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mercoledì 11 ottobre 2023

Il casello ferroviario del Salice: cronaca di un ultimo viaggio...

Le cronache di questo ultimo triste viaggio hanno una data e un'ora
ben precise. Erano le 14:30 del 7 aprile 1908. Fu proprio in quel nefasto giorno che Giovanni Pascoli fu operato da quel funesto male che aveva allo stomaco. Proprio in quell'anno comparvero per la prima volta i segni della malattia da lui definita "solito incomodo" e che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. Il tutto lo si apprende dalle agende annuali saltuariamente scritte dal poeta, ma è dalla penna della sorella Mariù che il quadro dei fatti si rende nitido, il racconto è come un album di fotografie che permette di capire in pieno la relazione affettiva della sorella verso il fratello, in una girondola di emozioni fatta di turbamenti, preoccupazioni e speranze. Infatti è proprio nelle lettere che Mariù scriveva alla cara domestica Attilia Caproni (figlia del celebre Zi Meo)che tutto compare chiaro ed ineluttabile: "
Carissima Attilia, non so se glielo abbia detto il suo cuore. Ieri 7 aprile alle ore 14 e mezza, Giovannino è stato operato di quel disturbo che le accennai, e che vide anche il dottor Caproni. Era cosa più grave di quello che non si credeva. L’operazione è stata dolorosissima tanto da far uscire dalla bocca di Giovannino qualche alto gemito disperato. Io non le so dire di me. Ero in un’altra stanza con Gulì e nel sentire la voce di dolorosa di Giovannino ero diventata come una furia. Gulì abbaiava disperatamente. Che brutto e triste momento! Non me lo posso levare dalla mente! Hanno preso parte all’operazione tre bravissimi dottori. Ed ora, or l’uno or l’altro se lo curano con un amore indicibile". Era dunque era il 7 aprile 1908 alle 14:30 quando fu operato a Bologna dal professor Bartolo Nigrisoli e  la malattia si mostrò più grave del previsto. Fra questi "bravissimi dottori"
menzionati da Mariù c'erano il fior fiore dei medici italiani, il suddetto professor Bartolo Nigrisoli, un luminare nel campo della chirurgia, amico del Pascoli conosciuto ai tempi dell'Università di Bologna, il professor Severino Bianchini, romagnolo, anch'esso amico fin dalla giovinezza e direttore dell'ospedale di Lucca, importante fu anche l'apporto dato da Antonio Ceci, professore alla cattedra di chirurgia dell'Università di Pisa, fondamentali furono anche le cure del suo medico Alfredo Caproni. Nonostante l'operazione e gli esimi dottori, le cose purtroppo non migliorarono, turbe digestive su base epatica insorsero nuovamente dal 1910 e proprio il dottor Bianchini sottolineava  questo peggioramento: "
Da qualche mese era cominciato un vago malessere, accompagnato a stanchezza, svogliatezza di cibo, senso di inquietudine generale, lento decadere di forze, dimagrimento". Insomma, fra alti e bassi il tempo trascorreva e il male cui affliggeva il Pascoli non presentava più alcun dubbio: neoplasma maligno allo stomaco con metastasi al fegato che già presentava evidenti segni di cirrosi. Questo lo avevano capito bene il buon dottor Caproni e il già menzionato professor Bianchini che nascosero l'evidente gravità a Mariù e allo stesso Giovanni. A peggiorare la situazione ci si mise anche l'ineffabile destino che a volte, anzi direi spesso, si diverte a tracciare strani disegni. Difatti il fedele cagnolino Gulì stava per spegnersi. Era il gennaio 1912 e nel frattempo si stava anche preparando il trasferimento di Giovanni Pascoli a Bologna, in questo modo sarebbe stato agevolmente e maggiormente curato, ma i due fratelli Mariù e Giovanni non ne volevano di sapere di lasciare il povero Gulì morente e si decise così di rinviare qualsiasi viaggio. Tanto è vero che anche il povero cane sembrava avesse avuto il presentimento della
Gulì
malattia che aveva colpito il suo padrone, rimaneva il fatto che anche per lui, come per il suo amato Giovanni erano riservate cure amorevoli. Purtroppo però arrivarono anche i suoi ultimi giorni. Oramai respirava affannosamente, rifiutava ogni cibo, le forze cominciarono a calare di giorno in giorno, quando il 21 gennaio 1912 alle ore 21:45 Gulì morì. Ora, a questo punto, si doveva pensare solo ed esclusivamente alla compromessa salute del poeta. Arrivarono così anche i primi del febbraio 1912 e il Caproni scrisse al professor Bianchini: "
In pochissimo tempo era decaduto. Nel silenzio dei fenomeni si era ordita la malattia insidiosa che, sorta nello stomaco, andava diffondendosi al fegato … Una visita brevissima bastò a rendermi conto della situazione tragica …". La notizia e la preoccupazione ben presto si diffuse in tutto il Regno d'Italia, a Castelvecchio giunse una comunicazione a Mariù di Gabriele D'annunzio: "Leggo stamane cose che mi rendono inquieto. Prego telegrafarmi assicurandomi. Dica a Giovanni che gli sono vicino. Lo abbracci per me". Perfino la Regina Madre Margherita di Savoia s'interessò alla sua salute. Ormai, davanti all'evidenza dei
fatti non rimaneva che organizzare quell'ultimo viaggio tante volte rinviato. Saranno così gli amici più cari a chiedere alle più alte cariche dello Stato un treno speciale che raggiungesse la Valle del Serchio per portare a Bologna il povero malato. Fu il senatore ed ex ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava ad interessarsi personalmente delle cose. Ad ogni modo bisognava ancora decidere la stazione ferroviaria in cui far fermare il treno speciale. La linea ferroviaria Lucca- Aulla era stata inaugurata l'anno precedente, le stazioni erano nuovissime e il comune di Barga, dove Giovanni Pascoli era residente, nella nuova tratta ne aveva ben quattro
la nuova stazione di Castelvecchio
(Castelvecchio, Barga- Gallicano, Fornaci di Barga e Ponte all'Ania), nonostante ciò fu scelto come luogo di fermata un umile casello ferroviario. Per i pochi che non sanno cosa sia un casello è necessario evidenziare che questa struttura non è altro che una casa cantoniera ferroviaria, al cui interno abita e lavora un casellante adibito alla manutenzione e al controllo di quel tratto di linea. Comunque sia fu appunto scelto "il casello del Salice", così chiamato perchè nelle sue vicinanze albergava questa maestosa pianta. La casupola si trovava in località Piezza, nel comune di Gallicano a qualche centinaio di metri da quel "Ritrovo del Platano", l'amata osteria in cui il poeta passava parte delle sue giornate. Questa ambigua decisione rimase però a molti assai strana... Perchè non aver scelto una comoda stazione che poteva essere raggiunta facilmente?
Il casello del Salice oggi
 Alcuni misero in evidenza il fatto che  questa scelta fatta servì per evitare un grande assembramento di folla che avrebbe potuto stancare ed emozionare troppo l'ammalato. Altri ancora portarono avanti motivazioni di risentimento politico da ricercare nelle elezioni parziali per il consiglio comunale di Barga del 1905: "... la stima e quasi la gratitudine dei barghigiani per il Pascoli non diminuiscono: ne sono la prova le elezioni parziali per il consiglio comunale di Barga Il poeta è messo in testa alla lista unica dei tre candidati concordati tra "la crema" e "il popolo" e proposti nella seconda metà di giugno; nel luglio compare nei giornali di Barga la sua accettazione, ripromettendosi egli giovane all'istruzione scolastica del Comune; e il 3 settembre votano 432 barghigiani su 1005, il poeta ottiene ben 428 voti... Ma, nuovo motivo di doloroso dispetto, il giorno dopo viene annullata l'elezione, perchè il Pascoli era, come si diceva, "forestiero", cioè non iscritto nelle liste del Comune. "Ci rimasi male", e ci fu chi, nei giornali locali volle sentirci "una rappresaglia" della massoneria, sia per il suo orientamento nazionalista, sia per il recente discorso su la Messa d'oro. Ma egli non fece che lievi proteste...". In sostanza il Pascoli risultava ineleggibile nonostante la cittadinanza onoraria di Barga e rimase in silenzio fino al giorno dopo le elezioni amministrative del 1907, quando rinunciò proprio a quella cittadinanza onoraria avuta nel 1897. Era il 30 luglio 1907 e il poeta scriveva questa dura lettera al Sindaco barghigiano: "Due anni sono, quasi tutti i voti, quest'anno nessuno ... E perciò sebbene creda di non meritare questo spregio e quindi non me ne curi, non si turbi la S.V Ill.ma se anche per mia parte respingo e rinunzio quella cittadinanza d'onore...; gli elettori hanno tacitamente ma chiaramente detto che nessun onore Barga riceve da me e che nessun onore merito da lei. Sia. Resto contribuente".  Per quattro anni, in una sorta di (auto) esilio, non entrò più nella cittadina. Vi tornerà nel 1911 per fare un vero e proprio comizio in occasione dell'annullamento delle elezioni provinciali a Barga e Coreglia. In sostanza si può dire che qualcuno vide la decisione della partenza dal casello del Salice come un'idea di non dare lustro ed onore di quell'ultimo viaggio (che oramai anche lui sapeva di fare) a quel comune che lo aveva politicamente respinto. Ad ogni modo arrivò anche il fatidico giorno: "
E’ definitivamente stabilito che il treno speciale a disposizione dell’Illustre Professore giungerà domani alle ore 11,52
e ne ripartirà per Lucca alle 11,57, dove giungerà alle ore 13 precise. Facciamo i voti migliori, perche’ le speranze nostre e di tutto il Paese, di una rapida guarigione siano esauditi”
. Il telegramma arrivò il 16 febbraio del 1912 ad Alfredo Caselli, un caro amico del professore, a mandarlo fu un funzionario
 delle Regie Ferrovie. Gli abitanti di Piezza e del Ponte di Campia si misero subito a lavoro per rendere all'amico Giovanni la strada per il casello praticabile e comoda, difatti nel corso di quella notte fu colmato un ripido dislivello proprio per consentire il passaggio del poeta. Il giorno della partenza e di quell'ultimo viaggio arrivò, in quel 17 febbraio 1912. Il paziente lasciò in tutta fretta la Garfagnana, la Valle del Serchio e la sua amata Castelvecchio: "Poi salì sul treno con Maria e i due medici appena dentro nel saloncino per malati ebbe un lampo quasi gioioso, di quella sua gioia che sembrava infantile nel vedere quella vettura quasi camera da letto. A Lucca salì a salutare e a portare i soliti piccoli doni il Caselli; il viaggio fu compiuto senza disagio; verso le 18 si arrivò a Bologna (erano alla stazione alcune delle autorità bolognesi, lo Zanichelli, studenti) e poi la casa in via dell’Osservanza”Il poeta morì a 57 anni, poco dopo, il 6 aprile del 1912. Ad onorare l’ultimo viaggio del poeta la
gente di Gallicano ci pensò subito. E infatti nel settembre del 1912 un comitato pubblico depose una lapide in Piezza, ad opera dello scultore lucchese Francesco Petroni che nelle parole di Italo Pierotti così dice: “Qui Giovanni Pascoli, il 17 febbraio del 1912, giorno tristissimo per se e per la patria,  piangendo dette l’ultimo lampo dei suoi occhi, 
l'ultimo sogno del suo cuore alla valle dei buoni e degli umili, che dopo averla amata, immortalò. Il popolo di Gallicano”. 


