mercoledì 20 settembre 2017

Gli "Enemy Aliens" garfagnini. L'internamento degli italiani in America nella II guerra mondiale

Queste sono le dolorose vicende accadute durante la II guerra
l'ingresso nel campo di concentramento
di detenuti italiani
mondiale a due famiglie originarie della Valle del Serchio, che in questo articolo hanno scelto di rimanere anonime. Sono due famiglie che oggi (e come al tempo dei fatti) vivono serenamente e agiatamente negli Stati Uniti d'America, una proveniente da Barga e da tre generazioni residente in California, mentre l'altra è di Vergemoli ed è nello stato dell'Oregon da circa novant'anni. Hanno una cosa in comune, oltre alla solita origine, hanno da raccontarci la storia dei loro avi, partiti da emigranti dalla Garfagnana nei primi anni del 1900, pieni di buone speranze di essere accolti nella Terra Promessa d'America come lavoratori e cittadini onesti...e così fu, fino al momento in cui non furono dichiarati "Enemy Aliens", ossia, stranieri nemici.

Chi erano coloro che gli stessi americani identificarono come Enemy Aliens? Tutto cominciò quel maledetto 10 giugno 1940 con la dichiarazione di guerra, quando Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia palesò la volontà di mettere a ferro e fuoco Gran Bretagna e Francia e si concretizzò definitivamente nei fatti l'11 dicembre 1941, quando anche gli Stati Uniti d'America diventarono ufficialmente nostri nemici. A quel punto seicentomila civili italiani e italo -americani regolari che si trovavano sul territorio statunitense furono trattati da ostili e per questo sottoposti a coprifuoco, ai controlli della polizia, al sequestro dei beni e alla
I giornali dell'epoca italiani parlavano già
degli arresti degli italiani negli U.S.A
deportazione in campi di concentramento americani, tutto questo senza aver commesso nessun tipo di reato. Avvenimenti poco conosciuti questi, che anche gli stessi italiani che furono sottoposti a queste restrizioni cercarono presto di dimenticare, sono stati oltre settant'anni di silenzio e giusto negli ultimi lustri comincia a riaffiorare qualche storia che i nipoti e i figli di questi poveri deportati hanno raccolto dai loro nonni, zii o padri, episodi che raccontavano malvolentieri, narrazioni quasi estorte dalle loro bocche, l'amarezza e il pudore affioravano dalle loro parole per un Paese che mai a loro ha chiesto scusa. Ecco allora le testimonianze da me raccolte, grazie all'aiuto fondamentale dell'amico giornalista freelance Francis Poli che mi ha messo in contatto con queste due famiglie sopracitate che mi hanno raccontato le vicende dei loro cari, relegati nel campo di concentramento di Fort Missoula nel Montana. Anche i parenti (come detto) per rispetto alla volontà che fu espressa dai loro antenati hanno preferito rimanere anonimi.

"Il primo a partire- racconta Al (diminutivo di Alfredo)- fu mio padre da Vergemoli. A Vergemoli lavorava nei campi, era il secondo
Il campo di concentramento di Fort Missoula
di nove fratelli e da mangiare per tutti non ce n'era. Prese così la decisione insieme ad uno zio di partire per l'America. Raggiunse così le coste del New England dove lavorò come facchino nei vari porti della zona, poi si presentò l'opportunità di trasferirsi in Oregon a lavorare come taglialegna, qui la paga era buona, così mio padre richiamò anche mia madre dal'Italia. Si stabilirono definitivamente a Medford ed ebbero quattro figli (fra cui io). Purtroppo mio padre morì presto e mia madre rimase sola con i bambini da crescere. Il mondo ci cadde addosso un giorno di novembre del 1942, quando ricevemmo a casa due comunicazioni ufficiali del governo. La prima ci informava che durante l'operazione Torch (n.d.r: l'invasione del Marocco da parte delle truppe americane) mio fratello era deceduto sotto il fuoco avversario durante lo sbarco, mentre l'altra lo stesso governo che aveva portato via un figlio a mia madre per difendere la bandiera a stelle e strisce ci dava notizia che proprio la mia mamma era stata classificata come "enemy alien"...una straniera nemica. Quanto prima doveva prepararsi per essere arrestata ed internata. La polizia e l'F.B.I sarebbero venuti a prenderla"

La cronaca di quel periodo ci racconta che la polizia nel giro di poco tempo chiuse scuole, giornali, circoli italiani, pizzerie, rosticcerie, tutti luoghi sospettati di essere centri di
I giornali americani cosi
dicevano "Gli Italiani
hanno colpito.
Mussolini è in azione qui"
propaganda fascista o addirittura cellule fasciste di reclutamento.

"Mia madre -continua Al- non si riprese più, dopo la liberazione la nostalgia per la Garfagnana fu ancora maggiore, pregava giorno e notte che la riportassimo a vivere all'ombra della Pania, non fu mai possibile se non in qualche breve vacanza, ed è il mio più grande dispiacere"
Per capire bene a che livello fosse in America la psicosi anti-italiana è emblematico il fatto successo a Francesco Di Maggio che abitava a San Francisco, era il padre del più famoso giocatore di baseball di tutti i tempi Joe Di Maggio (futuro marito di Marilyn Monroe), mentre lui era negli stadi a infiammare le folle il suo papà era a casa agli arresti domiciliari per il suo cognome italiano...e lui era fra i più fortunati. Niente in confronto a quello che successe a Mario, partito da Barga in giovanissima età, ben presto dimenticò il paese natio, si trovava bene in California, il clima, la gente, la fidanzata appena trovata e un buon lavoro. Tutto bello fino al giorno in cui tornò a casa dopo aver svolto alcune faccende domestiche e lì trovò la polizia ad attenderlo: "Gli chiesero di seguirlo - racconta il nipote- lui gli rispose perchè, la risposta degli agenti fu lapidaria: sei italiano. A mio nonno gli fu poi sequestrato anche il suo peschereccio, strumento principale del suo lavoro. Lavorava infatti come pescatore e forniva pesce alle industrie del settore. Le autorità portuali dichiararono che il suo peschereccio "italiano", così come tutti quelli "italiani"  presenti sulle coste californiane potevano essere usati per introdurre nel Paese armi o spie".
A causa di tutto questo l'industria della pesca californiana subì un tracollo vertiginoso, gli italiani pescavano il 90% del pesce locale.
Sempre il nipote di Mario ci narra che la stessa sorte di suo nonno la subirono anche i vicini di casa del quartiere italiano: 
"Rimanevo sempre a bocca aperta ed incredulo quando mi diceva che un suo amico paralizzato fu portato via su una sedia a rotelle,
Particolare di Fort Missoula
perdipiù era residente legalmente negli U.S.A da oltre cinquant'anni".

