mercoledì 19 aprile 2017

Le malattie e le cure di una volta in Garfagnana

Facciamoci questa domanda. Qual'è la cosa più importante della vita?

"Sutura di una ferita minore presso un barbiere"
un quadro di Gerrit Ludens
Credo che la stragrande maggioranza di voi mi risponderà la salute e così infatti è. La vita senza salute diventa un inferno e solo quando questa viene a mancare ci si accorge del suo valore. Si può essere le persone più facoltose della Terra, si può avere un lavoro gratificante, si può essere al vertice delle più grandi industrie, si può essere capi di stato o di governo ma se non si è in buona salute si diventa deboli, fragili e bisognosi di tutto. Nei secoli però la medicina ha fatto passi da gigante, molto ancora c'è da fare ma pensiamo solo che fino a poco tempo fa si moriva anche solo per una futile febbre, mentre adesso si continua (naturalmente) ancora a morire ma di ben poche malattie. La Garfagnana nel corso dei secoli in fatto di salute  non è stata tanto fortunata, ricordiamo fra tutte le due catastrofiche pandemie che hanno colpito la nostra valle: la peste bubbonica del 1630 e più recentemente la febbre spagnola nel 1918, che portò un tasso di mortalità altissimo, in Italia fummo secondi in Europa solamente alla Russia. Oggi però quest'analisi scenderà più nel dettaglio e guarderà appunto di cosa ci si ammalava in Garfagnana in tempi lontani. Guarderemo quali erano le malattie più comuni, approfondiremo le cause di decesso consuete e "normali" e indagheremo anche sulle cure dell'epoca. Per studiare le malattie che anticamente colpivano una popolazione la fonte più comunemente usata sono i certificati medici redatti dai dottori stessi per finalità di diagnosi e cura e per esigenze amministrative della struttura che le prendeva in carico, spesso queste strutture erano le nostre care misericordie locali e qui in questi archivi possiamo in tal senso trovare dei veri e propri tesori. I medici di allora non avrebbero mai immaginato un utilizzo dei loro certificati come fonte di dati utili, pensiamo poi che in alcuni casi la medicina era ancora molto vicina alla stregoneria. Da dei certificati di malati garfagnini che vanno dal 1702 al 1818 salta subito all'occhio come in cento e più anni la scienza medica è rimasta ferma, impotente a risolvere qualsiasi malattia, si parla sempre di "aria corrotta", insidiata da fermenti putridi e corpi maligni, le patologie erano sempre le stesse, mentre l'elenco delle cure non finisce più di decantare le virtù delle sostanze vegetali, erano però rimedi dati senza sperimentazione e molto spesso si fa anche riferimento ai dettami di un famoso medico dell'epoca un certo Pietro Andrea Mattioli da Siena, dettami tratti dal suo libro "Alcuni rimedi del Gran Mattioli", si trattava appunto di
Alcuni rimedi del Gran Mattioli
preparazioni artigianali costituite in gran parte da erbe, cortecce e minerali vari, quali piombo,argento e mercurio che poi si sarebbero trasformati in unguenti, pozioni, sciroppi e clisteri. Le malattie che colpivano di più i nostri antenati erano quelle che riguardavano l'apparato respiratorio e la pelle. Ecco ad esempio una ricetta da me sommariamente "italianizzata" scritta nel 1705 per curare la pleurite:

"Per la pleurite dobbiamo prendere una manciata di ortica in polvere e bollirla in un bicchiere di vino rosso e otto once di olio d'oliva, aspettare quindi che tutto il vino si sia consumato, dopodichè bere il succo avanzato".
Fra le altre cause di cattiva salute non dimentichiamoci nemmeno delle fratture e delle molteplici ossa rotte dei contadini garfagnini, spesso queste fratture erano dovute a motivi di lavoro: chi cadeva da un tetto, chi veniva colpito dal mulo e qui si doveva passare sotto le cure dei chirurghi o dei "barbieri" aggiusta-ossa che molto spesso facevano dei disastri irrimediabili, lasciando il più delle volte persone storpie e menomate. Non parliamo poi delle malattie dovute alla sporcizia e al sudicio. Una buona parte della popolazione era colpita da scabbia, rogna, pustole e porcherie del genere. La sporcizia conviveva come un vestito di tutti i giorni ed è bene dire che questo lerciume non era un esclusiva della gente semplice e comune, non era difficile nemmeno trovare delle pulci sotto il vestito di una gran dama. Una conseguenza ancora di questa schifezza portava alle malattie dell'intestino, causate dallo sporco e dalla cattiva alimentazione. Naturalmente è bene sottolineare che al tempo i garfagnini e gli italiani in genere campavano poco, mediamente quarantacinque o cinquant'anni...A conferma di ciò l'uomo cinquantenne di oltre un secolo fa era effettivamente un vecchio e tale Pietrin da Corfino così scrive agli amministratori della Confraternita di Misericordia di Castelnuovo Garfagnana:
"Ho 53 anni di età, gravato da malattie frutto di fatiche, privazioni, miseria e dalla mia vecchiaia. Non potrei più malgrado tutti i miei sforzi, procurarmi quel pane che mi è costato sempre molto caro, mi vedrei ridotto alla più straziante situazione se non mi restasse una speranza nei soccorsi così generosamente elargiti dalla pubblica carità"
Con il tempo nella valle sorsero anche gli ospedali di Castelnuovo Garfagnana e Barga, andare in ospedale diventò un evento ritenuto necessario per ristabilire una condizione di salute o un miglioramento ed era sopratutto una possibilità concessa a tutti, ma prima di questi ospedali vi erano come strutture di sussistenza gli antichissimi hospitali disseminati in tutta la valle che formavano una catena di solidarietà, nati per assistere pellegrini e viandanti destinati nei luoghi santi. Questi ospizi gestiti dai frati accoglievano tutti, anche gli ammalati e i bisognosi e non era come oggi che i ricchi vanno nelle cliniche a farsi curare, chi aveva
Gli ospedali di una volta
soldi si curava in casa, dove aveva il suo letto per coricarsi e dove poteva chiamare a domicilio il medico ducale, godendo così del privilegio di guarire o morire in casa propria. Il povero e il ramingo come detto, poteva trovare conforto e ricovero presso questi hospitali, dove almeno a sostegno dell'anima l'estrema unzione gli sarebbe stata concessa...

A proposito di medici ducali. In Garfagnana nel XVI secolo agiva per la corte estense (e solo per la nobiltà e i notabili locali) il famosissimo Antonio Musa Brasavola che a quanto pare fu il primo ad eseguire una tracheotomia. In Garfagnana venne più volte per intervenire sui signori nostrali, portandosi sempre dietro i suoi ferri chirurgici artigianali. Oggi i ferri chirurgici sono chiamati "serie chirurgica", avvolti in trousse come se fossero collane di perle. In quei tempi, compreso Brasavola, la chirurgia aggiustava, riparava e come anestetico usava la "spugna sonnifera", ottenuta facendo
vecchi ferri chirurgici

bollire questa spugna in succhi di erbe particolari, tipo la mandragola (che la si poteva trovare sulla cima del Monte Procinto), oppio, cicuta,il tutto sapientemente manipolato dal farmacista- speziale. Fra gli interventi fatti da Brasavola in terra garfagnina rimangono agli atti una lussazione alla spalla di una donna con due grandi e profonde ferite al cranio ed inoltre si parla di un giovane guarito e curato in dieci giorni...da un tumore al piede. Chissà quali cure avranno somministrato a questo povero giovane per curarlo da un così brutto male!? Si, perchè in fatto di cure, queste erano al quanto originali. Difatti per problemi "evacuatori" si prendeva un gallo di cinque anni, di penne rosse, agile, non troppo grasso ne troppo gracile, si legava una zampa ad una cordicella, dopodichè si picchiava il pennuto  con un rametto in modo da farlo arrabbiare. Allo stremo delle sue forze il galletto veniva decapitato, spennato e lavato nel vino, sventrato e riempito di droghe, quindi lo si metteva a bollire, ne usciva un brodo- gelatina che garantiva un sicuro risultato. Per il mal di denti era indicatissimo introdurre dentro la carie un chicco di sale o di pepe, sciacquarsi poi la bocca con acqua salatissima e molto calda. Per le febbri intestinali la panacea del male era una polentina di farina di granoturco, condita con olio, da ripetere per tre volte al giorno. Quando capitava di contrarre il morbillo o la scarlattina la soluzione era di avvolgere l'ammalato in panni rossi di lana, far
vecchi rimedi medici
sudare e far "covare" bene.

