mercoledì 16 agosto 2017

I liberatori venuti dal Brasile. La F.E.B in Garfagnana 1944-1945

I meriti sono sempre i loro, non è che non ce l'abbiano, anzi, ma
l'America in fatto di guerra quando la vince si prende quasi tutti gli onori (senza condividerli), mentre quando la perde non la perde... non ha semplicemente vinto... è un po' il solito giochino dei nostri politici che ad elezioni avvenute nessuno esce mai sconfitto. A parte ciò, tornando a parlare di guerra questo fenomeno è tipicamente americano e questo ben si dovrebbe sapere anche in Garfagnana, poichè certi onori vanno condivisi e riconosciuti... Chi ha liberato fattivamente la Garfagnana dalle forze nazi-fasciste nella seconda guerra mondiale? In coro la maggioranza di voi mi risponderà gli americani (e in buonissima parte è vero), ma coloro che nei nostri martoriati paesi misero per primi il naso sotto il fuoco incessante degli MP40  tedeschi furono i brasiliani. Quindi diamo a Cesare quello che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio...Si, perchè furono loro, i brasiliani, a liberare e ad entrare per primi nei nostri borghi, furono loro che persero (circa)duemila uomini per liberare l'Italia dall'oppressione nemica, loro, che erano conosciuti semplicemente come F.E.B ovverosia Força Expedicionária Brasileira (Forza di spedizione brasiliana), perchè come vedremo Brasile non è solo calcio e samba. 
il presidente Vargas
Prima di analizzare come i brasiliani operarono in Garfagnana approfondiamo il perchè una nazione lontana migliaia e migliaia di chilometri arrivò a fare una campagna di guerra in Italia. Innanzitutto cominciamo con il dire che il Brasile fu l'unica nazione sudamericana a partecipare attivamente alla guerra, anche se nel 1939 (all'inizio del conflitto) il paese era ancora neutrale, coerente con la politica del suo presidente Vargas che furbescamente decise di non farsi nemica nessuna super potenza in modo di godere dei vantaggi offerti da queste. Questa scaltra manovra durò fino al 1942 quando gli Stati Uniti bussarono alla porta di un Brasile dal governo a dir poco vacillante, chiedendo (o meglio ordinando)l'uso dell'isola di Fernando de Noronhae e della costa nord orientale brasiliana per il rifornimento delle loro basi militari, inoltre dal gennaio del medesimo anno i sommergibili italo- tedeschi iniziarono una serie di siluramenti contro navi mercantili brasiliane, questo attacco contro le navi carioca mirava a isolare il Regno Unito impedendo così di ricevere forniture vitali dal continente sudamericano a sostegno della guerra. Questi attacchi avevano anche un'altro scopo, cioè quello di intimidire il governo brasiliano, in modo che si mantenesse neutrale, dall'altra parte agenti segreti infiltrati e fascisti brasiliani diffondevano la voce che gli affondamenti fossero opera degli stessi anglo americani interessati all'ingresso del Brasile in guerra. Insomma, la situazione non era delle più chiare ma tuttavia l'opinione pubblica non si fece abbindolare, le morte dei civili e i proclami provocatori di Hitler fecero chiedere a gran voce dal popolo lo stato di belligeranza contro i paesi dell'Asse. Detto, fatto ! Il 22 agosto 1942 il Brasile dichiarò guerra all'Italia fascista e alla Germania nazista.
Finalmente dopo due lunghi anni d'attesa da quel 22 agosto 1942
La FEB sta per sbarcare a Napoli
arrivò in Italia sbarcando a Napoli
(era il 2 luglio 1944) il primo scaglione della F.E.B sotto il comando generale di Joao Batista Mascarenhas Morais. L'ambientamento fu subito difficile, le prime settimane furono dedicate all'acclimatamento e all'addestramento, tutto naturalmente sotto la supervisione statunitense, la quale F.E.B. era subordinata. La Força Expedicionária Brasileira fu integrata così in seno al IV corpo d'armata americano sotto il comando del generale Crittemberger, corpo a sua volta assegnato alla mitica V armata comandata dal generale Clark. Quindi era tutto pronto per cominciare le difficili battaglie che attendevano i brasiliani, mancava ancora una cosa, un dettaglio se si vuole, che in qualche maniera contraddistinguesse la F.E.B dagli altri battaglioni integrati dagli Stati Uniti presenti da ogni parte del globo (giapponesi, africani, indiani...): il simbolo. Il simbolo fu infatti realizzato quando le truppe erano già in Italia e tale emblema raffigurava curiosamente un serpente che fuma la pipa, come risposta ironica a chi in Brasile
lo stemma della FEB
sosteneva che era più facile vedere un serpente fumare piuttosto che l'esercito brasiliano partecipare alla guerra in Europa. Curiosità nella curiosità il bozzetto del disegno fu approvato dal ministro della guerra Dutra, durante la visita alle proprie truppe fatta alla metà dell'ottobre '44 quando la F.E.B si trovava proprio in Garfagnana. Venne così iniziata una produzione artigianale presso le varie famiglie garfagnine che ospitavano i soldati, dove le donne si davano da fare a realizzare queste simpatiche figure che poi venivano cucite sulla manica sinistra della giacchetta militare in modo da diversificarsi dagli altri alleati che portavano il loro simbolo rigorosamente a destra. -A cobra està fumando!!!- divenne anche il grido di battaglia e anche stavolta il brasiliano seppe distinguersi, mentre gli altri usavano simboli di forza come teschi, coltelli, fucili, la F.E.B fu presto identificata come "i soldati del cobra che fuma". Fu tale il successo di questa effige che anche Walt Disney ne realizzò un ulteriore bozzetto, ma non venne mai usato dalle truppe. 