Fonti e bibliografia
  • "Lungo la vita di Giovanni Pascoli" Maria Pascoli, Arnoldo Mondadori editore, 1961, memorie curate ed integrate da Augusto Vicinelli
  • "Giovanni Pascoli Tutto il racconto di una vita tormentata di un grande poeta" di Gian Luigi Ruggio, Simonelli editore, anno 1998
  • "Il cipresso e la vite" di Lorenzo Viani, Vallecchi editore 1943
  • "Giovanni Pascoli il nostro poeta. Intervista a Umberto Sereni" Barganews archives https://www.barganews.com/2012/08/20/giovanni-pascoli-il-nostro-poeta-intervista-a-umberto-sereni/
  • "Poesia di Luigi Sorrentino- il primo blog della Rai dedicato alla poesia"- Pascoli l'ultimo viaggio del poeta- pubblicato 17 febbraio 2012
  • "Giovanni Pascoli e la malattia. Tra biografia e scienza medica" della Professoressa Patrizia Fughelli Dipartimento Scienze mediche e chirurgiche Università di Bologna (https://centri.unibo.it/centro-camporesi/it/dna-di-nulla-accademia/patrizia-fughelli-giovanni-pascoli-malattia-biografia-scienza-medica-1#:~:text=La%20malattia%20fu%20da%20lui,ma%20che%20tutto%20andr%C3%A0%20bene.)

venerdì 1 aprile 2022

Storia di epiche battaglie, "mestaine" insolite e di intercessioni (quasi) miracolose nella Garfagnana del 1600

