mercoledì 14 febbraio 2018

"Il risotto romagnolesco". Una singolare ricetta (in versi) di Giovanni Pascoli del 1905

Mangiare piace un po' a tutti, è inutile negarlo. Ma da qualche
il risotto romagnolesco e il Pascoli
(foto tratta da leitv.it)

tempo, a quanto pare, ci piace più del solito. Per rendersene conto basta accendere la T.V, l'habitat naturale della nuova tendenza, il posto in cui il cibo ha mutato nome, assumendo il termine assai fashion di "food", dove i cuochi sono diventate delle vere e proprie stelle e la cultura del "mangiar bene" (a mio avviso) ha preso un'inclinazione un po' troppo sofisticata, tralasciando di fatto quella che è la consolidata tradizione dell'ottima cucina italiana, ciò ha creato quelli che oggi vengono chiamati "i gastrofighetti", cioè tutte quelle persone che sono diventate nel tempo dei radical chic del cibo, in pratica dei modaioli che seguono le tendenze del momento snobbando la cosiddetta cucina tipica, genuina, fatta come un tempo. 
"Il mio ingrediente segreto è la memoria. E' l'ingrediente che più di ogni altro caratterizza la mia concezione di cucina, non manca mai nei miei piatti. Ognuno dei miei piatti contiene sempre un pizzico di ricordi", così lo chef Pino Cuttai definisce la sua cucina, una cucina della memoria che vuole sempre raccontare una storia personale e collettiva allo stesso tempo. 
Proprio quello che cercò di fare Giovanni Pascoli dalla sua casa di Castelvecchio, scrivendo ad un caro amico una ricetta "romagnolesca", della sua terra, da provare e da far conoscere. La sua è una storia tutta particolare e fa riferimento ad un prelibato risotto: "...ecco il risotto romagnolesco che mi fa Mariù" (n.d.r: l'amata sorella). La
Mariù Pascoli
caratteristica principale di questa bontà è di essere stata scritta in versi, attraverso una curiosa sfida letteraria sui risotti, disputata contro l'amico Augusto. Augusto Guido Bianchi  era un cronista de "Il Corriere della Sera" con cui il Pascoli negli anni ebbe un lungo carteggio. Siamo nel 1905 e Bianchi racconta: "Una sera a Pisa, io gli parlai, durante un pranzo improvvisato in casa sua, del risotto alla milanese, che a lui pareva, con quel suo color di zafferano, una preparazione alchimistica. Gli promisi di inviargli la ricetta per farlo. E la promessa la mantenni. Dio me lo perdoni, come il Pascoli me lo perdonò, cercando di nobiltare la ricetta scritta da mia moglie con il tradurla nei seguenti versi...", e così il giornalista comincia a descrivere a mo' di poesia il delizioso risotto allo zafferano. La risposta del Pascoli non tardò  a venire e in una "singolar tenzone" a colpi di scodelle, cipolle e...versi, ecco la replica del poeta con una nuova ricetta, quasi inedita, in cui non manca lo zafferano ma che si arricchisce di nuovi sapori e profumi. Nelle prime righe della "poesia-ricetta" il Pascoli non manca di criticare bonariamente il giornalista milanese su delle mere questione di stile, "accusandolo" di aver utilizzato troppe volte il tempo futuro (tu farai, tu vorrai, tu saprai) per la sua poesia, e poi finalmente ecco declamare la sua ricetta:



Amico, ho letto il tuo risotto in …ai!
E’ buono assai, soltanto un po’ futuro,
con quei tuoi “tu farai, vorrai, saprai”!
Questo, del mio paese, è più sicuro
perché presente. Ella ha tritato un poco
di cipolline in un tegame puro.
V’ha messo il burro del color di croco
e zafferano (è di Milano!): a lungo
quindi ha lasciato il suo cibrèo sul fuoco.
Tu mi dirai:”Burro e cipolle?”. Aggiungo
Il risotto del Pascoli
(foto tratta da Massaie Moderne)
che v’era ancora qualche fegatino
di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.
Che buon odor veniva dal camino!
Io già sentiva un poco di ristoro,
dopo il mio greco, dopo il mio latino!


Poi v’ha spremuto qualche  pomodoro;
ha lasciato covare chiotto chiotto
in fin c’ha preso un chiaro color d’oro.

Soltanto allora ella v’ha dentro cotto
Il riso crudo, come dici tu.
Già suona mezzogiorno…ecco il risotto
romagnolesco che mi fa Mariù.
I provetti cuochi nostrani, oltre che avermi fatto una parafrasi di questa ricetta mi hanno anche cucinato questo risotto e garantisco sulla bontà, comunque sia bando ai versi questa è la
Giovanni Pascoli nel suo orto di Castelvecchio
preparazione. Il dosaggio degli ingredienti tanto per essere chiari è fatto ad occhio, la ricetta originale non contempla dosi, d'altronde poi questa era l'abitudine delle nostre nonne quando cucinavano, in ogni modo va fatto soffriggere un po' di cipolla con il burro, poi vanno aggiunti i fegatini di pollo, lo zafferano, qualche fungo (nel mio caso pioppini) e dopo qualche minuto la passata di pomodoro e la giusta presa di sale. Tutto poi deve cuocere per benino, dopodiché  "lo spirito pascoliano" ha sospinto il cuoco a buttarci dentro il riso, che ha diligentemente portato a cottura, aggiungendo del brodo caldo all'occorrenza.
E pensare che di questa eccentrica poesia era stata persa ogni
La pubblicazione del 1930 del risotto romagnolo
traccia, fino al giugno 1930 quando "L'Almanacco gastronomico di Jarro"(n.d.r: vecchio testo di gastronomia italiana) la ripropose al grande pubblico. In quell'anno infatti nella prima pagina della rivista si trovavano ogni mese delle ricette in forma di poesia, firmate da illustri poeti, così si poteva trovare il risotto patrio di Emilio Gadda o il risotto alle rose di Gabriele D'annunzio.
Sensazioni antiche e sapori della nostra terra, così come poi erano
La cucina di casa Pascoli a Castelvecchio
fatte le vecchie ricette. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederla Mariù nella vecchia cucina di Castelvecchio Pascoli che prepara questa squisitezza, doveva essere una cuoca eccellente. Mi sembra di sentire il gradevole profumo del risotto sprigionarsi nelle stanze della sua casa. Immaginate che piacere per il poeta sentirlo nell'aria dopo una mattinata di lavoro sui libri. Un occasione unica per tuffarsi in un'atmosfera tutta pascoliana.

