mercoledì 10 gennaio 2018

Il garfagnino che scoprì il cinema in America. La storia di uno dei più grandi impresari del cinema moderno

La chiamano la "settimana arte", prima di lei erano sei, molto più
Zefferino "Sylvester" Poli
antiche, le loro origini si perdono nelle notti della storia: architettura, musica, pittura, scultura, poesia, danza e infine nel 1895 appare lui: il cinema. I fratelli Lumiere proiettano per la prima volta al Gran Cafè des Capucines di Parigi dieci film della durata di circa un minuto ciascuno...è meraviglia. Nato semplicemente come curiosità tecnica nel giro di dieci anni il cinema diventa un nuovo genere di spettacolo a diffusione popolare in grado di creare mode, miti e abitudini. Il successo di pubblico porta l'America a intuirne il businnes, ed è qui che nascono le maggiori case di produzione e il cinema si trasforma in una vera e propria industria, ben presto sorgono le prime case di produzione dove letterati, giornalisti e uomini di teatro vengono via via chiamati a collaborare, di conseguenza ecco la costruzione delle prime sale di proiezione, dotate di un palco per l'orchestra che "accompagna" il film muto. In questo scenario meraviglioso e incantato un garfagnino fiuta l'affare, un garfagnino ha l'intuizione,l'ardire e la lungimiranza di capire che con la "settima arte" si può diventare milionari. Questa è l'incredibile storia di un emigrante della Valle del Serchio, questa è la storia di "Sylvester" Zefferino Poli.

La storia di quest'uomo all'inizio è la solita di qualsiasi altro emigrante della Valle di inizio secolo. La vita è dura in
Gallicano inizio secolo
Garfagnana, alla fine dell'ottocento da queste parti "c'è una povertà ed un degrado che si taglia con il coltello". Zefferino nasce a Bolognana (Gallicano) il 31 dicembre del 1858, il padre a scappatempo suona l'organo in chiesa per due soldi e la madre prepara dolci da vendere porta a porta. Zefferino non va a scuola, c'è bisogno di lavorare per tirare avanti e accompagna la mamma a vendere "le ciaccine" (una focaccina di strutto, farina e zucchero). Il senso degli affari comincia a nascergli proprio in quei tristi momenti quando per attirare clienti s'inventa lo slogan che annuncia nei paesi la vendita dei suoi dolci: "E' roba di famiglia, chi le assaggia le ripiglia". Ben presto la famiglia Poli cambia casa e si trasferisce sulla riva opposta del fiume Serchio, trovando un alloggio migliore proprio a Piano di Coreglia. Nonostante la miglior sistemazione la vita rimane grama, però destino vuole che indirettamente una guerra portasse in dote a Zefferino un mestiere vero e proprio in cui sperare per un avvenire migliore. In quegli anni infatti scoppia la guerra franco-prussiana (1870-1871), molte persone scappano dalla Francia cercando rifugio a destra e a manca, fra queste persone c'e uno scultore transalpino di discreta fama, un certo Dublex(a quanto pare amico intimo di Napoleone III), che trova rifugio proprio dalla famiglia Poli, amici anche loro di vecchia data. Lo scultore propone di ricambiare il favore a guerra finita, promettendo alla  famiglia di portare con sè il piccolo Zefferino  per introdurlo nel mestiere del figurinaio, esperto nella modellazione dell'argilla e della cera. Detto fatto, a tredici anni
figurinai coreglini
Zefferino parte per Parigi, torna poi in Italia per tre anni per assolvere all'obbligo di leva, diventa il lustrascarpe personale del suo capitano. In seguito riparte per Parigi per riprendere gli studi e accettare un lavoro al Museo Grevin, diventa così un sopraffino modellatore. Ma a quanto pare il vero Eden per ogni emigrante non è la Francia, dall'altra parte dell'oceano c'è "la Merica" che da nuove ed incredibili opportunità. Zefferino decide di partire, torna in Italia ricomincia a vendere "ciaccine" con il solo ed unico intento di racimolare soldi per il transatlantico diretto a New York. Così a diciannove anni nel 1877 da semi analfabeta parte per le "lontane Americhe". I primi anni di vita americana sono terribili, enormi sono i sacrifici e le privazioni. Negli Stati Uniti porta il lavoro che conosce meglio di tutti: fabbricare statuine. Nel suo laboratorio di New Haven (Connecticut) di notte realizza santi in miniatura e graziosi gattini che il giorno va a vendere agli angoli della città al grido di: "Buy images cheap!!!" (comprate le immagini costano poco!!!). La vita cambia completamente quando conosce una genovese: Rosa Leveroni, è subito amore e il 25 agosto del 1885 (quando Rosa ha solo sedici anni) si sposano, il connubio è da subito vincente. Rosa capisce fin da subito che con Sant'Antonio, San Giuseppe e gattini vari, di soldi ne avrebbero fatti pochi, bisogna cambiare produzione e realizzare le celebrità del tempo. L'occasione più propizia capita quando sette anarchici vengono condannati (ingiustamente) a morte nella sommossa di Haymarket a
La sommossa di Haymarket
Chicago, questi tragici eventi balzano subito alla ribalta nazionale e quale miglior occasione di riprodurre i sette malcapitati? Infatti è un successo. Intanto Zefferino dapprima trova lavoro all'Eden Museo di New York e poi un nuovo impiego da capo modellista al Museo Egizio di Philadelphia, la fortuna finalmente comincia a girare, infatti un'ennesima intuizione dei coniugi Poli dà il segnale che il vento è cambiato, basta fare il venditore ambulante, bisogna mettere su qualcosa di stabile e permanente, un negozio dove esporre le proprie creazioni. Il negozio apre e l'attività ingrana, la moglie ormai si occupa di trattare con i clienti, mentre lui crea i personaggi. Le vendite in breve tempo triplicano, con i soldi guadagnati viene comprato un edificio dove esporre tutte le loro realizzazioni. Intanto il tempo passa e ormai si sta per aprire una nuova frontiera, questa nuova frontiera
 si chiama cinematografo, si sta  schiudendo un nuovo orizzonte anche per Zefferino, ma questo lui ancora non lo sa.
L'anno della svolta definitiva è il 1888, quando il nostro protagonista modifica anche il proprio nome, non più un semplice Zefferino Poli, aggiunge così un secondo nome americano: Sylvester, in omaggio al santo del giorno del suo compleanno e cosa più importante dà il via ad una società che apre locali a metà strada fra un negozio ed un teatro. Il loro espandersi è rapido vengono
Springfield Poli Thater
aperti locali a Toronto (Canada), Rochester, State Island e Troy nello stato di New York. Nel 1892 si stabilisce definitivamente a New Haven dove apre il "Poli Eden Musee", ma  ancora non basta, bisogna fare di più, c'e bisogno di un teatro autentico dove mettere in scena continui spettacoli di varietà di alta classe, a questo scopo nasce nel 1893 il "Poli's Wonderland Theatre" (la terra delle meraviglie di Poli), ma non finisce qui. Poli compra e ristruttura e trasforma vecchi locali in teatri che diventeranno poi fra i più famosi d'America. Dal 1897 al 1926 ogni città vede il marchio "Poli's Theatre": Waterbury,
Mae West primo sex simbol americano
scritturata da Poli
Bridgeport, Meriden e Hartford in Connecticut, Springfield e Worcester in Massachusetts, insomma tutta la costa est degli Stati Uniti compresa la capitale Washington vede in scena gli spettacoli della "terra delle meraviglie". Zefferino riesce anche a stare al passo con i tempi, per vincere la concorrenza e rendere il teatro il più moderno possibile lo fa ricostruire anche per tre volte di seguito fino a che non diventa come lui vuole, infatti la moda impone i "movie palace" locali molti diffusi all'epoca che possono contenere anche duemila spettatori. In pochi anni ecco nascere un impero che conta più di cento cinema dove si esibiscono dal vivo quelli che diventeranno i primi attori del nascente cinema, impossibile quindi non ricordare Mae West il primo vero sex simbol d'America, sennò l'illusionista
Harry Houdini
più famoso al mondo Harry Houdini, per passare poi a Shiley Booth vincitrice di un premio Oscar nel 1953, Berth Lahr colui che nel 1939 interpreterà il leone nel Mago di Oz insieme a Judy Garland, per poi continuare con George Burns uno dei più famosi comici americani, tutti scritturati dal garfagnino Zefferino Poli. 

