mercoledì 30 dicembre 2015

La Pania racconta.La leggenda della sua croce e dell'orrido Canale dell'Inferno e... una storia di cronaca vera

Alpi Apuane in una vecchia cartolina
Lassù la montagna è silenziosa e deserta,fra poche ore il nuovo anno si porterà via il vecchio e con esso tutte le delusioni e le amarezze trascorse.Laggiù nella valle nuove speranze e nuovi propositi si faranno vivi nei nostri cuori e per dare il benvenuto alle nostre attese i botti,gli schiamazzi e le feste la faranno da padrona per quella notte, ma loro là in alto ci guarderanno indifferenti e questi veglioni non scalfiranno minimamente la solennità delle Panie, in effetti cos'è per loro un anno? Loro sono li da milioni d'anni, hanno visto passare glaciazioni,terremoti e guerre,miliardi di persone sono passate sotto le loro cime, per loro un solo e semplice anno è come per noi un solo e semplice secondo. Il silenzio della Pania e delle sue sorelle è quasi inquietante in questo clima di
Sullo sfondo il Pizzo
 delle Saette
dove il diavolo viveva
festa, il severo volto del gigante addormentato ci invita a ricordare le antiche leggende che si raccontano dalla notte dei tempi:diavoli, streghe, mostri, strani esseri che a loro volta si intrecciano con il sacro e il profano,senza dimenticarsi poi qualche fatto vero che gli anni hanno trasformato in fiaba. Ecco allora ricordarmi del diavolo che da millenni viveva sulla cima del Pizzo delle Saette, viveva lì arroccato su quei massi,da quella posizione poteva vedere bene quale anima si trovasse sulla cima dell'attuale Pania della Croce, per poi così farla sua preda.Stava sempre avvolto in un mantello nero che usava per volare da una cima all'altra. Un bel giorno il prete dell' Alpe di Sant'Antonio salì sulla vetta della Pania per le rogazioni (n.d.r:preghiere,penitenze e processioni propiziatorie per la buone riuscita dei raccolti) e da lassù cominciò a benedire tutte le cime circostanti, piantò poi sulla vetta stessa una croce per ingraziarsi il buon Dio e allontanare il male. Il diavolo a tale visione si arrabbiò, si agitò, andò fuori di sé così tanto che gettò il suo mantello molto lontano. Andò a cadere sotto la Pania creando di fatto un grande solco dove nessuna erba, fiore o albero vi cresce ancora. Quel luogo oggi si chiama "Canale dell'Inferno" e sempre da quel giorno sulla vetta della Pania non mancò mai più una croce, tanto prendervi poi il nome.Ma leggenda, tradizione vuole che non finisse qui.La corsa del diavolo per scappare alla visione della croce prosegui per le impervie "sassaraie" di Borra Canala, la sua
Il canale dell'inferno
fuga a rotta di collo era talmente precipitosa che inciampò e picchiò una tremenda "culata" sul
le rocce, tanto da lasciarvi l'impronta del culo stesso con accanto tre fori, che corrispondevano alle punte del forcone del maligno, quel luogo inaccessibile prende il nome di "culata del diavolo".Quel posto è legato a doppio filo alla "paura",si dice che gli animali (dotati come ben si sa di sensibilità superiore) non vogliono passarvi. Sempre in quei dintorni successe un fatto di triste cronaca e come spesso succede la cronaca popolare trasforma in leggenda qualsiasi cosa a cui non sappia trovare una spiegazione logica.Al tempo la notizia fece molto scalpore, precisamente non si sa il giorno della tragedia (ad oggi documentazioni certe non ne ho trovate), fatto sta comunque che i primi quotidiani locali riportarono la notizia, quindi credo che grazie a questo dato la potremo collocare intorno al 1880, quando gli uomini salivano nelle notti estive in Pania nella cosiddetta "Buca della Neve",posta proprio sul cammino del Canale dell'Inferno,li in quel crepaccio la neve era perenne e siccome al tempo i frigoriferi non esistevano gli uomini la portavano via avvolta nella paglia per conservarvi quello che credevano più
Antica foto.La Buca delle nave.
 Gli "uomini della
neve" la stanno raccogliendo
opportuno.La notte era il momento migliore per questa operazione,di giorno il sole picchia forte e la neve si sarebbe sicuramente sciolta, ma l'oscurità porta difficoltà e in una di quelle notti una terribile bufera estiva colse un pover'uomo.Acqua e vento lo fecero cadere in un burrone. Il ragazzo era figlio unico di madre vedova e per la donna era la sua unica ragione di vita, gli amici salirono subito il giorno dopo in Pania per cercare il povero corpo ma non vi fu maniera di trovarlo, per giorni le spedizioni continuarono senza esito. La disperazione della madre era tanta, l'idea di non rivedere più vivo il suo ragazzo l'aveva fatta, ma perlomeno sperava di ritrovare il corpo per poterlo piangere dopo degna sepoltura.A quel punto oramai non rimaneva che una soluzione,partire personalmente nella ricerca, sicuramente con l'istinto e il cuore di madre sarebbe riuscita a trovarlo e s'incamminò con il lanternino per il monte.Vagò un  giorno e una notte e la mattina dopo fu ritrovata morta abbracciata ad una roccia. La notizia destò sbigottimento ed emozione nella valle, tanto da trasformare questa storia in mito. Si dice che quando si sta per avvicinare una
La Pania della Croce
burrasca in Pania ancora si riesce a vedere un lumino: -...è la donna con la lanterna che cerca suo figlio...- si mormora nelle case. Così ogni volta che i nuvoloni si fanno minacciosi la lanterna si riaccende, e si vede vagare per canaloni e crepacci, allora tutti si rinchiudono in casa, segno che quella sarà una terribile notte di vento e di pioggia.



Anche questa è una delle tante storie delle Alpi Apuane che da milioni d'anni ci guardano attenti ...

mercoledì 23 dicembre 2015

Natale di guerra...nei ricordi di una bambina

Ci sono delle storie che per tutta la vita rimarranno impresse nella nostra memoria. Sono avvenimenti lontani settant'anni quelle che vi andrò a raccontare e durante questo periodo di festività natalizie mi tornano puntualmente nella testa. Sono racconti a me cari perchè ascoltati in prima persona,sono i ricordi che ogni tanto la mia mamma riviveva,ricordi che riguardano un lontano Natale di guerra, fatto di cose semplici,di valori,di fratellanza, sembra proprio una storia uscita dalle pagine di qualche romanzo di Charles Dickens, invece è una storia vera e la mamma iniziava la narrazione sempre nella solita maniera:

"Questo è un fatto che accadde veramente tanto tempo fa, in un periodo in cui gli uomini stavano con le armi in mano e si battevano tutti ferocemente..."

