garfagnana e arrivava a Lucca nella cattedrale di San Martino al cospetto del Volto Santo, statua lignea che la tradizione definisce "un'immagine acheropita"(non vi spaventate...vedremo dopo cosa significa), ma perchè direte voi questi poveri pellegrini invece di intraprendere la difficoltosa via delle montagne non si incamminavano sul ramo della Francigena che portava alla più agevole strada che passava dal mare? Si vede che qui i pericoli erano maggiori, a quel tempo la zona marittima era infestata da feroci pirati e per di più c'era il costante pericolo di contrarre malattie malariche, quindi si preferiva dirigersi fra le impervie montagne. Il cammino cominciava da
il percorso del Volto Santo
Pontremoli, una volta lasciata Pontremoli il pellegrino 
saliva ad Arzengio, da lì proseguiva per Ceretoli. Poi arrivava a Dobbiana (Filattiera) alla chiesa di San Giovanni Battista. Poi proseguiva per Serravalle, e si scendeva nel Bagnonese. Proprio dalla pieve di Sorano si fa iniziare la "Via del Volto Santo" che attraversa la Lunigiana toccava la pieve di Santa Maria di VeneliaLicciana Nardi, la Pieve di Soliera ApuanaFivizzanola Pieve di OffianoRegnano, San Nicolao di Tea. Un ramo di strada proveniente dalla bassa Lunigiana toccava invece la Pieve dei Santi Cornelio e Cipriano a Codiponte. Ecco poi che si entrava in Garfagnana, la prima meta era la Pieve di San Lorenzo (Minucciano)Minucciano, Piazza al Serchio. Il percorso toccava poi San Donnino, Camporgiano, Castelnuovo, Gallicano, superava il Ponte del

San Michele (Piazza al Serchio) 
Diavolo, Borgo a Mozzano e poi si immetteva definitivamente per l'antica via romana, 
toccava i paesi di Diecimo, Valdottavo, Sesto di Moriano per arrivare a Lucca. Il tracciato aveva una lunghezza di circa 149 chilometri. Consideriamo poi che il pellegrinaggio era molto diffuso e non tutti "pellegrinavano" per il solito motivo, infatti c'erano due tipi di pellegrinaggio, esisteva quello cosiddetto devozionale che aveva il suo scopo nel chiedere grazia al Signore, mentre l'altro era un pellegrinaggio di tipo penitenziale, ed era originato da una forma di dura condanna per una colpa molto grave che il pellegrino stesso aveva commesso, così in questo modo si auto condannava a vagabondare in continuazione per terre sconosciute e chiedere colpa dei propri peccati a Dio. Comunque sia questi devoti avevano tutti dei segni e delle caratteristiche che facevano si che venissero sempre riconosciuti, cosicchè portavano
Un pellegrino medievale
con sè il "bordone", ovverosia il bastone, vestivano con una "schiavina", soprabito lungo e ruvido e a tracolla avevano una bisaccia in pelle, dove all'interno erano custoditi soldi e cibo, segno inconfondibile era poi "la pazienza", un cordone messo in vita come quello dei frati e così messi si incamminavo nella grazia di Dio, ma esposti a pericoli di ogni sorta. A dare man forte a questi fedeli c'erano gli "ospitali", disseminati per tutte quelle strade che portavano verso i luoghi religiosi. Gli "ospitali" nel medioevo erano un posto destinato ad offrire ospitalità a chi ne avesse bisogno, in particolar modo proprio ai pellegrini che non avevano soldi per pagarsi un letto in una locanda, quasi sempre erano collocati al di fuori delle mura dei borghi, per permettere ai viaggiatori di trovare un giaciglio, anche se fossero arrivati a tarda sera, quando le porte dei paesi erano già chiuse. Erano istituzioni gestite da religiosi, quasi sempre adiacenti a una chiesa o a un monastero e vivevano di elemosine o di lasciti di cittadini, non erano certo un hotel a cinque stelle, anzi, generalmente offrivano un letto, spesso un pagliericcio in "cameroni" comuni e in qualche caso una minestra calda, in ogni modo erano fondamentali per il percorso che affrontava il pellegrino. In

Garfagnana ce n'erano molti e alcuni di questi erano proprio lungo la Via del Volto Santo, ma non vi furono solo "ospitali", nei pressi dei guadi dei fiumi o sui valichi garfagnini furono erette torri con stanze che accoglievano i viaggiatori, queste gestite però da guide a pagamento, di queste torri non c'è quasi più alcun segno è invece rimasto segno di questi "ospitali", come quello della Sambuca, qui sorgeva un monastero di suore che ospitava i viandanti, dall'altra sponda a Camporgiano c'è una chiesa dedicata a San Jacopo e che in antichità aveva anch'essa uno "spedale", unito a quello di San Pellegrino, poi arriviamo a Castelnuovo dove sul colle San Nicolao vicino all'attuale ospedale c'era proprio "un'ospitale", scendendo verso valle si arriva a Gallicano, qui si hanno notizie di un ennesimo "ospitale" adiacente alla chiesa di Santa Lucia, che dava alloggio ai viaggiatori per un solo giorno, tanta era l'affluenza di persone. Tutto questo peregrinare (mai vocabolo fu più azzeccato)come abbiamo visto, aveva come obiettivo finale il
Santa Lucia Gallicano
adiacente a questo
chiesa c'era un'ospitale
crocefisso del Volto Santo, collocato dentro la cattedrale di San Martino a Lucca. Ma perchè tutta questa venerazione millenaria per un crocefisso di legno? Tutto sta nella parola "acheropita", cioè fatto da mano non umana, ma bensì divina. Si crede infatti che tale opera sia stata scolpita da Nicodemo (citato nel vangelo di Giovanni). Nicodemo non era proprio uno scultore provetto e così si attentò nello scolpire nel legno la figura di Gesù, a quanto pare stanco dalla fatica si addormentò, lasciando da scolpire solo la testa, al suo risveglio il crocefisso era completato, gli angeli nella notte avevano lavorato per lui rappresentando su legno quello che sarebbe il vero volto di Cristo. Fra varie vicissitudini il manufatto arrivò a Lucca, che da quel giorno è venerato da tutti i lucchesi e non. La festa di Santa Croce si svolge il 13 settembre e per secoli i paesi e i villaggi che erano assoggettati a Lucca venivano obbligati a inviare rappresentanti in quel giorno di festa, i trasgressori avrebbero pagato con multe salatissime, si arrivava anche al pignoramento dei
Volto Santo nella
cattedrale di San Martino
beni. Nessuno a Lucca quel giorno poteva essere incarcerato e si concedeva amnistia per i reati minori. Anche il Sommo Poeta, Dante Alighieri nella "Divina Commedia" arrivò a citare il Volto Santo, gettando all'inferno tale Martin Bottaio anziano magistrato lucchese, che nel cercar salvezza dalla pece ardente invocò l'aiuto dell'immagine sacra, i demoni gli risposero che la pece dell'inferno non era come le fresche acque del Serchio a cui era abituato e di darsi pace che..."Qui non ha loco il Volto Santo"...   