Le possiamo sentire chiamare in svariati modi: marginette, maestà,
madonnine, edicole, per noi in Garfagnana sono semplicemente le "mestaine". La Mestaina non è altro che una piccola cappella votiva  contenente un'immagine sacra di qualche santo, di Gesù ma in particolar modo è la figura della Madonna che prevale in tutte queste piccole architetture. L'origine del nome lo si deve proprio al fatto di ciò che rappresentano: "una maestà", parola derivante dal latino "majestatem" cioè "grande", in riferimento all'immagine iconografica cristiana di Maria seduta sul trono. Nella forma "garfagnina", il vocabolo diminutivo "mestaina" significa proprio "piccola maestà", che richiama di fatto la piccola dimensione dell'icona. L'origine di questi tempietti si perde nella notte dei tempi e molto probabilmente già gli etruschi avevano l'abitudine di costruire queste opere (che rappresentavano le loro divinità), in prossimità delle strade o negli incroci viari. I romani con il tempo non mancarono di fare loro questa tradizione, che trasformarono ben presto in una ricorrenza, nella quale si rendeva omaggio ai "Lares Compitales", le divinità protettrici della
famiglia. Con l'avvento del Cristianesimo le immagini pagane furono poi soppiantate in maniera definitiva dalle icone cristiane. 
Il gran numero di mestaine nella nostra Garfagnana ci induce però a pensare che non siano frutto  di occasionali iniziative, ma bensì di un rituale consolidato nei secoli e ciò va inserito nel fermento religioso che coinvolse la valle intorno al 1600-1700, sull'onda della fine del Concilio di Trento che portò una ventata di "modernità" e di rispolvero in tutto il cattolicesimo, che vide proprio in quell'epoca un vero fiorire di queste edicole. Questi tempietti venivano collocati di norma nei pressi di incroci stradali, perchè, come spesso accade in questi casi, il sacro e la superstizione si fondono in un'unica cosa, visto che era diffusa la credenza che in queste intersezioni si potessero generare energie cosmiche tali da richiamare un confluire di streghe e demoni; da qui l'importanza della presenza di un'immagine evocante un soggetto più forte del Diavolo: la Madonna, che notoriamente schiaccia il
serpente, simbolo del maligno. 
Questo però non era il solo scopo della loro esistenza, erano soprattutto luoghi di preghiera e quelle più grandi servivano anche da riparo di fortuna per i viandanti, ma non solo, queste costruzioni spesso delimitavano i confini, ed erano pure un punto di riferimento e di orientamento. Ne esiste una che però esula da tutto questo contesto e da queste funzioni. La sua storia è particolare e al contempo curiosa, tant'è che vale la pena di raccontarla, dato che, a mio avviso (vi prego semmai correggetemi) di questo tipo in Garfagnana credo che non ne esistano altre. Infatti lo scopo della sua erezione a quanto pare lo si deve all'intercessione divina della Santissima Vergine, che non permise alle soldatesche estensi di radere al suolo il Castello di Gallicano. Ma andiamo per gradi e raccontiamo questa intrigante storia dall'inizio. Era il tempo in cui gli Estensi, padroni assoluti di quasi tutta la Garfagnana, avevano perso l'amata Ferrara che, per questioni dinastiche avevano restituito al Papa. Il conseguente indebolimento della casata d'Este non passò inosservato nemmeno agli acerrimi nemici di Lucca che da sempre aspiravano a conquistare l'intera valle, non si accontentavano più dei soli possedimenti di Gallicano, Castiglione e Minucciano, si aspirava a molto di più. Così ogni futile pretesto diventava buono per rinfocolare scontri, battaglie e guerre. L'occasione per Lucca si fece propizia nell'anno di grazia 1603 quando il generale lucchese Jacopo Lucchesini inviò a Gallicano 500 soldati e attraverso i monti del Sillico ne inviò altrettanti a Castiglione. La risposta degli agguerriti Estensi non si fece attendere e il condottiero modenese, il marchese Bentivoglio, ai primi sentori di guerra inviò una parte delle sue truppe ad assediare Castiglione e il restante del suo esercito si attestò sulle colline sotto il paese di Cascio, qui vi piazzò due potenti cannoni che puntavano le loro bocche da fuoco
Sotto le colline di Cascio
direttamente su un forte che era posto nell'odierna località detta il Broglio. Questo forte era l'avamposto di difesa di Gallicano, da qui la strada per la conquista di quel castello si sarebbe fatta molto più facile. Ci possiamo quindi immaginare la battaglia che ne scaturì. Era il 15 maggio 1603, la scontro fu cruento e sanguinoso come non mai. Il forte del Broglio era al comando di un tale "Mone" da Gallicano che chiamò a difesa dell'ultima frontiera perfino i civili, fra questi diverse donne che  prestavano 
coraggiosamente il loro aiuto. I morti però oramai non si contavano da ambo parti, furono addirittura dati  alle fiamme gli indispensabili mulini di Vescherana e un cronista del tempo raccontò che le acque del canale che di li passava rosseggiavano del sangue dei contendenti. Insomma, tanta e tale fu la confusione nel tremendo scontro, che la tradizione orale racconta che nel furore della mischia i combattenti non si riconoscevano tra loro, così uccisero per fatale errore (imbroglio) amici e nemici. Questo "imbroglio" a quanto pare dette il nome alla località dove accadde questo fattaccio: "il Broglio". A dare fine alla battaglia ci pensarono però i due cannoni posizionati sotto il paese di Cascio: "fatti collocare due pezzi da cannone sotto la collina, lo spianò (n.d.r: il forte) alle fondamenta". Gallicano era ormai spacciato, la
Il castello di Gallicano
strada per la conquista era ormai aperta. Senza se e senza ma gli Estensi in men che non si dica avrebbero distrutto il borgo e non avrebbero risparmiato nessuno, d'altronde Gallicano rivestiva un'importanza fondamentale vista la sua posizione strategica, per di più all'interno delle sue mura era costudito una buona parte dell'arsenale lucchese. Rimane il fatto che tutto quello che si crede ineluttabile così non è. Il destino, la fede, o quello che volete credere spesso e volentieri ci mette lo zampino. Fattostà che calata la notte, quando ormai a Gallicano si stavano preparando al peggio, il Marchese Bentivoglio ritirò clamorosamente e inaspettatamente le sue soldatesche. Tridui ed orazioni di tutta la popolazione si levarono al cielo per lo scampato pericolo, stavolta a difendere le mura castellane non furono i moschetti, ma la buona sorte. Ma perchè il Bentivoglio decise di ritirarsi? Le possibili risposte sono due. Bisogna ricordarsi che in quel tempo gli Stati italiani erano più o meno dei satelliti della Spagna e che a Milano risiedeva il Vicerè. Furono sempre i rappresentanti di Milano a mediare le contese, per cui è probabile che il condottiero estense si accontentasse solamente di tenere desta l'azione militare senza strafare, cercando in questo modo di non urtare le autorità spagnole che miravano sempre a tenere "la barca pari". L'altra risposta ha una considerazione puramente militare. Come scritto in precedenza anche Castiglione Garfagnana era al contempo assediata, diventava perciò
Castiglione Garfagnana
difficile sostenere due assedi, che potevano forse rivelarsi inefficaci entrambi, sarebbe stato più saggio concentrare le forze su uno dei due e in questo caso fu deciso per Castiglione. Ci fu poi una terza ragione sostenuta dagli assediati ed è quella del perchè di questo articolo. Ebbene, in primis si volle credere che su questa incredibile decisione estense contribuì il comportamento dei difensori del forte. Figuriamoci se un piccolo forte era stato difeso con tanto vigore da infliggere numerose perdite al nemico, come sarebbe stata allora la difesa della roccaforte di Gallicano? Sicuramente un fondo di verità in tutto questo ci fu, difatti non bisogna dimenticare il sostegno avuto dalle donne in questa battaglia. Il loro aiuto fu a tal punto eroico che il Consiglio Generale di Lucca, ad una famiglia di queste valorose, morta negli scontri e che si era distinta particolarmente per il suo coraggio fu attribuita una dote: "...alla figlia di Lorenzo Moni da Gallicano per il riconoscimento dimostrato portando polvere d'archibugio ai soldati del forte del Brolio nel giorno che fu assaltato dai modenesi, ne fu ferita a morte con una archibugiata
La mestaina del broglio nel
 luogo della Battaglia
nella testa. Si intenda costituita una dote di scudi 50
..." . Ma in tutto questo si volle credere ancor di più che la mano che guidò questi eventi, fu una mano divina. Per i gallicanesi ci fu l'intercessione della Madonna, solo Maria Vergine con il suo santo intervento poteva far si che il castello e la sua gente scampassero all'ineluttabile destino. Si decise perciò di rendere atto devozionale perpetuo costruendo una "Mestà" dedicata alla Madonna e che si facesse ogni 15 maggio per i secoli a venire una processione dal paese di Gallicano fino alla mestaina del Broglio:" 
Quella Comunità deliberò solennemente che, pel pericolo da cui fu scampato il paese, si facesse in perpetuo, in detto giorno 15 maggio, una festa solenne con processione generale per la terra di Gallicano; e si dovesse costruire una Mestà, ossia piccola cappelletta, al Brolio presso il
canale, ove accadde il fatto sanguinosissimo, che a tutta ragione ritiensi essere avvenuto là dove anche attualmente vedesi una Vergine dipinta nel muro della casa presso al ponte su quel canale
"... La "mestaina" dopo quattro secoli è sempre lì, ma la processione, che doveva essere perenne, non si fa più... 

Bibliografia

  • "Il Pettorale- la rocca di Gallicano" di Fabrizio Riva, edito MARIA Pacini Fazzi 2020
  • "Gallicano" - capitolo "Vicende storiche" dell'Ingegner Achille Fiorello Saisi- Maria Pacini Fazzi editore-anno 1995
  • "Descrizione geografica storica economica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli anno 1883
  • Gian Mirola- da La PANIA giornale del Comune di Molazzana