I tempi cambiamo e per quanto riguarda il campo della medicina e delle cure questo è uno dei pochi casi in cui è impossibile dire "si stava meglio quando si stava peggio"...





Bibliografia:

  •  Archivio di Stato di Modena
  • Misericordie locali
  • "Stasera venite a vejo Terè" Gruppo vegliatori di Gallicano. Banca dell'identità e della mnemoria

mercoledì 12 aprile 2017

La pasimata: la sua storia, i suoi segreti e il significato del suo nome

Non tutto si può comprare al supermercato. Ci sono qualità della
La pasimata
vita, come la pazienza e l'aver tempo per se stessi che non si trovano nel bancone dei surgelati. La pazienza può essere un pregio innato e l'aver tempo sicuramente non è una virtù che ci possiamo permettere in quest'epoca dove tutto corre veloce, ed è per questo che oggi viviamo in un mondo che si fonda sui sughi pronti, ricette di torte veloci e cene surgelate e proprio la cucina è un campo che richiede principalmente queste preziose qualità ed è in particolar modo una ricetta garfagnina su tutte, figlia di questo periodo che per la sua buona riuscita non può prescindere da questi due valori. Ecco allora a voi la storia della Pasimata. La pasimata per chi non lo sa e per chi legge questo articolo fuori dai confini garfagnini è un dolce tradizionale del periodo pasquale è una ricetta antichissima e naturalmente viene prima di uova e colombe varie, è un dolce fatto con ingredienti semplici, realizzato solo con farina, uova, lievito, zucchero, uvetta e tanto tempo, quello necessario per le cinque lievitazioni alle quali l'impasto è sottoposto. Parlare di pasimata richiama inevitabilmente ad un passo della Bibbia: "...e fu sera e fu mattina primo giorno...e fu sera e fu mattina secondo giorno...", questo brano della Genesi rievoca la lentezza dello scorrere del tempo, chi preparava questo dolce calcolava il tempo per iniziare l'impasto nel momento giusto per arrivare a sfornare tale bontà al sabato santo. Testimonianze di anziane massaie ancora oggi raccontano della laboriosa e antica preparazione, si narra di vere e proprie sfide con la pasimata stessa, perchè la riuscita di questa leccornia non è sempre scontata, anche per le mani più esperte una piccola variazione climatica ad esempio può compromettere la sua riuscita. Le massaie ricordano che nelle fasi più delicate della lavorazione tutti in casa dovevano stare attenti a non favorire correnti d'aria o ad abbassare troppo la temperatura dell'abitazione, lasciando
l'impasto della pasimata
porte e finestre aperte, addirittura si racconta che una volta nel giorno dell'ultima lievitazione i familiari di casa venivano "buttati giù" dal letto di buon ora e nei letti caldi appena lasciati venivano messe le pasimate per la fondamentale lievitazione prima di essere portate nel forno a legna. Nemmeno quando il dolce era nel forno le nostre nonne potevano tirare un sospiro di sollievo, poichè rimaneva la paura che la pasimata una volta uscita, dopo il conseguente raffreddamento non rimasse gonfia come doveva, se cedeva miseramente creando zone concave nel centro la delusione era grande e palpabile, in compenso il profumo che si sprigionava era unico, inebriante, un'odore avvolgente e ricco come oggi non si sentono più. Anticamente queste massaie preparavo questo dolce anche dietro compenso per le famiglie più ricche, e non era nemmeno difficile per queste donne scendere in competizione per chi faceva la pasimata più buona e morbida del paese, tale ricetta e varianti di essa si custodivano infatti segretamente nel grembo familiare, tanto da venire tramandati (questi piccoli accorgimenti) da madre in figlia. Riporto quindi qui di seguito la ricetta che Ivo Poli (esperto di tradizioni locali) conosce e che abitualmente si usa fare nei dintorni di Gallicano. Si noti comunque in maniera particolare la laboriosissima lavorazione...


Ingredienti:

  •  1 kg di farina bianca tipo 0
  • 6 uova
  • 400 gr di zucchero
  • 200 gr di burro
  • 250 gr di uvetta
  • un cubetto di lievito di birra (una volta si usava il lievito madre)
  • un pizzico di sale, un cucchiaio di semi di anice, un bicchierino di vin santo, acqua o latte quanto ne richiede l'impasto.
Mattino del primo giorno: preparare il lievito unendo 100 gr di farina e il cubetto del lievito di birra sciolto in acqua tiepida e tenerlo a temperatura ambiente 

Sera del primo giorno:aggiungere al lievito 170 gr di farina, un uovo, 30 gr di burro, 65 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta, impastare e lasciare lievitare
Mattina del secondo giorno: aggiungere all'impasto 330 gr di farina, 2 uova, 70 gr di zucchero, 135 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta, impastare e lasciare lievitare
Sera del secondo giorno: aggiungere all'impasto 500 gr di farina, 3 uova, 100 gr di burro, 200 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta
Mattina del terzo giorno: aggiungere all'impasto 250 gr di uvetta fatta rinvenire nel vin santo la sera prima, il vin santo, il cucchiaio di semi di anice e una bustina di lievito per dolci. Mettere il composto in un contenitore di circa dieci centimetri e larga 25-26 e lasciarla lievitare al caldo. Nel pomeriggio quando la lievitazione supera il bordo del contenitore stesso , scaldare il forno fino a 180° circa, infornare e cuocere per 50-60 minuti.

Oggi come allora la pasimata viene consumata durante la Quaresima, fino ad arrivare alla sera sabato santo quando viene portata a benedire in chiesa. Nella sua versione originale a quanto pare sembra che fosse un normale pane, non dolce, che con il trascorrere del tempo è stato ingentilito dalla presenza dell'uvetta e dello zucchero. In termini religiosi questo dolce una volta aveva un particolare significato, infatti era considerato un cosiddetto "pane rituale", in tutte le parrocchie garfagnine la pasimata veniva benedetta e distribuita in chiesa, un pane da dividere fra tutti, ad ognuno la sua parte, nel significato di unione e fratellanza. Antiche testimonianze ci rimangono ancora oggi, che certificano la presenza di questa ghiottoneria nella nostra valle da (come minino) ben 400 anni. La ricetta originale a quanto pare risale al 1621, quando la Confraternita del Santissimo Sacramento di Castiglione Garfagnana ne stabilì la distribuzione a tutti i confratelli: 
" Archivio Arcivescovile di Lucca. Libro delle visite pastorali del Vescovo di Lucca vol 39. La compagnia ha di entrata staiuole 9 di
Castiglione Garfagnana
dove si dice abbia origine
la ricetta originale
grano, con obligo di distribuire 6 in tanto pane il Giovedi Santo, dandone uno per famiglia: et le altre 3 le consuma in dare pasimata et fare altro a loro beneplacito"

