mercoledì 31 maggio 2017

La tragica deportazione di un popolo: gli Apuani

La deportazione degli Apuani
 dal porto di Luni
La parola deportazione è senza dubbio un brutto vocabolo, proprio perchè ci riporta istantaneamente alla memoria la seconda guerra mondiale e nello specifico lo sradicamento degli ebrei dalle proprie case per esser mandati nei campi di sterminio di tutta Europa. Ma le deportazioni sono sempre esiste, è che nella nostra memoria storica questa è la più recente e quella che forse ci ha colpito di più, ma sicuramente non ci possiamo dimenticare la deportazione degli Israeliti da parte degli Assiri o quella degli africani verso le colonie europee o americane, oppure quella degli indiani d'America nelle riserve e fra le più recenti ed efferate rimane quella che fra il 1915 e il 1916 vide la deportazione di un milione e duecentomila armeni da parte dell'impero Ottomano. Fra tutte queste deportazioni che (come detto) hanno fatto da corollario alla storia dell'uomo rimane una che colpì anche la Garfagnana e la Lunigiana, per bene intendersi non fu una deportazione di piccole dimensioni ma riguardò un intero popolo composto da ben cinquantamila persone circa. Questi eventi saranno meglio noti come la "deportazione apuana". Come abbiamo già visto in altri miei articoli i Liguri Apuani erano un etnia che abitava le nostre terre diversi secoli prima della nascita di Cristo, la loro vita si svolse tranquillamente sulle Apuane (e non solo) dedicandosi alla pastorizia e alla caccia, fino al momento in cui il loro destino non incappò con la dirompente espansione di Roma. Siamo intorno al III secolo a.C e qui incomincia la dura guerra contro i potenti romani che definirono gli Apuani: "durum in armis genus"(abili nell'uso delle armi), tali avvenimenti bellici sono ben raccontati dallo storico Tito Livio (Padova 59 a.C- Padova 17 d.C) in una sorta di "de bello Apuano" ("sulla guerra apuana"), sarà una lotta che si protrarrà per tredici lunghi anni (per questa guerra leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/-de-bello-apuano--di.html). Roma di certo non poteva fermare la sua espansione verso nord a causa di un piccolo popolo e così dopo svariate battaglie senza mai giungere alla definitiva sconfitta degli Apuani, giunse alla più drastica delle decisioni... Correva l'inizio primavera dell'anno 180 a.C
Guerra fra Apuani e Romani
quando i proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo decisero un'azione a sorpresa nel territorio apuano, in men che non si dica dodicimila apuani furono costretti alla resa. Il successo dell'impresa romana fu dovuto furbescamente grazie ad un fatto: infatti proprio quello era il periodo stagionale in cui i nostri antenati si dedicavano ancora ai pascoli invernali che si svolgevano in posizioni meno elevate e di conseguenza meno difendibili, per di più (di solito) le battaglie si sarebbero svolte nel periodo estivo. Una volta assicurato il successo della battaglia i proconsoli con una lettera avvisarono il Senato della vittoria ottenuta e ancora nella missiva si diceva di attendere istruzioni per stabilire il destino dei prigionieri. Il messaggero tornò dopo pochi giorni con la terribile ed impietosa risposta...Agli Apuani fu dato immediato ordine di scendere dalle montagne ma in zone ben lontane dai loro villaggi poichè non vi fosse speranza di ritorno: altrimenti si riteneva senza se e senza ma che la guerra ligure non avrebbe mai avuto fine. Una volta arrivati in pianura ai capi tribù apuani fu comunicata la decisione nei loro confronti: per loro era stata deliberata la deportazione. Roma possedeva un agro pubblico (n.d.r:terre conquistate ai nemici appartenenti allo Stato) nel territorio dei Sanniti (quel territorio che oggi possiamo inquadrare nella provincia campana di Benevento) appartenuto prima ai Taurasini e proprio qui in queste terre sarebbero stati deportati gli antichi garfagnini.In pochi giorni si sarebbero dovuti preparare per il lungo esodo, venne detto loro di far scendere dalle montagne anche donne e bambini e di portare con se i loro beni. La disperazione di questo popolo si manifestò nei loro ambasciatori che tentarono un