Bibliografia

  • "Un viaggio nel medioevo lungo la Via del Volto Santo" Istituto comprensivo di Camporgiano Autori: Misia Casotti, Matteo Conti, Nicole Conti, Mauro Grandini, Alessia Lartini, Valerio Lorenzetti, Veronica Pardini, Francesco Pedri, Jarno Rocchiccioli, Monia Talani. Insegnante: Lucia Giovannetti
  • "Storia delle tappe in Garfagnana. La Garfagnana e la Via del Volto Santo" di Andrea Giannasi 

mercoledì 1 maggio 2019

L'arte del banchetto rinascimentale. Ecco come si svolgeva in Garfagnana

Non crediamo che questa moda del mangiar bene, delle cene faraoniche
Banchetto reale di Sanchez Coello
e dispendiose, del mangiare con regole precise e prefissate sia "roba" moderna... No, no miei cari vi sbagliate. L'arte del convivio a tavola risale a circa 500 anni fa in pieno Rinascimento e in confronto agli usi culinari odierni non vi è paragone in quanto a fastosità e abbondanza e per di più non crediamo che al tempo tutto questo fosse ad esclusivo appannaggio delle rinomate città rinascimentali... No, no, tali usanze erano consolidate anche nelle più remote zone italiche, bastava che vi fosse un signorotto locale e sicuramente non sarebbe mancato per le occasioni speciali un banchetto degno di tale nome. L'eccezione unica e fondamentale facendo un raffronto contemporaneo è che bene o male oggi un individuo con una modesta posizione sociale,qualcosa sotto i denti lo mette, al tempo era un po' più dura, gozzovigliavano solo i notabili locali. Questa regola valeva anche per la Garfagnana, la maggior parte delle persone era umile e povera, a fatica nel lontano XVI secolo riusciva a mettere insieme pranzo e cena e quando in una famiglia non mangiava il genitore,
Il cibo dei poveri
mangiava il figlio e viceversa; buona parte del sostentamento arrivava comunque dalla terra, i poveri garfagnini (quelli che potevano mantenersi) facevano molto uso di verdure, legumi e pochissima carne, quelli che non potevano mantenersi si recavano alla modesta mensa cosiddetta "dei bisognosi", dove la scodella della minestra aveva una croce per ricordare agli sventurati che il loro cibo era frutto della bontà di Dio. Niente a confronto di quello che passava per la tavola dei governatori garfagnini in quel di Castelnuovo, l'unico che a quanto pare fu parsimonioso nel suo viver già di per sè morigerato fu l'Ariosto, i suoi predecessori o i suoi successori quando c'era da banchettare non si tiravano sicuramente indietro, anche perchè l'arte del "banchetto rinascimentale" prende corpo e si diffonde nel nord Italia proprio alla corte estense, proprio la medesima corte che per secoli fra vicende alterne governerà in quasi tutta la Garfagnana. Ercole I d'Este quando sposò Eleonora d'Aragona principiò questa sfarzosità, che raggiunse poi i massimi livelli di raffinatezza nel periodo compreso tra il regno di Ercole II (dotto in alimenti) e quello di Alfonso II, non parliamo poi del
Ercole II d'Este
dotto in alimenti
Cardinal Ippolito d'Este (figlio proprio di Ercole I), in un banchetto luculliano mangiò talmente tanti gamberoni che lo portarono all'indigestione e di li alla morte. Insomma, per farla breve tutti i governatori garfagnini venivano già improntati da Ferrara con questa arte nel proprio D.N.A e in effetti al tempo era considerata una vera e propria arte che univa il gusto dello spettacolo e della musica atta ad intrattenere gli ospiti, a quello della tavola, in poche parole era un vero e proprio status symbol che per mezzo dell'ostentazione della tavola imbandita, esaltava la grandezza del signore o del regnante di turno e in sostanza, quando il popolino in Garfagnana faceva la fame, all'interno delle fortezze estensi garfagnine (e non solo in quelle), nelle ricorrenze importanti, si metteva in atto un cerimoniale e un protocollo che nessuno avrebbe mai detto...

Tutto era contornato da vari personaggi con compiti ben precisi, che facevano si che un banchetto risultasse degno del proprio signore.
Rappresentazione del trinciante
C'era lo "scalco" che decideva il menù insieme al cuoco, decideva anche i posti a sedere, infatti non è che ci si metteva a sedere a caso in tavola, il governatore (in questo caso) sedeva con gli ospiti di maggiore riguardo a un tavolo posto su una pedana, in modo che tutti potessero ammirarlo, occupava questo posto dominante rispetto agli altri, al centro, se la tavola era a ferro di cavallo, a capotavola se era rettangolare, certe volte (ma non si è mai letto di questo in Garfagnana) a questi banchetti poteva anche presenziare un pubblico di sudditi (a presenziare... non a mangiare!), rimane il fatto che lo scalco era poi anche l'economo e l'impresario teatrale che organizzava gli spettacoli ed era talmente importante questa figura da essere spesso un nobile a rappresentarla. C'era poi il "bottigliere", decideva quale vino si addicesse al pasto, era anche il proprietario della cantina, a ruota del bottigliere ecco il "coppiere", colui che mesceva il vino. Altra figura importantissima era il "trinciante", questo personaggio tagliava e disossava la
Il coppiere
carne, dando agli ospiti più importanti i pezzi migliori, aveva inoltre la mansione di tagliare tutto ciò che passava in tavola (pesci,frutta e quant'altro), in pratica erano considerati dei veri  artisti, dovevano affettare le vivande senza appoggiarle su nessun piano. Addetto alla credenza non poteva che essere il "credenziere", era incaricato a impiattare e a condire il cibo. Ultimi in ordine di importanza (ma di fondamentale presenza) erano i paggi, gli odierni camerieri.