Sempre secondo Ivo Poli ci sarebbe un documento attestante la presenza della pasimata ancor prima di quello castiglionese e sarebbe presente nell'archivio parrocchiale di San Jacopo a Gallicano risalente al 1603 e riporta i vari pagamenti fatti dalla chiesa con grano ricavato dalle rendite dei suoi terreni:
"per i campanari, il maestro, il sacrestano, gli operai e per la pasimata ai poveri"
Rimane però ancora un grosso dubbio su questo dolce nostrale. Qual'è il significato del suo curioso nome? Guardiamo un po'. Intanto cominciamo con il dire che non in tutti i paesi garfagnini si chiama con il solito termine. Ad esempio in Alta Garfagnana viene chiamata "fogaccia pasquale", dalle parti di Piazza al Serchio invece è
vecchie cartoline pasquali
denominata "crescenta", nella zona di Barga "schiaccia" da probabili reminiscenze del periodo fiorentino, ma comunque sia se dici "pasimata" questo appellativo viene riconosciuto da tutti. Il nome ha un origine incerta e il suo significato non corrisponde nemmeno alle caratteristiche del suo impasto, difatti il "Dizionario etimologico" del 1907 ci dice che il vocabolo potrebbe derivare dal latino "passamatum" che troverebbe addirittura nel termine greco "paxiadi" un suo omologo che significherebbe "pane cotto sotto la cenere", alcuni esperti letterati attribuiscono invece il suo perchè alla parola bizantina "pasimet", vocabolo che significa "pane non lievitato", tutto ciò come detto non corrisponde però in ogni caso alle caratteristiche proprie della sua laboriosa lavorazione, il mistero dunque rimane, anche se permane un'ultima teoria sull'etimologia di questo bizzarro sostantivo, poichè si dice che dato che è una squisitezza tipicamente pasquale, la nascita del suo nome vada ricercata nel vocabolo "passio" derivante appunto dalla passione di Cristo.

pazienza e tempo per la lievitazione
Sapori e tradizioni di un tempo che fu...Bisognerebbe andare a chiedere ai nostri vecchi, staccarli dai loro acciacchi e domandare a loro: - Ma com'era la pasimata ai tuoi tempi? Che ricordi ti riporta alla mente?...-
C'è poco da fare...è un dolce per riflettere sul tempo...




Bibliografia
  • L'Aringo- il giornale di Gallicano n 1 anno 2015. "412 anni di pasimata" di Ivo Poli
  • "Dizionario etimologico" 1907
  • "Castiglionegarfa.it" Pasimata della Garfagnana

mercoledì 8 marzo 2017

La stupefacente storia di un emigrante coreglino che (forse) partecipò alla congiura sull'assassinio di Lincoln

Ci sono storie e storie. Non tutte le storie da raccontare
sono uguali specialmente se si parla come in questo caso di emigrazione. Ogni persona che intraprende questo viaggio verso una nuova terra avrà di per se da riferire una vicenda eccezionale fatta di tribolazioni e speranze, ma fra tutte queste storie ordinarie e straordinarie allo stesso tempo c'è nè sempre qualcuna che differisce da tutte le altre per atipicità, sorpresa e stupore, insomma, un fatto da narrare veramente speciale. Naturalmente da un punto di vista storico mi riferisco ad avvenimenti accaduti ai nostri emigranti nei secoli passati, che partivano dalla Valle del Serchio e dalla Garfagnana in cerca di miglior fortuna. Questo storia fuori dall'ordinario di cui parlerò mi è stata gentilmente passata e sottoposta ad attenzione e studio da un amico blogger: Andreotti Roberto e a portare alla ribalta tutta la vicenda è stato Doug Acree un discendente di Giuliano Luisi (colui che sarà il protagonista dei fatti), che attualmente vive negli Stati Uniti nello stato della Virginia, proprio li, dove si svolgerà tutta lo stupefacente racconto. Tutto nacque nella Coreglia di metà 1800, quando l'arte dei figurinai la faceva da padrona. Coreglia è la patria di questo umile mestiere che vide in paese fra i primi suoi fautori il barone Vanni che fondò una scuola dove si apprendeva a "gettare in stampo". Per i pochi che non lo sanno i figurinai erano artigiani itineranti che portandosi dietro solo pochi attrezzi di lavoro trasformavano il gesso in piccole e 
figurinaio coreglino
splendide statuette. Essi girovagavano di città in città, di porta in porta e la loro maestria in poco tempo portò questo mestiere a diventare una vera e propria arte. La sola bravura però non bastava per tirare avanti e così con l'andar del tempo
 molti uomini furono costretti ad abbandonare le proprie famiglie e cominciare nuove vite in altre nazioni. Il grosso di questi flussi migratori parti agli inizi del 1800 per tutta Europa e per le lontane Americhe. Una volta giunti nel paese d'accoglienza, spesso si formavano delle vere e proprie compagnie di figurinai, composte da un titolare, nonchè maestro d'arte e quattro o cinque apprendisti ai quali veniva insegnata l'arte e il mestiere di venditore. In questo contesto Giuliano Luisi sbarcò in America nel 1850, era nato a Coreglia il 30 agosto del 1830, alle spalle aveva un mestiere, faceva intonaci ornamentali, ma come tutti i coreglini aveva intrapreso sapientemente anche la carriere di figurinaio. Giuliano arrivò negli Stati Uniti appena ventenne, in precedenza suo fratello Salvatore era già emigrato negli States e aveva messo su famiglia in quel di Baltimora (Maryland), mentre Giuliano con l'altro fratello Giovanni cominciò ad intraprendere nuovi lavori, il mestiere di figurinaio gli stava stretto e non gli bastava. Giuliano era ambizioso, dinamico e operoso, tant'è che pochi anni dopo il suo arrivo (nel 1859) a Richmond in Virginia aprì una birreria sulla Franklin Street la "Alluis & Co." e nel 1860 anche una pasticceria. Fin qui se si vuole fu una dura vita da emigrante come tante altre, niente di più, ma sotto sotto Giuliano covava altro. La sua industriosità e il suo voler emergere oltre che nel campo lavorativo trovò spazio pure nel sociale. Il suo nome intanto si trasformò da Giuliano Luisi nel più yankee Julian Alluisi, c'era poco da fare voleva uscire a tutti i costi dall'umile stereotipo di emigrante italiano e ci riuscì in pieno. Guardiamo come. 
Giuliano Luisi
(foto di Doug Acree)

