mercoledì 2 dicembre 2015

La condanna a morte in Garfagnana,la sua storia,i suoi riti e quell'efferato omicidio a Pieve Fosciana del 1784

Pietro Leopoldo l'illuminato Granduca
che abolì la pena di morte
Ricorreva proprio pochi giorni fa la Festa della Toscana. Ma cosa festeggiavamo? Perchè proprio il 30 novembre? Come tutti sapranno era difatti un 30 novembre nell'anno di Grazia 1786 quando il Granduca Pietro Leopoldo dal palazzo reale di Pisa con un editto rendeva la Toscana il primo Paese al mondo ad abolire la tortura e la pena di morte.Nel Granducato di Toscana però! La Garfagnana non faceva ancora parte dei sudditi di sua maestà il Granduca, la Garfagnana era ancora estense e le teste continuavano "a saltare", eccome!!! Oggi faremo un viaggio per capire meglio quello che in Garfagnana era l'esecuzione capitale, conosceremo la sua storia, i sui riti, parleremo di un efferato caso d'omicidio a Pieve Fosciana e finiremo per conoscere l'ultimo boia estense, autorizzato a eseguire pene capitali anche in Garfagnana. Ma cominciamo dall'inizio nel dire che trattare certi argomenti non è sempre facile, parlare di morte, di torture non è piacevole, comunque sia rientra sempre nella sfera della memoria e della storia che serve fra le altre cose a non ripetere certi errori costati poi molte vite umane. La pena di morte rientra a buon titolo in questa ottica. La pena capitale nella nostra valle viene resa legittima e accettata a partire dal 1200 circa, insieme ad essa anche la tortura viene resa pratica efficace per il mantenimento dell'ordine costituito. La tortura poi troverà proprio la sua massima espressione nei decenni a venire quando la Santa Inquisizione ne farà il suo maggior strumento di convinzione, ritenuta insostituibile per accertare la verità, solo chi sarebbe resistito al dolore poteva ritenersi (forse) innocente.Con il passare dei lustri, dei decenni e dei secoli a venire, la Garfagnana era diventata un ricettacolo di manigoldi, l'intento delle autorità pubbliche era quello di arginare il continuo dilagare della violenza privata (rapine e omicidi), di quella in gruppi (congiure rivoluzionarie contro il potere costituito) e quella della mala vita
organizzata (il brigantaggio), le autorità risposero senza se e senza ma con una violenza altrettanto feroce, violenza riconosciuta non solo dallo stato che la perpetrava ma bensì anche dalla chiesa. La condanna a morte che la chiesa riteneva "lecita" era tramite impiccagione perchè si credeva per antico retaggio culturale che l'anima rimanesse imprigionata nel corpo qualora non vi fosse stato nel reo spargimento di sangue o di fiato. La giustizia umana passava avanti così anche alla giustizia Divina che se ne lavava le mani e i piedi precludendo di fatto la possibilità di una redenzione eterna al condannato.Questo ulteriore oltraggio riservato all'anima era serbato a delle categorie specifiche come ai colpevoli di tradimento (il traditore per eccellenza infatti per la chiesa è Giuda che morì pure lui impiccato),alle persone più umili, quelli che praticamente non avevano un blasone da macchiare,ai nobili e ai potenti infatti il trattamento era diverso, a loro era riservata la decapitazione.Solo nel tardo 700 la Garfagnana ,o meglio gli Estensi equipararono il "modo mori" (in latino: il modo di morire), la Francia con la sua rivoluzione aveva fatto proseliti, venti di eguaglianza soffiavano nella valle, la ghigliottina ( o il taglio della testa con
Esecuzione a morte per ghigliottina
l'ascia) di fatto annullerà questa disparità di classe sociale. Pensate che uguaglianza! Adesso poveri ricchi, assassini, ladri e qualsivoglia furfante poteva morire nella solita maniera (che bella conquista sociale!!!) passando tutti quanti sotto la lama di questo nuovo strumento di morte. Non contenti i duca estensi (e non solo) vollero comunque anche qui fare differenza. Per chi si macchiava dei reati più gravi ed efferati si procedeva tramite una drammatica sceneggiata ben studiata; si partiva dal carcere su un carro trainato da cavalli dove il condannato rimaneva in piedi sul cassone, si passava poi da dei luoghi simbolo come il palazzo di giustizia e la casa di chi aveva subito le malefatte, il culmine di tutto veniva dopo che la testa del furfante era rotolata nel cesto,il corpo esanime veniva squartato e le membra venivano messe in mostra nei punti d'entrata del paese, come monito per i presenti. Pensate voi a quel Giovan Turriani di Pieve Fosciana se avesse saputo quello che sarebbe successo dopo che in una notte di gennaio avvelenò nell'ordine suocera, sorella e nipoti. I nipoti in qualche maniera si salvarono, mentre suocera e sorella morirono e per tale omicidio fu condannato all'impiccagione, che fu eseguita il 23 marzo 1784. Il condannato fu condotto all'esecuzione su un carro scoperto affinchè il pubblico lo potesse vedere. Giunto sul luogo dell'esecuzione venne fatto salire su una delle due scale della forca e dopo
Così morì Giovanni Turriani:il boia gli
 saliva sulle spalle e il "tirapiedi" lo tirava
per le gambe
avergli sistemato il cappio al collo, il boia tolse la scala sotto i piedi facendolo precipitare nel vuoto,per completare il lavoro "a regola d'arte" il boia salì sulle spalle del condannato, mentre il suo assistente meglio detto "il tirapiedi" lo tirava per le gambe, accelerando di fatto la morte per asfissia. L'operazione comprensiva di tragitto non durò che poco più di mezz'ora. Così ci viene raccontata quella condanna a morte, tant'è che venne certificata dal tribunale con queste parole:


"A di 23 marzo 1784 fu impiccato e squartato Giovan Turriani della Pieve Fosciana, sulla jara del fiume verso Santa Lucia, e la sua testa fu posta sopra una colonna fabbricata di nuovo fuori della porta di detta Pieve Fosciana sulla strada maestra per andare a Campori, ed il suo delitto fu d'aver dato il veleno alla sua suocera, e sua sorella e figli della medesima, per il che morì detta sua sorella e suocera, ed egli morì rassegnatissimo". 
La certificazione originale di morte di
Giovanni Turriani (da Bargarchivio)


Che tempi ! Che spargimenti di sangue! Su tutto questo la figura del boia la faceva da padrone, "maestro di morte" era la definizione esatta di questo mestiere nel 1800. Ci voleva un bel coraggio e un pelo sullo stomaco non indifferente fare il lavoro del boia e due fratelli furono gli ultimi boia ad operare con un permesso in Garfagnana. Questa professione non lo poteva fare chiunque ed esisteva il boia di stato che eseguiva condanne a morte in tutto il regno. Gli ultimi boia estensi furono appunto Pietro e Giuseppe Pantoni figli d'arte, dato che il padre Antonio fu boia nello Stato Pontificio.Per mano loro perirono anche alcuni organizzatori delle sommosse risorgimentali a Pieve Fosciana del 1831, su tutti Ciro Menotti (per quei fatti leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/pieve-fosciana-la-rivolta-del.html). Divennero con il tempo famosi in tutta Italia,i loro servigi erano richiesti a pagamento in ogni dove.Un fratello (Pietro) si trasferì ben presto a Torino dove prese impiego in pianta stabile presso la corte piemontese, mentre Giuseppe rimase a Reggio Emilia e una volta fu chiamato occasionalmente perfino a Lucca in sostituzione del boia titolare Tommaso Jona (andato in pensione) per eseguire la condanna a morte per decapitazione di cinque delinquenti.I fratelli Pantoni divennero talmente noti che il loro nome era entrato nel parlare comune, specialmente quando qualcuno commetteva qualche colpevole
Il boia
sciocchezza o anche qualcosa di grave si diceva: "Questa è roba per Pantoni!" o sennò "Questo è un bell'affare per Pantoni!". Era un "arte" ben remunerata, il boia a metà ottocento guadagnava quasi duemila lire l'anno, uno stipendio doppio di quello di un professore universitario, figuriamoci quindi i lauti guadagni di 
Giuseppe Pantoni, la sua fu una carriera lunghissima quella dell'ultimo boia "garfagnino", che culminò con la sua ultima spettacolare esecuzione (come allora fu definita) per strangolamento in pubblica piazza di due noti banditi della montagna modenese. Si calcolano circa 150 pene di morte eseguite, ma gli anni passavano  e arrivò anche per Pantoni il momento di fare i conti con la sua coscienza e così scriveva:

"Ora sono a riposo, la mia ultima esecuzione risale al 1864 ed in tutto il regno d'Italia si parla ormai di abolire la pena di morte, tutto sommato una gran cosa, ma agli occhi di tutti io ormai son segnato come portatore di sventura e morte, boia e carnefice, ma io sono solo Ministro di Giustizia. In nome di Dio e del Re!"