mercoledì 1 dicembre 2021

"La febbre del sabato sera"... di una volta (in Garfagnana)

Non capitemi male per favore... Il suddetto titolo non vuole esse
re nè irrispettoso e nè tanto meno irriverente, vuole essere semplicemente esplicativo su quello che era il sabato sera e il divertimento per i nostri antenati. Anche per loro esisteva un sabato dedicato al riposo e allo svago, non era tutto un lavorare nelle fabbriche e nei campi, ci mancherebbe altro... Quello che è certo è che nessuno dei nostri avi era un Tony Manero che bazzicava le fantasmagoriche discoteche di New York, quello no, però l'essenza del film si può applicare anche alla nostra gente, infatti il film narra di un ragazzo che ha una passione sfrenata per il ballo, questo suo passatempo trova il suo sfogo il sabato sera nelle disco newyorkesi, uno svago che lo fa rifuggire (anche)dalle amarezze e dai problemi della vita. Un po' quello che succede pure oggi e che forse una volta accadeva di più, quando la vita era ancora più grama e misera e il sabato era l'occasione per distrarsi, divertirsi e lasciar da parte per qualche ora le preoccupazioni famigliari. D'altronde il sabato è stato sempre un giorno speciale, non per nulla il nome deriva dall'ebraico "shabbat", ovvero, giorno di riposo. Per i romani invece era "Saturni dies", il giorno di Saturno (ancor oggi in inglese sabato è saturday)e ad onore del vero bisogna dire che era un giorno di cattivo augurio. Tutt'altra cosa durante il periodo fascista  ci pensò "lui" a cambiargli nome in "sabato fascista", si evidenziava in quel giorno la conclusione anticipata dal lavoro per dedicare il resto della
giornata ad attività culturali, sportive e paramilitari. Meglio di tutti però lo descrisse Giacomo Leopardi nella poesia "Il Sabato del Villaggio", il sabato paragonato alla metafora delle speranze e delle illusioni umane: "
Questo di sette è il più gradito giorno/pien di speme e di gioia/diman tristezza e noia recheran le ore/ ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno". Insomma vediamo allora com'era un sabato garfagnino nei primi anni del 1900. Però, prima partiamo da lontano, da molto più lontano. Il concetto di tempo libero cominciò a prender piede  già nel medioevo anche se non era proprio come lo intendiamo oggi, però anche in quell'epoca in cui vita e lavoro spesso coincidevano vi erano feste e passatempi e non solo chiesa, lavoro, politica e guerre. Naturalmente il tipo dei divertimenti medievali variava da classe sociale a classe sociale, l'unica cosa che accomunava tutte le persone erano infatti gli ultimi due giorni della settimana: il sabato che poteva (sottolineo, poteva...) essere dedicato alla distrazione e la domenica che era obbligatoriamente dedicata al Signore. Fattostà che il cavaliere nel giorno di svago iniziava il pranzo alle dieci circa e dopo qualche ora di riposo riceveva i suoi ospiti nel giardino e li si dilettavano a raccontar novelle, discorrere, fare giochi di società ed eventualmente ad improvvisare danze, in certe Signorie non mancavano nemmeno i giocolieri e i musici. Ma anche i contadini garfagnini si divertivano, anche se in modo diverso, il divertimento qui era incentrato più che nel sabato nelle numerose feste religiose in cui esisteva l'obbligo di non lavorare e allora si abbondava in bevute e scherzi. In alcuni documenti storici degli archivi garfagnini si parla anche di rappresentazioni teatrali basate sui misteri della fede, ma c'erano anche i cantastorie che narravano imprese eroiche di guerre lontane e poi c'erano soprattutto quei giochi di strada, croce e delizia del misero popolino. Il più famoso nella Valle del Serchio era il gioco della ruzzola (l'attuale tiro della forma). Il gioco
radunava decine e decine di persone, ben presto queste assemblee si trasformavano in un clamoroso e scomposto vociare, e quando gli animi più focosi ed energici, sollecitati da qualche bicchierotto di vino si trovavano al culmine della gara, per ogni minimo screzio o per qualche contestazione sulla regolarità della competizione in men che non si dica si passava alla baruffa e dalla baruffa alla rissa collettiva il passo era breve. In questo contesto era chiaro che di secolo in secolo per questi giochi seguiranno proibizioni e divieti vari, quello che doveva essere un semplice divertimento spesso e volentieri si trasformava in un turbamento per l'ordine pubblico. Era ad esempio il caso di Camporgiano dove nel 1605 si ordinava che: "per evitare li scandali, ed ogni altro buon rispetto, nessuna persona terriera o forestiera aderisca, nè presuma tirare trottole di legno". Neppure a Gallicano nel 1668 si badava tanto per il sottile: " Per l'avvenire s'intende e sia proibito nel castello di Gallicano e suo territorio ad ogni persona di tirar formaggio e girelle per le strade o altrove senza licenza del Signor Commissario, pena di due scudi d'oro per uno". Le autorità non erano preoccupate esclusivamente per le risse e gli infortuni, non si perdeva di vista nemmeno l'aspetto morale e religioso e in quel di Cascio Don Vincenzo Angeli oltre a lamentarsi delle bestemmie e degli improperi dei giocatori  diceva anche: "Il giuoco della palla o delle pallette si fa davanti a questa chiesa parrocchiale, è non è il raro caso che quest'ultima si sia arrivati a batter nei muri della chiesa stessa mentre ha fatto sempre mal sentire il fracasso e le parole improprie che spesse volte si proferiscono dai giocatori". Tuttavia il tempo passa e le cose cambiano e anche nei momenti di maggiore difficoltà e grande povertà, non si è mai smesso di cercare un modo per svagarsi ed era proprio in queste uggiose giornate autunnali quando la luce spariva sotto una fitta coltre di nuvole basse e la notte si faceva buia come la pece che in Garfagnana, davanti al camino e a una padella di mondine,
illuminati da una fioca luce proveniente da una lucerna che cominciava un classico sabato sera invernale di oltre cento anni fa. Non erano le discoteche o i rumorosi pub le location di quelle serate, erano le stalle o le ampie cucine di una volta lo scenario ideale per le sere "a veglio". Era un rituale quasi sacro che si ripeteva nel tempo. 
I vegliatori più anziani si mettevano con le loro seggiole vicino al camino e così piano piano  si avvicinavano i ragazzi e le ragazze, dopo pochi attimi ai ragazzi si aggiungevano le famiglie, intanto tutt'intorno nonostante il momento fosse di riposo e tranquillità i piccoli lavoretti andavano avanti, c'era chi aggiustava gli attrezzi, chi sgranava le pannocchie e chi badava al fuoco del camino  Nel frattempo mentre le mani erano occupate in cento cose fiorivano i racconti e le storie più o meno fantasiose, più o meno vere e tutto si confondeva in un misto fra verità e leggenda. D'altronde era durante queste feste che certi racconti rimanevano più impressi nella memoria di tutti, storie che affascinavano genitori e bambini, storie che parlavano di streghe, fantasmi e di buffardelli. Chi si avvantaggiava di questa situazione erano gli innamorati che approfittando dell'attenzione dei genitori al vegliatore sfuggivano al loro occhio vigile per scambiarsi dei fugaci baci. Arrivava poi il momento che gli estasiati bambini andavano a dormire e allora una volta messi a nanna i pargoli le
donne chiacchieravo dei fatti e fatterelli del paese e gli uomini giocavano a carte. In certe serate non mancava nemmeno il tempo per giocare a tombola, anche questo era un gioco che accomunava molte  famiglie, il problema era che anche questo divertimento non era visto di buon occhio dalle autorità religiose: "il gioco distrae i fedeli dai loro doveri di buoni cristiani, soprattutto dalla preghiera". Bando a ogni sorta di impedimento la gente ci giocava comunque, dato che il tempo in cui ci si poteva permettere maggiormente diletto era limitato nei mesi. Era difatti l'inverno, il cosiddetto "riposo stagionale", per i contadini la stagione fredda era meno laboriosa e stancante e ci si poteva concedere qualche distrazione in più, dedicandosi perfino a qualche serata danzante; 
mazurke e valzerini vari capitavano proprio il sabato sera. I Bar, le aie (dove di solito d'estate ferveva il lavoro contadino) e qualche rara sala da ballo erano i luoghi preposti al ballo. Anche qui, immancabilmente, contro questi balli "peccaminosi e tentatori" molto spesso tuonavano dal pulpito i vari parroci di quei tempi, spesso da quel pulpito il prete la domenica avvertiva le famiglie del pericolo di quei balli, un pericolo che incombeva sia sui giovani che sugli adulti. Arrivava comunque il momento dell'anno in cui la parola "divertimento" con tutti i suoi annessi e connessi doveva essere sospesa dal vocabolario di chiunque, ricco o povero, giovane o anziano che fosse, la Quaresima era il "de profundis" del sabato e dello svago, e qui nessuno doveva transigere. Paesi interi in Garfagnana si immergevano in un’atmosfera di attesa, un’attesa di silenzio paziente, con la chiusura di teatri, posti di ritrovo, perfino le radio rimanevano spente. Sempre nel silenzio, le famiglie di contadini, limitavano il loro pasto quotidiano a uno spuntino frugale, che doveva essere consumato rigorosamente al buio e dopo il tramonto. Anche talune 
osterie, per evitare tentazioni, venivano chiuse e questo significava niente bicchierino di vino o partitina a carte. Arrivò poi il tempo in cui le feste perderanno il senso di comunità, arrivò anche il tempo del divertirsi "per forza" e quei sabati "a veglio" rimarranno un lontano e nostalgico ricordo da tramandare ai più giovani in un articolo di qualche blog...

