mercoledì 17 maggio 2017

La straordinaria storia di Ercole Testoni da Bagni di Lucca e...l'affondamento del Titanic

C'è poco da fare, gira che ti rigira i nativi (e i loro discendenti)
della Valle del Serchio si trovano in ogni parte del mondo, sotto questo aspetto con le dovute proporzioni siamo simili ai napoletani, che le puoi trovare anche loro negli angoli più remoti della Terra e riconoscerli dal loro inconfondibile dialetto. Naturalmente a tutto questo c'è un perchè, la nostra valle nei secoli scorsi è stata terra di emigrazione fortissima e i nostri avi e la loro progenie si è sparsa per tutto il mondo conosciuto e se si vuole non è nemmeno difficile trovarli all'interno di storie che hanno fatto epoca e di cui ancora oggi parliamo. In questo senso ecco venire a galla una vicenda interessantissima e particolare, è la straordinaria storia di Ercole Testoni e dell'affondamento del mitico Titanic. La storia dell'"inaffondabile" ormai la sappiamo tutti, James Cameron nel suo bel film del 1997 ha portato ancor di più alla ribalta le vicende di questo transatlantico e sopratutto ha descritto bene quello che patirono i viaggiatori di seconda e terza classe, insomma non sta certo a me raccontare nuovamente una storia che a questo punto tutti sappiamo, ma però mi sento in dovere di raccontarvi i fatti di coloro che in questi avvenimenti sono stati dimenticati, delle loro piccole ma grandi storie che si sono confuse con eventi più considerevoli. Sono passati ormai 105 anni esatti, era la notte fra il 14 e il 15 aprile 1912 quando la nave urtò un iceberg decretando la sua ineluttabile fine, a bordo fra le 2200 persone c'erano 37 italiani (alcuni fonti dicono 47) che sono
10 aprile 1912 il Titanic parte
stati ignorati dalle cronache e dalla storia, solo due si salvarono, gli altri perirono in fondo al mare al largo delle coste americane. Sette di questi nostri connazionali erano dei semplici passeggeri (due di seconda classe e cinque di terza), gli altri trenta lavoravano sul Titanic come camerieri, cuochi e macellai. Fra tutti questi italiani spiccava Luigi Gatti che era originario di un piccolo paese in provincia di Pavia ed era il direttore della sala da pranzo di prima classe, dove sedevano ospiti del calibro di Benjamin Guggenheim magnate del rame o di Isidor Straus fondatore dei famosi Grandi Magazzini "Macy's" di New York, ma non ci si può dimenticare però della gente comune e quindi nemmeno di Emilio Poggi di Calice Ligure(Savona) di professione cameriere che sapeva tre lingue e che lasciò il paese natio con la ferma intenzione di lavorare proprio sul Titanic, oppure che dire del passeggero Alfonso Meo Martino di 48 anni originario di Potenza, mestiere liutaio che parti dal Dorset (Inghilterra)dove abitava con la famiglia per consegnare a New York un semplice violino e ancora ecco che il destino beffardo si accanì su Giuseppe Peduzzi di 25 anni, a 12 era emigrato a Londra, si sarebbe dovuto imbarcare su un'altra nave l'Oceania, ma a a causa di uno sciopero del carbone venne dirottato sul Titanic. Fra tutti questi, sei erano toscani e uno di loro veniva proprio dalla Valle del Serchio (o meglio dalla Val di Lima). Racconteremo dunque di Ercole Testoni di Bagni di Lucca, lì era nato il 14 ottobre 1888 e da li giovanissimo emigrò lasciando a casa gli anziani genitori. Il padre Pietro e la mamma Maria Stefanelli raccomandarono l'anima del figlio alla Madonna quando andò a cercar fortuna in Inghilterra. Partì senza la preoccupazione di moglie e figli (dal momento che non ne aveva), da poco giunto nella terra di Sua Maestà Britannica capitò subito
Ercole Testoni
l'occasione di trasferirsi nella capitale, la città di Londra gli parve subito un mondo meraviglioso, vario e pieno di opportunità, abituato poi alla calma e alla vita contadina della valle questa megalopoli faceva proprio al caso suo e alle sue ambizioni. Nel frattempo, a quanto pare, Ercole conobbe un altro toscano che proveniva da Marradi (in provincia di Firenze,)tale Francesco Nannini che gli raccontò che un certo Luigi Gatti (che era un italiano che già aveva fatto fortuna tanto da possedere già due rinomati ristoranti proprio a Londra), cercava personale addetto alla cucina e alla sala ristorante da imbarcare su un transatlantico diretto nelle lontane Americhe. Ben presto i due giovani si presentarono da Luigi Gatti in persona che raccontò loro che eventualmente sarebbero dovuti salire a bordo a Southampton per il viaggio inaugurale di quella che sarebbe stata la nave più importante e prestigiosa al mondo: il Titanic. L'entusiasmo dei ragazzi salì alle stelle, in più c'era l'occasione di andare anche in America, quella che per gli emigranti era considerata una vera e propria terra promessa. Gatti cercò di placare l'entusiasmo, gli spiegò che anche per lui sarebbe stata la prima esperienza in tal senso, inoltre il lavoro sarebbe stato duro, l'orario di servizio massacrante(andava dalle sei di mattina alle dieci della sera, 
secondo i turni), in più il personale non sarebbe stato assunto dalla White Star Line (la società proprietaria della nave) ma da lui stesso, in aggiunta per essere ben chiari il ristorante
Luigi Gatti 
sarebbe stato di prima classe e cosa più importante li avrebbero mangiato oltre al capitano, anche gli uomini più ricchi della Terra. I due ragazzi dopo tutte le raccomandazioni accettarono anche tutte le condizioni e furono così assunti presso "La Cartè Restaurant", così si chiamava il ristorante di prima classe del Titanic. Nannini fu impiegato come capo cameriere, già aveva una discreta esperienza nel settore, mentre il nostro Ercole partì dal basso, dato che era il suo primo lavoro e che non aveva mai fatto questo tipo di mestiere, fu preso come addetto ai bicchieri, a lui spettava la loro cura e la pulizia, tutto questo per tre sterline e quindici scellini di paga. Il 9 aprile del 1912 Ercole partì da Londra per raggiungere il 10 aprile Southampton, salì a bordo, salutò allegramente anche
Il ristorante di prima classe deò Titanic
 dove lavorava Ercole
lui dai parapetti della nave più famosa al mondo la gente sottostante, che a sua volta festante acclamava la partenza del favoloso Titanic. Cinque giorni dopo, il 15 aprile 1912 alle ore 02:20 il transatlantico dopo l'urto con la montagna di ghiaccio avvenuto poco meno di tre ore prima si spezzò in due tronconi e affondò inesorabilmente nelle gelide acque atlantiche al largo di Terranova, portandosi per sempre con se le speranze di Ercole di una vita felice. Il corpo di
La lista dell'equipaggio
In rosso le 20 persone
assunte da Gatti
Ercole Testoni non fu mai trovato o riconosciuto, i poveri genitori non ebbero nemmeno una tomba su cui piangere, di lui ci rimane solamente l'indirizzo di recapito che fornì il 9 aprile al momento dell'impiego: 132a (o 32a) St. James Buildings, Little Poultenay Street, London. Resta poi l'ulteriore dolore e l'ennesima ingiustizia, quando dei passeggeri sopravvissuti riferirono che i dipendenti del ristorante furono bloccati dal personale interno nelle loro cabine al fine di impedire loro di correre verso le scialuppe di salvataggio, queste voci non trovarono mai conferma ma molto lascia pensare, dato che i numeri parlano chiaro: delle 20 persone assunte da Gatti ne sopravvisse solamente una... 

Due giorni dopo la notizia giunse anche in Italia, così riportava i fatti "Il Corriere della Sera"

ANCORA MANCA UNA LISTA COMPLETA DEGLI ITALIANI NAUFRAGATI" Londra, 17 aprile - A mezzanotte nessuna nuova lista dei superstiti è pervenuta, sembrerebbe che tranne Portaluppi e Peracchio, nessuno degli italiani si sia salvato. Questa notte nelle 50 famiglie di italiani a Londra si soffre per il dolore e per l'angoscia... c'è soltanto una lista parziale della squadra italiana imbarcata come camerieri sul TITANIC [..]. Il sig. Gatti aveva questa lista e si era riservato di telegrafare l'elenco generale alla White Star Line a Southampton da New York. C'era un cameriere italiano, Venturini, che può considerarsi miracolosamente salvato. Ci ha telefonato questa notte da Newcastle, dove vive, dicendoci che
I giornali italiani dell'epoca
alla vigilia della partenza, per un malinteso, non ha ricevuto il telegramma di conferma della White Star Line. Lui ha pensato che l'azienda ha rinunciato alle sue prestazioni ed ha accettato un'altra offerta di lavoro.-
Ercole quindi non fece più ritorno a Bagni di Lucca, una tragica fine di un ragazzo che aveva una vita davanti a se, il suo futuro sarebbe stato negli Stati Uniti d'America, dove già aveva trovato lavoro come assistente maggiordomo. Questa è l'ultima notizia che abbiamo di lui...Requiescat in pace...