Venti di secessione e di guerra stavano infatti spirando su tutti gli Stati Uniti e quale miglior occasione ci poteva essere per emergere da una possibile vita anonima che arruolarsi nell'esercito? Così fu, Julian entrò a far parte dei "Richmond Grays"(n.d.r: I Grigi di Ridhmond) una milizia federale di soldati schiavisti, contrari a qualsiasi forma di integrazione da parte dei negri d'America. Con ogni probabilità il coreglino non fu mosso da ideali anti-schiavisti, cosa ne poteva sapere un emigrante italiano di tutto ciò? Anzi è bene considerare che in America per molto tempo fra gli ultimi scalini della scala sociale dopo le persone di colore veniva sicuramente l'emigrato italiano, questo conferma il fatto che la sua fu una scelta e un occasione per distinguersi da tutti gli altri. Fattostà che entrò a far parte di questa milizia che rimase famosa per uno degli episodi più famigerati della storia americana: la cattura e la conseguente morte di John Brown, a questa operazione partecipò anche Giuliano. John Brown molti se lo ricorderanno qui in Italia più che altro per la famosa canzoncina che dice così: "John Brown giace nella tomba la nel pian, dopo una lunga lotta contro l'oppressor, John Brown giace nella tomba la nel pian, la sua anima vive ancor" e il ritornello che fa: "Glory, glory alleluia,Glory, glory alleluia,Glory, glory alleluia". Ma John Brown non fu una semplice canzone popolare ma bensì un convinto abolizionista dello schiavismo e sostenitore della parità dei diritti tra bianchi e neri che quel 16 ottobre del 1859 decise d'attaccare l'arsenale federale di Harper's Ferry in Virginia, allo scopo di provocare una rivolta degli schiavi che sarebbero poi stati armati con il materiale prelevato dall'arsenale stesso. Il tentativo fallì miseramente, gli schiavi rimasero totalmente apatici, forse per paura di azioni repressive e così Giuliano con i "Richmond Grays" entrarono in azione, dopo un lungo conflitto morirono solamente due miliziani e degli uomini di Brown ben dieci. Lo stesso Brown fu catturato e condannato a morte per cospirazione, omicidio e insurrezione. Il 2 novembre fu impiccato, ma quel giorno la storia con la esse maiuscola venne incontro per sempre a Giuliano Luisi. Dopo l'impiccagione un gruppo dei "Richmond Grays" che era di guardia all'infausto evento decise per "festeggiare" di farsi fotografare, quella foto (che potete vedere qui sotto) rimarrà fra le più famose di tutta la storia americana, proprio perchè oltre che esservi raffigurato il coreglino Giuliano è presente uno degli assassini più famosi al 
La famosa foto. Nei cerchi rossi
 Giuliano Luisi e John Booth con
un pugnale in mano
mondo: John Wilkes Booth, colui che sei anni dopo quell'immagine uccise con un colpo di pistola alla testa Abramo Lincoln
(nello scatto lo possiamo vedere con un pugnale in mano). John e Julian con ogni probabilità si conoscevano e ciò porterà a vaghi sospetti anche sulla stessa vicenda Lincoln...Con la morte di John Brown comunque la secessione e la guerra divennero inevitabili. La Virginia nel maggio del 1861 insieme ad Arkansas, Carolina del Nord e Tennessee rinunciò all'appartenenza agli Stati Uniti d'America passando così alla Confederazione. Il nostro Julian Alluisi partì allora volontario nella guerra con l'esercito sudista e si unì di fatto al 1° reggimento fanteria Virginia, compagnia K, con il grado di tenente, sotto i diretti ordini dell'illustre generale George Edward Pickett. Partecipò a numerose e famose battaglie, fu ferito negli scontri di First Manassas e anche a Seven Pines e ringraziando la sua buona stella non partecipò alla tristemente celebre battaglia di Gettysburg che vide migliaia e migliaia di morti sia da una parte che dall'altra. Con questa battaglia la guerra si decise e poco tempo dopo finì e finalmente Giuliano decise di metter su famiglia, tornò a Coreglia e sposò Filomena Luisi, una sua prima cugina che nel 1866 portò in America. Ma la sua storia non finì qui...al suo ritorno negli Stati Uniti venne fuori per la prima volta la sua appartenenza alla loggia massonica "Francoise Lodge" di Richmond e questo portò a galla una serie di infinite illazioni mai provate sui coincidenti fatti che Giuliano conoscesse John Wilkes Booth (l'assassino di Lincoln), per capirsi bene anche questo presidenziale omicidio come quello di quasi un secolo dopo di John Kennedy portò all'ipotesi di un complotto, in questo caso sarebbero stati coinvolti massoni sudisti (fra cui Giuliano)e ben noti banchieri ebrei americani che volevano rientrare dei finanziamenti elargiti durante la guerra di secessione. Ad 
John Wilkes Booth
avvalorare la complicata tesi dei complottisti rimane il fatto che in un libro del 1937 "This one mad act" di 
Izola Forrester(nipote di Booth) scrisse che suo nonno apparteneva alla loggia massonica dei "Cavalieri del Circolo d'Oro" e che l'uccisione del suo familiare fu organizzata da Judah Benjamin (massone di alto grado e agente dei banchieri Rothschild) per tappargli definitivamente la bocca sui vari intrighi di cui lui era a conoscenza. La versione ufficiale ci dice che Booth fu catturato e ucciso in un fienile dove rifiutò di arrendersi, undici giorni dopo la morte di Lincoln , a quel punto i soldati dettero fuoco a tutto il circondario e il colonnello Gonger gli sparò ferendolo mortalmente al collo. A tutto questa intricata congiura si dice che fra i molteplici ideatori ci fosse anche l'ormai americano Julian Alluisi, nessuna prova o documento attesta questi fatti, ma solo ipotesi fatte su congetture. Giuliano morì il 15 ottobre 1889 ed è sepolto nel cimitero di Hollywood (Virginia) vicino alla tomba del suo generale Pickett. 
Rimane il fatto che Giuliano riuscì nel suo intento di emergere, se ancora oggi parliamo di lui...

Bibliografia:
La tomba di Julian Alluisi
  • "Storia di un emigrante coreglino. Da Coreglia a Richmond" a cura di Andreotti Roberto, Paola Tonarelli su documenti inviati da Doug Acree
  • "This one mad act" 1937 Izola Forrester
  • "Decapitating the union: Jefferson Davis, Judah Benjamin and the plot assassinate Lincoln" di John C. Fazio. Editore Mc Farland 2015

mercoledì 1 marzo 2017

Per chi suona la campana? Il "linguaggio" delle campane in Garfagnana

Barga, il duomo e le Apuane
"Al mio cantuccio dove non sento se non le reste brusir del grano
il suon dell'ore vien col vento
dal mio non veduto borgo montano
suono che uguale, che blando cade
come una voce che persuade".

Così si apre una delle poesie più belle di Giovanni Pascoli: "L'ora di Barga". In lontananza le campane del duomo di Barga sorprendono il poeta nel suo "cantuccio" di Castelvecchio. Quel suono gli pare una voce soave che scende dal cielo e ciò gli rammenta l'inesorabile trascorrere del tempo e meditando ragiona sul fatto che il tempo è passato e continuerà a passare fino ad arrivare alla morte...
Proprio così, le campane oltre che segnare lo scorrere del tempo scandivano la vita dei paesi garfagnini. Si, perchè è bene essere chiari da subito, le campane "parlano". Da sempre nelle nostre comunità ritmavano il passare del tempo e avvolgevano nel vero senso della parola la vita di un paese. Ogni borgo garfagnino, dal più grande al più piccolo aveva (e ha) il suo campanile e di conseguenza la sua campana che fornisce (o meglio forniva)un vero linguaggio di comunicazione a distanza capace di essere interpretato da tutti. Questa "lingua" aveva il potere di chiamare a raccolta un intero paese a qualsiasi ora e il diverso ritmo e suono annunciava gioie, dolori, morte e minacce imminenti, insomma, scandiva l'esistenza della gente. Adesso è proprio il caso di dire è tutt'altra musica, la modernità le ha portate ad essere vituperate e talvolta 
Campanile e chiesa di San Jacopo, Gallicano
(foto Daniele Saisi blog)
ingiustamente accusate di "inquinamento acustico" e nessuno riesce più ad ascoltarle soffocate dal frastuono delle auto. Ma adesso parafrasando un romanzo di Heminghway guardiamo "per chi suona la campana". La vita quotidiana in Garfagnana come poi del resto da tutte le altre parti veniva regolata dal levare del sole e dal calare delle tenebre. Con il sorgere del sole in montagna e in tutti i paesi della valle riprendevano i rumori, la gente si dirigeva nei campi o nelle stalle e le campane delle chiese cominciavano a "parlare". La prima che suonava era proprio sul fare del giorno e veniva chiamata "campana mattutina", era la campana che dava la sveglia e ricordava a tutti di recitare l'Angelus Domini, una preghiera 
nata nel lontano 1269 e rivolta a Maria, la solita preghiera doveva essere poi ripetuta allo scandire del mezzogiorno, quando si sospendevano i lavori per il pranzo o molto più semplicemente per un pasto frugale. Alla sera invece, alla fine della giornata lavorativa, anticamente le campane squillavano a lungo tre volte a distanza di ogni ora. La prima scampanata avveniva un'ora prima del tramonto ed era curiosamente chiamata "l'Ave Maria delle ventitre" e indicava di lasciare il lavoro e di mettersi in cammino verso casa poichè il sole cominciava a calare, il vecchissimo detto popolare che dice "Per l'Ave Maria delle ventitre o a casa o per la via" conferma questa arcaica tradizione, a questo
Il momento dell' Ave Maria
i lavori nei campi si sospendono e si prega
suono naturalmente era legata anche una preghiera da rivolgere ai malati e ai moribondi del paese. Il secondo suono era chiamato "Ave Maria delle ventiquattro" e indicava l'inizio dell'oscurità e consigliava a chi si trovava in cammino di affrettarsi verso casa. Il terzo e ultimo suono era conosciuto come "l'Ave Maria di un ora di notte" da tutti comunemente detto "ordinotte", segnalava che era passata già un ora della notte ed era veramente pericoloso trovarsi ancora in cammino: manigoldi, pochi di buono e spiriti maligni cominciavano ad uscire dai loro nascondigli, al suono di queste campane bisognava recitare il "Requiem Aeternam", per cui questa scampanata era paurosamente chiamata "l'Ave Maria dei morti". Logicamente le campane erano utilizzate per richiamare i fedeli alla messa, indicando di fatto quanto tempo mancava all'inizio della funzione. Un'ora prima venivano suonate due campane chiamate per questo motivo "il doppio", mezz'ora dopo si ripeteva ma ad una campana sola, mentre un quarto d'ora dall'inizio suonava il cosiddetto "cenno", ma non finiva qui, l'ultimo scampanio avveniva all'interno della chiesa con una campanella chiamata "l'ultimo" e i fedeli dovevano già trovarsi all'interno. Nel periodo pasquale era l'unico momento dell'anno che le campane non potevano essere suonate. Il giovedì santo in segno di lutto venivano letteralmente legate e per richiamare i fedeli alle messe veniva usato uno strano aggeggio chiamato "traccola". La "traccola" era uno strumento
la traccola
assordante che si azionava girando un manico che faceva girare una ruota dentata che emetteva come detto un rumore infernale. Questo marchingegno veniva inserito in una cassa che a sua volta veniva portata a spalla e messa in funzione per le vie del paese. Le campane rimanevano legate fino al sabato santo, la mattina di Pasqua avrebbero ricominciato a suonare a festa per l'avvenuta Resurrezione di Gesù, così poi era anche per le altre domeniche e nei momenti di festa e di gioia, le campane in questo modo suonavano a distesa una melodia solenne e armoniosa allo stesso tempo. Oltre alla felicità segnavano anche i momenti di dolore, in certi paesi garfagnini veniva suonata addirittura "l'agonia", che avvertiva se qualcuno stava per andarsene a vita nuovail diverso numero di rintocchi rivelava se era un uomo o una donna, cosicchè ogni paesano poteva immaginarsi un nome ed un volto dietro a quel mesto suono. In caso di morte le campane avrebbero suonato "a morto", una risonanza triste e solenne che dava il ritmo ai passi della processione che portava la salma al cimitero. 

