mercoledì 8 novembre 2017

Cent'anni fa l'influenza "spagnola" Morte e malattia nella Garfagnana del 1918

H1N1. Una sigla che non dice niente a nessuno, potrebbe significare
 molte cose...magari era una delle prime navicelle spaziali russe o americane che solcarono la volta celeste, o forse un nuovo tipo di cocktail, di quelli che vanno adesso in discoteca, è probabile che allora sia il nuovo motore della Ferrari per il prossimo campionato mondiale di Formula 1...niente di tutto questo. Questa sigla secondo studi scientifici uccise in un anno più persone che la peste nera del medioevo in un secolo e in ventiquattro settimane quanto l'AIDS ha ucciso in ventiquattro anni, il suo nome completo è "influenza virus A, sottotipo H1N1" meglio conosciuta come "influenza spagnola"  o semplicemente "la spagnola" che  tra il 1918 e il 1919 (solamente cento anni fa)colpì tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone e ne infettò oltre 500 milioni. Eravamo ormai alla fine della I guerra mondiale che da sola in cinque anni di conflitto causò 15 milioni di morti, molti di meno dell'influenza spagnola stessa. Si credeva ormai di vivere con la pace ottenuta una nuova prosperità, ma quello che si stava per abbattere sul mondo intero era niente a confronto. La Garfagnana non fu per niente risparmiata, morti su morti si accumulavano nei cimiteri dei nostri paesini, fu la peggior disgrazia di sempre che si abbattè sulle teste dei nostri nonni, peggio anche del famoso terremoto del 1920. Pensiamo che per la Valle del Serchio questo  fu uno dei periodi più bui e tragici della sua storia: prima il lungo conflitto mondiale che portò via dalle proprie case mariti, figli e nipoti, poi la sciagura della "spagnola" e poi quando sembrava debellata questa nefasta epidemia ecco che arrivò il devastante terremoto del 1920.
Ai primi di febbraio del 1918 l'agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso il seguente comunicato: "Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid...l'epidemia è a carattere benigno non essendo risultati casi mortali". Con queste poche parole di sottovalutazione fu dato il primo annuncio della più grave forma di pandemia della storia dell'umanità, in effetti dapprima si presentò come una semplice influenza, ma poi nell'agosto del 1918 l'influenza gettò la maschera mostrando il suo vero volto divenendo in poco tempo una vera e propria calamità. Fu chiamata impropriamente "spagnola" ma di spagnolo aveva veramente poco e in realtà questo nome trova il suo perchè nella stampa iberica che fu la prima a parlarne dal momento che la Spagna essendo neutrale nella
guerra in corso non era sottoposta a regime di censura. Negli altri paesi (compresa la nostra bella Italia)il violento diffondersi della malattia venne tenuto nascosto dagli organi d'informazione che tendevano a parlarne come di un'epidemia circoscritta alla sola Spagna, ma non solo, la censura colpiva anche le lettere inviate ad amici e parenti, la guerra era più importante non bisogna demoralizzare e mettere nel panico ancor di più una popolazione che veniva ormai da quattro anni di guerra, insomma la parola ordine era minimizzare, questo era il volere del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Quando si cominciò poi a diffondere veramente con tutta la sua virulenza e a colpire senza distinzione di ceto e di razza (fu infettato anche il re di Spagna Alfonso XIII)si cominciò a cercare il suo ceppo, che a quanto sembra fu trovato nelle truppe americane; a Fort Riley nel Kansas infatti 1100 soldati statunitensi furono costretti a letto dalla malattia, soldati del medesimo forte saranno quelli che sbarcheranno in Europa poco tempo dopo. La conseguente mancanza di igiene dovuta dalla guerra, lo spostamento dei militari e la forzata vicinanza degli stessi con le popolazioni locali fece il resto, contribuendo a far crescere a dismisura gli infettati, inoltre il rientro a casa dei militari alla fine della guerra decretò la massima diffusione del contagio. I classici sintomi erano febbre alta e vomito, ma ben presto il corpo reagiva riempiendo i polmoni di sangue, seguiti da sanguinamento dalla bocca, orecchie o dal naso, pelle che diventava
L'ospedale militare di Fort Riley,
da dove forse
partì il contagio
bluastra e morte susseguente che arrivava in un paio di giorni completavano il terribile quadro clinico.