Esisteva poi tutta una parte che riguardava l'intrattenimento, il giullare o per intendersi il buffone di corte era quello che riscuoteva più successo, era inventore di burle, narratore di novelle e sonetti irriverenti. Fra una portata e un'altra c'era anche chi declamava o recitava pezzi di opere o intere poesie; alla corte estense si esibirono pezzi da novanta come lo stesso Ariosto, Pietro l'Aretino o Ruzante, il tutto era sempre accompagnato dalla musica e dai canti che interrompevano la lunghissima successione di portate.
Ma cosa consisteva tutto questo ben di Dio? Cosa si mangiava in queste speciali occasioni? Bisogna fare subito una differenza fra un banchetto che si svolgeva direttamente alla corte estense e un banchetto che si svolgeva in Garfagnana alla corte del governatore o dei signori locali. Cominciamo con il dire che l'intrattenimento "garfagnino" era fatto sopratutto dai giullari e dalla musica, nessuno (a quanto pare) declamava poesie, l'arte poetica al tempo non attecchiva in Garfagnana... Variava anche il menù,
Il giullare
naturalmente nemmeno nella nostra valle non si badava a spese, tant'è che le portate erano talmente tante che i commensali non ce la facevano ad assaggiarle tutte. Venivano offerte vivande arricchite da ingredienti costosi (pensare che una noce moscata costava quanto sei mucche) e mentre prima a Ferrara e poi a Modena (capitali estensi) si potevano gustare le prelibatezze più esclusive e uniche, in Garfagnana ci si doveva "accontentare" di quello che si poteva recepire o da quello che si trovava in zona, qualcosa difatti veniva importato da oltre Appennino, ben poco però, perchè si rischiava che con il lungo viaggio le cibarie andassero alla malora. La cacciagione invece era locale, tant'è vero che un banchetto rinascimentale "garfagnino" consisteva in particolar modo in un'abbuffata di carne, vero emblema di potere, la carne era considerata roba da ricchi. Figurarsi che alla corte estense era già arrivata la pasta, già si mangiavano i maccheroni o una sorta di gnocco, nonchè tagliolini o minestre di riso, ma in Garfagnana no, si mangiava "la ciccia", ma non solo: frittate, lumache e funghi,

che dire poi di "una bona torta fatta di fegadetti di pollo", le frattaglie al tempo erano una vera leccornia, era poi molto in voga l'utilizzo di umidi e guazzetti vari, oltre ad un ampio uso del latte e dei suoi derivati: burro e formaggi. Le carni erano di ogni sorta e tipo: vitello, suino, 
capretto, 
pollame e cacciagione varia. Specialità erano gli arrosti di maiale con zucca in agrodolce e funghi porcini nostrali alle pere selvatiche (nella convinzione del tempo che le pere fossero un antidoto per eventuali funghi velenosi). Una curiosità dell'epoca dice che gli arrosti prima di essere messi allo spiedo venivano bolliti nell'acqua per ammorbidirli, perchè usava uccidere animali vecchi, non più abili al lavoro nei campi. Particolarmente apprezzate erano poi le teste di vitello, manzo e capretto delle quali veniva mangiato tutto, occhi compresi. Il "trinciante" qui aveva un particolare compito di tagliare la carne in pezzi non più grandi di un dito, la carne era dura e la maggior parte degli invitati aveva denti in pessime condizioni... Molto apprezzati erano anche i dolci, sopratutto le confetture, erano accompagnate da vino speziato. 
Sul banchettare Cristoforo di Messiburgo, cuoco di punta presso gli
Cristoforo da Messiburgo
famoso cuoco estense
Estensi scrisse un importante libro di ricette, pubblicato postumo nel 1549: "Banchetti, composizione di vivande e apparecchio generale". Con una frase rese lampante l'idea di quella che fu l'arte di un banchetto rinascimentale: "...una festa magnifica, tutta ombra, sogno, chimera, finzione, metafora e allegoria"...e allora, buon appetito a tutti!!!



Bibliografia

  • "Libro novo nel qual si insegna a far d'ogni sorte di vivanda" di Cristoforo Messiburgo, anno 1557 
  • "Rinascimento alimentare italiano" appunti storici
  • "Storia della cucina rinascimentale" autori vari, edizioni Belpasso, 1927  

mercoledì 17 aprile 2019

Geografia che passione ! I "più" e i "meno" della geografia garfagnina

Quando eravamo piccoli erano le prima cose che imparavamo quando si
studiava geografia. Si, proprio in quel tempo lontanissimo quando frequentavamo le scuole elementari si scopriva subito che il monte più alto del mondo era l'Everest e che quell'altitudine e di conseguenza quei numeretti che indicavano tanta magnificenza non ce li saremo più dimenticati: 8.848 metri...così come apprendevamo che il Monte Bianco era il più alto d'Europa e che con i suoi 4.810 metri si divideva fra Francia e Italia, e anche che il Po era il fiume più lungo d'Italia, un percorso lungo 652 km. Queste, come tante altre, erano le nozioni basilari per la conoscenza della nostra bella Italia in particolare e del mondo in generale. Ora sinceramente lo studio della geografia mi sembra cambiato nelle scuole elementari e medie (ops...mi sbagliavo...adesso si chiamano primarie e secondarie di primo grado...) si studiano più che altro le zone climatiche, l'ambiente e le economie globali, tutte argomentazioni importanti e valide per l'amor di Dio, tralasciando però in parte la conoscenza del territorio. Conoscere il territorio significa conoscere il posto dove si abita: i suoi paesi, le sue città, le sue montagne, i fiumi, tutte queste cose ci fanno partecipi del mondo in cui viviamo, adesso sinceramente non mi sembra così... Conosciamo poco la nostra Italia, la nostra regione e conosciamo ancora di meno (in questo
Cartina Geografica della Garfagnana 1570
senso) la nostra Garfagnana. Ed ecco allora che questo articolo ha la presunzione e la sfacciataggine di dare a tutti gli ignari, proprio quelle nozioni essenziali per conoscere il luogo in cui viviamo; notizie curiose e divertenti se si vuole, sui più e i sui meno geografici della Garfagnana, una sorta di Guiness dei primati nostrale, nulla di che, ma forse queste righe saranno utili per aver una maggiore conoscenza del territorio in cui si vive.