La Força Expedicionária Brasileira entrò così in combattimento in Garfagnana e nella Valle del Serchio nel settembre 1944 forte di 25.334 soldati(un secondo contingente si aggregherà nel febbraio 1945), le difficoltà però furono subito evidenti. La carenza di equipaggiamento e del vestiario sopratutto fu la prima cosa che si rese necessaria da cambiare. La divisa d'ordinanza non era sicuramente adatta ai rigidi inverni garfagnini, molti brasiliani poi nei mesi a seguire incontreranno nel loro cammino anche la neve, cosa che loro non avevano mai visto. A fargli la vita difficile ci si mise anche la caratteristica spocchia degli americani stessi, ne è testimone questo singolare episodio che è stato raccolto proprio da dichiarazioni brasiliane e racconta che in una radura in Garfagnana le truppe americane dividevano il campo con le truppe brasiliane. Gli alloggi brasiliani si trovavano a circa duecento metri da quelli americani ma c'era la totale libertà di andare e venire da un campo all'altro, ad un certo punto i brasiliani si
Brasiliani della FEB
(forcaexpedicionariabrasileira1944.
wordpress.com )
accorgono che dalla dispensa sta scomparendo del cibo e anche munizioni, i responsabili di cucina avvertono subito il comandante che gli americani sono stati scoperti a rubare. Il comandante brasiliano così va a parlare con il collega americano che una volta ascoltata la storia e si mette sonoramente a ridere:- Questa è una guerra, non un college, se non sapete proteggere il vostro materiale è un problema che riguarda solo voi...- 
.
Nonostante tutto, in precedenza i brasiliani era già entrati in linea di combattimento nell'agosto 1944 nella zona di Vecchiano (Pisa) e dopo aver liberato Massarosa e Camaiore e aver tenuto un buon comportamento nell'inseguimento dei nazisti in ritirata, i soldati furono spostati come detto nella Valle del Serchio, dove trovarono subito una forte resistenza in Val Pedogna alle porte di Pescaglia. Il 28 settembre i brasiliani ebbero la meglio ed entrarono in paese, li si unirono alla 92° Divisione Buffalo e insieme il 30 settembre entrarono in Borgo a Mozzano, qui stabilirono il proprio comando. In quei giorni non mancò la collaborazione con i partigiani locali e tra il 26 e il
La FEB passata in rassegna a
 Borgo a Mozzano sullo sfondo
il Ponte del Diavolo)
27 settembre il gruppo partigiano "Valanga" prese il controllo del Monte Croce e del Matanna. Sull'altro versante il 1° ottobre gli americani riuscirono ad entrare a Bagni di Lucca, mentre i tedeschi in fuga continuavano la loro opera di distruzione delle varie infrastrutture. Nella solita settimana la F.E.B avanzò di ben 20 chilometri, liberando il 6 ottobre Fornaci e occupando di fatto anche la S.M.I. Il giorno dopo alle 12:15 una pattuglia brasiliana si spinse fino a Barga oramai abbandonata, ma tornò indietro, due giorni dopo alle 10:30 gli alleati con i volti dei brasiliani liberarono e occuparono Barga, a seguire uguale sorte toccò a Gallicano, Sommocolonia, Ghivizzano e Pian di Coreglia. Lo scoglio più duro doveva però ancora venire poichè il fronte si attestò (come ben si sa) sulla Linea Gotica, qui i brasiliani nel tentativo di sfondare per raggiungere Castelnuovo Garfagnana persero molti uomini. Il generale carioca Zenobio cercò di consolidare le posizioni e mandava di tanto in tanto pattuglie in avanscoperta per studiare le operazioni nemiche, così la mattina del 30 ottobre malgrado la forte pioggia si decise l'attacco su
Soldati brasiliani in posa in
 Piazza Garibaldi
a Borgo a Mozzano
Castelnuovo. I contrattacchi tedeschi furono impetuosi e costrinsero i brasiliani a ritirarsi, questo fu l'unico loro fallimento nella campagna di guerra nella nostra valle, nonostante la ritirata furono catturati 208 prigionieri ma purtroppo 290 soldati della F.E.B persero la vita. Questa fu così la loro ultima operazione militare in terra di Garfagnana, il destino della F.E.B prosegui con successo sull'appennino bolognese e modenese, nella provincia di Parma, Reggio Emilia e in parte del nord Italia in genere. 
In questa campagna il Brasile catturò più di ventimila soldati
Brasiliani liberatori
nemici (14.779 solo a Fornovo in provincia di Parma), ottanta cannoni,millecinquecento autovetture e quattromila cavalli, ma quello che pesò di più furono gli oltre duemila morti nelle proprie file che in parte furono sepolti a Pistoia. Nel 1960 furono poi 
trasferiti in Brasile nel monumento che fu eretto nell'Aterro do Flamengo a Rio de Janeiro in onore del loro sacrificio.Cinque anni
dopo sempre a Pistoia nello stesso luogo dove si trovava il cimitero si inizio a costruire il Monumento Votivo Militare Brasiliano, durante i lavori venne ritrovato un corpo mai identificato, si decise così di lasciarlo nel sacrario stesso come milite ignoto.
Nonostante le indubbie avversità la F.E.B tenne sempre un comportamento irreprensibile distinguendosi per coraggio ed energia in tutte le operazioni in cui venne impiegata. Onore alla F.E.B !!!






Bibliografia

  • Si ringrazia sentitamente il portale web portalfeb.com e il signor Caetano Silva per le preziose notizie fornite
  • Notizie tratte anche da: brasilescola.uol.com.br/historiag/forca-expedicionaria-brasileira-feb.htm
  • Questo articolo naturalmente non ha la pretesa di completare tutto l'argomento. Per una maggiore completezza consiglio il libro "Il Brasile in guerra: la Força expedicionária brasileira in Italia" dell'amico Andrea Giannasi 

mercoledì 9 agosto 2017

Leggende medievali garfagnine: " Il cerbiatto bianco e la dama ripugnante"

-Ascolta Paolo, ti voglio raccontare una storia, in modo che quando
avrò finito di raccontarla ti sembrerà di averla vissuta veramente-. Con queste parole la signora Alma inizia a raccontarmi una delle leggende più belle che io abbia mai sentito, così mi affretto a prendere il mio smartphone dalle tasche e ad impostare la registrazione vocale. La leggenda si svolge intorno all'anno mille, quando la Garfagnana  
non aveva un padrone ben definito, ma era tenuta in scacco da una folta schiera di signorotti che con un semplice:-Qui c'è mio !- istituirono posti di blocco, pretesero obbedienza, pedaggi e contributi. La leggenda difatti coinvolge uno di questi signori locali, tale Gherardo di Gottifredo signore delle Verrucole (n.d.r: personaggio realmente esistito) ed un essere mitologico fra i più belli in assoluto: il cerbiatto bianco. Questo animale nelle leggende garfagnine lo sentiamo nominare solo due volte e ciò rende ancor più rara questa storia. I nostri racconti tradizionali di solito sono infestati di lupi, orsi, buffardelli, l'Omo Verde, personaggi tipici alla conformità geografica della valle. Il cerbiatto bianco invece  è fuori da questi canoni e fa parte di quegli esseri dotati di forza magica, nella tradizione celtica sono considerati messaggeri dell'aldilà e secondo leggende sono creature impossibili da catturare e la caccia dell'animale da parte dell'uomo rappresenta la ricerca della sua spiritualità. Si dice inoltre che coloro che riescono a vedere l'animale stanno per vivere un momento di grande importanza a conferma di questo ecco il racconto della signora Alma che parla di questa leggenda ritrovata in manoscritti risalenti al XIV-XV secolo:
Sulle pagine di questo antico testo leggiamo che Gherardo di
Lo stemma di
 Gherardo di Gottifredo
Gottifredo signore delle Verrucole, durante una battuta di caccia, si imbatte in un favoloso cerbiatto bianco, che nelle leggende celtiche è spesso preludio di fantastiche avventure nell’altromondo. Affascinato dalla sua bellezza, egli lo insegue a lungo e quando finalmente riesce a raggiungerlo, lo uccide. In quell’istante, però, un cavaliere dalla sfarzosa armatura gli appare dinnanzi e, rivolgendosi a lui in maniera aggressiva, lo rimprovera aspramente per aver concesso al proprio nipote Lorenzo alcune terre che invece erano di sua proprietà. Il misterioso uomo, che dice di chiamarsi Aldobrandino, minaccia di morte il signorotto locale per questo oltraggio, ma poco prima di mozzargli la testa decide di offrirgli la possibilità di riscattarsi. Se infatti Gherardo, trascorso un anno esatto, si presenterà nello stesso luogo dell’incontro con la risposta ad una misteriosa domanda postagli dal suo avversario, potrà avere salva la vita. La domanda del cavaliere è “Qual è la cosa che la donna desidera di più?”. Gherardo dalle Verrucole accetta il compromesso e, terminata la caccia, torna al suo castello. Nonostante cerchi di non far trapelare i suoi pensieri, il nipote prediletto Lorenzo si accorge della sua preoccupazione e gli chiede quale mai possa esserne il motivo. Gherardo risponde raccontandogli la sua avventura nel bosco e il timore di non riuscire a trovare la vera soluzione all’enigma, così il nipote decide di aiutarlo. Insieme partono all’alba, prendendo direzioni diverse per porre la domanda a più donne possibili. Queste, però, rispondono dicendo che desiderano abiti lussuosi, un uomo valoroso che le sposi, oppure denaro e piccole soddisfazioni materiali; tutte cose che non convincono i due cavalieri. Intanto l’anno trascorre velocemente e Gherardo, seppur abbia riempito due