ultimo e disperato tentativo di convinzione nei confronti dei due
proconsoli, in cambio della permanenza nella terra terra dei loro padri offrirono la consegna totale delle armi e di eventuali ostaggi, ma l'angoscia di questa gente - racconta ancora Tito Livio- toccò il suo apice quando una tribù situata ai piedi delle Apuane scelse la via del suicidio collettivo per non abbandonare la terra e i sepolcri degli avi, anche questo evento non sortì alcuna pietà e non avendo le forze per ribellarsi gli Apuani dovettero
Il Sannio il territorio
dove furono deportati gli Apuani
ineluttabilmente obbedire. Così quarantamila uomini liberi, con le loro donne e i loro bambini furono trasferiti a spese dello Stato nel Sannio, inoltre perchè poi nelle nuove terre si potessero procurare tutto il necessario per vivere furono assegnate a loro centocinquantamila libbre di argento. Cornelio e Bebio in persona si occuparono dell'esodo apuano percorrendo la dorsale appenninica fino al raggiungimento del Sannio, ad attenderli lì c'erano cinque membri di un collegio con il compito di assegnare le nuove terre, ad operazione compiuta l'esercito romano tornò a Roma per celebrare il trionfo, furono i primi a trionfare-racconta ancora Tito Livio- senza aver condotto nessuna guerra:"
nullo bello gesto". Ma la tremenda diaspora non finì qui. Nel corso del medesimo anno il console Quinto Fulvio Flacco marciò da Pisa con due legioni contro gli Apuani che abitavano nella zona del fiume Magra, anche qui senza quasi colpo ferire furono costretti alla resa altri settemila uomini, nemmeno il tempo di rendersi conto della sconfitta subita e i prigionieri furono imbarcati sulle navi nel porto di Luni e di li portati via mare fino a Napoli per poi continuare a piedi nel Sannio dove raggiunsero i loro sventurati compatrioti, a questo punto si potè dichiarare conclusa una vera e propria pulizia etnica. Gli anni poi passarono e i rudi, caparbi e temerari Apuani furono sostituiti con fedeli coloni romani incentivati da sgravi fiscali ad occupare le nuove terre di Garfagnana. Così ecco nascere le nuove colonie garfagnine: vediamo allora il fido colono Cornelius Gallicanus fondare il paese omonimo (Gallicano), per non parlare del console Quinto Minucio Termo che si insediò nei territori dove sorge adesso il paese di Minucciano e ancora come non dire di Sillano, quando proprio li, il dittatore Lucio Cornelio Silla decise di far costruire alcune
Minucciano paese di fondazione romana
capanne per far riposare e ristorare i suoi uomini durante le abbondanti nevicate invernali. Ma però per Roma non fu tutta rose e fiori l'insediamento nei nuovi territori della nostra valle, difatti in alcune vallate isolate sopravvivevano ancora migliaia di irriducibili Apuani che si erano sottratti al loro amaro destino, agguati e imboscate erano ancora all'ordine del giorno e i nuovi abitanti non riuscivano a trovare pace. Nel 155 a.C venne mandato sulle nostre montagne il console Marco Claudio Marcello e il suo esercito per risolvere per sempre
"la questione apuana", questa volta non ci furono prigionieri e deportati ma solo morti. Così anche l'ultimo apuano fu estirpato dalla propria terra e Marco Claudio Marcello ottenne quel trionfo tanto agognato e sperato dai suoi predecessori nella gloriosa Urbe. E i nostri antenati come vivevano in terra di Campania? Si dice che vivranno per secoli in un isolamento etnico umiliante, divisi addirittura per nome in Ligures Baebiani e Ligure Corneliani, dal nome dei pro consoli che li sconfissero. Comunque sia, nonostante siano passati duemila anni ancora oggi nel Sannio c'è ancora traccia negli abitanti odierni di sangue garfagnino, spieghiamoci meglio. L'illustre genetista Silvio Garofalo da recenti studi fatti e da risultati usciti fuori da un convegno dal titolo "La storia scritta nel D.N.A umano. I geni dei Liguri deportati in Sannio" ha portato alla luce una clamorosa scoperta e così testualmente da una sua intervista ci dice: - La nostra ricerca ha messo in evidenza delle affinità sui geni del cromosoma Y tra gli
L'aspro territorio apuano
abitanti della Garfagnana e della Lunigiana di oggi e quelli che vivono attualmente a Circello e in altre zone della Campania. Gli individui liguri hanno un marcatore che non esiste nel sud Italia, ma che ha un picco nelle zone dove furono deportati gli Apuani- 


Benchè anche l'ultimo degli Apuani sia sparito dalla faccia della Terra nelle nostre vene (e come abbiamo visto non solo nelle nostre)scorre ancora il sangue di questi guerrieri ribelli, ancora qualcosa del loro carattere e del loro spirito è nella nostra anima.