In memoria di Ercole Testoni



Bibliografia
  • Particolarità dell'Incarico, dall'ufficio di registrazione Pubblica
  • Rapporto Senato degli Stati Uniti d'America n°806/1912
  • "Corriere Mercantile" Genova, 18 aprile 1912
  • "Il lavoro" Genova 25 maggio 1912
  • "Corriere della Sera" 17 aprile 1912
  • Encyclopedia Titanica- Titanic victim

mercoledì 10 maggio 2017

C'era una volta la canapa. Testimonianze e fatti storici sulla coltivazione della canapa in Garfagnana

la raccolta della canapa
Vi prego, non facciamo la solita ironia da quattro soldi, non ci perdiamo nei consueti discorsi banali. Nel secolo scorso e ancor di più nei secoli passati la coltivazione di questa pianta è stata una cosa seria e il sostentamento di molti garfagnini, solo oggi ricominciamo a scoprire nuovamente la sua utilità negli svariati settori della vita quotidiana. Di cosa sto parlando? Naturalmente della canapa. Oggi sembra strano pensarlo ma l'Italia è stata per secoli (fino ai primi anni del 1900) il secondo produttore mondiale di canapa dopo l'Unione Sovietica. In tutta la penisola (ancora nel 1910) si coltivavano oltre 80mila ettari di terreni e il suon buon contributo a questa produzione lo dava anche la Garfagnana e la Valle del Serchio in genere. Questa coltivazione era una voce importantissima nell'economia contadina nostrale già nel XV secolo, tant'è che in Garfagnana si diceva che la canapa era come il maiale, non si butta via niente, ogni sua parte infatti veniva utilizzata e questo fino agli anni '50, quando poi rapidamente la canapa è sparita dalle nostre campagne "grazie" alla concorrenza del cotone e di altre fibre meno costose, l'invenzione poi delle fibre artificiali decretò il "de profundis" di questa produzione che richiedeva un enorme impiego di forza lavoro e un notevole tribolo. Ancora oggi però, c'è chi si ricorda di questi immani fatiche che servivano comunque a soddisfare le necessità della famiglia e l'allegro amico Giuseppe (quasi novant'anni, portati egregiamente) originario di Castelnuovo ed emigrato poi in Inghilterra, ricorda fase per fase tutta la lavorazione di questa pianta. I ricordi che affiorano alla mente di Giuseppe sono particolareggiati e pensare che sono passati circa settant'anni dall'ultima volta che a messo mano su questo arbusto:

- La canapa veniva seminata verso la fine di marzo e il campo dove
un "canipajo"
veniva seminata era chiamato il "canipajo" (in dialetto). Una volta finita la semina era usanza metter su lo spaventapasseri, di questo se ne occupavano i ragazzetti, ma di solito questa trovata non faceva desistere gli uccelli che erano voracissimi di questi semi, allora a scongiurare questo pericolo ci pensavano i soliti ragazzetti che fino a quando non spuntava la pianticella dal terreno facevano turni giornalieri
 per salvaguardare il canipajo dagli uccelletti. Era una vera e propria meraviglia questa pianta, credetemi,  che a cose normali cresceva rigogliosa e spesso superava i tre metri di altezza. A fine luglio, inizio agosto con una falce i lunghi steli venivano tagliati e posati a terra per l'essiccazione delle foglie. I "mannelli" (fasci di canapa) venivano così incrociati fra di loro con le foglie in
I mannelli messi a seccare a
cono rovesciato
alto in modo che si formasse un cono rovesciato e che in caso di pioggia l'acqua scivolava via meglio, inoltre in questo modo l'aria circolava intorno al fogliame e ciò permetteva alla canapa di non marcire. Una volte che le foglie erano secche i mannelli li sbattevamo in terra e le foglie cadevano dallo stelo velocemente, fatta questa operazione le portavamo a casa nel "riparo" (al coperto) e qui avveniva la selezione, ogni stelo doveva essere di lunghezza uniforme e allora per fare questo i fasci venivano disposti su un bancale e qui selezionati e uniti in altrettanti mannelli di misura pressochè uguale. Verso la metà di agosto avveniva un'altra importante operazione: il macero. Per tale scopo alcuni tratti del Serchio erano l'ideale, figuratevi che in quel periodo dell'anno c'erano per le sconnesse strade garfagnine molti "barrocci" (carri) trainati da buoi carichi di canapa che andavano verso il
il trasporto della canapa
nostro beneamato fiume. Immaginatevi voi che per fare questo lavoro venivano in parte deviate le acque del Serchio per formare delle 
"vasche" chiuse dove veniva totalmente immersa la canapa in due o più strati e per circa otto giorni. Questa fondamentale operazione permetteva lo scioglimento delle sostanze collanti che tengono uniti fibra tessile e stelo. Per tenerla bene sommersa ci si serviva semplicemente dei sassi di fiume, era importante che nessun stelo venisse in superficie, a controllare tutto questo ci pensava il custode del macero che prontamente in caso di bisogno prendeva la bicicletta e andava ad avvisare il proprietario dei fasci in questione. Passati i giorni di macerazione cominciava il duro lavoro
fasci di canapa estratti dall'acqua dopo
la macerazione
dell'estrazione dei mannelli dall'acqua, in compenso ci si consolava con qualche bicchiere di vino e ne approfittavamo anche di scherzare con le ragazze che erano venute a lavorare, in più era una buona occasione per vedere gente che non avevi più visto dall'anno prima, perfino i bimbetti venivano a dare una mano a noi contadini, in cambio davamo loro un mannello di canapa piccola. In questo modo tutti si portavano a casa un po' di canapa da filare durante l'inverno per poi tessere la tela per fare le lenzuola e asciugamani Insomma, nonostante tutto era una giornata di festa, sebbene il nauseabondo odore della canapa macerata non aiutasse tanto questo clima gioioso. Una volta che
la macerazione
tutta la canapa era stata poi tolta dal macero veniva riportata a casa e messa ad asciugare, seguiva poi la fase di lavorazione detta "l'ammaccatura" che consisteva nel battere con dei bastoni lisci gli steli, facendo in questo modo rimaneva solamente la fibra, mentre a terra restavano i "canapujori" che venivano ammucchiati da una parte per essere usati per accendere il fuoco nel camino. Infine per ripulire alla meglio la parte legnosa residua, dopo l'ammaccatura si passava alla gramolatura che veniva fatta quasi sempre da delle giovanotte svelte ed esperte. A questo punto sarebbero passati alcuni mesi prima di rimettere mano alla canapa lavorata in estate. A ottobre entrava in scena una figura fondamentale per la buona riuscita del prodotto finale, questa figura era conosciuta come il "canapino". Il canapino era colui che pettinava
i "canapini"
la canapa, aveva con se dei pettini particolari che passati più volte sulle fibre le rendeva più soffici e lavorabili. A seconda della pettinatura si ottenevano tre tipi di filo: quello più grossolano serviva per fare le corde per vario uso (per gli animali, per stendere il bucato e per usi domestici in genere), poi c'era quello per tessere sacchi, infine si arrivava a quello più pregiato che si usava per la tessitura della biancheria -.