Bibliografia:
  • "La cucina italiana- Giornale di gastronomia per le famiglie e i buongustai" 15 giugno 1930
  • "Giovanni Pascoli: la poesia del suo amatissimo risotto" Massaie Moderne archeologia culinaria

mercoledì 7 febbraio 2018

Minatori e miniere. La loro storia e delle antiche miniere di ferro di Fornovolasco

Fino a un po' di tempo fa se si voleva minacciare un uomo
Minatori nelle miniere di ferro
di Monteleone Spoleto

sfaccendato, che non s'impegnava sul lavoro, o si comportava in modo poco onesto, partiva il grido: - In miniera !!!- . Che cosa significava questa perentoria e secca minaccia? Andare a lavorare in miniera significava infilarsi in un un buco ogni mattina e rimanerci per dieci, dodici ore al giorno, significava picchiare sulle pietre con picconi o martelli, respirare polvere fino ad ammalarsi, oppure rischiare di morire per i numerosi crolli delle gallerie, in più quando si tornava a casa ogni sera ci si ritrovava coperti di polvere e terra e di conseguenza bisognava strofinarsi per un ora in una tinozza d'acqua, per poi la mattina dopo ripartire e ricominciare tutto da capo. Questa era la vita del minatore, che non vedeva mai la luce del sole, faticava come un animale, ma che doveva portare a casa (un misero) stipendio. Anche i garfagnini affrontarono questa vita.
In Garfagnana abbiamo poca conoscenza dell'esistenza di miniere, conosciamo il durissimo lavoro dei cavatori di marmo, ma abbiamo dimenticato che anche nella nostra valle esistevano miniere, per la precisione miniere di ferro. Il primo centro siderurgico della Garfagnana ebbe la sua nascita a Fornovolasco, l'origine del paesino vide la luce verso la fine del 1200, grazie proprio a queste miniere e dai forni che servivano per fondere il ferro. Leggenda, o verità, bene non si sa, narra che un certo conte Volaschio, mastro fusore, proveniente dal bresciano fosse a capo di una squadra di uomini dediti a questo mestiere, che trovarono proprio in queste terre ampie aree boschive per alimentare i forni fusori, insieme alle
Fornovolasco
(foto tratta da Daniele Saisi blog)

ottime acque della Turrite fondamentali per forgiare il metallo e azionare i mantici che soffiavano aria nei forno. Già a quel tempo, figuriamoci un po', tale industria era già fiorente, infatti da un registro del 1308 si apprende da un certo Ser Filippo, notaio in Camaiore,  dell'esistenza di due prospere fabbriche appartenenti a un certo Coluccio di Giacomino e a Fulcerio, proprietario insieme al fratello Guido detto "il Passera", questo ci dice che era già passato il tempo in cui il lavoro era sostanzialmente artigianale e se si vuole anche un po' domestico e una certa tecnologia all'avanguardia era più che mai presente a Fornovolasco. Altro fattore determinante per il loro sviluppo era anche la posizione geografica di queste miniere, la vicina "strada" che collegava con la Versilia permetteva l'approvvigionamento di altro materiale proveniente dall'Isola d'Elba e lo smercio dei prodotti finiti verso diversi mercati. Ma un conto era la già dura attività lavorativa davanti ad un forno, ma un altra cosa era la vita di miniera. La prima miniera del luogo fu la miniera di "Monticello-Le
Quello che rimane oggi
della Miniera Monticello Le Pose
(Foto tratta da Speleoclub Garfagnana C.A.I)

Pose" e qui la vita era veramente al limite dell'umano. Si scavavano piccole gallerie, poco profonde che costringevano questi poveri uomini a lavorare in ginocchio o sdraiati, indicatissimi per questi lavori erano i bambini, spesso orfani o gli stessi figli dei minatori che già a sei-sette anni d'età erano mandati per gli stretti meandri delle grotte in esplorazione alla ricerca di vene di ferro, molti morivano a causa del freddo o per essersi persi durante queste spedizioni, per di più la luce fioca per mezzo di torce fatte con legni resinosi non durava molto e rendeva l'aria irrespirabile. Agli inizi del 1400 il primo giacimento di "Monticello-Le Pose" si dimostrava insufficiente a coprire il fabbisogno delle attività siderurgiche, si cercarono nuovi giacimenti nelle zone vicine, fino a che si scoprì un nuovo sito detto "Le Bugie" in località Trimpello, fu un vero colpo di fortuna , queste miniere alimentarono l'attività mineraria fin quasi ai giorni nostri. La spinta decisiva a questa industria si ebbe nel 1430 quando Fornovolasco passò dal dominio lucchese a quello modenese. Grandi progetti aveva per questi luoghi il duca estense Ercole I, che venne personalmente a visitare queste siti e in
Ercole I d'Este
colui che incentivò le miniere
di Fornovolasco
particolare il sito delle "Bugie". Le intenzioni del duca erano serie, voleva rompere il monopolio della lavorazione del ferro delle valli lombarde e cosa più importante voleva rinnovare completamente le munizioni dell'artiglieria modenese con l'intenzione di sostituire le pietre da bombarda con palle metalliche, per questo scopo furono chiamati (ecco quando la verità storica abbraccia la leggenda) mastri forgiatori dalle valli bresciane e bergamasche. L'incarico di portare nuove innovazioni nelle strutture e nelle tecniche estrattive fu dato a mastro Iacomo Tacchetti da Gerla di Valtellina, ambito dalle signorie di mezza Italia. L'aumento di lavoro in questa miniera, è bene dirlo, portò da una parte indubbi vantaggi economici, ma dall'altra aumentò maggiormente lo sfruttamento dei lavoratori. Le miniere infatti appartenevano al Ducato che comprava per pochi soldi il ferro estratto dai minatori di Fornovolasco e come se non bastasse, concedendo le licenze di scavo nei territori ducali, pretendeva nuovamente altri soldi per il pagamento dei diritti di escavazione. Questa situazione portò ad un periodo nefasto, per guadagnare ancora di più la gente cominciò a scavare in maniera disordinata, si aprivano cunicoli, gallerie, piccoli anfratti in ogni dove, provocando frane in tutto il sito, frane che causarono vittime su vittime, questo avrebbe compromesso anche lo stesso sito,  ma prima che la situazione sfuggisse di mano lo stesso duca corse ai ripari, chiamando ancora
Sito minerario delle "Bugie" oggi
(foto tratta Speleoclub Garfagnana C.A.I)
nuovi mastri che regolamentassero gli scavi e che mettessero in sicurezza le gallerie. Insomma a quanto pareva (industrialmente parlando) tutto andava a gonfie vele, nella zona agli inizi del 1500 si potevano già contare tre ferriere esistenti a Fornovolasco, alle quali si aggiunse un forno ducale e anche una fabbrica per la lavorazione del ferro a valle del paese. Oscuri presagi però si affacciavano all'orizzonte... Se da una parte si raggiunsero picchi produttivi che neanche le valli lombarde avevano mai raggiunto, dall'altra invece non si riusciva a dare una certa continuità alla produzione, per due motivi: la scarsità di materiale dentro le miniere e quello che preoccupava di più era la penuria di combustibile, i boschi nelle vicinanze che fornivano legna per i forni ormai erano tutti diradati, le montagne quasi tutte "pelate" e questo fu la causa maggiore che portò al progressivo declino di Fornovolasco. Ma intanto c'era ancora spazio per la gloria, al tempo rimase nella memoria di tutti la visita alle miniere di Sua Eccellenza Illustrissima il Governatore della Garfagnana messer Ludovico Ariosto, che di quella visita scrisse:


Lo scoglio, ove il sospetto fa soggiorno,
alto dal mare da seicento braccia, e ruinose balze cinte intorno,
Ludovico Ariosto
governatore di Garfagnana

e da ogni parte il cader moinaccia:
il più stretto sentier, che guida al Forno, 
la dove il Garfagnin il ferro caccia

Diciamo che la visita dell'Ariosto chiuse per sempre un periodo pieno di speranze e illusioni. Nei secoli a venire si alternarono periodi di fiducia e di altrettanto sconforto. Nel 1636 gli Estensi diedero il via ad un nuovo progetto in Trombacco(a tre km da Fornovolasco) attivando uno nuovo scavo per una nuova miniera che sembrava foriera di nuove prospettiva. In realtà il materiale era scarso e l'attività quindi durò circa dieci anni. Nel 1702 sul sito minerario delle "Bugie" venne usata una nuova tecnica di scavo: la polvere da sparo, questa innovazione che in un colpo solo faceva il lavoro di cento uomini portò alla riattivazione delle miniere(che già erano state chiuse negli anni precedenti) e dei forni di Trombacco e Fornovolasco, ma dopo pochi anni il filone si esaurì, bisognò ricorrere di nuovo al ferro dell'Isola d'Elba.
Il 1800 portò poi una sostanziale novità, cessarono tutte quelle licenze a persona che negli anni portarono alla morte di molte
Palazzo Roni a Vergemoli
La famiglia del monopolio
del ferro di Fornovolasco
persone, era cominciata l'epoca delle rivoluzioni industriali, sparirono così i piccoli cavatori "ad uso familiare" e subentrarono gli imprenditori. In questa ottica già negli anni precedenti la famiglia Roni di Vergemoli aveva capito da quale parte stava andando il mondo, riuscendo ad accaparrarsi il monopolio delle miniere di ferro, ma i tempi belli come detto erano passati. Oramai Fornovolasco per le insufficienti vie di comunicazione e l'affermarsi di nuove tecnologie non riuscì più a stare al passo con i tempi. Comunque non si volle "mollare l'osso" e altri tentativi furono ancora fatti. Si ritentò ancora di estrarre nel martoriato sito delle "Bugie". Insigni geologi ed esimi ingegneri elaborarono un piano a dir poco ambizioso che prevedeva la riapertura delle gallerie e il trasporto del minerale attraverso una funivia che portava direttamente a Gallicano, dove (nel progetto) sarebbe giunto un troncone della ferrovia...Le intenzioni erano ottime, ma i risultati però non furono all'altezza. Di li in poi fu un continuo "tentar di levare il sangue dalle rape". Negli anni si susseguirono industrie come la Calceramica insieme alla Montecatini (1913), poi nonostante un periodo di estrazione piuttosto intenso le miniere passarono nel 1950 alla Desideri e Severi di Colle Val d'Elsa, dal 1952 al 1972 subentrò l'IMSA di Roma e infine nel 1973 l'EDEM, anch'essa di Roma che dopo vari tentativi di convertire
Oggi le miniere di Fornovolasco
si presentano così
(Foto tratta da Speleoclub Garfagnana C.A.I)
produzioni e altri esperimenti similari decise di chiudere per sempre tutto e le miniere vennero definitivamente abbandonate.

Quello che rimane di questa storia non sono le miniere e nemmeno la loro interessante storia, quello che rimane di questo articolo sono quelli che Charles Dickens definiva "i perseguitati dell'inferno": i minatori. Una vita breve ed intensissima. La maggior parte di loro non raggiungeva i cinquant'anni d'età, morti di lavoro a causa dei crolli e di intossicazioni polmonari. La loro morte nella comunità non destava nemmeno stupore, era la
Bambini minatori
in Pennsilvanya (U.S.A)
normalità. Insieme a loro (come abbiamo letto) i bambini, usati come cavie da esplorazione, la maggior parte di loro si perdeva nei cunicoli delle grotte, non riusciva più a far ritorno alla luce, morti al buio, di freddo e di fame. A tutti loro va il nostro pensiero...





Bibliografia

  • "Le miniere di Fornovolasco" a cura dell'Associazione Buffarello Team
  • "Breve storia del lavoro in miniera" Mursia 1973  

mercoledì 31 gennaio 2018

Il Cristoforo Colombo garfagnino. Vincenzo Micheli e il fagiolo fico di Gallicano

Cristoforo Colombo eccelso navigatore o infimo schiavista? Agli
Vincenzo Micheli e il fagiolo fico
(foto tratta in parte dal
 sito www.buffardello.it)
storici l'ardua sentenza. Oggi infatti quello che ci interessa non è quello che fu Colombo come uomo, ma come scopritore. Non fu solo l'involontario scopritore di un nuovo mondo ma anche di una certa quantità di prodotti alimentari mai visti e conosciuti prima nel Vecchio Continente. Il 12 ottobre 1492 segnò una svolta importante per la storia dell'alimentazione europea, fu un "annus memorabilis" in questo senso. Dal nuovo continente giunsero cibi sconosciuti, specialmente fra la frutta e la verdura: patate, peperoni, peperoncini, pomodori, zucche, fagioli, ananas, arachidi, cacao, fichi d'india e uno strano e corpulento pennuto: il tacchino. Naturalmente passarono alcuni anni prima di comprendere l'uso corretto di queste straordinarie scoperte. Gli spagnoli ad esempio importarono i semi del pomodoro che in principio era ritenuto velenoso, tant'è che la pianta e il suo frutto venivano utilizzati solamente per abbellire parchi e
Cristoforo Colombo
giardini nobiliari. Che dire poi della patata? I suoi primi decenni nel nostro continente furono duri, difatti veniva utilizzata solamente per alimentare il bestiame. Da subito invece ebbe successo il mais, divenne subito popolare nelle cucine spagnole e portoghesi per l'uso che se ne faceva della sua farina. Anche i fagioli si diffusero rapidamente e grazie alla loro maggior resa nell'orto presero ben presto il posto delle varietà fino allora conosciute nel Mediterraneo. Ed è a proposito di fagioli che entra in ballo la Garfagnana, l'America e una sorta di Colombo garfagnino. 