Siamo così arrivati negli anni '20 del 1900, il cinema adesso ha preso campo anche fra la gente comune: Stanlio e Ollio, Charlie Chaplin e Buster Keaton sono già delle vere e proprie star, ma il più grande proprietario di cinema del nord est degli Stati Uniti rimane lui: Zefferino Poli. Il suo senso degli affari ha già intuito la trasformazione degli spettacoli di massa dell'epoca, capendo che per trasmettere sul "grande schermo" la nuova arte, i suoi teatri sarebbero stati l'ideale. Nel luglio del 1928 Poli vende per 75 milioni di dollari  parte dei teatri di proprietà alla  Fox New England Theatres (che con il tempo diverrà la celebre Twenty
Poli's Palace di Waterbury
Century-Fox) mantenendo una parte delle azioni creando di fatto la Fox-Poli. A questo punto le sue fortune sono incalcolabili, la grande crisi del 1929 non lo scalfisce nemmeno, anzi lo trova con così tanti soldi da ricomprare per "pochi dollari" tutti i suoi teatri venduti in precedenza alla Fox, caduta in amministrazione controllata nel 1932. Il previdente garfagnino acquisisce nuovamente il controllo dell'impero ma capisce che alla sua età è arrivato il momento di mollare e chiude con una mossa in grande stile cedendo nel maggio 1934 buona parte dei suoi teatri alla "Loews Theaters" (quella che dal 1924 al 1959 sarà la casa madre del colosso cinematografico Metro Goldwyn Mayer) creando anche qui una nuova società: Loew's-Poli New England Thatres.

A poco più di settant'anni Zefferino si ritira dagli affari quando possiede ancora venti teatri, tre alberghi, cinquecento uffici e due cantieri. Si ritira nella sua casa al mare di Woodmont: Villa Rosa (in onore alla moglie), insieme a lui c'e l'inseparabile consorte e l'affetto dei suoi quattro figli. Il suo dolore più grosso rimane però la perdita del primogenito Edward morto per embolia all'età di 31 anni nel 1922. Nel corso della sua vita l'Italia non si dimentica di un suo "figlio", il re Vittorio Emanuele III gli conferisce il titolo di Cavaliere della Corona d'Italia, mentre la moglie riceve dalla regina Elena la Croce d'Onore per le sue opere filantropiche.
Al cinema Loew-Poli trasmettono
Alice nel paese delle meraviglie di Disney
Zefferino il venditore di "ciaccine" che diventò uno dei pioneri del cinema muore il 31 maggio nel 1937 in seguito ad una polmonite.

Si fu proprio così, Zefferino il venditore garfagnino di "ciaccine" fu fra i più grandi impresari cinematografici del Novecento. E' uno degli immigrati italiani negli Stati Uniti che ha avuto più successo in assoluto, uno che ha reso concreto il sogno americano, uno che aveva capito prima di tutti quello che la gente voleva: la sua bottega di figurine prima fu trasformata in teatro e da li in cinema, il primo di una catena fra le più diffuse in quella zona d'America. Non si dimenticò nemmeno della sua terra, ebbe occasione di tornare più volte nella Valle del Serchio e con ciò non si scordò mai di ringraziare "La Merica":
Il mausoleo eretto da Zefferino
per il figlio primogenito morto

"La nostra razza ha trovato un rifugio sicuro dietro le stelle e strisce e sentiamo che fra tutti i suoi figli che si sforzano di portare questo vessillo alla vittoria, nessuno porterà entusiasmo e più lealtà costante dei suoi figli di sangue italiano".

Note: Grazie a tre giovani ragazzi che studiano le vicende dei nostri emigranti la figura di Zefferino Poli è tornata a vivere. Luca Perei, Isaak J. Liptzin e Valerio Ciriaci sono i creatori del documentario "Mr. Wonderland". Questa è fra le opere vincitrici del bando emesso dalla Regione per il sostegno alla produzione di documentari nel 2017. Un investimento di 130 mila euro che permetterà anche alla storia di Zefferino di diventare film.


Bibliografia

  •  King Donald C. S.Z Poli from Wax to Riches. Marquee Magazine New York City 1979
  • Cullen, Frank, Florence Hackman and Donald Mc Nelly. Vaudeville. Old and New: an encyclopedia of variety perfomers in America. New York Routeledge 2007
  • "L'emigrante della Garfagnana che creò il businnes del cinema" di Ilaria Bonuccelli da "Il Tirreno" 13 dicembre 2017

mercoledì 3 gennaio 2018

Leggende dell'Epifania garfagnine, "contate a veglio"

Era proprio durante questo periodo,
sull'approssimarsi dell'Epifania che nelle case garfagnine c'era sempre veglia, anche quando nelle fredde sere di gennaio il vento gelido mulinava nell'aia, anche quando si scatenava un impetuoso acquazzone, insomma qualsiasi fossero state le condizioni del tempo "andare a veglio" era un rituale quasi sacro. In queste uggiose serate tutto si svolgeva nelle ampie cucine di una volta, alla luce di un gran focolare. I vegliatori più anziani si mettevano con le loro seggiole vicino al camino e così piano, piano  si avvicinavano i ragazzi e le ragazze, dopo pochi attimi ai ragazzi si aggiungevano le famiglie, intanto tutt'intorno nonostante il momento fosse di riposo e tranquillità i piccoli lavoretti andavano avanti, c'era chi aggiustava gli attrezzi, chi sgranava le pannocchie e chi badava al fuoco del camino, cosa fondamentale perchè proprio durante il periodo natalizio c'era l'usanza di accendere nel camino un grosso "ceppo". Sul "ceppo" si sistemava altra legna in modo che il grosso pezzo di legno che stava sotto si consumasse lentamente, dal momento che doveva durare tutti i dodici giorni che separano il Natale dalla festa della Befana, questi dodici giorni rappresentavano i mesi dell'anno e si diceva inoltre che bisognava tenerlo "vivo" perchè serviva per scaldare Gesù Bambino. Nel frattempo mentre le mani erano occupate in cento cose fiorivano i racconti e le storie più o meno fantasiose, più o meno vere e tutto si confondeva in un misto fra verità e leggenda. D'altronde era durante queste feste che certi racconti rimanevano più impressi nella memoria di tutti, storie che affascinavano genitori e bambini, personaggi come Gesù, Giuseppe e Maria e la Befana erano nell'immaginario e nel culto popolare e proprio questi racconti che vado a narrare vengono da quelle interminabili serate di veglia, di molto, ma molto tempo fa... 

la scarpa di ferro

Si credeva un tempo nei nostri monti che nella notte dell'Epifania i bambini che erano morti in tenera età tornassero al focolare delle
loro mamme per scaldarsi un po'. Passavano attraverso il camino e se trovavano il fuoco acceso si fermavano per passare la notte. Non si potevano avvicinare ne disturbarli e ne tanto meno rivolgergli parola, si potevano solamente osservare da lontano e in assoluto silenzio. Una notte una contadina di Sassi fra la cenere del camino spento trovò una scarpa di ferro, esterrefatta da questo accadimento la fece vedere subito al marito, la conclusione fu che sicuramente l'aveva lasciata qualche povera anima, proprio perchè il fuoco nel camino era spento. La vecchia contadina decise così di conservare la scarpa ben chiusa in una cassapanca e di non guardarla più fino all'anno successivo. Il seguente anno il giorno dell'Epifania la scarpa fu riposta in un cantuccio vicino al focolare scoppiettante. La mattina dopo, fra la sorpresa di tutti al suo posto furono ritrovate pagliuzze d'oro fino. 