mercoledì 24 novembre 2021

Mummie, capelli, braccia e perfino il legno della Croce di Cristo... Viaggio fra le reliquie "garfagnine"

Dita, mani, lingue, cuori e anche capelli, senza farci mancare femori, sacre spine e piume di angeli... Signore e signori benvenuti nell'ingarbugliato e complicato mondo delle reliquie cristiane. "Reliquiae" in latino significa "resti", nella maggior parte dei casi queste si riferiscono al corpo di un beato o di un santo, o a un qualsiasi altro oggetto che abbia avuto con questi una  diretta connessione. Esistono poi anche le cosiddette "reliquie laiche", riferite nello specifico a persone famose: la chitarra di John Lennon, il cappello di Napoleone, senza parlare dei vestiti di Elvis e altro ancora. Rimane il fatto che il Medioevo rappresentò l'età d'oro delle reliquie cristiane, si venerava di tutto, dalla lancia che trafisse il costato di Gesù, alla tovaglia usata per lavanda dei piedi per gli apostoli, nonchè il bastone di San Giuseppe, o il latte della Vergine, fino ad arrivare... ai raggi della Stella Cometa. Questi resti viaggiavano da un luogo all'altro dell'Europa, con il loro carico di devozione e superstizione e molti di questi oggetti (presunti) sacri nel loro girovagare non mancarono nemmeno di raggiungere anche la remota Garfagnana. Ad ogni modo, è giusto dire che tutto quello che riguarda le reliquie va preso con le dovute cautele, alcune di esse senza ombra di dubbio le possiamo considerare autentiche e altre un po' meno. A conferma di ciò Papa Paolo VI fece raccogliere in tutto il mondo i denti di Sant'Apollonia, patrona dei dentisti (che fu proprio martirizzata togliendoli i denti con le tenaglie), ebbene, riuscì a raccoglierne circa tre chili... fu dato ordine di gettarli nel Tevere... Che dire allora? Senza paura di essere smentiti possiamo affermare che per secoli e secoli di questa pratica sussisteva un vero e proprio mercimonio, che portò ad una corsa per accaparrarsi ogni sorta,
specie e genere di oggetto che avesse avuto almeno un'apparente vicinanza ad una reliquia, nessuno però si preoccupò o si curò
, come sarebbe stato doveroso fare, della loro dubbia origine, anzi, in seno alle chiese fu portato veramente di tutto. La Valle del Serchio fu una delle zone maggiormente colpite da questa moda e i motivi di questo furono svariati. Il primo fu di ordine puramente superstizioso, si credeva infatti che i resti dei santi avessero proprietà curative e spirituali. Il secondo era naturalmente religioso, in quanto queste reliquie erano funzionali per avvicinare l'uomo alla fede. Il terzo era strettamente politico, ed era quello che più influenzava la Garfagnana, terra da sempre frammentata da poteri contrastanti, infatti possedere gli oggetti dei santi era strumento di rafforzamento dell'identità, ma non solo, per il popolo costituiva (anche) elemento di garanzia per una eventuale protezione divina contro guerre, pestilenze e miseria, inoltre poneva una salda base per le nascenti realtà locali. Era comunque il tempo  dei grandi pellegrinaggi, molti di questi percorsi che conducevano ai luoghi santi passavano proprio di qua e possedere un tale oggetto diveniva motivo di attrazione per quel determinato posto, facendo nascere così una sorta di turismo mistico-religioso. Con il passare degli anni questo singolare traffico di collezionismo sacro non diminuì, al contrario, aumentò e si ampliò così tanto che si rese necessaria una categorizzazione (ancora oggi in vigore). Esistono così reliquie di I classe: ossia tutti quegli oggetti associati direttamente alla vita di Gesù (il legno della Croce, i chiodi della crocifissione o la Sacra Sindone che tutti conosciamo). Le reliquie di II classe: oggetti che il Santo ha usato o indossato (un mantello, un anello o un vestito). Reliquie di IIIa, cioè ogni oggetto entrato in contatto con le reliquie di I classe. Infine reliquie di IV classe, qualunque oggetto che sia entrato in contatto con le reliquie di II... Insomma, questo dovrebbe chiarire bene che mondo tortuoso e complesso è quello di questi oggetti sacri, un mondo  che già in quei tempi lontani era fatto da creduloni, truffatori e da... "corpisantari", personaggi che non avevano il benchè minimo scrupolo nel devastare tombe e cimiteri alla ricerca di corpi di santi o beati o dei loro oggetti. A conti fatti ci si rese conto che era stato passato veramente ogni limite alla decenza e in qualche maniera andava messa la parola fine a questo indegno bailamme. Fu il teologo protestante Giovanni Calvino a scuotere Santa Romana Chiesa dal suo torpore e conseguentemente a pubblicare nel 1543 "Il Trattato delle reliquie", questo elaborato criticava e ridicolizzava il fervore religioso che esisteva intorno ad ossa e
tessuti del corpo umano, fece notare che alcuni santi avevano tre o quattro corpi diversi sparsi per tutta Europa o che una spugna veniva adorata come se fosse il cervello di San Pietro... Per la Santa Sede fu come aprire gli occhi su un qualcosa che già si sapeva e che più o meno era tacitamente consentito, da quel momento però, per autenticare una reliquia servi un certificato di autenticità che solo il vescovo poteva concedere. Ma allora le reliquie che abbiamo in Garfagnana sono vere o false? San Pellegrino e San Bianco mummificati sono proprio loro? e il legno della Santa Croce che è a Gallicano è proprio quello? Possiamo solamente dire che tutte queste reliquie possiedono un certificato d'autenticità. Gli studiosi però affermano che certi criteri di vecchie certificazioni erano per così dire un po' lacunosi. Infatti insieme a questi oggetti non è affatto raro trovare un piccolo cartiglio o un vero e proprio documento con tanto di sigillo in lacca rossa, in cui un alto prelato o un vescovo a suo tempo certificarono l'autenticità della reliquia secondo diritto canonico. Era però il metodo con cui venivano attribuiti questi certificati che lasciava un po' di perplessità, difatti spesso ci basava sulla tradizione orale o sulla cosiddetta "continuità", non mancava nemmeno che questa documentazione fosse assegnata per "adorazione": una determinata reliquia era ormai venerata dai fedeli da molto tempo, per cui era impossibile che non fosse vera... Quello che è certo che sono davvero pochi i casi in cui si è conservata traccia della reliquia fin dal suo nascere. In sostanza non rimane che fidarci delle cronache antiche e credere... Credere che la reliquia più nota di
tutta la Garfagnana:  i corpi mummificati di San Pellegrino e San Bianco, siano li in quella chiesa, quasi incorrotti da 1500 anni e custoditi da 600 in quel tempietto marmoreo di Matteo Civitali. C'è poi Pieve Fosciana che dal 31 agosto 1860 ricorda e festeggia il Beato Ercolano. Pochi anni prima, nel 1856, fu rinvenuta la sua tomba nei pressi del suo convento, da quel giorno i suoi resti mortali sono conservati dentro un'urna. E se di questi suddetti santi sono rimasti i corpi e pochi altri resti, di San Doroteo nella chiesa di Cardoso a lui dedicata non rimase che un braccio che era già venerato nel 1260: "Nel detto castello se ne fà in questo giorno gran solennità, portando in processione dalla chiesa maggiore al suo oratorio, il suo braccio tenuto amorevolmente in vaso d'argento". Fu invece alla "Compagnia della Santa Croce" di Castelnuovo, i fondatori di un nuovo ospedale, che verso la metà del 1500, proprio grazie al loro grande amore avuto verso i bisognosi, che il conterraneo Cardinal Pietro Campori donò a loro diverse e preziosissime reliquie: secondo la tradizione si sarebbe trattato del latte e di un pezzo del velo della Vergine Maria, alcune reliquie degli apostoli Pietro e Paolo (insieme ad altre) e a un pezzo della Santa Croce. Il solito pezzettino di legno della Santa Croce lo ritroviamo a Gallicano, questo nel 1728 fu donato alla comunità dal Reverendo Vincenzo Cheli, inoltre (sempre a Gallicano)non poteva mancare la
reliquia
della santa croce di
Gallicano
reliquia di San Jacopo, patrono del paese, e nella chiesa omonima insieme a quella del suddetto apostolo abbiamo una reliquia di San Giovanni Battista, Santa Scolastica, Santa Caterina e Papa Pio V queste (in parte) donate nel 1666 dal padre gesuita  Bartolomeo Santucci. Di fronte a tutta questa santità nostrana non poteva nemmeno mancare la reliquia del poverello d'Assisi, ossia San Francesco, questa è a Borgo a Mozzano, nel convento a lui dedicato, ma non c'è solo questa, fra pezzi di stoffa, capelli e ossa abbiamo reliquie di Santa Rita da Cascia, San Rocco, San Bernardino, Sant'Antonio da Padova e a seguire ancora una trentina fra santi e beati... Ah dimenticavo, anche a Borgo a Mozzano c'è un ennesimo pezzettino della Santa Croce... A proposito di questa santa e benedetta croce mi ritornano alla memoria gli scritti dell'umanista spagnolo Alfonso del Valdes che riguardo a questa disse: "
I chiodi della croce, come scrive Eusebio, erano tre... e adesso ce ne sono uno a Roma, uno a Milano e uno a Colonia, poi ancora un altro a Parigi, uno a León, e infiniti altri. E infine, i legni della croce: vi dico in verità che se riunissero tutti quelli che dicono esservi nella cristianità, basterebbero per riempire un carro". Va bhè, la fede è fede e questa non va discussa, sennò così non si chiamerebbe, comunque sia a corollario di questi resti sacri, sono i suoi contenitori, un vero portento di bellezza sono infatti i
reliquiari: magnifici e di uno sfarzo impressionante, delle vere  e proprie opere d'arte, alcuni sono in oro, altre in argento e taluni erano tempestati di pietre preziose. Tutti questi oggetti, sono oggettivamente affascinanti, misteriosi e forse a volte un po' patetici, però bene o male rappresentano una cultura, una tradizione ed una identità, valori oggi quasi del tutto scomparsi...