Come detto i più fortunati che per qualche motivo agli occhi dell'F.B.I apparivano meno "pericolosi" se la cavavano con forti costrizioni alla libertà personale, come il divieto di allontanarsi oltre i dieci chilometri da casa e con l'obbligo di firma alla stazione di polizia più vicina, per gli altri la destinazione era il campo di concentramento. Ma com'era la vita in questi campi di prigionia?
" Mio nonno Mario fu rinchiuso a Fort Missoula, e diceva che malgrado l'inquietante presenza del filo spinato e delle torri di guardia sorvegliate da soldati armati non si stava poi tanto male, il mangiare non mancava mai e fu ancor meglio quando arrivò nel campo l'equipaggio di una nave da crociera, si arrivò a mangiare perfino bene, tant'è che anche le guardie stanche del rancio
Internati Italiani
venivano a cenare nelle cucine del campo"
. Insomma niente a che vedere con i lager tedeschi o i gulag russi, capiamoci bene, ma benchè questo, la libertà che è il bene più importante era pur sempre negata.

La caccia all'italiano durò fino alla caduta del regime fascista (25 luglio 1943) e cessò definitivamente con l'armistizio di Cassibile (8 settembre '43), ma già quando il presidente americano Roosevelt alla fine del 1942 era in odor di nuove elezioni presidenziali, desideroso di accaparrarsi il sostegno degli italo americani, allentò fortemente le restrizioni per i nostri connazionali sospendendo di fatto ogni imprigionamento.
Gli internati fecero così mestamente ritorno alle loro vite e alla propria casa:
"Molti - afferma ancora Al- dei nostri amici e conoscenti dopo questa brutta esperienza fecero ritorno in Italia e anche in Garfagnana.Un amica della mamma (nata nel paese di San Romano) e tutta la sua famiglia, compresi i tre figli nati negli Stati Uniti furono tutti arrestati ed imprigionati, ottenuta la libertà lavorò giorno e notte per racimolare soldi per tornare con la sua famiglia in Garfagnana. Il suo terrore era che prima o poi sarebbero tornati per catturarli nuovamente. Quando la signora salutò mia mamma per fare ritorno nella Valle del Serchio si congedò con queste parole: -Meglio poveri, ma liberi a casa propria-"
Oggi parlamentari americani di origine italiana lottano perchè vengano perlomeno riconosciute agli emigranti italiani delle scuse ufficiali che mai ci sono state, un bel documentario intitolato "Bella Vista" (n.d.r: l'ironico nome che i prigionieri avevano dato a Fort Missoula)e un libro della studiosa Carol Van Valkenburg
Mappa dei campi di detenzione americani
("Alien Place") hanno riportato a galla l'attenzione dell'opinione pubblica. Medesima sorte (anzi molto peggiore) toccò ai giapponesi in terra americana, il presidente Clinton però, anni orsono riconobbe la colpa e oltre che chiedere fortemente perdono il governo statunitense pagò un rimborso di oltre ventimila dollari a ogni nippo- americano internato. Agli oltre seicentomila italiani fino ad oggi l'unico tributo è stato il silenzio... e niente più. 



Fonte:

  • Un ringraziamento particolare a Francis Poli giornalista freelance americano ma di chiare origini lucchesi, per avermi segnalato e messo in contatto con le famiglie sopracitate. L'articolo rivisto e integrato verrà pubblicato negli Stati Uniti sul periodico "Voce Italiana", giornale per italo americani di Washington D.C

mercoledì 13 settembre 2017

"Il tiro della forma". Storia e origini di uno sport e di un mondo tutto particolare...

Il momento del lancio
Chi vuole identificare la Garfagnana in un gioco non può pensar
altro che a "Il tiro della forma", inutile girarci intorno la passione, l'esaltazione e il fanatismo che ha dentro di sè questo sport nemmeno il calcio. Ormai si pratica in pochi luoghi della nostra valle, ma dove ancora si gioca intorno a se vive un mondo particolare, fatto di varia umanità, di strategie, di alleanze e di... scommesse. E' sempre stato così fin dai secoli scorsi, in certe epoche per evitare disordini sociali fu anche proibito il suo svolgimento in modo da tenere pacifiche le nostre umili comunità. Infatti il gioco ha origini antichissime e come ogni gioco che si rispetti ha le sue regole e le sue leggi. Ma andiamo per gradi e prima di approfondire l'argomento spieghiamo bene a chi non conosce questo passatempo in cosa consiste. Le sue regole generali sono semplici a dirsi: fra due contendenti vince colui che riesce a tirare (o meglio a far rotolare) una forma di formaggio il più lontano possibile, detto così lo scopo del gioco può essere quasi puerile, al limite dell'infantile, ma alla fine di questo articolo il mio ignaro lettore cambierà idea.
Il luogo in cui si svolge oggi (e sempre si è svolto) è all'aria
Il campo di gioco: il tiro (Gallicano anni 80)
(tratta da Daniele Saisi blog foto di
Adolfo Da Prato)
aperta, di solito è situato all'ombra dei nostri secolari castagni o nelle piane del fiume, nei tempi remoti il gioco si svolgeva però per le vie dei paesi. Ma per quale motivo in Garfagnana è nato e si è sviluppato questo anomalo e bizzarro divertimento? L'illustrissimo professor Alcide Rossi nel suo libro "Folklore garfagnino" del 1967 individua tre cause, la prima fa riferimento alle caratteristiche economiche della Garfagnana e quindi alla forte attività pastorizia e alla conseguente abbondanza di formaggio pecorino, la seconda la si può ricercare nelle scarse e disagiate vie di comunicazione per raggiungere i borghi vicini, perciò per rompere la monotonia paesana i pastori locali s'inventarono questo svago per grandi e piccoli, la terza causa stava nel poco costo e nella grande produzione di
il raro libro di Rossi di
mia proprietà
formaggio, per questa ragione perderlo o vincerlo non incideva in maniera particolare sul portafoglio del giocatore. 

Prima di cominciare una partita seria a monte di tutto esisteva un cerimoniale vecchio di secoli, così agli inizi del 1900 a Castelnuovo (in località Carbonaia) il giovedì verso le due quando terminava il mercato cittadino, gli uomini raggiungevano "il tiro"
(n.d.r: così si chiama il luogo della competizione), appassionati e curiosi si accalcavano nel luogo stabilito pronti ad assistere ai consueti rituali; uno dei partecipanti si avvicinava alle pile delle forme di formaggio e una volta scelta la più adatta a sè (secondo gli allenamenti fatti o al proprio fisico)l'alzava in alto in segno di sfida, una volta che questa era stata accettata ci si accordava sulle regole da mettere in campo, giacchè erano tre le varianti della competizione. La prima era quella classica ed era chiamata "la scinta" e consisteva nel lanciare la forma una sola volta, il più lontano possibile, oppure si poteva
il momento della scelta della forma
(archivio Pascoli.Comune di Barga)
anche scegliere per "la sfunata e rivolta", ossia era possibile fare anche un tiro (oltre che di andata) di ritorno sul medesimo percorso. Il cosiddetto "rivoltatiro" era la seconda opzione, qui i due giocatori facevano il proprio lancio dalla medesima posizione e il secondo in direzione opposta nel punto esatto in cui si era fermata la forma dell'avversario nel tiro precedente. Infine la terza e ultima modalità era chiamata in maniera diversa da paese in paese e così la si poteva denominare sia "vantaggio", "resa", "aggiunta" o "abbuono" e veniva solitamente applicata quando era evidente la differenza di forza fra un competitore ed un altro, in questo caso il più forzuto concedeva qualche metro di vantaggio al più mingherlino, questo vantaggio veniva misurato "a pugno" o a "bracciata". Vediamo gli strumenti indispensabili per qualsiasi rispettabile concorrente, Alcide Rossi descrive minuziosamente in
Qui si vedono bene il tricciolo,
 la manetta, il briolo e il bracciolo