Allora facciamo proprio come si fa a scuola e vediamo subito che la Garfagnana ha una popolazione fatta da 29.688 persone, (tutti insieme si starebbe dentro uno stadio di calcio medio piccolo), siamo su una superficie di 670 mila km2 circa e abbiamo una densità di popolazione pari a 54 abitanti per km2. Il comune che conta più abitanti di tutti è Castelnuovo Garfagnana, 5936 unità (dati
Busdagno(Gallicano) la frazione con meno
abitanti della Garfagnana
(foto Daniele Saisi)

I.S.T.A.T 2017), mentre il meno abitato è il comune di Careggine con 549 cittadini. Naturalmente al comune più abitato non corrisponde il comune più esteso, perchè infatti il più esteso è il comune di Sillano-Giuncugnano 62,15 km2 (19 abitanti per km2 !!!) mentre il più "piccolino" è il comune di Fosciandora 19,82 km2, per una densità di popolazione pari a 31 abitanti per km2. La cittadina più abitata è Castelnuovo Garfagnana, mentre la frazione con meno residenti è Busdagno(comune di Gallicano) ben 7 abitanti.
Adesso vediamo le altezze e scopriamo che il comune garfagnino più alto è quello di Careggine, il capoluogo è a 882 metri s.l.m, mentre il più basso è Gallicano 186 metri s.l.m. Invece il monte più alto (non solo della Garfagnana ma di tutta la Toscana) è il monte Prado 2.054 m, si trova nel comune di Sillano-Giuncugnano sul versante dell'Appenino tosco-emiliano, mentre il Pisanino (1946 m) è la vetta più alta del comprensorio Apuano. Come non parlare poi del nostro
Il monte Prado
fiume, il Serchio? Il Serchio è il terzo fiume per lunghezza della Toscana (111 km) e il secondo per portata media alla foce, dopo il fiume non potevamo mancare i laghi. I principali laghi garfagnini sono sei: Vagli (il più grande bacino artificiale della Toscana), Pontecosi, Gramolazzo, Villa Collemandina, Vicaglia, Isola Santa e Trombacco (Fabbriche di Vergemoli) e tutti sono laghi artificiali e sempre a proposito di acque il bacino idrografico del Serchio risulta essere al 6° posto in Italia come pluviometrica, si va dai 3109 mm annui di pioggia a Orto di Donna (comune di Minucciano) per arrivare ai 2632 mm annui di Fornovolasco (Fabbriche di Vergemoli), in parole quando fa un po' di sole non lamentiamoci... Comunque sia nonostante le piogge il turismo non manca (anche se si potrebbe fare di più e meglio), il comune con più presenze di turisti nel 2018 è Castelnuovo, seguito poi da Castiglione Garfagnana (dati emessi
lago di Gramolazzo
dalla provincia di Lucca in attesa di conferma ISTAT)e per viaggiare ci vogliono i soldi, allora guardiamo chi si può permettere più giorni di vacanze fra i garfagnini; il più ricco comune secondo dati del 2016 è sempre Castelnuovo con 19.158 euro pro capite, mentre il più "povero" è Careggine, 12.939 euro, q
uesto almeno secondo la classifica dei redditi elaborata dalla start up di studi economici Twig, sulla base dei dati sugli imponibili pubblicati dal dipartimento delle Finanze.
Dopo tutti questi numeri e dati mi direte voi...ma la geografia con la storia che c'entra? Il geografo egiziano Tolomeo (II secolo a.C) disse
Fornovolasco una delle zone
 più piovose d'Italia
che 
"la geografia è l’occhio della storia". Questo motto fu ripreso molti secoli dopo nel proemio del primo atlante moderno, il Theatrum Orbis Terrarum (1570) del cartografo olandese Abraham Ortelius. Secondo gli umanisti la geografia serve per conoscere e memorizzare la storia, per collocare nello spazio le imprese degli antichi...e (aggiungo io) per saper vivere al meglio la nostra terra.


Bibliografia

  • Dati Istat dal 2011 al 2018
  • Dati Start Up di studi economici Twig

mercoledì 3 aprile 2019

25 anni fa: quando per l'ultima volta dal lago di Vagli riemerse "il paese fantasma"

Sono già passati venticinque anni... Passato un quarto di secolo già
Fabbriche di Careggine 1994

tutto entra in quella parte di storia che è denominata "memoria storica", che dice che è arrivato il momento di ricordare un fatto e un avvenimento alle generazioni future. Infatti per senso comune affermiamo che una generazione dura in media 25 anni ed è a queste che va fatto conoscere l'evento turistico più grande che sia mai esistito in Garfagnana, che portò nella valle un milione di persone in soli cinque mesi, arrivarono perfino troupe della C.N.N e giornalisti anche dall'Australia. Tanto per rendere bene l'idea dei numeri e delle proporzioni pensiamo che il Giardino di Boboli a Firenze in un anno fa 710 mila visitatori e sempre in un anno il meraviglioso museo egizio di Torino ne fa più o meno mezzo milione, figuratevi voi quello che fu in Garfagnana da quel giugno fino a quell'ottobre del 1994, quando fu svuotato il lago di Vagli e riemerse dalle acque l'antico paese di Fabbriche di Careggine, il cosiddetto "paese sommerso"
Rifacciamo quindi un po' di storia di questo antico borgo per i
Com'era Fabbriche
 di Careggine
pochi che ancora la ignorano. Il "paese fantasma" fu fondato intorno al 1270. Al tempo era un paese di fabbri ferrai provenienti da Brescia che lavoravano il ferro estratto dal Monte Tambura. L'attività era fiorente tanto che nel 1700 era considerato uno dei centri di maggior lavorazione del ferro di tutto il Ducato di Modena, alla fine del medesimo secolo cambiarono però le vie di comunicazione e il paese rimase fuori dalle rotte commerciali, presto la lavorazione del ferro perse importanza e la gente si cominciò a dedicare alla pastorizia e all'agricoltura. La vita intanto trascorreva tranquilla e solo all'inizio del novecento fu costruita la prima piccola diga sul torrente Edron per produrre solamente l'energia necessaria alla lavorazione del marmo delle vicine cave. I
nsomma fra alti e bassi il paese andava avanti finchè non arrivarono i giorni che suo malgrado lo resero nella memoria di tutti immortale. Tutto iniziò nel 1941 quando la società Selt–Valdarno, oggi chiamata Enel, sbarrò il corso del fiume Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico. Tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri di altezza), 34 milioni di metri cubi d'acqua sommersero per sempre l'antico paese. Quando venne sommerso Fabbriche di Careggine contava 31 case popolate da
La diga di Vagli
146 abitanti, un cimitero, un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro risalente al 1590. I 146 abitanti che a malincuore lasciarono le loro case furono trasferiti nel vicino paese di Vagli di Sotto, oppure in altre paesi della valle. Il lago di Vagli venne poi svuotato quattro volte per manutenzione necessaria, rispettivamente nel 1958, nel 1974, nel 1983 e nel fatidico 1994. Era infatti la lunga estate del'94, fu un estate caldissima quella, ricordo un caldo soffocante quel giorno che si decise insieme ai miei amici di andare a visitare il "paese fantasma". Partimmo da casa e già sopra Castelnuovo Garfagnana il traffico era intenso. Per raggiungere Vagli abitualmente da casa mia bastano quaranta minuti, ma quel giorno mi ci vollero ben due ore, ne valse la pena però. Arrivammo nei pressi della diga, la macchina fu posteggiata in qualche maniera, di li cominciammo a camminare percorremmo parecchia strada sotto un sole martellante, si scese così i rapidi pendii delle sponde dello svuotato lago e finalmente quando alzai gli occhi rimasi esterrefatto, vidi uno straordinario monumento di fango in mezzo ad un paesaggio lunare,