La mamma volutamente non usava la parola guerra, aveva quasi una specie di repulsione per quella parola, lei l'aveva vissuta sulla propria pelle e al tempo dei fatti in quel tragico 1944 era una bambina di otto anni che decenni dopo raccontava al suo bambino di quell'anomalo Natale. Io la guardavo con aria perplessa, quasi incredula, raccontava di soldati neri,di freddo, di polenta e pensare che ancora mi sembra di sentire la sua voce:

"Ricordo che aveva nevicato di fresco ed ero tutta contenta perchè l'indomani non avrei dovuto andare a scuola, dato che era la
vigilia di Natale. Era un inverno rigido quello, come poche altre volte. Il vento gelido tagliava tutta la strada e la notte stava per calare ma la felicità superava i brividi del gelo e pensavo al presepio che avrei fatto con mia sorella, alle buone cose che avrebbe preparato la mamma e cercavo di individuare cosa ci avrebbe portato in dono il Bambino Gesù e mentre la mia testa era pervasa da mille pensieri mi ritrovai davanti casa. La casa dove abitavo era confinante con un'altra casa che l'esercito tedesco prima, e quello americano dopo usava da rimessa e da garage e proprio mentre m'infilavo nella porta di casa vidi che sul cancello della "casa rimessa" c'erano due soldati di guardia intirizziti, ed un terzo era appoggiato al muro caldo del forno a legna che era nell'aia dove qualche ora prima le donne del vicinato avevano cotto il pane e preparato qualche dolce per il Santo Natale.Il soldato mi guardò mentre entravo in casa e lo vidi sospirare, una volta entrata lo spiai dalla finestra per pura curiosità, erano le prime volte che vedevo dei soldati e questi per il mio stupore erano per giunta anche di colore e io un uomo di colore fino a quei giorni non sapevo neanche come era fatto,ce li avevano descritti sui manifesti come dei selvaggi,come uomini pericolosi,da diffidare sempre e comunque,da tenere lontani insomma(leggi:http://paolomarzi.blogspot.it92a-divisione-buffalo), ma io di tutto questo non vedevo niente,
Manifesto razziale fascista sui
soldati neri americani

vedevo che mangiavano,parlavano e sorridevano come tutti quelli che conoscevo, ma quel giorno in quell'uomo vidi di più, constatai una figura stanca e smunta e intanto che lo osservavo venne colpito da una tosse convulsa e mentre si copriva la bocca con la mano che reggeva il fucile, notai brillare la sua fede d'oro.Smisi così di guardarlo ed entrai in cucina, fui subito assalita da mia sorella anche lei tutta euforica, mi raccontava del presepe e sopratutto del dolce del Natale che la mamma aveva preparato con "farina vera". Dimenticai l'americano visto e mi dedicai la sera stessa e il giorno successivo alle mille cose della Vigilia. Finchè la sera del 24, tutti allegri, ci mettemmo a tavola. Non vedevo l'ora di mangiare, la cena era costituita da piatti speciali:polenta e baccalà, cavolo nero e fagioli bianchi. Dopo cena era il momento più bello quando il babbo tirava fuori i dolci e dava un goccino di vino dolce a tutti,compresi i bimbi, una volta servito tutti faceva così il consueto brindisi:
-In una notte come questa nacque il Redentore. Alleluja!-
ed alzò il suo bicchiere e mentre lo alzava l'anello che aveva al dito brillò. Questo mi fece ricordare il soldato americano nero che tossiva vicino al forno, allora mi domandai: come mai aveva un anello uguale a quello del mio babbo? Ma certo !!! Che sciocca!Lo aveva perchè tutti gli uomini sposati ce l'hanno...e tutti gli uomini sposati hanno dei bimbi. Chissà dove aveva i suoi bambini l'americano...e quanto soffriva a non essere loro vicino. Allora mi accorsi che solo io non avevo bevuto in onore al Natale e che
tutti mi guardavano perplessi. Dissi loro ciò che avevo pensato e quello che avevo visto un giorno prima. Il babbo mi guardò un po' serio, non è che fu molto affascinato dalle mie parole e poi con quello che si diceva...ma la carità cristiana prevalse su tutto, in fondo quei soldati non ci avevano mai fatto niente di male e allora il babbo disse
- Vai a chiamarlo se c'è ancora !-
C'era ancora ma non volle salire. Rimase ancora vicino al forno a scaldarsi e a fare il suo dovere di guardia, poi sicuramente non capiva l'italiano e non comprendeva come mai lo volessi far salire in casa. Tornai in cucina molto delusa, ma mio padre aveva già immaginato tutto e mi porse un piatto con il dolce della mamma ed un bicchiere di vino. Con queste cose mi presentai al soldato dicendogli:
Soldati neri in Garfagnana
- Buon Natale!- mi guardò sorpreso, poi sorrise e mi disse qualcosa nella sua lingua e mentre prendeva i doni mi fece una carezza proprio come il mio babbo. Si allontanò e vidi che divideva i dolci con i suoi commilitoni. Ripresi poi il piatto e il bicchiere vuoto e tornai su a raccontare com'era andata. Il babbo stette a sentire e mentre attizzava il fuoco borbottò emozionato:
- Bene,bene questo è proprio un buon Natale-"

I fatti sopra citati si svolsero a Gallicano.I giorni che seguiranno a questi accadimenti saranno ancora più tristi e drammatici. Di li a poche ore comincerà in Garfagnana la famosa Battaglia di Natale (per saperne di più: http://paolomarzi.blogspot.it//il-piu-tragico-natale-). Gallicano (come molti altri paesi) fu colpito da una serie di bombardamenti alleati devastanti. Quei giorni
di festa del 1944 verranno ricordati come il peggior Natale di cui la Garfagnana abbia memoria.

Da parte mia un sincero augurio di Buone Feste a tutti i miei lettori, nella speranza che questi ricordi rimangano per sempre solo e semplici ricordi, da non dimenticare e di cui fare tesoro.

mercoledì 16 dicembre 2015

I "Natalecci" di Gorfigliano, una tradizione nata cent'anni prima di Cristo...

Gorfigliano
Non credo sinceramente che ci sia una tradizione più antica di questa in tutta la Garfagnana e sinceramente penso che sia fra le più vetuste di tutta Italia, le sue origini potrebbero risalire addirittura 100 anni prima(circa) della nascita di Cristo, ed è così che con questo probabile record che nella notte del 24 dicembre a Gorfigliano torneranno ad incendiarsi i famosi "Natalecci",le imponenti torri di ginepro alte oltre 15 metri costruite secondo un particolare rituale. Da appassionato di storia non ho che potuto studiare questa usanza che affonda le sue radici nella notte dei tempi. 
Il Nataleccio prima e dopo

Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d'Europa hanno usato accendere falò in particolari giorni dell'anno, il perchè di tutto questo si deve ricercare in riti pagani sviluppati nella nostra valle prevedibilmente dai Liguri Apuani, molto prima dello sviluppo del Cristianesimo.Questi riti del fuoco avevano due particolari funzioni: la prima serviva da purificazione, bisognava distruggere tutte le influenze negative personali,come streghe,mostri e demoni e anche quelle impersonali, come malattie,fatture e infezioni e quindi attraverso il fuoco, elemento purificatore per eccellenza si distruggevano simbolicamente tutti i dolori e i dispiaceri accumulati durante l'anno e si guardava con rinnovata fiducia al nuovo ciclo delle stagioni che stava per iniziare. La seconda funzione era quella di fare festa al sole,queste cerimonie avevano luogo nel
Nataleccio in fiamme
solstizio d'inverno (come oggi a Gorfigliano) quando le giornate piano piano si incominciavano a fare un po'più lunghe, ci si voleva così propiziare attraverso questi fuochi rituali la benevolenza del Dio Sole per assicurarsi la luce del giorno e il suo calore. Molti erano i segnali divinatori che il Dio pagano offriva ai suoi fedeli attraverso il fuoco: dall'intensità dei bagliori delle scintille,dalla direzione del fumo,dal crepitio della pianta di ginepro, si traevano presagi sui raccolti, sulle epidemie e sulle carestie,mentre i tizzoni raccolti il giorno dopo venivano conservati come preziosi amuleti.Da rito pagano a rito simil-cristiano il passo fu breve.Con l'affermazione del Cristianesimo da prima la chiesa cercò di scoraggiare e di proibire questa tradizione del fuoco, non solo in Garfagnana, ma in tutti quei luoghi dove perdurava questa
Papa Leone I
"il Papa anti Natalecci"
usanza e fu così che Papa Leone I nel sermone tenuto nel Natale del 460 così diceva:

"E' così tanto stimata questa religione del sole e del fuoco che alcuni cristiani prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell'astro incandescente. Siamo angosciati e ci addoloriamo per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni appartenenza di ossequio a questo culto degli dei".
Ma sappiamo come vanno le cose e come dice un vecchio e saggio proverbio: "Non c'è nemico oggi, che non possa diventare amico domani" e così la chiesa cristiana cominciò ad associare il sole all'immagine di Gesù, si sottolinearono le frasi del vangelo dove Cristo era paragonato al sole, come ad esempio:"Il suo volto somigliava al sole quando splende con tutta la sua forza" (Apocalisse di Giovanni), si adotterà il monogramma IHS inglobato in un sole fiammante, gli ostensori prenderanno la forma di un disco solare e così ancora si potrebbero fare molti e molti altri esempi.
L'ostensorio e il monogramma IHS
inglobati nel sole

A testimonianza di tutto questo ecco allora entrare in scena Gorfigliano con i suoi Natalecci. Se si domanda oggi a qualche abitante del posto (anche fra i più anziani) quando ha avuto inizio questa tradizione risponderà che non lo sa, perchè probabilmente il tutto ha origine da questi fatti lontanissimi che vi ho appena narrato.Questa cerimonia magicamente vive ancora li e con il passare dei secoli il significato che è stato assegnato a questo rito è stato cambiato per diventare poi quello di riscaldare Gesù Bambino per la sua venuta al mondo. Ma in cosa consistono i Natalecci? Il Nataleccio è una costruzione di forma cilindrica ottenuta conficcando in terra un tronco di legno che nel dialetto locale prende il nome di "tempia" e che può essere di castagno, faggio o cerro, attorno al quale viene "tessuta" una gran quantità di rami di ginepro.Prima di intraprendere la
Nataleccio in costruzione
costruzione però viene individuato un posto in alto rispetto al paese da essere ben visibile a tutti e dopodichè comincia il grande lavoro, dove giovani e meno giovani saranno impegnati assiduamente per mesi, sudando e soffrendo.Va raccolto il materiale e costruito il cilindro che di norma può superare anche i quindici metri di altezza per un diametro di tre-quattro metri. L'abilità sta nel rendere il più stabile possibile questa struttura affinché non cada e altrettanta bravura sta nella "tessitura" del ginepro che garantisce una fiamma duratura poichè la fiamma deve durare oltre venti minuti,alta,ben visibile e senza fumo. Questi erano i criteri secondo i quali veniva giudicato il falò vincitore.Si, perchè questa in passato era una competizione fra quartieri (al tempo erano sette),adesso
Nel cerchio blu è raffigurata
la differenza
fra uomo e Nataleccio
sono tre quelli che tengono ancora viva l'usanza: Bagno, Culiceto e Fanalo. Arriva finalmente così la sera del 24 dicembre e al suono dell'Ave Maria si ha l'accensione dei Natalecci, sempre salutata da scroscianti applausi,urla di gioia e grida beneauguranti che inneggiano al fuoco. Cessate poi le fiamme tutti corrono in piazza dove si commenta l'esito, anche fra vivaci polemiche e anche qualcosa di più...Suggestioni, sensazioni ed emozioni che solo la notte di Natale e la Garfagnana possono dare.

mercoledì 9 dicembre 2015

L'antica cucina garfagnina. Viaggio nella tradizione e nelle usanze dei "mangiari" di una volta

La storia non è fatta solo da guerre, da personaggi o da avvenimenti vari, la storia è fatta anche da quello che si mangia, un vecchio adagio diceva:"Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei", niente di questo fu più vero.Da quello che ci nutriamo possiamo capire molte cose, come le nostre abitudini, i prodotti che coltiviamo, gli animali che alleviamo.Uno storico competente dalle consuetudini alimentari di un popolo può trarne una vera e propria radiografia sociale. Umilmente anch'io nel mio piccolo proverò a tracciare un modesto ritratto culinario della Garfagnana e di conseguenza della sua gente.I prodotti che abbiamo e i manicaretti che sfornano le nostre cucine sono molteplici, sarebbe un mondo vastissimo da esplorare, ma io direi di parlare di una delle fonti dei nostri piatti prelibati e cioè dell'animale per eccellenza della cultura contadina:il maiale. Ci avvaloreremo in questo articolo delle note del professor Alcide Rossi che fu un divulgatore impareggiabile del "modus vivendi" dei garfagnini e anche faremo tesoro dei ricordi del "Taton" raffinato cultore nostrale. Raccontiamo quindi quello che succedeva nelle nostre campagne quando proprio in questo periodo si uccideva il maiale. Erano gli anni che in qualsivoglia luogo della Garfagnana, sia in montagna che collina non vi era famiglia di contadini, piccoli possidenti o operai
Una famiglia intorno al suo maiale
industriosi che non allevasse almeno un maiale per proprio conto. Del suino non si scartava niente e si poteva mantenere e nutrire con due soldi.I resti della cucina,così come il siero ricavato dal formaggio, oppure la frutta andata a male, per non parlare delle buccie di patate o anche della farina di castagne era tutta roba questa che finiva puntualmente nel trogolo del porcile, solitamente situato ai margini della stalla, non esistevano per di più mangimi o coadiuvanti vari, qui era tutto rigorosamente BIO (come si dice oggi...)e infatti venivano fuori certe "bestie" che raggiungevano e spesso superavano i due quintali,tanto è vero che di questo animale si apprezzavano anche le parti grasse e come sottolineava scherzosamente (mica tanto però) il professor Rossi quando osservava che queste prelibate parti sono andate in disuso per far posto a cibi meno calorici che consentono di "mantenere la linea",considerava poi che i lavori pesanti di una volta sono 
tramontati,mestieri questi che richiedevano un 
Preparazione di salami
grande sforzo fisico e un dispendio di energie notevole, compensabile solamente con cibi sostanziosi e nutrienti.

Arrivava poi anche il sospirato giorno dell'uccisione del maiale, una vera festa, un lieto evento con i suoi riti e le sue cadenzate procedure, tant'è che sempre Rossi nel suo articolo cita stigmatizzando con leggiadra ironia un detto di un tempo lontano, assai diffuso che diceva così:
"Tre erano i giorni migliori della vita:quando ci si sposa,quando si ammazza il porco,e quando muore la moglie"(le signore lettrici sono libere di fare tutti gli scongiuri del caso...).
Così ricorda Pietro Campoli alias il "Taton" quei giorni quando veniva il "solenne" momento di sacrificare l'animale...STOOOP!!!
Un momento però, prima di continuare nel racconto tengo a specificare due cose: la prima è che adesso andrò a narrare piuttosto dettagliatamente dell'uccisione del maiale, non vorrei che qualcuno facilmente impressionabile si turbasse (non si sa mai), in secondo luogo mi dispiacerebbe che l'animalista di turno mi tacciasse come istigatore e nemico sanguinario degli animali (come già mi è successo in un simile articolo).Da fedele cronista riporto i fatti e in questo caso antiche usanze, niente più.
Dopo i dovuti avvertimenti torniamo alle parole di Pietro Campoli:
"Il maiale veniva ucciso dall'urcino (n.d.r:vocabolo garfagnino, storpiatura di norcino)con un punteruolo di ferro che veniva strofinato (strusciato)sopra la sua punta con uno spicchio di aglio. Quattro o cinque uomini dotati di una certa forza
immobilizzavano il povero maiale a pancia in su, poi l'urcino piantava il punteruolo all'altezza del cuore, se era abile l'animale moriva senza emettere un solo grido, ma se non lo era moriva con urla strazianti (quando ci penso mi sembra di sentirlo). Una volta morto veniva posto sopra una scala a pioli e quindi pelato con acqua bollente,poi scoperti i tendini delle zampe di dietro,vi si passava il "braccagnolo",un arnese in legno di
Vecchia foto. Quando si uccideva il maiale
quercia che aveva il compito di tenere divaricate le zampe, dopodiché mediante una fune veniva issato ed attaccato ad un gancio del soffitto.Quando era appeso mettevamo un recipiente molto capiente sotto la testa del maiale, questi veniva sgolato dall'urcino che poi toglieva dalla carcassa l'osso del petto che sarebbe servito per la cena della sera,accompagnato in tavola con foglie di rapa e polenta di granturco. Una volta aperta la pancia dell'animale, venivano tolte tutte le interiora e recate in fiume dove erano lavate nell'acqua gelida..."