Con tutto ciò le scampanate non si limitavano ad usi esclusivamente religiosi, suonavano anche per scopi "civili". Quando rintoccavano a "martello" c'era un pericolo incombente dovuto a calamità, incendio o crollo. Il cosiddetto suono a "martello" deriva dal fatto che la campana doveva emettere rintocchi rapidi, secchi e a brevi intervalli, queste battute richiamavano tutti gli uomini validi del paese a lasciare le case o il lavoro nei campi per raggiungere la piazza principale, di li si sarebbero adoperati per prestare i soccorsi, le campane avrebbero cessato di suonare a scampato pericolo. Un'altra scampanata particolare (oggi anche questa non più in uso) era detta la "malacqua". Si diceva che questa particolare cadenza avesse il potere di allontanare tempeste, fulmini e grandine che sicuramente avrebbero rovinato i raccolti. Come riferisce Pellegrino Paolucci(storico garfagnino del 1600) fra le più prodigiose in tal senso c'era la campana di Gragnana (comune di Piazza al Serchio) risalente al 1257: "il di lei suono è prodigioso nel rompere e nello scacciare le tempeste imminenti". Nelle vecchie campane in realtà non è difficile nemmeno trovare preghiere o formule latine incise contro le burrasche:"a fulgure et tempestate libera nos Domine" (liberaci Signore dalla folgore e
dalla tempesta), oppure "recedat spiritus procellarum"(lo spirito
l'incisione dice
"liberaci dalla tempesta e dai fulmini"
della tempesta si allontani), infine quest'ultima dicitura è molto significativa e in due parole spiega la funzione stessa della campana "Defunctos ploro-nimbos fugo- festaque honoro" (piango i defunti, fuggo i temporali ed onoro le feste). Curiosamente il suono della "malacqua" era motivo di contese piuttosto accese fra paesi vicini, perchè si riteneva che il suono di una campana di un paese posto più in alto o una campana più potente spostasse le nubi temporalesche sopra i paesi più bassi o in quelli dove la campana aveva un suono più debole. 

Ad ogni buon conto una menzione particolare fra tutte queste la
Rocca Ariostesca
merita  una campana "non religiosa": la campana della Rocca Ariostesca di Castelnuovo Garfagnana. Una campana pregna di storia che lo scorso anno fu messa in esposizione nella piazzetta antistante la rocca stessa. Fusa per volere del governatore Cristoforo Rangoni e realizzata il 31 luglio del 1577 fu realizzata per annunciare ai cittadini di Castelnuovo che nella Rocca si sarebbe tenuto il Consiglio Provinciale. I rintocchi di questa campana furono uditi dai castelnuovesi fino all'unità d' Italia, la sua incolumità fu però messa in serio pericolo nel 1859 quando la campana rischiò di essere "rifusa" per fare la terza campana della chiesa di San Pietro. Il pericolo svanì grazie all'intervento del comune stesso che preservò un cimelio storico che aveva annunciato per trecento anni le sedute del consiglio provinciale estense. Con l'avvento del Regno d'Italia come detto la campana rimase muta, fino al 1925 anno che fu riutilizzata per integrare la suoneria del nuovo orologio. 
La campana del consiglio
della Rocca
(foto pro loco Castelnuovo)

Oggi in Garfagnana l'uso delle campane è limitato ed è un dispiacere che un'usanza vecchia di secoli possa cadere così facilmente nell'oblio. E' così bello quando le campane dei nostri campanili suonano a distesa, il paese cambia aspetto, torna a vivere perchè il suono delle campane è vita, è un tutt'uno con la storia della comunità e i suoi abitanti.



Bibliografia:
  • Pellegrino Paolucci "La Garfagnana Illustrata  all'altezza serenissina Rinaldo I d' Este" anno 1720
  • "Il suono delle campane" di Vannetto Vannini
  • "Quel suono delle campane" Padre Enzo Bianchi
  • "La campana visibile nella piazzetta" il Tirreno 20 dicembre 2015 di Luca Dini
  • Documentazione varia in mio possesso e testimonianze a me riferite e trascritte

mercoledì 22 febbraio 2017

Una millenaria storia: il contrabbando di sale in Garfagnana e le famigerate "vie del sale"