Bibliografia:

  • "Ab urbe condita" Tito Livio "Storia di Roma dalla sua fondazione" 1a edizione originale tra il 27 a.C e il 14 a.C
  • "La Repubblica" articolo di Laura Guglielmi "Cromosoma Y, i geni "deportati" dei Liguri

mercoledì 17 maggio 2017

La straordinaria storia di Ercole Testoni da Bagni di Lucca e...l'affondamento del Titanic

C'è poco da fare, gira che ti rigira i nativi (e i loro discendenti)
della Valle del Serchio si trovano in ogni parte del mondo, sotto questo aspetto con le dovute proporzioni siamo simili ai napoletani, che le puoi trovare anche loro negli angoli più remoti della Terra e riconoscerli dal loro inconfondibile dialetto. Naturalmente a tutto questo c'è un perchè, la nostra valle nei secoli scorsi è stata terra di emigrazione fortissima e i nostri avi e la loro progenie si è sparsa per tutto il mondo conosciuto e se si vuole non è nemmeno difficile trovarli all'interno di storie che hanno fatto epoca e di cui ancora oggi parliamo. In questo senso ecco venire a galla una vicenda interessantissima e particolare, è la straordinaria storia di Ercole Testoni e dell'affondamento del mitico Titanic. La storia dell'"inaffondabile" ormai la sappiamo tutti, James Cameron nel suo bel film del 1997 ha portato ancor di più alla ribalta le vicende di questo transatlantico e sopratutto ha descritto bene quello che patirono i viaggiatori di seconda e terza classe, insomma non sta certo a me raccontare nuovamente una storia che a questo punto tutti sappiamo, ma però mi sento in dovere di raccontarvi i fatti di coloro che in questi avvenimenti sono stati dimenticati, delle loro piccole ma grandi storie che si sono confuse con eventi più considerevoli. Sono passati ormai 105 anni esatti, era la notte fra il 14 e il 15 aprile 1912 quando la nave urtò un iceberg decretando la sua ineluttabile fine, a bordo fra le 2200 persone c'erano 37 italiani (alcuni fonti dicono 47) che sono
10 aprile 1912 il Titanic parte
stati ignorati dalle cronache e dalla storia, solo due si salvarono, gli altri perirono in fondo al mare al largo delle coste americane. Sette di questi nostri connazionali erano dei semplici passeggeri (due di seconda classe e cinque di terza), gli altri trenta lavoravano sul Titanic come camerieri, cuochi e macellai. Fra tutti questi italiani spiccava Luigi Gatti che era originario di un piccolo paese in provincia di Pavia ed era il direttore della sala da pranzo di prima classe, dove sedevano ospiti del calibro di Benjamin Guggenheim magnate del rame o di Isidor Straus fondatore dei famosi Grandi Magazzini "Macy's" di New York, ma non ci si può dimenticare però della gente comune e quindi nemmeno di Emilio Poggi di Calice Ligure(Savona) di professione cameriere che sapeva tre lingue e che lasciò il paese natio con la ferma intenzione di lavorare proprio sul Titanic, oppure che dire del passeggero Alfonso Meo Martino di 48 anni originario di Potenza, mestiere liutaio che parti dal Dorset (Inghilterra)dove abitava con la famiglia per consegnare a New York un semplice violino e ancora ecco che il destino beffardo si accanì su Giuseppe Peduzzi di 25 anni, a 12 era emigrato a Londra, si sarebbe dovuto imbarcare su un'altra nave l'Oceania, ma a a causa di uno sciopero del carbone venne dirottato sul Titanic. Fra tutti questi, sei erano toscani e uno di loro veniva proprio dalla Valle del Serchio (o meglio dalla Val di Lima). Racconteremo dunque di Ercole Testoni di Bagni di Lucca, lì era nato il 14 ottobre 1888 e da li giovanissimo emigrò lasciando a casa gli anziani genitori. Il padre Pietro e la mamma Maria Stefanelli raccomandarono l'anima del figlio alla Madonna quando andò a cercar fortuna in Inghilterra. Partì senza la preoccupazione di moglie e figli (dal momento che non ne aveva), da poco giunto nella terra di Sua Maestà Britannica capitò subito
Ercole Testoni
l'occasione di trasferirsi nella capitale, la città di Londra gli parve subito un mondo meraviglioso, vario e pieno di opportunità, abituato poi alla calma e alla vita contadina della valle questa megalopoli faceva proprio al caso suo e alle sue ambizioni. Nel frattempo, a quanto pare, Ercole conobbe un altro toscano che proveniva da Marradi (in provincia di Firenze,)tale Francesco Nannini che gli raccontò che un certo Luigi Gatti (che era un italiano che già aveva fatto fortuna tanto da possedere già due rinomati ristoranti proprio a Londra), cercava personale addetto alla cucina e alla sala ristorante da imbarcare su un transatlantico diretto nelle lontane Americhe. Ben presto i due giovani si presentarono da Luigi Gatti in persona che raccontò loro che eventualmente sarebbero dovuti salire a bordo a Southampton per il viaggio inaugurale di quella che sarebbe stata la nave più importante e prestigiosa al mondo: il Titanic. L'entusiasmo dei ragazzi salì alle stelle, in più c'era l'occasione di andare anche in America, quella che per gli emigranti era considerata una vera e propria terra promessa. Gatti cercò di placare l'entusiasmo, gli spiegò che anche per lui sarebbe stata la prima esperienza in tal senso, inoltre il lavoro sarebbe stato duro, l'orario di servizio massacrante(andava dalle sei di mattina alle dieci della sera, 
secondo i turni), in più il personale non sarebbe stato assunto dalla White Star Line (la società proprietaria della nave) ma da lui stesso, in aggiunta per essere ben chiari il ristorante
Luigi Gatti 
sarebbe stato di prima classe e cosa più importante li avrebbero mangiato oltre al capitano, anche gli uomini più ricchi della Terra. I due ragazzi dopo tutte le raccomandazioni accettarono anche tutte le condizioni e furono così assunti presso "La Cartè Restaurant", così si chiamava il ristorante di prima classe del Titanic. Nannini fu impiegato come capo cameriere, già aveva una discreta esperienza nel settore, mentre il nostro Ercole partì dal basso, dato che era il suo primo lavoro e che non aveva mai fatto questo tipo di mestiere, fu preso come addetto ai bicchieri, a lui spettava la loro cura e la pulizia, tutto questo per tre sterline e quindici scellini di paga. Il 9 aprile del 1912 Ercole partì da Londra per raggiungere il 10 aprile Southampton, salì a bordo, salutò allegramente anche
Il ristorante di prima classe deò Titanic
 dove lavorava Ercole
lui dai parapetti della nave più famosa al mondo la gente sottostante, che a sua volta festante acclamava la partenza del favoloso Titanic. Cinque giorni dopo, il 15 aprile 1912 alle ore 02:20 il transatlantico dopo l'urto con la montagna di ghiaccio avvenuto poco meno di tre ore prima si spezzò in due tronconi e affondò inesorabilmente nelle gelide acque atlantiche al largo di Terranova, portandosi per sempre con se le speranze di Ercole di una vita felice. Il corpo di
La lista dell'equipaggio
In rosso le 20 persone
assunte da Gatti
Ercole Testoni non fu mai trovato o riconosciuto, i poveri genitori non ebbero nemmeno una tomba su cui piangere, di lui ci rimane solamente l'indirizzo di recapito che fornì il 9 aprile al momento dell'impiego: 132a (o 32a) St. James Buildings, Little Poultenay Street, London. Resta poi l'ulteriore dolore e l'ennesima ingiustizia, quando dei passeggeri sopravvissuti riferirono che i dipendenti del ristorante furono bloccati dal personale interno nelle loro cabine al fine di impedire loro di correre verso le scialuppe di salvataggio, queste voci non trovarono mai conferma ma molto lascia pensare, dato che i numeri parlano chiaro: delle 20 persone assunte da Gatti ne sopravvisse solamente una... 