Fino a qui arrivano le memorie di Giuseppe, ma la storia e la tradizione della canapa come già detto si rifà a secoli e secoli addietro, quando il Nardini, esimio storico di Barga racconta nel suo libro "Comunità parrocchiale San Pietro in Campo- Mologno" di lotte feroci fra barghigiani e gallicanesi per regimentare la correnti del fiume Serchio per l'irrigazione dei campi e sopratutto per creare le famose "vasche" per il macero della canapa. Si narra infatti che già nel Medioevo la piana di Mologno aveva una popolazione non stabile, dedita completamente all'agricoltura, nel giorno si adoperava nei
Il Serchio scorre
placido nella valle
lavori dei campi, mentre all'imbrunire rientrava nelle mura dei vicini castelli. In questa piana si effettuavano anche tre tagli di fieno che avrebbe poi alimentato un numeroso bestiame che pascolava beatamente ed in più si riferisce, che in apposite pozze nei pressi della Corsonna e sulle due rive del Serchio si macerava la canapa, queste pozze erano la fonte di interminabili diatribe, a complicare la situazione ci si mettevano anche problemi di confini, poichè il fiume era diviso fra tre stati:quello fiorentino, quello di Modena e quello di Lucca, insomma tutti cercavano di disordinarlo a proprio favore. Per secoli è stato lavoro delle varie Cancellerie dello Stato che cercavano di dirimere pacificamente le spinose questioni e nonostante la buona volontà dei giudici si arrivò anche al fattaccio. Era il lontano 1666 quando i barghigiani e i gallicanesi si presero ad
prodotti in canapa
archibugiate da una sponda all'altra del fiume, proprio per questioni legate alla canapa e in particolare al cambio di direzione delle acque. Come vedete la coltivazione di questa pianta era talmente importante che di canapa si poteva anche morire. Oggi i tempi sono cambiati e non ci rimane che dire che neanche la canapa è più quella di una volta...





Bibliografia:

  • Testimonianza diretta di Giuseppe (non vuole che si menzioni il cognome) di anni 89 abitante nel Regno Unito, ex coltivatore di canapa
  • " Comunità parrocchiale di San Pietro in Campo Mologno" di Antonio Nardini, stampato da tipografia Gasperetti, anno 2006
  • "Una vita fra la canapa" Museo della vita contadina

mercoledì 3 maggio 2017

Una grande scoperta. L'otturazione più antica ha 13.000 anni, ed è opera di un "garfagnino"

Fra le mille paure riconosciute come patologie ce n'è una che è

Le cavità delle otturazioni dei denti
 del Riparo Fredian
(foto tratta da Live Science.
 Credit Stefano Benazzi)
chiamata odontofobia è non è altro che la semplice paura del dentista, riconosciuta come tale anche dall'organizzazione mondiale della sanità. L'appuntamento dal dentista infatti rappresenta per molti di noi uno spiacevole incontro e nonostante ciò, anche se con una sensazione di urtante disagio ci facciamo coraggio e ci rimettiamo a lui con la solita preghiera: - Per cortesia...non mi faccia male...-. Alla fine di tutto questo ci accorgiamo poi che il male maggiore lo subirà il nostro portafoglio. A proposito di dolore... Ma una volta i denti venivano curati? Ma per una volta non intendo cento o duecento anni fa...per una volta intendo ben tredicimila anni fa...Si avete capito bene, è notizia di pochi giorni fa (esattamente del 10 aprile) che in Garfagnana è stata ritrovata su dei denti umani risalenti all'era glaciale la più antica otturazione di sempre. Tutte le maggiori riviste scientifiche specializzate danno notizia del clamoroso ritrovamento e addirittura anche l'ANSA (l'agenzia nazionale stampa associata) riporta la notizia con enfasi. Allora il mal di denti e di conseguenza l'utilità del dentista erano già ben noti ai nostri antenati, e questa otturazione considerata la madre di tutte le riparazioni dentali esistenti non deve essere stata solamente la più
Gli incisivi ritrovati al Riparo Fredian
(foto tratta da Focus.it)
datata ma a mio avviso anche la più dolorosa. La scoperta riguarda due incisivi superiori, rinvenuti nel sito archeologico di Riparo Fredian, situato lungo la Turrite Secca non distante dall'antico borgo dell'Isola Santa. Prima di andare al nocciolo della questione il sito e la zona intorno al Riparo Fredian merita due righe, perchè oltre a questa scoperta questo luogo archeologicamente parlando è fra i più importanti della Toscana ed è frequentato da studiosi di tutto rispetto che attraverso approfondite ricerche hanno ricreato l'ipotetico ambiente, l'economia e le attività quotidiane di questi uomini preistorici che vivevano in quel luogo già dal Mesolitico (periodo che va dal 10.000 all'8000 a. C). Essi effettivamente si occupavano di caccia e raccolta. Ritrovamenti ossei di stambecco confermano la caccia esclusiva di questo animale non più presente nelle nostre zone che con i secoli fu sostituito dal cervo che

divenne così fonte principale d'alimentazione.Qui si praticò la caccia anche ai piccoli mammiferi come lepri, castori e conigli e in questi antichi uomini nel medesimo periodo si intensificò pure la raccolta di bacche e frutti spontanei, in particolare è ben testimoniata la raccolta delle nocciole, data l'abbondanza dei resti di gusci carbonizzati rinvenuti. Fra le varie scoperte fatte, sono stati ritrovati anche utensili in selce di svariate forme (trapezi,triangoli e semi-lune)che certificano che lo strumento di caccia prediletto era la lancia, queste piccole pietre si presume che fossero la punte di queste lance che potevano eventualmente essere usati come frecce e arpioni. Tutti i numerosi ritrovamenti avvenuti in questo sito garfagnino convalidano la tesi che questo posto è fra i più importanti dell'Italia centrale in fatto di preistoria, proprio perchè è ben documentato che qui vi fosse una popolazione stanziale che si spostava solamente nella montagna sovrastante in estate, mentre d'inverno quando in altura cominciava il freddo pungente faceva nuovamente ritorno a valle. Il Riparo Fredian fra le altre cose ha segnato la sua fortuna e il suo destino proprio nei denti, tanto è vero che tra gli svariati resti ossei che sono stati recuperati di animali estinti ci sono due premolari del mitico leone delle caverne, forse di per sè vorranno dire poco, ma quei denti appartengono all'ultimo leone finora documentato sul territorio italiano. Questo fantasmagorico felino è vissuto nelle Alpi Apuane
il leone delle caverne del paleolitico
circa undicimila anni fa, come misurato e calibrato con il carbonio 14. Ma dopo questo doveroso ed interessante preambolo veniamo alla mirabolante scoperta dei giorni nostri, quando antropologi dell'università di Bologna, in collaborazione con studiosi americani e irlandesi hanno scoperto denti umani attribuiti a sei individui di età differenti, ma quelli che hanno fatto sobbalzare dalla scrivania questi esimi studiosi sono questi due incisivi superiori appartenuti a "Fredian 5" (così sono stati ribattezzati dai ricercatori), questi denti da analisi fatte appartengono a un soggetto di non giovane età, inoltre non si conosce il sesso e le condizioni di salute, ma rimane il fatto che possiamo datare con una certa precisione questo eclatante ritrovamento che risale al Paleolitico e con più precisione a tredicimila anni fa, ciò ci può far dire che questa è senza ogni

ombra di dubbio la più antica otturazione al mondo, cosa ancor più sorprendente invece è che già al tempo ci fossero conoscenze rudimentali in materia odontoiatrica, a sostegno di questa tesi il professor Stefano Benazzi (docente presso il Dipartimento dei Beni Culturali dell'Università di Bologna)ci dice che attraverso l'analisi dei denti di questo uomo preistorico,(fatte con diverse tecniche di microscopia) sono stati individuati due fori centrali, trattati con piccole incisioni, per meglio capirsi queste cavità furono scavate e allargate presumibilmente per ripulire l'area dalla carie e con ogni probabilità questa operazione fu effettuata con schegge di pietra (l'equivalente del trapano attuale del dentista moderno):- Sulla parete dentale-ci dice ancora Benazzi- abbiamo trovato una serie di minuscoli segni orizzontali-. Ma il dettaglio sorprendente non risiede in queste incisioni, ma nella specificità del trattamento, infatti i ricercatori attraverso svariate metodologie di indagine che vanno dai microscopi elettronici a scansione per arrivare alla tomografia ai raggi X, hanno individuato all'interno dei denti tracce di bitume, associate a fibre vegetali e peli animali e se i frammenti vegetali e i peli potrebbero essere rimasti "intrappolati" accidentalmente nella cavità, la presenza di bitume al suo interno non può essere casuale, quindi questa è (così dicono gli esperti) una vera e propria cura con finalità terapeutica e questo mix di fibre vegetali, peli e bitume è da considerarsi una vera e propria pasta per otturare l'apertura, ridurre il dolore e impedire al cibo di andarsi a
Gli incisivi del Riparo Frediam
(foto tratta da macedonialine.eu)
depositare nella zona sensibile. Era una soluzione rozza e probabilmente anche fastidiosa, ma questo ci indica che questi uomini avevano una certa conoscenza delle piante officinali, l'archeologo Claudio Tuniz dell'università di Wollogong (Australia) ci suggerisce che il bitume in associazione con le fibre vegetali potrebbe essere stato usato come disinfettante, inoltre ci spiega che la necessità di questi interventi dentali sarebbe con il tempo diventata sempre più importante e in questo influi molto il variare della dieta dei primitivi, in particolar modo quando furono introdotti i cereali e i cibi zuccherini come il miele.