Giuseppe, Maria e Gesù Bambino a Mosceta

Si dice proprio che un giorno di duemila anni fa la Sacra Famiglia per sfuggire alla furia dell'esercito di Erode attraversò la
Mosceta e il prato in questione
Apuane. Non vi immaginate voi la fatica della Madonna, San Giuseppe e il Bambinello nell'inerpicarsi per le aspre montagne. Maria ad un certo punto della scalata non ce la faceva più e così decise di fermarsi. All'improvviso al di là delle rocce apparve a loro un terreno completamente sassoso ma pianeggiante. Laggiù in quel luogo la Madonna decise di riposarsi e in omaggio a quel luogo che le aveva offerto ristoro quella "sassaraia" scomoda divenne un  bel prato verde, ed è per questo che Foce di Mosceta si presenta come un prato verde fra le pietre


I Re Magi sulla Pania

Ci fu una notte fra Natale e l'Epifania che sopra la Pania
Pania della Croce
passarono i Re Magi e i loro cammelli alati. Una stella li guidava verso Betlemme ma il percorso era lungo e faticoso e le Apuane non sono facili da superare, spesso sono flagellate da venti forti, nebbia e copiosa neve. Fu così che proprio all'altezza della Pania della Croce i cammelli dei Magi planarono e si abbassarono per prendere lo slancio verso il mare. Nel punto esatto dove gli zoccoli cozzarono con il terreno lasciarono un'impronta indelebile, in quel momento in cielo sfavillarono centinaia e
Le impronte
centinaia di scintille che splenderono come mille stelle cadenti 


Il poeta francese Jean Cocteau un giorno ebbe a dire: "Cos’è la storia, dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia".



Bibliografia:

  • "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi edito "Le Lettere" anno 2013

mercoledì 20 dicembre 2017

Dal censimento del 1901: la Garfagnana e l'Italia, com'erano e come sono diventate dopo più di un secolo...