Due giorni dopo la notizia giunse anche in Italia, così riportava i fatti "Il Corriere della Sera"

ANCORA MANCA UNA LISTA COMPLETA DEGLI ITALIANI NAUFRAGATI" Londra, 17 aprile - A mezzanotte nessuna nuova lista dei superstiti è pervenuta, sembrerebbe che tranne Portaluppi e Peracchio, nessuno degli italiani si sia salvato. Questa notte nelle 50 famiglie di italiani a Londra si soffre per il dolore e per l'angoscia... c'è soltanto una lista parziale della squadra italiana imbarcata come camerieri sul TITANIC [..]. Il sig. Gatti aveva questa lista e si era riservato di telegrafare l'elenco generale alla White Star Line a Southampton da New York. C'era un cameriere italiano, Venturini, che può considerarsi miracolosamente salvato. Ci ha telefonato questa notte da Newcastle, dove vive, dicendoci che
I giornali italiani dell'epoca
alla vigilia della partenza, per un malinteso, non ha ricevuto il telegramma di conferma della White Star Line. Lui ha pensato che l'azienda ha rinunciato alle sue prestazioni ed ha accettato un'altra offerta di lavoro.-
Ercole quindi non fece più ritorno a Bagni di Lucca, una tragica fine di un ragazzo che aveva una vita davanti a se, il suo futuro sarebbe stato negli Stati Uniti d'America, dove già aveva trovato lavoro come assistente maggiordomo. Questa è l'ultima notizia che abbiamo di lui...Requiescat in pace...