termini tecnici tipicamente garfagnini tutti gli utensili per una buona partita e spiega che stabilita la modalità di gioco la forma viene bucata sul dorso, in modo da identificarla come prenotata e sopratutto tale buco servirà per introdurvi il piccolo nodo che si trova sull'estremità del "tricciolo". Il "tricciolo" è una cinghia intrecciata fatta solitamente di canapa ed è l'indispensabile attrezzo che serve per avvolgere, lanciare e dare il movimento rotatorio alla forma, normalmente non è larga più di due o tre centimetri e la sua lunghezza deve essere tale da arrotolare tre volte e mezzo le piccole forme e quattro volte le grandi, termina con una "manetta", un passante in cui il giocatore introduce la mano, altro aggeggio essenziale e il "brioloun traversino di legno di cinque o sette centimetri che si afferra fra il dito indice e il medio e serve per sostenere e tener ben ferma la forma. Fondamentale per la salute del giocatore è invece il "bracciolo", cioè un bracciale di cuoio di otto centimetri di larghezza da mettersi ben stretto al polso, che fa si che i tendini del polso stesso non si strappino, in special modo quando si tirano forme che superano i quindici o anche i trenta chili di peso.
Prima di effettuare qualsiasi lancio esiste anche una parte squisitamente tecnica, dove i giocatori controllano le forme di formaggio, le battono con le nocche per verificarne la compattezza e
vengono anche provate sul terreno di gioco per vederne l'equilibratura, viene poi ispezionato anche il rettilineo dove si svolgerà la partita per ravvisare bene quale percorso fare alla propria forma.
Un semplice pari o dispari decide chi inizia per primo:
"L'atleta sorteggiato per primo cinge la forma il più aderente possibile con il "tricciolo" introduce la mano nella "manetta", aggiusta "il briolo" ad una distanza tale da essere strettamente afferrato, alza e abbassa alcune volte il braccio quasi a provarne la perfetta elasticità e si  accinge "a sfunare" cioè a lanciare la forma. La folla che nel frattempo vociava e lanciava frizzi come per incanto al grido di "eccola, eccola" sgombra la pista tirandosi ai margini e sgrana gli occhi su tutti i movimenti del tiratore, il quale prima inizia la rincorsa adagio adagio, poi accelera sempre più e giunto alle vicinanze del segno, precedentemente fatto sul terreno e che non deve oltrepassare, spicca un salto e "sfuna" o "scinge" la forma"
Già il salto. Il salto sembra una cosa da poco ma è basilare per una

(Archivio Pascoli-Comune di Barga)

buona riuscita del lancio, importante è che sia eseguito al tempo propizio, con eleganza ed elasticità nei movimenti. La partita naturalmente si concludeva con un vincitore che generalmente diventava proprietario della forma, almeno che non ci fosse stato il precedente accordo di giocare "a gode", in quel caso la forma veniva totalmente pagata dallo sconfitto che però aveva diritto alla metà. Una regola a cui si conformavano tutti "i tiri" della valle era quella che se nel caso la forma di formaggio si fosse spaccata per un urto o altro qualsivoglia incidente ai competitori spettavano i pezzi più grossi e gli spettatori più svelti (di solito erano i bambini) si potevano accaparrare il resto. Per chi non ha conosciuto questi luoghi non può immaginare cosa ci girava intorno, tutto questo rappresentava un momento di forte aggregazione, la folla che assisteva alle partire era pervasa da emozioni forti che rasentavano la totale esaltazione: 
" Era tutto un vociare, uno stringere mani, un dare consigli ai
L'ambiente del tiro
Gallicano anni'80 (tratta da
Daniele Saisi blog foto di Adolfo Da Prato)

(
tiratori, un sussurrare all'orecchio dell'atleta su cui era stata puntata la somma, chissà quali raccomandazioni segrete, un agitarsi frenetico ed un trinciar giudizi su questo o su quel tiratore"
I giocatori più forti erano visti come delle vere e proprie star, la loro fama si spandeva per tutta la Garfagnana, ma naturalmente quello che attirava (e attira) di più la gente erano (e sono) le scommesse, la possibilità di racimolare un bel gruzzoletto la faceva da padrona e si puntava dalle piccole somme a somme ben consistenti su questo o su quel giocatore, allora a quel punto la trepidazione saliva di partita in partita e l'agitazione si sentiva nell'aria, speranza e timore erano i sentimenti che prevalevano e di li a poco gli animi si sarebbero sicuramente surriscaldati (aiutati da qualche bicchiere di vino) e non era difficile che al culmine della partita ci fosse qualche contestazione sulla sua regolarità ed allora ecco che scoppiava la baruffa e il passo dalla baruffa alla rissa era breve... Era proprio per questi motivi che nei tempi andati il gioco era stato proibito. Nel 1605 a Camporgiano era stato ordinato che:"per evitare li scandali ed ogni altro buon rispetto, nessuna persona terriera o forestiera aderisca, ne presuma tirar trottole di legno"Infatti certe volte quando le competizioni si svolgevano all'interno dei paesi capitava spesso e volentieri che le forme urtando sui muri delle case si rompessero ed allora in alcuni casi erano sostituite con forme di legno. Comunque sia anche Gallicano nel 1668 ribadì il suo no a questo sport: "Per l'avvenire s'intende sia proibito nel Castello di Gallicano e suo territorio ad ogni persona di tirar formaggio, girella, ecc per le strade o altrove senza licenza del signor Commissario, pena di due scudi d'oro per uno". A Vergemoli
Ancora oggi in certe occasioni speciali si
tira la forma nei paesi
invece furono molto più risoluti, era il 1764: "il giuoco, della trottola, forma o ruzzolone e perpetuamente bandito e proibito da S.A Serenissima entro l'abitato di Vergemoli", non contenti l'anno successivo inasprirono la legge quando il gioco venne vietato "in tutta la terra di Vergemoli". Dentro il paese non era nemmeno difficile che un povero malcapitato prendesse una forma sulla testa e così a Palleroso nel 1848 si denunciava che: "gravi danni ai fabbricati ivi esistenti ma anche pericoli dei viandanti terrieri o forestieri, che anzi, giorni orsono fu sorpresa una giovane che transitava per la strada da un colpo di forma, che la rovesciò in terra tramortita, con relative contusioni". Nonostante le proibizioni nessun paese rispettava la legge e si continuava tranquillamente a giocare, a sorvegliare sul mantenimento dell'ordine pubblico c'erano gli agenti comunali che spesso invece di vigilare...: "L'agente del luogo anzichè impedirlo è uno dei giocatori che colla presenza, e coll'esercizio incoraggia gli altri ad un gioco tanto riprovevole e pericoloso nelle pubbliche strade". Su questo divertimento volle metter becco anche la Chiesa, possiamo immaginare il proliferare di bestemmie ed improperi e allora ci si ricordò di un fantomatico articolo 4, di una notificazione datata 7 aprile 1820 che così diceva: "Nei giorni di Festa è proibito