Bibliografia

  • "La storia delle SS reliquie della comunità gallicanese" Fabrizio Riva, Don Fiorenzo Toti, anno 2021
  • "Il traffico delle reliquie" di Jesus Callejo, National Geographic, anno 2020
  • La foto della reliquia della Santa Croce di Gallicano è tratta dal opuscolo "La storia delle SS reliquie della comunità gallicanese"

mercoledì 17 novembre 2021

Cronaca di un tragico femminicidio d'altri tempi in Garfagnana. Era (forse) il 1922...

Femminiciodio. Una brutta, bruttissima parola che è entrata
recentemente a far parte del nostro vocabolario per indicare l'uccisione di una donna, "in quanto donna" da parte di un uomo. Si potrebbe pensare che questo neologismo, come spesso accadde, sia stato coniato dalla stampa sensazionalistica, ma stavolta no. Per la prima volta questa parola fu usata dalla criminologa Diana Russel nel 1992 nel suo libro "Feminicide". Fino a quel momento nella nostra  bella e cara Italia l'unica parola esistente di significato simile era "uxoricidio". Tuttavia però, la radice latina "uxor" (moglie) limitava il significato del termine all'uccisione di una donna in quanto moglie. Fattostà che la Russel analizzò il grave problema facendo riferimento alle società patriarcali che usavano il femminicidio come forma di controllo e punizione sulle donne, la cui "colpa" sarebbe stata quella di essersi opposte al potere dell'uomo. Infatti, sarebbe sbagliatissimo pensare che la violenza, il sopruso e la prevaricazione contro la donna sia un male moderno, purtroppo è sempre esistito e la sua storia ha origini ultra secolari. Naturalmente questo non giustifica il fatto che sia un fenomeno "naturale" e immutabile nel tempo, anzi, più le società si evolvono con il passare degli anni e più si dovrebbe prendere coscienza del "viver civile". Ma non è così e mai sarà così, basta pensare a quella che oggi definiamo "violenza domestica e familiare", fino a meno di un secolo fa era considerato l'uso legittimo della forza da parte del marito o del capofamiglia, e se nel lontano 1607 si diceva che: "
 quando le mogliere non obbediscono li loro mariti, anzi li sprezzano e gli sono ritrose e pertinace nelle loro opinioni et che non gli basta essere riprese con parole, che sia lecito e conveniente a detti lor mariti dargli qualche schiaffo, pugno o percossa legiera et ciò per correzione et monitione et per redurle all’obedienza et questo sempre io ho inteso dir essere cosa lecita", nel 1865 il codice civile italiano affermava senza se e senza ma che la situazione non era affatto cambiata: "La moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l'autorizzazione del marito". Insomma, ribellarsi a questo status quo per la donna voleva spesso dire perdere la vita e questo però non capitava solo nelle classi sociali dei poveri e dei derelitti. Anna Bolena ne è 
Anna Bolena
l'esempio più fulgido e lampante. La seconda moglie di Enrico VIII, fu condannata a morte dal marito perchè accusata di averlo tradito. Non era assolutamente vero, in realtà, il re si era innamorato di un'altra donna e così decise di ucciderla facendole tagliare la testa. Artemisia Gentileschi fu una grandissima pittrice italiana del 1600, che fu violentata da un pittore con cui lavorava e che era stato più volte da lei rifiutato. Nel conseguente processo per stupro la difesa tenterà in tutti i modi di screditare la ragazza che sarà costretta a sottoporre la sua testimonianza alla dolorosa e pericolosa tortura dello schiacciamento dei pollici. Anche in u
no dei canti più suggestivi e famosi della “Divina Commedia” si presenta un caso di femminicidio. Stiamo parlando del Canto V dell’“Inferno”, in cui la protagonista Francesca da Polenta (o da Rimini) commette adulterio innamorandosi del cognato Paolo Malatesta e per questo viene uccisa con violenza dal marito. Come si può capire queste violenze nascono soprattutto per motivi passionali e germogliano quasi sempre in ambito familiare. Queste sono infatti anche le caratteristiche che nel secolo scorso portarono ad uno dei più efferati delitti compiuti in Garfagnana, a conferma che anche le zone più pacifiche e quiete come le nostre non sono esenti da questi avvenimenti. Infatti, questa che vado a raccontarvi è la cronaca di un femminicidio, a riprova evidente di quanto sopra scritto. 