In memoria di Ercole Testoni



Bibliografia
  • Particolarità dell'Incarico, dall'ufficio di registrazione Pubblica
  • Rapporto Senato degli Stati Uniti d'America n°806/1912
  • "Corriere Mercantile" Genova, 18 aprile 1912
  • "Il lavoro" Genova 25 maggio 1912
  • "Corriere della Sera" 17 aprile 1912
  • Encyclopedia Titanica- Titanic victim

mercoledì 10 maggio 2017

C'era una volta la canapa. Testimonianze e fatti storici sulla coltivazione della canapa in Garfagnana

la raccolta della canapa
Vi prego, non facciamo la solita ironia da quattro soldi, non ci perdiamo nei consueti discorsi banali. Nel secolo scorso e ancor di più nei secoli passati la coltivazione di questa pianta è stata una cosa seria e il sostentamento di molti garfagnini, solo oggi ricominciamo a scoprire nuovamente la sua utilità negli svariati settori della vita quotidiana. Di cosa sto parlando? Naturalmente della canapa. Oggi sembra strano pensarlo ma l'Italia è stata per secoli (fino ai primi anni del 1900) il secondo produttore mondiale di canapa dopo l'Unione Sovietica. In tutta la penisola (ancora nel 1910) si coltivavano oltre 80mila ettari di terreni e il suon buon contributo a questa produzione lo dava anche la Garfagnana e la Valle del Serchio in genere. Questa coltivazione era una voce importantissima nell'economia contadina nostrale già nel XV secolo, tant'è che in Garfagnana si diceva che la canapa era come il maiale, non si butta via niente, ogni sua parte infatti veniva utilizzata e questo fino agli anni '50, quando poi rapidamente la canapa è sparita dalle nostre campagne "grazie" alla concorrenza del cotone e di altre fibre meno costose, l'invenzione poi delle fibre artificiali decretò il "de profundis" di questa produzione che richiedeva un enorme impiego di forza lavoro e un notevole tribolo. Ancora oggi però, c'è chi si ricorda di questi immani fatiche che servivano comunque a soddisfare le necessità della famiglia e l'allegro amico Giuseppe (quasi novant'anni, portati egregiamente) originario di Castelnuovo ed emigrato poi in Inghilterra, ricorda fase per fase tutta la lavorazione di questa pianta. I ricordi che affiorano alla mente di Giuseppe sono particolareggiati e pensare che sono passati circa settant'anni dall'ultima volta che a messo mano su questo arbusto:

- La canapa veniva seminata verso la fine di marzo e il campo dove
un "canipajo"
veniva seminata era chiamato il "canipajo" (in dialetto). Una volta finita la semina era usanza metter su lo spaventapasseri, di questo se ne occupavano i ragazzetti, ma di solito questa trovata non faceva desistere gli uccelli che erano voracissimi di questi semi, allora a scongiurare questo pericolo ci pensavano i soliti ragazzetti che fino a quando non spuntava la pianticella dal terreno facevano turni giornalieri
 per salvaguardare il canipajo dagli uccelletti. Era una vera e propria meraviglia questa pianta, credetemi,  che a cose normali cresceva rigogliosa e spesso superava i tre metri di altezza. A fine luglio, inizio agosto con una falce i lunghi steli venivano tagliati e posati a terra per l'essiccazione delle foglie. I "mannelli" (fasci di canapa) venivano così incrociati fra di loro con le foglie in
I mannelli messi a seccare a
cono rovesciato
alto in modo che si formasse un cono rovesciato e che in caso di pioggia l'acqua scivolava via meglio, inoltre in questo modo l'aria circolava intorno al fogliame e ciò permetteva alla canapa di non marcire. Una volte che le foglie erano secche i mannelli li sbattevamo in terra e le foglie cadevano dallo stelo velocemente, fatta questa operazione le portavamo a casa nel "riparo" (al coperto) e qui avveniva la selezione, ogni stelo doveva essere di lunghezza uniforme e allora per fare questo i fasci venivano disposti su un bancale e qui selezionati e uniti in altrettanti mannelli di misura pressochè uguale. Verso la metà di agosto avveniva un'altra importante operazione: il macero. Per tale scopo alcuni tratti del Serchio erano l'ideale, figuratevi che in quel periodo dell'anno c'erano per le sconnesse strade garfagnine molti "barrocci" (carri) trainati da buoi carichi di canapa che andavano verso il
il trasporto della canapa
nostro beneamato fiume. Immaginatevi voi che per fare questo lavoro venivano in parte deviate le acque del Serchio per formare delle 
"vasche" chiuse dove veniva totalmente immersa la canapa in due o più strati e per circa otto giorni. Questa fondamentale operazione permetteva lo scioglimento delle sostanze collanti che tengono uniti fibra tessile e stelo. Per tenerla bene sommersa ci si serviva semplicemente dei sassi di fiume, era importante che nessun stelo venisse in superficie, a controllare tutto questo ci pensava il custode del macero che prontamente in caso di bisogno prendeva la bicicletta e andava ad avvisare il proprietario dei fasci in questione. Passati i giorni di macerazione cominciava il duro lavoro
fasci di canapa estratti dall'acqua dopo
la macerazione
dell'estrazione dei mannelli dall'acqua, in compenso ci si consolava con qualche bicchiere di vino e ne approfittavamo anche di scherzare con le ragazze che erano venute a lavorare, in più era una buona occasione per vedere gente che non avevi più visto dall'anno prima, perfino i bimbetti venivano a dare una mano a noi contadini, in cambio davamo loro un mannello di canapa piccola. In questo modo tutti si portavano a casa un po' di canapa da filare durante l'inverno per poi tessere la tela per fare le lenzuola e asciugamani Insomma, nonostante tutto era una giornata di festa, sebbene il nauseabondo odore della canapa macerata non aiutasse tanto questo clima gioioso. Una volta che
la macerazione
tutta la canapa era stata poi tolta dal macero veniva riportata a casa e messa ad asciugare, seguiva poi la fase di lavorazione detta "l'ammaccatura" che consisteva nel battere con dei bastoni lisci gli steli, facendo in questo modo rimaneva solamente la fibra, mentre a terra restavano i "canapujori" che venivano ammucchiati da una parte per essere usati per accendere il fuoco nel camino. Infine per ripulire alla meglio la parte legnosa residua, dopo l'ammaccatura si passava alla gramolatura che veniva fatta quasi sempre da delle giovanotte svelte ed esperte. A questo punto sarebbero passati alcuni mesi prima di rimettere mano alla canapa lavorata in estate. A ottobre entrava in scena una figura fondamentale per la buona riuscita del prodotto finale, questa figura era conosciuta come il "canapino". Il canapino era colui che pettinava
i "canapini"
la canapa, aveva con se dei pettini particolari che passati più volte sulle fibre le rendeva più soffici e lavorabili. A seconda della pettinatura si ottenevano tre tipi di filo: quello più grossolano serviva per fare le corde per vario uso (per gli animali, per stendere il bucato e per usi domestici in genere), poi c'era quello per tessere sacchi, infine si arrivava a quello più pregiato che si usava per la tessitura della biancheria -.

Fino a qui arrivano le memorie di Giuseppe, ma la storia e la tradizione della canapa come già detto si rifà a secoli e secoli addietro, quando il Nardini, esimio storico di Barga racconta nel suo libro "Comunità parrocchiale San Pietro in Campo- Mologno" di lotte feroci fra barghigiani e gallicanesi per regimentare la correnti del fiume Serchio per l'irrigazione dei campi e sopratutto per creare le famose "vasche" per il macero della canapa. Si narra infatti che già nel Medioevo la piana di Mologno aveva una popolazione non stabile, dedita completamente all'agricoltura, nel giorno si adoperava nei
Il Serchio scorre
placido nella valle
lavori dei campi, mentre all'imbrunire rientrava nelle mura dei vicini castelli. In questa piana si effettuavano anche tre tagli di fieno che avrebbe poi alimentato un numeroso bestiame che pascolava beatamente ed in più si riferisce, che in apposite pozze nei pressi della Corsonna e sulle due rive del Serchio si macerava la canapa, queste pozze erano la fonte di interminabili diatribe, a complicare la situazione ci si mettevano anche problemi di confini, poichè il fiume era diviso fra tre stati:quello fiorentino, quello di Modena e quello di Lucca, insomma tutti cercavano di disordinarlo a proprio favore. Per secoli è stato lavoro delle varie Cancellerie dello Stato che cercavano di dirimere pacificamente le spinose questioni e nonostante la buona volontà dei giudici si arrivò anche al fattaccio. Era il lontano 1666 quando i barghigiani e i gallicanesi si presero ad
prodotti in canapa
archibugiate da una sponda all'altra del fiume, proprio per questioni legate alla canapa e in particolare al cambio di direzione delle acque. Come vedete la coltivazione di questa pianta era talmente importante che di canapa si poteva anche morire. Oggi i tempi sono cambiati e non ci rimane che dire che neanche la canapa è più quella di una volta...