grossi libri con le risposte di tutte le donne del feudo, non ne ha ancora trovata una che sia veramente soddisfacente. Sulla via che conduce al luogo dell’incontro, in cui Aldobrandino lo attende, egli incontra una dama che cavalca un mulo, con un liuto appeso in spalla. La donna, di nome Lodovica, è davvero terrificante, indescrivibilmente brutta, con la faccia tutta rossa, i denti gialli e storti, le guance enormi, gli occhi simili a quelli di un gufo e il corpo completamente deformato. Ella dichiara che nessuna delle risposte che egli porta con sé è quella giusta, perché l’unica che conosce quella esatta è lei. Tuttavia gliela comunicherà volentieri, a patto che egli le prometta di recarla in moglie al suo caro Lorenzo, in cambio del qual gesto potrà avere salva la vita. Indeciso sul da farsi, data la tremenda bruttezza della dama, Gherardo torna di corsa al castello per confidare a Lorenzo l’accaduto. Il giovane e splendido combattente accetta senza esitazione di sposare Lodovica, nonostante il suo brutto aspetto; così Gherardo, ripresa la strada per il bosco, raggiunge la dama per riferirle la decisione e ricevere la risposta. Ludovica, allora, gli rivela che la cosa che la donna desidera di più è la sovranità. Il riconoscimento completo della sua sacra ed innata Libertà. Recatosi da Aldobrandino, Gherardo risponde alla sua domanda, così l’uomo lo risparmia. Di ritorno al castello delle Verrucole vengono subito
Gherardo di Gottifredo
Signore delle Verrucole
messi in atto i preparativi per le nozze, che la sposa desidera ricchi di cerimonie e festeggiamenti, perché tutti possano conoscere e vedere con i propri occhi qual è stata la scelta di Lorenzo. Dopo il matrimonio i due sposi si ritirano nelle loro stanze e Lodovica chiede gentilmente a Lorenzo di darle un bacio. Il giovane non esita un momento e, anzi, dice alla sua sposa che non farà solo questo, ma adempierà pienamente al suo dovere di marito, giacendo amorevolmente con lei. Ma non appena pronuncia queste parole, voltandosi verso la donna, scopre che al posto della tremenda dama ripugnante vi è la fanciulla più bella mai vista sulla Terra. Sorridendo al cavaliere, Lodovica gli svela di essere stata vittima di un incantesimo, una maledizione terribile che si sarebbe spezzata soltanto quando un uomo fosse riuscito a guardare oltre la sua bruttezza e l’avrebbe sposata. L’incantesimo però non è ancora del tutto spezzato e la fanciulla dice che solo per una metà del giorno potrà essere così bella, mentre per l’altra metà tornerà ad essere la dama ripugnante. Spetta a Lorenzo decidere se la vorrà bella di notte, tra le morbide coperte, oppure di giorno, di fronte a tutta la corte; ma il cavaliere, dopo averci riflettuto, lascia a lei la libertà di scelta, l’unica che può scegliere per se stessa. A tali parole la splendida dama esulta raggiante, poiché questa era la risposta che come d’incanto avrebbe rotto definitivamente il maleficio. Riacquistata la sua sacra Libertà, Lodovica potrà rimanere sempre bella, come ella stessa desidera. E la sua Sovranità investirà dolcemente Lorenzo fino alla fine dei suoi giorni.
 


Interrompo la registrazione, la storia è finita... ecco che piano, piano ritorno al mondo reale. Eppure ero lì, il cerbiatto bianco l'ho visto anch'io, e ho vissuto momenti di paura reale mentre Aldobrandino sta per tagliare la testa a Gherardo e che bella che è Lodovica adesso...Peccato, spariti i cavalieri e i castelli salgo mestamente in auto verso casa, ringrazio Alma per il bellissimo racconto e nonostante tutto torno a casa soddisfatto, perchè anche questa leggenda garfagnina è stata salvata dall'oblio dei tempi. 

mercoledì 2 agosto 2017

Non solo Pascoli. Viaggio nei poeti garfagnini di una volta

Per l'amor di Dio, ci mancherebbe altro! Il Pascoli è sempre il
Pascoli e i paragoni che andrò a fare possono essere effettivamente irriverenti. Lungi da me quindi fare certi confronti impari, d'altronde certi versi come questo non s'inventano a caso:

Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano
il suon dell'ore vien col vento
dal non veduto borgo montano,
suono che uguale, blando cade,
come una voce che persuade
(L'Ora di Barga 1907)

Comunque sia, proprio al tempo del Pascoli e nei decenni seguenti la Garfagnana ha avuto la sua bella  schiera di poeti locali, conosciuti però solamente negli ambiti nostrali e poi purtroppo miseramente ed ingiustamente dimenticati. Questo articolo allora rivuole dare lustro a tutti quei cantori di versi che per lungo tempo sono stati all'ombra del grande Giovanni Pascoli. Eppure anche quelli nella loro modestia erano poeti di tutto rispetto, dotati di tecniche metriche innate, di fantasia e di sentimenti profondi. Il tutto nasceva dalla spontaneità poichè nessuno insegnava loro come fare versi e la loro lingua non era il forbito e melodioso italiano di inizio secolo ma bensì il dialetto garfagnino che per molti secoli fu l'unico mezzo di espressione. Ci si sentiva liberi così da ogni inceppo della cultura, la creatività non veniva ostacolata e la metrica scorreva spontanea. Molti di questi personaggi erano persone particolari, estroverse e divertenti come Luigi Prosperi nato a Careggine nel 1832 e semplicemente conosciuto come il "Chioccoron"(per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/03/il-chioccoron-il-poeta-che-oso-farsi.html). Di famiglia modesta, finita la scuola cominciò a lavorare nei campi, ma già il maestro
Careggine
elementare aveva visto in lui un'abilità innata nel comporre versi e la passione per la letteratura per il "Chioccoron" diventò quasi maniacale. Nelle osterie del paese non mancava occasione che gli amici lo invitassero a "poetare", riusciva a declamare "a braccio" poesie talvolta piccanti e irriguardose nei confronti delle autorità locali, tant'è che il sindaco un giorno mandò i carabinieri per riportarlo all'ordine, il Prosperi fuggì nel bosco e dalla cima di un colle cantò una quartina rimasta memorabile:


"Son venuti gli angioletti
per portarmi alle prigioni
non pensavano i minchioni
c'io passato avrei i colletti"  

L'apice il "Chioccoron" lo toccò quando menzionò in una sua poesia i quattro artefici dell'Unità d'Italia: Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini e Cavour, questa "composizione gravemente denigratoria" (come al tempo fu definita) giunse perfino a Roma dove fu pubblicata, arrivando addirittura nelle mani del Re d'Italia Umberto I che convocò al Quirinale il poeta garfagnino, fra un rimbrotto ed un altro il re lo perdonò regalandogli anche una banconota da 50 lire; - Comprateci il pane per la vostra famiglia!- affermò il re. Oggi al "Chioccoron" è dedicata la biblioteca comunale di Careggine.
Amico e nemico del "Chioccoron" era il "Boccabugia" di Vergemoli al secolo Andrea Jacopo Vanni altro poeta estemporaneo. Rimarranno epiche le sfide del giovedì mattina (giorno di mercato) nella piazza principale di Castelnuovo Garfagnana, quando a "colpi" di versi incantavano e meravigliavano una platea divertita e numerosa. Il
Il concorso di poesia
che si tiene tutti gli
anni a Vergemoli
 dedicato al Boccabugia
"
Boccabugia" era così chiamato per la totale assenza di denti, ma questo non lo fermava nel suo declamare. La sua figura ironica e beffarda aleggia ancora a Vergemoli, dato che dal 1972 ogni anno la seconda domenica di agosto un concorso di poesia estemporanea vive ancora nel suo nome.
Personalmente parlando, Pietro Bonini poeta castelnovese, aveva qualcosa di più degli ultime due citati. Per trenta lunghi anni scrisse versi in dialetto garfagnino, poesiole niente di più, ma avevano il pregio di essere immediate, aderenti ai fatti, alle persone e agli aspetti della natura. Nel 1916 pubblicò un libro con un titolo indovinatissimo che rispettava in pieno la sua arte popolare: "Cose da contà a vejo":

"Dico quello che penso e nulla più
vojo parlà come si parla qui, 
e se a qualcun qualcosa non va giù
che si ni vadi a fassi binidi"

Alcuni letterati parlavano del Bonini come se venisse da una famiglia agiata. Altri pensavano che non avesse nemmeno un titolo di studio e forse la tesi giusta è questa, dato che lui stesso in uno dei suoi componimenti diceva:

"Da cicco mi mandavino alla scòla
senza sapè che ci dovevo fà
e infatti c'imparai una cosa sola:
la strada per andacci e per tornà"

Giovan Battista Santini (nato a Castiglione Garfagnana nel 1882)
Santini mentre dipinge
invece era tutt'altro tipo, era un'artista a tutto tondo: era pittore, scrittore e poeta. Quando il tempo si faceva uggioso e la luce non era favorevole per dipingere i suoi quadri, allora si metteva a scrivere. Pubblicò un libro di poesie intitolato "All'ombra del torrione", anche questo libro in rigoroso dialetto garfagnino. Una poesia di lui (fra le tante) mi è piaciuta molto, perchè attuale e perchè ci fa capire che nonostante tutto i tempi cambiano ma la musica è sempre la solita:


Politica

"Se tu leci un qualunque manifesto
della schifa campagna'letttorale,
sia rosso, bianco, verde, o liperale 
non ci n'è un che s'appresenti onesto

Cambia 'l colore ma nun cambia 'l testo 
per via che la promessa è sempre uguale:
pace, lavoro; e, cosa principale,
lipertà d'esse porco e disonesto.

Se ci fai caso, vederai che questo
lo promettono avanti l'elezioni;
ma doppo, che votando, hai fatto 'l gesto
ditto sovran, di nominà i mangioni, 
abbadà di stà 'n guardia e d'esse lesto,
sennò ti pijn a calci ni cojoni"

Il "Togno della Nena", ovverosia Michele Pennacchi, benchè fosse
Il Togno della Nena mentre declama
nato nell'800 fra tutti i poeti garfagnini era il più attuale e al passo con i tempi. Il professor Guglielmo Lera (uno dei maggiori esperti di cultura locale)sul periodico "La Garfagnana" così scriveva di lui:" Come tutti i veri poeti dialettali il Pennacchi canta le cose che l'hanno colpito: le conquiste spaziali, la fame nel mondo, la guerra del Medio Oriente, quella del Vietnam, il...festival di Sanremo". A conferma di ciò la famosa legge sul divorzio del 1970 stuzzicò la fantasia del "Togno":


Il Divorzio

Bella robba davero! Ma dich'io,
in du èn finiti i poveri itagliani?
li vojen fa vinì peggiod'i cani,
che cambin sempre cagna, giuraddio?

E' inutile che adesso il parlamento 
facci la cuncurrenza al Padreterno
io arispetto le leggi del guverno
ma un sagramento è sempre un sagramento

(ndr: della poesia queste sono rispettivamente la terza e la decima quartina sulle undici dell'intera versione)

Fra tutti questi cantori non poteva mancare sicuramente Alfezio Giannotti di Eglio. La sua fu una vita tormentata, presto rimase orfano del padre e dovette quindi farsi carico di tutti i fratelli, questo non gli impedì di proseguire gli studi su Dante, Foscolo e Giusti. Nel 1911 dette alle stampe il suo primo libro di poesie, "Raffiche". Tre anni più tardi fu ammesso ad un concorso letterario di una nota rivista dell'epoca: "Juventus", al quale potevano partecipare solo poeti già affermati. Fu un vero trionfo, vinse su circa mille concorrenti. Dietro l'angolo però l'aspettava la prima guerra mondiale, tornò al paesello con una gamba amputata, nonostante tutto continuò a comporre poesie e a scrivere su dei quotidiani firmandosi con lo pseudonimo "il Grillorosso". La sventura si accanì definitivamente contro di lui il 7 ottobre 1944, durante un bombardamento una granata lo uccise mentre andava a soccorrere un ferito.
Questo poeta invece l'ho lasciato volutamente per ultimo, perchè è
Silvano Valiensi (il primo a sinistra)
insieme a mio padre (il terzo in piedi)
il mio preferito e perchè ho avuto l'onore di essere suo amico. Silvano Valiensi nato a Vergemoli nel 1923 (ma trasferito da sposato a Gallicano), in paese era conosciuto semplicemente come "il maestro", era una persona che tutti amavano per la sua bonarietà-burbera dei vecchi maestri elementari di una volta. La sua fu una vita spesa in gioventù nel gruppo partigiano Valanga, nella scuola, nell'amore che aveva per le Apuane e infine aveva una forte passione per la poesia, interesse quasi sempre celato, mai pubblicizzato, tranne che in alcune rare apparizioni ai concorsi poetici. Le sue poesie infatti girano intorno a quella che fu la sua vita, la mente per esempio ritorna alle lotte partigiane e ai compagni morti:


...cari compagni miei, tutti ventenni
caduti fra le rocce,in mezzo al timo
e alle gialle ginestre, arsi dal sole,
con su le labbra spente, le parole:
"Ho dato tutto per la libertà"

Non potevano mancare poesie rivolte alle sue montagne: le Apuane che amava scalare in ogni stagione:

...d'estate sotto il sole mi bruciavo;
d'inverno fra le raffiche del vento,
fra la tormenta e il ghiaccio ero contento;
di tutto il resto mi dimenticavo...