Risalendo sulla vecchia "Strada di Vallico", l'antica via che collegava Vallico a Gallicano a poche centinaia di metri dall'alpeggio di San Luigi ci s'imbatte in una vecchia e consunta lapide che riporta una scritta a futura memoria: "Alla Santa memoria di Giuseppina Furischi sposa e madre esemplare. Dal proprio consorte quivvu crudelmente uccisa. La famiglia". Le domande e la curiosità che attanagliano la mente dell'ignaro passante sono molte e la prima che balza alla mente è pensare come sia stato possibile che in un luogo così piacevole e pacifico possa essere successo un così grave fatto di sangue. A dar soddisfazione al nostro desiderio di conoscenza sono stati gli attuali e ultimi vecchi pastori dell'alpeggio, che oralmente hanno trasmesso il misfatto ai posteri. La vita a San Luigi(comune di Fabbriche di Vergemoli) è da sempre trascorsa in maniera semplice e senza fronzoli, lassù ad 871 metri d'altezza il lavoro nei campi e la pastorizia erano le attività principali, difatti, li in quella località posta a spartiacque fra la Valle di Turritecava e Gallicano è da tempo immemore che i pastori vivono delle loro attività agricole, producendo per se stessi e per i mercati paesani del fondovalle, formaggi, insaccati e dell'ottima farina di castagne e fu proprio durante la raccolta di castagne che il fattaccio si compì. Ma partiamo dal principio, da quando Goffredo Benelli un giovane pastore del luogo agli inizi dei primi anni del 1900 partì emigrante per le lontane Americhe. Quello era il tempo 
San Luigi
delle grandi emigrazioni garfagnine, la miseria da queste parti era tanta e le opportunità di lavoro che davano gli Stati Uniti erano buone. Forza di volontà e sacrificio erano le doti che un emigrante doveva avere, a maggior ragione se a casa si lasciava moglie e figli, proprio quello che accadde al Benelli. Ci si può immaginare quali e quanti pensieri poteva avere nella testa un emigrante, lasciando la famiglia a casa e tante volte a fomentare pensieri assurdi e maligni ci pensava la gente del paese di origine, nonostante si fosse a migliaia e migliaia chilometri di distanza. Sta di fatto che a San Luigi, così come in altrettante località garfagnine, era abitudine durante le serate "a veglio" fare e comporre delle satire. Per chi non lo sapesse (in questo caso) la satira è un componimento (per così dire) poetico, fatto per deridere e sfottere le persone e che mette in risalto, a volte con ironia pacata, e a volte con invettiva sferzante, vizi e difetti di svariati personaggi e quei personaggi nei piccoli borghi erano la gente che in paese vi abitava. A San Luigi "maestro" in questi scritti era tale Gustavo Puccetti. Il Puccetti era uno di quelli a cui piaceva, e non poco, alzare il gomito, per di più era anche uno di quelli che si deliziava a mettere zizzania, insomma era un vero e proprio pettegolo. Dalla sua parte però aveva anche un pregio (mal sfruttato), era bravo nell'arte dello scrivere,
 dato che: "era intelligente e aveva studiato per diventare prete". Fattostà che a conseguenza di ciò, la malasorte e la  becera maldicenza di queste satire colpirono la sfortunata Giuseppina Furischi, moglie del Benelli. I fatti narrano che il Puccetti, a quanto pare, si faceva vanto di aver avuto una storia un po' piccante proprio con la stessa Giuseppina (si reputava che questo non fosse vero), d'altronde la poveretta era un bersaglio facile da colpire, la donna era giovane, sola e con dei figli piccoli, il marito era emigrante e la sventurata forse non si sapeva neanche difendere e poi ci sarebbe stato poco da difendersi... Niente si poteva fare quando una di queste velenose satire raggiunse per lettera il marito. In questo componimento si parlava in doppio senso e in maniera sottintesa ed ironica che qualcuno del paese fosse stato a mangiare "le susine" in Chiusa (località dove la famiglia Benelli aveva un'altra casetta)... e che "susine"!!! L'autore di tutto ciò, così si riferisce, non poteva che essere stato il Gustavo Puccetti, solo lui, con la sua arguzia e finezza nello scrivere poteva congegnare tale scritto. A dispetto di questo, senza sincerarsi della verità e del pettegolezzo il Goffredo Benelli tornò improvvisamente dall'America e pervaso dalla più completa gelosia rimise piede in San Luigi. Poco tempo dopo il suo ritorno arrivò il tempo della lavorazione castagne. Forse sarà stato  un novembre del 1922 quando di buon mattino la Giuseppina, il Goffredo e altre persone del posto partirono per andare a lavorare al metato. Era arrivato il momento di "sgusciare" le castagne e questa era l'occasione conviviale in cui tanta gente si adoperava allegramente in queste mansioni. Resta il fatto, com'era sua abitudine, che quel giorno il Goffredo partì di casa con a tracolla il suo fucile ad avancarica e s'incamminò in fila indiana con tutta la comitiva sulla strada che portava al metato. Giunti all'altezza della "mestaina" che ricorda la disgrazia,
La mestaina che ricorda il misfatto
testimoni raccontano che marito e moglie si misero a parlottare, improvvisamente Goffredo si rivolse verso la moglie e pronunciò queste parole: - Giuseppina ti sparo!-, Giuseppina si voltò e incredula
 gli sorrise, a bruciapelo dallo schioppo parti un colpo che squarciò il petto alla sventurata, che balzò morta nel fosso sottostante. Il Benelli preso dalla paura del probabile linciaggio dei parenti della Giuseppina fuggi per le selve, finchè non raggiunse Gallicano dove si costituì ai Carabinieri Reali. I resoconti orali raccontano ancora che l'assassino fu condannato e di fatto carcerato nella colonia penale dell'Isola di Procida. Pochi anni dopo l'efferato femminicidio Goffredo Benelli tornò libero, fortuna (sua) volle che  l'8 gennaio 1930 il Principe Umberto di Savoia e Maria Josè del Belgio convolassero a nozze. Com'era occasione per un matrimonio reale, il re concedeva l'amnistia e la grazia visto che: "In occasione delle nozze del principe ereditario, il re ha emanato un decreto di amnistia e d’indulto per reati comuni e militari. Si presume che del provvedimento odierno beneficeranno oltre 400 mila persone, delle quali circa un terzo imputate di delitti e il resto di contravvenzioni. In virtù del condono saranno liberati circa 600 detenuti. Consiglio di Stato
1/1/1930"
. Probabilmente il delitto del Benelli, così come altri di medesima tipologia fu inserito in quella categoria di crimini minori che si appellava al "delitto d'onore",  istituito dal codice Zanardelli del 1889 (e rimasto in vigore fino al 1981!!!) che all'articolo 587 prevedeva: "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall'offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni". Insomma, l'uccisione della donna era considerato un reato marginale e di poco conto. Per giunta, i protagonisti di questi fatti negli anni a venire continueranno la loro tranquilla vita. Gustavo Puccetti morì nel 1968 per un tumore allo stomaco causato dall'abuso d'alcool, il Goffredo Benelli tornò a vivere a Vallico con una figlia, morì a 95 anni nel 1979.

In ricordo di Giuseppina Furischi, donna inconsapevole di un mondo che non è ancora cambiato.

Un ringraziamento al mio amico Daniele Saisi, il primo ad aver riportato alla luce questa vecchia e triste storia e che con pazienza ha raccolto le testimonianze orali dei "vecchi" di San Luigi. (Le foto dell'articolo sono sempre di Daniele)

mercoledì 10 novembre 2021

Armi da fuoco e polvere da sparo. Era il 1382 quando in Garfagnana nacque una delle prime "officine d'arme" (una fabbrica di armamenti)