quasi irreale, mi sembrò di vivere qualcosa di fantascientifico, solo fango solidificato, intorno era privo di qualsiasi forma di vegetazione e in tutto questo opprimente catino nemmeno un alito di vento. Un vero miraggio, un paese in mezzo al deserto, le case prive di tetto, ancora in piedi invece era la cupola della chiesa e il suo campanile, unico punto quello dove esisteva un po' di ombra e poi ancora si vedeva la struttura del vecchio cimitero e questa immagine come in viaggio a ritroso nel tempo mi fece immaginare come poteva essere la vita quando il paese era ancora esistente: vedevo boschi lussureggianti, il torrente Edron che scorreva allegro nelle vicinanze del borgo e perchè no, in lontananza potevo ancora udire il picchiare dei martelli dei fabbri sopra le incudini , o sennò ecco la vecchietta che con i fiori sta
andando verso il cimitero e il prete adesso che si appresta a suonare le campane... d'un tratto tornai alla realtà, ed ecco che fui catapultato nuovamente in questa specie di girone dantesco...
La poesia di questi ricordi a venticinque anni di distanza lascia il posto a una domanda: a quando un nuovo svuotamento del lago? La domanda è di difficile risposta e a riportare tutti i garfagnini con i piedi per terra ci pensò nel 2010 l'ingegner Coletta, responsabile dei bacini idroelettrici della Garfagnana dell'Unità di business Enel Bologna che così disse:Nei nostri piani  non è in programma alcun svuotamento in quanto tale operazione viene fatta solo se richiesta da motivi di sicurezza o per sostituire qualche pezzo meccanico. Il lago di Vagli, il più grande della Toscana, è sicuro e nel 1994 sono stati inseriti pezzi meccanici in acciaio inossidabile nei punti chiave della diga, quindi al momento non è necessario da parte nostra alcun intervento. Lo svuotamento di un bacino grande come quello di Vagli (oltre 30 milioni di metri cubi d'acqua), inserito in un complesso sistema a cascata che collega tutti gli invasi artificiali della
Garfagnana, non è un'operazione semplice e la motivazione del richiamo turistico non è certo prioritaria-. Ad oggi forse la situazione sarà cambiata, non lo so, ma quello che è certo che esiste una leggenda che dice che nei periodi che il lago viene svuotato e il paese riemerge, gli antichi abitanti facciano ritorno nelle proprie case...




Bibliografia

  • Il Tirreno "Il lago di Vagli non sarà svuotato", 26 agosto 2010, Luca Dini

mercoledì 27 marzo 2019

Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei...Come si vestivano i garfagnini una volta

C'erano una volta toppe e rammendi. Ora al primo segno di cedimento
In Garfagnana nel giorno di festa
(o al primo cambio di moda), il capo d'abbigliamento finisce nella spazzatura. Non è cosa da poco se si pensa che fra le industrie più inquinanti quella tessile scala posizioni fino ad arrivare al secondo posto, dietro al petrolio. Insomma l'abbigliamento ieri come oggi influenza molto il nostro modo di vivere, in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Gli studiosi del comportamento umano hanno elaborato una tesi che dice che il nostro cervello (che lo si voglia o no) impiega circa 10 secondi per valutare una persona "nuova" e giudicarla per come si presenta, per le sue espressioni e da come si veste, tutto questo senza che l'individuo che abbiamo davanti non abbia ancora aperto bocca. Un noto proverbio infatti dice che "l'abito non fa il monaco", per dire poi che non bisogna fermarsi alla sola apparenza, ma a dire il vero nei secoli passati certi abbigliamenti erano distintivi di classi sociali ben separate. Adesso il discorso è cambiato e grazie al benessere ci siamo un po' tutti omologati, ma una volta era diverso, ciascun capo d'abbigliamento aveva  un significato culturale e sociale, in esso si condensavano alcune funzioni tramandate ed evolute nel tempo. All'epoca era netta la distinzione fra il signore e il contadino, un

abito definiva chiaramente il mestiere che svolgeva e tutto era ben distinto e specificava lo status sociale e civile della persona. Questo era ben chiaro in Garfagnana, la cultura contadina, il lavoro della terra e la povertà segnava anche sotto questo punto di vista. Documentazioni sul vestiario nella Valle del Serchio ce ne sono molte già a partire dal medioevo, ma naturalmente le più comprovanti sono quelle di inizio 1900, dato che la memoria dei nostri nonni e anche la fotografia ci può aiutare molto. Tutto questo ci è stato tramandato e ci dice che le garfagnine anche se portavano abiti di foggia complicata, non avevano nessuna pretesa di eleganza, la praticità e la comodità di muoversi ed agire nei campi, quella doveva essere la miglior caratteristica. L'uomo invece di solito possedeva due abiti che venivano usati finchè non si rendevano inservibili, anzi, rattoppati in qualche maniera passavano di padre in figlio, proprio come un eredità necessaria. C'era dunque l'abito che si usava tutti i giorni e quello delle grandi occasioni, di stoffa un po' più pregiata che veniva usato per le feste o per andare alla messa. Naturalmente la povertà agli inizi del secolo scorso la faceva da padrona in Garfagnana, nonostante che il nuovo secolo avesse portato innovazioni tecnologiche e sociali, dalle nostre parti eravamo ancora indietro molti anni rispetto al Paese, quindi la famiglia
Raccolta della canapa
patriarcale del tempo doveva trovare sostentamento nella natura (non nelle nuove ed emergenti industrie)  perfino la materia utile per confezionare stoffe e vestiti. Difatti nella nostra zona crescevano rigogliosamente lino e canapa che fornivano fibre molto resistenti che le donne con pazienza e dedizione filavano nei telai, ma non solo i vegetali fornivano sostentamento per il vestirsi, anche gli animali davano il loro contributo, le pecore infatti oltre al formaggio davano lana in abbondanza. Ma scendiamo adesso un po' più nel particolare e svisceriamo quello che era l'abito femminile tipico, innanzitutto cominciamo con il dire che non esistevano i colori (sia per uomini che per donne), niente rosso, giallo, verde, ma dei semplici e austeri colori neutri: grigio, nero, bianco, per il resto la vestizione consisteva in un lungo vestito che si componeva di vari pezzi: la sottana lunga  fino alle caviglie e larga, sopra di essa di ugual misura un grembiule multiuso che serviva per non sporcare il "sottanone" e per "cogliere", per raccogliere "gli erbi boni" (n.d.r: erbe di campo), le verdure dell'orto e sopratutto le