Tornava anche a galla la nostalgia dei tempi andati quando:

Sapeimo legge e scrice gnente male
e 'n più vangà 'na porca (n.d.r: lo spazio fra due solchi della terra) e segà 'l fieno

(per leggere ancora di Valiensi leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/05/silvano-valiensi-partigianomaestro-e.html)

Finisce qui questo breve viaggio nei poeti garfagnini di una volta,
un viaggio che ci ha fatto conoscere una porzione di gente di Garfagnana che forse in buona parte ignoravamo. Quindi non è vero come dicevano una volta che la Garfagnana era terra di lupi e di briganti...ma è più giusto dire: terra di lupi, briganti e poeti... 



Bibliografia:

  • "Il vernacolo garfagnino e i suoi poeti" di Gian Mirola. Nuova grafica lucchese 1973
  • "Profili di uomini illustri della Garfagnane della Valle del Serchio" di Giulio Simonini Banca dell'identità e della memoria 2009
  • "Faccio versi così come si cantas quando qualcosa dentro mi fa male" di Silvano Valiensi. Unione dei comuni della Garfagnana 2014

mercoledì 26 luglio 2017

Garfagnini: fondatori di città. Una storia sconosciuta

Italiani fondatori di nuove città
"...Romolo attaccò all'aratro il vomere di rame, accoppiando al giogo il toro e la vacca e tracciò un solco profondo a base delle mura. Questo solco costituì il circuito che doveva percorrere la muraglia chiamata poi dai latini Pomerio, cioè post murum. Che questa cerimonia di fondazione avvenisse il 21 aprile è da tutti creduto ed i romani festeggiano quel giorno con il nome di natività della patria"
Così Plutarco nelle sue "Vite parallele" ricorda la fondazione della città per eccellenza: Roma. La fondazione di Roma è stata una delle date più importanti della storia dell'umanità, questa città cambiò letteralmente i destini del mondo e ancora oggi il riverbero di ciò è ancora presente. In Garfagnana non voliamo così in alto, ma anche nella nostra valle abbiamo avuto i nostri "Romolo", cioè dei fondatori di città. Si, avete capito bene, questa è una pagina davvero poco conosciuta dei nostri emigrati, ma alcuni di loro posero le fondamenta per nuovi abitati che ancora oggi sono vivi e vegeti. Ma andiamo per gradi e cominciamo a raccontare la nostra storia dicendo che noi italiani abbiamo avuto sempre la prerogativa di essere degli esploratori provetti, d'altronde Marco Polo, Colombo e Vespucci qualcosa avranno pure lasciato...Infatti così è, tant'è che quando alla fine dell'800 e gli inizi del '900 ci fu il boom dell'emigrazione molti italiani non si limitarono a vivere nelle grandi città ma andarono a cercar fortuna in lidi quasi inesplorati come al tempo era quel lembo di terra nello stato dell'Arkansas (Stati Uniti) dove oggi sorge la città dal curioso nome di Tonti Town. Fu fondata nel 1898 da un gruppo di immigrati cattolici italiani, guidati dal loro prete Pietro Bandini, si stabilirono in questo posto perchè così dissero che il clima e il terreno erano simili a quelli del loro luogo nativo nella lontana Italia. Decisero perdipiù di onorare un altro italiano, esploratore come loro: Henri De Tonti, in suo onore fu dato il nome a questa cittadina, a colui che aiutò Renè Robert Cavalier de La Salle ad esplorare il fiume Mississipi. Oggi la città è famosa per il Tonti Town Grape festival
Tonti Town Grape Festival
, dove si sponsorizza l'ottimo (così almeno si dice) vino locale e sempre a proposito di vino che dire allora di Asti?...No! Non capitemi male non parlo della ridente città piemontese, ma bensì dell'Asti che è in California nella Sonora Valley, sorta nel 1881 per volontà del ligure Andrea Sbarboro che fra l'altro creò pure un'azienda vinicola che per molto tempo è stata il principale produttore di vino di tutta la California. Diversa per esempio era la situazione in America del Sud. In Brasile agricoltori veneti, friulani, trentini e lombardi fondarono nuclei coloniali a cui diedero il nome dei loro paesi di origine. In Argentina invece a Villa Regina i coloni italiani trasformarono letteralmente il deserto in splendide distese di frutteti e vigneti. Altresì nel confinante Cile ho potuto personalmente toccare con mano l'intraprendenza italiana, visitando in gennaio 2017 Capitan Pastene amena località del Cile meridionale. Qui ancora oggi esiste l'unica comunità italo cilena, fu creata da emigranti di Pavullo (in provincia di Modena) ai primi del '900. Per chi ha la fortuna di fare un giro in città può vedere che nei ristoranti si mantiene ancora salda la tradizione emiliana e così si possono mangiare dell
Io a Capitan Pastene Cile
e buonissime tagliatelle o dei buoni tortellini e anche gli insaccati non sono niente male. Il nome dell'abitato anticamente era Nueva Italia cambiato poi in Capitan Pastene in memoria dell'esploratore Giovanni Battista Pastene navigatore del '500 a cui va il merito di aver esplorato gran parte delle coste cilene.