qualsiasi gioco, e soltanto potranno esercitarsi i permessi della legge, ultimate però le funzioni ecclesiastiche della sera".
Insomma come vedete il tiro della forma per la Garfagnana non è un semplice passatempo, ma è un qualcosa che è intimo, vivo e palpitante e per chi non ha mai visto o vissuto l'ambiente del "tiro" consiglio di farci un salto, almeno una volta, scoprirete tutti i sentimenti del genere umano...


Bibliografia:

  • "Usanze, credenze, feste, riti e folclore in Garfagnana" di Lorenza Rossi edito dalla Comunità Montana della Garfagnana- Banca dell'identità e della memoria, anno 2004
  • "Folklore garfagnino (il tiro della forma)" di Alcide Rossi edito Leo S. Olschki Firenze, anno 1967

mercoledì 30 agosto 2017

I cognomi più diffusi in Garfagnana e la loro storia

Buffi, stravaganti, curiosi e talvolta simpatici: i cognomi hanno un
legame strettissimo con la storia, narrano le vicende di individui o di intere famiglie, sono strettamente legati ai luoghi e alle circostanze che li hanno generati. Infatti studiare questa materia, esplorare la genesi e l'etimologia di un cognome è il modo migliore per scoprire come vivevano i nostri antenati, che mestiere facevano e perfino quali caratteristiche fisiche li contraddistinguevano.
Naturalmente nemmeno la Garfagnana sfugge a queste peculiarità e la nascita dei nostri cognomi non si differenzia da quelli di tutto il resto d'Italia, ed effettivamente la loro comparsa vedeva la necessità di distinguere le persone fra loro e di censire la popolazione. I primissimi registri di nomi erano già presenti in epoca romana(questi romani erano proprio un passo avanti !!!) e i cittadini venivano segnati in base a tre criteri:

-praenomen: paragonabile al nome proprio di persona
-nomen: anche se il termine inganna è assimilabile al cognome odierno
-cognomen: riconducibile alla definizione contemporanea di soprannome

Tanto per far capire bene presumiamo che il prenomen (il nome) fosse Caio e il nomen o gens (ovverosia la famiglia di provenienza) fosse Giulia, quando questi due nomi non furono più sufficienti per distinguere le persone, poichè gli omonimi erano diventati troppi si aggiunse il cognomen (un soprannome)ad esempio Cesare che
curiosamente significa colui con gli occhi chiari. Ma perchè mi direte voi questi cognomi romani non sono giunti fino a noi? Semplicemente perchè dopo la caduta dell'impero romano i registri anagrafici andarono distrutti o perduti e nei secoli a venire con l'imbarbarimento della società non si senti il bisogno nè di cognomi nè di registri. Però come si sa i tempi cambiano e fra il X e l'XI secolo si ebbe una forte crescita demografica e per distinguere le persone e per rendere sicuri anche gli atti pubblici diventò nuovamente usuale l'uso del cognome da registrare poi nei municipi in cui si abitava. I campi in cui darsi un cognome erano vastissimi e potevano derivare da una caratteristica fisica (Biondi, Gobbi, Bassi, Mancini) o da un soprannome: Rossi ad esempio era attribuito alle persone rosse di capelli, ma non solo, anche dalla provenienza(Dal Colle, Monti, Piacentini), dal mestiere (Fabbri Cacciatori, Barbieri, Tintori), o anche dal capofamiglia (Di Francesco, Di Matteo), figuriamoci che anche i più sfortunati come "i trovatelli", (i piccoli pargoletti che venivano abbandonati negli orfanotrofi) troveranno il loro cognome, ma grazie al loro stato di abbandonati, ecco allora gli Esposito, Innocenti e Trovato. Ma c'è di più, e questo ci fa capire veramente quanto si può nascondere dietro ad un semplice cognome, dal momento che da un'attento studio linguistico si può capire il luogo d'origine della famiglia che lo porta. Analizziamo un cognome derivante da un mestiere, per esempio il fabbro e vediamo  così che di regione in regione ha prodotto cognomi diversi. In Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna è diventato Ferrari, Ferrario, Ferreri, in Toscana e Veneto eccolo trasformarsi in Fabbri e Favero, in Campania e Lazio in Forgione. A dissipare ogni dubbio e a rendere obbligatorio l'uso del cognome  ci pensò Santa Romana Chiesa nel 1564 quando con il Concilio di Trento stabilì che i preti dovessero tenere un registro con nome e cognome di tutti i battezzati. Oggi il 75% dei cognomi esistenti possono essere comprensibili nel loro significato originale, il
Il Concilio di Trento, qui si stabilì
l'obbligatorietà del cognome
resto hanno subito variazioni fonetiche o di trascrizione che ne hanno stravolto il senso originario.

Adesso per tirare le somme e per tornare alla nostra Garfagnana guardiamo comune per comune i primi cinque cognomi più diffusi. Ognuno poi tragga le sue conclusioni e faccia le sue ricerche o ne faccia tesoro per la pura e semplice curiosità.

Camporgiano

  1. Suffredini
  2. Luccarini 
  3. Comparini
  4. Grassi
  5. Bravi
Careggine
  1. Conti
  2. Franchi
  3. Puppa
  4. Poli
  5. Rossi
Castelnuovo Garfagnana
  1. Biagioni
  2. Dini
  3. Rossi
  4. Pieroni
  5. Bertoncini
Castiglione Garfagnana
  1. Rossi
  2. Pioli
  3. Lucchesi
  4. Giannotti
  5. Pieroni
Fabbriche di Vergemoli
  1. Graziani
  2. Giusti
  3. Mariani
  4. Paolini
  5. Rigali
Fosciandora
  1. Bonini
  2. Bertoncini
  3. Lunardi
  4. Nardini 
  5. Salotti
Gallicano
  1. Simonini
  2. Mazzanti
  3. Franchi
  4. Saisi
  5. Poli
Minucciano
  1. Romei
  2. Casotti
  3. Orsi
  4. Paladini
  5. Torre
Molazzana
  1. Biagioni 
  2. Battaglia
  3. Bertozzi
  4. Pieroni
  5. Rossi
Piazza al Serchio
  1. Bertei
  2. Fontanini
  3. Bertolini
  4. Ferri
  5. Borghesi
Pieve Fosciana
  1. Angelini
  2. Toni
  3. Bertoncini
  4. Pieroni
  5. Rossi
San Romano Garfagnana
  1. Satti
  2. Bravi
  3. Biagioni
  4. Crudeli
  5. Salotti
Sillano Giuncugnano
  1. Pagani
  2. Angeli
  3. Bertolini
  4. Danti
  5. Bosi
Vagli di Sotto
  1. Orsetti
  2. Coltelli
  3. Baisi
  4. Balducci
  5. Braccini
Villa Collemandina
  1. Lemmi
  2. Cerretti
  3. Manetti
  4. Mariani
  5. Pieroni
Aggiungerò a questa statistica anche Barga seppur considerata fuori dai classici "confini" garfagnini, in omaggio ai tanti lettori che ho in questo comune