Esistono pro e contro del progresso scientifico e ogni nuova scoperta è sempre una specie di arma a doppio taglio, può avere effetti benefici o effetti catastrofici, a seconda di come l’uomo decida di sfruttarla. Alla domanda “la scienza è più vantaggiosa o svantaggiosa per la vita dell’uomo?”, la maggior parte delle persone sarebbe probabilmente portata a considerare i progressi in campo medico, tecnologico e industriale degli ultimi secoli, e a rispondere conseguentemente in modo positivo e ottimista. Ma basterebbe guardare con un occhio un po’ più attento per rendersi conto che non è tutto rose e fiori come può sembrare. Qualche esempio? Partiamo dal più noto. Albert Einstein fu il padre dell'energia nucleare, lo scienziato scoprì che questa nuova fonte energetica primaria derivante dall'energia dell'atomo poteva essere usata per produrre energia elettrica, in compenso ci furono altri uomini che ebbero "la brillante" idea di impiegarla in ambito bellico, trasformando una grandissima invenzione in un arma di distruzione di massa. Qualcuno di voi ha invece sentito parlare di Zyklon B? Credo proprio di si. Lo Zyklon fu un insetticida della Bayer, sviluppato negli anni '20 del 1900 da un ebreo tedesco di nome Friz Haber, vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1918. Haber fu poi costretto ad emigrare in Inghilterra per non rimanere vittima della sua stessa invenzione. Infatti l'insetticida fu usato dalla Germania
nazista nelle camere a gas nei tristemente famosi campi di sterminio. Secoli e secoli prima delle suddette scoperte g
li orientalissimi cinesi scoprirono per primi il potere della polvere da sparo, ma la usarono per fare i fuochi d'artificio e per rischiarare l'oscurità della notte con fantasmagorici fiori di luce colorata. Noi occidentali arrivammo alla polvere da sparo un po' dopo i cinesi, ma ne facemmo subito uno strumento di guerra, un modo per uccidere, da lontano e senza sporcarsi le mani e in Garfagnana di questa invenzione fummo tra i primi in Italia ad "industrializzare" la produzione e a fabbricare nuove e potenti armi che la potessero sfruttare. Sicuramente non è un merito, per l'amor di Dio non lo nego, ma rimane di sicuro un fatto storico oggettivo da analizzare con interesse. Difatti sappiamo che è nel 1240 che per la prima volta in Europa si cominciano a fare ricerche su una presunta "polvere esplosiva" e fu il filosofo inglese, nonchè francescano, Ruggero Bacone a sperimentare gli effetti "esplosivi" di una miscela fatta di zolfo,
salnitro e polvere di carbone. Dall'altro lato è plausibile pensare che la probabile paternità ad inventare i primi strumenti in grado di sfruttarne le doti propellenti di questa nuovo composto siano stati gli italiani e in particolare i fabbri e i meccanici bresciani della Val Trompia. In effetti questa è una circostanza da non sottovalutare (che vedremo poi in seguito), poichè furono sempre i fabbri della Val Trompia che nel XIII secolo per sfuggire alla persecuzione del ghibellino Ezzelino III si rifugiarono (anche) a Fornovolasco, dove poi misero su dei forni fusori per fondere il ferro delle vicine miniere. Rimane il fatto che nel giro di qualche decina di anni in barba ad archi e frecce si cominciò a parlare di "balestrieri e scoppettieri" e nel 1321 quando gli Estensi (coloro che poi governeranno anche sulla Garfagnana)assedieranno Argenta(cittadina in provincia di Ferrara) utilizzarono "scoppietti e spingarde". Questo nuovo modo di fare guerra non trovò sempre consenso e anche il "nostro" Ludovico Ariosto, governatore in Garfagnana, ebbe a che da ridire nella sua opera più celebre "L'Orlando Furioso" e 
precisamente, attraverso una metafora condannava l'uso delle artiglierie in quanto contrarie allo spirito cavalleresco, dato che, erano in grado di offrire un vantaggio militare che non aveva nulla a che vedere con il valore e la lealtà. Anche Santa Romana Chiesa ne fece una questione etica e morale, precisando che le armi da fuoco "erano molto omicide e spiacenti a Dio". Tuttavia rimane innegabile che la scoperta della polvere da sparo e del suo utilizzo per la creazione delle armi fu un cambiamento epocale che si ripercosse anche nelle nostre zone e cambiò da un punto di vista architettonico anche la struttura dei paesi, e se prima le mura che si ergevano a
difesa dei borghi erano alte e sottili, ora con l'avvento delle armi da fuoco dovevano essere per forza ridisegnate, dato che non avrebbero retto l'urto delle palle da cannone. Si costruirono così mura più basse e larghe, rinforzate da terrapieni, per reggere il tiro delle artiglierie.  Necessariamente si diede così addio anche al ruolo dell'arciere e delle unità corrazzate, difatti nessuna armatura era in grado di garantire la mobilità necessaria in battaglia e tanto meno la resistenza ai proiettili. Ad ogni modo c'è chi arrivò 
perspicacemente a capire che con queste nuove tecniche di guerra ci si poteva fare soldi a palate. Difatti a quel tempo le guerre erano all'ordine del giorno, basta prendere un qualsiasi testo di storia e rendersi conto che in Europa (e anche in Italia) abbiamo smesso di guerreggiare in maniera assidua solamente alla fine della seconda guerra mondiale. Fattostà che fra i primi a comprendere questo fu Giovanni Turignoli da Barga, detto "Zappetta". Lo Zappetta si trasferì in quel di Gallicano dove aveva aperto un'attività per la lavorazione del metallo, quello che è certo che nella sua officina non produceva nè pentole, ne' attrezzi da lavoro, anzi, probabilmente li avrà anche fabbricati, visto il suo soprannome, quindi è più giusto dire che convertì la sua produzione in poderose armi da fuoco, tant'è che in un documento del 1382 (quindi pochi decenni dopo che la polvere da sparo prese campo) si evidenziava che il 23 agosto il Comune di Lucca stanziava a Giovanni Zappetta di Gallicano ben cento fiorini d'oro per "due bombarde
Bombarde
 grosse
", ma non solo, e come se fosse proprio una commessa, l'ordinazione di bombarde si ripeteva per l'anno 1384. Parallelamente, con un fiuto imprenditoriale degno dei giorni nostri, il buon Giovanni sviluppò la fabbricazione di polvere da sparo e di palle da cannone, che il Raffaello Raffaelli nel libro "Descrizione storica della Garfagnana" del 1879 dice che: "In un canale detto il Pietraio (oggi Piastraio), in quei pressi esisteva una fabbrica di palle da cannone, che si facevano principalmente con il ferro delle miniere di Forno Volasco e si spedivano all'estero". Ecco allora, a chiudere il cerchio, tornare alla ribalta Fornovolasco e i sopraccitati fabbri della Val Trompia, già esperti nella costruzione di armi da fuoco. Insomma, gli altri staterelli e la Repubblica di Lucca avevano bisogno di queste attività, fino al punto che gli stessi anziani di Lucca incentivarono l'apertura di queste nuove fabbriche, promettendo esenzioni e altri vantaggi a chiunque avrebbe intrapreso queste attività nella Valle del Serchio, a patto che, quanto veniva prodotto fosse ad esclusivo uso della Repubblica. Ma perchè questi privilegi venivano dati a chi avviava questa industria solamente nella nostra valle? E' presto detto. Ad esempio la fabbrica dello Zappetta situata a Gallicano aveva la prerogativa di essere collocata fra delle piccole vallate, in questo modo si poteva nascondere da occhi indiscreti e curiosi. L'altro pregio di questo posto era che in caso di esplosione accidentale i danni sarebbero comunque stati limitati e per di più, cosa da non
Gallicano
 sottovalutare, la fabbrica era situata vicino alla via di comunicazione principale. Ma soprattutto, la particolarità più importante era l'acqua (quasi) perenne dei torrenti, quei corsi d'acqua che furono di fondamentale importanza per alimentare e dare forza motrice a questi nuovi macchinari. Nel caso specifico di Gallicano era il Torrente della Fredda ad alimentare queste attrezzature, il medesimo corso d'acqua che per parecchi anni fece funzionare anche la S.I.P.E Nobel del paese. Ma questi non furono i soli motivi che fecero la fortuna dello Zappetta, la zona era infatti ricchissima di alberi; il legname ricavato avrebbe alimentato i forni fusori e principalmente sarebbe servito per fare carbone, elemento fondamentale per ottenere la polvere da sparo. Naturalmente, come abbiamo letto, non bastava il solo carbone, in buona parte serviva anche del nitrato di potassio, che in casi d'emergenza veniva prodotto artificialmente nelle "nitrerie" locali, in maniera a dir poco curiosa per i tempi moderni. Infatti veniva preparato mescolando ceneri, terra e materiale organico (paglia e letame), fatto questo si formava manualmente un blocco alto un metro e mezzo, largo due metri e lungo cinque, tale blocco veniva poi messo al
Nitrerie medievali
 riparo della pioggia e tenuto bagnato con l'urina... Si avete capito bene, l'urina. In caso di guerre improvvise sarebbe stato saggio avere scorte di questa sostanza e per fare ciò ci si premuniva comprando la pipì degli animali dai contadini. Pertanto, dopo circa un anno e mezzo, da 
questo marcescente blocco si otteneva del liquido ricco di nitrato di potassio, che poi in seguito veniva raffinato ed utilizzato. Ovviamente la maggior parte del nitrato(insieme allo zolfo) veniva importato e in questo caso dalla lontana Venezia. In sostanza possiamo dire che la produzione dello Zappetta era a dir poco fiorente, niente, come abbiamo letto era lasciato al caso, dalla sua fucina uscivano solamente armi di prima qualità. Le sue bombarde (una sorta di primitivo cannone), erano fra le più rinomate in campo militare, ma la vera novità bellica fu l'introduzione dello "schioppetto", o "schioppo" che dir si voglia, la prima arma da fuoco portabile costituita da una canna di ferro e rame e sostenuta da una sorta di manico di legno (o ferro)con accensione a miccia. Alla fine dei conti, possiamo senz'altro dire che la famiglia Turignoli divenne nel giro di pochi anni una delle famiglie più importanti ed influenti della zona e con buona pace di chi crede che le "lobby"
Lo schioppo
siano un argomento moderno è giusto dire che tale famiglia (a proprio sostegno economico e di prestigio), nel 1400 concorse fattivamente e con tutte le sue forze all'elezione di Paolo Guinigi, che venne poi eletto Signore assoluto della Signoria di Lucca, dove resse il comando per ben 30 anni. La casata Turignoli, vide così crescere la sua posizione finanziaria, diventata così prospera grazie e soprattutto all'opera dello Zappetta. Nel corso dei lustri che passavano ottenne anche il 
titolo onorifico del "segnale guerresco" e non mancò di dare uomini atti alle armi, come tal Francesco Turignoli, che si distinguerà nella difesa di Firenze contro Carlo V. 

A margine di tutta questa storia rimane però un fatto singolare che oscurò la fama di guerrafondai di questa stirpe. Nell'anno 1399 nacque a Barga il nipote dello Zappetta, un certo Lodovico Turignoli che salirà alla ribalta della cronache come il Beato Michele da Barga. A 35 anni il sant'uomo abbandonò ricchezze e potere della famiglia e si dedicò ai poveri, ai bisognosi e agli sconfitti, diventando fra l'altro discepolo di Frà Ercolano che in quel tempo stava costruendo il convento di San Bernardino in Mologno. Bhe! Non rimane che dire... Dio vede e...provvede. 