Molti comuni della Garfagnana nonostante l'imperversare della pandemia inizialmente non riconobbero la gravità della situazione al punto che nei primi casi di decessi come causa di morte veniva scritto "morte improvvisa" o "improvviso morbo", i primi rimedi prescritti dai medici garfagnini si limitavano alla cura dell'igiene personale, alla somministrazione di pastiglie e sciroppi che magari forse potevano guarire un raffreddore, ma il tempo e le continue morti aprirono gli occhi a tutta la Valle. Nessuno in verità sapeva come gestire l'emergenza, le prime misure precauzionali prese dai sindaci furono quelle di gigantesche opere di disinfestazione degli
ambienti pubblici e di istituire una specie di coprifuoco per limitare i contagi, per cui furono sconsigliate le visite ai malati, i viaggi da un luogo ad un altro, furono sospesi mercati e fiere, la sera sera poi le osterie anticipavano la chiusura e i teatri non aprivano nemmeno. I sindaci comunicavano con i prefetti dichiarando che si stavano trovando di fronte a qualcosa di spaventoso e sconvolgente e che quello che stava avvenendo "era peggio della guerra". Decine e decine di morti colpivano i paesi garfagnini, a Vagli ad esempio la terribile spagnola fece ricordare al "Corriere della Garfagnana" le "stragi descritte dall'immortale Manzoni", seicento furono gli ammalati e ben 53 i morti. Verso la fine del 1918 era talmente alta la possibilità di essere contagiati che il prefetto di Massa diramò a tutti i comuni di competenza "misure estreme di contenimento e comportamento" al fine di evitare ulteriori diffusioni del virus:
A completamento delle misure profilattiche suggerite da questo ufficio con le precedenti circolari, comunicasi che per maggiormente salvaguardare l’incolumità delle persone ed impedire la diffusione dell’influenza, ha disposto quanto segue:
  1. Da oggi e sino a nuovo avviso sono proibiti tutti i cortei funebri
  2. Tutti i feretri, di qualunque categoria, dovranno essere
    trasportati direttamente dalla casa del defunto al Cimitero e sarà in permanenza un sacerdote per le assoluzioni di rito
  3. Potranno seguire il feretro soltanto un sacerdote e i rappresentanti della famiglia dell’estinto
  4. Tutti i Cimiteri resteranno chiusi al pubblico dal 27 Ottobre corrente all’11 Novembre inclusi, rimanendo così oppresse tutte le funzioni e le onoranze alle tombe, solite a farsi nei primi di Novembre per la commemorazione dei defunti
Venne perfino proibito il suonare delle campane a morto, avrebbero abbattuto lo spirito pubblico, non si trovavano più nemmeno le casse da morto, i falegnami non stavano dietro alla sequela di morti che si era abbattute sulla Garfagnana. Lettere ritrovate e scampate al taglio della censura parlano di morti "trasportati come sacchi di patate " e "seppelliti come cani", addii senza croci, senza fiori e senza gente. Altre lettere ancora:" Nel paese c'è una malattia che fa paura, ce ne muore di giovani nel fiore della vita. Tanti ammalati che fan paura, pare tutto un castigo di Dio un tempo per meditare e per pregare". A proposito di pregare rimase indelebile nei ricordi di una signora di quel episodio in cui un prete invitò i propri parrocchiani a pentirsi, perchè questa malattia arrivata sulla Terra era una punizione divina mandata da Dio per le cattiverie dell'umanità, per tutta risposta alcuni "amabili" parrocchiani lo picchiarono a sangue, ricoverato all'ospedale il parroco chiedeva la precedenza sugli altri ammalati, non accontentato chiamò i carabinieri, il dottore così si giustificò di fronte ai militi: -Ditegli che gli toccherà aspettare, adesso dobbiamo curare i malati. Intanto mentre aspetta ditegli che provi a pentirsi lui...-. 
Fra tutti questi dottori si distinse particolarmente Ubaldo Santini che i castelnuovesi insignirono nell'estate del 1919 di una medaglia d'oro e una pergamena per "...l'opera pietosa spiegata durante l'epidemia spagnola..."
Nel 1920 silenziosa così come arrivò, altrettanto silenziosamente la "spagnola" tornò via. Il conteggio dei morti e degli ammalati nella Valle del Serchio non fu mai stimato con precisione visto
Gallicano agli inizi
 del secolo scorso
l'emergenza e il caos regnante, lo possiamo calcolare approssimativamente (dati sulla media nazionale)in qualche centinaio di morti, contando che mediamente in un paese di 600 persone ne morivano 40/50. Ad esorcizzare la paura e il dolore ci provò alla sua maniera il poeta dialettale castelnuovese Pietro Bonini che in un verso di una sua poesia illuminò chiaramente la situazione di quel tempo:


"...Tanto più che s'un trovin alla lesta 
un velen che distruci tale malore
fortunato sarà chi vivo resta"

E come detto gradualmente l'emergenza cessò, ma per la Garfagnana le sofferenze non finiranno qui... Ad un anno circa dalla fine della tremenda pandemia lo sconvolgente terremoto del settembre 1920 porterà ancora morte e distruzione.


Bibliografia:

  • "Dal fascismo alla resistenza. La Garfagnana fra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi edito Banca dell'identità e della memoria
  • "Il flagello della spagnola" Sanità e grande guerra
  • Testimonianze riportate oralmente

mercoledì 1 novembre 2017

Quando (un simil) Halloween si celebrava anche in Garfagnana. Analogie fra la ricorrenza americana e le antiche tradizioni garfagnine

Alla fine dei conti la colpa è un po' anche nostra se adesso ce la
ritroviamo fra i piedi. Per nostra intendo di noi europei e se si vuole scendere nel particolare anche di noi garfagnini. La tanta vituperata ricorrenza di Halloween che crediamo tipicamente americana, tipicamente americana non lo è, gli americani hanno avuto semplicemente il "merito" di perpetuare nel tempo un'usanza e una tradizione di chiara origine europea, questa infatti era una ricorrenza che i primi emigranti europei si erano portati dietro dal vecchio al nuovo continente, d'altronde questa festa da noi nei secoli ha perso del suo significato pagano e macabro ed è andata presto nel dimenticatoio, assumendo poi un carattere prettamente religioso, in compenso si è sviluppata negli Stati Uniti attraverso un merchadesign e una pubblicità impressionante. Le sue origini sono da ricercarsi nell'Europa precristiana e nelle tradizioni celtiche. Nelle isole britanniche il 31 ottobre segnava la fine dell'estate e tale ricorrenza era chiamata "Samhain", il nome viene dal gaelico e indica precisamente la conclusione della stagione dei raccolti e l'inizio dell'inverno, una stagione dura dove le tenebre prendono il posto della luce ed è proprio in quella notte di passaggio fra due mondi e due modi di vivere che le anime dei morti tornano a vagare sulla terra. Per trovare ancora similitudini e analogie con Halloween non occorre scomodare nemmeno i rudi e rozzi celti se è vero come è vero che la potente e progredita Roma festeggiava i "Parentalia", una tradizione che si celebrava ogni anno in onore dei
Mosaico sulla morte dell'antica Roma
propri defunti. La differenza stava nella data di celebrazione, che cadeva fra le idi di febbraio (il giorno 13) e il 21 febbraio, giorno vero e proprio in cui si omaggiavano pubblicamente i morti (Feralia), in quel giorno c'era l'usanza di "portare" doni ai morti perchè si credeva che in quel periodo le anime dei defunti potessero girare liberamente insieme ai vivi. I doni che venivano portati alle tombe dei propri cari erano diversi: ghirlande di fiori, spighe di grano, un pizzico di sale e pane imbevuto nel vino e viole, semplici offerte forse introdotte da Enea che aveva versato vino e viole sulla tomba del padre Anchise. Erano guai seri se però ci si dimenticava di onorare i defunti; Ovidio narra che una volta quando i romani erano impegnati in una guerra si dimenticarono di questa consuetudine, i morti allora uscirono dalle tombe girovagando per le strade rabbiosamente. Insomma, tutti questi riti sparsi per l'Europa assumevano ovunque il medesimo significato che era quello di accogliere, confortare e placare le anime degli avi defunti, un modo quindi per esorcizzare la paura dell'ignoto e della morte. Figuriamoci che la ricorrenza era talmente radicata fra la gente che Santa Romana Chiesa la volle fare sua, plasmando e modificando tale aberrante significato pagano. Innanzitutto questa costumanza fu spostata di un giorno (il 2 novembre), poichè questa data faceva  riferimento all'evento biblico del diluvio universale, con particolare riferimento a quell'episodio in cui Noè costruì l'arca, che secondo il racconto cadde nel "diciassettesimo giorno del secondo mese" e che corrisponderebbe proprio all'attuale novembre. La Chiesa con ciò volle quindi dare onore a tutte quelle persone che Dio stesso aveva condannato alla morte al fine di scongiurare la paura di nuovi eventi simili. Nell'835 per sradicare ogni culto pagano residuo Papa Gregorio II spostò la festa di "Ognissanti" dal 13 maggio al 1 novembre e nel 998 Padre Odilo, abate di Cluny istituì ufficialmente nel calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti. Ma la Garfagnana in tutto questo che c'entra? Certo che c'entra, anche noi abbiamo dato il nostro contributo a