Ormai ci siamo, l'anno è finito. Di solito proprio in questo periodo ognuno di noi traccia un consuntivo personale di quei fatidici
dodici mesi appena trascorsi, qualcosa è andato bene, qualcos'altro male e gli auspici di un anno migliore sono il migliore augurio che si possa fare ad una persona. Questo rendiconto viene fatto a tutti i livelli del nostro viver quotidiano, come detto c'è quello personale e c'è quello delle aziende che tirano le somme del loro andamento annuale. Esiste anche un rendiconto generale sull'andamento generale della nostra Italia che si ha però ogni dieci anni, questa indagine è a tutti conosciuta semplicemente come "censimento". Il lasso di tempo naturalmente è ben più ampio  di un semplice anno, dieci anni sono considerati un tempo ragionevole per vedere i cambiamenti che sono in atto in Italia. L'ultimo che abbiamo avuto è stato nel 2011 e si ripete come detto di dieci anni in dieci anni, nell'anno  però che termina con uno. Questo perchè la sua storia parte proprio dal 1861, anno dell'Italia unita e da quella data puntualmente ogni decennio si ripete, a onor del vero nella storia nazionale non si è svolto per due volte, nel 1891 per mancanza di fondi e nel 1941 quando si era in piena guerra mondiale. La funzione principale del censimento è quella di far capire all'amministrazione statale quante persone ci sono residenti nei confini nazionali, quanti di sesso maschile, quanti di sesso femminile, quanti sono i bambini rispetto agli anziani, così da avere una precisa radiografia del Paese, in più, novità inserita nel lontano 1951, oltre al censimento della popolazione in quell'anno(ed è tutt'ora in vigore)fu inserito quello relativo alle abitazioni. Grazie a tutto questo è possibile anche sapere come sono strutturalmente gli edifici e come sono suddivisi. Tutto ciò viene indetto e finanziato dall'I.S.T.A.T (istituto nazionale di statistica)che fa tutto questo non per semplice
curiosità, ma lo fa in funzione a due articoli della Costituzione (art. 56 e 57). Il quadro che viene fuori confrontando i vari censimenti è un vero e proprio spaccato di vita, fa vedere veramente come cambiano i tempi da un punto di vista sociale e culturale e fra le mani mi sono proprio capitati alcuni dati di un censimento del 1901 con particolare riferimento alla Garfagnana. Il 1901 è un anno molto importante: "Oggi inizia un'epoca in cui la storia del mondo dev'essere riscritta", così cita l'inizio del primo capitolo del libro "Il mito del XX secolo" e niente di questo è più vero.Il 1901 si apre al secolo che segnerà per sempre la storia dell'umanità nel bene e nel male: due guerre mondiali, grandi invenzioni ed innovazioni (luce, televisione, aeroplani...), vaccini, antibiotici e così via e quindi è interessante vedere come la nostra Garfagnana viveva prima di questa epocale svolta. Partiamo però prima da un raffronto generale su quello che era l'Italia a quel tempo e su come è oggi, in base proprio ai censimenti del 1901 e del 2011 a ben 110 anni di distanza. Il primo dato che balza agli occhi  è il numero dei residenti che attualmente o meglio secondo l'ultimo censimento (2011) risultavano essere 59.433.744, quasi raddoppiati in poco più di un secolo, infatti al tempo (1901) eravamo 32.965.504. Tale
Com'era l'Italia nel 1901
aumento della popolazione secondo l'I.S.T.A.T lo si deve esclusivamente agli stranieri, poichè 
dal precedente censimento(2001)hanno segnato un'aumento del 4,3%, in pratica parlando in numeri gli stranieri residenti regolari in dieci anni sono aumentati di 2.694.256, mentre gli italiani sono diminuiti di 250 mila unità. Le donne italiane vincono sugli uomini in quantità, il gentil sesso si attesta su oltre 30 milioni, gli uomini sono 28 milioni; diverso nel 1901 quando le donne erano il 49,7% e i maschi il 50,3%, causa probabile di questa inflessione era che  molte donne purtroppo morivano di parto e talvolta insieme a loro i bambini che portavano in grembo, le cifre in tal senso sono ragguardevoli e spaventose, oltre 46 mila pargoli perivano per le più svariate cause, mentre oggi (dato 2011) sono 2084 i piccoli che muoiono nei primi cinque anni di vita. Sempre rimanendo su questo triste argomento i morti totali di inizio secolo scorso erano 715.036, oggi 613.520. Per quanto riguarda le famiglie nel 1901 il 36% era sposato, in quell'anno 234.819 matrimoni, contro gli attuali 207.138, inoltre (sempre nel 1901) tre famiglie su dieci avevano sei o più componenti (il 30%), non si trattava solo di genitori e figli ma anche di nonni, zii e consanguinei vari, non trascurabile nemmeno le famiglie composte da cinque persone che erano il 13,8% e solo l'8,8% da una sola persona. Oggi le famiglie unipersonali invece sono quasi una su tre (dato in aumento), nel contempo diminuiscono le coppie senza figli (oltre cinque milioni, il 31,4% del totale). La vita come si sa era ed è dura, quindi emigrare era una soluzione per dare una svolta alla propria
La famiglia italiana del 1901:
 otto persone
esistenza, a inizio secolo erano 533.245 gli individui che abbandonavano il suolo natio (nell'ordine) per gli Stati Uniti(121.139), per il Brasile(82.159)e per l'Argentina (59.881), anche attualmente si emigra, nella sorprendente cifra di 147.000 persone, le principali mete (sempre nell'ordine) sono: Regno Unito, Germania e Francia, e sempre più sono i laureati italiani che lasciano il Paese con più di 25 anni di età (quasi 23 mila, con un +13% rispetto al precedente censimento), oltretutto in forte aumento l'emigrazione di coloro che hanno un'istruzione medio bassa (+9%). A proposito di istruzione nell'anno scolastico 1901-1902 gli iscritti alla scuola elementare non sono neanche tre milioni, alle medie 92 mila, alle superiori 27 mila, il 32,7 % degli uomini è analfabeta e il 46,1% delle donne idem, per un totale nazionale del 39,4%, pensiamo però che questa piaga sociale non è affatto estinta, tutt'altro, gli analfabeti in Italia sono la ragguardevolissima cifra di 583.523: Palermo, Messina e Bari sono le città con più illetterati (dati 2001). Allora, come diceva la mia mamma se non si studia si lavora... nel censimento del 1901 fra gli occupati erano considerati anche i bambini nati nel 1891 cioè di nove anni d'età (momento in cui finiva l'obbligo scolastico), in alcuni casi per gli inferiori a questa età la
La famiglia italiana del 2017:
tre persone
dichiarazione di occupazione era fatta dal capofamiglia ma come dice l'Analisi Ufficiale del censimento dell'epoca:
 "...si è preferito di non tener conto di tali dichiarazioni, perchè il lavoro eseguito da fanciulli di così tenera età, forse per poche ore del giorno ed in qualche stagione dell'anno, non può dare un contributo apprezzabile all'attività economica...", allora è evidente che i disoccupati erano la irrisoria cifra di 200 mila persone. Naturalmente degli occupati maschi il 61,1% era impiegato nell'agricoltura e il 21% nell'industria, le femmine invece il 60,9% nell'agricoltura, e il 24,5% nell'industria. Stendiamo un velo pietoso sui dati odierni dall'ultimo censimento, il tasso di disoccupazione 2011 era l'8,4%, dal dato aggiornato a ottobre 2017 in soli sei anni siamo saliti all' 11,1% (si tratta di quasi tre milioni di persone)...
Poi al tempo esisteva anche un angolo di mondo che si chiamava  Garfagnana e che timidamente e inconsapevolmente si affacciava al secolo che porterà anche a lei sconvolgimenti mai avuti prima. Analizziamo anche qui un po' di dati che ci dovrebbero fare un po' riflettere e vediamo che quello che salta subito all'occhio è il dato in controtendenza sui numeri dei residenti. Se a livello
La Garfagnana oggi
nazionale abbiamo avuto nei decenni un forte incremento della popolazione, la Garfagnana ha avuto negli ultimi centodieci anni uno spopolamento. Nel 1901 erano 46.916 gli abitanti che risiedevano legalmente nella Valle, quelli di fatto invece erano 37.856, divisi in 17 comuni, oggi (dato 2011) i garfagnini sono 28.307, divisi in 14 comuni. I garfagnini di inizio secolo proprietari di fabbricati e di terreni erano 6481. I "proprietari capitalisti" (così definiti coloro che hanno terreni e case date in affitto o in gestione), sono 721, di questi "proprietari capitalisti" nessuno è milionario, si tratta in ogni modo di fortune piuttosto ragguardevoli e queste persone sono rappresentate sopratutto da quegli emigranti che sono rimpatriati portandosi dietro quel discreto "gruzzoletto" frutto del duro lavoro. Di fronte a tutto questo penso che sia chiaro che l'attività principale era l'agricoltura: 8573 maschi e 3912 donne per un totale di 12.485 erano le persone impiegate "in qualità di contadini o coloni" (specifiche parole), da aggiungere a tutti questi i piccoli proprietari che lavoravano direttamente il proprio terreno, aggiungendo questo dato si può dire che gli addetti all'agricoltura erano i due quinti dei residenti. Nell'industria, nei mestieri e nell'artigianato lavoravano 2416 uomini e 501 donne, le cose però cambieranno totalmente nel 1916 quando a Fornaci di Barga aprirà la Società Metallurgica Italiana meglio conosciuta come S.M.I, la svolta occupazionale sarà  e rimarrà epocale per la valle. Altri dati sul lavoro ci dicono ancora che nel piccolo commercio
La SMI di Fornaci: svolta sociale
e economica della valle
(bottegai, piccoli commercianti...) ci sono 503 uomini e 17 donne, rimangono poi tutti quei mestieri (che sinceramente non so perchè) vengono calcolati tutti insieme che sono: impiegati dello Stato, guardie municipali e campestri, preti, frati, maestri e maestre questi sono 608 uomini e 12 donne, di questi 136 uomini e 12 donne appartengono al culto (preti, frati e suore). Un fatto curiosissimo da sottolineare è che in questi numeri non vi è nemmeno una maestra...eppure chi è che non ha avuto nel passato o nel presente una maestra? Con molta probabilità l'occupazione principale delle maestre non era quella d'insegnare, non è difficile che anch'esse fossero nelle categorie agricole. Ai lavori domestici invece c'erano 144 uomini "casalinghi" e 8998 donne...
 i pensionati invece erano 44...Per quanto riguarda la scuola, gli scolari, gli studenti (per studenti si intende i ragazzi che frequentavano la scuola media inferiore o superiore) e i seminaristi erano 1003 maschi e 1032 femmine, un numero veramente bassissimo...Eppure le scuole elementari in Garfagnana erano tantissime, ben 122, ma i bambini che la frequentavano erano pochissimi, consideriamo che la riforma della scuola secondo la legge Coppino del 1877 prevedeva l'obbligo fino alla terza elementare e la facoltà di arrivare fino alla quinta  classe (ed eventualmente anche oltre), ma purtroppo il 65% dei bambini
Scuola femminile di inizio secolo
(foto tratta da Bargarchivio)
abbandonava l'istruzione finita l'obbligatorietà.

La Garfagnana quindi si presentava al nuovo e importante secolo arretrata sotto tutti i punti di vista: culturale, sociale e lavorativo. Augusto Torre (giornalista e professore universitario 1889-1977) fece un esame attento a questo censimento "garfagnino" del 1901, dando un perchè a questa grave arretratezza e così ebbe a dire:"...la mancanza di scambio e di idee fra paese e paese, mancanza che trae a se anche quella di qualunque rapporto e suscita e favorisce invece i contrasti e le ostilità fra villaggio e villaggio, quel campanilismo , che per cause futili e insignificanti produce lotte e risse talvolta ferimenti e uccisioni, coi relativi strascichi..." . In questo senso nonostante sia passato un secolo forse è cambiato qualcosa? Ostinati sempre a curare solamente ed unicamente il nostro piccolo orticello...