Cosa c'è di più banale, insignificante e tremendamente normale di un
Contrabbandieri pronti per partire
pugno di sale? Si, avete capito bene del semplice sale... Oggi lo troviamo da tutte le parti: dal grande centro commerciale, fino ad arrivare nella più modesta bottega sotto casa. Ma una volta non era così. Per lunghi secoli fu chiamato l'oro bianco e questo prodotto di Madre Natura segnava la fortuna di tutti gli stati che riuscivano a controllarne la produzione e il commercio. Naturalmente gli stati imponevano su questo primario bene tasse da capogiro, favorendo di fatto un imponente contrabbando. La Garfagnana fu tra le principali protagoniste di questo illecito traffico, nato in tempi medievali e terminato solamente con la fine della seconda guerra mondiale. Tutto si svolgeva lontano dalle strade principali e la circolazione avveniva sui molti percorsi montani che furono
 denominati "le vie del sale", battuti questi dai più coraggiosi contrabbandieri. Prima di approfondire l'argomento guardiamo perchè il sale era considerato un bene tanto prezioso.
In primis il sale era quell'elemento che rendeva appetibili tutti
Venditore di sale
quei cibi "arrangiati" di una cucina poverissima, ma sopratutto il sale era l'unico conservante disponibile, all'epoca naturalmente non esistevano frigoriferi o altri tipi di conservanti e grazie proprio al sale si potevano salvaguardare e immagazzinare scorte di cibo per lungo tempo, ad esempio ciò rese possibile alle navi di affrontare lunghi viaggi rendendo possibili floridi scambi commerciali. Da non tralasciare il fatto che poi nei lunghi inverni garfagnini dove il brutto tempo non permetteva le coltivazioni, le riserve di cibo sotto sale salvavano da sicura carestia e inoltre in un economia rurale e di pastorizia come quella garfagnina era l'elemento fondamentale per la lavorazione e la trasformazione del latte in formaggi. Questo minerale aveva poi virtù anche in medicina: era usato come disinfettante per ferite o addirittura come purgante. Insomma, per ben capirsi chi amministrava questo commercio aveva un potere immenso, poichè teneva in pugno la sopravvivenza di un popolo intero. Proprio per questi motivi che il sale diventò una delle merci più contrabbandate, pensiamo ai suoi enormi ricarichi dato che la sua filiera commerciale era infinita, bisognava pagare il
Una grida di Francesco IV duca
di Modena sulla diminuzione
del prezzo del sale
produttore, il sensale, i facchini, il trasporto (già quest'ultima voce faceva triplicare il prezzo)e "dulcis in fundo" le carissime tasse statali, ecco allora nascere le famigerate "vie del sale", bazzicate come detto dai più famosi contrabbandieri della valle. Queste vie partivano dal mare versiliese o ligure, valicavano le Apuane, giungevano in Garfagnana e continuavano su per gli Appennini fino ad arrivare ai margini della Pianura Padana. In Garfagnana con la definizione "vie del sale" non si indicava una strada precisa e ben definita (sarebbe stato fin troppo facile per le gendarmerie locali individuarle) ma bensì di una fitta rete di stradine e mulattiere più o meno nascoste che salivano e scendevano per le nostre montagne. Dove spesso i garfagnini e i versiliesi si incontravano per vendere e comprare sale era proprio in quegli insospettabili hospitali che servivano anche per rifocillare i pellegrini di passaggio, ma avevano pure la funzione di proteggere questo contrabbando, diventarono quindi un punto nevralgico di spaccio, a conferma di questo una delle principali "vie del sale" passava proprio per L'Isola Santa, ed era proprio li nel hospitale di San Jacopo che avveniva fuori dagli sguardi indiscreti il pagamento o lo scambio di merci fra contrabbandieri. Di lì, il contrabbandiere garfagnino proseguiva attraverso i sentieri e verso i paesi di Torrite, Careggine, Castelnuovo e Camporgiano.
Isola Santa centro di spaccio del sale
Un'altra strada alternativa partiva sempre da Torrite e raggiungeva i paesi di Sassi, Molazzana e Gallicano, importante era anche quella via che passava dalla Foce di Petrosciana e di li scendeva verso Fornovolasco e i paesi limitrofi, luogo di scambio e smistamento era l'hospitale di Santa Maria Maddalena, oggi volgarmente conosciuto come "la chiesaccia". La più famosa rimane però la Via Vandelli che aveva il compito di servire la zona dell'Alta Garfagnana, qui si registrò infatti un'efferato omicidio a causa proprio del sale (per il caso leggere http://paolomarzi.blogspot.it/il-caso-del-sandalo-rosso-html) e anche di qui poi si diramavano altre mulattiere che servivano i borghi vicini, fra le più percorse c'era la Piazza al Serchio -Gramolazzo che risaliva il torrente Acqua Bianca, arrivava a Nicciano, Castagnola ed Agliano, quest'ultimi affacciati proprio sul bellissimo lago di Gramolazzo. Trasportarlo poi non era affatto semplice, il sale è pesante e sui sentieri scoscesi delle montagne lo si spostava in sacchi piuttosto leggeri per non appesantire troppo i muli, i viaggi erano faticosi e in caso di pioggia bisognava immediatamente proteggere il carico. La dura vita del contrabbandiere non finiva qui, il Ducato di Modena in Garfagnana e in tutto il suo regno in genere incentivava a denunciare questi fuorilegge, anche in maniera segreta. Ma è appunto in quel preciso momento storico che la figura del contrabbandiere raggiunse un immagine leggendaria in tutta la valle, quest'uomo era colui che
la Via Vandelli percorso di
contrabbandieri di sale
sfidava le leggi dello Stato oppressore per favorire gli interessi della gente comune. Il contrabbando di sale era visto con grande favore dalla popolazione che non solo non denunciava i loro eroi ma li difendeva in tutte le maniere dagli "sbirri". Fu un vero problema questo per il Ducato, in Garfagnana ci fu una vera sollevazione a favore dei contrabbandieri, perdipiù i gendarmi non favorivano i buoni rapporti e spesso nei confronti della povera gente che difendeva i fuorilegge si lasciavano andare a non poche crudeltà. A dimostrazione di questa avversione per i tutori della legge ci sono dei documenti comprovanti che all'avvicinarsi degli "sbirri", in paese veniva suonata la campana a martello. In poco tempo i contadini che erano nei campi si radunavano nella piazza del borgo, armati di "bastoni, falci e forcon", difendendo i contrabbandieri o i paesani ricercati perchè in possesso di piccole quantità di sale. Quasi sempre accadeva che i gendarmi fuggissero a gambe levate, lasciando di fatto libero l'arrestato. Ci fu un caso ben documentato che racconta la non felice "visita" dei gendarmi. Ciò accadde nei pressi di Castelnuovo: 

“Arrivarono li soldati per esercitar il loro carico in virtu delli
"Gli sbirri" estensi
ordini, et mandati dai Provveditori al sale, capitasse in casa del suddetto Marco inquisito, al quale havendo trovato certa quantità di sale di contrabando volessero levarla, al che opponendosi Giovanni suddetto, tolse una stanga da carro con quella mortalmente percotendo uno di essi ministri, et li suddetti Pietro et Giacomo, dandosi l’uno, all’altro aiuto et favore cooperativo insieme con molti altri, che per hora si tacciono, ferissero anco li due altri uno pur mortalmente, et l’altro di percossa grave, et importante, ne contenti di questo Antonio suddetto instigato da Battista dasse campana a martello convocando molta gente e gridando dall'alto, ammazza,ammazza...". 

Tale ormai era diventata la sicurezza dei contrabbandieri che lo smercio di sale avveniva alla luce del sole. Nei paesi durante questa pubblica vendita accadeva quasi sempre che si formassero lunghissime file e nell'attesa del proprio turno capitavano addirittura delle memorabili risse. Tuttavia tutta questa convinzione d'impunità si manifestò in tutta la sua prepotenza il 20 maggio del 1720, quando Giacomo Giacomelli contrabbandiere d'eccellenza si presentò con i suoi muli carichi al mercato di Castelnuovo Garfagnana, vendendo pubblicamente sale "con aperto scandalo universale", la gente nonostante la meraviglia accorse in fretta e furia e in men che non si dica il sale finì e il Giacomelli se ne andò tranquillamente come era venuto. Naturalmente il malvivente non la passò liscia, l'onta subita dal governo locale proprio sotto le finestre di"casa" fu troppo grossa e fu così che subì una condanna in contumacia al bando perpetuo, in alternativa dieci anni di galera.Il Giacomelli non cascò mai nella rete della giustizia era un pesce troppo grosso, i contrabbandieri di lungo corso sfuggivano alla cattura perchè spesso erano armati e
Commissione per la tasse
 su sale e tabacco 1851
organizzati in bande, eccezion fatta per Pietro detto il Broccolo (o Bossolo) che andava pure lui impunemente a vender sale con il suo cavallo, fu catturato e condannato a remare per diciotto mesi. Rimaneva però il fatto che quando "gli sbirri" stavano per molto tempo senza catturare nessun presunto manigoldo si rifacevano allora sui miserabili, su coloro che facevano questi traffici per sbarcare il lunario, capitava però qualche volta che il giudice comprendesse la situazione. Fu il caso di Francesco da Pieve Fosciana che aveva in casa circa venti chili di sale, questa quantità fu ritenuta adatta all'uso personale e familiare, fu "mandato liberatamente assolto". 