diffondere queste credenze che nascevano proprio dai quei lontani tempi. Con il passare dei secoli abbiamo amalgamato questo credo in una sorta di leggenda mista a religione che è arrivata fino ai giorni nostri. Testimonianze raccolte ricordano ancora che i morti tornavano silenziosi, rientravano nelle loro case, mangiavano e bevevano e tornavano a dormire nel loro letto, si cibavano sopratutto di mondine (n.d.r: caldarroste), che erano difatti uno dei loro cibi preferiti, le donne garfagnine così le lasciavano pronte per loro sul tavolo da cucina. La castagna si legava a filo doppio con la tradizione dei morti e così ricorre spesso nelle testimonianze orali di quel giorno in cui si rammentava che nelle aie garfagnine si festeggiava e si ballava intorno ad un grande fuoco dove venivano preparate scoppiettanti mondine e tradizione voleva che i partecipanti dovevano tingersi la faccia con il nero della castagne bruciate, tale "travestimento" già nel medioevo era in uso e era credenza che fosse utile per confondersi con le anime dei morti che il giorno dopo sarebbero tornate sulla terra e quel giorno in effetti cominciava molto presto. La messa per la commemorazione dei defunti solitamente veniva celebrata alle 4 della mattina, orario giustificato dal momento che con la luce del sole sarebbero cominciati i lavori nei campi e la raccolta della castagne. I bambini naturalmente erano i primi ad impressionarsi e alzarsi a quel ora  non era affatto facile, allora servivano delle "spintarelle" e un bambino di Sermezzana (Minucciano) di quell'epoca ricorda che i genitori dicevano di buttarsi giù dal letto il prima
possibile, sennò da li a poco sarebbero venuti i morti a tirarlo per i piedi, poi sarebbe toccato ai defunti dormire e riposarsi nuovamente nel proprio letto che avevano abbandonato in vita. Altre leggende e storie di paura garfagnine degne del miglior Stephen King fanno da corollario per il 2 novembre, un episodio forse accaduto a Nicciano (Piazza al Serchio) racconta che dopo la messa dedicata ai morti la gente riprendeva le sue opere e in quel periodo ancora si raccoglievano le castagne e nel tempo che serviva per dire la messa e la raccolta delle castagne stesse non si poteva assolutamente rientrare a casa, perchè era lì, nelle proprie case che i morti venuti dall'aldilà tornavano. Un uomo curioso volle sfidare la sorte per vedere se era vero che i defunti tornassero in vita per tornare nelle loro dimore, decise così di preparare delle mondine e di metterne un piatto sul tavolo, dopodichè si nascose, ad un tratto comparve nella cucina una fitta nebbia, una volta svanita il piatto con le mondine era vuoto... Un'altra testimonianza viene dalle Verrucolette(Minucciano): “Nel giorno dei morti alla mattina io mi alzavo alle 5, chiudevo la finestra, bella ‘stricca’ (stretta) e poi dopo m'alzavo e lasciavo il posto; dicevan così i nostri vecchi,bisognava che i morti tornassero nel loro letto. Allora io alle 5 della mattina m'alzavo, venivo giù in casa, stavo laggiù a fare le mie faccende e con le finestre sempre chiuse per far dormire questi morti. Io ci credevo perchè facevano così il mio babbo, la
mia mamma e i miei nonni mi raccontavano così. Poi ci si preparava, s'andava alla messa,  pigliavo un po’ di fiori nell'orto, li portavamo lassù alla chiesa. Dopo quando il prete aveva detto la messa, la funzione dei morti, la benedizione e tutto, si ritornava a casa. Si veniva a casa a piedi e s'andava tutti insieme, si facevano le mondine, si cantava e si stava lì. Avevamo paura. Avevamo paura perchè c'erano questi morti, allora un po’ si pregava e un po’ si cantava e si stava tutti insieme e così si passava la giornata. Alla sera quando si tornava a letto si aveva un po’ di timore perché i morti erano stati li e non si voleva andare, così si stava in cucina e dopo, a una cert'ora, quando non ci si faceva più s'andava a dormire. Io andavo a letto con la mia mamma e col mio babbo perché avevo paura che questi morti mi venissero addosso”. Fra tutte queste testimonianze ci sono alcune in cui traspare anche affetto e tenerezza, come l'episodio di quella moglie che tutti i 2 di novembre apparecchiava la tavola con la tovaglia bianca e preparava il cibo preferito da suo marito morto: maccheroni, pane, formaggio e vino. 
A tagliare la testa al toro sul fatto delle affinità e delle somiglianza fra Halloween e le tradizioni locali basterebbe leggere una vecchia e ormai sparita usanza garfagnina chiamata "ben dei morti" che si svolgeva non nel giorno dedicato ai cari estinti, ma bensì nella notte fra l'ultimo giorno dell'anno e il primo, le ultime testimonianze risalgono ormai a cavallo fra le due guerre mondiali, quando i bambini andavano di casa in casa a chiedere generi alimentari di ogni tipo: arance, noci, biscotti, castagne secche, a queste donazioni i bambini promettevano di pregare per l'anima dei defunti del gentile benefattore. 

I tempi passano e certe superstizioni e leggende sono belle da ricordare, ognuno è libero di fare e credere ciò che vuole, ma  rimane il fatto che l'unico posto dove rimarranno sempre vivi i nostri cari sarà nel profondo del nostro cuore.