Bibliografia

  • "Censimento della popolazione del Regno d'Italia" 10 febbraio 1901. Volume V. Direzione Generale di Statistica. Roma
  • "15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni 2011" Ufficio stampa ISTAT
  • "La Garfagnana" di Augusto Torre. Articolo pubblicato su "La Voce", 26 ottobre-2 novembre 1911

mercoledì 6 dicembre 2017

Morte e distruzione.I danni della II guerra mondiale in Garfagnana

Questa infinita crisi economica ha attanagliato ogni speranza sul
Castelnuovo Garfagnana bombardata
(foto di Vladimiro Bertoi
 su gentile concessione di Nicola Simonetti)
futuro: non si fanno più figli, non si costruiscono più case, non si acquistano più auto e per questo (nonostante qualche lieve ripresa) viviamo in uno stato di incertezza assoluto. Spesso discutendo con amici e conoscenti si è parlato di quale poteva essere la miglior soluzione per uscire da una recessione quasi ormai cronica e la risposta più frequente, 
più sbalorditiva e sconcertante  è stata: la guerra. La guerra da molti (o da alcuni, non lo so) è vista come la panacea di tutti i mali e come un avversità necessaria per la ripresa economica mondiale, ma forse non ci rendiamo bene conto di ciò che diciamo. Le perdite umane e infrastrutturali non sono mai proporzionate ai guadagni e tra le altre cose i danni civili sono spesso più alti di quelli militari, questo vale per le guerre passate e per quelle attuali e future. C'è forse qualcuno di noi che è disposto a perdere un suo caro o la sua casa in nome di una eventuale ripresa economica? Credo proprio di no...L'articolo in questione vuole aprire un po' gli occhi su questa strampalata teoria e far capire bene, dati alla mano su dove possa arrivare il potenziale distruttivo dell'uomo e non crediamo di vivere in un angolo di mondo particolare e ovattato, la Garfagnana durante la seconda guerra mondiale fu colpita in maniera inesorabile, metteremo quindi anche il dito sui danni che subimmo a quel tempo, ma partiamo dai dati generali parlando di quello che fu l'ultimo conflitto mondiale in fatto di distruzioni perpetrate a cose e persone. In Italia la quasi totalità dei bombardamenti fu operata da parte degli alleati (inglesi ed americani quindi), mentre una piccola parte fu compiuta dai tedeschi. Nella seconda fase del conflitto i danni materiali
Propaganda italiana
sui bombardamenti americani
prodotti dalle razzie, dalle ruberie e dalla occupazione delle case pubbliche e private sono state compiute dalle truppe naziste ai danni della popolazione civile inerme. Tutto il Paese da nord a sud soffrì di questa situazione e i numeri in tal senso parlano chiaro: -29% della produzione industriale nazionale (nonostante lo sforzo bellico), - 63% il calo della produzione agricola, il 40% delle linee ferroviarie distrutte, diciamo poi che è difficile quantificare nello specifico  le distruzioni subite dai privati, un calcolo più preciso può essere fatto sul patrimonio artistico-culturale, non tralasciando però le vittime civili dei bombardamenti che si aggiravano  nel nostro Paese intorno alle centocinquantamila unità. Passando ancora alle cifre le città che subirono più danni a livello del patrimonio storico- culturale furono nell'ordine: Napoli, Milano, Torino, Genova, Palermo, Foggia, Roma e Messina. Invece parlando in termini di percentuale le peggiori distruzioni alle costruzioni private e pubbliche le hanno subite le città di Rimini distrutta per l'80% delle sue abitazioni, poi Livorno (80%),
Alcune vittime dei bombardamenti su Roma
(foto tratta da "L'Unità)
Foggia(80%), Civitavecchia (80%), Cagliari (70-80%), La Spezia (70-75%)e ancora a decrescere altre città come Reggio Calabria, Messina, Ancona...altre cittadine più piccole come Recco, Cassino e Paternò furono distrutte nella sua totalità, invece le prime tre città che subirono più vittime furono: Napoli (20-25 mila), Foggia (20 mila) e Roma (7 mila), tutto questo portò nei cinque anni di bombardamenti incessanti al fenomeno dello "sfollamento"; le popolazioni erano rimaste senza casa, sconvolte dalla paura non trovarono di meglio che fuggire dalle loro città e paesi cercando rifugi più sicuri altrove. Un numero elevato di persone (quasi due milioni), lasciò allora le proprie case (o quello che rimaneva)per salvarsi da probabile morte.  In tutto questo computo non c'è calcolato però tutto il resto d'Italia: le cittadine, i piccoli paesi e le sperdute zone montane, ed
Thunderbolt americani pronti
a bombardare anche la Garfagnana
 anche la Garfagnana non è compresa in tutto questo rendiconto. Un grosso lavoro in tal senso per recuperare dati e notizie lo si deve al professor Oscar Guidi che è riuscito negli anni a rendere un quadro ben chiaro di quello che furono le distruzioni
 materiali e non nella nostra Valle. C'è subito da dire che da un punto di vista prettamente violento la guerra combattuta in Garfagnana non fu sicuramente fra le più cruente, diverso il discorso se guardiamo gli effetti di questo sulla gente e le infrastrutture, per rendere bene l'idea cerchiamo di dare un quadro delle conseguenze delle azioni belliche sulle case, sulle strade e sui ponti ed anche (purtroppo)sulle persone decedute. I bombardamenti sulla valle cominciarono nel maggio 1944, quando gli aerei americani mitragliavano i treni che transitavano sulla linea Lucca- Aulla, a Fornaci di Barga ad esempio dopo una di queste incursioni perse la vita un uomo di Castelnuovo e anche alla stazione di Poggio- Villetta e Pontecosi stessa fine subirono altre persone. Il triste primato di primo paese garfagnino bombardato
Gallicano distrutta
toccò a Piazza al Serchio, il 29 giugno un attacco aereo causava la distruzione di diverse case e di una chiesa, i morti furono circa una quindicina e i feriti cinquanta. Il 2 luglio fu il turno di Castelnuovo Garfagnana e della sua stazione ferroviaria, qui persero la vita tre bambini ed un ragazzo di diciassette anni, a quanto pare queste operazioni miravano (su indicazione dei partigiani) a far esplodere depositi di munizioni e carburante nemico, fu poi il turno dei passi appenninici, così fu preso di mira il Passo delle Radici, ma il peggio si ebbe quando si attestò il fronte in tutta la valle, oltre ai bombardamenti entrò in campo anche l'artiglieria pesante. A farne le spese più di tutti fu proprio Castelnuovo che fu quasi rasa al suolo, la posizione strategica del paese la portò più e più volte ad essere martirizzata dalle bombe, le sue distruzioni furono immani tanto da assurgere a simbolo di devastazione e di rovina, cosi il 15 febbraio 1945 nei pressi della cittadina in località Novicchia in un rifugio antiaereo trovarono la morte 30 persone, nei mesi precedenti (nel novembre
Barga devastata
'44)Sassi pagò il suo tributo lasciando sul campo undici bambine e quattro suore, tutti sfollati da Pisa, poi nel dicembre del solito anno fu colpito Gallicano, qui le vittime furono ventidue ed ancora la lista si allunga con San Romano, Villa Collemandina e Pieve Fosciana. Ai danni provocati dai bombardamenti alleati si aggiunsero quelli dei tedeschi che battendo in ritirata facevano saltare in aria qualsiasi infrastruttura di collegamento: gallerie ferroviarie, ponti e strade. A fronte di tutto questo cominciava la tragedia dei "senza tetto", centinaia trovarono rifugio presso il Centro Profughi di Lucca. La situazione era veramente critica, a Molazzana risultavano distrutte 150 case e 5 ponti, i "senza tetto" erano circa 1250(compresi gli sfollati di altre zone), a Fosciandora il problema maggiore(oltre alle case devastate) lo creava la
Il ponte di Ceserana in fase di ricostruzione
(foto di Vladimiro Bertoi su gentile
concessione di Nicola Simonetti)