Lo spaccio di sale in tutta la Garfagnana durò fra alti e bassi quasi mille anni, fu un fenomeno veramente esteso che si ripresentò e terminò una volta per tutte con la fine della seconda guerra mondiale. Testimonianze del 1944 ancora oggi ci parlano di contrabbando di sale in maniera diversa di quello che fu per tanti secoli addietro. Anche durante la guerra la carenza di sale in tutta la valle si fece sentire e allora ci pensavano le donne della Versilia a favorire questo commercio a prezzo di un lungo e faticoso
Donne nella produzione di sale in Versilia,
 (foto Sentieri della memoria.comune di Massa)
lavoro. Carrette spinte a mano si recavano sulla spiaggia e riempivano di acqua marina ogni tipo di contenitore, preferibilmente damigiane per il vino o fusti rivestititi di zinco. La produzione si realizzava in luoghi appartati, in stalle dismesse, in posti comunque non visibili ai tedeschi o ai fascisti. La legna veniva recuperata nelle pinete, si accendevano così grandi fuochi e dentro questi recipienti l'acqua veniva messa al fuoco, una volta portata ad ebollizione e alla conseguente vaporizzazione non rimaneva altro che sale. Per rendere un po' l'idea della cosa si può dire che da ogni damigiana d'acqua si poteva ricavare ben due chili di sale. Una volta imballato invece, erano sopratutto gli uomini che si preoccupavano di salire in montagna per venderlo, usando ancora i vecchi e ultra secolari sentieri di una volta, dirigendosi così
(foto Sentieri della memoria comune di Massa)
verso la Garfagnana e dato che soldi ne circolavano pochi, talora il sale veniva scambiato con farina, patate e castagne. I viaggi su e giù per le montagne in quel periodo non si fermarono mai, si facevano sia d'estate che d'inverno, con la neve e il gelo e con ai piedi solamente zoccoli di legno.

E allora pensandoci bene, quanta storia c'è dietro un semplice:
 -Scusa, mi potresti passare il sale?-



Bibliografia:

  • Archivio di Stato di Modena
  • "Il cammino del Volto Santo. Dalla Lunigiana, attraverso la Garfagnana, fino a Lucca", "Sentieri e vie di contrabbando:il sale" di Normanna Albertini
  • "I sentieri della memoria", La Via del Sale

mercoledì 15 febbraio 2017

La "Bernadette" della Garfagnana: Anna Morelli. Quando la Madonna apparve a Gramolazzo

Non è facile credere a ciò che non si vede, questa regola vale ancor
Gramolazzo,anni 30 al Canale della Gattaia
(collezione Silvio Fioravanti)
di più in campo religioso ed è da sempre stato tema di scontro fra scienza e credenti. La scienza dal canto suo dice che i miracoli e le apparizioni mistiche sono frutto di visioni riconducibili eventualmente anche a delle patologie e chiude il tutto in un ottica esclusivamente razionalistica, essi obbiettano che non sussiste alcun fondamento scientifico che dimostri l'esistenza di questi fenomeni soprannaturali e che comunque sia, ancor prima bisognerebbe dimostrare l'esistenza di colui che si presume ne sia all'origine, cioè Dio stesso. Queste affermazioni fanno rivoltare nella tomba tutti i Papi sepolti nelle Grotte Vaticane e la Chiesa inorridisce e afferma che la Fede è sopra ogni cosa e che non tutto quello che non si vede, non esiste. L'amore non si vede, la speranza, la gioia, non si vedono ma esistono, ma se non credi in Dio, nei suoi miracoli e nelle apparizioni perchè non può vederli con i tuoi occhi, allora non dovresti credere all'amore e ai sentimenti che governano il mondo. Così si riassume in maniera molto semplicistica l'infinita lotta fra scienza e Chiesa. Tutto questo bel discorso fa da introduzione ad un fatto molto controverso e (forse volutamente) poco conosciuto avvenuto esattamente 70 anni fa in Garfagnana, quando a Gramolazzo apparve la Madonna, ma prima di iniziare nel racconto dei fatti mi è necessario dire che ognuno dei miei cari lettori è libero di trarre le proprie conclusioni su questi lontani accadimenti in maniera libera e spassionata, da parte mia visto il delicato argomento mi rifarò puntualmente ai fatti di cronaca e al materiale in mio possesso.

La protagonista di questa vicenda era Anna Morelli una ragazza di Gramolazzo (frazione del comune di Minucciano)malata dal 1941, la
Anna Morelli "la miracolata"
(foto collezione Paolo Marzi)
povera donna non riusciva più ad inghiottire cibo e quel poco che deglutiva non riusciva assolutamente a digerirlo e lo vomitava puntualmente, gli era stato diagnosticato un male terribile che minava seriamente la vita stessa. Medici di ogni sorta e da ogni dove l'avevano visitata ma le speranze date da questi luminari erano sempre ridotte al lumicino. Il 1947 fu l'anno che la malattia degenerò, ma fu anche l'anno della svolta, quando da un possibile prodigio miracoloso la Madonna apparve alla ragazza nella sua camera da letto dove giaceva ormai inerme. La Santa Vergine stando al racconto dell'ammalata non pronunciò parola ma toccò la fanciulla sullo stomaco, la parte malata, e miracolosamente dove la Madonna pose la sua mano apparve sulla pelle una croce vermiglia e oltretutto l'oscuro male sparì. Immaginatevi voi, giornalisti, fotografi, autorità civili ed ecclesiastiche accorsero nel remoto paesino garfagnino per conoscere quella che al tempo fu definita "la miracolata". Tutti volevano raccogliere testimonianze e intervistando gli abitanti del borgo confermavano le tesi conosciute:- Creda pure a me che l'ho vista, quella aveva il diavolo in corpo!- così all'epoca affermava un giovane del posto. La ragazza da parte sua mostrava a tutti la sua rossa croce a testimonianza della sua guarigione e così di parola in parola accorrevano per vederla da ogni parte della Valle del Serchio (e non solo). Gramolazzo era diventato il paese della "miracolata", divenuto meta ove l'umanità stanca e sfiduciata da anni di guerra andava a ritemprare la propria Fede, "andando- come dicevano le cronache del tempo- a toccare con mano profana il segno tangibile di una volontà sconosciuta". La cosa assunse, come spesso accade in questi casi i contorni del fanatismo, i pellegrini entusiasti assediavano la casa di Anna notte e giorno e i
La camera da letto di Anna,
dove ebbe la sua prima visione
(foto collezione Paolo Marzi)
giornalisti ripetevano come pappagalli le solite domande sull'ormai famigerata apparizione, domande a cui la ragazza aveva ormai risposto un migliaio di volte. Nel frattempo, sappiamo come sono fatti i cronisti, andarono a scavare nel privato della giovane e venne fuori che proprio la giovanotta aveva velleità da pin up e che proprio l'anno prima era stata eletta "Stella di Garfagnana" in un concorso di bellezza a carattere regionale. I tagliandi per decretare la vincitrice provenivano a bizzeffe alla redazione del giornale promotore, i maligni dicevano che ella stessa avesse finanziato la sua elezione, ma i maligni, si sa, non mancano mai

La storia non finì qui,anzi tutt'altro, la Madonna apparve più volte ad Anna Morelli, ed ecco dunque di seguito quello che un giornalista scrisse quando anche lui fu presente ad una di queste apparizioni.