Rimane quindi per questi universitari un'immensa soddisfazione per le ricerche fatte, i dettagli di questo studio sono stati pubblicati nientedimeno che nella famosissima rivista scientifica "American Journal of Physical Anthropology"
Gli incisivi di "Fredian 5" sono quindi il più antico esempio di
La famosa rivista
questo tipo di intervento e l'indelebile traccia lasciata dal primo dentista della storia dell'umanità, che come abbiamo letto era sicuramente un "garfagnino".





Bibliografia:


  •  "American Journal of Physical Anthropology" pubblicazione del 27 marzo 2017
  • 6° Convegno di Archeozoologia. Università di Pisa

mercoledì 26 aprile 2017

Gli I.M.I, una tragedia poco conosciuta. Storia di un deportato garfagnino.

Erano questi i giorni in cui finiva la seconda guerra mondiale.
Passarono sei lunghi anni da quel primo settembre 1939 quando la Germania invase la Polonia, sei lunghi anni pieni di orrori, morte e fame. Con il trascorrere del tempo e con la scoperta di tutte le nefandezze perpetrate questa guerra fu considerata fra le più cruente di tutta la storia dell'umanità. Ma finalmente arrivarono anche i giorni dell'aprile 1945 e con la fine di queste barbarie cominciava la speranza di una vita nuova. Era comunque difficile ripartire, la memoria delle persone era ancora invasa dalle brutte immagini e sensazioni di quegli anni e nel frattempo si veniva anche a conoscenza della tragica fine di sei milioni di ebrei, di Auschwitz, dei campi di sterminio e le prime raccapriccianti immagini di quell'inferno erano ormai negli occhi di tutti. L'annientamento degli ebrei da parte dei nazisti con gli anni oscurò altre vicende della guerra che meritavano di essere approfondite e che solamente negli ultimi tempi abbiamo cominciato timidamente a riscoprire, infatti non si può dimenticare la tragedia in Russia dell'8A armata italiana(meglio conosciuta come ARMIR), delle Foibe, degli esuli istriani e della fine di circa ottocentomila I.M.I, una sigla questa ai più sconosciuta ma dal significato inequivocabile: "Italienische-Militar-Internierten" ovverosia "internati militari italiani", fu il nome ufficiale dato dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori
del Terzo Reich nei giorni immediatamente successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943. Dopo il disarmo, soldati e ufficiali italiani vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file della Repubblica Sociale e quindi a fianco dell'esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10% delle forze armate italiane accettò l'arruolamento, gli altri vennero considerati prigionieri di guerra. In seguito cambiarono "status" divenendo "internati militari" per non riconoscere loro le garanzie della Convenzione di Ginevra, e infine nell'autunno del 1944 furono considerati "lavoratori civili" in modo da essere sottoposti a tutti i lavori pesanti senza godere delle tutele della Croce Rossa Internazionale. I numeri di questa immane tragedia sono spaventosi e purtroppo non sono a conoscenza di tutti. Si parla appunto di circa ottocentomila soldati italiani internati, di questa moltitudine si presume (senza nessun dato ufficiale alla mano) da recenti studi fatti che siano morti in un anno e mezzo tra i 37.000 e 50.000 uomini per svariate cause: malnutrizione, lavoro duro e continuo, esecuzioni capitali e bombardamenti alleati sulle installazioni dove gli internati lavoravano. Una volta liberati però le tribolazioni non finirono, anzi, il ritorno a casa si presentò a loro come una vera e propria odissea. La maggior parte di essi ritornò in patria tra l'estate del 1945 e il 1946. Furono le stazioni ferroviarie e i centri d'accoglienza del centro Italia a smistare la gran massa dei rientranti. Il rientro avvenne su treni merci sovraccarichi. Il 6 giugno fu riaperta la ferrovia del Brennero da cui cominciarono a defluire tremila italiani al giorno, numero che aumentò a 4500 a partire da agosto, fu un vero e proprio esodo biblico che continuò nei mesi successivi quando le autorità considerarono completo il rimpatrio di massa degli internati
Militari italiani rastrelati
italiani. Nel settembre 1945 l'80% degli I.M.I sopravvissuti erano rientrati in patria, ma per alcuni il dramma continuava. Migliaia di ex I.M.I finirono nelle mani dell'esercito russo e jugoslavo e, anziché essere liberati continuarono la prigionia per alcuni mesi dopo la fine della guerra. Le autorità sovietiche in particolare cominciarono a rilasciare i prigionieri solamente alla fine del 1945. In quel periodo ritornarono in Italia diecimila italiani, cui si aggiunsero altri 52.000 che partirono a inizio 1946. Anche la Garfagnana pagò il suo tributo, molti garfagnini furono deportati nei campi di concentramento in Germania, molti di loro morirono ma ci fu anche chi fece ritorno a casa e oggi ci può raccontare in prima persona quello che fu questa orribile esperienza che poco si discosta da quello che patirono gli ebrei nei campi di sterminio sparsi per tutta Europa. La testimonianza è di Lunardi Sestilio classe 1923 e tale testimonianza è stata trascritta dalla nipote Beatrice Lunardi e la si può trovare nel bellissimo libro di Tommaso Teora "Storie di guerra vissuta. Garfagnana 1940-1945". Così si apre letteralmente la testimonianza di Sestilio:     - Capisco chi mette in dubbio che queste atrocità siano realmente accadute, perchè chi non le ha vissute non le può credere-

Il nostro protagonista al tempo abitava con la sua famiglia nel piccolo borgo di Valbona nel comune di Castiglione Garfagnana, fino a quel momento si era occupato solo delle sue pecore, di portarle al pascolo e di fare il formaggio. Arrivò però quel maledetto giorno di Befana, era il 6 gennaio 1943,  quando a vent'anni fu chiamato alle armi per andare prima a Cuneo e poi a Dronero per un addestramento militare da gennaio a luglio. Quando partì per il nord Italia Sestilio non sapeva a ciò che andava incontro, non si rendeva conto a quello che stava per partecipare e non immaginava certo la grandezza di questo conflitto mondiale, d'altronde non era mai uscito dal paese e la sua ingenuità gli metteva un velo davanti ai suoi occhi. Rimane il fatto che poi a luglio il suo battaglione fu trasferito a Bolzano per presidiare il confine, fino alla fatidica data dell'armistizio (8 settembre 1943), da quel giorno fu il caos più totale, non arrivava nessun ordine su come comportarsi e nessuna istruzione veniva data ai militari, le truppe italiane erano
praticamente allo sbando. Rimarrà sempre nella mente di Sestilio la vicenda di quel suo commilitone, quando nei monti sopra Bolzano fu morso da una vipera e fu portato d'urgenza in ospedale, quella che fino a quel momento era stata considerata una disdetta fu una vera e propria fortuna per quel militare, infatti di li a poco tre soli carri armati tedeschi circondarono la caserma trentina e fecero prigionieri 300 soldati italiani fra cui Sestilio. Una volta catturati ci fu l'umiliazione di essere portati in corteo per le vie di Bolzano, e qui in mezzo alla molta gente il pastore garfagnino riuscì a consegnare un biglietto ad una ragazza del posto che era in mezzo alla folla, in questo biglietto era riportato l'indirizzo di casa e l'uomo si raccomandò alla giovane di avvisare la sua famiglia del suo destino. Il gesto di solidarietà fu bellissimo, solo con il ritorno in Garfagnana si scoprì che questa giovane donna non se ne era fregata di uno sconosciuto soldato, ma bensì aveva scritto una lunga lettera in cui informava la famiglia sulla sorte del figlio. Dopo quattro giorni di detenzione ci fu la partenza per Innsbruck, successivamente le tradotte condussero i prigionieri in Germania a Mannheim, durante il viaggio alcuni fra i soldati più esperti riuscirono a fuggire, altri piangevano disperatamente immaginando cosa gli aspettava, altri come il militare garfagnino erano tranquilli convinti nella loro candida innocenza che da li a poco la guerra sarebbe terminata. Ma non era così. Una volta arrivati a Mannheim scesero dai treni e venero messi immediatamente in fila e divisi in due gruppi destinati a lavori
Trasferimento in Germania
 di soldati italiani
diversi, dopodichè furono fatti denudare e vestiti con un paio di zoccoli, un paio di pantaloni e una casacca con la scritta KGF:Kriegsgefangen (prigionieri di guerra). Sestilio fu diviso dai compagni che conosceva e fu adibito allo sgombero dalle macerie nelle strade. La sera, dopo i durissimi lavori tornava in un capannone dove dormiva insieme agli altri detenuti in un misero pagliericcio. Le razioni di cibo erano scarsissime, tant'è che i prigionieri riuscirono a scoprire in una vicina cantina delle botti con delle bucce di arancia immerse nell'alcool di cui ben presto si cibarono di nascosto. Nei successivi mesi il lavoro cambiò e il nostro protagonista fu mandato insieme ad altri venti compagni a lavorare in una fonderia di ferro per molte ore al giorno. All'interno del campo di lavoro i carcerati erano suddivisi per nazionalità: italiani, francesi, russi e altri. I francesi erano coloro a cui era concessa più libertà, perchè considerati diversi dagli italiani traditori. Non mancava però l'occasione di fare amicizia e Sestilio diventò amico di un russo, la lingua non era un problema, in queste esperienze il rapporto umano è quello che conta. Il russo non mancava di portare al garfagnino qualcosa da mangiare in un pentolino tutto arrugginito e di volta in volta entrambi si davano una mano nella fonderia per alleviare i carichi di lavoro. Certe volte la fame e il freddo prendevano il sopravvento e rischiando la vita più volte ci si andava a riscaldare in una cabina di una gru. Gli inverni tedeschi come si sa sono molto rigidi, i vestiti erano inadeguati,  ma la cosa più tremenda da sopportare era la fame. A ogni prigioniero erano dato in dotazione un cartellino che veniva bucato ad ogni pasto che consisteva in pezzo di pane secco da condividere con gli altri, in una zuppa di verdure cotte e in una indefinibile pappa acida. Un giorno a proposito di questo, un altro garfagnino detenuto che dormiva nella solita baracca di Sestilio di nome Pioli Silvio, preso da indicibili morsi della fame decise di avventurarsi presso la vicina rete che faceva da confine con il