Bibliografia:

  • Umberto Bertolini http://museoimmaginario.net
  • "Usanze, credenze, feste  riti  e folklore in Garfagnana" di Lorenza Rossi, edito Banca dell'identità e della memoria, anno 2004

mercoledì 25 ottobre 2017

"W la Garfagnana, W il re". Quello che accadde prima, durante e dopo le elezioni di quel fatidico 2 giugno 1946

Che brutta "bestia"! Molti dicono che è un male necessario, altri
La scheda elettorale del 1946
dicono che senza si potrebbe vivere meglio, alcuni la dividono in due categorie: in quelli che la fanno e in quelli che ne approfittano. Personalmente mi piacque molto la definizione che ne dette Ronald Reagan, il 40o presidente degli Stati Uniti d'America, che così disse:- La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomigli molto alla prima-. Già, la politica, un argomento delicato, difficile da affrontare e pericoloso da trattare, ma prendiamone atto e approfondiamo la questione, d'altronde con la politica ci si vive tutti i giorni e poi i fatti  narrati risalgono a una Garfagnana di settantuno anni fa e alle elezioni, referendum compreso, più importanti della nostra Italia repubblicana. Si, infatti correva l'anno 1946, l'Italia era uscita da oltre vent'anni di dittatura e finalmente si poteva esprimere liberamente al voto. La Garfagnana (o meglio buona parte di essa) affrontò le votazioni prima di tutti con le elezioni amministrative del 10 marzo 1946, i comuni di Careggine, Castelnuovo, Castiglione, Gallicano, Giuncugnano, Piazza al Serchio, Pieve Fosciana, Sillano, Trassilico, Vergemoli e Villa Collemandina scelsero il loro primo sindaco post-guerra e finalmente, cosa da non dimenticare, per la
Per la prima volta le donne al voto
prima volta le donne garfagnine andarono a votare (leggi un mio articolo sull'evento: http://paolomarzi.blogspot.it/la-prima-volta-al-voto-delle-donne.html). Arrivò poi lo storico 2 giugno 1946 e le elezioni politiche che determinarono l'Assemblea Costituente a cui sarebbe stato dato il mandato di redigere la nostra Costituzione, in contemporanea attraverso un referendum si doveva scegliere fra la Monarchia o la Repubblica. I risultati di ciò nella nostra valle da un certo punto di vista furono clamorosi, ma analizzando bene furono in tendenza con quello che era la nostra tradizione, la nostra cultura e il nostro modo di vivere. Certo, quello che si sarebbe presentato davanti alla nuova dirigenza politica locale e nazionale non era un compito sicuramente facile, anzi, la guerra aveva distrutto le case e il morale delle persone, e c'era da ricominciare proprio da lì, a dare nuove speranze, ad aver nuovamente fiducia nella vita e nella politica, ma in Garfagnana il quadro della situazione prima di quelle elezioni non era certo idilliaco: morti da piangere, odi personali e tra fazioni che impiegheranno anni per sopirsi, processi da celebrarsi per le violenze subite, ponti, strade e ferrovia da ricostruire, bombe e mine da rimuovere. La situazione nelle valle
Castelnuovo Garfagnana bombardata
era talmente grave che furono istituiti comitati "Pro Garfagnana" per la raccolta di fondi a sostegno della ricostruzione, ma già nel settembre 1945 a soli cinque mesi dalla fine della guerra e nello stile della più classica delle  storielle all'italiana ci si domandava dove fossero finiti quei soldi. Da un punto di vista occupazionale forse la situazione era anche peggiore, nel gennaio 1946 i reduci di guerra e i disoccupati minacciavano l'occupazione della "Metallurgica" di Fornaci di Barga se entro breve tempo non fossero stati riassunti a pieno titolo, dall'altro canto l'azienda invece continuava a licenziare costretta a riconvertire la sua produzione da bellica in civile, la "Valserchio" (n.d.r:fabbrica tessile) a Castelnuovo dava lavoro a trecento
La "Valserchio" bombardata
operai, adesso era completamente distrutta, l'estrazione del marmo fonte di reddito vitale per l'Alta Garfagnana versava ormai da anni in una profonda crisi, ma non solo, i disoccupati di Molazzana passarono alle vie di fatto occupando il comune e accusando gli amministratori di scarso impegno nei loro confronti. Di  fronte a tutto questo c'erano gli "sciacalli" che approfittando della crisi occupazionale vendevano merce di prima necessita al mercato nero a prezzi altissimi, la grave recessione sfociò in una grande manifestazione di piazza dove si chiedeva che i salari fossero adeguati ai prezzi esorbitanti. Anche l'ordine pubblico non si riusciva a domare, molti garfagnini nonostante la fine della guerra nelle loro cantine conservavano armi degli eserciti in ritirata, praticamente la Garfagnana era ancora un arsenale a cielo aperto. Il colonnello americano Hamilton (commissario provinciale alleato)emise diversi bandi in cui ordinava di consegnare le armi e di cessare anche gli atti di violenza, vendette politiche trasversali si stavano infatti consumando in tutta la valle e per di più in tutto questo caos generale trovò terreno fertile anche la delinquenza comune che rapinava i denari a persone comuni (ma sopratutto ai commercianti). Malgrado tutto, un barlume di speranza affiorava e le buone notizie cominciarono ad arrivare, il governo centrale esentò per due anni la Garfagnana dal pagamento delle tasse, la voglia di vivere cominciava a fare capolino e le richieste per aprire sale da ballo furono numerose, riaprirono anche i cinema, le fiere paesane(seppur a ritmo ridotto)ripresero vita, rinasceva così anche l'associazionismo: le Misericordie, i circoli culturali, le pro loco
Gallicano: macerie sullo sfondo,
 ma la vita riprende
e rinacquero anche i partiti, vecchi e nuovi e la vita politica riprese forza e vigore. A Castelnuovo nel settembre '45 si tenne il primo congresso locale del Partito Comunista, idem a San Romano dove la sezione contava già più di cento iscritti, altri partiti come il Partito d'Azione, il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana cominciavano ad "affilare le armi" per la tornata elettorale che sarebbe avvenuta di lì a poco tempo. Ci furono così i primi comizi politici nella valle, personalità che sarebbero diventate di spicco nel panorama nazionale visitarono la Garfagnana, su tutti il futuro Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi (democristiano). Insomma, questa era la situazione generale della Garfagnana, questi erano i gravi problemi che dovevano risolvere i nuovi amministratori e in quel 10 marzo 1946 i primi risultati delle prime elezioni (amministrative) libere parlavano già chiaro:

(***i numeri sotto riportati fanno riferimento ai seggi conquistati)