"La fede muove le montagne, io mi sono mosso per molto meno, un volgarissimo telegramma. E sono stato fortunato: ho visto Anna
La folla assedia la casa di Anna Morelli
(foto collezione Paolo Marzi)
mentre vedeva la Madonna. Il miracolo è atteso per le quindici, aveva richiamato a Gramolazzo increduli fedeli da tutti i paesi vicini. Ho chiesto alla ragazza dove sarebbe avvenuto il miracolo. Mi ha risposto con un sorriso:- Non lo so; dove mi sentirò di andare in quel momento- E intanto con grazia femminile accendeva una profumata sigaretta. Non crediate che con questo Anna sia un po' civetta. Tutt'altro. Ha smesso di tingersi le labbra e le unghie, parla con una certa disinvoltura, ma con una serietà assoluta. Posa compiacente davanti all'obbiettivo, cita senza riluttanza libri che ha letto e films che ha visto. Chiedo cosa ne pensa di Bernadette, il film della miracolata di Lourdes. L'ha visto ma non esprime giudizi. Alla quattordici e dieci Anna mi dice:- Scusi non posso più rimanere devo scendere in strada-. Tento di trattenerla ma la ragazza è in preda ad un evidente nervosismo. Scende, la seguo. Ad un certo punto si getta in ginocchio e, pallidissima in volto, congiungendo le mani e sbarrando gli occhi mormora:- Eccola !-. La folla si inginocchia, piange sommessamente. Anna, la "miracolata" con lo sguardo fisso in avanti, sorride e mormora parole incomprensibili. E' in estati. Riesco a percepire alcuni monosillabi privi di senso:- Si...No...-. Per accertarmi del suo stato di sensibilità la pungo per due volte inaspettatamente, con uno spillo. Due goccioline di sangue, la ragazza non sente e non fa un movimento. Gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto vedono...Sviene. La portano di peso in casa. Dopo un attimo riprende i sensi. Grosse lacrime le scorrono sulle guance fra i singhiozzi che la fanno scuotere tutta, racconta della visione avuta:- Anna il segno che ti ho impresso ti resterà in eterno, Dillo e fallo vedere a tutti. Il cuore di Gesù sanguina per i peccati degli uomini.. Farai costruire un santuario-. Giù nella strada la folla inginocchiata prega."


Le apparizioni successivamente continueranno ed usciranno dai nostrali confini per giungere in quel di Marina di Pisa e
Grotta di Villa Santa
a Marina di Pisa ieri
precisamente alla grotta di Villa Santa. Siamo nel 1948 e già questo luogo era stato precedentemente visitato da celesti apparizioni, stavolta per mezzo di una piccola di quattro anni Paola Luperini, fattostà che anche Anna Morelli fu richiamata insieme ad altri veggenti in questo posto, ancora oggi considerato sacro. La testimone Lola Roncucci, signora pisana, oggi abitante a Livorno apre il suo scrigno dei ricordi e rammenta nitidamente di quella ragazza garfagnina e proprio di un episodio che vale la pena di raccontare, quando ad Anna in una precedente visione le fu detto dalla Vergine di invitare alla grotta gli infermi e gli ammalati in un dato giorno. La notizia fu ripresa da tutti i quotidiani e arrivò all'orecchio di una ragazzina di 14 anni Ilva Borghini di Rio Marina (Isola d'Elba). La bambina elbana aveva una brutta storia alle spalle, il padre la gettò dalla finestra per delle futili divergenze e nella caduta la piccola rimase paralizzata irrimediabilmente. Comunque Ilva quel giorno raggiunse Marina di Pisa, arrivò in barella. Come lei erano presenti molti altri malati provenienti da tutta Italia e tutti erano in preghiera, quando ad un certo punto della veglia, Anna attorniata dai sacerdoti presenti ebbe la visione. La folla presente, come racconta la testimone Lola Roncucci, rimase sbalordita quando dal cielo sopra la testa della veggente garfagnina cominciarono a scendere petali di rosa bianchi, Anna li raccolse e questi si tramutarono in ostie, una di queste era grande e rotonda, le altre due erano attaccate insieme. Terminata l'apparizione Anna le divise a pezzetti che distribuì ai presenti, l'ostia più grande rimase al prete. Uno di questi pezzettini toccò proprio ad Ilva Borghini, una volta ingerito udì una voce che le diceva:- Ilva, alzati e cammina-, prima con titubanza e poi in maniera più decisa la bambina scese dalla barella, cominciò a camminare superando anche diversi ostacoli, salendo scalini, schivando tronchi di albero e poi tornò improvvisamente indietro raggiungendo la barella da dove era venuta e tornò sorprendentemente paralizzata. La ragazzina spiegò che quando camminava la Madonna continuava a parlarle dicendole così:-Vedi Ilva ti ho dimostrato di poterti guarire per concessione di mio Figlio, ma lascio a te la decisione e la scelta. Vuoi essere guarita o rinunci alla guarigione per la conversione dei peccatori? Domani torna qui, mi vedrai e solo
Grotta di Villa Santa a Marina di Pisa oggi
allora mi dirai quale è stata la tua decisione-
. Figuratevi voi, la decisione per la madre e la giovane quattordicenne era a dir poco combattuta. Tale combattimento cessò il giorno dopo, quando la Madonna riapparve alla piccola che decise di rimanere inferma per la conversione dei peccatori. Negli anni a venire per Ilva fu un continuo calvario, fu seguita da un padre spirituale, in seguito a

questi avvenimenti si fece poi suora. 
Nel 1951 ci fu una delle ultimi apparizioni per Anna Morelli, ma quanto le disse la Madonna quel giorno di sessantasei anni or sono fa ancora rabbrividire il sangue nelle vene: - Grandi calamità vi attendono. Malattie cattive ed epidemie infesteranno il mondo: molti moriranno. Piogge fortissime arriveranno e devasteranno, allagando e sotterrando ogni cosa; fulmini scenderanno dal cielo distruggendo case e raccolti, tutta la terra sarà in movimento e neppure il mare vi risparmierà. Vi saranno fame, disordini e ribellioni, sangue innocente che correrà per la strada; il fratello ucciderà il proprio fratello e prestissimo ci sarà anche la guerra; microbi nuovi e terribili presto infesteranno la terra...-

Ben presto la Chiesa cercò di stendere una cortina di fumo su questi fatti. La ragazza fu fatta refertare da una commissione medica che la giudicò "soggetto isterico ed epilettico", e la croce sullo stomaco? "Tracce ecchimotiche" e la brutta malattia? "All'esame radiologico appaiono tracce di ulcera cicatrizzata". Insomma la Chiesa Cattolica Romana credette di non autorizzare il culto, per quali motivi non lo so e tutt'oggi rimangono (almeno a me) misteriosi, bisognerebbe ricercare negli archivi vaticani della "Congregazione per la dottrina della Fede", ma il vostro umile cronista a così tanto non arriva. Entrando un po' di più nel particolare posso solo dire che la Chiesa Cattolica giudica questi avvenimenti in base a tre fasce: le accetta e ne diffonde il culto, non le condanna e nemmeno le approva, o le condanna attraverso scomuniche e diffide. I fatti di Anna in Garfagnana rimangono nel limbo, cioè non sono stati condannati ma nemmeno approvati. Tengo a sottolineare un fatto, che le apparizioni mariane "autorizzate" dal inizio della storia della Chiesa Cattolica sono circa quindici e che le apparizioni della Madonna a Medjugorje a tutt'oggi non sono accettate dalla Chiesa, anzi...
Per Anna "la miracolata" così come rapidamente arrivò la notorietà e la fama altrettanto rapidamente arrivò l'oblio, voluto e preteso da Santa Romana Chiesa...



Bibliografia:

  • Domenica del Corriere 21 dicembre 1947, anno 49,n°51
  • Profezie di fine millennio di Anna Maria Turi, edizioni Mediterranee 1996
  • "Lumen Gentium" Vaticano II paragrafo 12
  • "Il Tirreno" , 1 settembre 1997 "Parlano i testimoni delle apparizioni a Villa Santa"