Bibliografia

  • Camarlingo generale, n. 80, c. 88-89, 1370 maggio 13 e 23; n. 82, c. 229, 1378 luglio 28; n. 105, c. 143v, 1382 agosto 30; n. 106, c. 154v, 1383 aprile 22; n. 109, c. 158, 1395 giugno 16, ove è detto «da Barga, maestro di bombarde abitante in Gallicano» (in Concioni-Ferri-Ghilarducci, Arte e pittura cit., p. 147, 154, 158, 172).
  • "La Sipe di Gallicano", Circolo Culturale Gilberto Tognotti, edito Garfagnana editrice, anno 2016
  • "Descrizione storica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli del 1879

mercoledì 3 novembre 2021

Eremi ed eremiti in Garfagnana. Storie del passato e del presente

Parlare di eremiti nel XXI secolo è come parlare di cose fuori dal
mondo odierno, gli eremiti si ricordano se si ragiona su tempi antichissimi, facendo riferimento ai primi secoli del cristianesimo. Quanti e chi sarebbero quelli che oggi, in un mondo iper tecnologico e globalizzato vorrebbero allontanarsi da questo modo di essere e vivere una vita in mezzo al deserto e alle montagne? Eppure, nonostante le moderne comodità questi personaggi ancora oggi esistono. Ma chi sono gli eremiti del secondo millennio? Sono proprio quelli che vogliono allontanarsi dalla civiltà, dallo stress e dall'agitazione quotidiana, la maggioranza di loro si dedica a meditazioni profonde, vogliono vivere con uno spirito libero, distaccati dalle cose terrene, cercano Dio nelle profondità del silenzio di luoghi sperduti. Fra questi, i più noti sono l'eremita del Libano, un sacerdote colombiano: Dario Escobar, che vive in un eremo scavato nella roccia al santuario di Nostra Signora di Hauqa, ha 84 anni ed eremita da 18. Per non parlare poi di Gisbert Lippelt, figlio di un magistrato e di un architetto che vive nell'isola di Filicudi, è stato ufficiale di marina e ora vive di quello che produce la natura. Un altro caso emblematico è quello che fa riferimento ad un ex cantante di un gruppo rock; è diventato un monaco camaldolese e vive da eremita in uno sperduto monastero in Toscana. Di casi come questi ce ne sono molti altri ancora, di persone che per essere più vicino a Dio si ritirano in posti lontani, remoti, difficili da raggiungere, proprio com'era la Garfagnana secoli orsono. Ed infatti, proprio per conformazione geografica e naturale, la nostra valle fin da tempi lontanissimi è stata terra di eremi ed eremiti. Eravamo difatti verso la metà del XII secolo quando un po' in tutto il mondo religioso si affermò lo sviluppo delle istituzioni eremitiche. Fu proprio in quel periodo che fonti storiche testimoniano che nell' attuale territorio lucchese ci fu un fiorire di insediamenti eremitici, costituiti da piccole comunità o anche da singoli individui. Uno dei primi eremi
fu infatti il Santuario dell'Eremo di Calomini, conosciuto fin dal XII secolo con il nome di "Romitorio della Penna di Calomini" dedicato a "Sancta Maria ad Martyres". Non è certo, ma è probabile che fu intorno all'anno 1000, quando degli eremiti decisero di venire in questo luogo solitario, aspro ed impervio, tanto che lo ritennero perfetto per le loro preghiere. Iniziarono scavando delle grotte (che sono ancora oggi visibili), vivevano la loro vita di preghiera e di lode a Dio dedicandosi anche alla cura di un orto, tutto questo nel ritiro e nella solitudine assoluta. Di questi eremiti le prime notizie certe si hanno in documento del 23 luglio 1361; un certo Azzetto, del fu Orsuccio da Verni e sua moglie Vezzosa decisero di dedicarsi, in qualità di Conversi, alla custodia di una delle celle scavate nella roccia. Il converso fu una figura che prese ampia diffusione verso il XII secolo e non era altro che un laico che abbandonata la vita comune si dedicava al servizio di una chiesa rurale, di uno ospitale, oppure all'assistenza dei poveri e degli ammalati. Dal XVII secolo all'Eremo di Calomini risiederanno più conversi e si deve proprio a loro e a dei probabili miracoli la crescente devozione verso questo luogo. 
Secondo tradizione, nel luogo dove tutt'oggi scaturisce dalle rocce uno zampillo d'acqua purissima, l'immagine della Madonna che si venera nel santuario si rivelò ad una pastorella di Calomini. Il nome della ragazza non si conosce, ne si hanno notizie se la stessa Madonna parlò alla ragazza. Subito però la fama di questa Santa Madre si sparse nei vicini villaggi, tanto che mirabilmente crebbe tra quei popoli il desiderio di farle onore. Con devoto e numeroso accompagnamento fu portata quindi a Gallicano, in luogo ritenuto più onorevole. Ma, sebbene custodita con attenzione, non passarono ventiquattro ore che nuovamente fu ritrovata dove si era fatta vedere alla pastorella di Calomini. Conosciuto il volere di Maria con questo prodigio, nessuno ardì più rimuoverla dalla sua grotta. Fu così, che vista tutta questa popolarità tra il 1710 e il 1747 si perfezionò l'edificio in quello che oggi conosciamo. Più di un secolo dopo, precisamente nel 1871 si chiuse per sempre la secolare presenza degli eremiti, dato che la loro principale prerogativa di pregare in solitudine era finita, visto che la chiesa veniva aperta al culto popolare. Nel 1914 subentrarono i frati cappuccini che ebbero la custodia dell'eremo per 98 anni, fino al 2011. Poco distante da questo eremo c'è Cardoso e lì di un tale Doroteo o Tirosseo nel 1260 si raccontava che fece opere miracolose: "Ecclesia‘s tirossei de Cirognana. Villaggio allora di Cardoso ora distrutto, non essendovi rimasta che la sola Chiesa di San Doroteo o Tirosseo, distante circa mezzo miglio dal suddetto paese di Cardoso, e dove riposa il suo sacro corpo, dicesi che abitasse in una valle, dove separato da ogni
La fontana di San Doroteo
conversazione, 
in sante orazioni e contemplazioni impiegò la sua vita. Non era in quel luogo acqua da potersi reficiare nelle necessià del suo vivere; onde confidato in Dio ,conficcato in terra il suo bastone, divenne subito verde,ed il piede di questo scaturì un limpidissimo fonte, che si vede anche a giorni nostri appresso la chiesa del Santo, nè mai manca 
per gran siccità, e non pochi che bevono di quella, ne conseguiscono grazie del Signore". Si presume infatti, che questo frate nato in Palestina fosse un eremita ospedaliere, proprio dell'Hospitale di Colle Asinaio (n.d.r: Colle Acinaia) lì, vi giunse insieme a San Pellegrino, i due arrivati in quel luogo decisero di prendere strade diverse, così Pellegrino decise di proseguire e Doroteo di fermarsi: "San Doroteo era compagno di San Pellegrino, insieme col quale peregrinava visitando i Santuari e macerandosi le carni di aspre penitenze. Quando San Pellegrino seguendo l'impulso del cuore, che era impulso divino, si portò sulle alpi di Castiglione per liberare dalle fiere la gran selva tenebrosa. Doroteo lo seguì lungo la via risalendo il corso del Serchio. Giunti nelle selve di Cardoso, attraverso le quali passava la via Romana, i santi si baciarono, s'incoraggiarono l'un con l'altro  a sostenere con fermezza le lotte del demonio e della carne e si dettero l'addio per vivere una vita eremitica e caritativa nella contemplazione e nella penitenza. San Pellegrino proseguì il viaggio e San Doroteo rimase nella foltissima selva di Cardoso"