Il "Taton" continua nel suo racconto e poi conclude:"...Ho fatto un grosso sforzo mentale per ricordarmi tutte queste cose, era molto che non ci pensavo. Ora basta andare al supermercato e trovi tutto quello che serve. Però i sapori di una volta non si gustano più".
A proposito di sapori, era abitudine la sera, una volta immolato il "generoso" animale invitare gli amici più intimi per la "biroldata". Prima di procedere con la grande scorpacciata, tutto era già stato sistemato, lo zampone era già insaccato, la lingua era già salata,la pancetta arrotolata e dalle travi della cucina penzolavano messi ad asciugare,salami ,cotechini e salsicce.Così il professor Rossi descriveva tale spettacolo "...pendevano in lunghi festoni, con rocchi
legati ad uguale distanza, sembravano voluttuose collane di corallo".
Sul fuoco attaccata ad una nera catena che pendeva dal camino, gorgogliava una capace caldaia, spesso il camino era talmente grande da permettere alle persone di sedervisi all'interno in apposite sedie e li mettersi a parlare del più e del meno in attesa della cottura dei biroldi che di solito uscivano pronti verso la mezzanotte. L'articolista parla degli ingredienti di questa prelibatezza e dice che erano:
" Ciccioli non troppo strizzati,sangue e carne di maiale, la maggior parte tratta dalla testa ed il tutto tritato finemente, a questo sostanzioso pastone dovevano essere mischiate alcune droghe come pepe, noce moscata,cannella,punte di garofano ed erbe odorifere, dopo di che si procedeva ad insaccare il composto entro budella abbastanza ampie ed il tutto veniva fatto cuocere per tre ore"
Biroldo

Da vero amante della cucina e delle tradizioni garfagnine il Rossi con una appassionata prosa descrive il sapore che emanano i biroldi appena cotti:
"Quando finalmente si estrae la fumante pietanza, per l'ampia cucina si spande un profumo che all'olfatto è una sintesi di odori, ed al palato fin dai primi bocconi è una gamma di sapori che invitano, insieme al fresco e saporito pane casalingo di puro grano, a prepotentemente assaporare e gustare ed a riempirsene più volte il piatto" continua poi: "come bisognasse aver partecipato a questi notturni banchetti, talvolta intramezzati da arguti rispetti nei quali venivano coniate le parole più strane, purchè facessero rima con maiale,porco, suino,porcello, per serbarne un folcloristico e grato ricordo per tutta la vita" e infine raccomanda una serie di preziosi consigli ed indicazioni:

"Si tratta all'evidenza di un cibo che non è indicato per colitici, per chi soffre di ulcera o di gastrite e neppure per gli astemi dato che, per sua natura, reclama abbondanti libagioni di robusto vino (meglio se rosso) e dunque sconsigliato per quanti abbiamo il "vizio di non bere"...Salute a tutti...

mercoledì 2 dicembre 2015

La condanna a morte in Garfagnana,la sua storia,i suoi riti e quell'efferato omicidio a Pieve Fosciana del 1784

Pietro Leopoldo l'illuminato Granduca
che abolì la pena di morte
Ricorreva proprio pochi giorni fa la Festa della Toscana. Ma cosa festeggiavamo? Perchè proprio il 30 novembre? Come tutti sapranno era difatti un 30 novembre nell'anno di Grazia 1786 quando il Granduca Pietro Leopoldo dal palazzo reale di Pisa con un editto rendeva la Toscana il primo Paese al mondo ad abolire la tortura e la pena di morte.Nel Granducato di Toscana però! La Garfagnana non faceva ancora parte dei sudditi di sua maestà il Granduca, la Garfagnana era ancora estense e le teste continuavano "a saltare", eccome!!! Oggi faremo un viaggio per capire meglio quello che in Garfagnana era l'esecuzione capitale, conosceremo la sua storia, i sui riti, parleremo di un efferato caso d'omicidio a Pieve Fosciana e finiremo per conoscere l'ultimo boia estense, autorizzato a eseguire pene capitali anche in Garfagnana. Ma cominciamo dall'inizio nel dire che trattare certi argomenti non è sempre facile, parlare di morte, di torture non è piacevole, comunque sia rientra sempre nella sfera della memoria e della storia che serve fra le altre cose a non ripetere certi errori costati poi molte vite umane. La pena di morte rientra a buon titolo in questa ottica. La pena capitale nella nostra valle viene resa legittima e accettata a partire dal 1200 circa, insieme ad essa anche la tortura viene resa pratica efficace per il mantenimento dell'ordine costituito. La tortura poi troverà proprio la sua massima espressione nei decenni a venire quando la Santa Inquisizione ne farà il suo maggior strumento di convinzione, ritenuta insostituibile per accertare la verità, solo chi sarebbe resistito al dolore poteva ritenersi (forse) innocente.Con il passare dei lustri, dei decenni e dei secoli a venire, la Garfagnana era diventata un ricettacolo di manigoldi, l'intento delle autorità pubbliche era quello di arginare il continuo dilagare della violenza privata (rapine e omicidi), di quella in gruppi (congiure rivoluzionarie contro il potere costituito) e quella della mala vita
organizzata (il brigantaggio), le autorità risposero senza se e senza ma con una violenza altrettanto feroce, violenza riconosciuta non solo dallo stato che la perpetrava ma bensì anche dalla chiesa. La condanna a morte che la chiesa riteneva "lecita" era tramite impiccagione perchè si credeva per antico retaggio culturale che l'anima rimanesse imprigionata nel corpo qualora non vi fosse stato nel reo spargimento di sangue o di fiato. La giustizia umana passava avanti così anche alla giustizia Divina che se ne lavava le mani e i piedi precludendo di fatto la possibilità di una redenzione eterna al condannato.Questo ulteriore oltraggio riservato all'anima era serbato a delle categorie specifiche come ai colpevoli di tradimento (il traditore per eccellenza infatti per la chiesa è Giuda che morì pure lui impiccato),alle persone più umili, quelli che praticamente non avevano un blasone da macchiare,ai nobili e ai potenti infatti il trattamento era diverso, a loro era riservata la decapitazione.Solo nel tardo 700 la Garfagnana ,o meglio gli Estensi equipararono il "modo mori" (in latino: il modo di morire), la Francia con la sua rivoluzione aveva fatto proseliti, venti di eguaglianza soffiavano nella valle, la ghigliottina ( o il taglio della testa con
Esecuzione a morte per ghigliottina
l'ascia) di fatto annullerà questa disparità di classe sociale. Pensate che uguaglianza! Adesso poveri ricchi, assassini, ladri e qualsivoglia furfante poteva morire nella solita maniera (che bella conquista sociale!!!) passando tutti quanti sotto la lama di questo nuovo strumento di morte. Non contenti i duca estensi (e non solo) vollero comunque anche qui fare differenza. Per chi si macchiava dei reati più gravi ed efferati si procedeva tramite una drammatica sceneggiata ben studiata; si partiva dal carcere su un carro trainato da cavalli dove il condannato rimaneva in piedi sul cassone, si passava poi da dei luoghi simbolo come il palazzo di giustizia e la casa di chi aveva subito le malefatte, il culmine di tutto veniva dopo che la testa del furfante era rotolata nel cesto,il corpo esanime veniva squartato e le membra venivano messe in mostra nei punti d'entrata del paese, come monito per i presenti. Pensate voi a quel Giovan Turriani di Pieve Fosciana se avesse saputo quello che sarebbe successo dopo che in una notte di gennaio avvelenò nell'ordine suocera, sorella e nipoti. I nipoti in qualche maniera si salvarono, mentre suocera e sorella morirono e per tale omicidio fu condannato all'impiccagione, che fu eseguita il 23 marzo 1784. Il condannato fu condotto all'esecuzione su un carro scoperto affinchè il pubblico lo potesse vedere. Giunto sul luogo dell'esecuzione venne fatto salire su una delle due scale della forca e dopo
Così morì Giovanni Turriani:il boia gli
 saliva sulle spalle e il "tirapiedi" lo tirava
per le gambe
avergli sistemato il cappio al collo, il boia tolse la scala sotto i piedi facendolo precipitare nel vuoto,per completare il lavoro "a regola d'arte" il boia salì sulle spalle del condannato, mentre il suo assistente meglio detto "il tirapiedi" lo tirava per le gambe, accelerando di fatto la morte per asfissia. L'operazione comprensiva di tragitto non durò che poco più di mezz'ora. Così ci viene raccontata quella condanna a morte, tant'è che venne certificata dal tribunale con queste parole:


"A di 23 marzo 1784 fu impiccato e squartato Giovan Turriani della Pieve Fosciana, sulla jara del fiume verso Santa Lucia, e la sua testa fu posta sopra una colonna fabbricata di nuovo fuori della porta di detta Pieve Fosciana sulla strada maestra per andare a Campori, ed il suo delitto fu d'aver dato il veleno alla sua suocera, e sua sorella e figli della medesima, per il che morì detta sua sorella e suocera, ed egli morì rassegnatissimo". 
La certificazione originale di morte di
Giovanni Turriani (da Bargarchivio)


Che tempi ! Che spargimenti di sangue! Su tutto questo la figura del boia la faceva da padrone, "maestro di morte" era la definizione esatta di questo mestiere nel 1800. Ci voleva un bel coraggio e un pelo sullo stomaco non indifferente fare il lavoro del boia e due fratelli furono gli ultimi boia ad operare con un permesso in Garfagnana. Questa professione non lo poteva fare chiunque ed esisteva il boia di stato che eseguiva condanne a morte in tutto il regno. Gli ultimi boia estensi furono appunto Pietro e Giuseppe Pantoni figli d'arte, dato che il padre Antonio fu boia nello Stato Pontificio.Per mano loro perirono anche alcuni organizzatori delle sommosse risorgimentali a Pieve Fosciana del 1831, su tutti Ciro Menotti (per quei fatti leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/pieve-fosciana-la-rivolta-del.html). Divennero con il tempo famosi in tutta Italia,i loro servigi erano richiesti a pagamento in ogni dove.Un fratello (Pietro) si trasferì ben presto a Torino dove prese impiego in pianta stabile presso la corte piemontese, mentre Giuseppe rimase a Reggio Emilia e una volta fu chiamato occasionalmente perfino a Lucca in sostituzione del boia titolare Tommaso Jona (andato in pensione) per eseguire la condanna a morte per decapitazione di cinque delinquenti.I fratelli Pantoni divennero talmente noti che il loro nome era entrato nel parlare comune, specialmente quando qualcuno commetteva qualche colpevole
Il boia
sciocchezza o anche qualcosa di grave si diceva: "Questa è roba per Pantoni!" o sennò "Questo è un bell'affare per Pantoni!". Era un "arte" ben remunerata, il boia a metà ottocento guadagnava quasi duemila lire l'anno, uno stipendio doppio di quello di un professore universitario, figuriamoci quindi i lauti guadagni di 
Giuseppe Pantoni, la sua fu una carriera lunghissima quella dell'ultimo boia "garfagnino", che culminò con la sua ultima spettacolare esecuzione (come allora fu definita) per strangolamento in pubblica piazza di due noti banditi della montagna modenese. Si calcolano circa 150 pene di morte eseguite, ma gli anni passavano  e arrivò anche per Pantoni il momento di fare i conti con la sua coscienza e così scriveva:

"Ora sono a riposo, la mia ultima esecuzione risale al 1864 ed in tutto il regno d'Italia si parla ormai di abolire la pena di morte, tutto sommato una gran cosa, ma agli occhi di tutti io ormai son segnato come portatore di sventura e morte, boia e carnefice, ma io sono solo Ministro di Giustizia. In nome di Dio e del Re!"