Per spiegare questa curiosa ed originale storia bisogna andare avanti nel tempo di 397 anni e narrare quindi le vicende di Vincenzo Micheli, nato a Gallicano nel 1863. Il giovinetto parti per
Gallicano. Vecchia foto.
Piazza Vittorio
Emanuele II
l'America con tanta forza d'animo, determinazione e speranza. Vincenzo era alla ricerca di una vita migliore, voleva sfuggire a una povertà che a Gallicano alla fine dell'800 era presente in quasi tutte le famiglie  Arrivò finalmente nella terra promessa, in America, proprio quella terra che Colombo aprì al mondo e che dopo circa quattrocento anni dalla sua scoperta era ancora una terra in buona parte da esplorare. Proprio per questo motivo in quel periodo il porto di New York era tappezzato di volantini e manifesti che invitavano i nuovi arrivati a "conquistare" l'ovest. Per chi aveva dimestichezza con zappa e vanga, quella doveva essere la sua destinazione e la California la nuova "Mecca". La California da pochi anni (1850) era diventata il 31° stato dell'Unione e il governo in quei luoghi offriva nuove terre da coltivare anche ai migranti. Ognuno lì poteva avere il suo appezzamento da coltivare e da curare e questo faceva proprio al caso di Vincenzo, che da sempre lavorava i campi. Il caldo sole della California e un moderno sistema irriguo stava già rendendo questa nuova regione il massimo produttore agricolo di tutti gli Stati Uniti: agrumi, mele, pere, pesche, prugne, uva e pomodori, ma non solo, barbabietole da zucchero, cotone, riso, orzo e grandi allevamenti avevano reso
La California nel 1890
questa parte di mondo un vero e proprio Eden e anche il giovane gallicanese raggiunse questo paradiso terrestre. 

Però non sempre tutte le ciambelle riescono con il buco e forse la nostalgia dell'Italia, forse gli affari non andarono proprio come credeva, o chissà quale altro motivo, fattostà che nel 1889 Vincenzo tornò a Gallicano, ma non tornò a mani vuote, infatti nelle sue coltivazioni californiane apprezzò molto anche i nuovi ortaggi che  questa terra offriva e fra questi rimase completamente colpito dalla bontà di un fagiolo mai visto prima nella sua terra natia. Nel suo rientro in Italia volle quindi portare con se i suoi semi e così come un nuovo Colombo cercò di recare nella sua amata Garfagnana una nuova qualità di ortaggio che nessuno prima aveva mai apprezzato e conosciuto. Quello che è certo che la cosa sarebbe stata molto diversa da quello che accadde al navigatore genovese, che al suo ritorno fu accolto in terra di Spagna con tutti gli onori dai reali iberici, ringraziato e osannato anche proprio perchè aveva messo gli europei a conoscenza dei nuovi frutti del Nuovo Mondo. Il discorso per il Micheli era ben diverso, dato che vigeva negli Stati Uniti l'assoluto divieto di importare semi verso altri Paesi. Come fare allora? Quale sistema poteva escogitare? L'ingegno
fagiolo fico
garfagnino come si sa è sempre ben sviluppato e anche stavolta  ebbe la meglio su tutta la situazione. Lo stratagemma era ben congegnato  e così cinque semi di questi fagioli furono cuciti nel nastro di raso che contornava il suo cappello a falde. Il piano riuscì a meraviglia e una volta rientrato a Gallicano cominciò con curiosità ed apprensione la nuova coltivazione. Questa volta ogni speranza fu soddisfatta, la pianta cresceva molto vigorosa,forte e rampicante, questo baccello di colore verde accesso e questo fagiolo di misura medio piccola di colorazione bruna e con queste striature color vinaccia colpì l'attenzione di tutti gli altri gallicanesi, che a loro volta cominciarono la coltivazione di questo legume americano. Ma adesso bisognava dargli un nome, un nome che lo differisse da tutti gli altri... Si era notato che quando questo legume veniva lessato emanava nella cucina un gradevolissimo profumo di fico...ecco allora l'idea, il lampo di genio, l'intuizione, per tutti sarà conosciuto come fagiolo fico.

Non crediate che Vincenzo Micheli abbia reso un servizio da poco alla Valle del Serchio, portando clandestinamente questo fagiolo in Garfagnana. Oggi il fagiolo fico proprio per la sua unicità non essendo presente in nessuna altra parte dell'Italia è stato iscritto da alcuni anni nell'albo regionale sulla tutela e conservazione delle varietà locali con la denominazione di "fagiolo fico di Gallicano" e conservato nella Banca Regionale del Germoplasma di Camporgiano. Questa "banca" rende (almeno questa
volta) a questa parola un significato positivo, (dopo le note vicende politiche), e ci fa dire un doveroso grazie ai "banchieri" di questa associazione, che non sono naturalmente banchieri nel vero senso della parola, ma sono dei cosiddetti "coltivatori custodi", che con le loro piantagioni riescono a coltivare tutti quei prodotti locali a rischio di estinzione. Molti di questi "coltivatori custodi" sono pensionati, lavoratori comuni, proprietari di aziende agricole che con il loro lavoro mantengono ancora in vita (oltre al fagiolo fico) molteplici altri prodotti della nostra terra come: il fagiolo giallorino, la patata rossa di Sulcina, il melo Casciano, il "formenton" ottofile, il granturco nano di Verni e tanti altri ancora.
Ah! Dimenticavo...Per gli amanti della buona cucina il fagiolo fico trova "la sua morte" con le mitiche "
"Fogacce Leve" e fagiolo fico
(foto tratta dal sito www.buffardello.it)
fogacce leve" gallicanesi...

e allora un grazie ancora a Vincenzo Micheli...il Cristoforo Colombo di Garfagnana.




Bibliografia:

  • "L'Aringo il giornale di Gallicano" Anno 2 n°5 Marzo 2016 "Il fagiolo fico di Gallicano" di Ivo Poli

mercoledì 24 gennaio 2018

Sfuggire ad Auschwitz. Dal memoriale di Leo Kienwald, ebreo internato a Castelnuovo

Leo Kienwald...un nome che ai più non dirà niente, ma è un nome legato a doppio filo con la Garfagnana e con una delle pagine più crudeli della storia dell'umanità. La famiglia Kienwald composta da papà Oscar, mamma Rachele Nadel e dai figli Erwin e Leonard (detto Leo), proveniva dalla Polonia occupata e faceva parte di quelle famiglie ebree internate coattivamente dalla Germania nazista a Castelnuovo Garfagnana dal 1941 al 1943. 
Chi è un mio assiduo lettore avrà comunque già letto più di un mio articolo riguardante questa famiglia, infatti ogni tanto nella mia mente riecheggiano le parole che a suo tempo mi disse Eli Kienwald (figlio di Leo) e che sono le stesse del filosofo George Santayana: - "Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo", quindi- continuò il dottor Eli, riferendosi a me- nei suoi articoli, ogni tanto continui a scrivere di questa tragedia, perchè la gente non dimentichi mai quello che è accaduto - e così puntualmente mi appresto a farlo.
Il rapporto fra me ed Eli Kienwald cominciò qualche anno fa, quando da Londra lo stesso Eli mi contattò dopo aver letto un mio articolo sulla tragedia della sua famiglia internata a Castelnuovo. Mi
L'articolo pubblicato sulla rivista
ebraica Hamaor: Escape from Castelnuovo
Garfagnana (Fuga da Castelnuovo Garfagnana)
propose di condurre ricerche più approfondite su quello che successe a suo padre Leo in quei terribili anni in Garfagnana, la nostra collaborazione sfociò poi in un bellissimo articolo pubblicato su una rivista ebraica a maggior diffusione (Hamaor), in più mi inviò un vero pezzo di storia, unico e toccante: il memoriale di suo padre che racconta la sua fuga per la libertà attraverso le nostre montagne, un diario bellissimo, particolareggiato, ricordi vivi e nitidi di quei tremendi giorni scampati al rastrellamento, evitando così di finire nelle camere a gas di Auschwitz.