Così la storia-leggenda narra che lo stesso San Pellegrino prosegui per quello che oggi è conosciuto come il Santuario di San Pellegrino in Alpe. Di questo complesso si ha notizia  già nel 1168 in una bolla di Papa Alessandro III, anche qui come nell'eremo di Calomini ad accogliere i viandanti non erano nè frati, nè monaci, ma dei conversi, guidati da un rettore laico. Per il resto, come sovente succede, il mito, la leggenda e la santità di quest'uomo fece si che anche questo luogo diventasse meta di pellegrinaggi e di devozione diffusa. Difatti la fantasia popolare elaborò una vita leggendaria di questo santo. San Pellegrina pare che fosse il figlio del re di Scozia Romano e di sua moglie Plantula. Trascorsa una fanciullezza di penitenza, rinunciò alla successione del regno e s’incamminò quindi verso la Terra Santa, accompagnato da una banda di ladri che aveva miracolosamente convertito. Tornato in Italia, giunge sui monti di San Pellegrino dove prese per abitazione una
San Pellegrino in Alpe
 caverna, qui venne visitato dagli animali selvatici, che gli diventarono amici. Passati molti anni vide un luogo adatto alla penitenza e vi si recò, rifugiandosi dentro un albero cavo. Arrivato all’età di oltre 97 anni San Pellegrino scrisse in una corteccia d’albero la sua vita, e poi morì. Due coniugi modenesi, avvertiti in sogno da un angelo, ritrovarono il suo corpo come fosse vivo, custodito da una gran moltitudine di animali. Accorsero sul luogo vescovi e popolazioni della Toscana e dell’Emilia. Sorse però una disputa, fra gli stessi emiliani che volevano portare il Santo in pianura, ed i toscani che lo rivendicarono, essendo morto nei loro confini. La salma venne posta così su di un feretro tirato da due torelli indomiti, uno toscano ed uno emiliano, che si fermano sul luogo detto “termen Salon”. Qui ora sorge la chiesa in onore di San Pellegrino. Dall'altro lato della valle, sempre in quei tempi lontani sorse l'Eremo di San Viano che si trova sulle balze orientali del Monte Roccandagia, proprio nei pressi del sentiero che conduce a Campocatino. Questo magnifico luogo incastonato nella roccia si può raggiungere solo a piedi, arrivando così a circa 1090 metri sul livello del mare. Le
 prime notizie di questa piccola chiesa si hanno in un documento risalente del 1568 che parla di una visita pastorale alle reliquie del santo che vi abitava, ma è probabile collocare la sua esistenza in epoca medioevale. Qui, in questo posto quasi inaccessibile Viviano(oggi patrono del Parco delle Alpi Apuane), viveva in completa solitudine. La maggior parte degli studiosi è concorde nel ritenere che questo personaggio fosse 
L'eremo di San Viano
un viandante proveniente da Reggio Emilia, il quale, non sopportando più gli uomini, si ritirò sulla cima di un monte. La sua scelta di vita da eremita entrò in contrasto con quelle di alcuni pastori del luogo che non videro di buon occhio la figura del futuro santo e tanto meno il suo atteggiamento spirituale. A quanto pare i suoi modi di fare poco ortodossi, lasciarono il segno in quella parte di Garfagnana, dal momento che le sue punizioni per coloro che peccavano erano a dir poco severe. Fra verità e leggenda si racconta che punì alcuni briganti del luogo, facendoli rimanere ciechi, castigò anche una spergiura facendogli ammalare il figlioletto, mentre il bestemmiatore precipitò rovinosamente nel fiume
. Il suo cibo quotidiano erano le preghiere e certi cavoletti selvatici, oggi conosciuti come cavoli di San Viano, che il Signore avrebbe fatto nascere per sfamarlo. Fu trovato morto nella grotta dove abitava, il 22 maggio (giorno in cui si festeggia la santità)  di un anno imprecisato, fu sepolto nel cimitero di Vagli di Sopra; ma per ben due volte la sua salma tornò miracolosamente all’amato eremitaggio. Cominciò così la sua venerazione, che portò alla costruzione della chiesina in quel luogo impervio dove egli si era ritirato dal mondo. Su uno sprone roccioso fu invece costruito l'Eremo di Capraia. Questo posto viene ricordato già nel 1168 in una
Eremo di Capraia
(foto Garfagnana dream)
delle tante guerre medievali fra lucchesi e pisani, quando il castello omonimo fu distrutto nella battaglia. Infatti qui si parlava di un romitorio intitolato a San Jacopo e San Cristoforo. In documenti successivi datati 1467 si racconta di una chiesa con la stessa titolazione che risultava essere però "destructa". Ulteriori documenti la menzionano nel 1658, e nel 1716 ad essa venne aggiunta la titolazione attuale di Santa Maria. All'interno ospita la bellissima "Madonna con bambino" attribuita a Pietro da Talada. Invece, a due chilometri da Minucciano, posto in luogo che un tempo era di passaggio obbligato per chi voleva scendere in Garfagnana sorge il Santuario della Madonna del Soccorso. L'attuale santuario risale al XVIII secolo che sostituiva un più antico eremo costruito fra il 1400 e il 1500 e sorto vicino ad "mestaina" che fu oggetto di venerazione popolare dato che, così si narra, in quel luogo la Madonna intervenne per salvare un bambino che il demonio si voleva portare via. Dall'altro canto la storia vera e propria riferisce che nel 1550 il vescovo della diocesi di Luni (a cui apparteneva territorialmente Minucciano) approvava una confraternita di laici a custodia del posto. I priori scelsero una persona adatta a costudire come eremita questo oratorio e da quel giorno gli eremiti non se ne sono più andati. Ebbene si, ancora oggi all'interno dell'eremo vivono tre eremiti. 
La piccola comunità osserva la Regola di San
Madonna del Soccorso
 Benedetto, vissuta nello Spirito degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona, e ha ottenuto il riconoscimento canonico dall’Arcivescovo Bruno Tommasi l’11 novembre 1994, come associazione pubblica maschile non clericale. E' rimasto così, l'unico dei 16 eremi sorti nei secoli in Garfagnana a essere ancora custodito proprio dagli stessi eremiti. 
L’eremita della Madonna del Soccorso ha la missione di custodire il santuario e di accogliere i devoti che vengono a venerare l'immagine della Madonna. Egli vive appartato, una vita di preghiera e si guadagna da vivere col proprio lavoro e con le offerte che i fedeli lasciano per lui. 