Bibliografia:

  • Testimonianza diretta di Giuseppe (non vuole che si menzioni il cognome) di anni 89 abitante nel Regno Unito, ex coltivatore di canapa
  • " Comunità parrocchiale di San Pietro in Campo Mologno" di Antonio Nardini, stampato da tipografia Gasperetti, anno 2006
  • "Una vita fra la canapa" Museo della vita contadina

mercoledì 3 maggio 2017

Una grande scoperta. L'otturazione più antica ha 13.000 anni, ed è opera di un "garfagnino"

Fra le mille paure riconosciute come patologie ce n'è una che è

Le cavità delle otturazioni dei denti
 del Riparo Fredian
(foto tratta da Live Science.
 Credit Stefano Benazzi)
chiamata odontofobia è non è altro che la semplice paura del dentista, riconosciuta come tale anche dall'organizzazione mondiale della sanità. L'appuntamento dal dentista infatti rappresenta per molti di noi uno spiacevole incontro e nonostante ciò, anche se con una sensazione di urtante disagio ci facciamo coraggio e ci rimettiamo a lui con la solita preghiera: - Per cortesia...non mi faccia male...-. Alla fine di tutto questo ci accorgiamo poi che il male maggiore lo subirà il nostro portafoglio. A proposito di dolore... Ma una volta i denti venivano curati? Ma per una volta non intendo cento o duecento anni fa...per una volta intendo ben tredicimila anni fa...Si avete capito bene, è notizia di pochi giorni fa (esattamente del 10 aprile) che in Garfagnana è stata ritrovata su dei denti umani risalenti all'era glaciale la più antica otturazione di sempre. Tutte le maggiori riviste scientifiche specializzate danno notizia del clamoroso ritrovamento e addirittura anche l'ANSA (l'agenzia nazionale stampa associata) riporta la notizia con enfasi. Allora il mal di denti e di conseguenza l'utilità del dentista erano già ben noti ai nostri antenati, e questa otturazione considerata la madre di tutte le riparazioni dentali esistenti non deve essere stata solamente la più
Gli incisivi ritrovati al Riparo Fredian
(foto tratta da Focus.it)
datata ma a mio avviso anche la più dolorosa. La scoperta riguarda due incisivi superiori, rinvenuti nel sito archeologico di Riparo Fredian, situato lungo la Turrite Secca non distante dall'antico borgo dell'Isola Santa. Prima di andare al nocciolo della questione il sito e la zona intorno al Riparo Fredian merita due righe, perchè oltre a questa scoperta questo luogo archeologicamente parlando è fra i più importanti della Toscana ed è frequentato da studiosi di tutto rispetto che attraverso approfondite ricerche hanno ricreato l'ipotetico ambiente, l'economia e le attività quotidiane di questi uomini preistorici che vivevano in quel luogo già dal Mesolitico (periodo che va dal 10.000 all'8000 a. C). Essi effettivamente si occupavano di caccia e raccolta. Ritrovamenti ossei di stambecco confermano la caccia esclusiva di questo animale non più presente nelle nostre zone che con i secoli fu sostituito dal cervo che