Tutto cominciò quel maledetto 4 dicembre 1943 quando arrivò l'ordine dall'Oberkommando der Whermacht, dove si diceva che tutti gli ebrei stanziati in confino coatto a Castelnuovo Garfagnana si dovevano
Una pagina del memoriale di Kienwald
in mio possesso
presentare il mattino seguente presso la caserma dei carabinieri. Grazie ad una soffiata di un maresciallo dell'arma si capì presto il perchè di questa convocazione: l'indomani tutti gli ebrei residenti sarebbero stati arrestati e condotti nel campo di concentramento di Bagni di Lucca, per essere poi trasferiti nei campi di sterminio del nord Europa. Il maresciallo avvertì tutti  gli interessati e consigliò di darsi immediatamente alla fuga. Nonostante tutto a questa soffiata pochi vi credettero, fra questi pochi la famiglia Kienwald fu una di queste, cominciò così la sua fuga attraverso le Apuane.

Quelle a seguire sono stralci salienti del memoriale di Leo Kienwald, scritti nel 1996 poco prima che lasciasse per sempre la vita terrena.

L'inizio della fuga (N.D.R: i titoli dati ai paragrafi non fanno
Verbale della Prefettura del 1942
Corrispondenza censurata
degli ebrei di Castelnuovo
parte del diario stesso, sono stati aggiunti da me per dare ordine all'articolo).


Era il 5 dicembre 1943. Il cielo era grigio quasi un segno della tragedia incombente. Perchè gli altri sono tutti finiti ad Auschwitz. E sono morti. Noi, padre madre e due ragazzi camminavamo su una strada sterrata, nella Valle della Turrite, nella direzione opposta a quella della caserma dei carabinieri. Il giorno prima era stato impartito un ordine: presentarsi quella mattina alle otto. Un'ora prima ebbi ancora un fuggevole incontro con Elisabeth (N.D.R: Elizabeth era l'innamorata ebrea confinata anche lei a Castelnuovo). Tentai di convincerla a seguirmi. Non poteva abbandonare la madre. Qualche anno fa la ritrovai nel "Libro della Memoria". Ebbi così la conferma del tragico destino suo e degli altri internati a Castelnuovo Garfagnana. Che sarebbe stato il mio, il nostro.


La paura,le bugie e la prima sistemazione

Raggiungemmo infine alcuni casolari. Era Colle Panestra. Ci
Vecchia foto L'Alpe di Sant'Antonio
presentammo come sfollati. Non avevamo documenti ne soldi. Solo le ultime carte annonarie di Castelnuovo. Trasformai il cognome Kienwald scritto a mano in "Rinaldo". Un nome straniero poteva destare sospetti. Fummo infine accolti da una famiglia nei pressi di Fontana Grande a Piritano di Sotto. Allora sapevo solo che ci trovavamo sull'Alpe di Sant'Antonio. Mio padre e mia madre dormivano in una camera messa a loro disposizione. A noi ragazzi diedero una capanna nel bosco dove si raccoglievano le foglie secche di castagno. Ricevemmo una lampada ad acetilene e due coperte.


La fuga continua: una nuova sistemazione

Ricordo con commozione la bontà di quelle persone. Ma non potevamo
Rifugio Rossi...una volta
approfittare a lungo dell'ospitalità. Ci mettemmo quindi in cerca di un casolare disabitato. E lo trovammo a Pasquigliora, non lontano da Colle Panestra. Era il casolare di un pastore, che prima della guerra portava su le pecore dalla Versilia. Il casolare era giusto attrezzato per quattro persone, non mancavano materassi, coperte e cuscini. Il custode del Rifugio Rossi, sotto la Pania della Croce, abitava a Pirano di Sotto. Si offrì di salire al rifugio con noi ragazzi per prelevare quanto occorreva.


Il ritorno a Castelnuovo e il recupero dei vestiti per affrontare il rigido inverno 

A Castelnuovo vivevamo abbastanza tranquilli fino all'ordine
Castelnuovo nel 1930. Nel cerchio rosso
l'appartamento dove abitavano i Kienwald
in Piazza Umberto i
impartito dai carabinieri. Quando fuggimmo da Castelnuovo portammo quasi nulla con noi. Gli effetti personali erano rimasti in un baule lasciato nella casa a Castelnuovo. Non si poteva superare l'inverno senza quegli indumenti e bisognava in qualche modo recuperarli. Un abitante di Castelnuovo, con il quale mio padre si mise misteriosamente in contatto, andò in quella casa, ruppe i sigilli applicati dai carabinieri, prese il baule, lo caricò su un mulo e ce lo portò su. Mio padre gli regalò una parte del contenuto


La nuova vita e le nuove abitudini

Vivevamo dunque in quel casolare a circa mille metri di altitudine.
Sfollati in Garfagnana in tempo di guerra
La principale preoccupazione era procurarsi da mangiare e legna per riscaldarsi. Era compito di noi ragazzi. Mio fratello era minore di quattro anni e aveva sempre fame. I contadini erano generosi e la farina di castagne non mancava mai. Imparammo a farci la polenta nel paiolo, a versarla sul piatto di legno, a tagliarla con la cordicella. Non volevamo essere mendicanti. Facevamo vari lavori per loro, il più terribile era caricare sul collo il cesto di letame per andare a spanderlo sui campi. La sera bisognava sottoporsi ad un intenso lavaggio. Passarono i  mesi, passò l'inverno. Non sapevo nulla allora di Auschwitz. Avevo la sensazione di essere scampato, insieme ai miei, ad un terribile destino.