mercoledì 25 novembre 2015

Il Ponte della Villetta storia tormentata di un simbolo garfagnino

Il Ponte della Villetta (foto di Aldo Innocenti)
Ci sono dei monumenti al mondo che appena li vediamo ci vengono immediatamente in mente le loro città di appartenenza, sono praticamente dei biglietti da visita,dei veri e propri simboli a memoria perpetua, che dire, vedi il Colosseo e pensi a Roma, la Statua della Libertà è un emblema di New York, così come la Torre Eiffel per Parigi... e per la Garfagnana? A voi cosa viene in mente ? Molti risponderanno il Ponte del Diavolo che tanti considerano la porta della Garfagnana, d'accordo è vero, ma geograficamente parlando non è un monumento "purosangue", altri penseranno allora alla Rocca Ariostesca di Castelnuovo,bella si, ma più che altro direi che è il simbolo della cittadina stessa. In compenso c'è un'opera che a mio avviso racchiude tutti gli aspetti che fanno di questo monumento l'icona della Garfagnana, questo è: il Ponte della Villetta. Il Ponte della Villetta ha tutto:bellezza, storia,imponenza, per non parlare poi della
L'inizio della sua
costruzione
difficoltà avute nel realizzarlo e come se non bastasse inoltre è incastonato in un magnifico paesaggio. Ecco, oggi vi parlerò di questa infrastruttura. Un semplice ponte della ferrovia mi direte voi!? No! Io direi un vero e proprio monumento, per di più anche visitabile, dato che sul lato sinistro del ponte c'è anche un camminamento per attraversarlo a piedi (occhio ai treni naturalmente !!!). 
Incominciamo quindi 
a raccontare la sua storia. Tutto ebbe inizio 15 anni prima di intraprendere la sua costruzione. Siamo al 25 luglio 1911 e il treno dopo mille peripezie e agognate speranze arrivò a Castelnuovo Garfagnana 
(leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2015/07/25-luglio-1911) e li subito si fermò, era ancora lunga la storia e la strada che doveva percorrere questa ferrovia, dovevano passare ancora molti anni prima di arrivare al capolinea opposto di Aulla, molti furono gli intoppi, vuoi la solita burocrazia, vuoi l'inizio della I guerra mondiale e infine il tremendo terremoto del 1920 misero a dura prova la realizzazione del sogno garfagnino.Ma ormai tutto era deciso "questo matrimonio si doveva fare", la ferrovia andava completata e così fu fatto (anche se a "pezzi e bocconi").Si arrivò così al 1926, finalmente si era raggiunta una
Gli archi in costruzione
certa pace e tranquillità sotto tutti i punti di vista e si ricominciò a pensare alla strada ferrata garfagnina. Le difficoltà furono immediate e sorsero sulla conformazione del nostro territorio che nel tempo impegnò particolarmente ingegneri e costruttori, ma questi ostacoli non fermarono la loro volontà dando vita a spettacolari strutture proprio come "Il Ponte della Villetta", realizzato per ovviare alla profonda valle creata dal fiume Serchio tra le stazioni di Villetta-San Romano e quella del Poggio.Vide da subito impegnate centinaia di maestranza in un opera ciclopica per quei tempi lontani. Il ponte venne costruito in
In costruzione
tre anni (1926-1929), e costerà alle casse dello Stato poco più di cinque milioni di lire ( per l'esattezza 5.100.000 mila lire ) ma si dovranno attendere ancora altri undici anni per assistere alla sua messa in opera, dato che il 21 agosto 1940 con grande solennità e pomposità fascista fu inaugurato il tronco Castelnuovo- Piazza al Serchio (anche se bisogna dire che il tratto era già in funzione da qualche anno... ma era stato dato in concessione alla Società Nord Carrara per il trasporto del
Le impalcature in legno
marmo). I suoi numeri ancora oggi sono strabilianti: 410 metri di lunghezza, per oltre 50 metri di altezza si staglia nella Valle del Serchio esibendo di fatto le sue 13 arcate a tutto sesto da 25 metri più una da 12 metri, ponendosi come importanza nel suo genere come il ponte in muratura più alto d'Europa. Oggi molti potranno pensare che nulla di tutto ciò sia così grandioso paragonato alle costruzioni moderne, ma se si riflette sulle tecniche costruttive di quel tempo dove le armature e le impalcature erano interamente in legno si capisce la complessità dei lavori. In origine il ponte nelle arcate centrali contava altri tre archi di rinforzo che il destino amaro nella successiva ricostruzione ebbero a sparire. Infatti la storia di questo
Cerchiate in rosso le tre arcate basse non
ricostruite dopo i bombardamenti
monumento non finisce qui, arriveranno pagine buie e le mine della II guerra mondiale non risparmieranno come fu per altri ben più famosi monumenti una tragica sorte a questa opera. Prima ci provarono gli americani, nel pomeriggio del 18 maggio 1944 una piccola formazione di aerei inglesi ed americani presero di mira il ponte effettuando ripetuti bombardamenti e mitragliamenti, per fortuna non ci furono vittime nel piccolo borgo della Sambuca e nemmeno il ponte subì grossi danni, ma questo non fu che solo il primo bombardamento, da novembre ogni giorno solitamente verso le otto di mattina la
Il ponte dopo la distruzione
 dalle mine tedesche
solita formazione di aerei sganciava la dose quotidiana di bombe sul ponte, ma il Dio dell'arte e del bello proteggeva la sua creatura e la struttura non fu mai centrata dai bombardieri alleati, l'unica volta che una bomba andò a segno non esplose rimbalzando per diversi metri sui binari causando solo il crollo dei muretti laterali.Ma niente e nessuno poté fare niente quando nella metà dell'aprile 1945 le truppe tedesche per proteggersi la ritirata sul fronte della Linea Gotica decisero
Il ponte durante la seconda ricostruzione:1947
inesorabilmente di minarlo e di farlo saltare in aria. Alle 22:30 una raffica di mitra avvertì le popolazioni vicine di tenersi alla larga dalla zona, pochi secondi dopo un grosso boato rimbombò per tutta la valle e una grossa nube di polvere nei cieli di Garfagnana annunciò la distruzione del

ponte.Le tre arcate centrali crollarono e a causa dell'indebolimento strutturale ne caddero altre due. Ancora oggi se diamo un'occhiata al letto del fiume sottostante si possono ancora vedere i resti del ponte caduto in quel maledetto 1945. Ma niente fu perduto, la vita ricominciava e subito nel 1946 a guerra finita prese il via la ricostruzione delle
Oggi è ancora li bello più che mai.

molte opere danneggiate, fra le priorità ci fu proprio il Ponte della Villetta, i lavori per la sua riapertura cominciarono nel dicembre 1947.
Oggi è ancora li, bello più che mai, simbolo di una Garfagnana sempre pronta a rinascere.

mercoledì 18 novembre 2015

Il Robin Hood dei briganti garfagnini: Filippo Pacchione, il brigante gentiluomo

Ci siamo mai domandati come mai il garfagnino dal carattere
Briganti
mite e socievole, cinquecento anni fa era considerato un brigante per eccellenza? Era così in quel tempo in Garfagnana, chi non faceva il contadino faceva il brigante. Ma quali furono le cause che portarono il mansueto garfagnino ad imbracciare lo schioppo e a depredare e ad uccidere la malcapitata vittima di turno? I briganti furono certamente dei fuorilegge, ladri e spesso e volentieri anche assassini e quindi ingiustificabili, ma nel XVI secolo rappresentarono anche l'unico veicolo di riscatto per chi annegava nell'emarginazione. Una lettura facile e superficiale di relazioni sul brigantaggio di funzionari estensi tende ad attribuire tale fenomeno all'indole dei garfagnini stessi (ma per favore!...). Al contrario dico io, una lettura attenta di quei documenti porta a ben altre considerazioni sulle cause del brigantaggio locale. Al tempo la pressione fiscale era altissima,ed oltre che altissima era anche cieca e tendeva a colpire le persone veramente più povere, non parliamo poi della giustizia che era amministrata con i dovuti "riguardi" da persona a persona, che diventava timorosa con i potenti per sfogarsi sui più deboli; anche il pregiudizio la faceva da padrone, dove il cittadino non vedeva di buon occhio il montanaro, che dire inoltre dell'ambiente ? La montagna diventava rifugio di quelli che venivano allontanati o fuggivano a vario titolo dalle città estensi e che di conseguenza andavano ad ingrossare le file dei manigoldi. Ma alla fine di tutto questo bel discorso, il brigante garfagnino era un criminale o un Robin Hood ? Senza ombra di dubbio era entrambe le cose
Le Apuane rifugio dei briganti
e nonostante fosse un malfattore, la natura buona del garfagnino comunque veniva fuori, tanto è vero che il maltolto delle loro vittime talvolta veniva ripartito anche fra la gente comune che a sua volta così garantiva una certa protezione ai fuorilegge.Andiamo a vedere allora chi era da considerarsi il più Robin Hood di tutti fra i briganti nostrani. Lui era Filippo Pacchione capobanda di San Pellegrino, che in più casi seppe distinguersi per la sua onorabilità, gentilezza e cavalleria, lo potrebbe testimoniare se fosse ancora oggi in vita Ludovico Ariosto stesso,commissario estense venuto in queste terre per combattere queste risme di delinquenti e proprio quando saliva il passo verso Modena (luogo privilegiato per questi assalti) insieme alla sua scorta fu assalito in un agguato e derubato dei suoi averi. All'improvviso uno della banda Pacchione pronunciò il nome Ariosto ed il bandito svelto domandò:

- Dov'è ? Dov'è Messer Ariosto?-
- Sono io- rispose il poeta
- Compagni udite- disse Filippo Pacchione- che non sia torto un capello al grande Ariosto!-
Tutta la merce fu restituita ed il brigante aggiunse:
-Messere, anche i banditi della Garfagnana, che sferzate nelle vostre satire, vi apprezzano e vi rispettano-
e si inchinò ossequioso per sparire nel folto dei boschi.