Barga
  1. Gonnella
  2. Biagioni
  3. Bertoncini
  4. Santi
  5. Pieroni  
Facendo quindi un rapido consuntivo generale possiamo considerare che i cognomi più diffusi in Garfagnana sono:

  1. Rossi
  2. Pieroni
  3. Biagioni
  4. Bertoncini
  5. Poli, Franchi, Bertolini e Bravi (grosso modo si pareggiano)
Curiosamente il cognome Rossi che è  il più diffuso in Garfagnana è anche il più comune in Italia con 45.677 famiglie che portano questo cognome di cui 6.092 solo in Toscana.
In provincia di Lucca il segnale è in controtendenza, il cognome Rossi si trova solamente al settimo posto. Fra i primi cinque troviamo:
  1. Guidi 
  2. Papini
  3. Lucchesi
  4. Benedetti
  5. Pardini
Infine per chiudere questo originale e interessante argomento vi lascio un ultimo dato su cui pensare, tratto da uno studio fatto da Enzo
Toscana i cognomi cinesi superano
 quelli italiani
Caffarelli docente di onomastica e pubblicato sulla rivista Anci, il giornale dell'associazione dei comuni italiani, ebbene, il cognome più comune a Brescia è Singh (provenienza India e Pakistan), a Prato vince il cinese Chen, neanche a Milano scherzano i cinesi se è vero (come è vero) che gli Hu ormai battono i Brambilla ed a Imperia la medaglia d'argento è dei tunisini Fatnassi...


Bibliografia
  • Elenco dei cognomi garfagnini tratto da: Italia in dettaglio.it i comuni e la frazioni d'Italia. Da Reti e Sistemi s.r.l (dati aggiornati nel 2016)
  • "Gli italiani del XX secolo" ricerca sui cognomi italiani del professor Enzo Caffarelli pubblicata su Anci (aprile 2012)


giovedì 24 agosto 2017

Una storia antica: il pane di patate della Garfagnana e... del forno a legna

Era proprio (ed è) un'altra cosa...Vuoi mettere una qualsiasi
pietanza cotta in un forno a legna con un altra qualsivoglia cotta in qualunque altro forno? Non c'è paragone. Il sapore, la fragranza e la bontà che da il forno a legna ai cibi resta ineguagliabile. Negli anni passati il forno a legna rappresentava un elemento fondamentale all'interno delle case contadine della Garfagnana, dal momento che il forno veniva considerato il punto focale della casa, fornendo calore, ma sopratutto cibi dai sapori antichi. Questo lo scoprirono già un milione e mezzo di anni fa, quando l'Homo Erectus riuscì a domare il fuoco ed a scoprirne le sue potenzialità, probabilmente un fulmine che infiammò un ramo di un albero fece scattare l'idea dell'utilizzo di quel ramo per migliorare il cibo. Dobbiamo comunque aspettare 29.000 anni e l'Homo Sapiens per giungere alla costruzione di un primo rudimentale forno: una fossa interrata dove veniva messo il cibo, spesso coperto da fogliame, ma tuttavia siamo sempre lontanissimi da quello che poteva somigliare al forno a legna dei nostri nonni. Il forno a legna inteso come lo concepiamo oggi è un'invenzione degli egizi nel 5000 a.C. Alcuni di questi forni sono arrivati perfino ai giorni nostri ed erano costituiti da una struttura conica costruita in mattoni d'argilla del Nilo, aveva un apertura superiore dove si metteva il cibo che era separata da quella inferiore dove si accendeva il fuoco da una lastra di pietra la quale assorbiva il calore della fiamma e lo trasmetteva poi alla parte superiore. Le migliorie con i secoli non mancarono e così anche i greci ci vollero mettere "lo zampino" perfezionando ancor di
Forno a legna egizio
più questa utilissima invenzione, sviluppando l'odierna volta a cupola che evolvendo divenne poi a camera unica con apertura frontale che insieme ad altri accorgimenti permetteva una minore dispersione del calore. I romani naturalmente non potevano mancare a questa evoluzione e una volta imparato dagli stessi greci l'arte di costruire forni vollero dire la loro in materia e siccome erano molto bravi nella costruzioni degli archi applicarono questa loro abilità al forno a legna, infatti decisero che la parte interna doveva essere ad arco, contornando il tutto da un intercapedine vuota che aveva il compito di creare un isolamento termico. Fu una vera e propria rivoluzione alimentare e gastronomica per i nostri cari romani tanto che il re Numa Pompilio introdusse una serie di festeggiamenti chiamati fornacalia. La fornacalia era un'antica festa romana che veniva celebrata nella prima quindicina di febbraio in onore della dea Fornace che era la divinità del forno in cui si cuoce il pane, era a lei che bisognava affidarsi per il buon funzionamento del forno e la buona riuscita del pane. Difatti oggi (e ancor di più al tempo dei nostri avi) il forno a legna serviva sopratutto per cuocere il pane...e che pane!!! Su questo argomento ne sappiamo qualcosa in Garfagnana, dove il pane garfagnino è noto come il pane di patate. Un antica specialità tipicamente locale che può essere datata intorno alla fine del settecento, quando le patate furono introdotte nella nostra valle, qui trovarono subito una terra adatta a ospitare la loro coltivazione, diventando ben presto uno dei prodotti principali dell'economia nostrale. Questo pane è un tipo di pane rustico, faceva parte dei cosiddetti cibi poveri nato dall'esigenza di sostituire gli altri cereali in annate di carestia, integrando così la farina di grano con patate lesse schiacciate. Aveva due caratteristiche principali questa prelibatezza, la morbidezza e sopratutto la lunga durata di
conservazione. Tutto questo era appunto dovuto alle patate che venivano messe nell'impasto e grazie proprio all'umidità di questi tuberi permetteva al pane di mantenersi morbido e di durare per molto tempo. In questo modo le massaie garfagnine impegnate nel lavoro nei campi potevano prepararlo anche una sola volta a settimana, di solito era il sabato il giorno dedicato alla panificazione e una volta sfornato e fatto freddare veniva poi riposto nelle classiche madie. Le pregiate patate indicate per il particolare tipo d'impasto del pane garfagnino (detto anche il "il panon") solitamente provengono da coltivazioni situate nel comune di Sillano, a Metello e Dalli a circa 1200 metri d'altezza. Tutt'ora nelle famiglie garfagnine non è raro che settimanalmente si prepari il pane di patate come una volta, mani sapienti ancora preparano il suo impasto che si ricava mescolando farina di grano tenero o integrale (e in alcuni casi anche di farro), acqua, un pizzico di sale, olio extravergine di oliva, patate bollite e sbucciate (circa un 20% del peso della farina), un poco di semola tritello e lievito pasta madre. Il tutto viene mescolato e lavorato per una ventina di minuti e fatto poi riposare per circa un ora, prima della cottura. Alcuni impastano nuovamente il composto prima di formare le pagnotte che, una volta cosparse di farina di mais, vengono lasciate lievitare per un'ora e mezzo, due ore circa, prima di essere messe nel forno a legna ben caldo e cotte per circa trenta minuti. Una volta pronto il pane di patate si presenta di colore marrone più o meno scuro a seconda della cottura, la sua forma è ovale e raggiunge tranquillamente i due chili di peso. Il sapore è inteso,il suo profumo inebriante, il sapore di patate non è particolarmente deciso, ed è ottimo abbinato ai salumi garfagnini, in
particolare con il biroldo, la mondiola, lardo o pancetta.