distruzione del Ponte di Ceserana, collegamento fondamentale con la strada provinciale (oggi regionale), anche Pieve Fosciana lamentava devastazioni: i ponti di Pontardeto e di Pontecosi erano stati fatti saltare in aria e qui i senza casa erano circa un migliaio, a Castiglione 37 erano le case inagibili e 500 i "senza tetto", in più i vari ponti e ponticelli che portavano al Passo delle Radici erano inutilizzabili, nel comune di San Romano il bellissimo ponte ferroviario della Villetta non fu risparmiato così come i caselli dei pastori di Campocatino subirono danni. L'elenco sarebbe ancora lungo e vi rimando al libro "Dal Fascismo alla Resistenza. La Garfagnana tra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi per aver maggiori dettagli, fattostà che la quasi totalità dei nostri paesi ebbe distruzioni ingenti a beni pubblici e privati, in pratica tutto il sistema viario stradale e ferroviario aveva subito danni rilevantissimi, a tutto questo con gli anni successivi alla fine del conflitto si andò ad aggiungere il problema dei campi minati e degli
Il Ponte ferroviario della
 Villetta distrutto
ordigni abbandonati degli eserciti in lotta, per questa ragione i morti e i mutilati(sopratutto bambini)continuarono ancora in tempo di pace. Ma tutti questi danni chi le pago? Come faceva una nazione ridotta allo stremo come la nostra Italia a riparare tutto questo? A risolvere i nostri problemi ci pensò lo "Zio Sam", uno zio d'America, o per meglio capirsi gli Stati Uniti d'America in persona, attraverso un piano di ripresa europea ("European Ricovery Program") meglio conosciuto a tutti come "Piano Marshall" dal nome del suo principale fautore il segretario di stato statunitense George Marshall, che durante un discorso all'Università di Harvard invitò i paesi europei a presentare un programma di ricostruzione economica che gli stessi Stati Uniti si impegnavano a finanziare. Anche l'Italia usufrui di questi finanziamenti, il danno globale della guerra calcolato in tutti i suoi ambiti si aggirava intorno ai 3.200 miliardi di lire ( equivalente a quasi 1 miliardo e settecentomila euro...), dagli Stati Uniti arrivarono ben 1500 milioni di dollari (cifra in parte data in prestito e in una buona percentuale elargita a fondo perduto) destinati alla ricostruzione delle linee ferroviarie, strade, ponti, acquedotti, fognature, case, industrie e aziende agricole. Il Piano Marshall diventò operativo il 3 aprile 1948, ma solo dopo pochi giorni 
rischiò subito la sospensione, eravamo infatti in prossimità delle
Il Piano Marshall
elezioni politiche italiane e il pericolo comunista era tangibile, gli americani furono chiari fin da subito, qualora il nostro Paese avesse eletto un governo comunista gli aiuti sarebbero stati interrotti in maniera definitiva, per scongiurare la minaccia scese in campo Papa Pio XII che paventò lo spettro "dello stomaco vuoto e l'anima dannata" e insieme a lui gli stessi Stati Uniti che appoggiarono senza se e senza ma la Democrazia Cristiana che 
quel fatidico 18 aprile 1948 con il 48,5% dei voti ottenne una schiacciante vittoria. Le sovvenzioni quindi ripresero e i primi aiuti che arrivarono a Milano furono dei camion di farina, benedetti  personalmente dal cardinal Schuster che li definì prontamente "una grazia di Dio", ma l'autista del camion immediatamente lo corresse:-No Eminenza, mi scusi, casomai è grazia degli americani...-. 



Bibliografia:

  • "Missione Americana ERP in Italia- Uffico stampa- Divisione informazione- giugno 1951
  • "Dal fascismo alla resistenza.La Garfagnana fra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi-Banca dell'identità e della memoria. Anno 2004
  • "I danni materiali e la conseguenza della guerra" www.icar.beniculturali.it

mercoledì 8 novembre 2017

Cent'anni fa l'influenza "spagnola" Morte e malattia nella Garfagnana del 1918

H1N1. Una sigla che non dice niente a nessuno, potrebbe significare
 molte cose...magari era una delle prime navicelle spaziali russe o americane che solcarono la volta celeste, o forse un nuovo tipo di cocktail, di quelli che vanno adesso in discoteca, è probabile che allora sia il nuovo motore della Ferrari per il prossimo campionato mondiale di Formula 1...niente di tutto questo. Questa sigla secondo studi scientifici uccise in un anno più persone che la peste nera del medioevo in un secolo e in ventiquattro settimane quanto l'AIDS ha ucciso in ventiquattro anni, il suo nome completo è "influenza virus A, sottotipo H1N1" meglio conosciuta come "influenza spagnola"  o semplicemente "la spagnola" che  tra il 1918 e il 1919 (solamente cento anni fa)colpì tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone e ne infettò oltre 500 milioni. Eravamo ormai alla fine della I guerra mondiale che da sola in cinque anni di conflitto causò 15 milioni di morti, molti di meno dell'influenza spagnola stessa. Si credeva ormai di vivere con la pace ottenuta una nuova prosperità, ma quello che si stava per abbattere sul mondo intero era niente a confronto. La Garfagnana non fu per niente risparmiata, morti su morti si accumulavano nei cimiteri dei nostri paesini, fu la peggior disgrazia di sempre che si abbattè sulle teste dei nostri nonni, peggio anche del famoso terremoto del 1920. Pensiamo che per la Valle del Serchio questo  fu uno dei periodi più bui e tragici della sua storia: prima il lungo conflitto mondiale che portò via dalle proprie case mariti, figli e nipoti, poi la sciagura della "spagnola" e poi quando sembrava debellata questa nefasta epidemia ecco che arrivò il devastante terremoto del 1920.
Ai primi di febbraio del 1918 l'agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso il seguente comunicato: "Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid...l'epidemia è a carattere benigno non essendo risultati casi mortali". Con queste poche parole di sottovalutazione fu dato il primo annuncio della più grave forma di pandemia della storia dell'umanità, in effetti dapprima si presentò come una semplice influenza, ma poi nell'agosto del 1918 l'influenza gettò la maschera mostrando il suo vero volto divenendo in poco tempo una vera e propria calamità. Fu chiamata impropriamente "spagnola" ma di spagnolo aveva veramente poco e in realtà questo nome trova il suo perchè nella stampa iberica che fu la prima a parlarne dal momento che la Spagna essendo neutrale nella
guerra in corso non era sottoposta a regime di censura. Negli altri paesi (compresa la nostra bella Italia)il violento diffondersi della malattia venne tenuto nascosto dagli organi d'informazione che tendevano a parlarne come di un'epidemia circoscritta alla sola Spagna, ma non solo, la censura colpiva anche le lettere inviate ad amici e parenti, la guerra era più importante non bisogna demoralizzare e mettere nel panico ancor di più una popolazione che veniva ormai da quattro anni di guerra, insomma la parola ordine era minimizzare, questo era il volere del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Quando si cominciò poi a diffondere veramente con tutta la sua virulenza e a colpire senza distinzione di ceto e di razza (fu infettato anche il re di Spagna Alfonso XIII)si cominciò a cercare il suo ceppo, che a quanto sembra fu trovato nelle truppe americane; a Fort Riley nel Kansas infatti 1100 soldati statunitensi furono costretti a letto dalla malattia, soldati del medesimo forte saranno quelli che sbarcheranno in Europa poco tempo dopo. La conseguente mancanza di igiene dovuta dalla guerra, lo spostamento dei militari e la forzata vicinanza degli stessi con le popolazioni locali fece il resto, contribuendo a far crescere a dismisura gli infettati, inoltre il rientro a casa dei militari alla fine della guerra decretò la massima diffusione del contagio. I classici sintomi erano febbre alta e vomito, ma ben presto il corpo reagiva riempiendo i polmoni di sangue, seguiti da sanguinamento dalla bocca, orecchie o dal naso, pelle che diventava
L'ospedale militare di Fort Riley,
da dove forse
partì il contagio
bluastra e morte susseguente che arrivava in un paio di giorni completavano il terribile quadro clinico.