mercoledì 16 febbraio 2022

Le antiche lavorazioni. Quando in Garfagnana si produceva la seta

La vera protagonista di tutto è lei: la "Bombix Mori"... A molti il nome scientifico di questa specie di falena dirà ben poco, visto che la sua origine è data nei lontanissimi Paesi dell'Asia centro orientale. Certo la cosa cambia nel dirvi che la larva di questa farfalla è da tutti conosciuta come "baco da seta". Il piccolo baco è un gran lavoratore, produce la seta da due ghiandole che sono collocate all'interno del corpo. La seta è costituita da proteine raccolte nelle sue ghiandole, che fa uscire da aperture situate ai lati della bocca. Questa specie di bava è sottilissima e una volta che viene a contatto con l'aria si solidifica e, guidata dai movimenti della sua "testolina" si dispone in strati, formando un bozzolo di seta grezza, costituito da un singolo filo continuo di lunghezza variabile fra i 300 e i 900 metri. Il baco impiega 3-4 giorni per preparare il bozzolo, formato da circa 20-30 strati concentrici costituiti da un unico filo ininterrotto. Questi animaletti, oltretutto, sono dei grandi "mangioni", mangiano foglie di gelso giorno e notte, senza
interruzione e di conseguenza crescono rapidamente. Di tutto questo gran lavorio se ne accorse casualmente, così come leggenda racconta, l'imperatrice cinese Xi Ling Shi. Era il 4000-3000 a.C quando sua altezza imperiale nel bere il suo quotidiano tè all'ombra di un gelso, si accorse che un bozzolo gli era caduto accidentalmente nella sua tazza bollente e fu proprio grazie al calore di quella bevanda che si rese conto del filamento che se ne poteva ricavare. Da quel giorno l'allevamento dei bachi e la procedura della lavorazione dei bozzoli per secoli e secoli furono procedimenti tenuti segreti dagli imperatori cinesi che ambivano a mantenere il monopolio della produzione e della vendita di questo pregiatissimo manufatto. Verso il 550 d.C il segreto non fu più un segreto, il mondo si era aperto ai mercanti che cominciarono a fare bei soldoni con questo prezioso tessuto. Fu così che questi mercanti cinesi fecero apprezzare le qualità della seta ai paesi confinanti e di li piano piano la conoscenza di questa lavorazione arrivò anche in Europa. La storia ci racconta che furono dei monaci agli ordini dell'imperatore bizantino Giustiniano che portarono a Costantinopoli dal lontano oriente delle uova di baco, nascoste nella parte cava di alcune canne di bambù. A quanto pare fu però un principe normanno ad introdurre il baco da seta in Italia. Era verso
l'anno 1100 quando tramite gli arabi, il principe Ruggero II portò in Sicilia ed in Calabria questa nuova produzione. D
a queste due regioni ben presto l'elaborazione della seta si sparse in tutto il Paese e in circa due secoli l'Italia divenne il maggior centro europeo della lavorazione della seta. Como, Bologna e soprattutto Lucca divennero le principali protagoniste nell'arte della seta. Ma perchè proprio Lucca? La città aveva la grande fortuna di trovarsi sulla Via Francigena, una strada, come ben si sa, che collegava tutto il traffico della Pianura Padana e dei Paesi d'oltralpe verso la tomba dell'apostolo Pietro in quel di Roma. Per altro Lucca, per questi pellegrini, era meta di sosta per coloro che volevano far visita al Volto Santo. Fra i devoti della Santa Immagine c'erano anche mercanti di lana grezza e di seta, dai quali i lucchesi impararono le tecniche di lavorazione di questo nuovo e straordinario tessuto. Una volta appresi tutti i segreti di questa produzione giurarono poi di non confidarli mai a nessuno e per nessuna ragione al mondo. Fra l'altro rimaneva un mistero anche la sapiente procedura della colorazione della seta, abilità in cui i lucchesi divennero esperti maestri. Alla base di tutto c'era però il fondamentale allevamento dei bachi da seta. Fino agli inizi del 1300 questa pratica non era assolutamente esercitata in Toscana, la grave
"Lavorazione della seta"
pittore Barsotti
Archivio di Stato Lucca
mancanza fu ben presto risolta e l'attività cominciò (anche) in una lontana e remota parte della Repubblica lucchese. Questo luogo era in Garfagnana e Gallicano e il paese di Verni erano i più importanti territori deputati a questa difficile coltura. La scelta di installare nella Vicaria di Gallicano la lavorazione della seta non fu dovuta certamente a qualche abilità particolare dei gallicanesi o degli abitanti di Verni, tutt'altro, la circostanza si rifaceva a due sostanziali motivi. Il primo era di natura opportunistica: a Gallicano esistevano già delle fabbriche tessili, in questo modo non ci sarebbe stato bisogno di cercare altri telai altrove. Il secondo e più considerevole motivo era di carattere puramente economico. La Vicaria alla fine del 1500 si trovava in gravi difficoltà finanziarie per le grandi carestie di segale, frumento e castagne e per il costoso mantenimento delle soldatesche, di fondamentale importanza poichè il paese era zona di confine con il Ducato di Modena. Per questi motivi Gallicano contrasse molti debiti con la stessa Repubblica di Lucca, con i privati cittadini e soprattutto con la Corte dei Mercanti. Infatti si ha notizia da fonti di archivio che il consiglio gallicanese, di frequente inviava a Lucca dei messi in cerca di aiuti, con la promessa che questi sarebbero stati ripagati con i nuovi raccolti. Ma nonostante gli sforzi, i bandi di proibizione di trasportare fuori del territorio pani, pattone e castagne e il vile censimento per
Gallicano
controllare i raccolti, non fu mai possibile pareggiare i debiti contratti. Ad ogni modo gli esosi mercati lucchesi non sentirono discussioni, decisero così che i gallicanesi avrebbero pareggiato il loro debito con la lavorazione della seta e l'allevamento del baco per loro conto. Si iniziò così in quel lontano periodo l'allevamento di questo insetto, furono così piantati i gelsi e prese vita nelle case della comunità la produzione dei bozzoli. Le uova perchè si sviluppassero meglio con caldo costante e umidità necessaria, per dieci giorni venivano tenute in seno da alcune donne, racchiuse in sacchetti di stoffa; quindi una volta schiusesi le uova, i bachi venivano poste sui "cannicci" in stanze apposite. I "cannicci" erano sorretti da quattro colonne di legno alla distanza di 50 centimetri l'uno dall'altro e sopra di essi veniva sparsa la foglia di gelso. Dopo varie mute il baco compiva il suo sviluppo ed era pronto per la formazione del bozzolo, si facevano così delle fascine di stipa, affinchè le bave potessero attaccarsi e formare in questa maniera il bozzolo. Si passava poi alla raccolta e alla lavorazione. Il bozzolo veniva così messo in acqua bollente in modo che la crisalide morisse, una volta morta l'operaio poteva trovare il capo del filo. Si passava poi alla "torcitura", era prima necessario ripassare la seta in acqua calda per eliminare tutte le impurità, dopodichè una volta raffreddata si staccavano i filamenti e si procedeva alla torcitura di tre fili. Con l'umidità i fili s'incollavano e rimanevano
resistenti e compatti. Il passaggio successivo era la tessitura. La seta usciva dai telai grezza e per sbiancarla doveva essere sottoposta a trattamenti particolari. Ogni bozzolo produceva cento metri di filo! Come avete letto tutta la lavorazione aveva un procedimento lungo, laborioso e complicato, proprio per questo, su tutto ciò si celava il più grande riserbo, guai allora per chiunque osasse portare il segreto fuori dalle mura del paese: "Per parte e comandamento dei Signori Giudici e Consoli dell'abbondanza e magnifica città di Lucca, si fa bandire pubblicamente e notificare ciascuna persona di stato grado condizione si sia che non ardisca fuori dalle mura castellane, dare ed assegnare seta tranne alle maestre (n.d.r: le donne addette alla lavorazione)che la trarranno in loco di lavoro. La consegnazione della seta si debba fare drento alla città di Lucca". Così, nel 1593 deliberò il Consiglio della Vicaria di Gallicano, sarebbe stato cacciato dal paese chiunque avesse fatto uscire seta dalle porte
 del castello... Anche gli stessi lavoratori della seta aveva delle severe limitazioni, infatti si potevano tenere in casa non più di due mazzi di seta per volta. Coloro che invece la seta andavano a ritirarla a Lucca dovevano tenere un libro per il carico e lo scarico del tessuto, un altro libro in cui notificare tale trasporto da riconsegnare ai commissari del podestà, ed un terzo libro tenuto per il pagamento delle tasse. Dulcis in fundo, il podestà faceva giurare i maestri, le maestre e gli ufficiali addetti, di dare un vero
resoconto ai proprietari della seta. Su questo leitmotiv le leggi gallicanesi sulla lavorazione della seta continueranno negli anni, segno che, questa manifattura non fu un fatto sporadico. Anno di Grazia 1605: "...che persona alcuna ardisca vendere, comprare o mercatare seta fuori dalle mura, pena 50 scudi. Che non si possono possa portar fuori dallo Stato stracci di seta, acce, e bozzoli forati...". Insomma era il periodo del trionfo della seta. Nella Repubblica di Lucca l'apice di questa industria fu dal XIII secolo al XVI, un lungo periodo, figuriamoci che durante la Signoria di Paolo Guinigi (1400-1430) nella Repubblica di Lucca c'erano tremila telai che davano lavoro a dodicimila persone. Attilio Giovanni Arnolfini (idrologo e scrittore lucchese)  scrisse che all'inizio del 1500 si esportavano da Lucca 1440 casse contenenti libbre 36.000 di seta, pari ad un guadagno di cinquecentomila scudi. Con i secoli che passavano piano piano il grosso giro di affari cominciò però a ridursi. All'inizio del 1700 i telai attivi erano rimasti 700. Nel 1767 erano già meno della metà. La grande concorrenza di stati nazionali e di città come Venezia avevano ormai messo in ginocchio una delle industrie più fiorenti della storia della Repubblica lucchese. E a Gallicano e a Verni la storia come finì? In questi paesi garfagnini seppero
riadattarsi in maniera a dir poco egregia. I telai non furono assolutamente abbandonati, anzi, furono risistemati per nuove lavorazioni. L'intensificarsi della coltivazione della canapa dava ottimi risultati. Cominciò così la produzione di biancheria pregiata dei corredi, quei corredi che ancora oggi (grazie alle nostre nonne) sono ancora nelle nostre case.