settore francese nella speranza di rimediare alcune bucce di patate gettate nell'immondizia, destino volle che fu scoperto dalle guardie tedesche, fu picchiato barbaramente, poco dopo morì. Il cartellino che dava diritto ad una razione di cibo fu preso allora dal pastore garfagnino che rischiando anche qui la vita faceva due volte la fila per prendere la doppia porzione. Insomma, tutti i giorni il confine fra vita e morte era sottilissimo. A conferma di questo il testimone racconta delle baracche- dormitorio, composte da letti a castello, normalmente da otto persone, con al centro una grande stufa, in questa stufa venivano cotte le bucce di patate trovate per terra, inoltre quando non vi erano i turni di lavoro c'era il compito di mantenere pulita la baracca, in caso di ispezione negativa da parte dei nazisti gli otto componenti venivano puniti con delle frustate. Non tutti però i nazisti erano malvagi e in effetti Sestilio ricorda bene quando la fonderia fu bombardata dagli americani e i carcerati lui compreso furono trasferiti a gruppi da tre al ripristino delle linee telefoniche, sorvegliati da un soldato tedesco, a loro era stato assegnato un tale di nome Irrigh che nel corso di una di queste uscite catturò un'anatra che portò a casa sua, la cucinò e la divise con i prigionieri. Indimenticabile rimarrà anche quella volta che in un giorno di brutto tempo furono addetti anche alla pulizia della macelleria, dove riuscirono a sottrarre ben due salami. C'era poco da fare, la sopravvivenza era l'obiettivo principale in attesa che la guerra prima o poi finisse e detto fatto una mattina tutti i detenuti furono portati in fila indiana in una pineta, in lontananza già si sentivano le cannonate degli americani, di li a poco fu il fuggi fuggi generale, tedeschi e italiani scapparono in ogni dove. Il primo rifugio di Sestilio fu (insieme ad altri tre compagni) sotto un ponte dove rimasero per qualche giorno, trovarono poi aiuto presso una famiglia di contadini che offrì loro da mangiare. Nell'aprile 1945 finalmente gli alleati presero pieno possesso delle zone occupate e Sestilio si consegnò agli americani stessi che lo portarono in un campo-ospedale fino al luglio del medesimo anno, qui fu rimesso in sesto fisicamente e moralmente, c'erano altri commilitoni che (dice lui) erano arrivati a pesare 38 miseri chili. Una volta tornato in salute cominciò il lungo viaggio per tornare a casa, molti furono i chilometri fatti a piedi dalla Germania, infine con mezzi di fortuna e le tradotte messe a disposizione dalla Croce Rossa, Sestilio insieme ad un compaesano di nome Agostino riuscì a raggiungere Lucca, di li in autobus fino a Castelnuovo e da li a piedi fino al paese di Valbona. La famiglia aveva ormai perso le speranze di vederlo ritornare, ormai non aveva più notizie da moltissimo tempo, immaginatevi voi l'emozione e dopo le lacrime della madre e gli abbracci dei parenti tutti e i festeggiamenti di rito, la prima cosa che fece il nostro garfagnino fu quella di
Gli alleati entrano in una
Germania rasa al suolo
andarsi a mettere all'ombra del suo fico preferito dove rimase per ben tre giorni a riposare, cercando di non pensare alla brutta esperienza passata. Ma prima o poi bisogna fare i conti con la propria coscienza e solamente negli anni che seguirono Sestilio si volle informare completamente di ciò che era accaduto durante la guerra, egli non aveva idea, dato che la sua esperienza di guerra si era "limitata" al campo d prigionia e al lavoro in fonderia. Ignaro fino a quel momento delle atrocità che l'uomo aveva compiuto. 



Bibliografia:


  • Alessandro Natta "L'altra resistenza. I militari italiani internati in Germania" Einaudi 1996
  • Tommaso Teora "Storie di guerra vissuta. Garfagnana 1940-1945" Garfagnana editrice 2016. A sua volta il brano è tratto da una tesina di Beatrice Lunardi

mercoledì 19 aprile 2017

Le malattie e le cure di una volta in Garfagnana

Facciamoci questa domanda. Qual'è la cosa più importante della vita?

"Sutura di una ferita minore presso un barbiere"
un quadro di Gerrit Ludens
Credo che la stragrande maggioranza di voi mi risponderà la salute e così infatti è. La vita senza salute diventa un inferno e solo quando questa viene a mancare ci si accorge del suo valore. Si può essere le persone più facoltose della Terra, si può avere un lavoro gratificante, si può essere al vertice delle più grandi industrie, si può essere capi di stato o di governo ma se non si è in buona salute si diventa deboli, fragili e bisognosi di tutto. Nei secoli però la medicina ha fatto passi da gigante, molto ancora c'è da fare ma pensiamo solo che fino a poco tempo fa si moriva anche solo per una futile febbre, mentre adesso si continua (naturalmente) ancora a morire ma di ben poche malattie. La Garfagnana nel corso dei secoli in fatto di salute  non è stata tanto fortunata, ricordiamo fra tutte le due catastrofiche pandemie che hanno colpito la nostra valle: la peste bubbonica del 1630 e più recentemente la febbre spagnola nel 1918, che portò un tasso di mortalità altissimo, in Italia fummo secondi in Europa solamente alla Russia. Oggi però quest'analisi scenderà più nel dettaglio e guarderà appunto di cosa ci si ammalava in Garfagnana in tempi lontani. Guarderemo quali erano le malattie più comuni, approfondiremo le cause di decesso consuete e "normali" e indagheremo anche sulle cure dell'epoca. Per studiare le malattie che anticamente colpivano una popolazione la fonte più comunemente usata sono i certificati medici redatti dai dottori stessi per finalità di diagnosi e cura e per esigenze amministrative della struttura che le prendeva in carico, spesso queste strutture erano le nostre care misericordie locali e qui in questi archivi possiamo in tal senso trovare dei veri e propri tesori. I medici di allora non avrebbero mai immaginato un utilizzo dei loro certificati come fonte di dati utili, pensiamo poi che in alcuni casi la medicina era ancora molto vicina alla stregoneria. Da dei certificati di malati garfagnini che vanno dal 1702 al 1818 salta subito all'occhio come in cento e più anni la scienza medica è rimasta ferma, impotente a risolvere qualsiasi malattia, si parla sempre di "aria corrotta", insidiata da fermenti putridi e corpi maligni, le patologie erano sempre le stesse, mentre l'elenco delle cure non finisce più di decantare le virtù delle sostanze vegetali, erano però rimedi dati senza sperimentazione e molto spesso si fa anche riferimento ai dettami di un famoso medico dell'epoca un certo Pietro Andrea Mattioli da Siena, dettami tratti dal suo libro "Alcuni rimedi del Gran Mattioli", si trattava appunto di
Alcuni rimedi del Gran Mattioli
preparazioni artigianali costituite in gran parte da erbe, cortecce e minerali vari, quali piombo,argento e mercurio che poi si sarebbero trasformati in unguenti, pozioni, sciroppi e clisteri. Le malattie che colpivano di più i nostri antenati erano quelle che riguardavano l'apparato respiratorio e la pelle. Ecco ad esempio una ricetta da me sommariamente "italianizzata" scritta nel 1705 per curare la pleurite:

"Per la pleurite dobbiamo prendere una manciata di ortica in polvere e bollirla in un bicchiere di vino rosso e otto once di olio d'oliva, aspettare quindi che tutto il vino si sia consumato, dopodichè bere il succo avanzato".
Fra le altre cause di cattiva salute non dimentichiamoci nemmeno delle fratture e delle molteplici ossa rotte dei contadini garfagnini, spesso queste fratture erano dovute a motivi di lavoro: chi cadeva da un tetto, chi veniva colpito dal mulo e qui si doveva passare sotto le cure dei chirurghi o dei "barbieri" aggiusta-ossa che molto spesso facevano dei disastri irrimediabili, lasciando il più delle volte persone storpie e menomate. Non parliamo poi delle malattie dovute alla sporcizia e al sudicio. Una buona parte della popolazione era colpita da scabbia, rogna, pustole e porcherie del genere. La sporcizia conviveva come un vestito di tutti i giorni ed è bene dire che questo lerciume non era un esclusiva della gente semplice e comune, non era difficile nemmeno trovare delle pulci sotto il vestito di una gran dama. Una conseguenza ancora di questa schifezza portava alle malattie dell'intestino, causate dallo sporco e dalla cattiva alimentazione. Naturalmente è bene sottolineare che al tempo i garfagnini e gli italiani in genere campavano poco, mediamente quarantacinque o cinquant'anni...A conferma di ciò l'uomo cinquantenne di oltre un secolo fa era effettivamente un vecchio e tale Pietrin da Corfino così scrive agli amministratori della Confraternita di Misericordia di Castelnuovo Garfagnana:
"Ho 53 anni di età, gravato da malattie frutto di fatiche, privazioni, miseria e dalla mia vecchiaia. Non potrei più malgrado tutti i miei sforzi, procurarmi quel pane che mi è costato sempre molto caro, mi vedrei ridotto alla più straziante situazione se non mi restasse una speranza nei soccorsi così generosamente elargiti dalla pubblica carità"
Con il tempo nella valle sorsero anche gli ospedali di Castelnuovo Garfagnana e Barga, andare in ospedale diventò un evento ritenuto necessario per ristabilire una condizione di salute o un miglioramento ed era sopratutto una possibilità concessa a tutti, ma prima di questi ospedali vi erano come strutture di sussistenza gli antichissimi hospitali disseminati in tutta la valle che formavano una catena di solidarietà, nati per assistere pellegrini e viandanti destinati nei luoghi santi. Questi ospizi gestiti dai frati accoglievano tutti, anche gli ammalati e i bisognosi e non era come oggi che i ricchi vanno nelle cliniche a farsi curare, chi aveva
Gli ospedali di una volta
soldi si curava in casa, dove aveva il suo letto per coricarsi e dove poteva chiamare a domicilio il medico ducale, godendo così del privilegio di guarire o morire in casa propria. Il povero e il ramingo come detto, poteva trovare conforto e ricovero presso questi hospitali, dove almeno a sostegno dell'anima l'estrema unzione gli sarebbe stata concessa...

A proposito di medici ducali. In Garfagnana nel XVI secolo agiva per la corte estense (e solo per la nobiltà e i notabili locali) il famosissimo Antonio Musa Brasavola che a quanto pare fu il primo ad eseguire una tracheotomia. In Garfagnana venne più volte per intervenire sui signori nostrali, portandosi sempre dietro i suoi ferri chirurgici artigianali. Oggi i ferri chirurgici sono chiamati "serie chirurgica", avvolti in trousse come se fossero collane di perle. In quei tempi, compreso Brasavola, la chirurgia aggiustava, riparava e come anestetico usava la "spugna sonnifera", ottenuta facendo
vecchi ferri chirurgici

bollire questa spugna in succhi di erbe particolari, tipo la mandragola (che la si poteva trovare sulla cima del Monte Procinto), oppio, cicuta,il tutto sapientemente manipolato dal farmacista- speziale. Fra gli interventi fatti da Brasavola in terra garfagnina rimangono agli atti una lussazione alla spalla di una donna con due grandi e profonde ferite al cranio ed inoltre si parla di un giovane guarito e curato in dieci giorni...da un tumore al piede. Chissà quali cure avranno somministrato a questo povero giovane per curarlo da un così brutto male!? Si, perchè in fatto di cure, queste erano al quanto originali. Difatti per problemi "evacuatori" si prendeva un gallo di cinque anni, di penne rosse, agile, non troppo grasso ne troppo gracile, si legava una zampa ad una cordicella, dopodichè si picchiava il pennuto  con un rametto in modo da farlo arrabbiare. Allo stremo delle sue forze il galletto veniva decapitato, spennato e lavato nel vino, sventrato e riempito di droghe, quindi lo si metteva a bollire, ne usciva un brodo- gelatina che garantiva un sicuro risultato. Per il mal di denti era indicatissimo introdurre dentro la carie un chicco di sale o di pepe, sciacquarsi poi la bocca con acqua salatissima e molto calda. Per le febbri intestinali la panacea del male era una polentina di farina di granoturco, condita con olio, da ripetere per tre volte al giorno. Quando capitava di contrarre il morbillo o la scarlattina la soluzione era di avvolgere l'ammalato in panni rossi di lana, far
vecchi rimedi medici
sudare e far "covare" bene.

I tempi cambiamo e per quanto riguarda il campo della medicina e delle cure questo è uno dei pochi casi in cui è impossibile dire "si stava meglio quando si stava peggio"...





Bibliografia:

  •  Archivio di Stato di Modena
  • Misericordie locali
  • "Stasera venite a vejo Terè" Gruppo vegliatori di Gallicano. Banca dell'identità e della mnemoria

mercoledì 12 aprile 2017

La pasimata: la sua storia, i suoi segreti e il significato del suo nome

Non tutto si può comprare al supermercato. Ci sono qualità della
La pasimata
vita, come la pazienza e l'aver tempo per se stessi che non si trovano nel bancone dei surgelati. La pazienza può essere un pregio innato e l'aver tempo sicuramente non è una virtù che ci possiamo permettere in quest'epoca dove tutto corre veloce, ed è per questo che oggi viviamo in un mondo che si fonda sui sughi pronti, ricette di torte veloci e cene surgelate e proprio la cucina è un campo che richiede principalmente queste preziose qualità ed è in particolar modo una ricetta garfagnina su tutte, figlia di questo periodo che per la sua buona riuscita non può prescindere da questi due valori. Ecco allora a voi la storia della Pasimata. La pasimata per chi non lo sa e per chi legge questo articolo fuori dai confini garfagnini è un dolce tradizionale del periodo pasquale è una ricetta antichissima e naturalmente viene prima di uova e colombe varie, è un dolce fatto con ingredienti semplici, realizzato solo con farina, uova, lievito, zucchero, uvetta e tanto tempo, quello necessario per le cinque lievitazioni alle quali l'impasto è sottoposto. Parlare di pasimata richiama inevitabilmente ad un passo della Bibbia: "...e fu sera e fu mattina primo giorno...e fu sera e fu mattina secondo giorno...", questo brano della Genesi rievoca la lentezza dello scorrere del tempo, chi preparava questo dolce calcolava il tempo per iniziare l'impasto nel momento giusto per arrivare a sfornare tale bontà al sabato santo. Testimonianze di anziane massaie ancora oggi raccontano della laboriosa e antica preparazione, si narra di vere e proprie sfide con la pasimata stessa, perchè la riuscita di questa leccornia non è sempre scontata, anche per le mani più esperte una piccola variazione climatica ad esempio può compromettere la sua riuscita. Le massaie ricordano che nelle fasi più delicate della lavorazione tutti in casa dovevano stare attenti a non favorire correnti d'aria o ad abbassare troppo la temperatura dell'abitazione, lasciando
l'impasto della pasimata
porte e finestre aperte, addirittura si racconta che una volta nel giorno dell'ultima lievitazione i familiari di casa venivano "buttati giù" dal letto di buon ora e nei letti caldi appena lasciati venivano messe le pasimate per la fondamentale lievitazione prima di essere portate nel forno a legna. Nemmeno quando il dolce era nel forno le nostre nonne potevano tirare un sospiro di sollievo, poichè rimaneva la paura che la pasimata una volta uscita, dopo il conseguente raffreddamento non rimasse gonfia come doveva, se cedeva miseramente creando zone concave nel centro la delusione era grande e palpabile, in compenso il profumo che si sprigionava era unico, inebriante, un'odore avvolgente e ricco come oggi non si sentono più. Anticamente queste massaie preparavo questo dolce anche dietro compenso per le famiglie più ricche, e non era nemmeno difficile per queste donne scendere in competizione per chi faceva la pasimata più buona e morbida del paese, tale ricetta e varianti di essa si custodivano infatti segretamente nel grembo familiare, tanto da venire tramandati (questi piccoli accorgimenti) da madre in figlia. Riporto quindi qui di seguito la ricetta che Ivo Poli (esperto di tradizioni locali) conosce e che abitualmente si usa fare nei dintorni di Gallicano. Si noti comunque in maniera particolare la laboriosissima lavorazione...