Molti comuni della Garfagnana nonostante l'imperversare della pandemia inizialmente non riconobbero la gravità della situazione al punto che nei primi casi di decessi come causa di morte veniva scritto "morte improvvisa" o "improvviso morbo", i primi rimedi prescritti dai medici garfagnini si limitavano alla cura dell'igiene personale, alla somministrazione di pastiglie e sciroppi che magari forse potevano guarire un raffreddore, ma il tempo e le continue morti aprirono gli occhi a tutta la Valle. Nessuno in verità sapeva come gestire l'emergenza, le prime misure precauzionali prese dai sindaci furono quelle di gigantesche opere di disinfestazione degli
ambienti pubblici e di istituire una specie di coprifuoco per limitare i contagi, per cui furono sconsigliate le visite ai malati, i viaggi da un luogo ad un altro, furono sospesi mercati e fiere, la sera sera poi le osterie anticipavano la chiusura e i teatri non aprivano nemmeno. I sindaci comunicavano con i prefetti dichiarando che si stavano trovando di fronte a qualcosa di spaventoso e sconvolgente e che quello che stava avvenendo "era peggio della guerra". Decine e decine di morti colpivano i paesi garfagnini, a Vagli ad esempio la terribile spagnola fece ricordare al "Corriere della Garfagnana" le "stragi descritte dall'immortale Manzoni", seicento furono gli ammalati e ben 53 i morti. Verso la fine del 1918 era talmente alta la possibilità di essere contagiati che il prefetto di Massa diramò a tutti i comuni di competenza "misure estreme di contenimento e comportamento" al fine di evitare ulteriori diffusioni del virus:
A completamento delle misure profilattiche suggerite da questo ufficio con le precedenti circolari, comunicasi che per maggiormente salvaguardare l’incolumità delle persone ed impedire la diffusione dell’influenza, ha disposto quanto segue:
  1. Da oggi e sino a nuovo avviso sono proibiti tutti i cortei funebri
  2. Tutti i feretri, di qualunque categoria, dovranno essere
    trasportati direttamente dalla casa del defunto al Cimitero e sarà in permanenza un sacerdote per le assoluzioni di rito
  3. Potranno seguire il feretro soltanto un sacerdote e i rappresentanti della famiglia dell’estinto
  4. Tutti i Cimiteri resteranno chiusi al pubblico dal 27 Ottobre corrente all’11 Novembre inclusi, rimanendo così oppresse tutte le funzioni e le onoranze alle tombe, solite a farsi nei primi di Novembre per la commemorazione dei defunti
Venne perfino proibito il suonare delle campane a morto, avrebbero abbattuto lo spirito pubblico, non si trovavano più nemmeno le casse da morto, i falegnami non stavano dietro alla sequela di morti che si era abbattute sulla Garfagnana. Lettere ritrovate e scampate al taglio della censura parlano di morti "trasportati come sacchi di patate " e "seppelliti come cani", addii senza croci, senza fiori e senza gente. Altre lettere ancora:" Nel paese c'è una malattia che fa paura, ce ne muore di giovani nel fiore della vita. Tanti ammalati che fan paura, pare tutto un castigo di Dio un tempo per meditare e per pregare". A proposito di pregare rimase indelebile nei ricordi di una signora di quel episodio in cui un prete invitò i propri parrocchiani a pentirsi, perchè questa malattia arrivata sulla Terra era una punizione divina mandata da Dio per le cattiverie dell'umanità, per tutta risposta alcuni "amabili" parrocchiani lo picchiarono a sangue, ricoverato all'ospedale il parroco chiedeva la precedenza sugli altri ammalati, non accontentato chiamò i carabinieri, il dottore così si giustificò di fronte ai militi: -Ditegli che gli toccherà aspettare, adesso dobbiamo curare i malati. Intanto mentre aspetta ditegli che provi a pentirsi lui...-. 
Fra tutti questi dottori si distinse particolarmente Ubaldo Santini che i castelnuovesi insignirono nell'estate del 1919 di una medaglia d'oro e una pergamena per "...l'opera pietosa spiegata durante l'epidemia spagnola..."
Nel 1920 silenziosa così come arrivò, altrettanto silenziosamente la "spagnola" tornò via. Il conteggio dei morti e degli ammalati nella Valle del Serchio non fu mai stimato con precisione visto
Gallicano agli inizi
 del secolo scorso
l'emergenza e il caos regnante, lo possiamo calcolare approssimativamente (dati sulla media nazionale)in qualche centinaio di morti, contando che mediamente in un paese di 600 persone ne morivano 40/50. Ad esorcizzare la paura e il dolore ci provò alla sua maniera il poeta dialettale castelnuovese Pietro Bonini che in un verso di una sua poesia illuminò chiaramente la situazione di quel tempo:


"...Tanto più che s'un trovin alla lesta 
un velen che distruci tale malore
fortunato sarà chi vivo resta"

E come detto gradualmente l'emergenza cessò, ma per la Garfagnana le sofferenze non finiranno qui... Ad un anno circa dalla fine della tremenda pandemia lo sconvolgente terremoto del settembre 1920 porterà ancora morte e distruzione.


Bibliografia:

  • "Dal fascismo alla resistenza. La Garfagnana fra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi edito Banca dell'identità e della memoria
  • "Il flagello della spagnola" Sanità e grande guerra
  • Testimonianze riportate oralmente

mercoledì 1 novembre 2017

Quando (un simil) Halloween si celebrava anche in Garfagnana. Analogie fra la ricorrenza americana e le antiche tradizioni garfagnine