Fonti

  • Archivio Storico di Gallcano
  • "Regolamento della lavorazione della seta nella Vicaria di Gallicano-1593-" da uno studio del Professor Gastone Lucchesi

mercoledì 24 novembre 2021

Mummie, capelli, braccia e perfino il legno della Croce di Cristo... Viaggio fra le reliquie "garfagnine"

Dita, mani, lingue, cuori e anche capelli, senza farci mancare femori, sacre spine e piume di angeli... Signore e signori benvenuti nell'ingarbugliato e complicato mondo delle reliquie cristiane. "Reliquiae" in latino significa "resti", nella maggior parte dei casi queste si riferiscono al corpo di un beato o di un santo, o a un qualsiasi altro oggetto che abbia avuto con questi una  diretta connessione. Esistono poi anche le cosiddette "reliquie laiche", riferite nello specifico a persone famose: la chitarra di John Lennon, il cappello di Napoleone, senza parlare dei vestiti di Elvis e altro ancora. Rimane il fatto che il Medioevo rappresentò l'età d'oro delle reliquie cristiane, si venerava di tutto, dalla lancia che trafisse il costato di Gesù, alla tovaglia usata per lavanda dei piedi per gli apostoli, nonchè il bastone di San Giuseppe, o il latte della Vergine, fino ad arrivare... ai raggi della Stella Cometa. Questi resti viaggiavano da un luogo all'altro dell'Europa, con il loro carico di devozione e superstizione e molti di questi oggetti (presunti) sacri nel loro girovagare non mancarono nemmeno di raggiungere anche la remota Garfagnana. Ad ogni modo, è giusto dire che tutto quello che riguarda le reliquie va preso con le dovute cautele, alcune di esse senza ombra di dubbio le possiamo considerare autentiche e altre un po' meno. A conferma di ciò Papa Paolo VI fece raccogliere in tutto il mondo i denti di Sant'Apollonia, patrona dei dentisti (che fu proprio martirizzata togliendoli i denti con le tenaglie), ebbene, riuscì a raccoglierne circa tre chili... fu dato ordine di gettarli nel Tevere... Che dire allora? Senza paura di essere smentiti possiamo affermare che per secoli e secoli di questa pratica sussisteva un vero e proprio mercimonio, che portò ad una corsa per accaparrarsi ogni sorta,
specie e genere di oggetto che avesse avuto almeno un'apparente vicinanza ad una reliquia, nessuno però si preoccupò o si curò
, come sarebbe stato doveroso fare, della loro dubbia origine, anzi, in seno alle chiese fu portato veramente di tutto. La Valle del Serchio fu una delle zone maggiormente colpite da questa moda e i motivi di questo furono svariati. Il primo fu di ordine puramente superstizioso, si credeva infatti che i resti dei santi avessero proprietà curative e spirituali. Il secondo era naturalmente religioso, in quanto queste reliquie erano funzionali per avvicinare l'uomo alla fede. Il terzo era strettamente politico, ed era quello che più influenzava la Garfagnana, terra da sempre frammentata da poteri contrastanti, infatti possedere gli oggetti dei santi era strumento di rafforzamento dell'identità, ma non solo, per il popolo costituiva (anche) elemento di garanzia per una eventuale protezione divina contro guerre, pestilenze e miseria, inoltre poneva una salda base per le nascenti realtà locali. Era comunque il tempo  dei grandi pellegrinaggi, molti di questi percorsi che conducevano ai luoghi santi passavano proprio di qua e possedere un tale oggetto diveniva motivo di attrazione per quel determinato posto, facendo nascere così una sorta di turismo mistico-religioso. Con il passare degli anni questo singolare traffico di collezionismo sacro non diminuì, al contrario, aumentò e si ampliò così tanto che si rese necessaria una categorizzazione (ancora oggi in vigore). Esistono così reliquie di I classe: ossia tutti quegli oggetti associati direttamente alla vita di Gesù (il legno della Croce, i chiodi della crocifissione o la Sacra Sindone che tutti conosciamo). Le reliquie di II classe: oggetti che il Santo ha usato o indossato (un mantello, un anello o un vestito). Reliquie di IIIa, cioè ogni oggetto entrato in contatto con le reliquie di I classe. Infine reliquie di IV classe, qualunque oggetto che sia entrato in contatto con le reliquie di II... Insomma, questo dovrebbe chiarire bene che mondo tortuoso e complesso è quello di questi oggetti sacri, un mondo  che già in quei tempi lontani era fatto da creduloni, truffatori e da... "corpisantari", personaggi che non avevano il benchè minimo scrupolo nel devastare tombe e cimiteri alla ricerca di corpi di santi o beati o dei loro oggetti. A conti fatti ci si rese conto che era stato passato veramente ogni limite alla decenza e in qualche maniera andava messa la parola fine a questo indegno bailamme. Fu il teologo protestante Giovanni Calvino a scuotere Santa Romana Chiesa dal suo torpore e conseguentemente a pubblicare nel 1543 "Il Trattato delle reliquie", questo elaborato criticava e ridicolizzava il fervore religioso che esisteva intorno ad ossa e
tessuti del corpo umano, fece notare che alcuni santi avevano tre o quattro corpi diversi sparsi per tutta Europa o che una spugna veniva adorata come se fosse il cervello di San Pietro... Per la Santa Sede fu come aprire gli occhi su un qualcosa che già si sapeva e che più o meno era tacitamente consentito, da quel momento però, per autenticare una reliquia servi un certificato di autenticità che solo il vescovo poteva concedere. Ma allora le reliquie che abbiamo in Garfagnana sono vere o false? San Pellegrino e San Bianco mummificati sono proprio loro? e il legno della Santa Croce che è a Gallicano è proprio quello? Possiamo solamente dire che tutte queste reliquie possiedono un certificato d'autenticità. Gli studiosi però affermano che certi criteri di vecchie certificazioni erano per così dire un po' lacunosi. Infatti insieme a questi oggetti non è affatto raro trovare un piccolo cartiglio o un vero e proprio documento con tanto di sigillo in lacca rossa, in cui un alto prelato o un vescovo a suo tempo certificarono l'autenticità della reliquia secondo diritto canonico. Era però il metodo con cui venivano attribuiti questi certificati che lasciava un po' di perplessità, difatti spesso ci basava sulla tradizione orale o sulla cosiddetta "continuità", non mancava nemmeno che questa documentazione fosse assegnata per "adorazione": una determinata reliquia era ormai venerata dai fedeli da molto tempo, per cui era impossibile che non fosse vera... Quello che è certo che sono davvero pochi i casi in cui si è conservata traccia della reliquia fin dal suo nascere. In sostanza non rimane che fidarci delle cronache antiche e credere... Credere che la reliquia più nota di
tutta la Garfagnana:  i corpi mummificati di San Pellegrino e San Bianco, siano li in quella chiesa, quasi incorrotti da 1500 anni e custoditi da 600 in quel tempietto marmoreo di Matteo Civitali. C'è poi Pieve Fosciana che dal 31 agosto 1860 ricorda e festeggia il Beato Ercolano. Pochi anni prima, nel 1856, fu rinvenuta la sua tomba nei pressi del suo convento, da quel giorno i suoi resti mortali sono conservati dentro un'urna. E se di questi suddetti santi sono rimasti i corpi e pochi altri resti, di San Doroteo nella chiesa di Cardoso a lui dedicata non rimase che un braccio che era già venerato nel 1260: "Nel detto castello se ne fà in questo giorno gran solennità, portando in processione dalla chiesa maggiore al suo oratorio, il suo braccio tenuto amorevolmente in vaso d'argento". Fu invece alla "Compagnia della Santa Croce" di Castelnuovo, i fondatori di un nuovo ospedale, che verso la metà del 1500, proprio grazie al loro grande amore avuto verso i bisognosi, che il conterraneo Cardinal Pietro Campori donò a loro diverse e preziosissime reliquie: secondo la tradizione si sarebbe trattato del latte e di un pezzo del velo della Vergine Maria, alcune reliquie degli apostoli Pietro e Paolo (insieme ad altre) e a un pezzo della Santa Croce. Il solito pezzettino di legno della Santa Croce lo ritroviamo a Gallicano, questo nel 1728 fu donato alla comunità dal Reverendo Vincenzo Cheli, inoltre (sempre a Gallicano)non poteva mancare la
reliquia
della santa croce di
Gallicano
reliquia di San Jacopo, patrono del paese, e nella chiesa omonima insieme a quella del suddetto apostolo abbiamo una reliquia di San Giovanni Battista, Santa Scolastica, Santa Caterina e Papa Pio V queste (in parte) donate nel 1666 dal padre gesuita  Bartolomeo Santucci. Di fronte a tutta questa santità nostrana non poteva nemmeno mancare la reliquia del poverello d'Assisi, ossia San Francesco, questa è a Borgo a Mozzano, nel convento a lui dedicato, ma non c'è solo questa, fra pezzi di stoffa, capelli e ossa abbiamo reliquie di Santa Rita da Cascia, San Rocco, San Bernardino, Sant'Antonio da Padova e a seguire ancora una trentina fra santi e beati... Ah dimenticavo, anche a Borgo a Mozzano c'è un ennesimo pezzettino della Santa Croce... A proposito di questa santa e benedetta croce mi ritornano alla memoria gli scritti dell'umanista spagnolo Alfonso del Valdes che riguardo a questa disse: "
I chiodi della croce, come scrive Eusebio, erano tre... e adesso ce ne sono uno a Roma, uno a Milano e uno a Colonia, poi ancora un altro a Parigi, uno a León, e infiniti altri. E infine, i legni della croce: vi dico in verità che se riunissero tutti quelli che dicono esservi nella cristianità, basterebbero per riempire un carro". Va bhè, la fede è fede e questa non va discussa, sennò così non si chiamerebbe, comunque sia a corollario di questi resti sacri, sono i suoi contenitori, un vero portento di bellezza sono infatti i
reliquiari: magnifici e di uno sfarzo impressionante, delle vere  e proprie opere d'arte, alcuni sono in oro, altre in argento e taluni erano tempestati di pietre preziose. Tutti questi oggetti, sono oggettivamente affascinanti, misteriosi e forse a volte un po' patetici, però bene o male rappresentano una cultura, una tradizione ed una identità, valori oggi quasi del tutto scomparsi...