                      Iscritti    % voto    D.C    Blocco Sinistre    Indip    Indi

Careggine:      945          76          /                  /                   12            3

Castelnuovo   3998         65        16                4                    /              /

Castiglione     2135         59        16                4                     /              /

Gallicano        2908         78        16                4                     /              /    

Giuncugnano                                4                                       4             3

Piazza. S         1787         70       12                3                     /              /

Pieve Fosc.                                   3                12                   /              /

Sillano                                           6                  /                    9             /

Trassilico       1152          89           /                  /                   12            3

Vergemoli       948           81           3                 /                   12             /

Villa Coll.       1293          75          12                3                    /              /


La Democrazia Cristiana mise così il suo suggello nella Valle del Serchio, un suggello che durerà per quasi mezzo secolo, ed effettivamente analizzando quello
storico voto vediamo che i comuni dei centri più importanti della Garfagnana erano in mano al partito scudo-crociato: Castelnuovo, Gallicano, Castiglione e Piazza al Serchio. Il blocco delle sinistre si affermava in un solo comune: Pieve Fosciana, probabilmente quell'antico nucleo locale comunista, stroncato violentemente dalla forze nazi-fasciste non era morto, anzi nel tempo aveva continuato a vivere in clandestinità facendo proseliti fra gli abitanti del posto. Il dato più interessante viene dai cosiddetti Indipendenti, dei populisti ante-litteram che avevano una visione della politica molto vicina alle idee delle persone, infatti non avevano fiducia nei partiti e nella politica in generale, il loro pensiero sostanzialmente diceva che un comune per essere ben amministrato non occorre che sia comunista, socialista, repubblicano o cattolico, un buon comune ha bisogno di buoni amministratori, tutti quegli amministratori che sono legati ad una idea politica sono di parte e non farebbero il bene della gente. Queste idee portarono gli Indipendenti a conquistare ben cinque comuni (così come la D.C): Careggine, Giuncugnano, Trassilico, Vergemoli e Sillano, proprio in quei comuni dove la lotta partigiana era di casa, questo lascia pensare che nonostante tutto quelle lotte e quelle idee partigiane  non siano state comprese dalla gente, oppure questa riluttanza era dovuta a una mentalità conservatrice tipica della Garfagnana dell'epoca.
La riconferma di questa mentalità si riebbe clamorosamente due mesi più tardi quando ci furono le elezioni per la Costituente e il referendum Monarchia o Repubblica. I dati sul referendum sono impressionanti:     
                   REPUBBLICA     MONARCHIA
                  
                                             
Camporgiano           40,8          59,2
Careggine             29,7          71,3
Castelnuovo           46,6          53,4
Castiglione           24,1          75,9
Fosciandora           13,7          84,3
Gallicano             53,5          46,5
Giuncugnano           19,5          81,5
Minucciano            37,0          63,0
Molazzana             28,4          71,6
Piazza al Serchio     45,9          54,1
San Romano            48,0          52,0
Pieve Fosciana        48,1          51,9
Sillano               46,9          53,1
Vagli                 48,3          51,7
Vergemoli             31,3          68,7
Villa Collemandina    20,4          79,6

(*i numeri sono espressi in percentuale: Garfagnana monarchica con il totale del 61,5%)

La Garfagnana al grido di "W il re" risultava irremovibilmente
monarchica, un solo comune, Gallicano, era repubblicano, ma il resto della comunità confermava Umberto II Re d'Italia. Fanno sensazione i numeri di comuni come Fosciandora che con l'84,3% dei voti si affermava come il comune più monarchico della Garfagnana a ruota seguivano con percentuali altissime Giuncugnano, Villa Collemandina, Vergemoli, Castiglione e Careggine. La provincia di Lucca risultava invece repubblicana con il 57,7%, così come il resto d'Italia con il 54%. I dati garfagnini facevano profondamente riflettere, in sintesi premiavano quella monarchia che aveva consegnato il potere a Mussolini e che aveva portato alla guerra civile. D'un tratto la guerra vissuta sulla propria pelle, le lotte partigiane, i lutti e le macerie sembravano che non avessero sortito nessun effetto sulla loro coscienza, prevaleva quindi  l'indole conservatrice, la nostra paura atavica della novità e il timore di lasciare la strada vecchia per quella nuova. Questo conservatorismo si riflesse anche sull'elezione dell'assemblea Costituente, le radici fortemente cattoliche della Valle del Serchio e l'influenza dei preti sulle persone premiarono la Democrazia Cristiana con percentuali totali addirittura più alte che di quelle referendarie pro monarchia; con il 66% dei voti la D.C surclassava tutti gli altri partiti che si dovettero accontentare delle briciole, P.C.I e P.S.I ottennero insieme il 24%. Dopo cinquant'anni la Garfagnana aveva però un suo rappresentante parlamentare,l'onorevole Loris Biagioni(D.C). Quello che accadde dopo queste votazioni fa parte di tutto quel bagaglio politico tipicamente italico che ormai conosciamo tutti bene. Coloro che durante la guerra avevano compromesso fortemente il loro passato, senza vergogna alcuna fecero ben presto a salire sul carro del vincitore, emblematico fu quell'episodio che riportò al tempo  sulle proprie pagine "La Gazzetta del Serchio" e che accadde al già citato colonnello Hamilton, quando in
Il re Umberto II lascia
l'Italia dopo i risultati
del referendum
una delle sue visite in Garfagnana si fermò a Camporgiano, tutte le autorità comunali accolsero l'importante ospite, fra queste autorità: "...c'era un fascistone conosciuto in tutta la provincia per le altissime cariche ricoperte nell'ex partito nazionale fascista, tra cui marcia su Roma, fascia littorio, membro federale, fondatore dei fasci in Garfagnana. Ecco, allora vorremmo sapere chi sono i componenti di questo comune per non conoscere l'attività deleteria del dottor XYZ, svolta in venti anni di regime fascista. Forse questi signori vivono in un altro mondo? Conoscevano per fama la sfacciataggine di questo gerarca, ma non fino a questo punto...". Di questo clima se ne accorsero di più e meglio coloro che tornarono dai campi di prigionia e che avevano subito angherie inverosimili da questi aguzzini, il loro sbigottimento era totale: "Le cose continuavano come prima, chi aveva collaborato con il nemico continuava imperterrito nel proprio lavoro avendo cambiato solo casacca" .

Così la Garfagnana e l'Italia entravano nell'era repubblicana.