Alla fine dei conti la colpa è un po' anche nostra se adesso ce la
ritroviamo fra i piedi. Per nostra intendo di noi europei e se si vuole scendere nel particolare anche di noi garfagnini. La tanta vituperata ricorrenza di Halloween che crediamo tipicamente americana, tipicamente americana non lo è, gli americani hanno avuto semplicemente il "merito" di perpetuare nel tempo un'usanza e una tradizione di chiara origine europea, questa infatti era una ricorrenza che i primi emigranti europei si erano portati dietro dal vecchio al nuovo continente, d'altronde questa festa da noi nei secoli ha perso del suo significato pagano e macabro ed è andata presto nel dimenticatoio, assumendo poi un carattere prettamente religioso, in compenso si è sviluppata negli Stati Uniti attraverso un merchadesign e una pubblicità impressionante. Le sue origini sono da ricercarsi nell'Europa precristiana e nelle tradizioni celtiche. Nelle isole britanniche il 31 ottobre segnava la fine dell'estate e tale ricorrenza era chiamata "Samhain", il nome viene dal gaelico e indica precisamente la conclusione della stagione dei raccolti e l'inizio dell'inverno, una stagione dura dove le tenebre prendono il posto della luce ed è proprio in quella notte di passaggio fra due mondi e due modi di vivere che le anime dei morti tornano a vagare sulla terra. Per trovare ancora similitudini e analogie con Halloween non occorre scomodare nemmeno i rudi e rozzi celti se è vero come è vero che la potente e progredita Roma festeggiava i "Parentalia", una tradizione che si celebrava ogni anno in onore dei
Mosaico sulla morte dell'antica Roma
propri defunti. La differenza stava nella data di celebrazione, che cadeva fra le idi di febbraio (il giorno 13) e il 21 febbraio, giorno vero e proprio in cui si omaggiavano pubblicamente i morti (Feralia), in quel giorno c'era l'usanza di "portare" doni ai morti perchè si credeva che in quel periodo le anime dei defunti potessero girare liberamente insieme ai vivi. I doni che venivano portati alle tombe dei propri cari erano diversi: ghirlande di fiori, spighe di grano, un pizzico di sale e pane imbevuto nel vino e viole, semplici offerte forse introdotte da Enea che aveva versato vino e viole sulla tomba del padre Anchise. Erano guai seri se però ci si dimenticava di onorare i defunti; Ovidio narra che una volta quando i romani erano impegnati in una guerra si dimenticarono di questa consuetudine, i morti allora uscirono dalle tombe girovagando per le strade rabbiosamente. Insomma, tutti questi riti sparsi per l'Europa assumevano ovunque il medesimo significato che era quello di accogliere, confortare e placare le anime degli avi defunti, un modo quindi per esorcizzare la paura dell'ignoto e della morte. Figuriamoci che la ricorrenza era talmente radicata fra la gente che Santa Romana Chiesa la volle fare sua, plasmando e modificando tale aberrante significato pagano. Innanzitutto questa costumanza fu spostata di un giorno (il 2 novembre), poichè questa data faceva  riferimento all'evento biblico del diluvio universale, con particolare riferimento a quell'episodio in cui Noè costruì l'arca, che secondo il racconto cadde nel "diciassettesimo giorno del secondo mese" e che corrisponderebbe proprio all'attuale novembre. La Chiesa con ciò volle quindi dare onore a tutte quelle persone che Dio stesso aveva condannato alla morte al fine di scongiurare la paura di nuovi eventi simili. Nell'835 per sradicare ogni culto pagano residuo Papa Gregorio II spostò la festa di "Ognissanti" dal 13 maggio al 1 novembre e nel 998 Padre Odilo, abate di Cluny istituì ufficialmente nel calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti. Ma la Garfagnana in tutto questo che c'entra? Certo che c'entra, anche noi abbiamo dato il nostro contributo a

diffondere queste credenze che nascevano proprio dai quei lontani tempi. Con il passare dei secoli abbiamo amalgamato questo credo in una sorta di leggenda mista a religione che è arrivata fino ai giorni nostri. Testimonianze raccolte ricordano ancora che i morti tornavano silenziosi, rientravano nelle loro case, mangiavano e bevevano e tornavano a dormire nel loro letto, si cibavano sopratutto di mondine (n.d.r: caldarroste), che erano difatti uno dei loro cibi preferiti, le donne garfagnine così le lasciavano pronte per loro sul tavolo da cucina. La castagna si legava a filo doppio con la tradizione dei morti e così ricorre spesso nelle testimonianze orali di quel giorno in cui si rammentava che nelle aie garfagnine si festeggiava e si ballava intorno ad un grande fuoco dove venivano preparate scoppiettanti mondine e tradizione voleva che i partecipanti dovevano tingersi la faccia con il nero della castagne bruciate, tale "travestimento" già nel medioevo era in uso e era credenza che fosse utile per confondersi con le anime dei morti che il giorno dopo sarebbero tornate sulla terra e quel giorno in effetti cominciava molto presto. La messa per la commemorazione dei defunti solitamente veniva celebrata alle 4 della mattina, orario giustificato dal momento che con la luce del sole sarebbero cominciati i lavori nei campi e la raccolta della castagne. I bambini naturalmente erano i primi ad impressionarsi e alzarsi a quel ora  non era affatto facile, allora servivano delle "spintarelle" e un bambino di Sermezzana (Minucciano) di quell'epoca ricorda che i genitori dicevano di buttarsi giù dal letto il prima
possibile, sennò da li a poco sarebbero venuti i morti a tirarlo per i piedi, poi sarebbe toccato ai defunti dormire e riposarsi nuovamente nel proprio letto che avevano abbandonato in vita. Altre leggende e storie di paura garfagnine degne del miglior Stephen King fanno da corollario per il 2 novembre, un episodio forse accaduto a Nicciano (Piazza al Serchio) racconta che dopo la messa dedicata ai morti la gente riprendeva le sue opere e in quel periodo ancora si raccoglievano le castagne e nel tempo che serviva per dire la messa e la raccolta delle castagne stesse non si poteva assolutamente rientrare a casa, perchè era lì, nelle proprie case che i morti venuti dall'aldilà tornavano. Un uomo curioso volle sfidare la sorte per vedere se era vero che i defunti tornassero in vita per tornare nelle loro dimore, decise così di preparare delle mondine e di metterne un piatto sul tavolo, dopodichè si nascose, ad un tratto comparve nella cucina una fitta nebbia, una volta svanita il piatto con le mondine era vuoto... Un'altra testimonianza viene dalle Verrucolette(Minucciano): “Nel giorno dei morti alla mattina io mi alzavo alle 5, chiudevo la finestra, bella ‘stricca’ (stretta) e poi dopo m'alzavo e lasciavo il posto; dicevan così i nostri vecchi,bisognava che i morti tornassero nel loro letto. Allora io alle 5 della mattina m'alzavo, venivo giù in casa, stavo laggiù a fare le mie faccende e con le finestre sempre chiuse per far dormire questi morti. Io ci credevo perchè facevano così il mio babbo, la
mia mamma e i miei nonni mi raccontavano così. Poi ci si preparava, s'andava alla messa,  pigliavo un po’ di fiori nell'orto, li portavamo lassù alla chiesa. Dopo quando il prete aveva detto la messa, la funzione dei morti, la benedizione e tutto, si ritornava a casa. Si veniva a casa a piedi e s'andava tutti insieme, si facevano le mondine, si cantava e si stava lì. Avevamo paura. Avevamo paura perchè c'erano questi morti, allora un po’ si pregava e un po’ si cantava e si stava tutti insieme e così si passava la giornata. Alla sera quando si tornava a letto si aveva un po’ di timore perché i morti erano stati li e non si voleva andare, così si stava in cucina e dopo, a una cert'ora, quando non ci si faceva più s'andava a dormire. Io andavo a letto con la mia mamma e col mio babbo perché avevo paura che questi morti mi venissero addosso”. Fra tutte queste testimonianze ci sono alcune in cui traspare anche affetto e tenerezza, come l'episodio di quella moglie che tutti i 2 di novembre apparecchiava la tavola con la tovaglia bianca e preparava il cibo preferito da suo marito morto: maccheroni, pane, formaggio e vino. 
A tagliare la testa al toro sul fatto delle affinità e delle somiglianza fra Halloween e le tradizioni locali basterebbe leggere una vecchia e ormai sparita usanza garfagnina chiamata "ben dei morti" che si svolgeva non nel giorno dedicato ai cari estinti, ma bensì nella notte fra l'ultimo giorno dell'anno e il primo, le ultime testimonianze risalgono ormai a cavallo fra le due guerre mondiali, quando i bambini andavano di casa in casa a chiedere generi alimentari di ogni tipo: arance, noci, biscotti, castagne secche, a queste donazioni i bambini promettevano di pregare per l'anima dei defunti del gentile benefattore. 

I tempi passano e certe superstizioni e leggende sono belle da ricordare, ognuno è libero di fare e credere ciò che vuole, ma  rimane il fatto che l'unico posto dove rimarranno sempre vivi i nostri cari sarà nel profondo del nostro cuore.


Bibliografia:

  • Umberto Bertolini http://museoimmaginario.net
  • "Usanze, credenze, feste  riti  e folklore in Garfagnana" di Lorenza Rossi, edito Banca dell'identità e della memoria, anno 2004