Ingredienti:

  •  1 kg di farina bianca tipo 0
  • 6 uova
  • 400 gr di zucchero
  • 200 gr di burro
  • 250 gr di uvetta
  • un cubetto di lievito di birra (una volta si usava il lievito madre)
  • un pizzico di sale, un cucchiaio di semi di anice, un bicchierino di vin santo, acqua o latte quanto ne richiede l'impasto.
Mattino del primo giorno: preparare il lievito unendo 100 gr di farina e il cubetto del lievito di birra sciolto in acqua tiepida e tenerlo a temperatura ambiente 

Sera del primo giorno:aggiungere al lievito 170 gr di farina, un uovo, 30 gr di burro, 65 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta, impastare e lasciare lievitare
Mattina del secondo giorno: aggiungere all'impasto 330 gr di farina, 2 uova, 70 gr di zucchero, 135 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta, impastare e lasciare lievitare
Sera del secondo giorno: aggiungere all'impasto 500 gr di farina, 3 uova, 100 gr di burro, 200 gr di zucchero, acqua o latte quanto basta
Mattina del terzo giorno: aggiungere all'impasto 250 gr di uvetta fatta rinvenire nel vin santo la sera prima, il vin santo, il cucchiaio di semi di anice e una bustina di lievito per dolci. Mettere il composto in un contenitore di circa dieci centimetri e larga 25-26 e lasciarla lievitare al caldo. Nel pomeriggio quando la lievitazione supera il bordo del contenitore stesso , scaldare il forno fino a 180° circa, infornare e cuocere per 50-60 minuti.

Oggi come allora la pasimata viene consumata durante la Quaresima, fino ad arrivare alla sera sabato santo quando viene portata a benedire in chiesa. Nella sua versione originale a quanto pare sembra che fosse un normale pane, non dolce, che con il trascorrere del tempo è stato ingentilito dalla presenza dell'uvetta e dello zucchero. In termini religiosi questo dolce una volta aveva un particolare significato, infatti era considerato un cosiddetto "pane rituale", in tutte le parrocchie garfagnine la pasimata veniva benedetta e distribuita in chiesa, un pane da dividere fra tutti, ad ognuno la sua parte, nel significato di unione e fratellanza. Antiche testimonianze ci rimangono ancora oggi, che certificano la presenza di questa ghiottoneria nella nostra valle da (come minino) ben 400 anni. La ricetta originale a quanto pare risale al 1621, quando la Confraternita del Santissimo Sacramento di Castiglione Garfagnana ne stabilì la distribuzione a tutti i confratelli: 
" Archivio Arcivescovile di Lucca. Libro delle visite pastorali del Vescovo di Lucca vol 39. La compagnia ha di entrata staiuole 9 di
Castiglione Garfagnana
dove si dice abbia origine
la ricetta originale
grano, con obligo di distribuire 6 in tanto pane il Giovedi Santo, dandone uno per famiglia: et le altre 3 le consuma in dare pasimata et fare altro a loro beneplacito"

Sempre secondo Ivo Poli ci sarebbe un documento attestante la presenza della pasimata ancor prima di quello castiglionese e sarebbe presente nell'archivio parrocchiale di San Jacopo a Gallicano risalente al 1603 e riporta i vari pagamenti fatti dalla chiesa con grano ricavato dalle rendite dei suoi terreni:
"per i campanari, il maestro, il sacrestano, gli operai e per la pasimata ai poveri"
Rimane però ancora un grosso dubbio su questo dolce nostrale. Qual'è il significato del suo curioso nome? Guardiamo un po'. Intanto cominciamo con il dire che non in tutti i paesi garfagnini si chiama con il solito termine. Ad esempio in Alta Garfagnana viene chiamata "fogaccia pasquale", dalle parti di Piazza al Serchio invece è
vecchie cartoline pasquali
denominata "crescenta", nella zona di Barga "schiaccia" da probabili reminiscenze del periodo fiorentino, ma comunque sia se dici "pasimata" questo appellativo viene riconosciuto da tutti. Il nome ha un origine incerta e il suo significato non corrisponde nemmeno alle caratteristiche del suo impasto, difatti il "Dizionario etimologico" del 1907 ci dice che il vocabolo potrebbe derivare dal latino "passamatum" che troverebbe addirittura nel termine greco "paxiadi" un suo omologo che significherebbe "pane cotto sotto la cenere", alcuni esperti letterati attribuiscono invece il suo perchè alla parola bizantina "pasimet", vocabolo che significa "pane non lievitato", tutto ciò come detto non corrisponde però in ogni caso alle caratteristiche proprie della sua laboriosa lavorazione, il mistero dunque rimane, anche se permane un'ultima teoria sull'etimologia di questo bizzarro sostantivo, poichè si dice che dato che è una squisitezza tipicamente pasquale, la nascita del suo nome vada ricercata nel vocabolo "passio" derivante appunto dalla passione di Cristo.

pazienza e tempo per la lievitazione
Sapori e tradizioni di un tempo che fu...Bisognerebbe andare a chiedere ai nostri vecchi, staccarli dai loro acciacchi e domandare a loro: - Ma com'era la pasimata ai tuoi tempi? Che ricordi ti riporta alla mente?...-
C'è poco da fare...è un dolce per riflettere sul tempo...




Bibliografia
  • L'Aringo- il giornale di Gallicano n 1 anno 2015. "412 anni di pasimata" di Ivo Poli
  • "Dizionario etimologico" 1907
  • "Castiglionegarfa.it" Pasimata della Garfagnana

mercoledì 8 marzo 2017

La stupefacente storia di un emigrante coreglino che (forse) partecipò alla congiura sull'assassinio di Lincoln