Bibliografia


  • "Dal fascismo alla resistenza. La Garfagnana fra le due guerre mondiali" di Oscar Guidi. Banca dell'identità e della memoria . Anno 2004

mercoledì 18 ottobre 2017

Alla curiosa e intrigante scoperta del significato dei nomi dei paesi garfagnini

Mamma mia che brutta parola! "Toponimo". Un vocabolo che fa venire
alla memoria mille cose strane fuorchè quella esatta, invece è uno dei termini più affascinanti ed interessanti che ci sia. Nel suo specifico tale parola proviene dal greco, ed è composta dalle parole tòpos = luogo e onoma = nome, infatti la toponomastica (altra terribile parola) è lo studio dei nomi dei luoghi, ed una materia bellissima che attraversa nello stesso tempo altre materie, come la storia, la geografia, la glottologia (n.d.r: lo studio delle lingue) e la filologia (n.d.r: l'insieme delle discipline che ricostruiscono i documenti letterari alla loro corretta interpretazione). Come tutti sanno ogni nome di luogo, città o paese ha dietro di se una storia molto antica che al suo interno racchiude un significato nascosto che non sempre si conosce e allora vi siete mai chiesti come mai il vostro paese si chiama proprio così? Da dove deriva il suo nome? Qual'è il suo significato? Avete mai notato che alcuni dei paesi garfagnini hanno dei nomi composti, altri invece sono apparentemente indecifrabili, mentre altri ancora contengono un nome di un santo? I toponimi hanno di fatto un origine molto varia, ad esempio possono derivare da alture del terreno e d'impulso ecco mi viene in mente
Il paese del Poggio
il paese del Poggio (comune di Camporgiano)che si è formato difatti originariamente sul Colle della Capriola, o sennò possono nascere da cime, passi, valli, corsi d'acqua, boschi, colture, miniere e attività lavorative in genere e vediamo in questo caso paesi come Fornovolasco che deve la sua denominazione a dei forni legati alla fusione del ferro, o Fornaci di Barga che deve ricercare le proprie radici etimologiche sempre intorno ad un forno, ma che stavolta serviva però per cuocere mattoni. Ma sopratutto i nostri paesi hanno legato il proprio nome a una persona, che in origine poteva essere il fondatore, il feudatario o il proprietario di quell'appezzamento di terreno. Un "trucchetto" per capire ancor di
Le attività dei coloni romani in un
mosaico del III secolo
più l'origine dei borghi (in questo caso la regola è generale) sta nell'osservare come termina il nome del proprio paese o città che sia e vediamo che quelli che terminano con il suffisso ano e ana sono di origine latina, mentre ago-aga-ico-ica sono di derivazione gallica, ciò che finisce in engo è di chiara genesi germanica. Tornando alle località che hanno i suffissi ano-ana, questi con ogni probabilità si sono formati dal nome del proprietario del terreno sul quale e poi sorto l'insediamento, per ben chiarire portiamo il caso di Gallicano, e vediamo appunto che "fundus Gallicanus", significa fondo (agricolo) appartenente a Gallicanus. Da non tralasciare sono i toponimi con i nomi religiosi, questi luoghi verosimilmente sono di origine medievale (Pieve, Badia, Angeli e così via...)e in particolare i nomi dei paesi che provengono direttamente da un santo si chiamano niente di meno che  "agiotoponomi" (altro parolone) e in Garfagnana da questo punto di vista possiamo portare una miriade d'esempi: San Michele (Piazza al Serchio), San Romano, San Pellegrino in Alpe...Altra curiosità intrigante è vedere che ci sono nomi che vengono da viabilità antiche e di conseguenza alludono alle miglia romane, caso esemplare nella provincia di Lucca sono le località di Sesto di Moriano (sextum lapidem), Valdottavo (octavum lapidem) e Diecimo (decimun lapidem) che segnalavano le miglia sull'antica Via Clodia. Molto comuni inoltre sono quei toponimi garfagnini(e non solo garfagnini) che riprendono l'appellativo dalla presenza in loco di antichi
L'antica Via Clodia
castelli, fortezze o anche torri, lampante l'esempio nostrano di Castelnuovo Garfagnana, Castiglione o Castelvecchio Pascoli. 

Sia chiara una cosa, non sempre è possibile risalire all'origine del luogo, origine persa ormai nel tempo, a volte è possibile fare delle ipotesi, ed è quello che farò adesso, naturalmente non sono mie personali supposizioni, ma di studiosi dell'argomento che hanno cercato di dare un perchè del nome ai paesi della Garfagnana. Per non fare "torto" a nessuno faremo però un excursus sui comuni, uno per uno. Cominciamo da...

Camporgiano: L'origine del toponimo è incerta e anche se non sembra questo è un nome composto, la prima parola deriva dal latino
Camporgiano e la sua rocca
"campus" (campo). La seconda parola potrebbe avere origine dal nome della vicina località "Rogiana" (ora Poggio San Terenzio), oppure dal latino "hordeum" (orzo), con significato globale di campo coltivato a orzo.


Careggine: Per alcuni questo nome è derivante da "Caricinum" o "Cariginae" e starebbe a significare "campo della regina" e se come si presume fosse riferito ad un accampamento militare romano varrebbe a dire "campo a capo di altri castra (intesi come accampamenti)". Altra ipotesi vorrebbe che il nome nascesse da "Pagus Caricius", in riferimento ad una pieve edificata secondo la tradizione paleocristiana sui "pagi" (villaggi rurali), in alternativa un luogo ricco di "carices", ovvero giunchi.

Castelnuovo Garfagnana: Il nome fa riferimento ad un "Castrum Novum" ossia ad un nuovo castello di costruzione recente rispetto ad uno già esistente. 

Castiglione Garfagnana: Tale appellativo risale al periodo della
Il Castello del Leone:
Castiglione
Garfagnana
dominazione romana quando si costruivano i "castra" (cioè di fortificazioni). Tra queste fortificazioni c'era "Castrum Leonis", il castello del leone, al tempo tenuto in gran considerazione per la sua posizione di controllo per la più facile via che conduceva al di là dell'Appennino. Era quindi l'antico "castrum leonis", la più forte delle fortificazioni capace di battersi e difendersi come un leone per proteggere il proprio territorio. 