Tornando al nocciolo della questione i nostri garfagnini non furono di meno di altri italiani e anzi la loro mente fu lungimirante quando intuirono (proprio in America Latina) che bisognava acquistare terreni adatti alle future stazioni ferroviarie, difatti in quegli sperduti luoghi era in forte espansione la costruzione di nuove ferrovie ed è proprio qui che i nostri conterranei ebbero l'intelligenza di precedere, piuttosto che seguire i binari, sorsero così nuovi paesi la cui principale produzione era la fabbricazione di traversine per i binari. Lampante è il caso di Primo Fiori di Gragnana (Piazza al Serchio). Suo padre era già partito per il Brasile all'inizio del secolo scorso e Primo non trovando lavoro nel 1926 ripetè la scelta del genitore. Arrivò in quel di San Paolo e con l'aiuto di alcuni compaesani trovò finalmente lavoro. Non contento nel 1932 si trasferì nello stato del Paranà dove partecipò alla costruzione della ferrovia, si fermò così in quella che sarebbe diventata la città  di Londrina (che oggi per numero è la seconda più popolosa dello stato) con la moglie di origine russa e insieme
Londrina oggi
a circa altri mille compagni di avventura. Aprì in seguito un'officina, poi una concessionaria internazionale di camion e trattori, infine fece arrivare nel luogo la prima linea aerea commerciale. Nel 1984 
nel cinquantenario della nascita della città  fu insignito con la moglie del diploma di onore "Pioneiro de' Londrina", insieme a lui altri vecchi emigranti dell'Italia del nord furono premiati che in quel lontano 1934 vollero dare merito però al primissimo insediamento inglese (li impiegato nella lavorazione del cotone), chiamando Londrina la nuova cittadina in onore alla capitale Londra. Sempre in Brasile rimarranno epiche le gesta di Pietro Pocai che in un mio vecchio articolo definì l'Indiana Jones garfagnino (per leggerlo clicca qui http://paolomarzi.blogspot.it/2014/07/lindiana-jones-garfagnino-pietro-pocai.html). Pietro nacque ad Eglio (comune di Molazzana) nel 1853, era il secondo di cinque figli e siccome la vita era grama e povera la famiglia decise di mandarlo in seminario con la speranza di ricavarci un prete. Ma il "latinorum" non era il suo forte, quindi lasciò la famiglia e gli affetti più cari e s'imbarcò clandestino verso il Brasile. In quel periodo in quei luoghi giungevano avventurieri da tutti i porti che si addentravano in Amazzonia, nel Mato Grosso e nel Rio Grande do Sud a cercar fortuna, Pietro le segui. Studiò così le varie tribù indigene imparandone la lingua, gli usi e la religione. Dai Munduro (una tribù del luogo specializzata in mummificare le teste dei nemici), ebbe in sposa la figlia del capo, visse nel villaggio per un po' e poi stanco della vita "coniugale" scappò dalla moglie e s'incammino nelle impervie foreste del sertao paulista. Nel 1886 giunse finalmente nei pressi di un grandissimo fiume: il Parapanema, era un luogo stupendo, verde, lussureggiante, talmente bello che il nostro Pietro decise di fermarsi. Il suo insediamento fu subito ostacolato dagli indios Coroados (i temibili tagliatori di teste)che subito gli bruciarono la capanna, allora Pietro chiamò a se altri emigrati italiani, dopo alcuni mesi sorse un improvvisato numero di abitazioni.I nuovi abitanti formarono un simil- esercito che si mosse senza pietà contro gli indigeni, il sangue scorse copioso e alla fine i Coroados furono sconfitti. Una cascata d'acqua meravigliosa rompeva con il suo frastuono il silenzio di quel luogo, in onore a
Salto Grande oggi
detta cascata la nuova città fu chiamata Salto Grande.In pochi anni le abitazioni crebbero. Gli emigrati italiani giunsero da tutto il Brasile con l'intenzione di aggregarsi alla
 "tribù del Pocai". Adesso gli italiani erano padroni di un intera regione, incominciarono a coltivare il caffè, canne da zucchero, si costruirono chiese e negozi.Il suo capo incontrastato rimase Pietro Pocai fino al giorno della sua morte avvenuta l'8 settembre 1913.

Queste storie nella loro eccezionalità  un po' si assomigliano tutte. Simili furono i fatti che capitarono ad Angelo Guazzelli di Chiozza che trovò il suo paradiso terrestre sulle sponde del fiume Apiay a trecento chilometri da San Paolo del Brasile, qui vi costruì la prima capanna, in poco tempo ne sorsero altre e altre ancora, nacque così nel 1886 la città di Bury. Stessa cosa per Polinice Mattei di San Romano Garfagnana, uomo dalle idee politiche ben chiare e quindi spesso in contrasto con il governo locale, la sua caparbietà lo portò quindi a fondare una città tutta sua: Tanabi. Oggi questo luogo insieme ai suoi 25.000 abitanti può vantare una università e una squadra di calcio di buon livello. Pasquale Toti di Cardoso invece è il padre di Uberaba, situata nello stato del Minas Gerais anch'essa in Brasile. Questa terra si prestò subito  a nuovi tipi di cultura mai provati nella Valle del Serchio, come la soia e la canna da zucchero ed in più sterminati pascoli favorirono il nascere di intere mandrie di mucche, insomma anche nel XI secolo questa regione rimane uno dei centri agricoli più importanti del Paese. Addirittura c'è chi fondò una città in collaborazione tra fratelli e per buona fortuna non andò a finire come fra Romolo
festa dei fondatori di Rudge Ramos
e Remo e ad onor del vero, Tommaso, Adelfo e Romualdo Piagentini da Chiozza con buona pace e rimboccandosi le maniche costruirono le prima case di Rudge Ramos e così nacque ufficialmente il nuovo villaggio nel giorno di Santo Stefano del 1891 con l'autorizzazione avuta dalla diocesi di San Paolo nel dire la prima messa nella nuova chiesa, proprio in quelle terre che alcuni anni prima i fratelli Piagentini avevano acquistato dalla Stato paulista.

Per l'emigrato la conquista di una casa propria non è solamente uno dei più rassicuranti segnali di condizioni economiche è anche il luogo in cui ci si può sentire "solamente" se stessi. Alcuni garfagnini non si accontentarono di una semplice casa, furono
Tommaso Piagentini, uno
dei tre fratelli fondatore
di Rudge Ramos
 dei nuovi coloni, fu un percorso singolare, alla maniera cinematografica di "C'era una volta il West". L'aver avuto parte in queste nascite meritò ai protagonisti il meritato titolo di "fondatori di città". 



Bibliografia

  • "Storie di ieri, di oggi, di donne, di uomini" Fondazione Paolo Cresci per la storia dell'emigrazione italiana

mercoledì 12 luglio 2017

I terremoti dimenticati della Garfagnana. Una tragica cronistoria lunga 600 anni

La paura è sempre la solita, tremenda, paralizzante. Le ante
Il terremoto del 1920 in Garfagnana
(foto collezione Silvio Fioravanti)
dell'armadio iniziano a tremare, il tavolo le segue, l'incredulità è mescolata con la realtà, poi ti rendi conto...il terremoto!!!..., un urlo strozzato cerca di coprire quella specie di rombo angosciante, nonostante tutte le raccomandazioni del caso dimentico tutte le buone norme...dovrei buttarmi sotto la scrivania? No! Volo le scale a grandi passi, esorto tutti ad uscire, la gente è già in strada, i bambini corrono, e gli adulti hanno le mani nei capelli per lo spavento...eppure in questi attimi la più temeraria di tutti era sempre lei...la nonna. Lei aveva affrontato insieme a due bimbe piccole i bombardamenti del '44 in Garfagnana, aveva visto il paese distrutto e aveva vissuto sulla sua pelle anche il devastante terremoto del 1920. Si, proprio quel terremoto. Ormai per noi garfagnini quel sisma è quasi entrato di diritto nella leggenda popolare, ogni volta che la nostra terra viene colpita dal più piccolo tremolio la mente va sempre a quel maledetto 7 settembre 1920 e ai suoi 171 morti. I nostri nonni hanno tramandato da padre in figlio la memoria di quei terribili giorni, ognuno nella propria casa ha storie ed aneddoti legati a quel terremoto, tutti questi ricordi lo hanno fatto entrare nell'immaginario collettivo solo ed esclusivamente come "il terremoto", come se prima non ce ne fossero stati altri di così forti e potenti, eppure non è così, la lista dei terremoti garfagnini non si ferma a quel 1920, l'elenco di distruttivi terremoti è documentata sin dal XV secolo. Infatti era il 7 maggio del 1481 quando si ha la prima testimonianza di un sisma di grande entità. L'epicentro di quel secolare terremoto fu
il terremoto visto nel 1500
localizzato nell'Alta Lunigiana e fu percepito distintamente fimo a Lucca, Massa e i paesi circostanti. All'epoca la Lunigiana era annessa alla Repubblica di Firenze governata da Lorenzo Il Magnifico e grazie ai precisi riferimenti dei messaggeri medicei, oggi si può stabilire in base ai loro scritti sui danni causati alle abitazione e alle cose una probabile magnitudo di quel sisma che si dovrebbe aggirare intorno al 5.6, pari all'VIII° della scala Mercalli. Si racconta che nel borgo di Fivizzano crollarono diciassette case, oltre duecento fabbricati subirono gravi danni ai solai, ai tetti e ai muri, purtroppo vi furono anche delle vittime non quantificate con precisione ma con ogni probabilità potrebbero essere state comunque di più se non fosse che alcuni mesi prima (addirittura i cronisti del tempo parlano di  febbraio) scosse premonitrici avevano già messo in allarme tutta la popolazione. Della Garfagnana non si fa alcun cenno particolare, ma con sicurezza possiamo dire che i danni alle persone e alle case furono ingenti, di pari portata sicuramente agli accadimenti avvenuti nella vicinissima Lunigiana. Rimanendo su questo tema in effetti c'è un dato a dir poco curioso che riporta sia il Dipartimento di Protezione Civile e poi anche Claudio Vastano nel suo bel libro "Garfagnana la valle dei terremoti" sul fatto che non si hanno notizie più antiche e documentate (come appunto nel caso del sisma del 1481) riguardo ai terremoti in Garfagnana. Il motivo è da ricercarsi in due fattori: il primo è da ricondurre alla scarsa importanza che aveva la nostra valle, difatti non erano presenti nè grandi centri economici nè culturali e di quella vallata incastonata fra Appennini e Apuane non importava quasi niente a nessuno, quasi però...se è vero come è vero che l'altro fattore è da ricercarsi nell'importanza strategica e militare che aveva la Garfagnana per gli Estensi(n.d.r: la famiglia che governava la zona), con ogni probabilità erano proprio gli stessi funzionari locali a nascondere le notizie riguardanti catastrofici eventi naturali (proprio come terremoti e alluvioni), perchè si aveva timore che eventuali nemici avrebbero potuto sfruttare la situazione di crisi per assaltare la valle ed estendere così i propri possedimenti.