Bibliografia

  • "La storia delle SS reliquie della comunità gallicanese" Fabrizio Riva, Don Fiorenzo Toti, anno 2021
  • "Il traffico delle reliquie" di Jesus Callejo, National Geographic, anno 2020
  • La foto della reliquia della Santa Croce di Gallicano è tratta dal opuscolo "La storia delle SS reliquie della comunità gallicanese"

mercoledì 10 novembre 2021

Armi da fuoco e polvere da sparo. Era il 1382 quando in Garfagnana nacque una delle prime "officine d'arme" (una fabbrica di armamenti)

Esistono pro e contro del progresso scientifico e ogni nuova scoperta è sempre una specie di arma a doppio taglio, può avere effetti benefici o effetti catastrofici, a seconda di come l’uomo decida di sfruttarla. Alla domanda “la scienza è più vantaggiosa o svantaggiosa per la vita dell’uomo?”, la maggior parte delle persone sarebbe probabilmente portata a considerare i progressi in campo medico, tecnologico e industriale degli ultimi secoli, e a rispondere conseguentemente in modo positivo e ottimista. Ma basterebbe guardare con un occhio un po’ più attento per rendersi conto che non è tutto rose e fiori come può sembrare. Qualche esempio? Partiamo dal più noto. Albert Einstein fu il padre dell'energia nucleare, lo scienziato scoprì che questa nuova fonte energetica primaria derivante dall'energia dell'atomo poteva essere usata per produrre energia elettrica, in compenso ci furono altri uomini che ebbero "la brillante" idea di impiegarla in ambito bellico, trasformando una grandissima invenzione in un arma di distruzione di massa. Qualcuno di voi ha invece sentito parlare di Zyklon B? Credo proprio di si. Lo Zyklon fu un insetticida della Bayer, sviluppato negli anni '20 del 1900 da un ebreo tedesco di nome Friz Haber, vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1918. Haber fu poi costretto ad emigrare in Inghilterra per non rimanere vittima della sua stessa invenzione. Infatti l'insetticida fu usato dalla Germania
nazista nelle camere a gas nei tristemente famosi campi di sterminio. Secoli e secoli prima delle suddette scoperte g
li orientalissimi cinesi scoprirono per primi il potere della polvere da sparo, ma la usarono per fare i fuochi d'artificio e per rischiarare l'oscurità della notte con fantasmagorici fiori di luce colorata. Noi occidentali arrivammo alla polvere da sparo un po' dopo i cinesi, ma ne facemmo subito uno strumento di guerra, un modo per uccidere, da lontano e senza sporcarsi le mani e in Garfagnana di questa invenzione fummo tra i primi in Italia ad "industrializzare" la produzione e a fabbricare nuove e potenti armi che la potessero sfruttare. Sicuramente non è un merito, per l'amor di Dio non lo nego, ma rimane di sicuro un fatto storico oggettivo da analizzare con interesse. Difatti sappiamo che è nel 1240 che per la prima volta in Europa si cominciano a fare ricerche su una presunta "polvere esplosiva" e fu il filosofo inglese, nonchè francescano, Ruggero Bacone a sperimentare gli effetti "esplosivi" di una miscela fatta di zolfo,
salnitro e polvere di carbone. Dall'altro lato è plausibile pensare che la probabile paternità ad inventare i primi strumenti in grado di sfruttarne le doti propellenti di questa nuovo composto siano stati gli italiani e in particolare i fabbri e i meccanici bresciani della Val Trompia. In effetti questa è una circostanza da non sottovalutare (che vedremo poi in seguito), poichè furono sempre i fabbri della Val Trompia che nel XIII secolo per sfuggire alla persecuzione del ghibellino Ezzelino III si rifugiarono (anche) a Fornovolasco, dove poi misero su dei forni fusori per fondere il ferro delle vicine miniere. Rimane il fatto che nel giro di qualche decina di anni in barba ad archi e frecce si cominciò a parlare di "balestrieri e scoppettieri" e nel 1321 quando gli Estensi (coloro che poi governeranno anche sulla Garfagnana)assedieranno Argenta(cittadina in provincia di Ferrara) utilizzarono "scoppietti e spingarde". Questo nuovo modo di fare guerra non trovò sempre consenso e anche il "nostro" Ludovico Ariosto, governatore in Garfagnana, ebbe a che da ridire nella sua opera più celebre "L'Orlando Furioso" e 
precisamente, attraverso una metafora condannava l'uso delle artiglierie in quanto contrarie allo spirito cavalleresco, dato che, erano in grado di offrire un vantaggio militare che non aveva nulla a che vedere con il valore e la lealtà. Anche Santa Romana Chiesa ne fece una questione etica e morale, precisando che le armi da fuoco "erano molto omicide e spiacenti a Dio". Tuttavia rimane innegabile che la scoperta della polvere da sparo e del suo utilizzo per la creazione delle armi fu un cambiamento epocale che si ripercosse anche nelle nostre zone e cambiò da un punto di vista architettonico anche la struttura dei paesi, e se prima le mura che si ergevano a
difesa dei borghi erano alte e sottili, ora con l'avvento delle armi da fuoco dovevano essere per forza ridisegnate, dato che non avrebbero retto l'urto delle palle da cannone. Si costruirono così mura più basse e larghe, rinforzate da terrapieni, per reggere il tiro delle artiglierie.  Necessariamente si diede così addio anche al ruolo dell'arciere e delle unità corrazzate, difatti nessuna armatura era in grado di garantire la mobilità necessaria in battaglia e tanto meno la resistenza ai proiettili. Ad ogni modo c'è chi arrivò 
perspicacemente a capire che con queste nuove tecniche di guerra ci si poteva fare soldi a palate. Difatti a quel tempo le guerre erano all'ordine del giorno, basta prendere un qualsiasi testo di storia e rendersi conto che in Europa (e anche in Italia) abbiamo smesso di guerreggiare in maniera assidua solamente alla fine della seconda guerra mondiale. Fattostà che fra i primi a comprendere questo fu Giovanni Turignoli da Barga, detto "Zappetta". Lo Zappetta si trasferì in quel di Gallicano dove aveva aperto un'attività per la lavorazione del metallo, quello che è certo che nella sua officina non produceva nè pentole, ne' attrezzi da lavoro, anzi, probabilmente li avrà anche fabbricati, visto il suo soprannome, quindi è più giusto dire che convertì la sua produzione in poderose armi da fuoco, tant'è che in un documento del 1382 (quindi pochi decenni dopo che la polvere da sparo prese campo) si evidenziava che il 23 agosto il Comune di Lucca stanziava a Giovanni Zappetta di Gallicano ben cento fiorini d'oro per "due bombarde