La vita è in pericolo

Nella primavera del 1944 ci trovavamo praticamente al fronte. La
Calomini, sul fronte della Linea Gotica
(foto Gruppo Linea Gotica Garfagnana)
linea gotica passava a qualche centinaio di metri da noi. C'era una strada sterrata a mezza costa del Monte Piglionico, che finiva ai piedi della Pania della Croce. Alle Rocchette poco sopra la strada, c'era una postazione. Li dovevamo passare per entrare nella terra di nessuno
(N.D.R: Per "terra di nessuno" si intende una porzione di territorio non occupata)


Una battaglia nella notte...bisognava fuggire e salvarsi

N.D.R: Qui si racconta della celeberrima battaglia del Monte Rovaio (o Colle del Gesù), fra i partigiani del "Valanga" e le truppe germaniche, dove i nostri protagonisti furono attenti testimoni, prima, durante e dopo i fatti. Ecco un piccolo brano di quel ricordo:

Sia arriva così alla fine di agosto, esattamente il 29 agosto 1944.
Il Monte del Gesù, luogo della battaglia
raccontato da Leo Kienwald
Quella mattina, era ancora notte, si sentì una forte sparatoria intorno a noi. Mi affacciai alla finestra e vidi dei razzi illuminanti salire verso il Monte del Gesù. Avevo la netta sensazione di essere circondati, Ci vestimmo in fretta ed uscimmo. Dovevamo allontanarci. Dietro il casolare una ripida discesa portava in un fosso, che ci copriva dai proiettili e in qualche modo ci nascondeva. Arrivati in fondo ci dirigemmo verso il mulino. Sapevo che il mugnaio aveva preparato una grande buca nel bosco. Egli ci accolse. Solo mia madre ed altre donne rimasero fuori. Entrammo carponi. Eravamo in 12 li dentro, sdraiati su un tavolato, uno accanto all'altro. C'era anche il giovane parroco de L'Alpe di Sant'Antonio. Lì restammo per tre giorni e tre notti. Le donne ci portavano qualche piatto di pasta senza sale. Devo ammirare il coraggio di mia madre. Era una donna fragile e timida. Ritornò al casolare per salvare qualcosa. Ormai bruciava. Si trovò faccia a faccia con i tedeschi. Terminata la battaglia nel corso della mattinata i tedeschi bruciarono infatti tutti i casolari.


La disperazione

A questo punto eravamo veramente soli. Il nostro casolare, tutti i
Il sentiero della libertà ripercorre
quasi le stesse strade che fecero i Kienwald
(foto Daniele Saisi)
casolari, erano bruciati. I residenti s'enerano in gran parte andati. I pochi rimasti cominciarono ad aver paura. Avevamo perso tutto. Non sapevamo dove andare. Non potevamo più contare su un eventuale assistenza di chi ancora si aggirava sull'Alpe. Risalimmo Colle Panestra e prendemmo un sentiero a destra, arrivammo a casa di una certa Viola.
(N.D.R: Viola Bertoni alias "la mamma dell'Alpe", nel 1981 gli verrà conferita una medaglia al valore civile per la sussistenza data ai gruppi partigiani). Questa fu la nostra dimora fino alla fine di novembre. Mi chiedo oggi come abbiamo fatto a vivere. Non ricordo i dettagli. Ogni sforzo mentale era concentrato sul modo di come uscire da questa situazione disperata. Intanto l'inverno avanzava 


I primi tentativi verso la libertà

Mi decisi di andare a chiedere aiuto ad una grossa formazione
Partigiani del Valanga
(foto tratta da il libro
"L'altra faccia del mito")
partigiana, comandata da un maggiore inglese, che si trovava sui monti di fronte, dall'altro lato della Turrite...
[continua]...Mi incontrai con il maggiore Oldham (N.D.R: il maggiore Oldham fu fatto prigioniero dagli italiani, fuggi dal carcere e si mise a capo della Brigata partigiana Lunense), al quale diedi informazioni sulle Rocchette, da dove poteva congiungersi con la V armata [continua]...All'occupazione della postazione sulle Rocchette mi avrebbero dovuto mandare una staffetta per passare il fronte. [continua]. Passarono i giorni e nulla successe.


Il terrore e poi...libertà, libertà !!!

L'attesa diveniva insopportabile e giorno dopo giorno la situazione
Castelnuovo bombardata
peggiorava. Un giorno decisi con mio padre di recarci direttamente sul posto consapevoli ovviamente del rischio. Ma non avevamo ormai scelta. Ci incamminammo e raggiungemmo la strada che passava sotto le Rocchette. C'era nebbia quella mattina e camminavamo in un silenzio irreale. Improvvisamente sbucarono dalla nebbia tre militari con i fucili spianati: alto là. Portavano l'elmo dei bersaglieri. Siamo proprio capitati male, pensai. Uno di loro urlò: "Sono ebrei, li conosco". Dopo qualche secondo si rivelarono. Erano partigiani, che avevano occupato la postazione e si erano messo in testa l'elmo dei prigionieri. Forti abbracci, profonda emozione. Quello che aveva urlato era di Castelnuovo e ci aveva riconosciuto. Chiedemmo se potevamo passare
[continua]


N.D.R: Le peripezie dei Kienwald continuarono, adesso bisognava recuperare il resto della famiglia, passare il fronte e consegnarsi nelle mani della V armata americana. Nella stessa notte però imperversò un'ennesima battaglia che mise a repentaglio la loro vita e il lieto fine di questa tragica avventura. La descrizione di quelle decisive e fondamentali ore è precisa e minuziosa, ma finalmente...

Ci trovammo nella terra di nessuno e ci fermammo in un piccolo
La V armata americana
villaggio, dove passammo la notte dormendo sul pavimento in una casa vuota. Era il 20 novembre 1944. Al mattino riprendemmo il cammino. Grande fu l'emozione quando incontrammo una pattuglia di americani che ci diedero della cioccolata e ci portarono al loro campo. Mio padre tolse dalle spalline della giacca il suo vecchio passaporto polacco. Ci portarono a Gallicano, nell'immediata retrovia poi a Viareggio.


N.D.R: Il diario continua con quello che accadde dopo la liberazione, le varie sistemazioni in altre parti della Toscana, la fame patita più da liberi che da ricercati e sopratutto la ricerca di una nuova Patria e di una nuova vita, ma comunque non era niente a confronto di quello che successe agli altri ebrei "castelnuovesi". Il diario si chiude con il perchè di questo scritto:


Qui finisce la nostra piccola odissea che, posso dirlo, è stata
Auschwitz. Una mia foto.
 Le scarpe degli ebrei uccisi..
splendida se paragonata a quella che sicuramente sarebbe stata senza il mio modesto atto di coraggio, prodotto da quella fiammella di Dio che, credenti o non credenti, c'è in ognuno di noi e che guida la nostra mente. Dopotutto, a dispetto della soluzione finale, sono qui con figli e nipoti. I genitori riposano nella terra d'Israele. Mio fratello vive in Israele, ha un figlio e tanti nipoti. Ho raccontato questa storia perchè la memoria non vada persa.