castagne, completava il vestito un corpetto piuttosto aderente dalle grandi e larghe maniche che si restringevano al di sotto del gomito, unica vezzosità concessa (per alcune)un corto gilè. D'inverno sopra  il vestito il classico scialle, ampio, fatto in modo che coprisse la maggior parte del corpo, per molte garfagnine era usanza portare un fazzoletto di panno più o meno pesante sulla testa. Altro discorso era per le cosiddette "signore", le donne benestanti del paese. Le ricche signore indossavano vestiti che più o meno riproducevano lo stesso modello, i vestiti però erano ornati con più gusto e raffinatezza, spesso ricamati con merletti e trine, un ruolo importante lo conferivano gli accessori: i guanti di pelle finissima in inverno, mentre per l'estate erano traforati, il capo era adornato con un capello con veletta che arrivava fino al mento, non mancava la borsetta e l'ombrellino per ripararsi dal sole. In barba a tutta questa
eleganza le contadine invece spesso stavano a piedi nudi o con gli "scappini", rudimentali zoccoletti artigianali di legno, molte donne dell'epoca testimoniano che era talmente l'abitudine (nella buona stagione) di andare scalze che questi "scappini" venivano indossati solo quando andavano in paese.

L'abbigliamento maschile generalmente consisteva in una camicia
bianca di tela su cui veniva indossato un gilè senza maniche abbottonato davanti, portavano calzoni di panno grossolano di color nero larghi e lunghi, avevano giacche corte di fustagno o velluto e per copricapo il classico cappello a tesa stretta. I signorotti indossavano vestiti che si componevano di pantaloni lunghi, giacca abbottonata in alto con tre o quattro bottoni accompagnata dal gilè su cui spiccava la catena dell'orologio da taschino, sotto la giacca naturalmente era d'obbligo la camicia bianca di seta o di cotone e per coronare il tutto un bel cappello in stile homburg. 
Ma dentro questi abiti c'erano sopratutto uomini, e le loro azioni, a loro non importava apparire, non davano peso all'aspetto, quello che contava per quelle persone erano solo fatti e parole...


mercoledì 13 marzo 2019

Cucina, tradizione, storia e segreti: la "minestrella" ricetta gallicanese

Le chiamiamo con disprezzo "erbacce", ma forse tanto erbacce non
La minestrella
sono...La storia su questo parla chiaro. Figuriamoci che per millenni le erbe selvatiche sono state la risorsa alimentare primaria per le popolazioni preistoriche che sapientemente sapevano sfruttare tutte le proprietà di queste erbe. In modo scaltro l'uomo antico osservando gli animali riuscì ad individuare tutte quelle erbe che potevano essere utilizzate per la propria alimentazione, e mentre l'uomo (inteso come maschio) era dedito alla caccia, alla donna era affidata la raccolta delle erbe. Ed è così, che prima oralmente e poi per scritto abbiamo imparato a sfruttare a scopo terapeutico ed alimentare le erbe che Madre Natura ci offre. Infatti le prime testimonianze scritte dell'uso delle erbe selvatiche in cucina ce lo da nel I secolo d.C Lucio Giunio Moderato Columella (il Carlo Cracco di duemila anni fa), autore del "De re rustica", che nella sua Roma antica mescola erbe tritate di campo con formaggio cremoso, creando di fatto una sorta di frittata, non da meno è Apicio che qualche
il "De re rustica"
secolo dopo (IV secolo) raccoglie una serie di ricette sull'utilizzo delle "aròmate". Nel medioevo l'uso delle erbe si affinò e si andarono a cercare "erbe forestiere": cortecce, radici, fiori e bacche costosissime, che venivano dal lontano oriente. Alla fine del 1400 però ci fu un ritorno alle tradizioni, si iniziò un lungo percorso di riduzione dell'uso delle spezie che vennero sostituite con erbe aromatiche spontanee locali, via allora quei sapori speziati, forti, artificiosi, si riscoprirono le erbe nostrali dai sapori netti e precisi. Il Mastro cuoco Martino da Como utilizzò in molte ricette il succo di erbe, sminuzzando, pestando e passando erbe, come prezzemolo, borraggine, maggiorana e menta. Giacomo da Castelvetro nel 1614 invece offrì a tutti gli appassionati della cucina con le erbe il "Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l'erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia che si mangiano" e ricordò che "gl'italaini mangino più erbaggi e frutti che carne". Anche la Garfagnana rientrava nel novero di quest'ultima considerazione, sicuramente non per motivi di gusto o di scelta prettamente culinaria, ma per ovvia necessità... Un paese su tutti però seppe trarre maestria nell'uso delle erbe di campo, questo paese è Gallicano che con la sua "minestrella" riuscì a sfamare una comunità intera. D'altronde è proprio questo il periodo (così mi dicono le esperte massaie gallicanesi) della raccolta delle erbe per questo prelibato piatto, nato povero ma oggi fra i piatti più ricercati e apprezzati della cucina toscana. Questa è una ricetta particolare che fonde tradizione, storia e segreti;
Gallicano