A confermare questo è la data del successivo sisma che risale (così dicono le cronache) all'8-10 giugno 1641, le scosse furono avvertite nell'intera Lunigiana e Garfagnana e sopratutto la zona più colpita fu l'abitato di Pontremoli. La documentazione in questo caso è molto lacunosa, le fonti addirittura non riescono nemmeno a stabilire il
Le faglie attive presenti da
secoli in Garfagnana
giorno preciso della sciagura e ciò potrebbe far pensare ad una scossa principale seguita da forti repliche per almeno altri due giorni, inoltre non si hanno notizie specifiche dei danni.

Un altro fatto da sottolineare è che dai dati presenti in archivi storici si passa a momenti di intensa attività sismica a momenti di calma assoluta. Una tesi a riguardo sostenuta dagli esperti dice che tali periodi potrebbero essere effettivamente dovuti a un rallentamento dei movimenti geodinamici del sottosuolo (parolone degli esperti...non mie!) ma è anche possibile che vi siano ancora delle omissioni nei documenti. A prova di tutto questo eccoci allora di fronte a un salto temporale di cento anni e ritroviamo notizia di un forte terremoto nell'anno 1740. A proposito, il 1700 sarà il cosiddetto "saeculum horribilis" ("il secolo orribile") per quanto riguarda i terremoti in Garfagnana, saranno ben tre quelli violenti che colpiranno la valle. Il primo come detto correva l'anno 1740, era il 6 marzo quando il sisma colpì sopratutto la Garfagnana, l'area dei danni si estese a parte della Versilia e all'appennino modenese. I forti danni subiti appartenevano a stati diversi e sono documentati negli archivi estensi, lucchesi e fiorentini (così come era divisa politicamente la zona). Uno dei centri più danneggiati fu Barga dove si contarono tre morti, in più crollarono diverse case e molte furono danneggiate, si può calcolare che questo sisma sia stato dell'VII° della scale Mercalli e di magnitudo 5,2. Passano solo sei anni e il 23 luglio 1746 la paura torna a fare la padrona con un'altro terremoto dell'VII° scala Mercalli magnitudo 5,1. I paesi più danneggiati furono ancora Barga e Castelnuovo, la sequenza iniziò il 9 luglio e continuò fino ad ottobre, la gente si trasferì in campagna e costruì baracche. Arrivò così anche il 21 gennaio 1767, questo terremoto causò i suoi danni più gravi a Fivizzano dove ci furono gravi lesioni alle abitazioni, agli uffici pubblici e alle chiese. Eravamo in periodo di carnevale, vennero sospesi tutti i festeggiamenti, sostituiti da lunghe veglie di preghiera, stavolta questo sisma fu il maggiore per intensità di tutto il secolo, si toccò il VII° della scala Mercalli ma il suo magnitudo fu di 5,4.
Questo invece è il terremoto dei nonni dei nostri nonni e questo fu veramente catastrofico, era l'11 aprile del 1837, l'origine del
Campo di residenza provvisorio per gli
abitanti di Villa Collemandina 1920
(foto collezione Silvio Fioravanti)
sisma si può ricercare nelle viscere delle Alpi Apuane, la sua potenza si scatenò sulla superficie terrestre e arrivò al IX° Mercalli magnitudo 5,8. Il sisma prese nella parte nord-orientale delle Apuane sul confine fra Garfagnana e Lunigiana, la scossa causò gravi danni nei territori di Minucciano (dove morirono in tre) e Fivizzano. Il borgo di Ugliancaldo fu raso al suolo, qui i decessi furono cinque e diciotto i feriti. I rispettivi governi mandarono i tecnici a fare rilevamenti, vennero stanziati aiuti finanziari ed esenzione dalle tasse per i paesi colpiti.

Eccoci infine ai "giorni dell'apocalisse" che tutti conosciamo e di cui abbiamo sempre sentito raccontare. Era il 7 settembre 1920, la scossa (X° Mercalli magnitudo 6,5) interessò un area di oltre 160 chilometri quadrati, fu avvertita a Genova, Reggio Emilia, Pisa e anche a Milano, i morti furono ben 171, i feriti 650, migliaia di persone senza casa. Le scosse di assestamento durarono fino all'agosto del 1921 (per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/09/7-settembre-1920-il-grande-terremoto-i.html) .
Così da secoli in Garfagnana viviamo con questa spada di Damocle sulla testa e  con l'angoscia di sentire che c'è qualcosa di più
Il biglietto della lotteria in
sostegno delle popolazioni colpite
della Garfagnana 1920
grande di noi: la natura che ha il potere di distruggere e di creare.