Leonard Kienwald 

Bibliografia

Per chi vuole sapere di più su questa famiglia e su gli ebrei in confino coatto a Castelnuovo Garfagnana può consultare i miei articoli cliccando su questi link:


mercoledì 17 gennaio 2018

I "Monument's Man" garfagnini. Quelli che nella II guerra mondiale salvarono il patrimonio artistico garfagnino

I Monument's Man nel castello
di Neuschwainsten in Germania nel 1945
Erano trecentocinquanta valorosi, sia uomini che donne, appartenenti a tredici nazioni diverse che fra il 1943 e il 1951 prestarono servizio presso la "Monuments Fine Arts and Archives" (M.F.F.A). Hollywood pochi anni fa fece passare alla storia queste persone con un bel film e così le stampò nella memoria di tutti. Al mondo erano e sono  conosciuti come i "Monuments Man". Un gruppo di persone colte ed appassionate, la maggior parte di loro non aveva nessuna esperienza militare dal momento che erano per lo più restauratori, archivisti, direttori di musei e archeologi, prestarono servizio negli eserciti alleati durante la seconda guerra mondiale e vennero presto inviati nella martoriata Europa con una precisa missione: recuperare e salvare i capolavori dell'arte. L'intento principale era quindi salvare dai bombardamenti e dalle distruzioni varie le migliaia di capolavori sparsi per tutto il continente, un tesoro non solo di puro valore economico, ma un tesoro culturale che rischiava seriamente di essere perso per sempre. Altro compito se si vuole ancor più difficile era recuperare le opere d'arte ancora intatte e già trafugate. Ma trafugate da chi? Com'è noto le armate tedesche mentre invadevano un Paese dopo l'altro razziavano in modo sistematico dipinti, sculture ed altre innumerevoli opere d'arte, la maggior parte di questi razziatori agiva nel nome del maresciallo del Reich Hermann Goring (numero due del partito nazista), che senza
Hermann Goring
"il razziatore"
mezzi termini nel 1942 ebbe a dichiarare: "Una volta si chiamava saccheggio. Ma oggi le cose devono avere un aspetto più umano. Ad onta di ciò, io intendo saccheggiare e intendo farlo in maniera totale" . Era una vera e propria corsa contro il tempo, la guerra volgeva al termine, gli eventi si stavano susseguendo uno dopo l'altro, i Monument's Man vennero sparsi rapidamente per tutta Europa. A Parigi per svuotare e mettere in sicurezza tutte le opere del Louvre ci vollero ben sei settimane, ma il vero "colpo gobbo" dei Monument's fu in Austria, nella miniera di salgemma di Altaussee(nelle vicinanze di Salisburgo) furono rinvenuti ben 6500 quadri, statue (fra le quali la Madonna con bambino di Michelangelo del 1503), mobili, libri antichi, monete e altri oggetti preziosi, ma non solo, in Turingia (regione della Germania) fu rinvenuta l'intera riserva aurea nazista e un notevole numero di altri capolavori. 

E in Italia? In Italia questi anomali eroi sbarcarono in Sicilia nell'autunno del 1943, erano in ventisei, pronti a tutto (o quasi) pur di proteggere, ristrutturare e recuperare il ricchissimo patrimonio artistico italiano. La strategia era chiara, man mano che i territori venivano liberati si interveniva immediatamente per preservare i monumenti danneggiati e mettersi a caccia dei tesori rubati. Queste operazioni portarono nella sola Sicilia a mettere in sicurezza decine di siti e iniziare la ricostruzione di monumenti
Le chiese di Palermo con i loro tesori
devastate dai bombardamenti
importantissimi ormai perduti come la Cattedrale di Palermo. Quando la guerra si spostò in continente le cose furono più difficoltose. Gli alleati si aspettavano di risalire in un batter d'occhio tutta la Penisola, ma finirono intrappolati in estenuanti battaglie. Finalmente il 4 giugno 1944 gli americani liberarono Roma e trovarono una città quasi intatta, il "solo" quartiere di San Lorenzo era stato bombardato. Il bello però doveva ancora venire. L'ultima fase nella campagna estate-inverno 1944 fu la più importante, gli alleati stavano per entrare in Toscana e i Monumen's sapevano che qui non sarebbe stata una "passeggiata di salute" come a Roma. In effetti molto di ciò sarebbe dipeso dai tedeschi e da dove avrebbero deciso di attestare il fronte. Il fronte per disgrazia dei garfagnini e della Garfagnana (e non solo) si fermò sulla costituita Linea Gotica, su quel fronte di 300 chilometri la guerra si fermò per circa nove mesi. 