L'altra storia riguarda la nobildonna veneziana Bianca
La nobildonna
Bianca Cappello
Cappello colei che diventerà prima amante e poi attraverso intrighi poco chiari anche la moglie del Granduca di Toscana Francesco I de Medici. Bianca era una donna bellissima e come si direbbe oggi un'arrampicatrice sociale e cercava per se il più ricco marito che le potesse capitare e si "innamorò" (prima di Francesco de Medici) del fiorentino Pietro Bonaventura, impiegato a quel tempo al Banco Salviati di Venezia, ma i progetti dei genitori per lei erano diversi: la madre la voleva far suora e il padre la voleva dare in sposa ad un vecchio. Non rimaneva che fuggire a Firenze a casa del promesso sposo ed andare a celebrare il matrimonio. Arrivarono a Ferrara e li il segretario di Alfonso II  duca di Modena li fece sposare in fretta e furia (lei aveva 15 anni!!!) per proseguire poi di gran carriera verso Modena e di li a piedi con il freddo e la neve giunsero a San Pellegrino. In quell'inverno del 1573 era custode dell' eremo di San Pellegrino tale Pierone da Frassinoro che prima li accolse con diffidenza e poi saputo chi li mandava gli spalancò le porte del convento. La mattina di buon ora partirono verso Castelnuovo Garfagnana guidati da Pierone, giunti a Campori incontrarono lungo la loro strada proprio Filippo Pacchione che con fine sarcasmo e ironia così li accolse (vi riporto fedelmente le parole del brigante raccolte da Raffaello Raffaelli nel suo "Descrizione geografica storica della Garfagnana"):

-Madonna; ben conviene che importanti affari vi abbiano consigliata ad un viaggio che pochissimi si attentano in questa stagione di fare, e potete chiamarvi fortunata di non esser caduta nelle mani degli assassini che infestano questa strada.-
Pierone riconobbe il brigante e ormai anche se aveva passato gli 80 anni incuteva ancora timore. Ai novelli sposi come "regalia di nozze" Pacchione offrì la sua protezione attraverso le terre di Garfagnana e una volta rimandato a casa Pierone una scorta di briganti li accompagnò nei giorni
San Pellegrino in Alpe
a seguire attraverso Castelnuovo, Monte Perpoli, Gallicano e Borgo a Mozzano e li furono lasciati a rimuginare sullo scampato pericolo avendo sempre in mente le parole del brigante:
-Una gentil donna deve saper quant'è periglioso affrontar l'Appennino, onde fieri e spietati briganti non permettono a nessuno di passare indenni quelle strade...-

Così questa è la storia di Pacchione l'unico brigante che una volta morto venne reso l'onore delle armi dalle guardie estensi, gli venne riconosciuto "ossequio cavalleresco, lealtà e valore". 

Storie di un garfagnino di altri tempi...

mercoledì 11 novembre 2015

Il bosco del Fatonero: l'origine di tutte le leggende garfagnine

Ci sono dei luoghi in Garfagnana che sembrano usciti dalla saga
Il bosco del Fatonero
epica fantasy de "Il Signore degli Anelli" di Tolkien, posti meravigliosi dalla vegetazione fitta e verdissima, ma sopratutto luoghi magici, popolati da essere misteriosi, da folletti e da fate, insomma, leggendo le pagine del celebre romanzo sembra che Tolkien paradossalmente si sia ispirato niente meno che  al bosco del Fatonero. Vi invito dunque a leggere queste righe e ditemi voi se non pare di essere nella mitica Contea di Mezzo o a Gran Burrone, invece no, siamo nel comune di Vagli di Sotto. Il Fatonero è un bosco abbarbicato al Monte Fiocca(nelle Alpi Apuane) pieno di fascino e di mistero che si percorre con piacere per dirigersi da Arni al Passo Fiocca ed oltre, ed eccolo là stagliarsi in lontananza la sua macchia verde scuro, che cambia colore con le stagioni.Questa meravigliosa e magica faggeta si trova a 1400 metri di quota.Un posto che si può considerare senza dubbio "l'epicentro" delle leggende apuane, da sempre queste montagne hanno generato molte storie fantastiche e già il nome di per se è tutto un programma, si parla infatti che l'origine di tale denominazione sia da ricercarsi da "Fatto nero" per un possibile omicidio accaduto in quel bosco di cui nessuno ricorda più niente, per altri invece deriva da "faggio nero", si dice che gli alberi vi crescessero così fitti e robusti che a malapena vi penetrava la luce del sole.Ma è qui che nasce tutto, qui è la genesi dei vari miti garfagnini (il buffardello, l'omo selvatico,le fate...) che ci sono giunte a noi oggi, qui in
l'interno del bosco del Fatonero
(foto di Davide Caramaschi)
questo luogo sopravvivono millenarie leggende che testimoniano la presenza dell'antico popolo dei Liguri-Apuani, con il loro culto degli alberi e degli spiriti tutelari della foresta. Si crede che in questo bosco vivono ancora oggi spiriti e folletti che di notte vagano danzando in cerchio laddove la luna riesce a far filtrare la propria luce attraverso la fitta boscaglia, creando magicamente dei giochi di luce. Chi ha attraversato questo bosco di notte dice che sia riuscito a sentire suoni inspiegabili e mai sentiti da orecchio umano, sospiri, lamenti e premonizioni sul futuro e fortunato quel 
passante che sempre fra le tenebre attraversando il bosco non viene disturbato dai folletti, poichè possono guidarlo sui sentieri che solo loro conoscono, oppure gli possono creare l'impressione di avere le fiamme d'intorno, solo le campane dei paesi vicini che suonano il mattutino fanno svanire l'incantesimo e i folletti che si trovano ancora all'aperto si pietrificano, però anche in pieno giorno la sensazione che si ha attraversando il Fatonero è quella di essere osservati, si ha quasi la certezza che ogni  passo sia controllato,tanto è vero che con l'arrivo della luce del sole i folletti (protettori di questo bosco) sono prigionieri dentro il tronco degli alberi e la voce del vento che passa attraverso questi alberi a chi la sappia capire, intende rivelare dove si trovi un meraviglioso tesoro nascosto, in quel bosco da tempo immemorabile. Tale tesoro sembra scaturito da una vecchia storia lontana che racconta che un pastore in questa fittissima faggeta vide una bellissima fata vestita di bianco con una corona di foglie in testa, il giovane pastorello la invitò a ballare e mentre lui suonava lo zufolo vide che la
l'interno del bosco (foto tratta
dal sito giornirubati.it)
fanciulla ballava talmente leggera da essere sospesa nell'aria,il pastore in segno di amicizia le donò dei fiori freschi che si trasformarono in tante monete d'oro appena la fata li ebbe toccati, da quel giorno tale tesoro è sempre nascosto nel bosco e non è stato 
ancora trovato, che non sia per caso nelle grosse buche che si aprono tutt'intorno a questa boscaglia e fra le radici degli alberi stessi? Questi pertugi portano alle abitazioni di strane creature sotterranee, che siano loro i nuovi padroni delle monete d'oro? Molte di queste buche a onor del vero sono state provocate dalle grande quantità di fulmini che li si abbattono, si pensa che vengano attirati dalla quantità notevole di ferro presente nella roccia, ma antiche tradizioni parlano di un luogo dannato a causa degli antichi riti pagani che si celebravano e sul quale si scarica l'ira divina. Questa dannazione è confermata dalla presenza degli streghi, qui si radunano e vanno a ballare nel canale dell'Acquarola,vagano nel bosco come sciami di insetti luminosi e si posano sugli alberi emettendo suoni simili a dei pianti di neonato, non è difficile nemmeno vederli come lenti ragni che si arrampicano sulla corteccia dell'albero, o osservarli svolazzare da farfalle impazzite,possono inoltre fare delle malie e chi attraversa il bosco è bene che si fornisca di rosario e impari anche questa formuletta:
"Gesù, Giuseppe e Maria tenete gli streghi lontano dalla via".
Non sono mancate nemmeno storie di cronaca vera, quando un fulmine in pieno giorno uccise il figlio del pastore del luogo che era stato invitato da un altro pastore a mangiare polenta nel suo rifugio. Non arrivò mai a mangiare quella polenta, il suo corpo fu trovato morto appena fuori dal bosco colpito da una saetta.