divenne così fonte principale d'alimentazione.Qui si praticò la caccia anche ai piccoli mammiferi come lepri, castori e conigli e in questi antichi uomini nel medesimo periodo si intensificò pure la raccolta di bacche e frutti spontanei, in particolare è ben testimoniata la raccolta delle nocciole, data l'abbondanza dei resti di gusci carbonizzati rinvenuti. Fra le varie scoperte fatte, sono stati ritrovati anche utensili in selce di svariate forme (trapezi,triangoli e semi-lune)che certificano che lo strumento di caccia prediletto era la lancia, queste piccole pietre si presume che fossero la punte di queste lance che potevano eventualmente essere usati come frecce e arpioni. Tutti i numerosi ritrovamenti avvenuti in questo sito garfagnino convalidano la tesi che questo posto è fra i più importanti dell'Italia centrale in fatto di preistoria, proprio perchè è ben documentato che qui vi fosse una popolazione stanziale che si spostava solamente nella montagna sovrastante in estate, mentre d'inverno quando in altura cominciava il freddo pungente faceva nuovamente ritorno a valle. Il Riparo Fredian fra le altre cose ha segnato la sua fortuna e il suo destino proprio nei denti, tanto è vero che tra gli svariati resti ossei che sono stati recuperati di animali estinti ci sono due premolari del mitico leone delle caverne, forse di per sè vorranno dire poco, ma quei denti appartengono all'ultimo leone finora documentato sul territorio italiano. Questo fantasmagorico felino è vissuto nelle Alpi Apuane
il leone delle caverne del paleolitico
circa undicimila anni fa, come misurato e calibrato con il carbonio 14. Ma dopo questo doveroso ed interessante preambolo veniamo alla mirabolante scoperta dei giorni nostri, quando antropologi dell'università di Bologna, in collaborazione con studiosi americani e irlandesi hanno scoperto denti umani attribuiti a sei individui di età differenti, ma quelli che hanno fatto sobbalzare dalla scrivania questi esimi studiosi sono questi due incisivi superiori appartenuti a "Fredian 5" (così sono stati ribattezzati dai ricercatori), questi denti da analisi fatte appartengono a un soggetto di non giovane età, inoltre non si conosce il sesso e le condizioni di salute, ma rimane il fatto che possiamo datare con una certa precisione questo eclatante ritrovamento che risale al Paleolitico e con più precisione a tredicimila anni fa, ciò ci può far dire che questa è senza ogni

ombra di dubbio la più antica otturazione al mondo, cosa ancor più sorprendente invece è che già al tempo ci fossero conoscenze rudimentali in materia odontoiatrica, a sostegno di questa tesi il professor Stefano Benazzi (docente presso il Dipartimento dei Beni Culturali dell'Università di Bologna)ci dice che attraverso l'analisi dei denti di questo uomo preistorico,(fatte con diverse tecniche di microscopia) sono stati individuati due fori centrali, trattati con piccole incisioni, per meglio capirsi queste cavità furono scavate e allargate presumibilmente per ripulire l'area dalla carie e con ogni probabilità questa operazione fu effettuata con schegge di pietra (l'equivalente del trapano attuale del dentista moderno):- Sulla parete dentale-ci dice ancora Benazzi- abbiamo trovato una serie di minuscoli segni orizzontali-. Ma il dettaglio sorprendente non risiede in queste incisioni, ma nella specificità del trattamento, infatti i ricercatori attraverso svariate metodologie di indagine che vanno dai microscopi elettronici a scansione per arrivare alla tomografia ai raggi X, hanno individuato all'interno dei denti tracce di bitume, associate a fibre vegetali e peli animali e se i frammenti vegetali e i peli potrebbero essere rimasti "intrappolati" accidentalmente nella cavità, la presenza di bitume al suo interno non può essere casuale, quindi questa è (così dicono gli esperti) una vera e propria cura con finalità terapeutica e questo mix di fibre vegetali, peli e bitume è da considerarsi una vera e propria pasta per otturare l'apertura, ridurre il dolore e impedire al cibo di andarsi a
Gli incisivi del Riparo Frediam
(foto tratta da macedonialine.eu)
depositare nella zona sensibile. Era una soluzione rozza e probabilmente anche fastidiosa, ma questo ci indica che questi uomini avevano una certa conoscenza delle piante officinali, l'archeologo Claudio Tuniz dell'università di Wollogong (Australia) ci suggerisce che il bitume in associazione con le fibre vegetali potrebbe essere stato usato come disinfettante, inoltre ci spiega che la necessità di questi interventi dentali sarebbe con il tempo diventata sempre più importante e in questo influi molto il variare della dieta dei primitivi, in particolar modo quando furono introdotti i cereali e i cibi zuccherini come il miele.

Rimane quindi per questi universitari un'immensa soddisfazione per le ricerche fatte, i dettagli di questo studio sono stati pubblicati nientedimeno che nella famosissima rivista scientifica "American Journal of Physical Anthropology"
Gli incisivi di "Fredian 5" sono quindi il più antico esempio di
La famosa rivista
questo tipo di intervento e l'indelebile traccia lasciata dal primo dentista della storia dell'umanità, che come abbiamo letto era sicuramente un "garfagnino".





Bibliografia:


  •  "American Journal of Physical Anthropology" pubblicazione del 27 marzo 2017
  • 6° Convegno di Archeozoologia. Università di Pisa