La Garfagnana non sarà Firenze in fatto di monumenti e opere d'arte, ma il suo patrimonio artistico da difendere ce l'aveva, eccome se ce l'aveva. Parliamoci chiaro, qui i Monument's Man non arrivarono mai, vuoi perchè la Valle del Serchio era considerata zona ad alta pericolosità, ma sopratutto perchè come tutti ben sappiamo la vita è fatta di priorità e tale priorità fu data alla salvaguardia della culla del Rinascimento: Firenze e in effetti qui il lavoro era
Firenze: Ponte Santa Trinita disegnato
da Michelangelo distrutto dalle bombe
tanto. Ritirandosi dalla città del giglio i nazisti fecero saltare tutti gli storici ponti con esclusione di Ponte Vecchio, poichè leggenda (o verità) narra che quando Hitler visitò Firenze nel 1939 rimase totalmente affascinato da questo gioiello, tanto che dette ordine ai propri ufficiali di risparmiarlo dalla distruzione. Il  lavoro come detto era tantissimo e le opere d'arte erano un'enormità. I Monument's Man giravano di quartiere in quartiere, di borgo in borgo catalogando le opere sparite dai musei che a sua volta erano state spostate altrove dai nazisti in attesa di espatrio. Furono ritrovati solamente a Firenze tremila casse di dipinti, sculture e interi archivi. Nei garagi di Villa di Torre a Cona (Rignano sull'Arno) furono trovate impacchettate di tutto punto statue di Michelangelo, altri centinaia di dipinti degli Uffizi e di Palazzo Pitti vennero invece rinvenuti nel castello di Montegufoni (Montespertoli). 
Come detto in Garfagnana questi eroi d'oltreoceano e d'oltremanica non si videro. Non fummo però dimenticati in questo senso. Della nostra piccola realtà si occupò comunque un Monumet's Man tutto italiano (e toscano) che si chiamava Rodolfo Siviero, che è bene dirlo con i Monument's originali non aveva niente a che fare. Ma partiamo però dall'inizio e cominciamo subito con il dire che la maggior parte delle opere d'arte "garfagnine" sono nelle chiese...e le nostre chiese sono tante... Pensiamo solamente che attualmente le 
Rodolfo Siviero, vero eroe italiano
parrocchie dell'Arcidiocesi di Lucca sono 362 e immaginiamo ancora che non esiste paese, borgo o sperduta località garfagnina che non abbia almeno una chiesa antica con almeno un opera di pregevole valore. Questo era il panorama artistico con cui si doveva confrontare Siviero. Rodolfo Siviero nacque in provincia di Pisa, a lui si deve il recupero di gran parte delle opere che erano state trafugate dai tedeschi nel nostro Paese proprio durante la seconda guerra mondiale, il metodo rocambolesco con cui talvolta vennero recuperate queste opere gli valse il soprannome di 007 dell'arte e in effetti così era, oltre che essere uno storico dell'arte, era un agente segreto facente parte del Servizio Informazioni Militare. Fattostà che il patrimonio artistico garfagnino fu messo dall'intelligence di Siviero in una scala di messa in pericolo da uno a tre al numero due. Il pericolo maggiore non era che fosse sottratto, dal momento che i tedeschi a quel punto della guerra il loro ultimo pensiero erano le opere d'arte da rubare, per molti di loro sia ufficiali che soldati l'intento principale era di portare a casa la pelle, il vero pericolo veniva però dai bombardamenti alleati che potevano più o meno accidentalmente distruggere le chiese. A questo scopo, dal momento che lo stesso Siviero coordinava dei gruppi partigiani, dette mandato a loro di raggiungere i paesi garfagnini e di aiutare i parroci locali a spostare, a nascondere e mettere il più possibile al sicuro tutto quello che gli stessi parroci ritenevano di proteggere maggiormente, naturalmente fu spostato quello che si poteva spostare come quadri, statue, oggetti sacri e preziosi archivi, quello che era intrasportabile fu lasciato al suo destino e forse meglio dire in questo caso alla Divina Provvidenza, ad esempio
La Pala Robbiana nel
duomo di San Jacopo a Gallicano
le Pale Robbiane di Gallicano, Barga, Castelnuovo, Pieve Fosciana e molti altri affreschi disseminati per le pievi si salvarono grazie al fato. Così le cantine, i metati, i fienili e le stalle dei paesi delle valle per un po' di tempo diventarono dei veri e propri musei, opere attribuite alla scuola di Matteo Civitali, tavole di Giuliano Simone da Lucca del 1389, statue lignee del XIV secolo attribuite all'ambito di Tino Camaino, opere del 1500 di Giuseppe Porta detto il "Salviati" e tanti altri tesori erano sparsi per le selve della valle. Comunque sia non tutti i nazisti  erano come il loro supremo maresciallo Goring e un po' di sensibilità artistica almeno nella Valle del Serchio la dimostrarono. Questa vicenda ricalca similmente la storia narrata poche righe sopra che riguardava Ponte Vecchio, simile sorte toccò anche al Ponte del Diavolo di Borgo a Mozzano. Oramai le mine naziste erano piazzate il celebre ponte
 con i suoi mille anni di storia era pronto a saltare in aria. Le truppe germaniche erano pronte a ritirarsi verso nord e bisognava quindi tagliare ogni via di comunicazione all'esercito alleato che era sempre più vicino, rimane il fatto che non si sa bene come e perchè, quando ormai mancava solamente l'ordine di farlo esplodere, l'ordine fu annullato. Per quale ragione ciò accadde ancora non è chiaro,questo forse trova ragione in una teoria non documentate ma secondo me veritiera e dice che probabilmente nel comando tedesco ci sia stato qualcuno che aveva una sensibilità particolare per il
Il Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano
scampato alle mine naziste
patrimonio storico e culturale, sopratutto collegato al fatto che tale ponte non fosse ritenuto idoneo per il passaggio dei mezzi militari, a conferma di questo il "Ponte Pari", alcune centinaia di metri più a sud fu fatto saltare inesorabilmente in aria. Rimane il fatto che grazie ai nostri Monument's Man nostrani: Siviero e i preti locali, il patrimonio artistico garfagnino fu salvato o quanto meno messo in sicurezza.

L'opera di recupero di Siviero e dei Monument's Man continuò anche dopo la guerra e tutt'oggi molte opere trafugate dai nazisti non sono state ancora ritrovate. E' notizia di alcuni giorni fa del ritrovamento di un opera di inestimabile valore economico e culturale: "Il Busto di Cristo", realizzato da Matteo Civitali nel 1470 e trafugato dai tedeschi dalla chiesa di Santa Maria della Rosa in Lucca, nella notte fra il 7 e l'8 febbraio 1944. L'opera era
"Il Busto di Cristo" di Matteo Civitali
ritrovato dai carabinieri
 restituito alla città di Lucca
stata catalogata alla fine degli anni trenta dalla Sopraintendenza di Firenze con due fotografie conservate oggi agli Uffizi di Firenze e segnalata in una nota del 1947 come "asportata dalla truppe tedesche", successivamente queste informazioni confluirono nell'archivio Siviero e poi dopo nella banca dati del Ministero dei Beni Culturali. Di quest'opera nonostante questi minuziosi passaggi si era persa ogni traccia, fino a che nel dicembre 2017 i carabinieri nell'ambito della complicatissima operazione "Jackals" hanno restituito il capolavoro alla città. 

La Garfagnana invece, anche grazie alla preventiva azione descritta
"San Giorlamo penitente"
del Perugino rubato dai nazisti
a Capezzano nel '44
e non ancora ritrovato
sopra non subì (almeno io non ho notizia) nessuna ruberia artistica da parte delle truppe tedesche, ma come abbiamo visto stessa sorte non toccò alla provincia di Lucca. Dopo 73 anni ci sono ancora opere che ancora non hanno fatto mai più ritorno. Nella Villa Borbone delle Pianore a Capezzano Pianore vicino Camaiore i nazisti della XVI Divisione Corazzata delle SS nella primavera 1944 razziarono gran parte della collezione Borbone Parma, dipinti come "Veduta

degli Schiavoni verso est" del Canaletto, "San Girolamo Penitente" del Perugino, "Il Redentore" di Dosso Dossi e di molti altri ancora ne sono state perse da tempo immemore le tracce. Anche Viareggio fu colpita dalle "mani lunghe" naziste il dipinto "L'Imperatore Guglielmo a cavallo calpesta un cumulo di teschi" di Lorenzo Viani sparì sempre in quel maledetto 1944.
Ancora oggi questa storia non è finita. L'italia e la Toscana in particolare hanno ancora fuori (e non si sa dove sono) centinaia di opere. Una filosofia di guerra criminale questa, studiata non a caso, che trovava il suo credo in un pensiero espresso bene da un Monument's Man:
"Puoi sterminare un'intera generazione, bruciare le loro case e troveranno una via di ritorno. Ma se distruggi la loro cultura è come se non fossero mai esistiti. E' questo che vuole Hitler ed è esattamente questo che noi combattiamo".


Bibliografia

  • "Chi li ha visti? I tesori d'arte della Toscana ancora prigionieri di guerra" Giannella Channel. A cura di Salvatore Giannella
  • "La vera storia dei Monument's Man" L'undici Informazione Pura di Mara Marantonio
  • Museo Casa Rodolfo Siviero -Archivio Siviero-