Storie antiche che nel 2021 ancora si ripetono come cose fuori dalla logica moderna, proprio perchè si è portati a immaginare gli eremiti come individui strani e solitari, ma i luoghi comuni, come sempre, non servono a nulla. Sono persone che hanno viaggiato moltissimo, hanno affrontato pericoli di ogni sorta e non rifiutano il contatto con il mondo, semplicemente il mondo, se lo sono lasciato alle spalle.


mercoledì 27 ottobre 2021

I mille modi per cucinare farina di neccio e castagne. Storia e curiosità di ricette secolari

Fu lei la prima a capire tutto e fu sempre lei a comprendere l'importanza
fondamentale di quel frutto autunnale: la castagna. Matilde di Canossa la possiamo considerare senza dubbio alcuno un personaggio di assoluto rilievo, in un'epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore. Era lei la Grancontessa, la Vice Regina d'Italia, che nel 1076 entrò in possesso di uno dei più vasti feudi italiani che comprendeva la Lombardia, l'Emilia, la Romagna e la Toscana. In quei luoghi cominciò a governare con pugno fermo, saggezza e lungimiranza. Quella stessa lungimiranza che la portò ad intuire il valore che poteva avere la coltivazione del castagno, come base per la sopravvivenza alimentare di quelle popolazioni che vivevano sulla montagna, proprio com'era la nostra Garfagnana, terra sotto i suoi domini. A favore di questa coltivazione emanò una serie di regolamenti che portarono al disboscamento delle querce già esistenti, che vennero poi sostituite dai castagni e da veri e propri castagneti che fornirono agli abitanti dei suoi possedimenti una fonte di sostentamento certa. Ma non solo, la Grancontessa si affidò anche alla sapienza dei monaci che con il loro dotto sapere studiarono misure agronomiche per una maggior produttività del 
Matilde di Canossa
castagno stesso, un criterio che ancora oggi viene definito "sesto d'impianto matildico", dove le piante di castagno allevate in forma libera sono disposte a vertici di triangoli sfalsati ad una distanza di circa dieci metri. Con questo sistema si poteva anche sfruttare l'erba del sottobosco quale pascolo per i greggi, in questo modo le pecore avrebbero tenuto pulita la selva e la raccolta delle castagne sarebbe stato più agevole... come si suole dire due piccioni con una fava, ed eravamo nel XI secolo. Insomma, in questo caso Matilde di Canossa fu la spinta per altri politici e regnanti che nei secoli e nelle guerra a venire si insediarono al comando della Garfagnana. Difatti un altro sovrano (in tal senso) illuminato fu Paolo Guinigi, Signore di Lucca, che istituì nel 1487 "l'Offizio sopra le Selve", questo nuovo ente doveva vigilare sui castagneti e doveva far si che queste piante dovessero essere curate con ogni dovizia e sotto ogni aspetto, dato che, in questo modo il castagno avrebbe dato "
cultivazioni più idonee alla produzione di farina buona e serbevole", infatti si riteneva, a giusta ragione, che tale squisitezza avrebbe sfamato una famiglia per gran parte dell'anno. Tutto considerato, visto quello che abbiamo letto possiamo sgombrare il campo da ogni dubbio e dire che la moltitudine di ricette in cui viene impiegata la farina di castagne nacquero proprio in quel
Paolo Guinigi
lontano periodo storico. Le svariate maniere con cui veniva trattata la farina di neccio trovò il bisogno naturale nel garfagnino di diversificare il più possibile la dieta alimentare con i prodotti che la natura offriva, la base sarebbe sempre rimasta la castagna o la sua farina, ma le varianti culinarie diventarono un'infinità. Così, in questo modo, le tullore, i bollocciori, la vinata (e tante altre preparazioni ancora) sono arrivate sulle nostre tavole. Oggi queste bontà della nostra cucina le possiamo considerare senza dubbio un di più, uno sfizio, nonchè una vera e propria golosità, ma in quei tempi andati furono vero e proprio pane per la gente di Garfagnana. Guardiamo allora la storia e i mille modi in cui possiamo trasformare in vera prelibatezza la farina di neccio e le castagne. Innanzitutto andiamo ad indagare sul termine principe e guardiamo il significato della parola "Neccio", riferito proprio alla ghiotta farina. Dobbiamo dire che la derivazione è incerta, è credibile pensare che (così come dice il dizionario etimologico)il vocabolo abbia un etimo latino da "castanea" o da "castaneccio".
Fatto il doveroso preambolo sulla provenienza di tale nome esaminiamo la preparazione per eccellenza: i
l Castagnaccio. Questa assoluta bontà è una fra le più diffuse in tutta Italia, ma è bene sottolineare che la paternità è nostrale. Di solito queste appartenenze culinarie ce le concediamo con "motu proprio", ma questa volta, questa ricetta ci venne attribuita nel 1553 dal frate agostiniano Ortensio Landi di Piacenza nel "Commentario delle più notabile et mostruose cose d'Italia e altri luoghi", infatti ci narra che "Pilade da Lucca fu il primo che facesse castagnazzi e di questo ne riporto loda". Quel Pilade il castagnaccio lo faceva sicuramente con la farina di castagne della vicina Garfagnana: stacciava un mezzo chilo di farina dolce (per una dose-famiglia) e la metteva in una zuppiera, aggiungeva un paio di
Castagnaccio
cucchiaiate d'olio d'oliva, un pizzico di sale e ci versava quasi un litro d'acqua fredda rimescolando sempre, fino ad ottenere una composto piuttosto liquido. Prendeva una teglia, l'ungeva d'olio e ci versava il suddetto composto. Generosa dose di zibibbo, pinoli e noci spezzettate e quindi in forno. Quando il colore era diventato di un bel "marrone castagnaccio" e la crosta croccante, il castagnaccio di Pilade era cotto. Diciamo che questo, come si direbbe oggi fu uno dei primi "street food", ossia del cibo da strada e a conferma di ciò Vincenzo Tanara (agronomo)nel 1644 ci parlava dei "castagnazzi da strada" 
elencando anche varianti oggi impossibili, che prevedevano l’aggiunta di grana grattugiato o di cacio grasso e tenero. Inoltre leggenda dice che lo stesso castagnaccio sia un dolce legato all'amore; che si comporti come un filtro magico e qualunque ragazza che lo porti in dono all'innamorato si assicuri il suo affetto e la sua fedeltà in eterno. Invece "Il Neccio", la classica frittellona arrotolata ripiena di ricotta, era il pasto freddo dei 
Il neccio
carbonai e dei boscaioli garfagnini. La più antica ricetta dei necci racconta che venivano cotti fra testi di pietra arenaria. Stessa finalità aveva "la Pattona di Trassilico", questa preparazione era la classica "merendina" dei trassilichini che andavano a lavorare nel bosco, la sua preparazione però differiva da quella dei necci, 
vedeva sempre un'impasto di farina di castagne, mele a pezzetti, noci, nocciole e fichi secchi sminuzzati. Del tutto si facevano delle palline che venivano poste dentro delle formine e infornate. Il giorno dopo sarebbero state pronte per la veloce merenda del taglialegna. Curiosa invece l'origine del vocabolo "pattona", pare che il nome derivi dal latino "pactus", ossia "compatto", compatte come le palline di questa ricetta. Questa invece è una ricetta per
La pattona
stomaci forti. Il nome è già un preludio: la Vinata. La sua preparazione è antichissima, di solito veniva offerta dopo cena quando gli amici venivano "a veglio" intorno al caminetto, serviva anche per combattere il freddo pungente della Garfagnana quando nelle case contadine il riscaldamento era una lontana chimera, ma non solo, i vecchi dicevano che avesse anche proprietà terapeutiche: "polpava (n.d.r: ammorbidiva) la tosse". Comunque sia l'antica ricetta diceva che nel paiolo bisognava fare una polenta "scria, scria" (n.d.r: molle, molle)di farina di neccio e vino picciolo (un vino rosso ottenuto 
dopo una brevissima fermentazione, di colore molto chiaro). Si faceva cuocere per circa mezz'ora e si versava bella fumante nella scodella. Per capire meglio quando la vinata sarebbe stata pronta da servire ci si rifaceva ad un antico adagio:" quando fa plotta, plotta la vinata è bella e cotta". E se nella vinata l'ingrediente di spicco era ed è il vino, nei Manafregoli il componente principe è il latte. Questa preparazione assume svariati nomi (tutti d'incerta origine) nella Valle del Serchio e Garfagnana: manafregoli, brugiaioli o manufatoli, la ricetta tutta via è la solita in qualsiasi modo venga chiamata: si fa bollire l'acqua nel abituale paiolo, si aggiunge poi la farina di 
I manafregoli
castagne, si mescola in maniera continua fino ad ottenere anche qui un composto piuttosto morbido. Dopo circa mezz'ora si serve in una ciotola condita a piacere con latte, ricotta o panna liquida. Adesso guardiamo invece le ricette che riguardano la castagna vera e propria. Un altro antico processo che si faceva per mangiarle era quello di farle essiccare, ed ecco allora nascere la preparazione delle Tullore. Le tullore sono castagne secche ammollate nell'acqua per circa due ore (così perdono bene la pecchia), fatta questa operazione vanno fatte bollire sul fuoco lento con acqua, latte e foglia d'alloro per altre due ore ancora. Si servono calde, o anche fredde nel latte. Questo strano vocabolo (a quanto pare) prende fondamento da un'altra pianta: la canapa (presente in Garfagnana nei tempi antichi)e da una sua parte detta "tiglia", che altro non è che quell'elemento legnoso del fusto che veniva conciato per farne tela, è possibile quindi che per quanto riguarda le castagne tale vocabolo venga inteso come "acconciate", per far si, che poi in tal modo  diventino morbide. Il Balluccioro o
I ballucciori
 Ballotta che dir si voglia è invece la castagna (buccia compresa) lessata nell'acqua con foglie d'alloro e un pizzico di sale. La bizzarra parola si presta a una interpretazione piuttosto esotica, infatti può darsi che il termine derivi dall'arabo "ballut", ossia ghianda. E delle Mondine cosa dire? Le mondine non hanno bisogno di presentazioni, in tutta Italia sono conosciute come caldarroste e in Garfagnana vengono cotte al fuoco dei camini nella classica padella bucherellata a manico lungo. Prima di essere messa al fuoco la castagna deve essere incisa per far si che poi una volta messa sulla fiamma non scoppi; verso la fine della cottura le castagne vanno bagnate con un bicchiere di vino rosso. L'origine del classico nome garfagnino "mondina" è facile a dirsi, difatti trova fonte dalla stessa parola dialettale "mondare", ovvero pelare, sbucciare, proprio quello che si fa una volta che sono cotte. D'altronde è presto detto nel capire perchè storicamente le castagne hanno fatto da vero e proprio pane per la nostra gente. Il valore calorico di questo frutto è difatti piuttosto elevato (165 Kcal/100g) a causa dell'alto contenuto di carboidrati (36,7 Kcal/100g). Il suo beneficio principale da tenere
in considerazione per il fisico è l'alta carica energetica che dà alla persona, per di più sono consigliate per anemia, apatia e stanchezza, inoltre l'alto contenuto di fibre può contribuire a migliorare la funzionalità intestinale. Non a caso Giovanni Pascoli nel 1908 sulle pagine di un quotidiano argentino dedicato ai nostri emigrati ebbe a dire: "Il castagno è il nostro albero del pane. Ci andrebbe messa, in ogni castagno, una croce, come si fa per gli alberi divenuti sacri". 


Bibliografia

  • "Commentario delle più notabili et mostruose cose d'Italia et altri luoghi" di Landi Ortensio, anno 1550
  • "L'economia del cittadino in villa" Vincenzo Tanara , anno 1665
  • "Dizionario garfagnino" di Aldo Bertozzi, edizioni L.I.R, anno 2017