Ci sono storie e storie. Non tutte le storie da raccontare
sono uguali specialmente se si parla come in questo caso di emigrazione. Ogni persona che intraprende questo viaggio verso una nuova terra avrà di per se da riferire una vicenda eccezionale fatta di tribolazioni e speranze, ma fra tutte queste storie ordinarie e straordinarie allo stesso tempo c'è nè sempre qualcuna che differisce da tutte le altre per atipicità, sorpresa e stupore, insomma, un fatto da narrare veramente speciale. Naturalmente da un punto di vista storico mi riferisco ad avvenimenti accaduti ai nostri emigranti nei secoli passati, che partivano dalla Valle del Serchio e dalla Garfagnana in cerca di miglior fortuna. Questo storia fuori dall'ordinario di cui parlerò mi è stata gentilmente passata e sottoposta ad attenzione e studio da un amico blogger: Andreotti Roberto e a portare alla ribalta tutta la vicenda è stato Doug Acree un discendente di Giuliano Luisi (colui che sarà il protagonista dei fatti), che attualmente vive negli Stati Uniti nello stato della Virginia, proprio li, dove si svolgerà tutta lo stupefacente racconto. Tutto nacque nella Coreglia di metà 1800, quando l'arte dei figurinai la faceva da padrona. Coreglia è la patria di questo umile mestiere che vide in paese fra i primi suoi fautori il barone Vanni che fondò una scuola dove si apprendeva a "gettare in stampo". Per i pochi che non lo sanno i figurinai erano artigiani itineranti che portandosi dietro solo pochi attrezzi di lavoro trasformavano il gesso in piccole e 
figurinaio coreglino
splendide statuette. Essi girovagavano di città in città, di porta in porta e la loro maestria in poco tempo portò questo mestiere a diventare una vera e propria arte. La sola bravura però non bastava per tirare avanti e così con l'andar del tempo
 molti uomini furono costretti ad abbandonare le proprie famiglie e cominciare nuove vite in altre nazioni. Il grosso di questi flussi migratori parti agli inizi del 1800 per tutta Europa e per le lontane Americhe. Una volta giunti nel paese d'accoglienza, spesso si formavano delle vere e proprie compagnie di figurinai, composte da un titolare, nonchè maestro d'arte e quattro o cinque apprendisti ai quali veniva insegnata l'arte e il mestiere di venditore. In questo contesto Giuliano Luisi sbarcò in America nel 1850, era nato a Coreglia il 30 agosto del 1830, alle spalle aveva un mestiere, faceva intonaci ornamentali, ma come tutti i coreglini aveva intrapreso sapientemente anche la carriere di figurinaio. Giuliano arrivò negli Stati Uniti appena ventenne, in precedenza suo fratello Salvatore era già emigrato negli States e aveva messo su famiglia in quel di Baltimora (Maryland), mentre Giuliano con l'altro fratello Giovanni cominciò ad intraprendere nuovi lavori, il mestiere di figurinaio gli stava stretto e non gli bastava. Giuliano era ambizioso, dinamico e operoso, tant'è che pochi anni dopo il suo arrivo (nel 1859) a Richmond in Virginia aprì una birreria sulla Franklin Street la "Alluis & Co." e nel 1860 anche una pasticceria. Fin qui se si vuole fu una dura vita da emigrante come tante altre, niente di più, ma sotto sotto Giuliano covava altro. La sua industriosità e il suo voler emergere oltre che nel campo lavorativo trovò spazio pure nel sociale. Il suo nome intanto si trasformò da Giuliano Luisi nel più yankee Julian Alluisi, c'era poco da fare voleva uscire a tutti i costi dall'umile stereotipo di emigrante italiano e ci riuscì in pieno. Guardiamo come. 
Giuliano Luisi
(foto di Doug Acree)

Venti di secessione e di guerra stavano infatti spirando su tutti gli Stati Uniti e quale miglior occasione ci poteva essere per emergere da una possibile vita anonima che arruolarsi nell'esercito? Così fu, Julian entrò a far parte dei "Richmond Grays"(n.d.r: I Grigi di Ridhmond) una milizia federale di soldati schiavisti, contrari a qualsiasi forma di integrazione da parte dei negri d'America. Con ogni probabilità il coreglino non fu mosso da ideali anti-schiavisti, cosa ne poteva sapere un emigrante italiano di tutto ciò? Anzi è bene considerare che in America per molto tempo fra gli ultimi scalini della scala sociale dopo le persone di colore veniva sicuramente l'emigrato italiano, questo conferma il fatto che la sua fu una scelta e un occasione per distinguersi da tutti gli altri. Fattostà che entrò a far parte di questa milizia che rimase famosa per uno degli episodi più famigerati della storia americana: la cattura e la conseguente morte di John Brown, a questa operazione partecipò anche Giuliano. John Brown molti se lo ricorderanno qui in Italia più che altro per la famosa canzoncina che dice così: "John Brown giace nella tomba la nel pian, dopo una lunga lotta contro l'oppressor, John Brown giace nella tomba la nel pian, la sua anima vive ancor" e il ritornello che fa: "Glory, glory alleluia,Glory, glory alleluia,Glory, glory alleluia". Ma John Brown non fu una semplice canzone popolare ma bensì un convinto abolizionista dello schiavismo e sostenitore della parità dei diritti tra bianchi e neri che quel 16 ottobre del 1859 decise d'attaccare l'arsenale federale di Harper's Ferry in Virginia, allo scopo di provocare una rivolta degli schiavi che sarebbero poi stati armati con il materiale prelevato dall'arsenale stesso. Il tentativo fallì miseramente, gli schiavi rimasero totalmente apatici, forse per paura di azioni repressive e così Giuliano con i "Richmond Grays" entrarono in azione, dopo un lungo conflitto morirono solamente due miliziani e degli uomini di Brown ben dieci. Lo stesso Brown fu catturato e condannato a morte per cospirazione, omicidio e insurrezione. Il 2 novembre fu impiccato, ma quel giorno la storia con la esse maiuscola venne incontro per sempre a Giuliano Luisi. Dopo l'impiccagione un gruppo dei "Richmond Grays" che era di guardia all'infausto evento decise per "festeggiare" di farsi fotografare, quella foto (che potete vedere qui sotto) rimarrà fra le più famose di tutta la storia americana, proprio perchè oltre che esservi raffigurato il coreglino Giuliano è presente uno degli assassini più famosi al 
La famosa foto. Nei cerchi rossi
 Giuliano Luisi e John Booth con
un pugnale in mano
mondo: John Wilkes Booth, colui che sei anni dopo quell'immagine uccise con un colpo di pistola alla testa Abramo Lincoln
(nello scatto lo possiamo vedere con un pugnale in mano). John e Julian con ogni probabilità si conoscevano e ciò porterà a vaghi sospetti anche sulla stessa vicenda Lincoln...Con la morte di John Brown comunque la secessione e la guerra divennero inevitabili. La Virginia nel maggio del 1861 insieme ad Arkansas, Carolina del Nord e Tennessee rinunciò all'appartenenza agli Stati Uniti d'America passando così alla Confederazione. Il nostro Julian Alluisi partì allora volontario nella guerra con l'esercito sudista e si unì di fatto al 1° reggimento fanteria Virginia, compagnia K, con il grado di tenente, sotto i diretti ordini dell'illustre generale George Edward Pickett. Partecipò a numerose e famose battaglie, fu ferito negli scontri di First Manassas e anche a Seven Pines e ringraziando la sua buona stella non partecipò alla tristemente celebre battaglia di Gettysburg che vide migliaia e migliaia di morti sia da una parte che dall'altra. Con questa battaglia la guerra si decise e poco tempo dopo finì e finalmente Giuliano decise di metter su famiglia, tornò a Coreglia e sposò Filomena Luisi, una sua prima cugina che nel 1866 portò in America. Ma la sua storia non finì qui...al suo ritorno negli Stati Uniti venne fuori per la prima volta la sua appartenenza alla loggia massonica "Francoise Lodge" di Richmond e questo portò a galla una serie di infinite illazioni mai provate sui coincidenti fatti che Giuliano conoscesse John Wilkes Booth (l'assassino di Lincoln), per capirsi bene anche questo presidenziale omicidio come quello di quasi un secolo dopo di John Kennedy portò all'ipotesi di un complotto, in questo caso sarebbero stati coinvolti massoni sudisti (fra cui Giuliano)e ben noti banchieri ebrei americani che volevano rientrare dei finanziamenti elargiti durante la guerra di secessione. Ad 
John Wilkes Booth
avvalorare la complicata tesi dei complottisti rimane il fatto che in un libro del 1937 "This one mad act" di 
Izola Forrester(nipote di Booth) scrisse che suo nonno apparteneva alla loggia massonica dei "Cavalieri del Circolo d'Oro" e che l'uccisione del suo familiare fu organizzata da Judah Benjamin (massone di alto grado e agente dei banchieri Rothschild) per tappargli definitivamente la bocca sui vari intrighi di cui lui era a conoscenza. La versione ufficiale ci dice che Booth fu catturato e ucciso in un fienile dove rifiutò di arrendersi, undici giorni dopo la morte di Lincoln , a quel punto i soldati dettero fuoco a tutto il circondario e il colonnello Gonger gli sparò ferendolo mortalmente al collo. A tutto questa intricata congiura si dice che fra i molteplici ideatori ci fosse anche l'ormai americano Julian Alluisi, nessuna prova o documento attesta questi fatti, ma solo ipotesi fatte su congetture. Giuliano morì il 15 ottobre 1889 ed è sepolto nel cimitero di Hollywood (Virginia) vicino alla tomba del suo generale Pickett. 
Rimane il fatto che Giuliano riuscì nel suo intento di emergere, se ancora oggi parliamo di lui...

Bibliografia:
La tomba di Julian Alluisi
  • "Storia di un emigrante coreglino. Da Coreglia a Richmond" a cura di Andreotti Roberto, Paola Tonarelli su documenti inviati da Doug Acree
  • "This one mad act" 1937 Izola Forrester
  • "Decapitating the union: Jefferson Davis, Judah Benjamin and the plot assassinate Lincoln" di John C. Fazio. Editore Mc Farland 2015