Fabbriche di Vergemoli: Nome composto. "Fabbriche" viene fatto risalire a dei mastri ferrai che si stabilirono in zona nel XIV
Fabbriche e il ponte medievale
secolo, quando l'economia del luogo era basata sulla lavorazione del ferro. L'etimologia del nome Vergemoli è più complessa ed è piuttosto controversa e incerta, le ipotesi sono svariate. Si parla che sia riferita ad una persona tale Geminus, potrebbe derivare anche dalla posizione geografica del paese che sorge sullo spartiacque di due valli: "vallis gemina" (valli gemelle), oppure dal latino 
"Virgemulum", vale a dire piccolo piantonaio(n.d.r: vivaio con terreno opportunamente lavorato dove si interrano le pianticelle innestate). Si può anche ipotizzare che il nome sia composto da "Ver",(radice di vertice) vale a dire luogo in alto e da "moli" che significherebbe macine, il nome perciò significherebbe "molini in alto", vista la numerosa e antica presenza di questi nella zona.

Fosciandora: Questo toponimo è fra i più curiosi e singolari e ci dice che la provenienza di questo nome verrebbe da "fuscandola", ciò probabilmente indicava il colore fucsia delle pietre utilizzate per la costruzione delle case in epoca remota. 

Gallicano: Il nome era già in uso nel 771 come Galicanum,
Il centro storico di Gallicano
probabilmente dal nome di un colono romano di nome Gallio o Gallicano (a dire il vero nella tabula Alimentare di Veleia è noto come Cornelius Gallicanus).


Giuncugnano: Il nome della località nascerebbe dal nome proprio "Iucundius", al quale viene aggiunto il suffisso "anus" indicante l'appartenenza.

Minucciano: Il paese prende il nome dal console romano Quinto Minucio Termo (in precedenza il luogo si chiamava Saltus), incaricato della difesa del confine dalle invasioni barbariche.

Molazzana: Difficile risalire all'origine di questo nome. Diverse sono le interpretazioni, tutte però riconducono alla mola, intesa
Molazzana
come macina. Tutto questo però non ha alcun fondamento documentato, anche se c'era l'antica presenza (sul torrente 
Vescherana) di due importanti  mulini per la comunità di Molazzana.

Piazza al Serchio: Il nome è composto da "piazza" che farebbe riferimento a uno spiazzo o meglio a una vasta area che in epoca medievale era usata come luogo di mercato e "al Serchio", che si riferisce al fiume che scorre vicino al paese. Da far notare che fino al 1923(anno in cui il borgo passò alla provincia di Lucca) il paese si chiamava Piazza Massese.

Pieve Fosciana: Eccoci ancora davanti a un nome composto, in questo
Pieve Fosciana
caso da "Pieve" che ha chiara attinenza alla parola chiesa, infatti dall'XI secolo prese il nome di "Plebes de Fosciana". Il toponimo Fosciana ha anche in questo caso origini romane ed è attribuibile al latifondista Fuscus che a quanto pare avrebbe avuto una superficie agraria dove oggi è situato il Piano Pieve, che al tempo si chiamava "Campus Fuscianus", cioè i campi di Fuscus.


San Romano Garfagnana: Il paese prende semplicemente il nome dal santo a cui è dedicata la chiesa principale.

Sillano: Lucio Cornelio Silla generale romano è alla genesi di
L'illustre generale
romano Lucio Cornelio
Silla
questo paese. Si racconta che le sue armate dirette in Gallia dovettero fermare la loro avanzata nei pressi dell'attuale paese a causa di una forte nevicata, visto il maltempo per un certo periodo i valorosi soldati di Silla soggiornarono in questi boschi costruendo delle casupole, alla loro partenza queste casupole furono occupate dagli abitanti locali. 


Vagli: Il temine Vagli deriva da "Vallis", valle.

Villa Collemandina: Il paese nasce da una fattoria (o casa di campagna) romana: "Villae". Con l'arrivo dei longobardi si hanno le prime notizie documentate sul luogo che continua ad essere citato come "Villa". Nel 1168 viene nominata in una bolla papale come "Ecclesia Sancti Sixi de Villa (Collemondinga)" che indicava il luogo della fondazione del paese: Colle Mondingo. Nel tempo il nome varierà in "Villa di Colle", "Villa Colle Mondingo", "Villa Colle Mondina", ed infine Villa Collemandina.

E questo è quanto. Naturalmente non va tutto preso per oro colato, il campo in questione e la materia sono difficilissimi da interpretare,
d'altronde si fa riferimento a nomi nati mille e più anni fa. Di questi ricercatori c'è solo da apprezzare il puntiglioso studio e la minuziosa ricerca, per la "sola" e semplice voglia di sapere e di farci conoscere le nostre radici. 



Bibliografia:

  • "Dizionario della toponomastica-storia e significato dei nomi geografici italiani" UTET