Bombarde
 grosse
", ma non solo, e come se fosse proprio una commessa, l'ordinazione di bombarde si ripeteva per l'anno 1384. Parallelamente, con un fiuto imprenditoriale degno dei giorni nostri, il buon Giovanni sviluppò la fabbricazione di polvere da sparo e di palle da cannone, che il Raffaello Raffaelli nel libro "Descrizione storica della Garfagnana" del 1879 dice che: "In un canale detto il Pietraio (oggi Piastraio), in quei pressi esisteva una fabbrica di palle da cannone, che si facevano principalmente con il ferro delle miniere di Forno Volasco e si spedivano all'estero". Ecco allora, a chiudere il cerchio, tornare alla ribalta Fornovolasco e i sopraccitati fabbri della Val Trompia, già esperti nella costruzione di armi da fuoco. Insomma, gli altri staterelli e la Repubblica di Lucca avevano bisogno di queste attività, fino al punto che gli stessi anziani di Lucca incentivarono l'apertura di queste nuove fabbriche, promettendo esenzioni e altri vantaggi a chiunque avrebbe intrapreso queste attività nella Valle del Serchio, a patto che, quanto veniva prodotto fosse ad esclusivo uso della Repubblica. Ma perchè questi privilegi venivano dati a chi avviava questa industria solamente nella nostra valle? E' presto detto. Ad esempio la fabbrica dello Zappetta situata a Gallicano aveva la prerogativa di essere collocata fra delle piccole vallate, in questo modo si poteva nascondere da occhi indiscreti e curiosi. L'altro pregio di questo posto era che in caso di esplosione accidentale i danni sarebbero comunque stati limitati e per di più, cosa da non
Gallicano
 sottovalutare, la fabbrica era situata vicino alla via di comunicazione principale. Ma soprattutto, la particolarità più importante era l'acqua (quasi) perenne dei torrenti, quei corsi d'acqua che furono di fondamentale importanza per alimentare e dare forza motrice a questi nuovi macchinari. Nel caso specifico di Gallicano era il Torrente della Fredda ad alimentare queste attrezzature, il medesimo corso d'acqua che per parecchi anni fece funzionare anche la S.I.P.E Nobel del paese. Ma questi non furono i soli motivi che fecero la fortuna dello Zappetta, la zona era infatti ricchissima di alberi; il legname ricavato avrebbe alimentato i forni fusori e principalmente sarebbe servito per fare carbone, elemento fondamentale per ottenere la polvere da sparo. Naturalmente, come abbiamo letto, non bastava il solo carbone, in buona parte serviva anche del nitrato di potassio, che in casi d'emergenza veniva prodotto artificialmente nelle "nitrerie" locali, in maniera a dir poco curiosa per i tempi moderni. Infatti veniva preparato mescolando ceneri, terra e materiale organico (paglia e letame), fatto questo si formava manualmente un blocco alto un metro e mezzo, largo due metri e lungo cinque, tale blocco veniva poi messo al
Nitrerie medievali
 riparo della pioggia e tenuto bagnato con l'urina... Si avete capito bene, l'urina. In caso di guerre improvvise sarebbe stato saggio avere scorte di questa sostanza e per fare ciò ci si premuniva comprando la pipì degli animali dai contadini. Pertanto, dopo circa un anno e mezzo, da 
questo marcescente blocco si otteneva del liquido ricco di nitrato di potassio, che poi in seguito veniva raffinato ed utilizzato. Ovviamente la maggior parte del nitrato(insieme allo zolfo) veniva importato e in questo caso dalla lontana Venezia. In sostanza possiamo dire che la produzione dello Zappetta era a dir poco fiorente, niente, come abbiamo letto era lasciato al caso, dalla sua fucina uscivano solamente armi di prima qualità. Le sue bombarde (una sorta di primitivo cannone), erano fra le più rinomate in campo militare, ma la vera novità bellica fu l'introduzione dello "schioppetto", o "schioppo" che dir si voglia, la prima arma da fuoco portabile costituita da una canna di ferro e rame e sostenuta da una sorta di manico di legno (o ferro)con accensione a miccia. Alla fine dei conti, possiamo senz'altro dire che la famiglia Turignoli divenne nel giro di pochi anni una delle famiglie più importanti ed influenti della zona e con buona pace di chi crede che le "lobby"
Lo schioppo
siano un argomento moderno è giusto dire che tale famiglia (a proprio sostegno economico e di prestigio), nel 1400 concorse fattivamente e con tutte le sue forze all'elezione di Paolo Guinigi, che venne poi eletto Signore assoluto della Signoria di Lucca, dove resse il comando per ben 30 anni. La casata Turignoli, vide così crescere la sua posizione finanziaria, diventata così prospera grazie e soprattutto all'opera dello Zappetta. Nel corso dei lustri che passavano ottenne anche il 
titolo onorifico del "segnale guerresco" e non mancò di dare uomini atti alle armi, come tal Francesco Turignoli, che si distinguerà nella difesa di Firenze contro Carlo V. 

A margine di tutta questa storia rimane però un fatto singolare che oscurò la fama di guerrafondai di questa stirpe. Nell'anno 1399 nacque a Barga il nipote dello Zappetta, un certo Lodovico Turignoli che salirà alla ribalta della cronache come il Beato Michele da Barga. A 35 anni il sant'uomo abbandonò ricchezze e potere della famiglia e si dedicò ai poveri, ai bisognosi e agli sconfitti, diventando fra l'altro discepolo di Frà Ercolano che in quel tempo stava costruendo il convento di San Bernardino in Mologno. Bhe! Non rimane che dire... Dio vede e...provvede. 


Bibliografia

  • Camarlingo generale, n. 80, c. 88-89, 1370 maggio 13 e 23; n. 82, c. 229, 1378 luglio 28; n. 105, c. 143v, 1382 agosto 30; n. 106, c. 154v, 1383 aprile 22; n. 109, c. 158, 1395 giugno 16, ove è detto «da Barga, maestro di bombarde abitante in Gallicano» (in Concioni-Ferri-Ghilarducci, Arte e pittura cit., p. 147, 154, 158, 172).
  • "La Sipe di Gallicano", Circolo Culturale Gilberto Tognotti, edito Garfagnana editrice, anno 2016
  • "Descrizione storica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli del 1879

mercoledì 3 febbraio 2021

Quando in Garfagnana era un problema anche vestirsi. Quello che indossare lo decideva lo Stato...