una ricetta riscontrabile solo a Gallicano e da nessuna altra parte. Il piatto ha una storia ultracentenaria, nata dai contadini che purtroppo non avevano grandi poderi da coltivare, per di più gli uomini partivano per andare a fare i carbonai in Corsica, sarebbero ritornati molto tempo dopo, e alle donne non rimaneva che farsi carico dell'intera famiglia, lavorare nei campi e sopratutto sfamare gli anziani e i bambini. Oltre a tutto questo ci si metteva la sfavorevole posizione geografica di Gallicano, gli altri paesi della Garfagnana potevano usufruire della vicinanza delle selve di castagno da cui trarre farina, il monte Palodina era ben lontano dal paese, allora alle donne non rimaneva altro che mettere in pratica la propria conoscenza delle erbe selvatiche, che così venivano cucinate in vari modi. Da uno di questi "modi" nacque la minestrella, una minestra fatta con un numero variabile di erbe che va da 15 a 30, i cosidetti "erbi boni"(come si dice in dialetto),
un piatto esclusivamente fatto con quello che mette a disposizione la natura, niente prodotti coltivati, ma solo l'ingegno dei vecchi contadini. La ricetta si tramanda oralmente da secoli e da generazione in generazione, in teoria poi non esiste neanche una vera e propria ricetta, in quanto gli "erbi" non erano mai gli stessi da famiglia in famiglia, ognuno aveva i propri segreti e
Un campo di "erbi boni"
ognuno usava le diverse erbe per renderla più amabile o più amara e per ogni gallicanese la sua minestrella era la più buona di tutto il paese. Proviamo comunque a dare la ricetta, tanto per render chiaro all'attento lettore di cosa si tratta. La ricetta che darò è presa dalla leggenda che narra la nascita di questo prelibato ed esclusivo piatto: "
C’era una volta, nel nostro paese piccolo di campagna, tanta miseria, perché i lavori non esistevano e chi lo voleva doveva espatriare per guadagnare qualche lira, e la maggioranza della popolazione faceva i contadini e viveva con quello che la terra gli dava. Ed allora le massaie tante volte dovevano inventare qualche cosa per variare quel misero pasto del giorno che quasi sempre era polenta con salacchini. Un giorno di primavera una massaia stanca di sentire dire "anche oggi...", pensò di inventare qualche cosa di diverso. Prese un paniere un coltellino, andò verso i prati che
contadini a tavola
incominciavano a inverdire, e china china guardava sceglieva e svelgeva delle erbette che le guardava, le odorava, e diceva “questo è un piscialletto, questo è un papavero, una lingua di vacca, ecco un cicerbita, ecco una sporta vecchia, un ingrassaporci” e via via dava a tutte queste nomi che lei coglieva e le metteva nel canestro. Quando ebbe fatto assai di questo misto d’erbe se ne tornò a casa, le mise a mollo nell’acqua per toglierle la terra, le lavò per bene e poi anche lei non convinta disse “domani si vedrà”. La mattina di buon ora mette al fuoco la pentola con i fagioli giallorini, qualche spicchio d’aglio, un po’ di salvia e lascia che tutto cuocia a fuoco lento. Quando i fagioli furono cotti li colò nel colino ed una parte li strizzò bene con le mani (il passatutto allora non esisteva) poi mise nel brodo quelli che restavano e rimise tutto sul fuoco per far bollire ancora. Poi prese un bei pezzo di lardo e fece un bello sfritto che poi mise nella pentola e quando incominciò a bollire mise anche tutta quell’erba che aveva già cotto prima, e con la mezzaluna l’aveva trinciata fina fina, e così tutto incominciò a
"gli erbi" commestibili
bollire piano piano. La massaia era un po’ pessimista pensava: “cosa verrà fuori?”. L’odor era buono, odorava ed assaggiava...un po’ di sale, un po’ di pepe. Però gli venne un dubbio: “se io ci facessi delle focaccette di farina di granturco? Così se non va mangiano quelle”. E così fece. Venne l’ora di mangiare, gli uomini vennero a casa trovarono le scodelle piene di questa cosa verde "oddio che hai fatto stamani?" chiesero, e la massaia imbarazzata, disse a voce alta: "la minestrella" e da quel giorno minestrella fu, e tutti mangiarono con appetito e curiosità questa minestrella fatta di nulla con le sue focaccette, ed ancora è rimasto il piatto tipico del mio paese, ma un piatto che tutti chiedono e vorrebbero
mangiare, piatto povero fatto di nulla che però ha il sapore della terra, della nostra terra che noi l’amiamo perché i nostri vecchi ci hanno insegnato a amarla e rispettarla".




 Bibliografia

  • Leggenda tratta dall'Associazione "Buffardello Team" (http://lnx.buffardello.it/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1)



giovedì 7 marzo 2019

La storia di un re che venne a fare il frate in Garfagnana...

Sono storie queste che sembrano nascere da qualche romanzo del 1800,
Convento cappuccini Castelnuovo
sono storie che la memoria ha sepolto e che meritano di essere riportate a galla e fatte conoscere al grande pubblico e non solo ad una nicchia di storici gelosi. Le vicende che andremo a narrare hanno tutto quello che si cerca in un bel libro o in un coinvolgente film, una girandola di sentimenti e di situazioni fa da corollario a queste cronache di quasi 400 anni fa : potere, amore, pentimento, fede, guerra, omicidi, insomma un quadro globale di emozioni che coinvolge a pieno diritto anche la Garfagnana e nientepopodimeno che Alessandro Manzoni e i suoi "Promessi Sposi"