mercoledì 11 ottobre 2017

Una bontà tutta garfagnina, la farina di neccio. Le sue origini e la sua storia

"Il castagno è il nostro albero del pane. Ci andrebbe messa, in ogni
castagno, una croce, come si fa con gli alberi divenuti sacri..."
Giovanni Pascoli nel 1908 descrisse così sulle pagine del giornale "La Prensa" agli italiani emigrati in Argentina  il significato profondo che poteva avere il castagno per la gente della Valle del Serchio. Nulla di più vero e rappresentativo, d'altronde i numeri di ieri e di oggi parlano da se, difatti nel 1846 Carlo Roncaglia funzionario estense, da una statistica generale sullo stato modenese contava in Garfagnana più di due milioni di piante di castagno (per l'esattezza 2.052.157) con una resa in castagne secche pari a 76.135 quintali. Oggi i numeri naturalmente sono cambiati, ma ciò non toglie che la lucchesia sia a livello regionale e sia a livello  nazionale è la provincia con la maggior superficie boschiva a castagneto, nel 1978 risultavano oltre 29 mila ettari e solo in Garfagnana prosperavano castagni che coprivano 12.740 ettari. Con gli anni il numero si è drasticamente ridotto, anche se ancora rimangono cifre di tutto rispetto e secondo il censimento del 2005 promosso dalla comunità montana e dall'associazione castanicoltori della Garfagnana risultano a castagneto 3.000 ettari, con una resa di castagne fresche pari a 25.000 quintali che si trasformeranno in ben 2000 quintali di prelibata farina di neccio. Già, la squisita farina di neccio, salvezza dei garfagnini in svariate epoche storiche, anche
Il castagneto di Pratomaleta
 (Sillano Giuncugnano)
lei merita la sua storia e una sua identità che va ricercata intorno all'anno mille, quando con l'aumento della popolazione garfagnina ci fu bisogno di mettere a frutto anche le diverse zone incolte della vallata, si pensò così di incrementare la coltivazione del castagno, naturalmente non è che mancassero in quel periodo, ma loro presenza era considerata secondaria e il consumo dei suoi frutti irrilevante, ma anche questa volta il bosco fu piegato alla volontà dell'uomo, ed ecco affermarsi una volta per tutte il castagno in Garfagnana. Uno dei maggiori promotori di questa nuova politica economica-alimentare fu Paolo Guinigi, signore di Lucca che capì da subito l'importanza di questa pianta: "cultivazioni più idonee alla produzione di farina buona e serbevole", ritenendo a giusta ragione che questa avrebbe sfamato una famiglia per gran parte dell'anno. Ma non solo, Paolo Guinigi intuì da subito che una selva pulita ed una cura del castagno avrebbe portato un raccolto  molto più ampio e di conseguenza a una maggior quantità di farina, a questo scopo fu istituito nel 1487 "l'Offizio
Paolo Guinigi
sopra le Selve
", fra le altre cose fu sempre sua cura impedire il taglio indiscriminato dei castagneti, così nei luoghi concessi al taglio sussisteva l'obbligo (sottolineo l'obbligo) entro tre anni  di innestare da 50 a 100 piedi di castagni per coltra (ogni coltra misura 2000 mq circa), la legge inoltre prevedeva che adoperandosi in queste mansioni si acquisiva legalmente il diritto di usufruire del raccolto per otto anni e in alcuni anni si poteva anche prendere il possesso del terreno, in aggiunta sussisteva il dovere di ripulire il bosco da tutte le piante che non davano frutto, dai rovi e dalle pietre, al fine di migliorare il pascolo poichè sotto questi alberi vi pascolavano le pecore in una simbiosi fra castanicoltura e pascolo ovino, fra castagne e formaggio. Un concetto questo e un modo di vivere tutto garfagnino confermato dall'agronomo Vincenzo  Tanara nel 1664 nel suo "L'economia del cittadino in villa": "I castagni sono di due sorti, selvatico il naturale, domestico l'artificioso. Dal frutto si ricava una farina dalla quale si fa pane e di tanto nutrimento, che levatone quello di frumento nutrisce più di ogni altro grano, e ce ne accerta vedere uomini robustissimi e donne giovani che nella carne somigliano al latte, e nelle guance rosa, vivendo solo di questa farina, di formaggio e di acqua". Insomma la farina di neccio era entrata ormai a buon titolo come fonte principale del sostentamento garfagnino, bisognava quindi proteggerla con delle leggi ad hoc e Barga in questo senso fu una delle prime, nel suo statuto nel 1360 si leggono severe disposizioni sulla raccolta delle castagne e per la farina (tanto per cambiare) furono messe delle tasse sulla sua produzione. Fondamentale per la
metato garfagnino
creazione della farina di neccio era, ed è il metato, casupole in muratura fatte in modo da contenere le castagne messe li ad asciugare. Sono costruzioni sparse qua e là per i castagneti, divise a metà da un solaio a stecche di legno, poste l'una accanto all'altra (il canniccio) dove sopra verranno messe le castagne, al piano inferiore invece si fa 
una brace, un fuoco leggero,  con gli stessi ciocchi di castagno, il fumo sale così verso "il canniccio" e fa si che le castagne a poco a poco diventino secche, dopo 40 giorni di essiccatura sono pronte per essere portate al mulino per farne farina. Ancora oggi se si va per i boschi della Garfagnana non ci si può non imbattere in un metato e anche se non sono mai stati fatti censimenti in tal senso possiamo stimare dalla produzione di farina degli anni '50 del '900 che i metati in funzione nella provincia di
castagne messe a seccare nel metato
Lucca erano circa 7.000 e per far capire ancor meglio l'entità della produzione della farina di neccio in Garfagnana possiamo sicuramente affermare che nell'ottocento i mulini attivi erano 245. Ma il vocabolo "neccio" che da il nome alla squisita farina e in buona parte agli altri piatti fatti con le castagne, da dove viene? Alcune fonti ci dicono che  in epoche lontane i garfagnini con le ghiande producevano una sorta di farina, che anche questa aveva il solito procedimento di essiccazione delle castagne è presumibile che queste ghiande fossero ghiande di leccio, con l'andar dei decenni questa farina fu abbandonata negli usi alimentari per essere sostituita con quella di castagne è possibile quindi che nel linguaggio comune si sia mantenuta la solita parola "ilceus"(leccio- neccio), altri affermano che 
potrebbe anche derivare da parole latino medievale o liguri. Certo che le prelibatezze  che si possono fare con la farina di neccio
Necci con ricotta
sono innumerevoli, un tempo erano piatti poveri per la povera gente e ora sono fra i piatti più ricercati in gastronomia, come la "polenta e ossi", ottima polenta di neccio accompagnata con ossi di maiale e zampucci con ancora abbastanza carne attaccata, oppure il classico "neccio", schiacciatella cotta fra due testi da gustarsi con dell'ottima ricotta locale, o sennò "i manafregoli" la stessa polenta cotta nel latte, per non parlare del "castagnaccio" , torta di farina di castagne guarnita con pinoli, noci e bucce d'arancia... e la vinata invece? Questo piatto è per palati forti e si consumava specialmente nelle sere "a veglio", quando la polenta di castagne resa ormai una morbida crema veniva versata in un piatto fondo, servita con del vino già fatto bollire e una spolverata di zucchero. Finalmente nel 1998 la farina di neccio eb
casta
be il riconoscimento che da sempre meritava, grazie sopratutto all'associazione dei castanicoltori garfagnini, quando la Comunità Europea gli ha riconosciuto ufficialmente il marchio di Denominazione di Origine Protetta. Un suggello doveroso dopo mille anni di storia.



Biblografia



  • "I castagni della Garfagnana" Studi per la tracciabilità di filiera e la caratterizzazione qualitativa della farina di neccio della Garfagnana DOP- "L'albero del pane storia della farina di neccio della Garfagnana" di Ivo Poli. Edito Regione Toscana anno 2009
  • "Statistica generale degli stati estensi" a tutto l'anno 1847 di Carlo Roncaglia edito da tipografia Vincenzi 1849
  • "L'economia del cittadino in villa" di Vincenzo Tanara 1664