Un antico adagio diceva che un vero contadino riconosce la sua terra dal sapore del suo pane...Niente di più vero per il pane di patate della Garfagnana!





Bibliografia

  • "Il pane di patate della Garfagnana. Un sapore frutto della tradizione toscana" La via dei pani delle Apuane di Luisa Malaguti

mercoledì 16 agosto 2017

I liberatori venuti dal Brasile. La F.E.B in Garfagnana 1944-1945

I meriti sono sempre i loro, non è che non ce l'abbiano, anzi, ma
l'America in fatto di guerra quando la vince si prende quasi tutti gli onori (senza condividerli), mentre quando la perde non la perde... non ha semplicemente vinto... è un po' il solito giochino dei nostri politici che ad elezioni avvenute nessuno esce mai sconfitto. A parte ciò, tornando a parlare di guerra questo fenomeno è tipicamente americano e questo ben si dovrebbe sapere anche in Garfagnana, poichè certi onori vanno condivisi e riconosciuti... Chi ha liberato fattivamente la Garfagnana dalle forze nazi-fasciste nella seconda guerra mondiale? In coro la maggioranza di voi mi risponderà gli americani (e in buonissima parte è vero), ma coloro che nei nostri martoriati paesi misero per primi il naso sotto il fuoco incessante degli MP40  tedeschi furono i brasiliani. Quindi diamo a Cesare quello che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio...Si, perchè furono loro, i brasiliani, a liberare e ad entrare per primi nei nostri borghi, furono loro che persero (circa)duemila uomini per liberare l'Italia dall'oppressione nemica, loro, che erano conosciuti semplicemente come F.E.B ovverosia Força Expedicionária Brasileira (Forza di spedizione brasiliana), perchè come vedremo Brasile non è solo calcio e samba. 
il presidente Vargas
Prima di analizzare come i brasiliani operarono in Garfagnana approfondiamo il perchè una nazione lontana migliaia e migliaia di chilometri arrivò a fare una campagna di guerra in Italia. Innanzitutto cominciamo con il dire che il Brasile fu l'unica nazione sudamericana a partecipare attivamente alla guerra, anche se nel 1939 (all'inizio del conflitto) il paese era ancora neutrale, coerente con la politica del suo presidente Vargas che furbescamente decise di non farsi nemica nessuna super potenza in modo di godere dei vantaggi offerti da queste. Questa scaltra manovra durò fino al 1942 quando gli Stati Uniti bussarono alla porta di un Brasile dal governo a dir poco vacillante, chiedendo (o meglio ordinando)l'uso dell'isola di Fernando de Noronhae e della costa nord orientale brasiliana per il rifornimento delle loro basi militari, inoltre dal gennaio del medesimo anno i sommergibili italo- tedeschi iniziarono una serie di siluramenti contro navi mercantili brasiliane, questo attacco contro le navi carioca mirava a isolare il Regno Unito impedendo così di ricevere forniture vitali dal continente sudamericano a sostegno della guerra. Questi attacchi avevano anche un'altro scopo, cioè quello di intimidire il governo brasiliano, in modo che si mantenesse neutrale, dall'altra parte agenti segreti infiltrati e fascisti brasiliani diffondevano la voce che gli affondamenti fossero opera degli stessi anglo americani interessati all'ingresso del Brasile in guerra. Insomma, la situazione non era delle più chiare ma tuttavia l'opinione pubblica non si fece abbindolare, le morte dei civili e i proclami provocatori di Hitler fecero chiedere a gran voce dal popolo lo stato di belligeranza contro i paesi dell'Asse. Detto, fatto ! Il 22 agosto 1942 il Brasile dichiarò guerra all'Italia fascista e alla Germania nazista.
Finalmente dopo due lunghi anni d'attesa da quel 22 agosto 1942
La FEB sta per sbarcare a Napoli
arrivò in Italia sbarcando a Napoli
(era il 2 luglio 1944) il primo scaglione della F.E.B sotto il comando generale di Joao Batista Mascarenhas Morais. L'ambientamento fu subito difficile, le prime settimane furono dedicate all'acclimatamento e all'addestramento, tutto naturalmente sotto la supervisione statunitense, la quale F.E.B. era subordinata. La Força Expedicionária Brasileira fu integrata così in seno al IV corpo d'armata americano sotto il comando del generale Crittemberger, corpo a sua volta assegnato alla mitica V armata comandata dal generale Clark. Quindi era tutto pronto per cominciare le difficili battaglie che attendevano i brasiliani, mancava ancora una cosa, un dettaglio se si vuole, che in qualche maniera contraddistinguesse la F.E.B dagli altri battaglioni integrati dagli Stati Uniti presenti da ogni parte del globo (giapponesi, africani, indiani...): il simbolo. Il simbolo fu infatti realizzato quando le truppe erano già in Italia e tale emblema raffigurava curiosamente un serpente che fuma la pipa, come risposta ironica a chi in Brasile
lo stemma della FEB
sosteneva che era più facile vedere un serpente fumare piuttosto che l'esercito brasiliano partecipare alla guerra in Europa. Curiosità nella curiosità il bozzetto del disegno fu approvato dal ministro della guerra Dutra, durante la visita alle proprie truppe fatta alla metà dell'ottobre '44 quando la F.E.B si trovava proprio in Garfagnana. Venne così iniziata una produzione artigianale presso le varie famiglie garfagnine che ospitavano i soldati, dove le donne si davano da fare a realizzare queste simpatiche figure che poi venivano cucite sulla manica sinistra della giacchetta militare in modo da diversificarsi dagli altri alleati che portavano il loro simbolo rigorosamente a destra. -A cobra està fumando!!!- divenne anche il grido di battaglia e anche stavolta il brasiliano seppe distinguersi, mentre gli altri usavano simboli di forza come teschi, coltelli, fucili, la F.E.B fu presto identificata come "i soldati del cobra che fuma". Fu tale il successo di questa effige che anche Walt Disney ne realizzò un ulteriore bozzetto, ma non venne mai usato dalle truppe. 