Un luogo così, cari lettori non può che esistere solo in Garfagnana: fate, streghi, folletti, esseri sotterranei, maledizioni e tesori. Nemmeno la più fervida fantasia di Tolkien o di qualsiasi altro scrittore avrebbe pensato tali cose, ma le nostre storie e le nostre leggende partono da molto lontano, dai riti e dalle tradizioni degli antichi Liguri Apuani che meravigliosamente attraverso i millenni sono giunte fino a noi e a noi oggi sta l'arduo compito di non farle dimenticare.

mercoledì 4 novembre 2015

L'apocalittico uragano che colpì la Garfagnana. Era il 1829...

"Dio ce ne scampi e liberi"... Quando si parla di certe cose è bene subito affidarsi all'Onnipotente... perchè dai pericoli dell'uomo bene o male ci si può difendere, ma quando la natura si scatena niente e nessuno può farci niente. Questa doverosa premessa intende annunciare un argomento che per la stagione è più che mai attinente. Sono stati giorni piovosi quelli passati e quelli che ancora ci aspettano lo saranno, ma fino a che piove in maniera diciamo così "normale" niente da dire, il problema viene quando comincia a piovere a dirotto, in modo devastante, quasi apocalittico, insomma quando ci colpiscono quelle che oggi vengono modernamente chiamate "le bombe d'acqua" e allora ecco straripamenti,frane, danni a cose e anche a persone e diamo giustamente colpa all'incuria dei fossi, dei fiumi, delle selve, alla selvaggia cementificazione e all'inquinamento atmosferico che ha accelerato di fatto i mutamenti climatici, in (buona) parte tutto vero, dall'altra un po' meno se è vero come è vero che anche in epoca lontana tali fenomeni accadevano. Lo sta a dimostrare un fatto risalente ormai a 186 anni fa e che viene considerato senza dubbio il disastro naturale più sconvolgente che colpì la valle dopo il terremoto di Villa Collemandina del 1920. Era il lontano 1829 quando
La Turrite di Gallicano in piena
(foto Daniele Saisi)
un devastante uragano colpì la Garfagnana. Pochi, quasi nessuno a sentito parlare di questo disastro, ormai i quasi due secoli di distanza da quei giorni hanno cancellato qualsiasi memoria, ma grazie a Dio esistono gli Archivi Storici ed ecco tutto tornare a galla. All'epoca l'effetto serra neanche si immaginava cosa fosse, i fiumi e i fossi erano stra puliti, eppure la natura si accanì comunque sulla già povera Garfagnana. 
Riferiscono di questa tempesta alcuni documenti presenti nell'archivio storico del comune di Castelnuovo Garfagnana, che nella notte fra il 7 e l'8 ottobre 1829 venne giù il finimondo: "col diluvio d'acqua e furia di vento". Grandi disastri si ebbero in nove comuni della Garfagnana. I danni subiti furono vari, ce li possiamo immaginare dal momento che ultimamente anche da noi sono avvenuti fenomeni simili: tetti scoperchiati, paesi interamente allagati, frane, strade interrotte e una grande quantità di fango, ma ci fu di peggio, di molto peggio, le selve di castagno furono colpite senza pietà, castagni secolari e castagni giovani senza distinzione furono divelti, troncati e sradicati come fuscelli e come ben si sa questa pianta e il suo frutto erano il sostegno di moltissime famiglie garfagnine, immaginiamoci quindi quale fu la disperazione. Un vero flagello che spinse nei giorni a seguire gli amministratori dei comuni colpiti a chiedere immediato aiuto al governatore della 
Castagni distrutti
Garfagnana: il conte Salinguerra Torello. Il governatore vista l'entità dei danni e la gravità della cosa indirizzò le suppliche garfagnine a sua maestà "il Munifico" Francesco IV di Modena. Il Duca non è che si "sbracò" poi tanto, dal momento che nell'immediato concesse solo una leggera riduzione della tassa prediale (n.d.r: un'imposta sui terreni e i fabbricati, praticamente una I.M.U ante litteram...), nonchè un'autorizzazione ai sindaci di liberalizzare la vendemmia, che al tempo era rigidamente regolamentata in base alla maturazione dell'uva:
"Attesa la stravaganza della stagione si rilascia in libertà i proprietari e i coloni di vendemmiare le uve già compromesse, a loro beneplacito".
Naturalmente tali provvedimenti non risolsero un bel niente e la situazione peggiorava di giorno in giorno, di mese in mese. Francesco IV a onor del vero almeno si adoperò in solerte maniera per ripristinare quanto prima i pubblici disagi, furono riaperte e risistemate le strade, si intervenne sulle frane  e le pubbliche vie furono ripulite dal fango. Ma i castagneti dei privati
L'Altezza Reale
Francesco IV
cittadini non rientravano in questi interventi governativi. Il governatore Torello proclamò lo stato di calamità e si rimise nuovamente al buon cuore del duca per tutti quei poveri proprietari di selve di castagno (e non solo) e in questo caso Sua Altezza Reale non fu così zelante come avrebbe dovuto essere.
Passarono quasi ben tre anni prima che l'illustrissimo duca prendesse una decisione e che tutte le pratiche burocratiche del caso fossero andate a buon fine e così come documenti riportano il 19 maggio 1832 il Governatore Torello potè annunciare alle "comunità supplicati" il clemente provvedimento di Francesco IV:

"Ultimate le verificazioni, che occorreranno, potrà finalmente aver luogo il riparto di Italiane lire 3000 che S.A.R. l’Augusto nostro Sovrano si è degnato di accordare a titolo di sussidio ai più danneggiati nei castagneti in questa Provincia dall’uragano del 7 all’8 ottobre 1829. Il riparto è fatto in ragione della quantità delle piante atterrate nei nove comuni della Provincia".

Purtroppo non ci è dato sapere da tali documenti nè quali fossero i comuni colpiti, nè quale fosse l'entità pluviometrica che provocò cotanta distruzione, comunque per rendersi conto più o meno di ciò, ci possiamo immaginare che furono colpiti tutti quei comuni intorno alla comunità di Castelnuovo, ma per rendere bene l'idea di quello che successe quella maledetta notte, dato ancor più rimarchevole, sono la cifra dei castagni abbattuti: ben 22.334 unità, non contando poi altri alberi da frutto, gli orti e le coltivazioni portate via dal fango e dall'acqua. Un danno economico che mise veramente alla fame la Garfagnana, tutto questo dovuto anche ai risarcimenti irrisori del governo di Modena. Per il comune di Castelnuovo ad esempio la cifra risarcitoria fu di 494 lire(circa), essendo stato fissato il valore di ogni pianta abbattuta in 0,13 lire e qualcosina, un modestissimo risarcimento se si pensa che tale cifra servì solamente per ripulire le selve dalla devastazione dell'uragano e come se non bastasse, oltre al danno la beffa se si conta che negli anni successivi la farina di castagne andò a prezzi vertiginosi.


Vecchie famiglie contadine
Insomma anche questa è la classica storiella all'italiana, come si vede i tempi passano ma le cattive "usanze" dei governanti rimangono inalterate nei secoli. Sembra di aprire un quotidiano dei giorni nostri e leggere delle alluvioni e dei disastri attuali: governo lento, burocrazia ancor più lenta, risarcimenti inesistenti o insignificanti...Inutile quindi affidarci a quello che oggi si dice "il buon governo", ma affidiamoci pure al buon Dio...


Bibliografia

  • Articolo di Guido Rossi tratto dal Corriere di Garfagnana del maggio 2012