Bibliografia

  • Sismicità storica in Garfagnana- Dipartimento della Protezione Civile
  • "Garfagnana la valle dei terremoti" di Claudio Vastano Garfagnana editrice

mercoledì 5 luglio 2017

Storia di un ponte: il ponte Attilio Vergai nel comune di Villa Collemandina, era il più alto d'Europa

"La casa dei sette ponti" è un bellissimo libro di Mauro Corona, è
una favola moderna ambientata nelle valli dell'appennino tosco-emiliano, un libro particolare a metà strada fra "Il canto di Natale" di Dickens e la parabola biblica del figliol prodigo. Una frase su tutte mi ha colpito di questo scritto e mi è venuta alla memoria proprio quando mi accingevo a scrivere questo articolo: "I ponti uniscono separazioni, come una stretta di mano che unisce due persone. I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze". Proprio così, la funzione di un ponte è questa, simbolica e concreta allo stesso tempo ed quanto di mai più appropriato si può dire del ponte stradale più famoso di tutta la Garfagnana: il ponte Attilio Vergai che si trova sulla statale 48 nel comune di Villa Collemandina, tra i paesi di Magnano e Canigiano. Questo ponte è famoso essenzialmente per tre motivi: il primo motivo risale al 1933, quando fu inaugurato era il ponte più alto d'Europa, era ed è considerato tutt'oggi a detta di molti tecnici e storici un pregevole ed ardito esempio delle prime strutture realizzate in cemento armato in Toscana, la seconda ragione riguarda il personaggio a cui è dedicato, Attilio Vergai, eroe della resistenza e principale fautore della sua realizzazione, infine l'ultimo e triste ragione consiste che questo ponte è meta di poveri disperati che decidono di chiudere in maniera volontaria la propria vita gettandosi dai suoi 87 metri d'altezza. Analizziamo adesso però i primi due motivi principali, tralasciando il terzo per le sue infelici e private storie.
Il cartello informativo all'inizio del ponte parla chiaro:
"Ponte Avv. Attilio Vergai. Anno di costruzione 1932-1933. Lunghezza metri 160. Altezza m 83. Sviluppo arcate m 40 e m 60. Progettista Ing. Danusso politecnico Milano". 
Ma cominciamo dall'inizio. L'avvocato Attilio Vergai fu nominato podestà di Villa Collemandina nel lontano 1927. Era la persona più adatta per ricoprire il ruolo di primo cittadino di questa comunità, aveva da parte sua il titolo di avvocato per districarsi fra le mille burocrazie che anche una volta affliggevano il nostro Paese e in più aveva un amore sconfinato per la propria terra. Nella sua veste istituzionale volle così dare ai suoi compaesani un infrastruttura grandiosa degna delle più grandi città non solo d'Italia ma anche d'Europa: il ponte sopra il torrente Corfino, un viadotto a due arcate, alto nel suo massimo 87 metri e costruito a ben 800 metri d'altitudine nelle impervie strade della Garfagnana. Era un'ossessione per il buon avvocato Attilio questa opera, in cuor suo credeva molto in questo progetto tanto da coinvolgere i corfinesi emigrati all'estero per finanziarlo, grazie al loro contributo si potè raggiungere una cifra ragguardevole per l'epoca: oltre duecentomila lire. Il sogno ormai stava per concretizzarsi, i lavori cominciarono così nel 1932. 
Dopo aver letto queste righe quello che per i cari lettori può sembrare un ponte voluto quasi per capriccio dal Vergai aveva invece solide motivazioni per essere costruito e tali motivazioni nacquero qualche anno prima quando nel primo decennio del 1900 fu (quasi) costruita la strada di collegamento fra Villa Collemandina e la frazione di Corfino. Sfortuna volle purtroppo che l'impresario edile  addetto alla realizzazione della strada morì, il fatto compromise i lavori e lasciò di fatto incompiuta la nuova via di comunicazione. 
Il terribile terremoto del 1920 che devastò la Garfagnana e in particolar modo proprio quei paesi dette però l'imput al suo
completamento e nel 1921 i lavori ripresero, si evidenziò fortemente la necessità di velocizzare i soccorsi in caso di un futuro sisma, difatti in precedenza gli aiuti giunsero clamorosamente in ritardo proprio a causa delle accidentate strade. L'amministrazione comunale affidò allora l'opera all'ingegner Aldo Giovannini che doveva studiare l'ultimazione della strada e la maniera più economica  per realizzarla. Dopo aver messo sul tavolo varie possibilità venne scelta la soluzione che prevedeva un lungo e alto ponte, ciò avrebbe anche valorizzato l'intera area in tutti i suoi aspetti. I piani strutturali di questo ponte furono molteplici, un progetto per esempio comportava la sua realizzazione in due arcate di 30 metri ciascuna, in cemento armato, con una pila centrale alta 33 metri, la pendenza e il fattore  puramente estetico di questo proposito fu bollata dagli ingegneri  come "scempio del paesaggio". Con buona pace di tutti finalmente il progetto venne definitivamente assegnato all'ingegner Arturo Danusso, i lavori ebbero così fine con la sua inaugurazione il 7 luglio del 1933 e le cronache dell'epoca così la definirono: "Ciò che pareva irrealizzabile e ora realtà e sull'abisso si curva agile ed elegante l'arco che sembra tracciato da una mano onnipotente con una facilità e con una leggerezza veramente fantastica".
La gioia per il suo principale sostenitore Attilio Vergai era immensa, finalmente aveva potuto regalare alla sua terra un'opera
Attilio Vergai

che anche lui sapeva che sarebbe durata per sempre. I momenti felici però  presto cesseranno per Attilio, due mesi più tardi da quel bellissimo giorno terminò il suo mandato di podestà e cominciò a lavorare a Castelnuovo Garfagnana nella filiale della Cassa di Risparmio di Lucca. Arrivò anche lo scoppio della II guerra mondiale e lui si contraddistinse subito come un fervente anti fascista, tanto che dopo l'otto settembre 1943 entrò in contatto con i primi partigiani garfagnini attivi in Campaiana aiutandoli nell'attività di sostegno ad ufficiali inglesi fuggiti dai campi di prigionia. Nel 1944 accadde il fattaccio, quando si oppose alle Brigate Nere che volevano i soldi custoditi dentro la banca di cui lui era il direttore, nella notte infatti modificò la combinazione della cassaforte e prelevò il denaro che inviò tramite una staffetta alla direzione di Lucca, città che già era stata liberata dagli americani. Ormai era entrato di fatto nella lista nera dei fascisti e il 27 febbraio 1945 fu catturato a Corfino e fu accusato di attività spionistica e favoreggiamento alla diserzione militare, dato che nell'anno precedente si era fortemente esposto aiutando alcuni giovani compaesani a non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale. Fu trasferito dunque nel carcere di Camporgiano dove fu brutalmente maltrattato, gli venne addirittura promessa la libertà in caso di
confessione, ebbe anche l'opportunità di fuggire ma non lo fece per paura di ripercussioni sulla sua famiglia. Un mese dopo la sua cattura Il 27 marzo 1945 comincia il mistero sulla morte di Attilio Vergai. Di prima mattina fu prelevato da Camporgiano e fu condotto in prigione a La Spezia, questa fu l'ultima volta che fu visto vivo. Il corpo di Attilio non fece mai più ritorno a casa, all'epoca si fecero alcune ipotesi sulla sua morte, la più probabile rimane quella che in una successiva traduzione carceraria da La Spezia a Genova via mare, la nave che trasportava Attilio fu attaccata da aerei anglo americani, nel corso del bombardamento si presume che l'imbarcazione affondò e gli uomini a bordo uccisi...

Nel 1952 il magnifico ponte gli fu giustamente intitolato.


Bibliografia

  • "Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo, guerra e resistenza" di Feliciano Bechelli edito Pezzini editore 2016
  • Pietre della memoria, il segno della storia