La Força Expedicionária Brasileira entrò così in combattimento in Garfagnana e nella Valle del Serchio nel settembre 1944 forte di 25.334 soldati(un secondo contingente si aggregherà nel febbraio 1945), le difficoltà però furono subito evidenti. La carenza di equipaggiamento e del vestiario sopratutto fu la prima cosa che si rese necessaria da cambiare. La divisa d'ordinanza non era sicuramente adatta ai rigidi inverni garfagnini, molti brasiliani poi nei mesi a seguire incontreranno nel loro cammino anche la neve, cosa che loro non avevano mai visto. A fargli la vita difficile ci si mise anche la caratteristica spocchia degli americani stessi, ne è testimone questo singolare episodio che è stato raccolto proprio da dichiarazioni brasiliane e racconta che in una radura in Garfagnana le truppe americane dividevano il campo con le truppe brasiliane. Gli alloggi brasiliani si trovavano a circa duecento metri da quelli americani ma c'era la totale libertà di andare e venire da un campo all'altro, ad un certo punto i brasiliani si
Brasiliani della FEB
(forcaexpedicionariabrasileira1944.
wordpress.com )
accorgono che dalla dispensa sta scomparendo del cibo e anche munizioni, i responsabili di cucina avvertono subito il comandante che gli americani sono stati scoperti a rubare. Il comandante brasiliano così va a parlare con il collega americano che una volta ascoltata la storia e si mette sonoramente a ridere:- Questa è una guerra, non un college, se non sapete proteggere il vostro materiale è un problema che riguarda solo voi...- 
.
Nonostante tutto, in precedenza i brasiliani era già entrati in linea di combattimento nell'agosto 1944 nella zona di Vecchiano (Pisa) e dopo aver liberato Massarosa e Camaiore e aver tenuto un buon comportamento nell'inseguimento dei nazisti in ritirata, i soldati furono spostati come detto nella Valle del Serchio, dove trovarono subito una forte resistenza in Val Pedogna alle porte di Pescaglia. Il 28 settembre i brasiliani ebbero la meglio ed entrarono in paese, li si unirono alla 92° Divisione Buffalo e insieme il 30 settembre entrarono in Borgo a Mozzano, qui stabilirono il proprio comando. In quei giorni non mancò la collaborazione con i partigiani locali e tra il 26 e il
La FEB passata in rassegna a
 Borgo a Mozzano sullo sfondo
il Ponte del Diavolo)
27 settembre il gruppo partigiano "Valanga" prese il controllo del Monte Croce e del Matanna. Sull'altro versante il 1° ottobre gli americani riuscirono ad entrare a Bagni di Lucca, mentre i tedeschi in fuga continuavano la loro opera di distruzione delle varie infrastrutture. Nella solita settimana la F.E.B avanzò di ben 20 chilometri, liberando il 6 ottobre Fornaci e occupando di fatto anche la S.M.I. Il giorno dopo alle 12:15 una pattuglia brasiliana si spinse fino a Barga oramai abbandonata, ma tornò indietro, due giorni dopo alle 10:30 gli alleati con i volti dei brasiliani liberarono e occuparono Barga, a seguire uguale sorte toccò a Gallicano, Sommocolonia, Ghivizzano e Pian di Coreglia. Lo scoglio più duro doveva però ancora venire poichè il fronte si attestò (come ben si sa) sulla Linea Gotica, qui i brasiliani nel tentativo di sfondare per raggiungere Castelnuovo Garfagnana persero molti uomini. Il generale carioca Zenobio cercò di consolidare le posizioni e mandava di tanto in tanto pattuglie in avanscoperta per studiare le operazioni nemiche, così la mattina del 30 ottobre malgrado la forte pioggia si decise l'attacco su
Soldati brasiliani in posa in
 Piazza Garibaldi
a Borgo a Mozzano
Castelnuovo. I contrattacchi tedeschi furono impetuosi e costrinsero i brasiliani a ritirarsi, questo fu l'unico loro fallimento nella campagna di guerra nella nostra valle, nonostante la ritirata furono catturati 208 prigionieri ma purtroppo 290 soldati della F.E.B persero la vita. Questa fu così la loro ultima operazione militare in terra di Garfagnana, il destino della F.E.B prosegui con successo sull'appennino bolognese e modenese, nella provincia di Parma, Reggio Emilia e in parte del nord Italia in genere. 
In questa campagna il Brasile catturò più di ventimila soldati
Brasiliani liberatori
nemici (14.779 solo a Fornovo in provincia di Parma), ottanta cannoni,millecinquecento autovetture e quattromila cavalli, ma quello che pesò di più furono gli oltre duemila morti nelle proprie file che in parte furono sepolti a Pistoia. Nel 1960 furono poi 
trasferiti in Brasile nel monumento che fu eretto nell'Aterro do Flamengo a Rio de Janeiro in onore del loro sacrificio.Cinque anni
dopo sempre a Pistoia nello stesso luogo dove si trovava il cimitero si inizio a costruire il Monumento Votivo Militare Brasiliano, durante i lavori venne ritrovato un corpo mai identificato, si decise così di lasciarlo nel sacrario stesso come milite ignoto.
Nonostante le indubbie avversità la F.E.B tenne sempre un comportamento irreprensibile distinguendosi per coraggio ed energia in tutte le operazioni in cui venne impiegata. Onore alla F.E.B !!!






Bibliografia

  • Si ringrazia sentitamente il portale web portalfeb.com e il signor Caetano Silva per le preziose notizie fornite
  • Notizie tratte anche da: brasilescola.uol.com.br/historiag/forca-expedicionaria-brasileira-feb.htm
  • Questo articolo naturalmente non ha la pretesa di completare tutto l'argomento. Per una maggiore completezza consiglio il libro "Il Brasile in guerra: la Força expedicionária brasileira in Italia" dell'amico Andrea Giannasi 

mercoledì 9 agosto 2017

Leggende medievali garfagnine: " Il cerbiatto bianco e la dama ripugnante"