Credo con questo di aver stimolato assai la curiosità del mio lettore, dal non potermi esimere di cominciare a raccontare gli eventi mirabolanti che videro protagonista sua maestà il Duca di Modena Alfonso III d'Este.
Tutto cominciò il 22 ottobre 1591, quando in quel di Ferrara vide la luce Alfonso, era figlio di Cesare d'Este e di Virginia de' Medici.
Alfonso III D'Este
Al tempo suo padre non era ancora Duca, dato che alla guida dello stato Estense c'era il cugino Alfonso II. Questi morì senza eredi e la reggenza passò allora a Cesare. Da qui in poi cominciarono le peripezie del piccolo Alfonso, che subito fu buttato dentro a spinose questione politiche e così a soli sei anni, senza nè colpa nè peccato fu messo nel mezzo nella cosiddetta "convenzione faentina", un vecchio accordo fra lo stato della Chiesa e la famiglia d'Este che diceva appunto che in caso di mancanza di eredi diretti, Ferrara sarebbe tornata in mano al Papa. Clemente VIII fece scattare subito la clausola (pertanto la capitale del regno fu trasferita Modena), a garanzia del buon esito degli avvicendamenti il Pontefice prese in ostaggio il piccolo Alfonso, trattenuto forzatamente a Faenza nelle mani del Cardinal Aldobrandini. Questo segnò molto il carattere del futuro sovrano. Una volta tornato a Modena Alfonso era cambiato, era diventato intollerante e violento, si intrometteva sempre negli affari di governo, approfittando del carattere debole del padre. L'anno della svolta fu il 1608 quando sposò a diciassette anni Isabella di Savoia, il matrimonio nonostante fosse combinato si rivelò felice, l'infanta di Casa Savoia da fonti dell'epoca fu definita "la più pia, la più magnanima, la più religiosa principessa del secolo", insomma questa donna come vedremo segnò in tutto e per tutto il destino del futuro Duca a partire dal numero dei figli nati, stavolta senza eredi non sarebbero rimasti...infatti i pargoli furono ben 14. Nel frattempo, fra un figlio ed un altro, Alfonso conobbe per la prima volta la Garfagnana (terra sotto il dominio estense), era il 1613 e fu mandato a difenderla dai bellicosi
Isabella di Savoia
lucchesi che se ne volevano impadronire, tornò ben presto a Modena colto da violente febbri. Nonostante il forte ascendente di Isabella sul marito, la principessa non potè però impedire che "la sua anima non fosse travolta da una disastrosa crisi spirituale, trascinato verso una vera e propria decadenza morale", così scriveva un suo biografo e continuava: "era entrato in dimestichezza con certi tipi spregiudicati il cui modo di pensare e di credere era assai più vicino a quello del Machiavelli che al Vangelo di Cristo", tutto questo lo portò ad avere molti nemici, accecato sempre di più dalla bramosia di potere, tanto da soprannominare il papà "Padre Eterno", alludendo al fatto che non ne voleva sapere di morire, ma non solo, anche l'onore degli Este andava secondo lui difeso contro chiunque si permettesse di disonorarlo; di questo ne pagò le conseguenze la famiglia Pepoli che rivendicava alcune terre nel ferrarese che il Duca non gli riconosceva, fu una lotta dura, carte bollate, giudici e azioni legali, ma l'Alfonso di quei tempi non portava pazienza e tanto meno era disposto a fare concessioni, ed ecco allora che "l'eclissi morale" tocco il suo apice. Una sera di dicembre del 1617 il futuro sovrano dette ordine ai suoi sgherri di assassinare il Pepoli. L'omicidio scatenò una serie di vendette, Alfonso scampò miracolosamente a diversi attentati, a pacificare tutto ci pensò il tribunale di Modena che sentenziò diverse pene capitali a dei poveri innocenti che dovevano fare da capo espiatorio: "la sanguinaria giustizia non potè aver tra le mani che quattro disgraziati su cui scaricarsi", in pratica
Modena al tempo degli estensi
l'omicidio del Pepoli e gli attentati contro Alfonso rimasero impuniti con buona pace di tutti. Arrivò così il fatidico 1628, l'anno in cui tutto cambiò, l'amata Isabella morì dando alle luce il quattordicesimo figlio, una bella bambina di nome Anna Beatrice, ma "l'annus horribils" continuò, anche il Duce Cesare dopo trent'anni di regno trovò la morte, tutto questo destò grande impressione in Alfonso che si ritirò in meditazione. Nel frattempo come tanto sperava e bramava era diventato il nuovo signore e duca di Modena, ma qualcosa non era più come prima, le ultime parole di Isabella (di riportare la pace nel Ducato) lo avevano colpito profondamente, c'era poco da fare doveva cambiare vita e comprese allora che solo abbracciando una rigorosa vita religiosa avrebbe placato i suoi tormenti...decise che prima o poi si sarebbe fatto frate cappuccino. Solo sette mesi durò il suo regno, dopodichè il 24 luglio 1629 abdicò a favore del figlio Francesco, abbandonando per sempre la lussuosa vita di corte. Prima di lasciare il regno dette l'ultimo ordine: lasciar decadere tutte le taglie sugli acerrimi nemici della famiglia Pepoli. In poco tempo Papa Urbano VIII accelerò i tempi del suo noviziato, Alfonso lasciò il Ducato e si diresse in Tirolo in un convento di cappuccini prendendo il nome di frate Giambattista da Modena. Cominciò così un
Frà Gianbattista da Modena
ossia
Alfonso III
lungo peregrinare: Trieste, Gorizia, Innsbruck, Vienna, a Modena fece ritorno nel 1632 facendo si che il figlio venisse in soccorso dei più bisognosi, la predica nel duomo di Modena raccontano le cronache dell'epoca fu memorabile, l'ex duca raccomandava l'elemosina "che libera da ogni peccato e dalla morte e non permette che l'anima, che spezza le catene dei peccati, dirada le tenebre, estingue il fuoco". Ad onor del vero sarebbe ingiusto far passare la figura di Alfonso come un mite predicatore, a quanto pare il suo "caratterino" tornava fuori quando c'era da convertire gli ebrei: "il suo zelo talora ad alcuni parve anche troppo impetuoso". Insomma Alfonso a Modena era diventato per tutti un personaggio scomodo, vuoi perchè anche lo stesso Duca sentiva la presenza del padre come un qualcosa di ingombrante, vuoi perchè anche la stessa gente non vedeva di buon occhio che un ex duca (seppur frate) fosse sempre in giro per la città. In soccorso a tutti allora venne la Garfagnana, capiamoci meglio, lo stesso ex Duca manifestò più volte il desiderio di abbandonare la città, voleva un convento tutto per se in un luogo lontano da tutti e tutto dove poter meditare e pregare, i possedimenti della Garfagnana facevano proprio a suo caso... A Castelnuovo infatti c'era una collinetta che sembrava fatta apposta per edificare un luogo sacro, era il 1632 e in soli quattro anni a spese del figlio Francesco I fu edificato il convento di San Giuseppe, meglio conosciuto come il convento dei Cappuccini. A sottolineare la bellezza del posto scelto ci pensò quattrocento anni dopo il poeta dialettale Pietro Bonini:
Convento dei Cappuccini Castelnuovo
"Che siano furbi i frati e molto intelligenti  lo dimostra il fatto che i loro conventi se l'enno costruiti sempre a metà collina duve non manca sole, duve c'è l'aria fina". Ad accorgersi della vita di padre Giambattista alias Alfonso III fu un altro scrittore e poeta di fama ben superiore del seppur valido Bonini, a quanto pare Alessandro Manzoni nei suoi "Promessi sposi" per il personaggio di Frà Cristoforo prese ispirazione dall'ex duca. Il Manzoni infatti era un assiduo lettore di Ludovico Muratori (storico vissuto nel 1700) che nel suo libro "Antichità estensi" parla proprio della figura di frà Giambattista da Modena, e infatti a onor del vero quello che il Manzoni racconta del personaggio del romanzo ricalcherebbe molto similmente la vera vita del monarca. Nel libro si racconta che Cristoforo era figlio di ricchi, che poteva permettersi gli agi e i lussi che voleva, inoltre si dice anche qui di un omicidio commesso su un signorotto locale e la successiva conversione alla vita monastica, insomma sono tante le coincidenze che fanno credere a più ricercatori che il personaggio manzoniano non si altro che Alfonso III. In ogni modo la vita di Giambattista da Modena nel capoluogo garfagnino scorreva tranquilla, qui diceva di voler ricercare quella pace che gli avrebbe consentito di prepararsi al grande passo della morte. E infatti non si
il quadro di Nicolò Azzi
ingannava...a soli 52 anni colpito da forti febbri, il 24 maggio 1644 morì nel convento da lui voluto. Nicolò Azzi, pittore garfagnino, lo ritrasse sul tavolo mortuario. 

Finì così la vita di un personaggio dalle mille sfaccettature che della sua vita volle fare un romanzo.





Bibliografia:

  • "Alfonso III, l'estense che volle rinunciare al ducato per vestire il saio" di Luigi Malavasi in "La fine di un mondo che fu"
  • "Antichità estensi" di Ludovico Antonio Muratori