Tempi facili adesso per Prada, Armani e Dolce e Gabbana. Siamo nell'era della moda imperante. Vestiti di ogni foggia, colore e forma sono presenti in ogni dove e più strambi e bizzarri sono e più fanno tendenza e glamour, anzi, ancora meglio (riferito in particolar modo alle femminucce) se questi abiti potessero lasciare intravedere qualcosina... Ecco allora il trionfo di seni prosperosi strizzati in indumenti attillatissimi, di gambe al vento e tacchi vertiginosi. Anche i maschietti un tempo scevri da ogni tendenza modaiola sono caduti nel trappolone dell'outfit più selvaggio: jeans strappati, giacche strettissime, pantalone corto alla caviglia stile “acqua in casa”. Così è, d'altronde i numeri parlano chiaro dal momento che la moda italiana e il tanto (giustamente) glorificato Made in Italy sono secondi al mondo per produzione. Ma a Gallicano in particolare e in tutte i paesi della Garfagnana sotto il dominio della Repubblica di
Gallicano
Particolare di una mappa del 1613
Lucca così non sarebbe stato nel lontano 1614, come vestire infatti, lo decideva lo Stato. Se oggi fosse ancora così, addio agli stilisti stravaganti, addio alle sinuose forme e soprattutto addio ai fatturati di questa grande industria. 
I tempi passano (grazie a Dio) e finalmente ognuno è libero di esprimere la propria personalità e il proprio gusto anche nel vestirsi, ma una volta no. In un tempo lontano esistevano regole ferree su quello che una persona doveva indossare e pene severissime se ciò non fosse stato rispettato. Questo articolo all'apparenza frivolo e leggero, invece è un articolo che deve far riflettere sulla condizione sociale che oggi abbiamo, sulla nostra autonomia nel decidere e nell'autodeterminarsi, cosa che un tempo era molto limitata. Facciamo allora questo viaggio a ritroso nel tempo di quattro secoli, nei meandri della moda seicentesca e alla scoperta di una delibera scovata nell'archivio storico di Gallicano, così intitolata “Decreti del Consiglio di Lucca sopra gli abiti e i loro ornamenti (anno 1614)”. Prima di addentrarsi in singolar decreto e per rendere più chiaro il contesto di questa originale ordinanza è
d'uopo al mio caro lettore inquadrare bene il periodo storico in questione. Siamo nel XVII secolo e precisamente nel 1640, Agostino Lampugnani (religioso milanese) così dice:
“Che monta tanto fantisticare intorno al vestire della moda se non se ne fa il cimento della sperienza”. Per la prima volta viene usata la parola “moda”, in questo suo libro (“Della carrozza da nolo, overo del vestire e usanze”) l'abate critica aspramente tutti quelli che “eccedono nel seguire la moda” e si mostra contrario non solo alle abitudini delle signorine, ma anche a quelle dell'uomo, che già al tempo è attratto dalle nuove inclinazioni. La Guerra dei Trent'anni d'altro canto ha lasciato il segno, la Francia vede il suo potere crescere esponenzialmente, le sue influenze anche nel campo della moda dilagano in quasi tutta Europa a discapito della cattolicissima e bigotta Spagna, la cui ascendenza sulla moda ha imposto un carattere di rigore e moderazione. Intanto a Roma ad inizio secolo (sempre il XVII) nasce un nuovo movimento culturale, esaltazione del potere creativo ed estroso, che viene applicato in tutti i campi del sapere e dell'arte, dall'architettura, alla musica, ad arrivare perfino alla filosofia e anche nella moda...Siamo nell'epoca del Barocco. La vita dei ricchi di quel tempo è caratterizzata da un'estrema sfarzosità, da un ritorno al lusso e alla sensualità, è il secolo della consapevolezza, in cui uomini e donne iniziano a esprimersi anche attraverso i vestiti che indossano. Ma così non deve essere e così non è per la Repubblica di Lucca, in barba a qualsiasi francese o a qualsivoglia tendenza. Chiesa e Stato sono ancora forti 
Repubblica di Lucca anno 1673
e dettano ancora il modus vivendi di qualsiasi cittadino, in Garfagnana la Francia e la moda sono lontani anni luce, ormai è da tempo immemore che per la Repubblica di Lucca vige la legge
“sugli ornamenti”. Già nel 1308 queste regole sono introdotte per mettere un freno “nell'immoderatezza del vestire” e per limitare le spese superflue dei cittadini. Quindi da una parte vediamo la Chiesa che impone morigeratezza e dall'altra lo Stato che dice che è bene che il cittadino non spenda soldi in cose “inutili”, è più giusto risparmiare per poi pagare le tasse... questo è il patetico “leitmotiv” che per secoli vedrà il perpetuarsi di questa legge . A vigilare sul rispetto di queste regole sono dei semplici giudici, con il tempo di ciò si occuperanno delle commissioni apposite, fino ad arrivare al Decreto in questione che è addirittura opera di una speciale commissione: “L'Offizio sugli Ornamenti”. E' il 22 luglio 1614, anno di Grazia e il Decreto viene approvato dal Consiglio degli Anziani del Comune di Gallicano: “Che da qui in avanti s'intenda proibito agli uomini e donne di qualsiasi voglia, grado, e condizione, finiti che avessero i dieci anni di portare le infrascritte cose..”, inizia così una sequela lunga ben sei pagine di proibizioni e divieti di ogni qualità, tipo e
genere: 
“perle di ogni sorta vere o false, gioie di ogni sorta vere o false (eccetto in anella), oro o argento vero o falso, di qualsivoglia abito, comprendente ancora, cinti di calze, ciarpe, berrette, cappelli, parasoli, guanti e cintole da spada...". Non si creda, come pare, da una sommaria lettura che la legge sia fatta per colpire le signore, anche i signori hanno il suo bel da fare nel districarsi fra regole e regolette: “Inoltre agli uomini s'intende proibito di portare cappe, cappotti e ferraioli (n.d.r: mantello) di seta, foderati di altro drappo che di semplice taffetà (n.d.r: tessuto pregiato), o ermellino”. La legge è anche ben articolata e non si limita a fare un semplice distinguo fra uomini e donne, ma fra donne e donne, particolare attenzione viene data a quelle maritate e alle cosiddette fanciulle, che si devono sobbarcare oltre alle proibizioni precedenti un ulteriore surplus e quindi... “s'intenda proibito di portare i cristalli intagliati, i profumi in filze, collane e cintole, tutti i pendenti all'orecchio eccetto che un semplice anelletto d'oro puro. I grembiali che siano partiti (n.d.r: senza) trine, rete o qualsivoglia sorta di lavori” -inoltre, bene si legga, è proibito- “...portare casacche di velluto se non di
colore nero -
e poi continua – non si possa portare da loro alcuna veste o casacca di seta d'altro colore che nero...” . Insomma, niente fronzoli ed orpelli vari, né per gentil donzella, né per messere, perciò niente collane, anelli, orecchini, tutto (o quasi) negato, per giunta gli abiti devono essere confezionati non con stoffe ricercate e perdipiù niente colori, è l'apoteosi del nero, del grigio, dell'argento, al limite si può indossare un color “leonato” (così specifica letteralmente il decreto), una sorta di marrone chiaro. Naturalmente esistono anche le eccezioni (quando si dice che la legge NON è uguale per tutti) e ci sono persone che da tutta questa “tiritera” si possono esentare. Per questo eccezion viene fatta: “Dichiarando che delle suddette proibizioni in tutti i casi suddetti, eccetto però il capo dei presenti (n.d.r: il capo del Consiglio degli Anziani), s'intende eccetuati gli eccellentissimi signori del tempo, che saranno in magistrato, gli ufficiali forestieri e stipendiari, forestieri del Magnifico Comune e ciascuno forestiero e sua famiglia per un anno dopo di che saranno venuti ad abitare nella città...”. Tanto per chiarire e rendere inequivocabile l'idea, questa non è una “leggetta” fatta tanto per fare, è una legge che si porta dietro pene
severissime. I trasgressori se colti in fallo la prima volta vengono sanzionati con 25 scudi d'oro in contanti, la seconda con 50 e la terza volta (udite udite) con 50 scudi d'oro e un anno al bando o un mese di prigione e attenzione anche all'eventuale responsabilità indiretta dei congiunti nei reati: 
“il padre è tenuto per i figlioli e le figliole, non maritate, il marito per la moglie, il fratello per la sorella, seco abitante”...( ma...sull'uomo chi vigila !).Per fortuna fra le tanti leggi terrene ne esistono altrettante ideologiche, che talvolta rendono giustizia a quelle inique e insensate che l'uomo impone e difatti, come ben si sa, il tempo è galantuomo e spesso rende onore a chi prima gli è stato tolto. Anticamente infatti si è sempre pensato che la moda fosse inutile, superficiale ed effimera, un  qualcosa di tanto veloce quanto leggero. La verità è, che è davvero così, la moda presenta tutte queste caratteristiche, ma allo stesso tempo mentre i secoli scorrevano tutto ciò si è rivelato quel fenomeno che ha rappresentato al meglio la società, il vestito così diventava il simbolo di una divisione delle classi sociali trasformandosi di fatto in uno strumento fedele che ha permesso di ripercorrere il tracciato della storia, del costume e dell'economia, come un perfetto marchingegno antropologico.


Bibliografia

  • "Decreti del Consiglio della Repubblica di Lucca sopra gli abiti e loro ornamenti" anno 1614