-Ascolta Paolo, ti voglio raccontare una storia, in modo che quando
avrò finito di raccontarla ti sembrerà di averla vissuta veramente-. Con queste parole la signora Alma inizia a raccontarmi una delle leggende più belle che io abbia mai sentito, così mi affretto a prendere il mio smartphone dalle tasche e ad impostare la registrazione vocale. La leggenda si svolge intorno all'anno mille, quando la Garfagnana  
non aveva un padrone ben definito, ma era tenuta in scacco da una folta schiera di signorotti che con un semplice:-Qui c'è mio !- istituirono posti di blocco, pretesero obbedienza, pedaggi e contributi. La leggenda difatti coinvolge uno di questi signori locali, tale Gherardo di Gottifredo signore delle Verrucole (n.d.r: personaggio realmente esistito) ed un essere mitologico fra i più belli in assoluto: il cerbiatto bianco. Questo animale nelle leggende garfagnine lo sentiamo nominare solo due volte e ciò rende ancor più rara questa storia. I nostri racconti tradizionali di solito sono infestati di lupi, orsi, buffardelli, l'Omo Verde, personaggi tipici alla conformità geografica della valle. Il cerbiatto bianco invece  è fuori da questi canoni e fa parte di quegli esseri dotati di forza magica, nella tradizione celtica sono considerati messaggeri dell'aldilà e secondo leggende sono creature impossibili da catturare e la caccia dell'animale da parte dell'uomo rappresenta la ricerca della sua spiritualità. Si dice inoltre che coloro che riescono a vedere l'animale stanno per vivere un momento di grande importanza a conferma di questo ecco il racconto della signora Alma che parla di questa leggenda ritrovata in manoscritti risalenti al XIV-XV secolo:
Sulle pagine di questo antico testo leggiamo che Gherardo di
Lo stemma di
 Gherardo di Gottifredo
Gottifredo signore delle Verrucole, durante una battuta di caccia, si imbatte in un favoloso cerbiatto bianco, che nelle leggende celtiche è spesso preludio di fantastiche avventure nell’altromondo. Affascinato dalla sua bellezza, egli lo insegue a lungo e quando finalmente riesce a raggiungerlo, lo uccide. In quell’istante, però, un cavaliere dalla sfarzosa armatura gli appare dinnanzi e, rivolgendosi a lui in maniera aggressiva, lo rimprovera aspramente per aver concesso al proprio nipote Lorenzo alcune terre che invece erano di sua proprietà. Il misterioso uomo, che dice di chiamarsi Aldobrandino, minaccia di morte il signorotto locale per questo oltraggio, ma poco prima di mozzargli la testa decide di offrirgli la possibilità di riscattarsi. Se infatti Gherardo, trascorso un anno esatto, si presenterà nello stesso luogo dell’incontro con la risposta ad una misteriosa domanda postagli dal suo avversario, potrà avere salva la vita. La domanda del cavaliere è “Qual è la cosa che la donna desidera di più?”. Gherardo dalle Verrucole accetta il compromesso e, terminata la caccia, torna al suo castello. Nonostante cerchi di non far trapelare i suoi pensieri, il nipote prediletto Lorenzo si accorge della sua preoccupazione e gli chiede quale mai possa esserne il motivo. Gherardo risponde raccontandogli la sua avventura nel bosco e il timore di non riuscire a trovare la vera soluzione all’enigma, così il nipote decide di aiutarlo. Insieme partono all’alba, prendendo direzioni diverse per porre la domanda a più donne possibili. Queste, però, rispondono dicendo che desiderano abiti lussuosi, un uomo valoroso che le sposi, oppure denaro e piccole soddisfazioni materiali; tutte cose che non convincono i due cavalieri. Intanto l’anno trascorre velocemente e Gherardo, seppur abbia riempito due

grossi libri con le risposte di tutte le donne del feudo, non ne ha ancora trovata una che sia veramente soddisfacente. Sulla via che conduce al luogo dell’incontro, in cui Aldobrandino lo attende, egli incontra una dama che cavalca un mulo, con un liuto appeso in spalla. La donna, di nome Lodovica, è davvero terrificante, indescrivibilmente brutta, con la faccia tutta rossa, i denti gialli e storti, le guance enormi, gli occhi simili a quelli di un gufo e il corpo completamente deformato. Ella dichiara che nessuna delle risposte che egli porta con sé è quella giusta, perché l’unica che conosce quella esatta è lei. Tuttavia gliela comunicherà volentieri, a patto che egli le prometta di recarla in moglie al suo caro Lorenzo, in cambio del qual gesto potrà avere salva la vita. Indeciso sul da farsi, data la tremenda bruttezza della dama, Gherardo torna di corsa al castello per confidare a Lorenzo l’accaduto. Il giovane e splendido combattente accetta senza esitazione di sposare Lodovica, nonostante il suo brutto aspetto; così Gherardo, ripresa la strada per il bosco, raggiunge la dama per riferirle la decisione e ricevere la risposta. Ludovica, allora, gli rivela che la cosa che la donna desidera di più è la sovranità. Il riconoscimento completo della sua sacra ed innata Libertà. Recatosi da Aldobrandino, Gherardo risponde alla sua domanda, così l’uomo lo risparmia. Di ritorno al castello delle Verrucole vengono subito
Gherardo di Gottifredo
Signore delle Verrucole
messi in atto i preparativi per le nozze, che la sposa desidera ricchi di cerimonie e festeggiamenti, perché tutti possano conoscere e vedere con i propri occhi qual è stata la scelta di Lorenzo. Dopo il matrimonio i due sposi si ritirano nelle loro stanze e Lodovica chiede gentilmente a Lorenzo di darle un bacio. Il giovane non esita un momento e, anzi, dice alla sua sposa che non farà solo questo, ma adempierà pienamente al suo dovere di marito, giacendo amorevolmente con lei. Ma non appena pronuncia queste parole, voltandosi verso la donna, scopre che al posto della tremenda dama ripugnante vi è la fanciulla più bella mai vista sulla Terra. Sorridendo al cavaliere, Lodovica gli svela di essere stata vittima di un incantesimo, una maledizione terribile che si sarebbe spezzata soltanto quando un uomo fosse riuscito a guardare oltre la sua bruttezza e l’avrebbe sposata. L’incantesimo però non è ancora del tutto spezzato e la fanciulla dice che solo per una metà del giorno potrà essere così bella, mentre per l’altra metà tornerà ad essere la dama ripugnante. Spetta a Lorenzo decidere se la vorrà bella di notte, tra le morbide coperte, oppure di giorno, di fronte a tutta la corte; ma il cavaliere, dopo averci riflettuto, lascia a lei la libertà di scelta, l’unica che può scegliere per se stessa. A tali parole la splendida dama esulta raggiante, poiché questa era la risposta che come d’incanto avrebbe rotto definitivamente il maleficio. Riacquistata la sua sacra Libertà, Lodovica potrà rimanere sempre bella, come ella stessa desidera. E la sua Sovranità investirà dolcemente Lorenzo fino alla fine dei suoi giorni.
 


Interrompo la registrazione, la storia è finita... ecco che piano, piano ritorno al mondo reale. Eppure ero lì, il cerbiatto bianco l'ho visto anch'io, e ho vissuto momenti di paura reale mentre Aldobrandino sta per tagliare la testa a Gherardo e che bella che è Lodovica adesso...Peccato, spariti i cavalieri e i castelli salgo mestamente in auto verso casa, ringrazio Alma per il bellissimo racconto e nonostante tutto torno a casa soddisfatto, perchè anche questa leggenda garfagnina è stata salvata dall'oblio dei tempi.